Gianluca D’Andrea, inediti

Gianluca D’Andrea, inediti

Iris di Kolibris

ASPETTAVO LA STORIA DI UN QUADRO MILLENARIO

Vedevo lo spettro nell’immagine

lenta, che rallentava gradualmente;

per un istante le figure si muovono appena:

case sullo sfondo, in un parco

bambini e famiglie, madri in maggioranza,

compiono le loro azioni.

In un pomeriggio di aprile –

dentro il quadro mia figlia e mia moglie

nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.

Aspetto ancora un po’ prima di entrare,

ho il tempo di sperare che qualcuno

colga da un altro spiraglio il quadro,

che il tempo senza tempo si ricordi

in molti modi, senza nostalgia,

senza la mia stessa speranza,

nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,

nella compassione lontana

di chi non ne sa parlare.

GLI ALBERI E I RAGAZZI

Li fogghi si stracàncianu p’amuri:

pàrunu argentu e mànnanu spisiddi.

Pasquale Salvatore

Le schegge che da questo sopravvivere

appaiono scomparendo nello schermo,

nei display sempre accesi in cui gli occhi

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Cos’è il contemporaneo. Dante e il paradiso (Canto V) – di Andrea Ponso

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Paradiso, Canto V. Dante e Beatrice (Fonte: Bodleian Library – University of Oxford ©)

di Andrea Ponso

Canto V

Il quinto è il canto didascalico in gran parte dedicato alla modalità profonda dei voti religiosi; ma già al secondo verso siamo “di là dal modo” grazie alla potenza d’amore: di là dal modo, come dirà Giovanni della Croce. I voti religiosi sono messi in parallelo con il dono più grande fatto all’uomo, vale a dire il libero arbitrio: la rinuncia alla propria volontà, è quindi un sacrificio tra i più alti, perché esaltando il dono nel momento stesso in cui vi rinuncia, lo trasforma in relazione e abbandono; questa umiltà, pervasa di gioia e di fiducia senza pari, è la stessa che, in fondo, anche se con caratteristiche diverse, forse ritroviamo nell’atto conoscitivo stesso che Dante, e il lettore con lui, sta sperimentando per mezzo della grazia.
Ed è un rincorrere la luce, una luce che si fa sempre più forte e non solo, naturalmente, nel senso della vista, ma anche in tutti gli altri, portando ad un continuum che possiamo percepire nella tessitura di ritmo, significante e sintassi, proprio “sí com’ uom che suo parlar non spezza”, ora riferito a Beatrice ma che già Dante scopre in se stesso e nel suo essere: egli, come ogni altro uomo, è già tutto questo, è già questo continuum che deve diventare ciò che è – anche “s’altra cosa vostro amor seduce”. Certo, qui si parla dei voti religiosi, ma è già un parlare intero: un parlare di tutto a tutto, è già il divino escatologico che sarà (ed è già, e non ancora) “tutto in tutti” (1Cor 15, 28).
Questo parlare intero, che l’uomo è costretto a fare a pezzi – e cioè a renderlo oggetto per poter comprendere, rendendosi così egli stesso soggetto e, quindi, staccandosi dalla totalità mediante lo stesso atto che lo porterebbe a conoscere – è il culmine e la fonte di ogni cosa, anche delle stesse divisioni e della fatica e dell’umiltà di stare nella modalità spezzata, parziale, della conoscenza: anch’essa è “dentro” a questo parlare intero, anche la rappresentazione di oggetto, soggetto e conoscenza – pure se da sempre sono un’unico gesto di quel continuo che è la vita.
Beatrice, che in gran parte è il flusso stesso di questa indivisibile parola, di questo discorso che abbraccia indicando e indica abbracciando, chiede a Dante di fermarsi dentro: “Apri la mente a quel ch’io ti paleso / e fermalvi entro; ché non fa scienza, / sanza lo ritenere, avere inteso”: qui non si tratta semplicemente della memoria come di solito la immaginiamo; è qualcosa di più vivo e profondo: è un modello immersivo e vitale, in cui bisogna ricordare di essere, da sempre, per poter davvero avere esperienza di ciò che ac-cade senza ricadere nella contrapposizione e nella frammentazione. In questo senso, le metafore del pasto e della pastura, che tornano anche in questo canto, indicano una dinamica in cui il conoscere è qualcosa di fisico: è un lasciare che qualcosa entri dentro di noi, fino alla digestione, come accade nell’eucaristia e, nello stesso tempo, un lasciarsi immergere, come succede nel battesimo. Ed è questa apparente contrapposizione tra unità e parte che spinge avanti anche la vera conoscenza – anche se non c’è “avanti”, in realtà, e non c’è progressione o parte (e nemmeno l’unità come somma delle parti): è solamente un gioco a cui aderire con fede, un viaggio che porta dove già si è da sempre.
Bisogna entrare dunque in quel “silenzio” in cui già siamo da sempre, mettendo da parte il “cupido ingegno” e, nello stesso tempo, lasciandolo scorrere senza contrapposizione. Dice infatti Dante, descrivendo ancora una volta la sua guida: “Lo suo tacere e ‘l trasmutar sembiante / puoser silenzio al mio cupido ingegno”; ma “già nuove questioni avea davante”. Ecco la felice colpa, la buona contraddizione che favorisce il movimento verso l’alto e il profondare della conoscenza sempre più verso il suo presente immutabile e pre-categoriale: Dante è costretto amorosamente, umanamente e umilmente, a ricostruire le coordinate spazio-temporali e le modalità solite della conoscenza; è costretto ad avere “questioni” davanti a lui – “che già nuove questioni avea davante” – e cioè a ristabilire il dualismo tra soggetto, oggetto e atto del conoscere; ma si tratta forse solamente della pietà della scrittura, e dell’amore per la finitezza, lo stesso che sempre dimostrano tutte le anime che parlano con lui. E torna l’immagine bellissima della “pastura”, del cibo come conoscenza:

Come ‘n peschiera ch’ è tranquilla e pura
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
per modo che lo stimin lor pastura,

sí vid’ io ben più di mille splendori
trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
“Ecco chi crescerà li nostri amori”.

Sarebbe uno stagno, una vasca d’acqua ferma, questo “splendore”? Si, ma ferma nella sua pienezza e, nonostante questo, guizzante e viva, disposta al salto, all’uscire dalla totalità, se mai fosse possibile, per donarsi all’umano bisogno di sapere ed esperire, come ci indicano i versi successivi.
Eppure, in fondo, non c’è un “fuori” dalla luce della pienezza, e l’irreale non è quello che vediamo ma la nostra “ignoranza”, che ci obbliga a non prendere davvero lucciole per lanterne: Dante ci invita a prenderle per lucciole, dimenticando il nostro bisogno di catalogare e distanziare, di porre un “dentro” e un “fuori”, di porre “lanterne” e pensiero, e tecnica al posto della naturale pienezza cangiante della semplicità. E ce lo mostra, come sempre, in un passaggio vertiginoso, che possiamo dire contraddittorio solamente se, appunto, rimaniamo nell’ignoranza delle nostre categorie classificatorie: un’anima esce dal gruppo per parlare – ma “esce” davvero?
In fondo è “come il sol che si cela elli stessi / per troppa luce …”, e “per piú letizia sí mi si nascose / dentro al suo raggio la figura santa”; e i due ultimi versi, inarrivabili, che tutto riassumono nella totalità che si comunica senza uscire, perché tutto è uno: “e così chiusa chiusa mi rispuose / nel modo che ‘l seguente canto canta”, dove l’insistenza alliterativa sulle c e sulle u paradossalmente, invece di chiudere apre al canto, e dove il solenne finale è canto e anche cadere ritmico – un cadere nella pienezza, un lasciarsi cadere che rischia il silenzio e l’attesa della risposta dell’imperatore Giustiniano nel canto successivo. Nella dinamica narrativa non è dato sapere se la voce continuerà: c’è questo stacco che è, ancora, preso comunque nel continuum ritmico della visione, che si deve seguire in quel “canto canta” che scende, per salire – che interrompe ancora una volta le coordinate spaziali per percepire, direbbero oggi i neuroscienziati, la pienezza olistica dell’esperienza mistica: pare infatti che sia proprio l’interruzione del bisogno continuo di organizzare lo spazio e di incasellare tutto in rapporti di causa-effetto una delle caratteristiche neuronali tipiche delle esperienze di profonda meditazione mistica; e questa interruzione non avverrebbe per difetto, ma per eccesso, in modo che propriamente il nostro cervello in qualche modo smette di cercare perché appagato e in pace. Non c’è “divertimento” in paradiso, non nel senso del di-vertere, perché è tutto nell’uno della presenza: lettore, narratore e atto conoscitivo insieme. E questa pienezza è gioia calma.

