Dall’inizio (Marilena Renda)

Dall’inizio (Marilena Renda)
Marilena Renda

Su L’Estroverso Luciano Neri per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Il battito d’ali del disastro

Anni fa c’era un’immagine che non voleva saperne di uscirmi dalla testa, un fotogramma da road movie in cui una donna parte per un viaggio insieme ad alcuni amici. La donna vuole trovare una ma’ara, in siciliano una maga, una di quelle figure della Sicilia arcaica che compivano azioni magiche tipo far innamorare un uomo o proteggere persone e bambini dagli spiriti o dalle fatture in cui la vittima dell’incantesimo è come “legata” da un intervento esterno e non riesce più ad agire liberamente.
La donna del mio fotogramma ha intenzione di chiedere alla ma’ara di aiutarla ad avere un bambino, e gli amici sono lì per sostenerla. Tuttavia, ognuno di loro nasconde un difetto originario; il luogo da cui provengono è stato colpito molti anni prima da un evento traumatico di cui, come in un libro di Krasznahorkai, non sappiamo nulla: un evento che ha fatto sì che questi amici si trasformassero, ognuno in modo diverso, in creature incapaci di trovare una direzione.
Nel 2007 ho scritto un libro che rievocava il trauma della mia famiglia, ovvero il terremoto del Belìce del 1968; da allora sono passati diversi anni, ma la metafora della terra che si spacca e inghiotte le vite degli esseri umani – in generale, direi, la metafora del disastro (da qualche parte sento sempre la voce di Blanchot che sussurra: Il disastro si prende cura di tutto) – è ancora quella che mi contiene in modo più completo, nonostante la baraccopoli non esista più e il terreno sia apparentemente solido sotto i miei piedi.
Nel frattempo, la nostalgia non ha fatto che espandersi invece che ridursi; con gli anni ho capito che l’isola è una madre con cui ho un conto in sospeso, e per pagare questo conto ho fatto il giusto spazio per infilarci sia la nostalgia per un luogo dell’immaginazione che quella per una madre abbracciata troppo poco. L’isola è al tempo stesso una cattiva madre che ti nutre poco e male, lasciandoti insoddisfatta a elemosinare nutrimento per il mondo, e un miraggio dalla forma e dai contorni incerti, un miraggio che immagini debba essere bellissimo, una volta raggiunto, e non dubiti che prima o poi lo raggiungerai. In alcuni romanzi di scrittori siciliani (Bonaviri, a cui è dedicato il testo che segue, Consolo, Vittorini) è ben presente il topos dell’attraversamento del paesaggio; i personaggi viaggiano per arrivare da qualche parte, come i pastori di Vittorini, o per portare a termine un compito metafisico (i viandanti di Bonaviri, per esempio, che attraversano le campagne attorno a Mineo per innestare il corpo di un neonato in un albero, sperando così di ridare vita al corpo morto del padre del protagonista). Il paesaggio siciliano, nella realtà, è composito, antropizzato sulle coste, quasi deserto al suo interno. È una madre dal passato mitico che è stata molto maltrattata nei secoli; aveva molti doni da offrire, e adesso i suoi figli lamentano una povertà che possono addebitare solo a se stessi. In un codice del 1390 circa è raffigurata una pianta di mandragora dalla forma di bambino. È un homunculus, radice dalla forma vagamente umana che nel Medioevo si credeva avesse dei poteri magici e potesse, tra le altre cose, sconfiggere il malocchio e la sterilità. Questo bambino-pianta, potente e notturno, possiede un doppio segno, potendo essere utilizzato sia per la magia bianca che per quella nera, ma rappresenta ogni madre e ogni bambino, perché madre e bambino desiderano sia la simbiosi che la separazione.
Quando iniziai a pensare a un libro di viaggio in Sicilia, il bambino-pianta rappresentava l’ambivalenza della terra in cui può germinare ogni sorta di creatura: è il dominio dell’indifferenziato, in cui può nascere letteralmente tutto, per questo il personaggio di Notti sull’altura di Bonaviri si illude che la forza che l’ha generato possa rinascere ancora:

Raccontami di nuovo la storia del bambino
che al tramonto strapparono alla madre
per innestare il suo corpo nel carrubo,
perché dalla circolazione di linfe e succhi
gli uomini ricavassero nuovo nutrimento.
È il padre che deve cibarsi dei frutti di questa pianta,
mangiare carne giovane mescolata a foglie,
in modo da tornare dalla morte al figlio che lo cerca.
Raccontami ancora come il figlio si illuse
di riportare il padre sulla terra e ribaltare le leggi di natura,
di come la madre si trovò perduta, in mezzo alla terra,
perduta, e poi che trovò il figlio-pianta sul punto della morte,
lo abbracciò dimenticandosi tutta l’altra vita.

