“Jucci” di Franco Buffoni, Mondadori, Milano 2014

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Franco Buffoni (Foto di Dino Ignani)

LA SOGLIA CORTESE DEL RICORDO
(su Jucci di Franco Buffoni)

«Soglie e attraversamenti sono zone del segreto, dell’incertezza, della trasformazione, della morte, della paura, ma anche della nostalgia, della speranza e dell’attesa».

Byung-Chul Han

jucciA una prima lettura Jucci può sembrare un libro “chiaro”, “facile”, solo il semplice omaggio alla persona che, nella vita di Franco Buffoni, ha significato la maturazione di scelte decisive; alla guida “ri-formatrice” della consapevolezza del sé sviluppatasi dalla relazione intima e dal contatto profondo.
Jucci è anche questo – perché espone la presenza reale di un attraversamento durato dieci anni, incistato, da quel periodo, in tutta l’esperienza esistenziale del poeta – ma soprattutto arriva per presentarci la “velatezza” e il pudore, in sostanza il mistero simbolico che la parola ri-crea dentro le potenzialità stesse del dire, nelle fibre più intime della sua tradizione – e quasi missione – segnaletica.
Di più, Jucci è il libro dell’eros che si svela ma non si mostra nella trasparenza oscena del corpo della parola (ogni termine non termina, ma rimanda ad altro e, dentro la “società della trasparenza”, trovare un artefatto che riesca a riprovocare l’eccitazione della seduzione, attraverso il “nascondimento” della propria materia nell’immaginazione, è traguardo della lingua e rilancio per le generazioni a venire sul senso stesso della nominazione).
Siamo dentro un percorso che si riattiva di continuo attraverso il canale della memoria, accende il sé e imprime ad esso un impulso talmente accecante da sfiorarne la trasfigurazione (o, forse, riesce a colpirlo nella trasposizione o interiorizzazione dell’altro, perché “Jucci”, personaggio del libro, rivive attraverso Buffoni che ne reinventa il linguaggio).
Il tragitto ascetico e trasfigurante della parola ha echi stilnovistici e forse, si potrebbe aggiungere, risolleva la tensione del Contrasto, ancora di matrice medievale (chi può, infatti, negare la dimensione critica del nostro tempo incerto?), fino a definirla nella fusione delle due voci, per cui l’ultima sezione, Come un eternit – termine che evoca ondulazioni cancerogene e intrusive -, è teatro dialogante che dimostra, nella “finzione”, l’inevitabilità dell’invasione dell’altro, la sua scoperta dentro il sé.
Si tratta di una scoperta che non possiede lo stigma della gentilezza, se per “gentile” si allude all’origine “gentilizia” dell’etica, alla bontà di stirpe di una genesi, quella umana, che fu tutt’altro che gentile, quanto piuttosto “cortese”, di vicinanza a “buone maniere” che possono essere trasgredite perché pura apparenza o costrizione sociale.
Jucci è, a ragion veduta, il libro erotico che “trasgredisce” le “norme” della sessualità “sociale”, conducendoci ai primordi del desiderio e del trasporto che, normalmente, sono asessuati.
Trasgressione e trasporto: in questa raccolta Buffoni scopre e comunica, senza alcun indugio, il pudore della nudità dell’essere e l’ingenuità nativa della presenza, senza tensioni “sovraespositive” dell’io o narcisismi, anzi, nella totale umiltà della “riconoscenza” dell’altro che ha contribuito alla formazione stessa del poeta e, in un senso non solo figurato, alla sua salvazione.
Le sezioni della raccolta sono tappe di questo incontro/scontro relazionale che si svolge, dalle prime frammentarie situazioni (convogliate nei primi tre capitoli del particolare Bildungsroman che Jucci è: I. Dietro il muretto; II. Solo licheni e tundra; III. I rifugi segnati) – e che rappresentano, nella dinamica dialettica della trama dello stesso, la pars costruens dell’incontro e della scoperta – alla seconda parte incentrata sulla malattia della coprotagonista/antagonista e che simboleggia la distruzione delle certezze acquisite che si scontrano con l’evidenza del male. Forse per questo, la malattia di “Jucci” diviene metonimia assoluta, cioè trasposizione che raggiunge definitivamente il σύμβολον, il riconoscimento effettivo di una totalità che è ancora speranza nella trasfigurazione e commistione: dei soggetti, dell’identità sessuale, della relazione, della parola – il tutto dispiegato, infine, nella sintesi ondulatoria, nel movimento onnipervasivo di attrazione-repulsione in cui è inquadrabile l’ultimo, rivelatorio, capitolo (Come un eternit).
Libro calibrato eppure pulsionale, Jucci è opera del nostro tempo, capace di realizzare il cortocircuito, per cui la poesia ha ancora motivo di resistere, tra ricordo, allusione evocativa e riflessione sulla caducità dell’essente, e ci riesce proprio oggi che «la memoria si positivizza in un ammasso di rifiuti e di dati, in una “bottega di rigattiere”, ossia in un “deposito pieno fino all’orlo di tutte le immagini possibili, completamente disordinate, mal conservate e di simboli logorati”» (P. Virilio, Information und Apokalypse. Die Strategie der Täuschung, übers. Von B. Wilczek, Hanser, München-Wien, 2000, p. 39, cit. in Byung-Chul Han, La società della trasparenza, nottetempo, Roma, 2014, p. 57), offrendo, ancora una volta, la possibilità alla parola di “fare luce oscurando” il senso dell’esistere, la sua reale eppure “romantica” necessità.

TESTI

 

Da: I. Dietro un muretto

Cioccolata con panna

Venivo dall’inverno dei vent’anni
Le domeniche pomeriggio l’odore
Di cioccolata con panna
Nelle salette dei bar…

          Giochi di bimbi sciocchi
          Senza una precisione
          coi movimenti brevi
          Messi per un rumore
          Verso la fine lenta
          Lenta per un motivo:
          Dalla risata fatua
          Il segno preso in giro.

I giochi di appartenenza alla razza degli uguali,
L’astuto dramma della mia
Censura personale,
Viaggiatore assoluto con notizia
Dal fianco cespuglio, calciatore accosciato
Aria di Murge. E storie percosse congiuntivi
A seguire il fore ut, canali senza appigli
Punture nel torace, tenaglie
Al museo delle torture.

