Giorgio Caproni: una poesia da “Il Conte di Kevenhüller” (Garzanti, 1986) – Postille ai testi

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Giorgio Caproni (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Giorgio Caproni: una poesia da Il Conte di Kevenhüller (1986)

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PARATA

…verso i monti invernali…
(Adriano Guerrini)

Sfilano nella tramontana
della storia.

———————-Quasi
– interminabili e eguali –
in fila indiana.

—————————-Sono
«i trapassati».

—————————Coloro
– in terra come nella memoria –
che per esser vissuti
non sono mai stati.

Sfilano quasi piegati
in due.

————–Nel soffio
del tempo, anch’io piegato
li avvicino.

———————Io,
che non sono mai stato.

Ne fisso uno.

——————————-Mi fissa.

Nel bianco del suo volto vuoto
non mi vede.

—————————Lo fisso
ancora (lui trasparente e quasi
di vetro), e il mio sguardo
– un ferro – mi si ritorce
contro.

—————-Nel vuoto
del suo volto, afferro
me assente.

———————-Inesistente.

(O il perfetto contrario.)

Non ho, nel sillabario
della mente, poteri
per dargli anima.

——————————–Neri
– o persi – son tutti
i miei inerti pensieri.


Postilla:

Quando una tradizione letteraria rischia fino in fondo la sua stessa produttività, sull’orlo della scomparsa, s’intuisce che è ancora possibile scorgere il mutamento come un sintomo. Grazie a questa tradizione, la poesia italiana è viva e lancia il suo sguardo su questi tempi apparentemente illeggibili.
In Caproni, l’ultimo soprattutto, la scomparsa non è più orlo, perché il confine è stato trapassato in direzione dell’assorbimento dell’ombra, nel ribaltamento dell’essere nel suo “perfetto contrario”, nel compimento-commistione con l’inerte. Procedimenti chiarificatori – la musica franta e zigzagante dei versi “spezzati”, i dubbi sulla parola “inessenziale”, l’allontanamento del soggetto dal mondo – decidono il “modo” nuovo di percepire la relazione, laddove il soggetto “distrutto” può ricomparire a patto di accettare l’inerte, a comunicare con la morte “interminabile e uguale”. Finisce un mondo e sfuma nel gelo tramontano. Proprio quando si giunge al massimo della resa, «Coloro/ – in terra come nella memoria -/ che per esser vissuti/ non sono mai stati», “Io” che non è mai stato, è plausibile si scopra nella sua stessa assenza, decentrato, scisso ma ancora agente. Anche solo nel riflesso «trasparente e quasi/ di vetro» dell’altro “inesistente”, il soggetto può “afferrarsi” e “afferrare” la propria assenza. La Bestia estinta si riconosce nella sua “perdizione” ed è pronta al salto metamorfico, a un inguardabile – perché ancora invisibile – cammino.

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