Francesco Balsamo, “Cresce a mazzetti il quadrifoglio”, Il ponte del sale, Rovigo 2015

Francesco Balsamo 4
Francesco Balsamo

IL MONDO TOCCATO IN SORTE: Francesco Balsamo, Cresce a mazzetti il quadrifoglio, Il Ponte del Sale, Rovigo 2015

cresce-a-mazzetti-il-quadrifoglio-di-francesco-balsamo-su-lestroversoAlla fine del libro (ultima fatica di Francesco Balsamo, autore catanese che affianca la scrittura in versi a un’originalissima produzione figurativa, per la quale mi concedo di rimandare al libro di disegni Non copiare dagli occhi, Incertieditori, Legnago 2012 – con testi di Guido Giuffrè e Renata Morresi) possiamo leggere una dedica particolare al padre che viene paragonato a un albero (così come, all’inizio della raccolta, troviamo un disegno dello stesso Balsamo che rappresenta anch’esso un albero): «mio padre, da maneggiare come un albero – / a mio padre,». La pianta maestosa e insieme fragile, indifesa e imponente, apre e chiude un’operazione “augurale”, all’insegna della protezione e della crescita. Un mondo “vegetale”, un fermento che si confronta con la caduta esiziale – la morte è presente e “vegeta” tra le parole come segnale d’adesione, senza invocazioni tragiche, almeno in apparenza – intrecciando i lineamenti della lingua in un disegno profondamente evocativo.
Il dettato sommesso, frastagliato di oggetti banali che non assolvono sempre al compito loro assegnato – «come fischiare dentro un bicchiere», (p. 21) – o di luoghi comuni rinnovati dalla semplice sostituzione di un termine, sembra preconizzare la scomparsa della funzione utilitaristica della parola, come se ad agire fosse solo il riflesso che la ri-sostanzia – come un’ombra più concreta del reale: «aspetto le prime luci del tavolo», (p. 28). L’effetto che si crea non è straniante ma accogliente perché s’istalla sulla familiarità del quotidiano, minimo, certo, ma non minimalista, non tollerabile a tutti i costi, ma sfuggente.
Balsamo sembra riflettere sulla capacità che le parole possiedono di custodire (ancora un riferimento alla paternità) quello che i giorni ci portano in sorte – «la sfortuna/ (o la fortuna)/ si è inoltrata a passi lunghi», (p. 26) – senza forzare il senso in maniera reattiva ma parlando il linguaggio dell’ospitalità.
Non si tratta di un’operazione accomodata sui minimi risultati, lo accennavamo poc’anzi, perché la lingua resta in tensione, non si distende su una visione “comune” ma ne rilancia i risultati riattivandoli attraverso la composizione di piccoli quadri, apparentemente paradossali, ma che tanto ci dicono del nostro essere “in comune”, sia nell’assolvere i nostri gesti quotidiani, sia nella loro continua dissoluzione: «a volte le cose del giorno non sono molte/ e gli uccelli sono il miglior esempio di ciò che ci manca/ o di ciò che abbiamo, / una foglia non ancora scucita / un’altra che trema nella rete della gola – / basta contare gli spiccioli del pomeriggio, / quel che ne rimane all’orecchio/ e la tristezza a fiori tenui/ poco alla volta ci chiude le mani», (p. 25).
Che non si tratti di un libro “pacificante” sotto l’aspetto del rapporto dialettico parola/mondo (per quanto già dal titolo si respiri una freschezza augurale nella sua originalità) ce lo segnalano le citazioni in apertura, da Ceronetti e, soprattutto, da Aglaja Veteranyi, scrittrice rumena poi naturalizzata svizzera morta suicida nel 2002: «Passiamo molto più tempo da morti che da vivi per questo da morti ci serve molta più fortuna». Oltre il piacere del ribaltamento, strategia cara, come abbiamo visto, all’autore catanese, sempre in direzione dello sconcerto e dello stupore, l’ironia sembra l’unica condizione che renda accettabile la fine, nel gesto apotropaico (come avviene spesso nella prosa frammentaria e “deforme” della Veteranyi) si esorcizza la scomparsa del segno – e del senso – in un continuum che non consente la fissazione ultima, non la vuole. Per questo la parola si trasforma in un’antifrasi incessante, iperbole al ribasso, nel metalogismo che preme e affonda a oltranza per non subire la gabbia del senso, cioè la banalizzazione segnica.
Con questi accorgimenti l’operazione di Balsamo si manifesta nella sua inquietudine, sfruttando la radicalità predestinante dei luoghi d’appartenenza (una Sicilia fatalmente tragica eppure buffa, nella sua mascherata sovrabbondanza che nasconde la paura scaramantica della scomparsa), scomponendola nei passaggi di un racconto sulla sorte che tentano di cogliere e ristrutturare il messaggio effettivo del mondo: nonostante il panorama di sconfitta, all’orizzonte può prefigurarsi l’accoglienza del luogo, ma solo accettando lo sforzo di ri-crearlo. Uno dei caratteri della Sicilia, la predestinazione passiva o il fatalismo, viene frantumato e ricostruito con l’inserzione di un sentire altro. La buona sorte, allora, può diventare il contraltare allegorico della sventura: l’ospitalità.
I movimenti metalogici, cui si faceva riferimento, e le metatassi (le ripetizioni anaforiche in apertura di componimenti diversi, enumerazioni, isocolon: «contrabbandare cose piccole in un foglietto / cose ordinate come per un viaggio», p. 34), nel loro esubero, aumentano l’aspettativa di senso. La parola combatte per la propria autonomia e l’agone non si risolve in una conciliazione, bensì sposta i termini della lotta in una dimensione plastica, arrembante, nel tentativo di frenare la caduta o ribaltarla: «ora basta/ tenersi per cadere/ con la faccia sul foglio», p. 35.
Lo sforzo serio di Balsamo è tutto nella movenza di un gesto sfumato che parte dalle contraddizioni e dall’inadeguatezza dello strumento utilizzato per captare il mondo, o da quella del mondo stesso che non si lascia catturare (l’ironia origina da questo disagio rintracciabile anche nelle operazioni figurative dell’autore). Anche per questo la parola si altera fino a creare nuovi mostri. In questo gioco deformante è coinvolto persino l’amore che diventa commistione, neoformazione: «un ginocchio è gemello / di un ginocchio / come l’altro tuo polmone / è gemello del mio / che si possa andare avanti con quattro / gambe è un prodigio da passante/i / dove sono le mie dita / fra queste venti? / che fra una spalla ci possano stare due teste / adesso si può solo sorriderne», p. 61. Perché nella tensione al mutamento che può imbattersi nella sorpresa, o meglio nella fortuna di qualcosa che ci sorprende, si nasconde una rinascita.

quadrifoglio
Quadrifoglio (Fonte: Wikipedia)

Gianluca D’Andrea
(Agosto 2015)