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Su YAWP un saggio di Antonio Merola sulla mia poesia recente

Letteratura della catastrofe – sulla poesia di Gianluca D’Andrea

© photo by Dino Ignani

Siamo fottuti? C’è un fattaccio, che ci riguarda tutti: la nostra specie è ormai dentro fino al collo in una enorme crisi ambientale e climatica. E, se volessimo armarci di un termine retorico, potremmo considerare questa condizione come una sfida; anzi, come l’ultima delle sfide. Perché, in fondo, non è la Terra a essere davvero in pericolo, ma piuttosto il nostro habitat. «Nostro» poi… diciamo: anche nostro.Del resto, in mezzo a questa crisi, sono rimaste coinvolte anche altre specie. Con una distinzione: se la sfida della sopravvivenza di fronte alla crisi riguarda più di una specie, l’azione dell’essere umano può considerarsene la causa principale, al punto che si vorrebbe definire una volta per tutte la presente epoca geologica come Antropocene.

Potremmo essere l’ultima generazione a dire qualcosa? Ci stiamo per estinguere… o invece ce la faremo? Questi interrogativi hanno cominciato ad angosciare la nostra quotidianità, assieme a una crescente consapevolezza verso la crisi. Cerchiamo risposte e soluzioni, proviamo ogni giorno a carpire qualcosa di più, ma come degli studenti fuori corso, in ritardo. C’è allora chi, come il critico Francesco Muzzioli, usa per esempio il termine «catamodernità».Ma se volessimo rimanere concentrati sulla letteratura e sulle conseguenze che una simile disposizione d’animo abbia per la scrittura, allora preferiremmo coniare: la letteratura della catastrofe, una definizione che è nata in seguito a una conversazione con l’amico Michelangelo Franchini, anche se non saprei più dire chi tra me e lui l’abbia nominata per prima. Proviamo però a vederci chiaro. La catasfrofe ha indubbiamente a che fare con il campo semantico del disastro e della fine. La letteratura della catasfrofe però non è una letteratura distopica. Se la distopia infatti riguarda qualcosa che potrebbeaccadere, ma che ancora non è accaduto e non è detto che accada per forza, la catasfrofe è invece, almeno per ora, qualcosa di certo. Ci sono ormai autori che affrontano apertamente l’argomento e che fanno dell’argomento il focus della propria opera, come per esempio la poesia di Alexander Shurbanov.C’è poi però un altro gruppo di autori che, anche se non fa della propria opera uno strumento di aperta denuncia verso la crisi ambientale, tuttavia non può fare a meno di sentirela crisi… e perciò di risentirne. Un altro esempio, sempre dalle pagine virtuali di Yawp, potrebbe essere il poeta serboMilan Dobričić.Con questo articolo cercheremo di affrontare per la prima volta un caso italiano che si trova a metà tra le due posizioni: la poesia di Gianluca D’Andrea. E nello specifico, quella che pare essere una trilogia a partire dalla raccolta Transito all’ombra(Marcos y Marcos, 2016), per poi attraversare, come ammette lo stesso autore, il «ponte» di Forme del tempo(Arciplegato itaca, 2019) e arrivare agli inediti di Dentro le orme per farne semi, di cui proporremo alcuni testi in chiusura.

