Le stagioni di “Telèma” – (Magrelli e i poeti del computer)

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Valerio Magrelli (Foto di Dino Ignani) e il computer (elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

Michele Mari: Estratti da “Leggenda privata” e “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” – SOTTO L’OMBRELLONE

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Michele Mari (Collage di Gianluca D’Andrea)

Michele Mari: Estratti da Leggenda privata e Cento poesie d’amore a Ladyhawke – SOTTO L’OMBRELLONE

Questa notte, in sogno, ho scoperto una cosa interessante sui Ciechi: lo sono perché, toltisi gli occhi, li hanno disposti per tutta la casa, ben nascosti in luoghi strategici. poi, a certi intervalli, fuoriescono dalla Cantina, recuperano gli occhi e se li riadattano: in questo modo vedono tutto quello che è successo nel frattempo, come la registrazione di un sistema di telecamere a circuito chiuso: ogni tanto però qualcuno si mette il bulbo di un altro, donde una serie di alterchi. Questo significa che se esplorassi accuratamente la casa e trovassi tutti quegli occhi, e li prelevassi, i Ciechi non mi vedrebbero più, ma… mi chiedo… non sarebbe ancora più spaventoso? Essere nel loro buio voglio dire, essere cercato da chi vuole indietro qualcosa? Nel dubbio, meglio non contrarre debiti…

(da Leggenda privata, 2017, p. 35)

La marca di gelati alternativa e per noi bimbi persino trasgressiva (non fosse per l’audacia di sfidare l’impero-Motta), era Algida (fondata 1945), forte del suo Cremino (omologo del Montanello) e del prepotente Cornetto: dunque, perché le Bergonzi smerciavano prodotti Motta sotto l’insegna della concorrenza? Era una frode calcolata” E che figura ci facevo, io, a chiedere qualcosa di più vecchio dell’offerta commerciale? Poi, sotto il famoso pergolato delle Mutande della Serva, una folgorazione mnemonica, intensissima e vivida: un bimbo che insiste, «Posso dire una parola?» e reinsiste più volte, finché i Rokes concedono: «E dilla!», e quello: «C’è un Algida laggiù che mi fa gola!», al che corrono tutti laggiù, Shel Shapiro compreso. È troppo, pensare che in momenti come questi si celi più storia e più religione che nell’Iliade, nel Mahābhārata, nel Beowulf? D’altronde, «C’è un Algida laggiù che mi fa gola» è un perfetto endecasillabo, Dante avrebbe potuto metterlo in bocca a Mastro Adamo, quando rimpiange i ruscelletti del Casentino…

(da Leggenda privata, 2017, p. 43)


Testi da Cento poesie d’amore a Ladyhawke (2007)

Chi eri nel mondo dei vivi
chiese il passero allo spaventapasseri

Un uomo
che non suscitò in chi amava l’amore
per questo ti posi impunemente
sulla mia manica vuota

*

Se aveva ragione Cavalcanti
nel dir ch’ogni sospiro è un nostro spiritello
che tremulo e perplesso
si mette in viaggio
alla ricerca della persona amata
e giunto al suo cospetto sbigottisce
che resta ormai di me
sputnik
che ha esaurito i suoi messaggi
per il pianeta Terra?

*

Per più di trent’anni
ti ho abusata
fingendoti secondo dittava il mio capriccio
e come cera molle ti ho plasmata
e rifusa e riplasmata

Ma adesso che mi hai offerto
specimina precisi dei tuoi giorni
opponi resistenza
e imbrigli il mio delirio

Così il solipsismo si fa impuro
ed il romanzo uggioso
onta suprema
per chi da sempre nei romanzi aborre
il manzoniano vero

*

Coincidere con chi si è diventati
credendo sia saggezza
è il più facile dei tradimenti
perché il suo castigo è nella pace

*

La fiaba degli amanti
cui un maleficio tolse
d’incontrarsi
———(donna di notte lei
——————————e con la luce falco
———lui con la luce uomo
—————————-e nottetempo lupo)
ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume

