IN CASO: NICE – NIKE

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Lungomare di Nizza (Fonte: Nice Cote d’Azur – Tourisme et Congrès)

di Gianluca D’Andrea

In caso: L’apprensione di stare insieme – NICE – NIKE

NICE – NIKE

A Nizza sono stato da piccolo
ma ricordo meglio Montecarlo,
la curva “Grand Hotel Hairpin”
una baia azzurra come l’immaginazione,
la mia, di allora. Allora devo distanziarmi
dai ricordi e conoscere le incursioni
su questi territori che non sembrano avere storia,
ma ce l’hanno. Nizza Marittima
e barbetismo, resistenze clandestine
ai mutamenti di confine, alle atrocità
per ottenerli quando esisteva un popolo,
una sovranità, un tracciato.
Ma ora le linee sono infinite,
esternate in una moltitudine
con i suoi punti forti: isole d’individui
sovranazionali. Ora che il desiderio del cosmopolita
è realizzato in uno schema di partenze e ritorni
senza un dove da scoprire, ora sempre ora,
posso ricordare una strada cui da piccolo
non feci attenzione – invece ricordo
un tipo che a un semaforo, dopo
un alterco con mio padre,
ci fece notare un bastone
sulla sua auto per ricordarci le buone maniere –
“Promenade des Anglais” e ricordo
le parole di Hobbes che traduce
Tucidide: «E la grande licenza,
che si diffuse nella città anche in altri
ambiti, cominciò all’inizio con questa malattia.
Poiché ciò che prima un uomo
non avrebbe ammesso che potesse essere
fatto per il proprio piacere, ora
osava farlo liberamente, vedendo
davanti ai suoi occhi una così rapida
rivoluzione».

Gianluca D’Andrea


NOTA

Il 14 luglio 2016, un Tir “invade” la “Promenade des Anglais” a Nizza. Muoiono 84 persone, 200 i feriti.
Nizza e Montecarlo, sulla Costa Azzurra, nell’immaginario collettivo sono attrazioni turistiche.
Nizza Marittima era il nome della città in epoca sabauda (per distinguerla da Nizza Monferrato in provincia di Asti).
Con “barbetismo”, o movimento dei “barbets”, si indica la resistenza clandestina dei nizzardi all’occupazione dei francesi nel corso della “Guerra della prima coalizione” (1793).
«… Ora che il desiderio del cosmopolita / è realizzato in uno schema di partenze e ritorni / senza un dove da scoprire…», per questi versi vedi: Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni e Peter Sloterdik, Il mondo dentro il capitale, Meltemi, Roma, 2006.
La citazione da Hobbes proviene da The Second Book of the History of Thucydides (1629), ma l’ho estrapolata da G. Agamben, Stasis – La guerra civile come paradigma politico, Bollati Boringhieri, Torino, 2015, p. 57.

 

IN CASO: A DACCA

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Forze di sicurezza bengalesi (Fonte: Lettera 43)

di Gianluca D’Andrea

In caso: L’apprensione di stare insieme – A DACCA

A DACCA

Capita di fare cose insolite
il primo luglio, combattere
a vene scoperte con se stessi
cercando di concentrare i propri grumi
di disinteresse, il prolasso della coscienza
in un punto fisso, una ferita, un dolore, la perdita
dentro un organismo che ricorda di sentire.
Un commando, ma non di contadini
olandesi, attraversa un atollo della storia,
incastrando un altro vessillo, un frammento
che aumenta gli indizi di una mappa inedita
che non sviluppa un disegno, il progetto
è troppo ampio e si costruisce ora dopo ora.
Guerriglia arcipelago, mondo arcipelago
con picchi che scandagliano la paura
nel fondo sempre più buio, nei locali
paludosi dei fiumi e in quelli luminosi,
ben frequentati, di Dacca.

Gianluca D’Andrea


NOTA

I contadini olandesi sono i Boeri e i “commando” erano le unità di fucilieri a cavallo degli stessi, con riferimento alle due guerre anglo-boere.
Il Bangladesh è la terra dei 700 fiumi. Il 1 luglio 2016, a Dacca, un commando di terroristi islamisti ha assaltato un ristorante situato nel quartiere diplomatico prendendo ostaggi alcuni presenti e uccidendone ventidue oltre a due poliziotti.