 

Da: II. Solo licheni e tundra

Solo licheni e tundra

Tu, intervenisti lì
All’imbocco della valletta
Dove ad un tratto muta la vegetazione:
Solo licheni e tundra
Per qualche ettaro,
Forse la lingua di ghiaccio profonda
Che formò il lago
Lì sotto non si è sciolta,
Resiste tra i detriti coi resti dei mammut.
Forse il tempo tiene lì la poesia.

*

Verso la sorgente

Davvero il senso di scorrimento
Delle acque sotterranee
Lo indovini dalle strisce
Di verde più fitto
A ritroso verso la sorgente.
Me lo ripeto adesso che mi dico
Ce l’ho fatta, non può avere capito.
E dentro tremo come un libro al fuoco
Dell’Indice.

 

Da: III. I rifugi segnati

Da principio furono le cime

Da principio furono le cime
Quando la sera stava per calare
E il colore rosa del nome
Era piano da sillabare
Verso il terreno in pendenza
Dove il seme attecchisce
Con luna calante.
Poi entrammo nelle opinioni
Quiete del Ticino
Andando a ritroso
Dal tempo del vapore
A quello della vela
Del remo
Attraverso nebbie soffici
Ciottoli ben fatti.
E volammo sul pendio del Piambello
A intersecare in primavere di forsizie
Dell’aquila l’ombra sulla roccia
Fino a dove scompare il sentiero.
Solo molto più in basso il torrente.

 

Da: IV. Le maniche distanti

Il bene oscuro

Come te, aquila equilibrata, che centellini millimetrato
Il profilo del Rosa nel bianco dell’alba,
Come te quando in picchiata precipiti e sfracelli.
Midolli spinali tranciati da cavi di funivia,
Fruste attorcigliate sibilanti boa.

Una parola ogni tanto ripetevi
Perché il sentiero se la ricordasse.
Ruzzolò dapprima due scalini
Della discesa a Goglio
Il cane da caccia morsicato
Sul muso dalla vipera,
Gonfiandosi in un soffio a dismisura
Fino alla pietosa fucilata
Il bene oscuro.

*

Ti servirebbe un sosia

Se passavo per il mondo
Prima di venire da te,
Ridendo e con entrambi i gomiti
Che oscillavano a onde sul viso
“Ti servirebbe un sosia” mi dicevi,
Neanche tanto ridendo ti placavi.
Nel sogno invece, se mi comporto bene,
Ti siedi di fronte e non hai fretta
Mentre ti squarci il corpo
E nascondi il coltello.

*

Il cretinetti e la funambola

Noi in quello stagionale ricovero
Per boscaioli e carbonai
Tra pochi resti di cibo e di fuoco
A ripararci dal temporale,
Col capriolo che si ferma all’improvviso
E poi si volge.

Sono stato molto in dubbio
Prima di chiamarti per nome in poesia.

Avresti fatto meglio a non chiamarmi,
Cretinetti.

Eri davanti a me come una fonte
Scendevi da ogni lato, funambola.

Noi due santi in quella foto vaghiamo
Capaci come fiori di tenerci in equilibrio
Ma Catherine Pozzi e Valéry a Vence
Si tengono per mano.

Albeggia e sbianca una verità
Il tuo viso in uno spasmo.
E fu la sera che mi regalasti
Le silence de la mer di Vercors.

 

Da: V. Colline di tulle nero

Perché al telefono

Perché al telefono s’alza la voce si chiede,
Mentre dovrebbero aprirsi spazi al silenzio.
Ma fin qui non siamo che all’algebra lineare,
Alla geometria analitica del sentimento.
Poi vennero i corsi con varianti biomatematiche,
Fluidodinamiche
E di fisica dei plasmi.
Che cosa al tuo fegato
Che cosa, inesorabile, hai dentro?

*

Uno splendido figlio

Letto di canne bianche che al verde fidanza
Due anime teneramente abbracciate,
Non dovrebbe uno splendido figlio
Esserci accanto in questo ostello?
Noi con le ombre più lunghe
Di quanto non fossimo alti,
Io che ti cerco da dietro il vetro,
Usignolo in trappola con le voglie
Che perdono di senso.
E se molto è morto qui, niente è mai nato.

*

Colline di tulle nero

Quando anche il fard ti impallidiva il viso
A rintanarti nel dolore secco,
Spingevi la sedia in avanti
Per non cadere nel vuoto
Asso delle colline
Di tulle nero,
Svincoli dall’alto
Nastri della guancia nello specchio
Fossette d’asfalto.
Per quell’autorità
Che la morte ti dà
Se prossima ma non incombente
“Ho male qui”
Tu sai che so
Non puoi dire niente.

*

Il capriolo sulla neve

Dal capriolo morto sulla neve
Scendevano tre zampe abbandonate
Mentre mirava verso l’alto il muso
Simmetrico alla zampa ripiegata.
Dal tuo male intabarrato nel lenzuolo
Brandelli di supplizio verso dove
La pelle cicatrizza.
Poi come un fungo all’improvviso
Svergato viscido dal ventre del castagno,
La tua nudità post mortem
Dal monatto sollevata.

Da: VI. Demoiselle anglaise

Dove il fiume fa l’ansa

Per me sei rimasta dove il fiume fa l’ansa,
La corrente l’isola le rapide dicevi
Si vedono meno quando è in piena,
L’impeto confonde tutto
E quando tu gli porti lui si prende.
Non se ne accorge.
Invece d’estate i colori
Più sassi più rossi sul fondo
Nel punto dove volevi
Passarlo senza stivali.
Per me sei rimasta là
Non ti ha presa nessuno,
Soltanto il fiume
Sull’isola legata alla terra
Per tanti mesi all’anno.

*

Demoiselle anglaise

La forza che allunga la tua ombra
Fino a farti demoiselle anglaise
Qui dove fauni, sileni e menadi
Non hanno mai abitato
E il tempo resta giù
Sepolto in valle.
Sei riuscita a trovare un po’ di vento anche lì?
Un po’ di vento ti piaceva tanto
Quando si alzava e all’improvviso
Gli ridevi in faccia e ti voltavi.