*

Il tuo silenzio
dici
è pieno di me

Così so
come si sentono i morti
pensati dai vivi

*

Il nostro fidanzamento è morto

Adesso lo imbalsamo
poi mi iscrivo a un corso da ventriloquo
e come Norman Bates
apro un motel

*

I poeti latini
avevano una splendida espressione
per indicar le stelle che cadono in estate:
labentia signa
cioè segni scivolanti

Tale mi sembra il tempo
in cui ci siam baciati
scia luminosa
passata troppo in fretta

L’astrofisica insegna tuttavia
che quel teatro
caro ai bambini ed agli innamorati
non è caduta e non è scivolamento
ma solamente morte

*

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
ed il commento dice
due imbecilli

*

Avendo la testa montata all’indietro
non so cosa mi aspetta
ma quando cadrò nel vuoto
starò certamente ammirando
la sinossi di tutti i nostri incontri

Schizzi di Milano su Le parole e le cose

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Olivo Barbieri, Milano

Schizzi di Milano

[È uscito da poco, per Carteggi letterari, Schizzi di Milano di Francis Catalano. Pubblichiamo alcune poesie e la postfazione di Italo Testa]

Contrafforte delle Alpi, scosse in quota
l’equipaggio reggerà il colpo? –
sommità, biancore delle lame
le paurose asperità geologiche
centomila picchi geometrici
milano1 alla fine della pista, c’è l’uccello
il nibbio, la carne fresca
il becco che ne strappa
brandelli

(Centomila picchi geometrici)

 

Contrefort des Alpes, secousses en altitude l’équipage
tiendra-t-il le coup –
sommets, blancheur des lames
les affreux accidents géologiques
cent mille pics géométriques
un milan au bout de la piste, il y a l’oiseau
le nibbio, la chair fraîche
le bec dedans tirant
des lambeaux

(Cent mille pics géométriques)

1 Gioco di parole, nel testo originale, tra il nome dell’uccello “(milan in
francese) e quello della città d’atterraggio.

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Leggi la recensione di Antonio Devicienti al libro [qui]

Per acquistarlo [qui]

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Il campo dei cigni | Marina Cvetaeva | ZEST Letteratura sostenibile

Con questo articolo s’inaugura la mia collaborazione a Zest – Letteratura Sostenibile


Cvetaeva_Cigni_cover_con-data-600x825Bianco: tra l’idea e la storia – Il campo dei cigni di Marina Cvetaeva
nottetempo, Milano, 2017

nota di Gianluca D’Andrea

Il campo dei cigni di Marina Cvetateva vede finalmente luce in Italia, nella sua versione completa a cura di Caterina Graziadei, per i tipi di nottetempo.
Il tragitto tutt’altro che lineare del libro, come tutta l’opera della sua autrice, evidenzia una volta di più la funzione testimoniale del linguaggio poetico, a dispetto di ogni ostracismo politico.

Nello specifico, Il campo dei cigni, fatica portata a termine da Cvetaeva tra il 1917 e il 1920, cioè in un periodo tra i più rilevanti e tragici del XX secolo, in quel passaggio violento e desolante segnato dalla Rivoluzione, viene a rappresentare un’operazione in cui stratificazioni storiche (il contemporaneo dell’autrice e la storia dell’antica Russia, intravista attraverso la sua tradizione epica, dal Cantare della schiera di Igor’ al Lamento sulla disfatta della terra russa) si intrecciano alla “passione” per la prospettiva popolare, con il risultato di un legame di lunga gittata tra l’individuo e il tempo. Emerge un’aspirazione all’unità per cui la simbologia del bianco, così “assordante” in tutta la raccolta, diventa il correlativo di un desiderio “civile” percepito sul margine della sua stessa fine. In sostanza, Cvetaeva è riuscita ad abbracciare i dati di realtà trasformandoli, però, in un ideale di lungo respiro, in cui coagula il misticismo ereditato dalla tradizione della storia russa precedente alla Rivoluzione.