TESTI

fare la gallina delle cose in miniatura
come faccio io
e con tutte le parole
sparire nel calzino nero di una poesia


scrivere è come segare uno specchio a metà,
come fischiare dentro un bicchiere
anche se invece servirebbe bere –
stare zitto con un pesce in bocca
e far passare a testa bassa una nave da sotto una porta,
facile solo se si potesse fare –
stare di qua, ma sentirsi di là dal muro
ma niente, devi tenerti di qua lo stesso –
come stare al bordo della pioggia
e arrotolarsi e srotolarsi la voce appena sopra la nuca –
un crollo in salita –
tenersi al caldo, perché qualunque cosa si scriva
lentamente la gela la carta,
posarsi allora una mano tutta intera sulla nuca di vetro,
o fare spazio alle foglie di un albero
tenendolo per mano –
scucire boschi per toccare solo il polso di un ramo –
scrivere e scendere lungo i pomeriggi
con un braccio solo
e coprirsi con l’altro, quello che manca –
spalancare le braccia ai giorni con una penna –
tenersi sul fuoco una penna,
quell’unica foglia secca,
perché qualunque cosa lentamente gela –
scrivere allora è cuocere un sasso poco alla volta,
o starci dentro con un brusio
(un brusio di sasso) –
poi voler pagare tutto con quel sasso nero
o, magari, stare come un sasso nella cesta di una faccia –
voler scrivere è come vivere ogni mattina con il palmo
nella tasca di domani,
prendere forse così alla sprovvista la morte di oggi –
scrivere è stare al buio per assomigliare a tutti
ma sembrando lo stesso nessuno
o assomigliare fra i tanti proprio a quello che fischietta
per ritrovarsi il cuore in viso –
scrivere è raccogliere quello che manca e passare di corsa ad altro


la sfortuna
(o la fortuna)
si è inoltrata a passi lunghi
fino al rifugio della bocca
(dove si nascondono i denti d’oro)
la fortuna
(o la sfortuna)
fa scattare con dolcezza
un sorrisetto


aspetto le prime luci del tavolo –
i fischi nei bicchieri –

il bestiario delle vecchie monete –
i soldini dei diminutivi, per te

la neve del convincimento,
che si veda compatta sul davanzale –

aspetto di premere la fronte
sulla fronte del tavolo –

di poggiare un piccolo bene
sul viso in discesa: giù, lento –

di cadere in ombra
per illuminare una cima –

aspetto di cominciare coi fiori
che c’erano prima,

di scegliere con dedizione
il seguito di quei fiori –

e intanto scrivo di morire
come si preme una parola,

come si resta legati a una maniglia,
come la fortuna impigliatasi sul fondo –

aspetto per ore
l’ora che si manda via di notte,

che inizi la pioggia
col pane dell’aria di mezzo


un ginocchio è gemello
di un ginocchio
come l’altro tuo polmone
è gemello del mio
che si possa andare avanti con quattro
gambe è un prodigio da passante/i
dove sono le mie dita
fra queste venti?
che fra una spalla ci possano stare due teste
adesso si può solo sorriderne
e che si sposti il tuo braccio quando si muove il mio
lentamente parlo dentro la più piccola
delle nostre orecchie
e ti dico solo il cuore è uno
solo come il coro di una sola candela


l’amore,
sussurrò!
e si restrinse
e ricacciò una montagna
sotto il cuscino


tutti i pomeriggi è autunno

e ogni foglia secca
si spegne
come una vecchia lampada

è l’alternarsi della notte col giorno
o l’alternarsi del giorno con la notte

tutti i pomeriggi è autunno

e gli alberi in fila sono una sola frase
a perdita d’ombra

così uno manda via i giorni

gli alberi soli hanno la felicità aperta
degli equilibristi

*

l’ombra
è il mio lato di gravità

io scomparso di trenta grammi

è la mia mezzanotte di lavagna
il mio riflesso d’eternità
che calza la terra a grandi passi

l’ombra sono io solitario
e al sicuro, sotterraneo,

settantuno chili di riparo


dorme,
segna la tacca del sonno –
ancora una –
dorme,
tremolante come una candela,
un sonno sorvegliato,
l’ultimo bisbiglio
di una storia,
una storia d’acque notturne
e di luci spente

*

preme il viso sul cuscino:
carta contro carta –
dorme,
è uno dei sacchi di paglia
delle ombre


un abbraccio
è uno stare capovolti
un capogiro
il corpo
che scende spinto
dalla forza di un pendio
uno cade ed è
sorretto dal tremore di una stella


qui è facile come una crepa
farsi strada lentamente,
facile starsene curvi
dentro una bottiglia,
palmo a palmo
si restringe tutto

qui la morte è una cosa piccola,
di cerino,
un piccolo giro di luce
per una fine breve e nera

e dopo una seconda o dopo una terza
minuscola luna, qui
dal tuo corpo fioccano fiori
e si spandono al suolo


i morti ci guardano dagli angoli,
si raccolgono lì
come lanugine –
o lane crespate,
a collo alto,
il tenue collo di un pensiero


chi
muore
sta
tutto
in una
scarpa
si perde
nella punta
di uno stivale
chi muore
può solo sparire
si riempie
del vuoto
che riempie
allarga
le zone di calvizie
della terra

chi muore
scende un sentiero
e torna solo
è un forestiero
col petto aperto


i nostri cari vivi
che per loro conserviamo
scatolette di terra,
dove sbadatamente buttiamo
noccioli di pesca
o di altri frutti, dipende
dalla stagione,
e i nostri cari morti si allungano
familiari come fiori
si alzano in punta di piedi e vivono,
i nostri cari vivi


vivo
mi piego
mi sporgo
per toccarmi
nel farlo
mi sale
lungo il braccio
un poco di terra

vivo
in piedi
tutte
le parole
le leggere per prime
si mettono
a sventolare
piùnerechemai

canzonetta
sotto terra
uno stana
ciò che aspetta

uno intanto
aspetta
e sotto terra
canzonetta


morire è l’orto delle mani
e dei piedi

è anche una tecnica di neve
come un pensiero di dedizione –

morire è stare in casa
con una bandiera nera –

è anche un ricamo
riposto con cura negli armadi –

morire è riconoscere l’aria solo
con una pantofola

è anche stare in mezzo agli altri
e piegarsi con parole proprie


sono diventato come un cucchiaio
e ho nella nuca le profondità della bocca

ho in bocca la ghiaia delle parole
e per intero intravista la coda di un sentiero


poi pace
sale
come un buon profumo
di colazione
ancora in tempo
anche quando è tardi
un miracolo tenue
dunque
la si stringe così
al mattino
accanto a un pentolino
come uno dei molti zeri
del fumo di una tazza
tutto qua dunque
pace
facile come uno zero
poi pace
anche quando manca
e punge di freddo
e mi gela la coda del foglio


balsamo-francesco-copia
Francesco Balsamo (2015)

Francesco Balsamo è nato nel 1969 a Catania, dove vive e lavora. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera e Catania e alla facoltà di Lettere dell’Università di Catania. È tra i vincitori del premio Eugenio Montale nel 2001 — sezione inediti — con Appendere l’ombra a un chiodo, poesie pubblicate nell’antologia dei premiati, edita da Crocetti nel 2002, nello stesso anno riceve il premio Sandro Penna, per l’inedito, con Discorso dell’albero alle sue foglie, edito da Stamperia dell’Arancio nel 2003. Nel 2010 pubblica Ortografia della neve (Incerti editori, vincitore del premio Maria Marino 2011) cui seguono Tre bei modi di sfruttare l’aria (Forme Libere 2013) e Cresce a mazzetti il quadrifoglio (Il Ponte del Sale 2015). Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste: «Hortus» (Grottammare 2004), «I racconti di Luvi» (Palermo 2004), «Poeti e Poesia» (Roma 2004), «Ore piccole» (Piacenza 2007); e su antologie: Centro Montale – Vent’anni di poesia (Firenze 2001), Ci sono ancora le lucciole (Milano 2004), dieci poesie tradotte in polacco in La comunità dei vulcani (Messina 2006), Poeti e Poesia – poeti nati negli anni sessanta – (Roma 2007). Una sua raccolta è stata tradotta in finlandese e pubblicata a Helsinki nel 2004.

Poeti tradotti da poeti: Francis Catalano tradotto da Valerio Magrelli

cactus-candelabro
Cactus candelabro (Foto: © sensaos. Fonte: flickr.com)

CHECK-IN CHECK-OUT
(crépuscules/crepuscoli)

Francis CATALANO

Traduzione dal francese di Valerio Magrelli

LE CIEL EN PETITES COUPURES à plates
coutures que tranche
la ligne-hache des montagnes
acérées arides
retailles de papier volt-
igeant bleu par-
delà les pics ocres les
socles esthétiques
avions de chasse furtifs dissimulés
dans les pétroglyphes
ici-bas un noyau de pêche irréel
roule irrégulier irradié
sur la voie carrossable chauf-
fée par les pneus les nœuds
par le peu d’âme le trop plein
de rien dans les réservoirs
d’essence et les
réserves d’indiens :

(Du matin)

*

IL CIELO A PICCOLI TAGLI a taglia
e cuci che taglia
la linea-ascia delle montagne
affilate aride
ritagli di carta azzurra svo-
lazzante oltre i picchi ocra oltre
gli zoccoli estetici
aerei da guerra furtivi dissimulati
nei petroglifi
un nocciolo di pesca irreale
rotola irregolare irradiato
quaggiù sulla via carrozzabile riscaldata
dagli pneumatici dai nodi
da quel poco d’anima dal troppo pieno
di nulla nei serbatoi
di benzina e le
riserve indiane :