*

Per vedere dal cielo

È la segmentazione delle creste
Che imprime il ritmo al vento,
È l’aspra loro irregolarità, la scogliosa
Repulsione all’ordine collinare
Che poi ti toglie il compasso dalle mani
Graffiandoti le dita.
Da questa altezza qui si vede bene
Dove la terra si arrotonda
E la montagna
Comincia a scivolare,
Da qui senti la placca che sfracella
Coi pini che diradano.
Non pensavo di incontrarla di nuovo
Questa cremosità
Della terra
Verso sera
In Valdossola
Dopo il temporale
Con ciò che per il Toce
Vien giù dal monte Rosa.
Ci torniamo, dici, ci torniamo
Nella casa dal tetto rosso
Coi pini accosti alla finestra
Il rifugio accosto ai pini
Il passo della Rossa accosto al rifugio
E poi solo cime nient’altro che cime
Per vedere dal cielo se la casa si è mossa?

*

Quando dalle spalle mi sfilerai lo zaino

Quando dalle spalle mi sfilerai lo zaino
“È troppo pesante, non lo puoi più portare”
E con gesto deciso indicherai
Il luogo dell’approdo,
Cadrà neve d’agosto
Sarà sera
E lampada ai miei passi
Sarà la tua parola.

Ossa giunture tendini
L’intero armamentario
Sono qui finalmente non
Te li sottraggo più.

Protettore dell’orizzonte dio solare sfinge,
Se quercia fossi stato o alloro almeno,
Rose mirto viole le piante sacre
A Venere le avrei donato.

 

Da: VII. Come un eternit

Come un eternit

Ho provato a pensarti dal futuro
Da quando e dove
Ferma nel tempo io
Ti vedrò salire
Sempre più vicino
All’età mia.
Giusto un attimo prima fermerò il pensiero
Per festeggiare il nostro compleanno alla pari
Col mio safari nella tua sorpresa.

Come quando assistevi al tuo funerale
E lo trovavi troppo lungo
E contemplavi il tuo cadavere,
Funambola.

E l’ultima volta la mia tomba
Cancellata dalla neve…
Tu che mi cercavi, giocherellone insensato
Pirla gaudioso.

Arrivi, arrivi, e con i tuoi capelli…

Le note stonate hai sempre saputo
Come chiamarle a raccolta.

Di quando, per vincere il pallore,
Ti cimentavi coi colori accesi
Il verde e il paonazzo
L’incarnato e il ranciato.
Ma perché è ondulato il mio ricordo?
Come un eternit mi lavora alle tempie
E sotto il mento mi sorprende…

Perché io innamorata sono dentro di te,
più ti scuoti per allontanarmi
più io penetro in profondità.

*

La lunga nota medievale

Ma voglio quegli anni o gli anni nuovi,
Mi sorprendo a chiedermi: un
Tuffo nell’ignoto o la strategia del noto?
Da capo rivivendo quel nostro decennio
Con la testa di oggi,
O ritrovandomelo intatto da stordire?
Si ripresenta la fuga dal padre
Perdutasi nel nulla verso oriente
Dopo che conventi e osterie
Bordelli e sacrestie
Mi ebbero accolto e scacciato
Nutrito e denunciato.
Poi apparisti tu, Jucci, e io…
Fammi almeno risentire
La tua lunga nota medievale,
Con quella in mente
Voglio trasmigrare.

*

Il sassolino bianco

Tu che il futuro sei
Prima del passato…
Come il sassolino bianco che una volta
Ti mettesti in bocca.
Perché lo facesti? Perché?
E quando la morte ti portò di là
Il sasso era lontano era la luna,
Diana tu nello spazio nocivo…
Non so quanto il futuro fosse in anticipo
Su di te.

Sono la morte che nelle discariche si cela,
Nelle discoteche… Il granello di sabbia
Nel tuo ingranaggio sono.

Tu che non riuscivi a leggere
Un libro da me chiosato,
Sei tornata betulla
Trascinata dalla piena
Di traverso sul piccolo torrente
A far da ponte,
I rami conficcati tra le rocce, secco il tronco.
E sei straordinariamente gioiosa
Nel sogno dei cavalli,
Con le parole giochi
Anche alla nostra età.

Io con le dita ancora tra i gerundi
Ad implorare te di non usarli?

Io col mio italiano d’esilio in poesia…
Fossi mai riuscito a cogliere il tuo invito
A non cercare dagli altri
Lo sguardo ammirato.

*

Poi che non ci sono il giorno e la notte

Poi che qui non ci sono il giorno e la notte
Ma i pianeti e le orbite,
Non ci sono neppure le tue vecchie bugie
Consigliate dalla notte,
E posso pensare libera a quando ti accendevi
Per una scoperta
Marsilio da Padova o Lorenzo Valla…
Vederti crescere, sentirti trasalire.

Non che a me piacesse
Quel tuo compiacimento alla mia crescita.
Mi sentivo un animale nel serraglio,
Prevedevi ogni futura mossa,
Ne intuivi la portata favorendola.

L’anima si curva per via del selciato
O della volta celeste.
Meglio la seconda, non credi?

Per il perfetto compimento della tua
Vita-in-morte da me data?

No, non da te data,
Da me scelta una notte
Sognando cavalli morti…
Mi sarei dovuta sposare di lì a poco
Quando conobbi te e al primo incontro
Mi parlasti di von Aschenbach…
Fosti la cosa bella, malgrado tutto
Non sei riuscito a diventare
L’immagine di cera di te stesso.
Qualcosa in fondo ti è rimasto
Di allora. E io a quel qualcosa mi aggrappo
Anche ora. Anche ora mi dà vita.

Alla fine non è stato difficile
Avviare l’eternità: mi è bastato
Sentirmi
Una cosa sola con il vuoto…

Vento, vento, taci, smettila di sfiorarlo
È tutto mio e dorme,
In pace devi lasciarlo.

Il vento ti farà ammalare
Vuole la tua trachea e i tuoi bronchi.
Continuerà a provarci ed alla fine
Vincerà lui.

