Attilio Zanichelli: una poesia da “Una cosa sublime” (Einaudi, 1982) – Postille ai testi

estate
Pieter Bruegel il Vecchio – The Harvesters, 1565

di Gianluca D’Andrea

Attilio Zanichelli: una poesia da Una cosa sublime (1982)

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Estate

I platani cui questa estate vagando
mi sono rimasti nella memoria, ricorrono ancora
nei momenti in cui posandomi presso loro, vicino
mi facevano sentire che la vita perdura pur tenendo
in serbo che la morte è presente, come quando
in un silenzio affogato nella luce del sole
di ogni mattino, che visitava i luoghi e i corpi
di nonnulla seminati nel parco e dovunque,
destavano che tutto somiglia a un tempo
e ai momenti che scelgono per noi morti, vivere
in quest’ultimo accordo. Precipitando sempre
nei tormentati anni passati, sotto la bufera
inquietante di giorni irripetibili ormai,
qui mi son visto, persuaso che la coltre
di ogni affanno persiste, alla pura e tale
dolcezza che quaggiù si vive, ma dimenticati
da tutto, nel profondo strappati, al bersaglio
d’un grido che sopraggiunge imposto dall’ordine
del momento come se non ci fosse più nulla
che orbitare nel vuoto, trasalire di un flusso
di corrente non previsto e in modo suo morire.


Postilla:

Non sono i luoghi, nessuna temporalità, ma i modi in cui spazio e tempo si dispongono. Quasi degli universali dentro dati concreti che, però, hanno ormai forma di ombre. Estate è il modo dell’ombra, l’immagine che, formatasi nella “memoria”, combatte per non scivolare nell’oblio. Così, i platani dell’incipit fungono da correlativo per l’evento degli eventi, l’incrocio tra vita e morte: «mi facevano sentire che la vita perdura pur tenendo / in serbo che la morte è presente». Iterazione, “eternizzazione” dell’esperienza, sua immane eppure compartecipe “sublimazione” («ogni mattino», «nel parco e dovunque», «tutto somiglia a un tempo», «Precipitando sempre»). Ma in questa persistente ripetizione s’insinua qualcosa di irripetibile, l’esperienza stessa nella sua inquietante fuggevolezza – «di giorni irripetibili ormai». All’affanno della perdizione si alterna la “dolcezza” del vivere nell’abbandono. Sembra che la vera sublimazione dei dati di esperienza risieda nello strappo, a questo punto de-sublimante, offerto dalla certezza di «orbitare nel vuoto». Eppure lo stesso vuoto potrebbe essere «un flusso / di corrente non previsto», impercettibile inizio in qualcosa che finisce.

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