Con ogni probabilità anche l’educazione personale di Cvetaeva, da cui deriva una concezione “nobilitante” dell’esistenza, è sintomo dello sdegno manifesto per ogni categorizzazione sociale, e della scelta totalizzante per una libertà individuale ai limiti dell’eccentricità. Se quanto appena esposto è vero, allora i versi che si leggono a p. 81 della presente edizione, «Due soli nemici ho avuto al mondo, / due gemelli, fusi insieme per sempre: / la fame degli affamati – e la sazietà dei sazi!», diventano paradigma di una personalità esacerbata da contrasti e opposizioni, lacerata da una tensione all’elevazione che solo la parola e il canto parrebbero soddisfare.

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BREVI APPUNTI SULLA FINE VI – “Nessun confronto, nessuna fine”: “Senza paragone” di Gherardo Bortolotti, Transeuropa, Massa, 2013

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Gherardo Bortolotti

BREVI APPUNTI SULLA FINE VI – “Nessun confronto, nessuna fine”: Senza paragone di Gherardo Bortolotti, Transeuropa, Massa, 2013

gherardo_bortolotti_senza_paragone_copertinaIl rimpicciolimento del punto di vista in un flusso conglobante, che abbraccia il massimo possibile di un reale comunque in fuga, è la “tecnica” messa in atto da Bortolotti in questo suo libro di passaggio.
Senza paragone (ricordando che Tecniche di basso livello è del 2009 e che è uscito da poco, nel 2016, Quando arrivarono gli alieni) si presenta come un dispositivo, dunque, un conglomerato di tracce verbali messe in riga per un possibile senso. Per entrare tra le maglie di questo dispositivo occorre abbassare l’orizzonte di presenza del soggetto e provare a captare, comunque, lo sforzo di “comprensione” senza simulazioni dell’io scrivente, e la conseguente definitiva (almeno nelle intenzioni dell’autore) de-liricizzazione del contesto. Se «il mondo è quello che è indipendentemente dagli interessi di qualsiasi descrittore» (H. Putnam, Mente, corpo, mondo, Il Mulino, Bologna, 2003, p. 15), ma comprendendone gli stessi interessi, allora la prosa-mondo di Bortolotti vive nell’intreccio ad oltranza, in una tessitura verbale per cui il soggetto è come in bilico tra presenza e assenza e la sua possibilità di relazione è situata nell’intercapedine, ovvero nella funzione quasi “ri-creativa” di una similitudine molto facilmente ribaltabile in distinzione.
Forse il limite e la forza, quindi tutta l’ambivalenza del linguaggio di Bortolotti (non solo di Senza paragone) risiede nell’oscillazione scandita da tappe elencative, e quasi tassonomiche per come sono divisi numericamente i testi, che ricostituiscono la dinamica tutta illuministica di una conformazione d’archivio, enciclopedica.
Lo stratagemma compositivo del libro – e rifletterei sul titolo separando i due termini: “senza” / “paragone”, nella riproduzione dell’ambivalenza tra assenza e presenza relazionale attuabile solo nel confronto -, quella similitudine pronta a essere ribaltata nel suo opposto, plasma un’atmosfera inedita, per cui il lettore si trova immerso nel mondo “descritto” (mondo occidentale, suburbano-urbano, per lo più piccoloborghese, perciò settoriale e paradigmatico, per quanto anche totalmente “soggettivo”) come dentro una bolla, anche se l’ipotesi distanziante è come attraversata da una pietas partecipativa, a sua volta quasi congelata da una classificazione in esubero, dal surplus d’informazione.
Lo stilema della similitudine (compreso il suo opposto) è la base per lo sviluppo di un andamento solenne del discorso, ma di una maestosità diminuita, con richiami poematici classici – quasi un’epica di “basso livello” -, mentre l’impostazione sistematica pare richiamare un’esigenza di percezione “cartesiana”, all’interno dei cui assi pare muoversi uno scibile caratterizzato da ulteriori ambivalenze. Se, da un lato, la pulizia del dettato, la sua cadenza meccanica manifesta una potenzialità descrittiva, in termini di accumulazione, che rende possibile l’archiviazione in una gabbia formale, dall’altro, l’impossibilità di esprimere la “totalità” rompe le sicurezze del modello e si formano incrinature nel flusso, fino a cadere letteralmente nell’inespresso perché inesprimibile. Ma occorre riportare un esempio:

senza paragone 22

01. come le ore di lavoro, l’interstizio lunghissimo, laminare, in cui ti inoltri tra masse di giorni perduti, di giorni a venire, di quel che resta di scenari probabili che ti vedevano felice, scartati a seguito di un particolare secondario, di una ricaduta marginale di eventi a più larga scala, della crisi finanziaria, della governance del territorio, in cui sei implicato insieme a migliaia di altre persone secondo sistemi complessi di casualità, approssimazione, eterogenesi dei fini, e che ti hanno raggiunto, e spinto nell’angolo in cui sei, ossessionato da ciò che capita, dalla macchina del presente, dalla sua estensione chilometrica, tridimensionale, apocalittica

02. come il fatalismo all’uscita dell’ufficio, le vaste prospettive di quei primi minuti

03. come il sole, le ombre precise che disegna sulle facciate degli stabili, delle villette, la limpidezza peculiare degli orizzonti suburbani che attendono l’arrivo di astronavi aliene, lunghe e vaste come cumulonembi, le cui forme segneranno il termine di ogni ordine, di ogni parsimonia nei desideri, nella consumazione dei propri giorni, in cui si avvicendano casi successivi, casi ragionevoli, che ti conducono in angoli della casa dove scopri alcune briciole, una macchia, le tracce di una tua vita passata, fantomatica in cui

(pp. 49-50).

Ad apparire è un quadro preciso pur nella propulsione dileguante nel flusso, in cui si perde (o si maschera?) il soggetto. Dall’archivio visivo e poi mnesico – per lo più la visuale è minima, concentrata sul particolare minuzioso che si espande al contesto e ritorna su se stesso, anche se l’ordigno ciclico, barocco o “illusivo”, è interrotto dal taglio secco della chiusa: «casi successivi, casi ragionevoli, che ti conducono in angoli della casa dove scopri alcune briciole, una macchia, le tracce di una tua vita passata, fantomatica in cui». Eppure, l’osservazione da “scientifica”, in direzione “cartesiana”, perde la sua risolutezza e si fa più attenta alle sfumature, alle ombre proiettate da un soggetto che sembra perdere la sua capacità di contenitore obiettivo.
All’inizio parlavo di intercapedini di contatto. Ecco, verso la fine di Senza paragone questi minimi intervalli, per cui il mondo poteva farsi luce nel dispositivo, si allargano in crepe e «si aprono dall’occhio», rendendo intuibile (e infatti Quando arrivarono gli alieni sembra confermarlo, con prestanza allegorica e affabulatoria) la presenza sempre più assidua di un’esteriorità finora tenuta a distanza.
Forse il linguaggio di Bortolotti non aveva ancora trovato la sua capacità di incontrare il mondo con la sua forza dirompente, ma Senza paragone sta proprio a manifestare la possibilità di una fuoriuscita da coordinate rassicuranti:

senza paragone 27

01. come l’estensione del cielo nelle ore del giorno, i diversi toni di azzurro in cui la profondità si estingue, la distanza luminosa dell’orizzonte, dei quartieri periferici, delle aree industriali suburbane, oltre cui la pianura si inoltra in regioni di lontananze, bassa densità di popolazione, politiche razziste

02. affine agli anni della giovinezza, alla loro poca ricchezza lasciata alle spalle, in termini di esperienza, gioia, senso delle cose di cui

03. simile a un altro, di questi

04. diverso dalle foglie che marciscono nel parco, dall’erbaccia che spunta accanto alle ringhiere, ai cancelli, dalle giornate che ti sprofondano nell’autunno e nella normalità dell’estinzione, nella successione disillusa delle serie televisive