Gianluca D’Andrea
(Ottobre 2014)

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DIETRO OGNI COSA UNA VOCE: Argéman di Fabio Pusterla, Marcos y Marcos, Milano 2014

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Argéman

DIETRO OGNI COSA UNA VOCE: Argéman di Fabio Pusterla, Marcos y Marcos, Milano, 2014.

agguato all'incrocioSperanza è il tema di Argéman, l’ultimo libro di Fabio Pusterla; “sperante” è tutta l’opera dell’autore svizzero e fondata sul recupero o conservazione, a disastro avvenuto, di barlumi di vita e natura, perché l’accesso alle vicende estinte – o a rischio d’estinzione – passi dalla “nominazione” che è volontà residua di salvaguardia, appunto, e protezione.
“Argéman”, lingua di neve perenne, sarà l’altro nome della poesia, il vero senso, l’eterno resistere della parola alla fine, e ammissione della stessa, ineluttabile, necessaria.
Come ogni vera poesia, anche quella di Pusterla ammette la sua “dispensabilità”, nonostante sia rimasto in vigore l’impulso alla ricerca di un approdo, rifugio o pausa di respiro di un flusso esistenziale avvertibile solo in termini di catastrofe: continua, avvenuta, a venire.
Tracce, ancora, segnali possibili tornano in questa raccolta di poesie a riconferma dell’importanza del ricordo e preavviso di qualcosa di ancora innominabile ma, nella volontà agonistica della scrittura, possibile.

Frammento di paesaggio

Farfalle di ruggine, dadi, angoli retti,
vita che qui rinuncia alle sue stelle.

Ogni traversina
inchiodata a un destino di rotaia,
parallele eterne, immodificabili, ciottoli
attorno che hanno la tinta del ferro. Anche il vento
ha un odore metallico, brucia la pelle.

Un pezzetto di quarzo
strappato al suo futuro di cristallo
luccica in mezzo al nulla,
ricorda qualcosa o preannuncia,
a suo modo ribelle.

(p. 18).

Nulla di nuovo, è vero, ma al poeta interessa captare un riscatto nell’avvenuta perdita, non il panorama inedito ma quello passato segnandone la possibile rinascita nella trasformazione.
La prima sezione di Argéman, Opposizioni, sovrapposizioni, vive in questa prospettiva minima d’attesa, sensazione già avvertibile nelle raccolte precedenti di Pusterla, ma sempre funzionale a un desiderio di fuoriuscita e tensione al miglioramento. I disastri, i detriti, gli scarti, si accumulano per asindeto – anche nei titoli dei componimenti, che in questo procedimento ricordano alcune aperture zanzottiane, si vedano gli accostamenti volontariamente im-pertinenti come in Verticalità, crolli, collegio dei docenti o Belgrado, palazzi sventrati, tenda – nella pressione opposta al vuoto onnipresente, per manifestare l’esubero di nominazione e rilevare, così, il nesso che lega il nulla alla presenza, la morte alla vita, la pagina bianca alla scrittura.
L’operazione di scarnificazione del senso, in cerca del nocciolo di resistenza dello stesso, crea un movimento discendente in cui, all’improvviso, balugina l’essenziale che mantiene nella trasmissibilità del messaggio la sua forza, minima, è vero, ma per questo più potente, come «in un sospetto d’erba e di luce e di prato, in una curva/ imprecisa del terreno, e ancora in meno, sapete,/ ancora in nulla o quasi nulla, come un sasso,/ o un frammento di sasso, o un po’ di polvere/ che ondeggia sopra un fiume e poi scompare,/ in una cenere spersa, in un velo/ di ossa frantumate» (Fili de la pute, pp. 44-45, vv. 38-44)
Argéman, in sostanza, dà l’impressione di essere il libro che riconferma l’intero percorso di ricerca di Pusterla, poiché tende al consolidamento dell’acquisito e del già prodotto; libro successivo allo slancio e alla sicurezza espressiva raggiunta in Corpo stellare, vive comunque in quella luce. Seppure lo scarto, avvertibile tra le due opere, appaia lieve, occorre focalizzarne la presenza e comprendere che l’attenuazione dei toni, la luce fredda di Argéman, punta il suo occhio sugli aspetti degradati del reale con maggiore ossessione, giustificando, così, le riflessioni “pessimistiche” sulla morte e l’inferno sociale. Come se la tensione civile si fosse indurita a causa dell’ineluttabilità del male, per cui pietas e invettiva sono sempre più unite in una necessità di nominazione in cui la speranza è affievolita, quasi ineffabile:

Verso Heraclea

Né santo né cane né gallo. Dal mare
affiorano oggi soltanto cadaveri gonfi.
Vengono dai carrugi
dalle coste scoscese da lingue
scarse di terra sassosa
vigneti di sangue a strapiombo
cantine infossate
madri antiche e caverne.
Vengono da un paesaggio devastato
da predoni ed incuria
dove i torrenti possono alzarsi in un urlo
e via spazzare col fango e i potenti signori
dire parole di fumo impuniti
parlare del destino
canticchiare.

I cadaveri dei poveri danzano sulle onde
verso flotte bianche di Heraclea
gli yacht lussuosi dei ladri.

(p. 52).

Le «nequizie quotidiane» che inondano come un «mare ammalorato» l’ultima parte della prima sezione s’infrangono sui minimi barlumi di senso, sullo «smunto/ resistere» dei barbagli degli oggetti e delle vite animali, ecosistemi di un mondo sempre più tormentato, sfibrato. L’alternanza di vita e morte rappresentata da salti di accensione cosmica e cadute vertiginose negli infimi accadimenti concede, nella contemplazione dell’alterità, attimi visionari fino a riassorbirsi nell’umiltà del racconto.
La fuga immaginifica è sempre smorzata, la volontà del soggetto di non separarsi dall’evento riesce a mantenere l’aderenza al reale, eppure, allo stesso tempo, evidenzia la monotonia di un dire che continua a oscillare tra resistenza e distruzione.
Dopo Corpo stellare, la potenza deflagrante, presente sin dalle origini nella poesia di Pusterla, avrebbe potuto dispiegarsi, invece si avverte come un contenimento, una forza che argina ogni fuoriuscita. Slanci e astensioni si alternano e provocano un senso di frustrazione e logorio in cui va a profilarsi, o meglio s’istalla, lo sbilanciamento pessimistico cui facevamo riferimento:

Prove generali del silenzio

Spegnere tutto, sprangare
eventualmente le finestre, i cuori.
Respirare con calma.