(Del mattino)


Tout est régi par l’éclair
Héraclite

L’APACHE TRAIL la paix
la grande paix (on dit qu’elle s’achète)
avec énergie d’images
privées de couilles les cactus à candélabres
défendent leur aride espace leur
alcool leur système de refroidisse-
ment endo-végétatif
cactus-fréon petits bonhommes de chemin
bras en l’air caquet bas cactées gras
cependant qu’un éclair-aiguille zig-
zague dans le ciel bleu blanc
rouge pâle tel un aigle
safran en boucle tournoie
lentement et frappe
dans le nihil dans le mille
dans un nuage
de poussière :

(Antique surface)

*

Tutto è retto dal lampo
Eraclito

L’APACHE TRAIL la pace
la grande pace (si dice che si puo comprare)
con energia d’immagini senza coglioni
i cactus a forma di candelabri
difendono il loro arido spazio il loro
alcool il loro sistema di raffredda-
mento endo-vegetativo cactus-freon
l’omino che va sano e va lontano
con le braccia in alto poche chiacchiere cactacee grasse
mentre un lampo-aquila va a zig-
zag nel cielo bianco azzurro rosso pallido
come in circolo un aquila zafferano
ruota lentemente
e colpisce nel nihil nel centro
in una nuvola
di polvere :

(Antica superficie)


FUMÉ LE FUMIER miscellanées
peyotl, whisky & tobacco
font effet le sol soil oil
les fruits et légumes bio pous-
sant dans les sillons de l’encé-
phale sont des protocerveaux
protubérances du Colorado en action
déviation déniée vol à vau
l’eau vol à vau de mirage
d’un hyperdivorce post-ironique d’oi-
seaux trois cents caplets d’un anti-diarrhéique
chutant d’une trouée dans
les nuages-iguanes
qui éblouit le toit ouvrant
d’autant ouvrant qu’en route
la fiente s’annihile
s’autofertilise éclôt
ô raison merdique
tassée dans le com-
primé imagination :

(Ô raison merdique)

*

LETALE IL LETAMAIO miscellanee
peyotl, whisky & tobacco
fanno effetto il suolo, soil, oil
frutti e verdure bio che cres-
cono nei solchi dell’ence-
falo sono dei protocervelli
protuberanze del Colorado in azione
deviazione negata volo sul
pelo dell’acqua volo sul pelo del
miraggio di un iperdivorzio post-ironico di uc-
celli trecento capsule di un anti-diarreico
che cadono da un buco nelle
nuvole-iguana
che abbaglia il tetto apribile
tanto più apribile visto che strada facendo
lo sterco si annichilisce
si autofertilizza si schiude
oh ragione di merda
tutta pigiata nella pastic-
ca immaginazione :

(Oh ragione di merda)


UN AIGLE SE POSE sur un im-
posant cactus erectus
en même temps que la plume
se pose sur la page
reine col blanc écriture-rapace
elles scrutent les pépites d’or
gueil dans l’œil de l’écureuil le seuil
de tout sens toutankhamon
ibis scribe ride a highway
la plume et l’aigle juchent sur la
page-cactus reviennent à l’or
igine aux blondes herbes brûlées
aux éboulis oubliés
où par les ocres escarpements
zéro s’enfuit vers un :

(Numérisation du paysage)

*

L’AQUILA SI POSA sul po-
tente cactus erectus
mentre la penna
si posa sulla pagina
regina collo bianco scrittura-rapace
che scruta le pepite d’or
goglio nell’occhio dello scoiattolo la soglia
di ogni senso toutankhamon
ibis scriba ride an highway
la penna e l’aquila stanno appollaiate sulla
pagina-cactus tornano all’or
igine alle bionde erbe bruciate
ai ghiaioni dimenticati
dove attraverso le scarpate ocra
lo zero fugge verso l’uno :

(Scansione del paesaggio)


TANDIS QU’À BELLES DENTS le Nord
mord la queue bleu ciel de
l’animal voyageur le sud-rut
rampe tire sa langue bifide
au sud dru au sud dur
au south-mouth et au sud-out
rond comme le Nord
vu l’ivresse dans les soutes de l’Ou-
est sur les rives de l’infini
écrire de la po-asie plages du Pacifique
écrire de la porient de la poccident
po-hiémal et po-midi
écrire sur un point cardinal
« pommade et époxy » :

(Road poem III)

*

MENTRE IL NORD MORDE con grande appetito
la coda azzurro cielo dell’
animale viaggiatore il sud-ritto
striscia mostra la sua lingua biforcuta
al sud fitto al sud duro
al south-mouth e al sud-out
tondo come il nord
visto l’ebbrezza nei depositi dell’
ovest visto le rive dell’infinito
scrivere della po-asia spiagge del Pacifico
scrivere della p-oriente della p-occidente
po-iemale e po-mezzogiorno
scrivere su un punto cardinale
« pomata ed epossidico » :

(Road poem III)


LES TERRES LA PIERRE la mousse
les roses du désert les opun-
tias les tumbleweeds qui roulent
les nopals les saguaros
la blondeur du vert des papillons ar-
més de libre-arbitre par-
delà le pare-brise écran
papillons safran tels aigles safran
en vol plané grande amplitude les ailes
puis plongeant vers leur asile
dans la nature-fissure
pour rien pour le nihil l’idem
le thrill de voler l’Apa-
che Trail sous le gril au gaz solaire
la finitude de l’asphalte
routes chiffonnées ar-
rivées à leurs fins :

(Road poem IV)

*

LE TERRE LA PIETRA il muschio le o-
punzie tumbleweeds che attraversano la strada
i nopal i saguaro
la biondezza del verde e delle farfalle ar-
mate di libero arbitrio al
di là del parebrezza-schermo
farfalle zafferano come aquile zafferano
che planano con ali di grande ampiezza
poi si tuffano verso il loro asilo
nella natura-fessura
per niente per il nihil per l’idem
per il thrill di volare per l’Apa-
che Trail sotto il forno solare la griglia a gas
per la finitudine dell’asfalto
perché la strada arrivi alla
sua fine :

(Road poem IV)


PASSE UN TRAIN-SCIE polychrome
une file Malévitch de rectangles Kandinsky
le long d’un vers volumé-
trique de Sandburg
train-train locomotive nature morte vivante
imperturbable hache inex-
orable hachis de cailloutis
moteurs à combustion explosion du roc
érosion du corps et de
l’âme siècles attachés un à un au
mouvement sans frein sans
entrain vers le programme-
progrès sous la fourchette-
assiette et surtout surtout
bonnes bises aux bisons :

(Du soir)

*

PASSA UN TRENO-SEGA policromo
una fila Malévitch di rettangoli Kandinsky
lungo un verso volume-
trico di Sandburg
tran-tran locomotiva viva natura morta
imperturbabile ascia ines-
orabile macinato di breccia
motori a combustione esplosione della roccia
erosione del corpo e dell’
anima secoli attaccati uno a uno al
movimento senza freni senza
lena verso il programma-
progresso sotto la forchetta-
piatto e soprattutto soprattutto
bacioni ai bisonti :

(Della sera)


CHECK-IN CHECK-OUT la route le rite
la room le vroom voilà
qu’on double une maison mobile (nul
ne s’y attendait) puis des
motos mots-à-mots doublés
à notre tour par
les camions qu’y ont
les chiches les english les hémis-
tiches les nichons de l’Amé-
riche business
as usual :

*

CHECK-IN CHECK-OUT la strada il rito
la room il vroom ecco
che stiamo sorpassando un tir con su una
casa prefabbricata (nessuno
se lo aspettava) poi del
moto delle motociclette delle moto
a nostra volta sorpassati
dai camion ch’hanno…
gli english gli emis-
tichi i fichi le natiche dell’Ame-
ricca it’s business
as usual :


CHECK-IN CHECK-OUT aigle à deux
têtes écritures blondes
végétation-chair
à l’horizon la pierre sourit
d’une fente narquoise plus d’une
dent à son arc d’une
flèche à son carquois
aigle en aérosol sur la
pierre qui craque :

*

CHECK-IN CHECK-OUT aquila a due
teste scritture bionde
vegetazione-carne
all’orizzonte la pietra sorride
con un sorriso sornione c’è più
d’un dente al suo arco più
d’una freccia nella sua faretra
aquila in aerosol
sulla pietra che scricchiola :