05. come le cose che hai finito di fare, le giornate trascorse di cui in parte possiedi i frangenti, le scene quasi sospette di salotti in penombra, di corridoi, di cucine in cui la frazione di un senso ti è apparso, mentre ti iniziavi alla sera, mentre pulivi le briciole della cena finita, i minimi resti di insalate, sugo, fette di pane, che cancellavi con lo straccio sotto la lampada accesa ed un pensiero di come sarebbe, se tutto di colpo finisse, se la sottile tensione superficiale di ciò che è in corso, di ciò che è vero, cedesse alle pressioni delle possibilità scartate, degli errori, degli impliciti paragoni con cui siamo arrivati al presente, alla soglia delle altre cose a venire, al cospetto dei nostri mobili, dei nostri cari, anch’essi inoltrati, come radici, fino a questo livello del mondo corrente, della farraginosa materia dell’ignoto reale, diretti ancora più a fondo, consumando il passato, le opinioni, l’eterogenesi dei fini, il significato sbagliato di ciò che è avvenuto e trovando, di colpo, abbassando lo sguardo, le tracce del tempo passato, degli anni lasciati alle spalle, nelle pieghe di un dito, nelle crepe del muro, nelle rughe raggiate come antichi sistemi di canali che, allo specchio, si aprono dall’occhio, verso la tempia, verso lo scorcio della nuca e tutto quello spazio, che non puoi vedere, perché lo copri

(pp. 59-60)

Gianluca D’Andrea
(Giugno 2017)

Il Novecento: Stefano D’Arrigo – 3 poesie

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Stefano D’Arrigo, 1988 – Ferdinando Scianna – Magnum Photos

Stefano D’Arrigo – 3 poesie

(tratte da Codice siciliano, Scheiwiller 1957, e poi, ampliato, Mondadori 1978, infine Mesogea 2015)

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PREGRECA

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

Isola, sole e luna e moventi
mortali, misteriosi paradigmi
di sfingi, puma, leoni ruggenti
con faccia d’uomo, profilo d’enigmi
rugosi sotto palpebre di belva,
appostati in una oscura parola,
nella loro stessa ombra, in una selva
colore di funebre lava viola.

. . . . .

da Lipari, Milazzo, Caucana,
dal Conzo, dalla Favignana,
dalle miniere di Monte Tabuto
(le gallerie di selci come greti
di fiumi discesi insino
all’aldilà, navigati sepolcreti),
da Monte Pellegrino, nelle grotte
dove qualcuno chiese aiuto
nella profonda notte,
da Levanzo, da Stentinello,
da Megara Hyblea, da Paceco,
da Naxos, per ogni budello
d’arenaria dove la vita un’eco
lasciò fuggendo, una bava
di lumaca sull’ocra, sulla lava,
una frana di formica, un cieco
verso d’uccello, un’impronta digitale
sopra un vaso a spirale,
lo stampo della vita
rigato da un polpastrello,
un grido, un graffio: quello e quello

. . . . .

cacciati di qua, dai ruggenti
enigmi, gli innocenti,
coi perduti averi, le vite,
le labbra per sempre cucite,
emigravano nell’aldilà.

S’imbarcavano per quelle rive
in classe unica, ammucchiati
o clandestini nelle stive
di necropoli come navi olearie.
All’impiedi nelle giare, rannicchiati
sui talloni, masticando qualcosa
nella notte, forse tossico
(quali pensieri? quali memorie?)
nella tenace, paziente posa
dal cafone resa famosa

. . . . .

e realtà e allegoria di gesta
future, d’offese senza difesa,
d’uomo che a uomo fa vita arresa,
le mani dietro la testa,
allacciate alla nuca,
alle spalle scavata la buca.

Navigavano nell’argilla,
nel soffice tufo, nelle pieghe
della pomice, coprendosi di rughe
a emigrare stilla a stilla
fra la polvere e le atre schiume
delle necropoli occhiute
esposte ai lidi, battute
da echi grigi, lontani,
di salsedine e cenere insieme,
di gridi rochi di gabbiani.

Per l’altomare di pietre
senza stelle, fra stasi
e procelle di silenzio, anelito
a non svanire nel nulla, a essere
seguiti, ritrovati poi
in una scintilla da me, da voi,
si lasciavano dietro, quasi
soffiati dall’alito
nel vetro dei vulcani,
segni incisi, saluti
siciliani, gesti muti:
il dito sulle labbra, le ciglia
alzate, il silenzio indomito
di chi vive come in una conchiglia,
vivo e già morto e graffito.