Ascoltando i rumori
che filtrano dai vetri,
dai muri, dai ricordi:
rumori senza suono,
voci silenti, autunni
che strapiombano.

Eppure no, lo sai, anche questo è un lusso
facile e prematuro. Un’avarizia.

Là fuori, ancora, là fuori.
Dentro l’imperfezione
dell’effimero, il radioso
contraddirsi dei giorni
e i desideri.

Dentro il flusso,
la gioia e la mestizia.

(p. 75).

La seconda sezione, Argéman (titolo, sappiamo, dell’intera raccolta), infatti si apre sulla metafora della custodia di un passaggio, collegato al nome dell’autore – “piccola porta”, appunto, che prova a tutelare le parole –, nonché sulla conferma della plausibilità che tutto si liberi e «abbia luogo/ che tutto si muti e ogni cosa si perda/ e si trovi diversa, che nulla/ sia fatto prigione o negato» (Regole per il custode della piccola porta, VII, p. 85, vv. 8-11).
Il percorso della speranza è come incastrato tra la conservazione di un mondo cui non si può ancora rinunciare (il passato nostalgico e il suo ricordo) e il fluire dell’inedito in cui ancora il linguaggio non fa presa. Le regole della salvaguardia, illuminanti in Corpo stellare, s’incagliano nel dubbio, scompare la certezza di un approdo ma non è ancora possibile prendere il largo:

Versi dell’assenza di luce

Stamani il freddo irrigidisce il cielo, i passi
cricchiano sull’asfalto. L’acqua è ferma,
quasi mutata in cristallina pietra. Non gru
che a stormi vanno nella bruma: lungo i moli
gli aironi e i cormorani ammutoliti
tacciono mesti ai mesti giorni algenti.
L’alma ch’arse per lei sì spesso ed alse
vaga smarrita sopra ghiacci neri.

*

Quello che forse scrivi e poi cancelli
a cose fatte cade nel cestino
virtuale, con documenti inutili,
residui e forse abbozzi senza gioia,
speranze e sogni.

più tardi, con un piccolo rumore,
scendono al grande vuoto che le ingoia.

Non cambia nulla.

*

Poi, se la luce torna, è più abbagliante.
Cara luce, puoi dirle,
dov’eri stata, dove
ti avevano rinchiusa? Come hai fatto
a scappare? Si temeva
di non vederti più, di non vedere
più nulla, sai, per sempre.
Invece eccoti, anche solo un istante.
Eccoti qui. Quasi smagrita, splendida.

(pp. 87-88).

«”E non è questo il posto dove siamo”:/ sul bilico dei tempi, sui confini/ dell’essere» (Terra ritrovata, II, p. 90, vv. 1-3), la consapevolezza della “crisi”, della spaccatura epocale, crea il disagio che supera le “sagge” certezze del buon senso e dell’evidenza, proponendo l’oscillazione sempiterna tra vecchio e nuovo, tra passato e futuro. In Argéman, però, è in vigore una strozzatura, un’ostruzione. Il testo omonimo ne presenta i sintomi: la resistenza è tutta in quella parola ripescata e quasi estinta – il titolo, appunto – che attenua la possibile perdita, puntando il cuore della vita, fatta di apparizioni e scomparse e che, la poesia, ha il compito di preservare o distruggere. Il clima è algido, «privo di logica», in accumulo, infatti, nella parte centrale del componimento, la sintassi sussulta e si sfaldano i connettivi, si agisce per accrescimento, per asindeti che non chiedono ordine ma presenza originaria, «mucchio». Così i frammenti acquisiscono rilievo, le parole diventano pietra e suono, o meglio, sonorità minerale: «Negli interstizi, nei resti, prime vite marginali,/ cenni, stelle a venire».
Il testo è certo sintesi di un tentativo più vasto, di accoglienza della diversità e dell’alterità. Per coglierne la sua bellezza fredda e, allo stesso tempo, materica, pulsante, occorre riportarlo per intero (la valenza “cosmogonica” e l’impatto violento delle parole, isolano Argéman dal contesto “critico” del libro e ne fanno il cardine della continua rinascita che da sempre preme all’autore).

Argéman

Di valanga in valanga, scoscendendo
sul nerofumo dei prati: massi, tronchi
e tronchi portati verso il basso.
Dopo, sopra ogni cosa,
un silenzio, la luce raggelata.
Acqua che scroscia nei vuoti delle rocce,
respiro agro del tempo passato.

*

Forcola, e se qualcuno, sia montato
e da che pista, lassù. L’altro versante abrupto:
sempre stato così? Quello che c’era prima o che poteva
eventualmente esistere, un progetto o una speranza
ora inimmaginabili. La perdita
di ciò che non sai più di avere perso.

*

Magra, una lepre sta immobile e guarda.
Poi scompare in un buco. Ogni parola
adesso sembra concava, implosa, una bolla
di freddo, incapace di dire. Bocca sorda,
mano senza sentire

*

Gli strati, privi di logica, ordine. Ghiaccio
su fuoco rappreso, terriccio, poi quarzi, pietraie.
Epoche, cosmogonie, perfezioni precarie. Nel mucchio,
anche loro. Slogate.

*

Impercettibili fruscii, minimi insetti, licheni che si insinuano.
Negli interstizi, nei resti, prime vite marginali,
cenni, stelle a venire.

*

Chi passa a valle fissa alto l’argéman, la sua lingua
di neve incomprensibile, vampa.

*

Ciò che risplende e acceca. L’onda d’urto dei mondi.

(pp. 94-95).