IN CASO: MUSTAFA KEMAL

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Erdogan, Atatürk e una ricostruzione di Costantinopoli

di Gianluca D’Andrea

In caso: L’apprensione di stare insieme – MUSTAFA KEMAL

In caso mi accorgo che mi piace guardarle le persone, che il trasporto dipende dal legame implacabile e avvertibile quando la nostra fragilità è scoperta. Quando è impossibile distrarsi e si cerca l’abbandono, solo l’appartenenza all’altro attenua la disperazione, il fatto banale che l’altro sia lì, che ci sia una finestra da cui osservare la nostra distanza, prima di ricadere completamente nei movimenti di tutti. Dolore e gioia sono zone del privilegio e dell’assenza, il corpo si trasforma in un blocco, in una mappa chiarissima con al centro la freccia della sofferenza, oppure un alone senza punti perché l’orientamento non serve e la gioia si espande fluida, invasiva, espropriante. Allora insorge il trasporto perché è troppo essere centrati e decentrati allo stesso tempo, è necessario dimenticare ed esercitare la caduta nell’altro, per accedere a qualcosa che assomiglia al vero, al nulla che completa il nostro nulla.


MUSTAFA KEMAL

Ci fosse un’altra strada per volare
da un luogo a un altro,
da un’Europa a un’altra Europa
pensando al Medio Oriente
come un luogo di notti stellate.
Invece il principio dell’agonia
passa proprio dall’aderenza
di questi mondi antichi. Il velo
della civiltà e il dialogo con gli accordi
e l’interesse, tutto soffocato
nella massa di sempre possibili ideologie.
Ma oggi che l’idea potrebbe
sciogliersi nell’impatto materico
di contatti più rapidi e efficaci,
sono proprio i luoghi di contatto
a essere assediati. I punti di scambio
sono fragili, molto meglio continuare
a osservare e verbalizzare
dallo schermo-filtro che consente
una cernita veloce e indolore
delle amicizie e della loro scomparsa.
Almeno continuo a vivere
almeno continuo a vivere
dentro la mia casa-bunker,
le belle inferriate e gli antifurto
occhiuti, mi sotterro
per non morire, perché le ali no,
la libertà no, niente si prende
tutto si punisce.
“Giungemmo a una città di bellezza
inenarrabile”, Costantinopoli non è distrutta
ma 44 vite umane terminate
e altre sofferenti per un’ombra,
per vapori immaginari di cui
da millenni non si smaltisce la sbornia
e per la storia recente, di aperture e chiusure –
Kemal/Erdogan – e tutta l’ambiguità
che il vecchio mondo scaraventa sul nuovo.

Gianluca D’Andrea


NOTA

28 giugno 2016, strage terroristica all’ aeroporto di Istanbul-Atatürk.
“Giungemmo a una città di bellezza / inenarrabile”, Cosma I, vescovo di Costantinopoli nel X sec.

IL CASO: BRISCOLA IN FLORIDA

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Foto del killer (Fonte: Corriere della Sera)

di Gianluca D’Andrea

Il caso: La bellezza di stare da soli – BRISCOLA IN FLORIDA

Il caso dello scalpore mediatico, delle elezioni statunitensi alle porte, il caso di uno che si guarda nello specchio dei tanti, per tanti, per troppi. Il caso che c’è anche la matrice ideologica, religiosa, omofobica, il caso che viviamo per salvaguardare la nostra casualità, non la nostra eccedenza.


Repubblica.it


BRISCOLA IN FLORIDA

Perché possa perdere aderenza
da me, dal mio ritmo sbilenco
e forsennato e da te, mondo scisso,
ilare briscola che aspetta la mano vincente.
A Orlando ci sono parco giochi per famiglie
e bei locali gay e, come in tutta America,
etnie, incroci, melting, multi, eccetera.
A 200 chilometri di distanza, una città
di provincia, dove è bene fare bodybuilding,
smussare gli angoli del proprio ego
e farlo entrare nello specchio e poi, si spera,
per sempre – ma sempre è un attimo –
nella memoria collettiva.
Ci sono fenomeni di massa, ma la massa è un caso,
e fenomeni individuali, ma l’individuo è un caso,
perché inesistente e implicato saldamente
alla propria scissione.
Ci sono le sigle che tentano d’identificarci,
gli schieramenti politici, le possibili matrici
ideologiche dei fatti dell’uomo.
S’intravede che la briscola in Florida
andava riconsiderata, infatti non si sa
come manipolarla, perché si dimentica
che l’uomo è un incrocio d’incongruenze,
che possiamo parlare e combattere
per continuare ad ammettere
la nostra casualità, e non è poco.