Oh disegni dell’aurora, quali
sogni di libertà detti
in gergo di congiurati
rei confessi vi furono allusi,
quali pegni inespressi, stretti
da mani di vivi con occhi
di morti come nodi al fazzoletto,
con la fatalità di chi
emigra e si riposa vinto
nella posa del feto,
i pugni chiusi sugli occhi,
i ginocchi contro il petto
come in ventre al mistero, in un segreto
barlume di labirinto.

Oh alfabeto di morti
emigranti, oh linguaggio di dita
figurato di morte e di vita,
chi sotto metafora impresse
un così lucente raggio
al suo scheletro, chi riflesse
dal vetro un messaggio
di libertà che a noi viene, da noi va
ieri, domani, aldiquà, aldilà?

Con linea esile, d’aria dura,
grafia labile, esotica
libertà qui si figura
cerbiatta malinconica
che tremula, esterrefatta
corre l’alea ma intatta
metafora vola dall’aldilà,
libertà sempre in fuga, intravista
sulla immemore pista
dei morti, così ignota
da arrossirgli ancora la gota

libertà un palpito a prua delle barche
trasmigranti come arche
nel sale cha asciuga le impronte
di chi muore ed emigra
con una ruga in fronte

antico ardire, inerme bramosia
libertà sia di vivere sia
di morire, oscuro geroglifico
dall’eco dileguata di segreti
murmuri immensi di alfabeti.

Gli altri migravano su chimere,
per mari d’aria e remare d’anime,
con dolce tuono di procellarie.
I siciliani emigravano invece
su navi scalfite su patere
(alito di venti e vele di rame),
in pietrapomice e arenarie,
in tufo di calcare e salgemma,
calati in stive di pece,
i pensieri spiumati di mimosa:
in giare e nicchie, ritti
o chini sui talloni, nella posa
dei cafoni, nel loro stemma
di senzaterra, di sconfitti

carne da macello, qui o là,
in Australia, nell’aldilà,
oltremare, dovunque sia
una miniera, un qualsiasi
budello per seppellire
l’enigmatica frenesia
di chi per morte s’imbarca
come su di un’arca
di libertà, coi bisogni
stretti alla vita e i sogni
zavorra viavia
da gettare e alleggerire
i petti di nostalgia
mentre diventavano scheletri
e le armi al piede, i vetri
di ossidiana segnavano,
buia e struggente
meridiana di paure,
l’emigrare e le sue figure.

Forse non era l’aldilà
tutta questa gran novità,
forse pure di camorra,
di enigmi e d’omertà
era regno l’aldilà,
forse pure sottoterra
sfingi, puma, leoni ruggenti
mantenevano la guerra.
Anche di là gli innocenti
emigrarono, strage su strage,
dal calcare di Pantalica
in America, nel Borinage.

*

IN UNA LINGUA CHE NON SO PIÙ DIRE

Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga.

O in una lingua dove avanza, oscilla
col suo passo di danza che si cuoce
al fuoco della gioventù per sfida,
sposata a forma d’anfora, a quartara.

O in una lingua che alla pece affida
l’orma sua, l’inoltra a sera nell’estate,
in un basso alitare la decanta:
è movenza d’Aragona e Castiglia,
sillaba è cannadindia, stormire.

O in una lingua che le pone in capo
una corona, un cercine di piume,
un nido di pensieri in cima in cima.

O in quella lingua che la mormora
sul fiume ventilato di papiri,
su una foglia o sul palmo della mano.

O in una lingua che risale in sonno
coi primi venti precoci d’Africa,
che nel suo cuore albeggia, in sabbia e sale,
nel verso tenebroso della quaglia.

O in una lingua che non so più dire.

*

DOVE GALLEGGIANO SQUAME

suvvìa, qua vieni,
ferma la nave e il nostro canto ascolta.

Odissea, XII

In quale scuola fatata d’aprile
ci si chiede il colore, il colorito
delle gote e del crine, ci si chiede
se ha pensieri e quali amori il tonno,
il pescespada, il delfino, se a sera
la sirena nel suo sonno annusano.

Dove sono quei dolci flauti in gola,
quel gorgheggiare a colpi di coda?
Dove sono quelle voci, quei rauchi
motivi alla moda, quell’implorare
per acuti, in solitudine e fede?
Dove galleggiano squame, su quale
spiaggia s’interrogano le scaglie,
il pettine, i capelli, quelle brame?