È interessante notare che se la fine distrugge ogni memoria, perché non può più esserci qualcuno a ricordare, D’Andrea fa del transito verso la fine una questione di memoria scordata; cioè di ignoranza. Ecco per esempio un j’accuseesplicito: «La tv degli anni Ottanta tentò/ di rubarci la memoria». C’è allora qui un primissimo transito, per ora solo nazionale, che porta dieci anni dopo gli italiani a godersi con ingenuità il loro presente, sotto gli effetti ignorati e accennati del cambiamento climatico: «Negli anni Novanta ho cominciato/ a fare bagni di crema solare,/ di sole intensivo, d’intenso cremare -/ ustionato, fervente, indirizzato/ a una possibile rovina». Se però la catastrofe agisce ed è agita globalmente, gli occultamenti della catastrofe non sono da meno.D’Andrea comincia dall’Italia per transitare ancora una volta e coinvolgere, in un secondo e sempre esplicito j’accuse, il nostro sistema economico: «l’Occidente era già formato./ Mentre rubavamo in un tabacchino/ il pacchetto ci esplose tra le mani,// imparai così la colpa e il destino,/ l’allarme del benessere e il possesso». Imparare diviene improvvisamente uno schock, una esplosione, perché imparare coincide con il ricordare; l’aprire gli occhi con il trauma. Ma cominciando a ricordare, D’Andrea si arma a questo punto di una lente di ingrandimento per tentare meglio una inquadratura temporale, necessaria alla ricostruzione storica: «Erano questi gli anni, trenta-vent’anni fa,/ per approssimazione la spinta individualistica/ spenta negli abusi per mantenere ricche/ le vecchie risorse» e dove di conseguenza «Il resto del mondo è il resto».

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VOCI DALL’INIZIO (1) – STEFANO MODEO

Stefano Modeo

Il primo capitolo della mia rubrica Voci dall’inizio per Nuova Ciminiera

da La Terra del Rimorso:

  
I. 

La piazza semivuota del tuo cuore.
Hai percorso la piazza.
Hai smesso di guardare il passo tuo nella piazza:
tra la gente cercavi la tua gente.
Scarpe e volti nella piazza mattutina.
Le parole sono tante le idee sono poche.
Sei tornato a casa e hai scritto una poesia:
la leggeremo in piazza, risuonerà alta:
nella piazza semivuota del tuo cuore.

III.

[Caro mio,]
tua moglie ha dei figli dello Stato.
Tra di noi non ce lo diciamochiniamo la testa – non ci guardiamo
della paura di morire che abbiamo
che quasi è una vergogna.
Niente è giusto (qui)
tua madre lo sa
i tuoi figli lo sanno
le bestie lo sanno.
Eppure dopo giorni si pacifica tutto
rimane la luna nel mare dipinta e
[Caro mio,]
dimentica di te [di me, di lei, di noi]
neppure il vento freddo delle parole testimoni
i volti fotografati nei cortei disorganizzati.
Salutami tutti, abbraccia quei cari.

 

Inedito:

 Tempo solenne

 
Tu conosci il tempo solenne
delle dediche al bene degli altri.
Sai che sottrarsi è fare un torto
alla tristezza della morte, il suo
avvicinarsi lenta dal cielo fumoso.
Nessuno può capire il tuo capire,
al contrario: appari asciutta e fredda
smunta dalla cima dolomitica
Vedi? La nuova casa. –
dove i tuoi avi e le tue pene ricordano
i dolori delle mani arrampicate.
Per questo anche accogli il silenzio,
il vuoto di chi guarda l’abisso.
Ora guarda questo crollo della fede
i balconi come vengono giù sulla terra
guarda gli uomini e le donne trafitti
dalla loro incertezza. Non sanno che fare.
Ma noi non possiamo toccare questo dolore
non ne abbiamo il diritto e neppure la voce.
Possiamo soltanto essere accanto,
dirci presenti fino alla conclusione
del buio locale, della maledizione sortita.
Tu conosci questo tempo solenne
non averne fastidio, è resistenza
a un potere indecifrabile. Forse presto
nascerà l’antidoto, un segnale definitivo di fuga
allo scricchiolio perenne del nostro presente

 

 

di Gianluca D’Andrea

Nei testi di Stefano Modeo è in evidenza un ampliamento dello spazio. Sin dal primo componimento, una certa “platealità” in funzione della nominazione emerge proprio dalla ripetizione del sostantivo “piazza”. Un desiderio di fuoriuscita e di riappropriazione del linguaggio per una nuova agnizione – “tra la gente cercavi la tua gente” – che sembra lanciare una sfida all’autoreferenzialità, al circolo vizioso della parola chiusa su se stessa (vedi, a tal proposito, incipit ed explicit del componimento, margini di un cammino da ri-verificare, ma che crea un collegamento stretto tra le due piazze: la reale ed esterna e quella intima e metaforica del “cuore”).