Gianluca D’Andrea


NOTA

Si riferisce della strage di Orlando del 12 giugno 2016, in cui persero la vita 49 persone più il killer. La traduzione di “briscola” in inglese è “trump”.

IL CASO: ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

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Barcone di migranti

di Gianluca D’Andrea

Il caso: La bellezza di stare da soli – ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

Il caso che l’attesa è finita e il conteggio no. Presenti e assenti risucchiati in un unico ciclone. Il caso che non esiste un ciclo ma un continuum, però quanto ci piace la coincidenza, la datazione e il riscontro fatale nella fine… degli altri.


Repubblica.it – Palermo

Repubblica.it


ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

noi a noi stessi morire
e ci rinnova il silenzio

Federico Hindermann

Forma ciclonica della morte
e ciclica che ripeti le date
per riprodurti e rigenerarti
senza bisogno di nuove invocazioni
hai evitato le preghiere di tanti
hai disciolto altre quattro centinaia (?)
di cuori nella zuppa salmastra
del nostro mare tra le terre.
Numero tondo (?) se aggiungiamo 800
e spostiamo di un anno il 18.
Grazie gioco maligno che ritorni
e dissolvi l’attesa esasperante che avrebbe
atteso queste anime che trovano
giusta requie al loro cammino selvaggio,
imposto. A quanto ammonti il numero dei morti
non smonta il numero esondante dei sopravvissuti
in attesa di osservare con svelto stupore
e dare un nome al prossimo ciclone.

Gianluca D’Andrea


NOTA

18 aprile 2015, naufragio di un barcone di migranti nelle acque libiche, sono stati stimati almeno 800 morti; 18 aprile 2016, si scopre che il 12 dello stesso mese un barcone di migranti africani affonda al largo delle coste egiziane, stimate 400 vittime.

IL CASO: IDOMENI

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Un’immagine dagli scontri del 10 aprile

Il caso: La bellezza di stare da soli – IDOMENI

Il caso che per tutti è garantita una casa, meglio una tenda da condividere con una massa di persone che condivide la stessa tragica condizione: fuggire dalla propria casa perché non c’è più nulla da condividere, se non il tentativo disperato di illudersi e sperare nella salvezza. Il caso che un filo spinato ci separa tutti dal desiderio di riconoscerci in un luogo che immaginiamo più accogliente, ma poi non lo è; il caso che la vita è tragica quando dipende dalle scelte degli altri e gli altri scelgono sempre mentre noi profughi non abbiamo un briciolo di possibilità di scelta. Il caso che la potenza è un derivato della possibilità e della speranza e noi non possediamo che il riflesso del meccanismo. Il caso che alcuni bambini dormano su binari che sostituiscono una casa e i loro genitori combattono e sono asfissiati dal dovere di trovare LA CASA.


La protesta di Idomeni – Internazionale


IDOMENI

«È più facile sbarazzarsi d’una macchia di grasso
che di una foglia morta; almeno la mano non trema»
diceva un poeta, ma qui a tremare è tutto,
un sistema d’indecisione, indifferenza o l’indulgenza
pietosa per una sindrome di cui si preferiscono ritardare
le conseguenze. Si chiama Idomeni
il limbo, la stasi infinita di chi attende
l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.
Tutti a proteggere e accarezzare i confini
fino all’esplosione impotente e ancora arginata.
UE, UNHCR e medici senza frontiere
laddove le frontiere subiscono un blocco asfissiante.
Le facce tirate dal dentifricio
che evitano l’aria aperta, l’area Schengen,
per tentare di raggiungere un lontanissimo nord
con una mossa avventata su una scacchiera di scacchi viventi
(Alice gioca e “perde” in undici mosse).
Nell’attesa sommosse nella valletta rigogliosa:
«Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo…» ma nell’ora
«che si fiacca» da «mille odori»
sorge lo sfiato dei lacrimogeni.
Il paradiso dei profughi è quell’odore invisibile di
ortoclorobenzalmalononitrile
che istantaneamente spacca l’attesa
perché i Balcani sono prodromi
e la Grecia l’origine di tutto
il male europeo.