CHECK-IN CHECK-OUT et tchick et tchack
c’est la police est-ce bien ma plaque?
— et est-ce moi? et est-ce là
cette auto louée une vraie marque
à mon image?—
identité lithique rainures rai-
nettes portrait-pierre
portrait-identikit :

*

CHECK-IN CHECK-OUT e chick e chack
è la polizia è davvero la mia targa?
— e sono davvero io? ed è proprio qua
questa auto affittata un’ottima marca
a mia immagine?—
identità litica scanalature ra-
ganelle ritratto-pietra
ritratto-identikit :


CHECK-IN CHECK-OUT l’appareil
photo est une Canon
s’affairant dans la mémoi-
re du Grand-Canyon
la langue sortie de sa coque tu
parles du roc le café bu
la Ducati et la Volvo
la 40 ouest les pictogram-
mes sur les panneaux
serpents sonnettes et leurs anneaux
redire l’aride dérider le
temps prendre la route le doute la voûte
le pli disparaître par le val
dans la gorge glisser :

*

CHECK-IN CHECK-OUT l’apparecchio
è una Canon nella
memoria del Grand-Canyon
la lingua uscita dal suo guscio tu
parli della roccia il caffé bevuto
la Ducati e la Volvo
la 40 ovest i pit-
togrammi sui pannelli
serpenti a sonagli e i loro anelli
ridire l’arido togliere al
tempo le rughe prendere la strada il dubbio
la volta la piega scomparire attraverso la vallata
nella gola scivolare :


CHECK-IN CHECK-OUT la radio
éteinte le soleil brille
malgré lui tel un sou
neuf le patron des montagnes
pousse l’oeil-ciseau vers
le textile ciel et on coupe
revient sur terre plus vite
que la lumière
d’un revêtement de verre fumé
les yeux se rhabillent :

*

CHECK-IN CHECK-OUT la stazione radio
spenta il sole brilla
suo malgrado come un soldo
nuovo il padrone delle montagne
spinge l’occhio-forbice verso
il tessile cielo e taglia
torna sulla terra più veloce
della luce
di un rivestimento in vetro scuro
gli occhi si ricoprono :


CHECK-IN CHECK-OUT le monde rap-
plique dans la pupille
à mille milles/seconde
l’image s’écrase dans la vallée
ennuagée nous venons de
nulle part d’une déforma-
tion géologique et nous allons vers
la forme cambrée non assou-
vie des nuages
check-in check-out ou
bon voyage :

*

CHECK-IN CHECK-OUT il mondo ritor-
na nella pupilla
a mille millisecondi
l’immagine si frantuma nella valle
rannuvolata noi veniamo dal
nulla da una deforma-
zione geologica e andiamo verso
la forma incurvata non appa-
gata delle nuvole
check-in check-out o
buon viaggio :

(Check-in check-out)


francis-catalano
Francis Catalano (Foto © Matheiu Rivard)

Francis Catalano, nato a Montreal nel 1961, ha pubblicato sei libri di poesia, tra cui qu’une lueur des lieux (L’Hexagone 2010), Premio Québecor del 27° Festival Internazionale di poesia di Trois-Rivières ed un libro in prosa, On achève parfois ses romans en Italie (l’Hexagone 2012) che è stato letto da Alice Ronfard al BAnQ (Bibliothèque et Archives nationales du Québec) nel 2014. Ha pubblicato Instructions pour la lecture d’un journal di Valerio Magrelli (Écrits des Forges 2005), Premio John Glassco per la traduzione. Cofondatore della rivista di poesia Influx (1980-85), fa parte del comitato redazionale della rivista Exit dal 2005.

Bruno Galluccio, “La misura dello zero”, Einaudi, Torino 2015

bruno galluccio
Bruno Galluccio

TRA MONDI: Bruno Galluccio, La misura dello zero, Einaudi, Torino 2015

misuraContrazione. Il movimento si riduce e gravita all’essenziale, le parole raccontano processi, costruiscono piccoli quadri di riflessione. La conoscenza fisica è il linguaggio che edifica tassello su tassello lo scenario attuale. Misure, Sfondi, Transizioni, Curvature, tutto si ri-dispone nel cosmo ma sempre nell’angoscia di una possibile fine. Al centro il racconto si fa storia dell’assenza, nella piccola rassegna i tre matematici illustrano il negativo, l’indisposto.
Pitagora, ovvero le origini e lo sviluppo della scienza occidentale in una pratica di vita che ha nell’astensione la sua causa, «ci asteniamo da cibo animale da fave / rinunciamo a voluttà di cibo e lussuria». Ma è il linguaggio di questa scienza a farsi ironico collegamento col mondo, per diradare la notte. Il velamento oscura ma, allo stesso tempo, congiunge, perché inibisce la trasparenza ed è solo nel mistero che si crea l’alleanza tra mondo e lingua; il geroglifico che riproduce, falsandola, l’illusione di leggere il reale e raccontarlo.
Évariste Galois, matematico francese, morto ventenne per una ferita riportata in un duello, è presentato da Galluccio proprio nel momento culmine della sua breve esistenza: la notte prima del duello passata a sistemare il «guazzabuglio» di carte decisive, quanto scomposte, delle sue teorie. Non concluse un lavoro che nel suo assolvimento rischiò di essere per sempre perduto, dissolto.
Ed è il tempo, la possibilità di completare l’opera ad assillare ogni capacità creativa; per Galois la scomparsa era cosa certa.
Il tempo – e la notte del possibile oblio, notte che è termine chiave nei tre testi della sezione Matematici – si espande nel componimento intitolato a Kurt Gödel, il logico austriaco dei Teoremi di incompletezza delle teorie matematiche. Un vortice paradossale sulla coerenza dell’incoerenza, nel tempo relativo che accompagnava il matematico nelle sue passeggiate americane con Albert Einstein. Anche quella di Gödel fu una vita di privazioni, fobica, che lo condurrà alla morte per inedia: non mangiava più per paura del cibo, il nutrimento divenne la prima causa di possibile morte e restò ucciso da questa drammatica convinzione, avendo paura di nutrirsi della morte stessa.
Il tempo dell’accrescimento ribaltato nella scomparsa della causa, del disegno (Gödel odiava la geometria), il tempo curvo, plastico, di Einstein si cristallizza nell’indeterminabile e il processo si arresta, gira su un perno unico, quasi per reazione il sistema si autogiustifica: siamo sul bordo del post-moderno (Gödel muore nel 1978).
La misura dello zero è questa rotazione spazio-temporale che tenta la fuoriuscita da un’impasse pluridecennale: tenta di rinominare attraverso un linguaggio che, più che scientifico, sembra riflettere sui criteri della scienza, in un periodare estremamente “comune”, cioè comunicabile, che prova, quindi, a ricostruire la trasmissione di un racconto, originandosi dalla “fisica delle cose”.
Le altre sezioni, quelle che ruotano attorno al cardine “matematico” centrale, sono i confini di un resoconto sul mondo che si dirige all’astrazione, alla “fantasmizzazione” di un reale continuamente, ma oggi più che mai, in bilico tra il continuum e l’oblio.
Derive, disgregazioni e dubbi – lo abbiamo visto in Matematici ma possiamo vederlo proiettarsi sull’intera operazione – sono le incerte certezze di una comunque agognabile prosecuzione. Per questo il linguaggio della scienza sembra assumere l’aspetto, forse illusorio, di una ”oracolarità” che si preoccupa del destino del reale (e il presupposto pitagorico sembra trovare la sua giustificazione).
Oraculum versus ratio, o piuttosto l’accordo raggiunto nella dialettica tra visione e osservazione di ciò che avviene. Lo “zero”, allora, sembra indicare il punto di raccordo in cui il mondo si trasforma nel «guazzabuglio» astratto della sua composizione fisica; il passaggio dal fisico al metafisico (o meglio la loro commistione) è il mirino, lo zero, appunto, che capta e rende possibile la misurazione nell’immisurabile transito epocale, il baluginio di un criterio “altro”.
Ben oltre “la natura delle cose” o, platonicamente, più in profondo, sembra focalizzarsi la cooperazione tra la parcellizzazione infinitesimale dell’esistente e il vuoto assoluto, e la poesia di Galluccio sembra indovinare questa urgenza.

sculpture-budapest-zero-km
sculpture Budapest zero km (Fonte: cepolina.com)

Gianluca D’Andrea
(Agosto 2015)


TESTI

morire non è ricongiungersi all’infinito
è abbandonarlo dopo aver saggiato
questa idea potente

quando la specie umana sarà estinta
quell’insieme di sapere accumulato
in voli e smarrimenti
sarà disperso
e l’universo non potrà sapere
di essersi riassunto per un periodo limitato
in una sua minima frazione


dici dove non sei
dici attraverso il corpo
la linea degli edifici sull’orizzonte
che ti racchiude
il fango dove passi illeso

bene sarebbe entrare in un locale
ristorante o altro
partecipare a qualche forma di vita
i bicchieri fanno schermo
e transitano tranquilli nel presente
fuori un semaforo si muove e perde luce
verso le auto
che superato l’ultimo rallentamento
si dirigono al bersaglio dell’autostrada
veloci nella protezione degli alberi

sei capitato qui per caso dicevano
è il vapore che si leva dalla strada
è lo sguardo smarrito dai cappotti lucidi

ora tremi nel corpo
esci
ti sembra di non lasciare segni


il sistema di riferimento del no
sull’asse x porta il soggetto
su quello discendente il verbo
riflesso nello specchio
sul terzo trae il peso del tempo

data una sfera nella luce nera
quanto dista il suo centro dall’origine?