Entriamo nel territorio dei residui, delle scorie di senso, in direzione di un vuoto che si può trasformare in nuova dimensione, aperta solo a un diverso, perché incerto, possibile.
Intorno a un’antica domanda (pp. 119-120) è testo esemplificativo di quanto appena esposto, basta osservare la costellazione verbale costituita da «resti», cancellature, segnalazioni di perdita. Possiamo trovare «una via crucis cancellata dal tempo/ senza immagini e ormai quasi/ rovina» (Intorno a un’antica domanda, p. 120, vv. 25-27), accanto a «un disegno scomparso» ma «ancora da immaginare» (Ibid., vv. 28-29).
Lo spazio vuoto, il deficit di senso, si fanno «traccia» di custodia e resistenza – ancora una volta – perché noi tutti siamo «attraversati/ da un’assenza che interroga e apre/ domande come ferite e che fa splendere/ il poco che ci è dato, la bellezza/ di essere, nel tempo» (Ibid., vv. 42-46).
«Non cedere», nonostante l’assenza, questo l’ammaestramento per niente implicito di Argéman, il monito costante sempre presente nella volontà affabulatrice, ri-edificante di Pusterla.
Abbiamo già osservato che il rimedio al vuoto è la “forzatura” che il linguaggio compie in tentativi di segnalazione e riempimento; anche per questo i testi della raccolta sono disposti come in tensione oppositiva (non dico a coppie prestabilite, non è un progetto troppo calcolato a mio avviso), per cui l’oscillazione dell’esistere è riprodotta per pieni e vuoti, dalla desolazione di parole implicate nella perdita e nel malessere, si passa all’accumulo magmatico (gli asindeti, di cui sopra) fino alle illuminazioni imperscrutabili e misteriose della bellezza (il mondo naturale, animale soprattutto, come sempre, interviene e risponde per necessità al richiamo della vita, senza ulteriori sovrasensi).
Si assiste a continui cortocircuiti, allora, in cui la pietas è sottoposta a pressione per la frustrazione derivante dal timore della perdita: il mondo s’intravede come superamento o scomparsa definitiva.
La sensazione che ne scaturisce, leggendo questo percorso per sbalzi e cadute, è di compartecipazione all’attraversamento di una crisi, di una scissione quasi irrimediabile. Siamo al fondo della verità ontologica che il libro tenta di dimostrare: il mondo a venire non è ancora nominabile e quindi non resta che aggrapparci al trascorso, ai residui vitali, per rilanciarli nella speranza di una ricezione futura, messaggio nel vuoto cosmico in cui vaghiamo, sempre a un passo dal naufragio.
La poetica del “residuo” è, allora, funzionale alla conservazione di una tradizione, di cui il linguaggio della poesia fa parte, sempre a rischio di estinzione: quella umana e della “verbalizzazione” dell’esistente.
Dopo gli slanci di fiducia presenti in Corpo stellare, Argéman manifesta il limite della lingua, la sua difficoltà di aderenza a un contesto in trasformazione, al fine di «trasferirlo/ lui nella sua luce dentro i suoni» (Paesaggio d’inverno, pp. 124-125, vv. 2-3).
Forse così è possibile spiegare alcuni passaggi in apparenza ripetitivi, eco dei libri precedenti, manierismi involontari: «Dietro ogni cosa una voce, quasi un canto/ argentato. Ma la vera/ voce che parla è tutta immersa nell’ora (presente, nel minuto presente,/ ha un inizio e una fine,/ e talvolta commuove nel suo effimero./ Scegli il presente, tieniti alla scia/ come ferita nel lago che parla al passato, e poi l’estremo/ lacerto di futuro che balugina,/ non chiamarla speranza,/ solo un non si sa mai, l’increspatura/ dell’attimo» (Ibid., vv. 20-30).
Rispetto al quadro disarmante scaturito dalla difficoltà di dire il mondo presente (solo il mondo della natura – il passato – sembra possedere opportunità in positivo), i testi più produttivi in prospettiva futura sono quelli in cui l’accumulo non manifesta alcuna “reattività” alla presunta scomparsa. L’elencazione non è furiosa, non vuole colmare un vuoto ma vive nella crisi, si neutralizza nell’evento fino a esplodere in visione: il soggetto è dentro il quadro.

Partita

Adunata dei disastri su questa pianura.
Qui il muro sfatto piange il suo nerofumo, la luce
il suo abbandono. Terrazzo affacciato ai binari.

Ma sorride la donna che culla un neonato,
l’arbusto è agitato dal vento. La corsa randagia di un cane,
il cavallo fermo immobile nel prato.

Presente che pulsa passato che morde futuro che non si può dire.
Partita di calcio in un angolo, campo sterrato. La palla
che sale nel sole. Poi pioggia. L’angoscia e l’ardore.

(p. 133).

L’inversione produttiva, se confrontata con la volontà affabulatrice, presente in Argéman come in altre raccolte di Pusterla, può passare proprio dalla fine della pulsione agonistica: il «non cedere» che si concede alla sua scomparsa. In questa dimensione la raccolta diventerebbe una “porta d’averno”, catabasi in direzione rigenerante. Il soggetto non sarebbe più fuori dal racconto – come accade invece nella parentesi rappresentata dalla terza sezione in prosa del libro, Lungo il cammino, la cui unica funzione è di smorzare la tensione nella fluidità della narrazione, rimanendo, però, estemporanea e, in fondo, autoriferita – ma partecipe, personaggio della propria operazione e, perciò, umilmente immerso nella realtà della scrittura, in quanto possibilità immaginifica (come avviene proprio in Partita).
A concludere Argéman, e il suo movimento discendente nel negativo dei fatti e del mondo – e che si apriva con l’avviso, quasi sintomatico, in esergo, della caduta esasperata del sole come pioggia, immagine lancinante e visionaria forse totalmente attribuibile ad Arnaut Daniel – è ancora un simbolo animale: la libellula, correlativo di un equilibrio imperscrutabile, presente per barlumi e sempre sull’orlo della scomparsa, visione passeggera ma fulminante.
Al mistero e allo stupore per la storia millenaria dell’essere si contrappongono – nel poemetto Libellula, appunto – i panorami devastati, la “terra desolata”, in cui ci troviamo a vivere, misere macerie della nostra, non certo indispensabile, quotidianità.
Ai movimenti elegiaci (vedi l’incipit di Neblina, «Nella notte sospesa, sull’argento/ dei prati brumosi e come al margine/ di remote boscaglie, di un’altra/ inaccessibile dimensione o nostalgia,/ appaiono i caprioli, i cinghiali e le volpi/ dai grandi occhi chiari», p. 156, vv. 1-6) si aggiungono gli pseudo-sonetti della serie Ospedale del giocattolo con i suoi piccoli spiragli d’abbandono al flusso esistenziale; le associazioni spaziali derivanti da una ricerca, riguardante il titolo della raccolta, effettuata su Google, si affiancano alle invettive incentrate sull’umiltà della vita (e del suo resistere) in Amaranthus palmeri e Terra del lavoro.
In mezzo alla “correttezza” di questi testi, in cui si trasformano pietas e trasporto negli impulsi di sdegno o d’afflato con cui l’essere umano di buon senso risponde alle cadute dell’esistenza (propria e sociale), s’incastona un testo per certi versi riassuntivo dell’intera operazione: Verbale delle cose non dette. A colpire, nel componimento, è il respiro “epico” (distanziando la definizione da qualsivoglia dimensione “eroica”), nel senso di una vicenda in cui il soggetto è compenetrato nell’opera, senza possibilità di visuale esterna che tenti di smascherare la finzione del mondo, ma che finga, vivendola e immaginandola, la propria realtà. Come si è detto in precedenza, in questo procedimento di “inclusione” del soggetto, si svela la magia testuale che rende plausibile, ancora, la creazione linguistica.