Gianluca D’Andrea


NOTA

I primi due versi sono una citazione letterale da André Breton, Les champs magnétiques (1920), dal testo Officina.
Idomeni è la località al confine tra Grecia e Macedonia in cui dal 2014 confluiscono i rifugiati siriani, ma non solo, che cercano di raggiungere il Nord Europa. Dal 2015, a seguito della decisione macedone di pattugliare le frontiere meridionali, e limitare gli ingressi, Idomeni si è trasformata in un campo profughi. Le condizioni del campo, che nel frattempo non riesce ad ospitare la quantità di rifugiati sempre maggiore, sono peggiorate quando nel marzo 2016 le frontiere sono state definitivamente chiuse. Il 10 aprile dello stesso anno si sono verificati scontri tra militari macedoni e profughi. Con ogni probabilità il desiderio di cambiamento sarà, ancora una volta, un’illusione da osservare per un attimo attraverso un filo spinato.
UNCHR, cioè United Nations High Commissioner for Refugees, è l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della gestioni dei rifugiati.
L’Area Schengen comprende 26 Stati europei che hanno abolito i passaporti e i controlli doganali alle frontiere comuni. I profughi preferiscono evitarla e scelgono di seguire la cosiddetta “rotta balcanica” perché in caso di arresto verrebbero “dirottati” al confine croato o ungherese, cioè più vicini alla tanto agognata Germania.
«Alice gioca…» è una citazione ribaltata da L. Carroll (incipit di Attraverso lo specchio, quando l’autore spiega il piano dell’opera attraverso lo schema degli scacchi).
La «valletta rigogliosa» richiama, ma quanto amaramente, la “valletta dei principi” del Canto VII del Purgatorio, citato a “piene mani” nei versi successivi.

IL CASO: CAPITALE

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Stazione metropolitana di Bruxelles dall’obiettivo di una videocamera

Il caso: La bellezza di stare da soli – CAPITALE

Il caso che attacchi periodici turbano la nostra turbo-sicurezza. Il caso che nella ripetitività dei fatti emerga un solo tema: terrore. Il caso che a morire sono gli altri ma potremmo essere noi, fratelli e sorelle d’Europa, d’Occidente, globali ma distanti che è meglio potervi controllare dagli occhi artificiali. Il caso che ha voluto che dovessimo vendere armi agli stati che rifocillano le nostre paure, il caso che è sempre meglio stare a casa, perché anche a prendere un treno nei pressi di casa, l’altro è pronto a prendere noi e i nostri cari, fratelli e sorelle, a martellate, e solo per prendersi l’occhio da cui guardare le sue paure fino alla scomparsa. Il caso della nostra dipartita civica, “civile”.


La7 – Crozza


CAPITALE

La sicurezza di stato, lo stato
di sicurezza in cui mi sento avvolto,
coperto, come un rotolo ondulato,
un fascio di banconote accomodate
nel loro fruscio. Questo suono è un’onda
impercettibile che ogni tanto esplode in boati
di morte, prima di ricadere nel silenzio frusciante
e micidiale. Avvolto in questa coperta
arricchita di informazioni, rivolto al flusso
perpetuo dell’immagine che non emerge ma scivola
latente tra le mie dita.
La mia, mia, solo mia percezione
digitale dei fatti s’increspa
di rado e tra le creste ondose
intravedo chiodi e schegge penetrare i corpi.
Anche a sentirle le urla non provocano
scosse perché il flusso continua e continua
e sommerge kamikaze, etnie, metro,
aeroporti, luoghi di cammini
che s’incrociano e si smistano in ogni
direzione. Sicurezza e permanenza costellano
la mia paura profonda dell’altro,
la distanza che si apre tra me e Bruxelles.

Gianluca D’Andrea


NOTA

Il riferimento di partenza sono gli attentati del 22/03/2016, avvenuti all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles; ma il vero tema della poesia è un altro: la spettacolarizzazione dell’informazione in funzione di un passaparola globale che insinua scandalo e terrore, ma soprattutto distanza dal mondo, relazionale. Distanza tra te e me.