Pitagora

Il respiro della notte è onorato
ora va ad attenuarsi lo splendore degli astri.
Pitagora dorme.

Il paesaggio lo assiste
lo accompagna nello scendere cauto su rocce
in vista del mare.
Il sonno cu viene dagli alberi
il respiro dalla luce
che attraversa una lieve fenditura
e alta si espande.
Tutto è numero egli dice.
anche qui nella incomprensibile notte.

È vero: ieri c’è stato uno scatto
di superbia che ha offuscato le fronti.
Ma noi di certo veneriamo gli dei immortali
serbiamo i giuramenti onoriamo gli eroi
come egli ci insegna.
E di solito ci siamo ritirati con modestia
abbiamo cercato di non agire senza ragione
e ben sappiamo come il nostro destino sia la morte.
Il mondo ci confonde
ma noi confidiamo.
Ci asteniamo da cibo animale da fave
rinunciamo a voluttà di cibo e lussuria
e per quanto possibile in pace soffriamo.

Pitagora dorme.
I sogni gli giungono dagli avi.
Ora il cielo è senza disastri
chi è arrivato sa di poter scegliere.

C’è il quadrato costruito sull’ipotenusa
e ci sono i quadrati costruiti sui cateti.
Generare collegamenti è la natura umana più alta.
Dimostrare è possedere
una parte di mondo dopo averla osservata
condividere una regione del linguaggio.
Frase genera frase e il buio si dirada.

Non portiamo fuori la notte
perché di cose pitagoriche sappiamo
non si debba senza lume conversare.
Tutto è serbato nelle nostre menti
e nei lineamenti tranquilli dei volti.

Tutto è numero – dice.
E ci dispone le proporzioni armoniche
dei suoni e degli astri.
Si pone dietro un telo
perché tutto sia nell’appartenenza
come un viaggio di abbandono
o come i nostri inverni ci cercano
il nostro muoverci negli spazi stellari.
E noi gli crediamo.
Che torneremo a dormire e a guardarci dormire
a far scorrere tra le nostre dita
questa stessa sabbia in un ciclo futuro

andando a ritroso coprendo le cadute di tempo
entriamo nell’agosto di quella passeggiata

la domanda negli occhi scuri
l’impazienza e il dolore per quello
che allora era futuro


malgrado il ruvido che a volte affiorava
e prendeva alla fronte alla voce
eravamo dalla stessa parte

la passeggiata era a tratti contenuta
da un passamano di corda
assecondava le rientranze della roccia

nei punti di sporgenza sul mare
ci prendeva l’aria


il presente mi manca

quel tempo trascorso in cui ora sorridi
le cose oscurate

l’immagine che si forma sulla retina
i bastoncelli magnifici sul mio libro di anatomia

come fare un passo all’indietro e rimanere chiusi
come far scorrere ogni cosa ma di fianco

sei nel giaciglio per far morire le tue ombre
dopo la battaglia viene la pace più dura

dopo le morti le probabilità vengono sconvolte


dopo tutte le morti ritornò a casa
per rieducare il senso del tatto
anche sotto il sole la coltre più esterna lo avvolgeva
a volte si sperdeva nella cucina
preparava cibi insipidi
e quando emergeva dalla lamina di distrazioni leggere
gli sembrava che tutti fossero ancora lì

prese a giocare d’azzardo
si fermò quando gli restava soltanto una striscia
decente di sopravvivenza
prese ad anticipare l’interesse del buio
tutte quelle telefonate
si accumulavano sul tavolino
nell’autunno delle frazioni

una volta mandò dei fiori
sotto un cielo nerissimo
la terra che accoglieva il vento
poi riprese l’avvicinamento alla pietra
a diminuire a restringersi

quasi lontano ci fu un grido
lo portarono via
assetato guardava con tutti gli occhi

*

incominciava la sabbia
l’umido nella testa
il calmarsi progressivo delle vele
spostava lo sguardo seduto sulla panchina
al limite di quella sabbia
nell’acqua c’erano tuffi alti e tranquilli e barche
e uomini dai nomi strani incompresi

eppure non me lo porti il nome


voce e suono porti con misure
lungo la durata il cerchio
si estende cerca ostacoli e risonanze
la sezione aurea dell’orecchio
è la residenza più alta

ciò che piò dirmi produce un rallentamento
prende la forma adatta del tempo
la fa ruotare ne fa gocciolare istanti

come si confondono gli anni le ere
e come gli eventi si vanno coagulando
in luoghi indipendenti dalla loro nascita


il gelo è incluso
il sistema già in movimento
riesci a sollevare tutto questo passato?

il tempo è stato scostato di un poco
perché non ci sia inclinazione
e l’acqua è spenta

si racconta che dopo
questo tragitto che hai di fronte
ci sia aria più netta e tagliente
che lo scenario non sia quello che vedi
ma una altro dotato di sovrimpressioni
che i corpi che abbiamo imparato
siano davvero siano vivi


probabilmente in una stanza diversa
ci sembrerà di ascoltare le stesse voci
e un respiro nella notte sarà tardissimo

*

solo rivedendo la forma
avremo spiragli sui possibili
per tutti i treni perduti
gli orari mai consultati

*

prendere infine in prestito qualcosa
dalla libreria delle stagioni
con le storie che si erano ammonticchiate
mentre si decideva

*

così le cellule del viso i loro attimi
la sincronia tesa col verde
con la modestia dei cespugli

*

lungo le tue sillabe
lievita la tua stanza
levighi il tuo senso del tempo

*

e mentre lo dicevi cadevi nel vuoto


il cielo declina
il plurale di tempo

*

una grotta caverna è scavata all’interno del mito
nelle viscere storia

*

gravità
per due diverse cadute nell’acqua terrestre

*

la capacità di riflettere nello spazio
la nostra albedo

JOKER – WILD CARD

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Una scena dal film JOKER – WILD CARD

di Francesco Torre

JOKER – WILD CARD

Regia di Simon West. Con Jason Statham (Nick Wild), Dominik Garcìa-Lorido (Holly), Milo Ventimiglia (Danny De Marco), Michael Angarano (Cyrus), Peter Dinklage (Eddie).
Usa 2015, 92’.

Distribuzione: Koch Media.