Il secondo testo si apre riaffermando una volontà comunicativa: la forma epistolare è segnale evidente di un’urgenza, che, però, sembra disillusa. Alcuni segnali – lo “Stato” al secondo verso e l’anticlimax dei versi 7-10 – ci indirizzano a questa ipotesi, per cui la plausibilità di una “giustizia” collettiva (ancora una volontà “desiderante” sembra muovere la penna di Modeo), è risucchiata in una disorganizzazione basilare e nell’indifferenza statale (in tal senso, essere “figli dello Stato” è sintomo di una subordinazione o, meglio, sottomissione a qualcosa di più grande, che si sposta dalla dimensione civile verso qualcosa di più ampio, metafisico).

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Atelier 96 (dicembre 2019) – nota di Stefano Modeo ad alcuni miei inediti

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Atelier 96 – nota di Stefano Modeo ad alcuni miei inediti

Gianluca D’Andrea – Dentro le ombre per farne semi

 «Ma dove si nascondono le voci?» domanda così un verso di Gianluca D’Andrea all’inizio di questa breve raccolta. Una domanda importante da cui è necessario partire per comprendere il panorama di silenzi e d’inerzia che il poeta descrive e affronta. Proseguono infatti un percorso, questi testi che frequentano l’ombra, o meglio le ombre,del nostro tempo. Ricordiamo la raccolta Transito all’ombra (Marcos y Marcos 2016), in cui D’Andrea alternava il confronto tra l’io e il mondo, tra destino individuale e storia collettiva, adoperando una scrittura nervosa nei confronti delle cose. Vi è ora un passo in avanti nella scrittura, che mantiene lo stesso tono, ma promette non più il Transitoe dunque il movimento, bensì la stasi, l’immobilità di fronte alle cose che accadono nella storia collettiva e individuale, si rimane dentro,costretti nell’ombra a doverne constatare ciò che è: assenza di luce, speranza, futuro.

D’Andrea annota, prende atto, osserva i protagonisti sommersi: «Si chiama Idomeni/il limbo, la stasi infinita di chi attende/l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.» e li riporta all’unica luce concessa che è quella della testimonianza, del racconto attraverso la poesia, in un tempo che è sempre attesa di qualcosa o di qualcuno. Questo infatti probabilmente è l’unico seme capace di germogliare senza i benefici della fotosintesi.

Elemento di salvazione ed estremo paradosso invece è la morte, intesa come via di fuga dal limbo in cui l’umanità sembra costringersi negandosi un’alternativa: « Grazie gioco maligno che ritorni/e dissolvi l’attesa esasperante che avrebbe/atteso queste anime che trovano/requie al loro cammino selvaggio,/imposto.»

Eppure anche la morte è inutile, non muta nulla nella storia collettiva, non smuove l’inerzia del mondo per spingerlo verso una luce. D’Andrea sa bene e coglie perfettamente nella continuazione del suo lavoro quel Transito a cui accennavamo prima, che è anche quello di due secoli, dal Novecento agli anni Duemila ed esprime tutta la perdita di riferimenti ideologici e culturali, il disorientamento e la paura con cui tutti noi stiamo facendo i conti: « la morte è bella/perché non spazza via nulla/e ci proietta in un’immagine/illusoria, eppure eterna.» e ancora: « per continuare a sopravvivere/sottile tra le crepe di una casa/dissolta».

Proprio in quest’ottica, dalla casa dissoltache continuiamo a sognare di abitare,prova a tornare indietro, nelle ombredel passato, riscrive la storia e cerca di comprendere i passi falsi, i punti esatti in cui abbiamo cominciato a perderci nel buio, così nelle poesie L’ombra del ’43: « Però Rommel vinceva a Kasserine dopo Stalingrado,/rosa bianca lo sai, anche se mozzata.» o ne L’ombra del 2015: « Con la scoperta dell’acqua su Marte/si chiudevano gli Obiettivi del Millennio./Siamo salvi,/almeno fino a novembre.».