IL CASO: LA FABBRICA DI CIOCCOLATO

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M&M’s®

di Gianluca D’Andrea

Il caso: La bellezza di stare da soli – LA FABBRICA DI CIOCCOLATO

Il caso che bimbi lavorino per i capricci di altri bimbi, tutti inconsapevoli covano odio per il diverso. Il caso che qualcuno decida non a caso di sostenere un mercato alimentare apparentemente superfluo eppure, per caso, necessario per il mercato globale. Il caso che non conosciamo il luogo in cui ci troviamo e cosa lo sostenga, per caso la verità emerge e scompare tra documenti, cavilli, scartoffie. Per caso il dolore appare ma dura poco, per caso eccoti il cioccolatino che te lo fa passare.


Aleteia


LA FABBRICA DI CIOCCOLATO

Le sette fabbricucce sorelline
si prendono cura della golosità
dei nostri figli. Ringrazierò
ogni notte – nelle mie preghiere
c’è spazio solo per loro – le palline
e le faccine colorate che
ricoprono arachidi e cacao,
barrette di leoni accattivanti,
colate di caramello e cioccolato nella gola.
Tra i sette “nomi” capitali
«con sette gole caninamente latra»
la gola stessa, sui nostri bambini
ben nutriti – guai non fosse così!
Come un fiume di melassa, il cioccolato
scorre su un pianeta diviso
in due pianeti.
Da una parte Marte, dall’altra
Costa d’Avorio, foreste pluviali
e savane percorse in moto
da trafficanti sorridenti: persone
che rapiscono persone per persone
che offrono ai figli di altre persone
il lavoro di persone rapite
e intanto altre persone ancora arricchiscono
da generazioni intere famiglie
delle stesse persone. Sette maschere
ingarbugliano la matassa dell’identità
«palida ne la faccia, e tanto scema
che da l’ossa la pelle s’informava»
e che scompare sotto sferzate
che ne dilaniano i connotati.
Chi sono i figli di questi figli
sventurati nascosti e poi accesi
dagli schermi? Di schiavitù
in schiavitù un bel cammino numerico,
perché sette è il numero perfetto di ogni cosa,
la precisione della conoscenza e della violenza.

Gianluca D’Andrea


NOTA

Il 16 febbraio 2016 sul sito d’informazione cattolica “Aleteia”, appare la notizia che sette tra le più influenti multinazionali del cioccolato sfruttano il lavoro minorile per la raccolta del cacao nelle piantagioni della Costa d’Avorio. La risposta del “Gruppo Nestlé Italia”, sotto forma di commento al post di riferimento, rimette in discussione la totale veridicità dell’articolo. Comunque stiano veramente le cose, la schiavitù minorile esiste ed è questo che il testo intende ribadire, ma non solo.

Il verso 11 richiama, deformandolo, il v. 14 del Canto VI dell’Inferno, così come i versi 28-29 riportano, stavolta invariati ma decontestualizzati, i vv. 23-24 di Purgatorio, XXIII.

Nel testo si gioca col nome “Mars” – Marte, la divinità ma soprattutto il pianeta e nome di una delle multinazionali del cioccolato dei cui prodotti si parla in alcuni punti del componimento.

IL CASO: ONDE

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Onde gravitazionali, l’universo canta e Einstein aveva ragione (Fonte: left.it)

di Gianluca D’Andrea

Il caso: La bellezza di stare da soli – ONDE

Il caso che anche su più dimensioni, anche con i piedi fissati sull’armonico equilibrio gravitazionale, ci relazioniamo con la nostra beata solitudine, con la beota coincidenza di un caso. E la bellezza casuale che qualcosa provenga dalla fusione dei corpi celesti, il loro scontro/collusione/confusione. Il caso che questa “grande bellezza” ci vuole sempre più piccoli, piccoli fino a un’assoluta scomparsa.


www.repubblica.it


ONDE

Le deformazioni della metrica
dello spaziotempo (cit.)… Misuriamo
i nomi Albert e acceleriamo
fino a cadere nell’imprevisto.
Imprevisto perché inguardabile,
il pudore siderale
si esprime in suoni. L’agglomerato
spaziotempo è un’allucinazione
sonica, cose e rumori andrebbero
percepiti insieme in un globo
sinestetico, in apprensione.
Sfere diverse, ambivalenze,
liscia membrana a-dialettica
e spunto relazionale, necessità.
Dopo la notizia – ahi Pisa, vituperio… –
la nostra percezione
si accomuna allo straordinario
e ne sentiamo il sapore dentro,
al centro, tra gola e corde vocali
produciamo l’eco di quel suono.
Risuonano EGO, LIGO, VIRGO fino
al sibilo infinitesimale, NASA, ESA, LISA.
Bella la storia degli acronimi,
le nuove parole dal vertice iniziale
alla caduta nella neoformazione.
La deformazione della misura
è adesso, nell’attesa che dall’allucinazione
sonora, dal dondolio cosmico,
emerga un’immagine, si mostri
la forma aberrante che ci riunisce
alla nostra spettabile, spettacolare,
spettatoriale assenza.