Verbale delle cose non dette

per gli studenti del Leonardo da Vinci
di Borgomanero

Sotto gli scrosci di un maggio incostante che scivola in giugno
in un’aula di provincia nelle profondità orizzontali
della pianura padana

alla presenza del poeta operaio Fabio Franzin
e del fantasma lontano di Derek Walcott
signore dei Caraibi e delle isole qui rappresentato dalla voce

del suo traduttore italiano Matteo Campagnoli
distanti dal mare e dalla fiducia nei giorni a venire
e tuttavia prossimi alle onde alle montagne alla tenace resistenza

quaranta giovani studenti dell’Istituto Tecnico Leonardo
da Vinci non hanno detto le seguenti cose che volevano dire
cose di seguito fedelmente verbalizzate

a futura memoria.

*

Che tra i banchi è stato visto camminare un bambino silenzioso
tra le cui mani pendevano come alghe
piccole automobili prive di ruote

resti di classe operaia fatta a pezzi e smembrata umiliata
acciaierie miniere fonderie
capannoni lunghissimi in cui legioni di cucitrici

ricamano bandiere da issare a mezz’asta sul fondo del mare
su aste d’osso candido che un tempo erano tibie di schiavi
sopravvissuti nelle stive naufragati negli oceani

spolpati dagli squali
prima e dopo il naufragio
persi nella memoria collettiva scomparsi per sempre

come i seimila antichi fratelli anch’essi schiavi
crocifissi uno per uno tra Capua e la capitale dell’Impero
sull’Appia dopo la morte di Spartaco la fine del sogno primo

apparir del vero nella storia memorabile esempio

*

che il bambino silenzioso conosceva i nomi di tutti
i nomi di tutti i naufraghi i crocifissi gli impiccati
li recitava senza parlare tendendo le mani e le automobili rotte

come porgendo secoli o millenni di perduta memoria
alla figura offesa di suo padre uguale a tanti
come lui prima di lui dopo di lui

offesi e schiacciati senza onore né gloria
coagulati nel silenzio dei vinti e degli espunti
abbandonati alle acque di anonime paludi

avvolti dalle sabbie dei deserti dalle tundre del nulla
e sulle paludi sui deserti sulle tundre come sudarî
il bambino senza voce cantava

chiamando uno per uno tutti i nomi
nel suo squillante silenzio
nella dolcezza inaudita del canto e del vento

*

che il bambino taceva guardava negli occhi ogni studente
offriva un dono a ciascuno un augurio per il viaggio
e ognuno improvvisamente capiva di essere appunto in viaggio

da tempo attraverso mari tempestosi
fabbriche e mattatoi gabinetti privi di porta
zattere sprofondate sulle coste futuri precari

lavori a cottimo contratti a tempo subappalti call center
fuori dal tempo tangibile dentro il tempo immateriale
nella virtualità di un mercato di bolle e subprime

dislocazioni produttive trafugate ricchezze esibite povertà
e la conseguente negazione di ogni cosa
riformulazione in positivo

libertà concorrenza fiscale benessere diffuso che c’è e ci sarà
per tutti gli uomini di buona volontà per gli ubbidienti
per i bravi studenti che si formano come si deve

per la docile neve che copre ogni cosa e che ammanta

*

che il silenzio era dolce e tremendo e che ognuno pensava
perché non so parlare perché non posso agire
che cosa mi trattiene quante mani

quante mani non stringo e soltanto stringendo altre mani
potrei vincere l’ansia l’estrema debolezza
spazzare la neve dagli occhi vedere più chiaro

signor Walcott signor Fabio Franzin che sapete le parole
che sapete le mani mozzate le ossa sul fondo del mare
che sapete il silenzio delle mani il silenzio delle ossa

e poi il tepore delle mani che si sfiorano
la carezza della carne il tepore
e sapete il sorriso degli occhi

signor Walcott signor Fabio Franzin
vorremmo chiedere una cosa
ma non sappiamo cosa soltanto che è importante

e noi ne siamo lacerati in questo giorno di maggio
di pioggia tormentosa di improvvisa
disperata speranza che fa male

e ci dà un po’ di coraggio.

(pp. 183-187).