Questi testi sembrano suggerirci come di fronte alla storia ci mostriamo in tutta la nostra impreparazione, incertezza e limitatezza umana, incespicando sino alle vicende individuali, nelle cose di ogni giorno. E il futuro stesso laddove non conosce visione di una condizione migliore per tutti, diviene arrivo di nuovo dolore a cui non siamo mai pronti a far fronte, da soli così come ci siamo dimenticati: « Così arriva il dolore, un giorno/mentre lavori, imprevisto, imprevedibile e non è un’origine/ma un percorso che ci attraversa, da cui emerge/un’onda che s’increspa e può arenarsi /fino a bloccare il tempo».

Stefano Modeo

 

Dall’inizio (Luciano Neri)

Dall’inizio (Luciano Neri)
Luciano Neri

Su L’Estroverso Luciano Neri per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Luciano Neri, Il gioco a mancare

“Ci vogliono tanti luoghi dentro di sé per imparare a vivere” (Pontalis)

 

Fin dalle prime raccolte poetiche, ad oggi incompiute, ho atteso quell’urgenza di umanità per tornare a una luce. Quella luce che è del Mediterraneo, e che cerco, per schiuderla ad altre immagini e altre logiche. Non una luce simbolica, ma una luce reale, che non obbedisce a nessuna descrizione fino a che non la si vede. In quel periodo, che coincideva con le stesure di Lettere nomadi e Figure mancanti (usciti nel 2010 e nel 2104), partivo dalle mie mancanze come ricerca rivolta a quanto l’uomo fosse stato espropriato della sua esperienza e a come, questa espropriazione, se ne fosse impossessata e ora ne disponesse. L’incapacità di un’esperienza biografica significativa era in effetti quanto mi sentivo di aver ereditato dalle generazioni precedenti e ciò si trasferiva in una riflessione che non poteva che essere del negativo. Dunque assecondavo una forma frammento del testo nell’instabilità di una scrittura senza possibilità di unità, in quella non-fissazione che aveva annunciato lo smarrimento di un soggetto cresciuto negli anni’80, dopo i tentativi falliti di costruire una società migliore. Una società, quella italiana, che non aveva mai saputo ospitare il proprio “straniero” al fine di operare in opposizione ai valori identitari dominanti, alquanto poveri e scontati, dai quali mi ritenevo escluso e affrancato. Se tra la scrittura e il ruolo passivo di una generazione esisteva una relazione, essa già conteneva in sé il presupposto della cancellazione, l’estenuazione di un soggetto. Eppure, se di speranza si può ancora parlare, nel divenire storico “qualcosa che non si compie giunge tuttavia come se fosse sempre già sopraggiunto (…) – scrive Blanchot ne La scrittura del disastro. Se “i frammenti rappresentano separazioni incompiute (…), il loro essere incompleti, insufficienti (…), lasciano che si sparpaglino i segni con cui il pensiero raffigura degli insiemi furtivi che (…) dischiudono l’assenza d’insieme (…), non trovano ciò che li fa terminare, ma ciò che li prolunga , o che li fa entrare in attesa di ciò che li prolungherà, li ha già prolungati” – dice ancora Blanchot; che significa, nel mio caso, entrare in contatto con le promesse mancate, nella prossimità di uno spazio amicale.
Da qui il tema del viaggio, che garantiva alla scrittura quell’imprevisto avventuroso, attraverso il Mediterraneo, quale pretesto e testo, per accorgermi alla fine che di viaggio non si era trattato, ma piuttosto di una fuga, perché quella scrittura in viaggio continuava a cancellarsi scrivendosi, continuava a mancare. Appartenere al Mediterraneo significava appartenere al viaggio e quella appartenenza mi avrebbe dovuto condurre, così pensavo, a un’apertura che si chiama accoglienza. Era “il fuoco del viaggiatore ai tempi del grande freddo della solitudine, l’occhio di chi non teme di assistere alla tragedia, di esserne testimone, nella speranza di preservarne l’umano” (M. Bennis). Viaggiare dunque presupponeva il mio rifiuto nei confronti dei dispositivi di potere dominanti e della lotta sociale ormai al capolinea insieme ai suoi paradigmi, gli anni in cui ero nato e cresciuto, lasciando terreno alla dispersione e alla deriva di cui oggi scorgiamo gli effetti. Per qualcuno dei miei coetanei ha significato svuotare uno spazio dando vita a un conflitto estetico, per altri si è trattato come di un risveglio apparente. Per altri ancora dell’installazione di una scena tramite una lingua, in continuità con il passato. Per altri, ed io tra questi, di aprirsi alla contraddizione di forme di vita cristallizzate nel loro scorrere, e questo rappresenterebbe il dramma dell’uomo contemporaneo, non potendo conciliare, l’una con l’altra, una forma con una vita, in sintesi un’unità. Per qualcuno si è trattato di entrare con coraggio nella frattura di un’epoca al fine di guardare, come anti-dispersivo, il volto dell’oscurità. Ognuno dunque ha cercato il proprio modo di traslocare nelle forme che per natura si negano nella loro transitorietà. Per me è stato il viaggio il motivo dell’oggetto di “redenzione”, nello sforzo di recuperare quel relitto di figure nella storia blindato in ciascuno che tenta di sconfinare laddove non gli è concesso. Nel corpo, nella lingua e nel tempo. Ladro in tal senso, per costrizione e apnea. Così appare in Lettere nomadi, in un breve testo riscritto:

 

Qualche attrezzo
del fallimento all’angolo
c’è il rimorso legato
a un ponte a vista
sul passato
il disincanto nel coraggio
il vuoto bianco
di una pagina
più dell’altro la voce
a traccia del fallito
nella parte scomparsa
il meno illuminato

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Un inedito su La bottega della poesia (La Repubblica – Roma)

Un inedito su La bottega della poesia (La Repubblica – Roma)

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Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio

Premio Internazionale Franco Fortini 2019 (Foto dell’autore)

Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio (01/12/2019)

L’ultima lettera di Tommaso Di Dio (Lettera a Gianluca D’Andrea di Tommaso Di Dio, Nuova Ciminiera, 26/11/2019, qui) si chiudeva sul “canto della macchina” e mi ha fatto pensare a un’affermazione di Jean-Luc Nancy del 2018, “anomala” per me che seguo da molti anni questo autore così lontano da “meccanicismi” di sorta. Dice Nancy: “La vita è una macchina di sviluppo, di mantenimento e di riproduzione delle sue capacità e caratteristiche” (Cosa resta della gratuità, 2018), il che può ricondursi a una delle preoccupazioni di Fortini (soprattutto tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso) per cui il rischio della “reificazione” del mondo si svolge in contesti (intesi dal nostro come “ambienti e insiemi di determinazioni socio-culturali”) “di classe” che ci parlano di un mutamento storico ancora in atto. Sì, perché la “questione” storica va riattivata e l’eterno presente della nostra attualità è già in trasformazione, in cammino verso una nuova tensione tra passato e futuro, con uno sbilanciamento verso il secondo termine che può e deve essere re-immaginato partendo dalle capacità di immagazzinamento e archivio della memoria. La macchina potrebbe “non cantare” senza una riattivazione e una spinta “verso” da compiere attraverso un nuovo engagement.
Il nostro presente, dicevamo, è già reificato, è già “l’oggetto che ci pensa” (parafrasando un titolo di Baudrillard degli anni ’90 in cui si parla di immagine e fotografia), eppure da questa “oggettività” raggiunta, emergono nuove forme, non ancora identificate. Così, tra “formalismi e tendenze espressivistiche”, secondo una classificazione “in negativo” di William Carlos Williams (ben presente al nostro Fortini), sembrano ancora dividersi le pratiche di scrittura poetica. Tra “testualità” e “contesto” occorre si verifichi un incontro in direzione di una metatestualità che includa il mondo, da intendere, per quel che comporta la sua reificazione, come testo ulteriore, cioè come sua stessa allusione o evocazione. In questo modo il “canto della macchina” non è solo plausibile ma diventa necessario.
Fortini, a mio avviso, ha insistito su questo punto, tanto da diventare il suo lascito più attuale: la richiesta di mantenere le due istanze, la formalista e l’espressivistica, cioè FORMA e VITA in un unico ipertesto. L’abbrivo restando la reificazione e, quindi, la potenziale estraneità o inaccettabilità del mondo, solo sentendone l’effettività la poesia potrà avvertirne la necessità di trasformazione, in due direzioni: azione o rifiuto (che può interpretarsi come speranza). In buona sostanza è produttivo ancora sentire la necessità del NO. Dice infatti Fortini, seguendo Brecht: “l’utopia, l’oltranza, l’estremismo sono ineliminabili” (L’ospite ingrato, 1966). È solo ripartendo da questo NO che, però, è consapevole di una fine – quella del mondo “progressivo” – e di un inizio post-ideologico che può riattivarsi la storia. Quella di un “passato” (la forma, ciò che è formato), allora, che si “propone/oppone a un futuro” (in formazione. Fortini lo dice ne I confini della poesia, 1981) è la sfida lasciata in sospeso dal nostro. Recupero della tradizione e slancio trasformativo che possono far ripartire il mondo:

“Allora comincerò con un altro disegno 
un’altra carta, ancora una leggenda”.

(F. Fortini, Il custode, 1989)

Abrojos y Rimas: Gianluca D’Andrea

Foto di Dino Ignani

Tre poesie da Transito all’ombra tradotte in spagnolo da Diego Estévez per la rivista La Mascarada

II

Y estaba ese otro recuerdo,

ese deseo que aún imagino

tocar, la paz familiar,

la sensación límpida de vivir

 

lo pleno y saber reconocer,

luego de la angustia, la sensación del vacío.

La vida es también la evocación, patios

de voces, las partidas entre los niños,

 

las otras voces volviendo a casa,

envuelto en el calor, los borradores

en la estancia, luz tenue en la cocina,

 

sonidos y voces de las pantallas, los acentos

que cambian en el tiempo y son vestigio.

A fin de verlos, antes y después, los sueño.

 

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Dall’inizio (Laura Pugno)

Dall’inizio (Laura Pugno)
Laura Pugno

Su L’Estroverso Laura Pugno per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Per parlare di alcuni testi del mio libro L’alea, in libreria da poco per Giulio Perrone, vorrei partire da un’idea che Orso Tosco, scrittore e poeta, ha speso in occasione della presentazione che si è tenuta a ottobre scorso a BookPride. Si riferisce alla natura de L’alea come libro composto di due libri precedenti, di cui uno è La mente paesaggio, uscito per la stessa casa editrice una decina di anni fa.

Quando in una casa si aggiungono parti nuove e parti vecchie, ha detto Orso, c’è sempre qualche crepa di assestamento, una convivenza di pareti un po’ sforzata: si vede, spesso a occhio nudo, dove la costruzione è stata ampliata. Questo non accade nel libro – a suo dire, bontà sua – e non accade con la vegetazione, il vegetale, gli innesti delle piante, cose vive.

Quest’immagine de L’alea come di un intrico di rami, di intelligenza tra specie vegetali diverse, o come una grande casa composta di parti vecchie e nuove, con stanze in cui forse non si entra da qualche anno, e che la vegetazione lentamente invade e ricopre, mi è piaciuta molto, e mi ha fatto pensare all’immaginario paese abbandonato di Stellaria nel mio romanzo La ragazza selvaggia (Marsilio). Un abitato che il bosco intorno richiama a sé, ricoprendo le antiche case, trasformandole in qualcos’altro che possiamo pensare intelligente e vivo, ampliando qui la definizione comune di intelligenza e di vita. Non so se è quello che Orso intendeva dire, è quello che ho compreso io. Ma è da qui che mi piacerebbe partire per rispondere alla richiesta di questa rubrica.

Il caso e le cause in scrittura si mescolano come intrecci di piante, come rampicanti intorno al corpo di un albero. L’occasione – casuale, causata – di ripubblicare La mente paesaggio, per volontà del suo primo editore, ha dato origine a un libro nuovo, mettendomi davanti a quel processo per cui nel tempo i libri si riscrivono rispetto a chi li ha scritti, e tra sé, anche senza che una sola parola sia stata alterata: entrano in riverbero, in risonanze, in giochi di rimandi.

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Poeti in Osteria – Luciano Neri e Stefano Raimondi presentati da Gianluca D’Andrea e Demetrio Marra

locandina