Gianluca D’Andrea


NOTA

Il testo riflette sulla conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali. Albert è, chiaramente, Albert Einstein.
Sinestesia: il procedimento retorico per cui è possibile associare due parole riferite a sfere sensoriali diverse; nel linguaggio medico indica una confusione di tipo allucinatorio tra diverse stimolazioni sensorie (per lo più udito/vista).
EGO è il laboratorio European Gravitational Observatory ; LIGO, Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (osservatorio interferometro laser delle onde gravitazionali); VIRGO, è un rivelatore interferometrico di onde gravitazionali del tipo interferometro di Michelson, con bracci lunghi 3 km, situato nel comune di Cascina (PI), in località Santo Stefano a Macerata; NASA, acronimo di National Aeronautics and Space Administration (in italiano Ente Nazionale per le attività Spaziali e Aeronautiche), è, notoriamente, l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d’America e della ricerca aerospaziale; ESA, l’Agenzia Spaziale Europea (acronimo inglese di European Space Agency); LISA, (LISA Pathfinder, precedentemente denominata SMART-2) è una missione dell’Agenzia Spaziale Europea il cui lancio, previsto inizialmente nel 2011, è avvenuto il 3 dicembre 2015, cercherà di individuare prove sperimentali dell’esistenza di onde gravitazionali e di utilizzare tali onde per lo studio di fenomeni quali buchi neri e sistemi binari (Fonti: Wikipedia).
“Ahi Pisa, vituperio delle genti” (Dante, Inferno, XXXIII, v. 79).

IL CASO: PACS

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Baci gay tra principi e principesse Disney (Fonte: queerblog.it)

di Gianluca D’Andrea

Il caso: La bellezza di stare da soli – PACS

Il caso dei baci non dati, dei baci rubati, dei baci permessi, dei baci proibiti. Il caso delle famiglie anomale, strane, deformi, il caso dei pomeriggi in famiglia a giocare a Monopoli. Il caso di un acronimo che vuole solidarietà civile, pace, accordo ed è LAICO, non Anticlericale né Antiborghese (ahi, ahi), il caso che il medioevo è vicino più di quanto si pensasse. Il caso che la famiglia è un’istituzione trapassata ma è un segno d’amore l’unione garantita, laddove si ritenga civile una società che cerchi di scoperchiare i suoi limiti.


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Fonte: Wikipedia

PAX

Perché una volta il sesso era discrimine,
Amava finché poteva innamorarsi
Chi, riconosciuto tra pari, imponeva
Sogni e paure famigliari, rendendo

Permanenti le proprie ossessioni.
Arrivavano i figli, pace ai loro
Critici investimenti sessuali,
Sintomi peccaminosi o divergenti.

Poi iniziammo a pensare
Ai sogni ancestrali, a scambi omosessuali
Che ci allargarono l’adolescenza,
Sogni pacifici che sognavano il piacere.

Prego la memoria di non farmi dimenticare
Amici e prossimi di masturbazioni
Collettive. La prima mano a farmi uomo
Sarà quella di un uomo, il sesso è dopo.

Prima la complicità nel piacere, o meglio
Amore, necessità, impulso,
Conoscenza. Pace alla famiglia,
Sottilissima figlia di un percorso, precipizio.

Senza sentire lo stesso sesso
Conoscere è una finzione, un crollo
Ambivalente che copre la propria ambiguità.
Pace sia per chi si denuda alla sua alterità.

Gianluca D’Andrea


NOTA

PACS: Acronimo per Patto Civile di Solidarietà. L’Unione Civile che dovrebbe garantire sul piano giuridico tutte le forme di convivenza al di fuori del matrimonio. PACS/PAX: si gioca sull’omofonia della parole. Il termine Pax, d’altronde, affonda le sue radici etimologiche nel sanscrito PAÇ (PAK-, PAG-) che sta per legameunione.