Gianluca D’Andrea
(Ottobre 2014)

SalvaSalva

“Figure mancanti” di Luciano Neri, Transeuropa, Massa 2014

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Luciano Neri

Su Figure mancanti (di Gianluca D’Andrea)

figure luciano-neriChe sia la scrittura la testimonianza che diventa racconto di un’evidenza. La morte e la vita sconfinano l’una nell’altra, Figure mancanti è pietas descritta nell’avvenimento del viaggio, ma ricostruita come impressione o “impressione” che si stende per fare fondamento a una nuova costruzione. Il viaggio del ricordo imprime alle tappe una dimensione assoluta, svincolata dal contingente, aria mitica da una zona continentale in dissoluzione e assurdamente vitale. I quadri balcanici, le recenti devastazioni sociali in Grecia, assumono lo statuto del cambiamento, simboli di diversità dissolte. L’immagine emergente è il fantasma, complesso delle vicende e dei luoghi; il “reportage” impatta sequenza su sequenza lo scioglimento della scena complessiva, le figure sfumano nell’unica realtà della memoria: l’accenno.
Eppure lo stesso accennare, che la poesia di Luciano Neri persegue, è comprensione del mutamento sociale che sembra sgretolare il Vecchio Continente, forse la constatazione di una caduta inevitabile e funzionale all’apertura di una nuova collettività, non ancora visibile eppure necessitante del ricordo e del richiamo di una parola non estetica ma vibrante della sua stessa fine. “L’angelo malinconico” appare in uno dei primi testi della raccolta e, non so quanto questo fosse presente nelle intenzioni di Neri, riesce a ricondurci, attraverso il richiamo all’incisione di Dürer (il riferimento è a Melancolia I, la celebre opera del 1514), alla sospensione estatica da cui ogni opera d’arte – anche quella di linguaggio – prende avvio, sentendo l’esigenza dell’origine. Il ritmo è scandito dagli eventi, ma gli eventi sono allegoria di un’arte che tende alla ricreazione degli stessi: l’artefatto è questo circolo immaginifico che non può interrompere la mobilitazione del reale, anzi spinge per vivificarne il ritorno.
Le figure «scomparivano in silenzio» (Emir Suljagić in esergo alla raccolta) come i segni di scrittura: «come erano esistiti».

TESTI

(…)

(Le figure ormai vuote dell’esperienza
le attraversava chiunque senza curarsi
della loro nudità indifesa – forme impresse
ad ogni confine
e ora nel bagaglio del viaggiatore)

°

(…)

(l’incisore e il cieco di Urfa)

Nell’angelo malinconico la censura
sul bene più grande – estraneo
al viaggio dopo una settimana di mutismo
quando la bocca è piena d’acqua –
le bende sfilacciate agli arrivi traghettano
figure il massimo di luce sopportabile
a riparo degli occhi, al suo interno.

°

(…)

A B.

Preda nel movente dei lupi
nelle tagliole sotto le foglie del bosco
interamente ricoperto di garze…
Bastava che il soldato muovesse
le labbra, facesse un cenno.
Così ti è mancato un soffio
al dirupo degli invisibili (la sorte
appesa a un telefono da campo…):
l’unica strada quella minata
delle campagne, intorno solo l’ignoto,
invalicabile ad ogni incontro.

°

(…)

(Risvegli in casa Zekate)

I due custodi aprono la porta
e fanno segno di entrare
in una corte.
Poi un altro segno
senza oltrepassare la linea
che divide il giardino
dall’ingresso della dimora.
Lo scricchiolio del legno
ad ogni gradino
fino alla stanza
degli amanti – illuminata.
Per il resto luce
tra i disegni delle vetrate
via via più fredda
e lontana… –
fino al brusio
delle stanze superiori
gli incontri puerili.

Parlano solo ai loro simili
davanti a ogni presenza
un dormitorio fantasma.

°

(…)

(partita a scacchi)

Per il genere di male
inaspettato e impensabile
nel bianco di una voce.
E il passaggio delle stagioni
in punta di piedi su quel dolore
autoimmune… –
un quadrato a grandezza d’uomo
al centro del parco.
Panchine affollate e tribune,
file su file, indietro
di pochi anni: soldati e civili.
Lungo il binario macerie
fino al tunnel, colate
di cemento… – le mosse
dei fanti nel pensiero comune
di ogni giocatore, faccia a faccia
nel cifrario degli scomparsi – il rancore sepolto.

°

(…)

(la figlia della signora K.)

Non ha più motivo di cercarlo
tra gli affissi di Marșala Tita
o al padiglione delle culture.
Ora che lei ha saputo
degli insepolti l’iride si svuota
all’arrivo di ogni straniero –
Poi un bisogno di aiuto
cambia reticolo alle memorie
(la implora una voce a custodia
di quella vita…) e nel soggiorno
uno seduto, in carne ed ossa,
sconfinato.

°

(…)

(museo di Sarajevo)

Ad A.

Senza un inizio né una fine
nella camera oscura
del fotoreporter: le mani immerse
nell’acqua piovana. È l’immagine
della dissoluzione – la prima. Esce
dal costato di un uomo
(a figura intera). È accaduto. A Višegrad.

Nessuno ci credeva.

Un altro immaginario si riapriva
dalle sue interiora… –
il fantasma ottico a controllo
del testimone (il soggetto
messo a fuoco, sottosopra) –
come da un’acqua rubata
lo fissava.

°

(…)

(dopo Knin)

Cecchini fantasma ancora concentrati
su ogni piccola boccata, l’attraversamento
a piedi di una città svuotata, anonima –
l’incontro del simile fino alla voce
di uno che sembra resuscitato – poi allo straniero
senza fiato terre svanite, pagine rigide
e fasciate – disabitate.

°

II.

L’uomo una scrittura che ha vissuto pienamente

può riferirla a un futuro in uno spazio bianco

ma la fatica è dura il rischio è alto e nel vissuto

vive – morendo vive… – fa un giro pieno

ma senza tempo si fa presente e con il dono

di chi ha capito come dice A. nei suoi paesaggi

tenuti (a stento) (in vita) sebbene morti sepolti

senza parole senza pagine


Luciano Neri (1970) vive a Genova, dove lavora come insegnante. Ha pubblicato Dal cuore di Daguerre (Gazebo, 2001), con prefazione di Mariella Bettarini, La spedizione del controtempo (in Nono quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2007), a cura di Franco Buffoni e con introduzione al testo di Fabio Pusterla e Lettere nomadi (Puntoacapo, 2010), con postfazione di Tiziano Pacchiarotti.
Suoi testi poetici sono stati pubblicati, in questi anni, sulle principali riviste italiane di poesia. Ha ideato e curato, inoltre, cinque edizioni di “Succursale mare” (spazio periferico permanente), rassegna di approfondimenti culturali e di incontro tra le arti e le forme di scrittura.