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Nick Wild è un bodyguard freelance di Las Vegas che ha visto giorni migliori. Sogna di raggranellare 500.000 dollari per una fuga di 5 anni in Corsica, ma quando riapre gli occhi vede solo umiliazioni e guai. Da uno di questi ultimi – lo scontro con un giovane boss italiano per aiutare un’amica a vendicarsi – riesce però a ricavare un discreto bottino, che investe magicamente al black jack fino ad arrivare all’agognata cifra. Inutile dire che la dissiperà subito con una giocata ingorda, salvo poi riacciuffare in extremis una seconda chance di libertà.
Romanticismo alla berlina, curve pericolosissime, inguardabili parrucche, scazzottate nel retro di un saloon. Questa è Las Vegas, baby, il regno dei sogni di cartapesta e delle occasioni perdute. Ideale per Nick Wild, sorriso da ebete e sguardo inespressivo, autoironico loser in salsa british, abile nell’arte di uccidere un uomo “con la sola imposizione delle mani” ma del tutto incapace di tagliare le catene che lo tengono ancorato allo sfondo marginale della Storia per costruirsi un destino da protagonista. Siamo idealmente nei territori di Frank Miller e di Sin City, insomma, e la colonna sonora imbastita sull’alternanza di gloriosi crooner e grintosi blues, la violenza esibita e mescolata al sesso, certi metaforici rimandi iconici (una fiammella che brucia in una mano; un ago che penetra il tessuto) sembrano peraltro rimandare a quel preciso universo estetico. La prima mezz’ora risulta così anche godibile: dialoghi brillanti, personaggi minori ben caratterizzati e una regia – di Simon West, da Con Air a I Mercenari 2 una carriera all’insegna dell’action – egregiamente in grado di disegnare le direzioni e i dissidi emotivi dell’(anti)eroe senza eccessi verbosi né continue esibizioni di forza bruta.
L’incontro di Nick con il villain di turno, però, irrigidisce irreversibilmente trama e ritmo del film: Danny De Marco non è altro che l’ennesima macchietta di boss italiota che fa il verso a Al Pacino, il rallenty delle scene d’azione appesta l’atmosfera di roboanti effetti estetizzanti e anche il protagonista sembra perdere smalto e humour cominciando a prendersi un po’ troppo sul serio.
La sottotrama legata alla vendetta della prostituta Holly sul boss violentatore che sotto le mutande ha “ciò che il mondo gli invidia”, d’altra parte, si esaurisce nel giro di poco, e la sceneggiatura di William Goldman – colonna della New Hollywood, suo lo script di Tutti gli uomini del Presidente – finisce per adagiarsi, e franare, sui più convenzionali temi della “seconda opportunità” come simbolo dell’”american way of life”. In questo senso, i flash-forward della barca a vela in Corsica potrebbero anche non essere quell’insondabile, esile, funzionale traguardo che trascina le azioni del protagonista fino alla prevedibile conclusione (ricordate la cartolina con la spiaggia dei sogni che il tassista Jamie Foxx contempla in Collateral?), ma la loro rappresentazione risulta infine talmente ambigua, irrilevante e timida da non offrire alcun concreto appiglio drammaturgico. Due interminabili, parossistiche scazzottate conducono così stancamente il burbero ma onesto Nick verso una mesta e del tutto ingloriosa uscita di scena.

La citazione: «Libertà: per questo servono i soldi».

PIXELS

pixels_movie4
Una scena dal film PIXELS

di Francesco Torre

PIXELS

Regia di Chris Columbus. Con Adam Sandler (Paul), Kevin James (il Presidente Cooper), Josh Gad (Ludlow), Michelle Monaghan (il Colonnello Violet Von Patten), Peter Dinklage (Eddie).
Usa 2015, 100’.

Distribuzione: Warner Bros.

pix

Quando alieni intergalattici dichiarano guerra alla Terra usando personaggi di videogiochi arcade come armi di distruzione di massa, al Presidente degli Stati Uniti non rimane che invocare l’aiuto del migliore amico d’infanzia, Paul Brenner (negli anni ’80 noto per le proprie abilità di gamer con lo pseudonimo “Il Maestro”, oggi installatore di impianti home theater per la società Nerds), ed affiancare ai SEALs una squadra di arcaders vecchia scuola.
Tetris, Pac-man, Donkey Kong, Centipede, Space Invaders; non manca nessuna delle principali franchise da sala giochi anni ’80 in questa frenetica action comedy intrisa di nostalgia cinefila ma del tutto privo di calore umano. L’intento del regista Chris Columbus sembra evidente: ricreare l’immaginario di culto dei classici Amblin, da Gremlins a I Goonies (peraltro da lui stesso sceneggiati con la supervisione di Steven Spielberg) senza dimenticare riferimenti imprescindibili – per quegli anni – come Ghostbusters e Guerre Stellari. Il contesto, peraltro, sembrerebbe estremamente fertile per operazioni di questo tipo: sempre più a corto di soggetti originali per blockbusters globali, le majors guardano oggi con grande attenzione alle possibilità offerte dai cosiddetti reboot, e il successo – anche critico – di film come Ralph Spaccatutto, o dei più recenti I Guardiani della galassia e Jurassic world, genererà senz’altro una sfrenata corsa al déjà vu. Ecco dunque il riccioluto adolescente Paul sfrecciare con la propria BMX lungo il più classico dei vialetti all’americana, i ragazzini alle prese con il tosaerba, i bulli, gli amici buffi e ciccioni, le masse delle città metropolitane disperdersi di fronte al pericolo e poi riunirsi in un rito pagano collettivo per la celebrazione degli eroi, i mostri distruttori con forme tenere e arrotondate, e se ancora qualcuno dovesse avere dubbi sull’estetica di riferimento, la maschera di Chewbecca, i volti di Reagan, Madonna e del nanetto di Fantasilandia, addirittura la presenza di quei desueti oggetti di archiviazione e riproduzione di immagini che erano le videocassette saranno in grado di riportare indietro nel tempo chi era bambino all’epoca del Commodore 64 e dell’Atari.
La dimensione dell’entertainment, però, qui sovradimensionata dalla presenza di tutto il repertorio di sottotrame, assurdità, giochi di parole, trivialità e gag a ripetizione che porta in dote Adam Sandler (ormai relegato al ruolo di uomo/bambino più mediocre che medio che a forza di idiozie riesce misteriosamente a trasformare la testa e a conquistare il cuore di una donna attraente), mai si incontra con quella della formazione, così tipica della produzione Amblin e di quasi tutti i precedenti autoriali di Columbus, da Tutto quella notte a Mrs. Doubtfire, passando per i primi due capitoli di Harry Potter e Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo. Appiattito su personaggi stereotipati e dialoghi affettati, sempre in equilibrio precario tra il blockbuster per famiglie e il più demenziale b-movie per il pubblico maschile, Pixels non struttura alcun arco di trasformazione per i personaggi, né genera catarsi. Insomma, le emozioni sono sempre al di fuori dell’inquadratura. In compenso, però, il film ha momenti comici esilaranti, alcune sequenze memorabili (tra cui quella brevissima ambientata in India) e titoli di coda che riproducono l’esile trama in pieno stile arcade.

La citazione: «Ho il piacere di informare che ho appena firmato un trattato di pace con gli invasori alieni».

Wallace Stevens: due poesie da “Opus postumum” in “Wallace Stevens – Tutte le poesie” (I Meridiani, Mondadori 2015) – Postille ai testi

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Wallace Stevens in un disegno di Davide Racca (2015)

di Gianluca D’Andrea

Ultimo intervento mentre si annuncia il riposo estivo. La rubrica riprenderà a fine agosto. Mi piace chiudere con un autore a me profondamente caro, in occasione dell’uscita di un Meridiano che aspettavo da tanto, troppo tempo. Per questo non finirò di ringraziare Massimo Bacigalupo che così tanto ha fatto per la diffusione e la ricezione di Wallace Stevens in Italia.

Wallace Stevens: due poesie da Opus postumum (2015)

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JULY MOUNTAIN

We live in a constellation
Of patches and of pitches,
Not in a single world,
In things said well in music,
On the piano, and in speech,
As in a page of poetry –
Thinkers without final thoughts
In an always incipient cosmos,
The way, when we climb a mountain,
Vermont throws itself together.

*

MONTAGNA A LUGLIO

Viviamo in una costellazione
di chiazze e schizzi,
non in un mondo unico,
in cose dette bene in musica,
al pianoforte e con parole,
come in una pagina di poesia:
pensatori senza pensieri conclusivi
in un cosmo sempre incipiente,
così come, quando scaliamo un monte,
il Vermont si combina d’improvviso.

(Trad. di Massimo Bacigalupo)


Postilla:

Testo profondamente ricettivo, che dice molto del nostro tempo e dell’assoluto. La percezione non definibile dei primi due versi apre il quadro a una «costellazione» tutta da venire – è il sempre della prima scoperta di «un mondo» non «unico» ma sempre in propulsione verso possibilità molteplici (del dire? del pensiero? dell’arte? dell’espressione del soggetto, certo non conclusiva ma compartecipe nella sua costruzione). Solo così il «cosmo» è «sempre incipiente», riattivabile nel tentativo ravvisato che ricompone e cristallizza per un attimo il panorama (cioè il senso del quadro): «Vermont throw itself together».


A MYTHOLOGY REFLECTS ITS REGION…

A mythology reflects its region. Here
In Connecticut, we never lived in a time
When mythology was possible – But if we had –
That raises the question of the image’s truth.
The image must be of the nature of its creator.
It is the nature of its creator increased,
Heightened. It is he, anew, in a freshened youth
And it is he in the substance of his region,
Wood of his forests and stone out of his fields
Or from under his mountains.

*

UNA MITOLOGIA RIFLETTE LA SUA REGIONE…

Una mitologia riflette la sua regione. Qui
in Connecticut, non abbiamo mai vissuto in un tempo
in cui la mitologia era possibile: ma se così fosse stato…
Da ciò la questione della verità dell’immagine.
L’immagine deve essere della natura del suo creatore.
È la natura del suo creatore accresciuta,
esaltata. È lui, fatto nuovo, in una gioventù fresca
ed è lui nella sostanza della sua regione,
legno delle sue foreste e pietra dei suoi campi
o di sotto i suoi monti.

(Trad. di Massimo Bacigalupo)


Postilla:

Il Connecticut, metonimia del mondo (lo spazio raccolto di Stevens – i suoi luoghi intimi o abitudinari – non differisce dalla dimensione cosmica da cui ogni emergenza reale può essere attinta). Fabula mitologica come ipotesi possibile dell’accadere in un quadro di piena percezione. Solo «la natura del suo creatore» rende accessibile «l’immagine», come in un potenziamento della stessa nella disposizione del soggetto al reale.
La poesia esalta la natura e rigenera il soggetto (“La poesia è un mezzo di redenzione”, recita uno degli adagi di Stevens in conclusione al Meridiano), il «fatto nuovo» capace di dare parola alla «sostanza della sua regione», narrando da “dentro” le “parti” del suo mondo.
La nuova mitologia che cresce dal mondo, «from under his mountains», cui il soggetto stesso appartiene – di cui si sente parte intima, potendo, una volta rigenerato, ricostruirne la “fabula”, il mito, appunto.

 

Cos’è il contemporaneo. Dante e il paradiso (Canto IV) – di Andrea Ponso

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Miniatura che illustra la dottrina del libero volere (Paradiso, Canto IV). Fonte: lj.rossia.org

di Andrea Ponso

Canto IV

La famosa metafora del cibo, che apre il quarto canto, ci riporta, come sempre, se così possiamo dire, in terra e in cielo contemporaneamente. Essa mi fa tornare alla mente gli episodi evangelici post-pasquali, quando il Risorto appare ai suoi, chiusi nel dubbio e nella paura, e quindi incapaci di “decidersi”, chiedendo proprio del cibo: “datemi qualcosa da mangiare”, questo chiede il Signore dopo aver dato la pace ai suoi. È il segno più forte della presenza quello che, di solito, indicherebbe invece quasi il suo contrario, soprattutto se riferito al Figlio di Dio: è attraverso questa “indigenza” umanissima che il Risorto si mostra tale, portando inoltre nel suo corpo i segni staurologici della croce e della morte. Da questa indigenza nasce la sicurezza del Cristo risorto e la sua presenza non fantasmatica e non spirituale: “non sono uno spirito” dice infatti.
Dante è preso nel dubbio, egli ha fame di verità e, nello stesso tempo, se seguiamo le immagini delle prime due terzine del canto, teme addirittura di essere divorato: “sì si starebbe un agno intra due brame / di fieri lupi, igualmente temendo; / sì si starebbe un cane intra due dame”. Egli è, ad un tempo, chiuso nel suo dubbio come i discepoli in quel luogo in cui irrompe il presente vivente del Risorto, e aperto al chiedere e all’ascolto di Beatrice. Il rischio della fame coincide con quello di essere mangiati, non c’è altra via. E l’agnello è l’indifesa fame che porta salvezza e, ad un tempo, l’estremo rischio “intra due brame / di fieri lupi”: forse ci troviamo di fronte alla memoria di quell’Agnello sgozzato eppure in piedi gloriosamente, che riunisce in se stesso la fame e l’essere divorato, che ci riporta l’Apocalisse.
Ed è questa la presenza – fatta di segni e di fame, di paura e di desiderio, di storia raggrumata nel corpo e nei sensi – ma non costretta alle fossilizzazioni del passato e del conosciuto, quanto piuttosto aperta ora all’interrogazione, ad una domanda talmente forte e desiderante che proprio nel presente del corpo e del viso di Dante viene letta anche senza la linearizzazione logica delle parole, senza quel “parlar distinto”, da Beatrice: “Io mi tacea, ma ‘l mio disir dipinto / m’era nel viso, e ‘l dimandar con ello, / più caldo assai che per parlar distinto”. Proprio così, “più caldo assai che per parlar distinto”: ancora, nel paradiso è il corpo che parla per primo, e non la mente e la logica che, casomai, seguono, letteralmente, i moti del corpo – cosicché la liberazione dal dubbio come chiusura e stallo avviene attraverso il corpo come la stessa manifestazione del dubbio e della domanda; mentre Beatrice si rivela ancora “dottore” in teologia anche e forse soprattutto nel senso fisiologico del termine che, come sappiamo, non era certo estraneo al pensiero della lirica d’amore del tempo.
Come è possibile, allora, ridurre questo canto, come molti esegeti hanno fatto, a pura didascalia della filosofia scolastica? Ci si dimentica già delle “postille” del canto precedente? Dopo un inizio come questo, e con la conclusione che tra poco vedremo, mi chiedo, come?
Si tratta di un dualismo che lo stesso Tommaso non avvallerebbe: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu. E lo stesso dubbio, verso la fine, verrà poi ancora esaltato come necessità vitale e quasi fisiologica per raggiungere la vera conoscenza: “Nasce per quello, a guisa di rampollo, / a piè del vero il dubbio; ed è natura / ch’al sommo pinge noi di collo in collo”; i dubbi, infatti, come la fame e il desiderio, innalzano l’uomo, lo portano nei pressi di quella fonte che sola lo può annegare nella conoscenza – annegare corpo e mente, anima e spirito, nella sua totalità incarnata, come accade nel battesimo, in cui si veniva immersi con tutto il corpo, per rigenerarlo continuamente come uomo nuovo.
Le parole finali che Dante rivolge a Beatrice come lode e ringraziamento ci riportano proprio a questa immagine battesimale: “Cotal fu l’ondeggiar del santo rio / ch’uscì del fonte ond’ogne ver deriva; / tal puose in pace uno e altro disio. // “O amanza del primo amante, o diva” / diss’io appresso “il cui parlar m’inonda / e scalda sì, che più e più m’avviva …”. La disputa sulla dottrina platonica e quella sulle due volontà si placano in questa pienezza proprio perché non rimangono sterile discussione didascalica ma si fanno sostanza e corpo, relazione e ascolto, amore tra Dante e Beatrice; e ciò avviene fin dall’inizio, quando viene sciolto il problema relativo alla collocazione delle “anime” paradisiache che il poeta vede: Beatrice spiega che “non hanno in altro cielo i loro scanni” e che tutto è quindi presenza, anche se con diverse variazioni; mentre il fatto che vengano viste in diversi cieli e scale dipende direi non tanto dall’ingegno umano che non reggerebbe la totalità (causa certo presente e giusta) ma da quell’amore che “condescende” per primo, che letteralmente scende come dono verso l’uomo e la sua finitezza: un movimento divino che la rima “segno”/”ingegno” mostra in maniera splendida, quasi come un inginocchiarsi dall’alto del segno divino stesso dinnanzi all’uomo, facendosi suo servo anche nella conoscenza:

Qui si mostraro, non perché sortita
sia questa spera lor, ma per far segno
de la celestial c’ha men salita.

Così parlar conviensi al vostro ingegno,
però che solo da sensato apprende
ciò che fa poscia d’intelletto degno.

Ed ecco allora che questa fonte, “spiegando” e “piegandosi”, si dispiega e bagna ogni cosa, anch’essa dall’alto inginocchiandosi gioiosamente verso il basso, e non cancella la complessità della vita e dei dubbi di Dante, ma li intona con la verità multipla e sfaccettata del suo fluire, specchiandoli nei suoi riflessi, perché è in quel movimento fontale e continuo che la verità si mostra e che può essere donata, e mai solamente nei singoli significati o concetti che pure porta in essa come riflessi: immergendosi in essa e lasciando che il vero si dica “insieme”: “sì che ver diciamo insieme” ricorda Beatrice a proposito della discussione sulle due volontà di Piccarda del canto precedente. E “mia virtute diè le reni, // e quasi mi perdei con li occhi chini”.