Ora inermi, umane, mortali
l’altomare veleggiano sui tacchi
in una camera, sole o a schiere,
fiutano alle imposte la salsedine
delle quaglie migrate a pelo d’acqua.

Ora esistono in una conchiglia
souvenir le tempeste, i maremoti
che nella pece lievitano estivi
dove sono eterne le schiume, quelle nevi,
sotto pennacchi di fumo, vulcani.

Ora dice un lunario i giorni, i mesi,
quando i venti di scirocco e grecale
spirano fatalità su terraferma
per eventi d’infamia e d’onore
mutano destino, pettinatura.

Ora si legge sul giornale quando
scendono oggi semidei in terra
recando sul solino la Polare,
sulle spalle quel blu dell’oltremare.
Allora bruciano navi alla fonda,
una guerra finita ricomincia
e di passaggi sullo Stretto, a vita,
rimane un fazzoletto fra le dita.

Ora remigano da boa a boa, quelle,
accennano con lunghe ciglia al mondo,
persino un uomo le tocca con mano.
Di quelle polene s’indora la prua,
della loro bocca udita in famiglia
catturata con sapore di sale.

Oggi si segnano ignote, sicure
stelle azzurre nei tatuaggi fedeli,
Venere fra le mammelle si additano.


Stefano D’Arrigo. Scrittore italiano (Alì 1919 – Roma 1992); a parte le poesie del Codice siciliano (1957; nuova ed. accresciuta, 1978 e 2015), è noto per il contrastato successo del monumentale romanzo Horcynus Orca (1975): un progetto ambiziosissimo, teso a riunire in un solo libro tutta la tradizione narrativa dell’Occidente, dalla Bibbia a Omero, al Decameron, ai poemi cavallereschi, per riscriverla e coglierne l’immutata vitalità simbolica e affabulatoria sull’orizzonte delle grandi innovazioni della narrativa del nostro secolo (almeno a J. Joyce, il rinvio è obbligatorio). La realizzazione risulta elaborata anche sul piano dell’invenzione linguistica. Più discutibile è invece la riuscita del romanzo successivo, Cima delle nobildonne (1985).

(Fonte: Treccani.it)

“Il tempo del consistere” di Gianfranco Fabbri, L’arcolaio, Forlimpopoli 2016

Fabbri
Gianfranco Fabbri

Il tempo del consistere di Gianfranco Fabbri, L’arcolaio, Forlimpopoli 2016

consistereIl libro di poesia più bello letto in questi primi mesi del 2017 è un libro di prose. Lo ha scritto Gianfranco Fabbri ed è stato pubblicato dalla da lui fondata casa editrice L’arcolaio che, dal 2008 a oggi, è diventata una delle realtà più vive e propositive proprio nell’ambito della pubblicazione e diffusione della poesia in Italia.
A contraddistinguere Il tempo del consistere, evidenza che con ogni probabilità me lo ha fatto più amare, è la presenza del pudore, e quindi di un’etica del rispetto, che si espande dal ricordo e che si fa presenza assoluta, atemporale. Una costumatezza, dunque, che coraggiosamente si oppone alla volgarità del mondo, accompagnandosi allo stupore per lo stesso e a un’attenzione tutelare verso lo strumento linguistico che deve prendersene cura:

«Fuori, intanto, bianco s’apposta il manto sulle case del paesaggio. (Mondo)
Ho cancellato paesaggio e ho preferito inserire al suo posto il termine “mondo. Perché?
Soltanto perché più liquido-tondo-breve-universale?
Non solo per questo.
Il di più non lo saprei spiegare»

(Anche una forte nevicata avrà la sua bella sintassi, p. 87).

Sì, emerge infatti, nei testi di questo libro, un senso di apprensione relazionale non facilmente riscontrabile in altre operazioni coeve. Ed è proprio la poesia a essere trattata con rispetto da chi rinuncia all’evidenza del verso trasmettendone il ritmo in una prosa pregnante ed eterea allo stesso tempo, quasi in un respiro che immetta il suo fiato nei momenti di raccoglimento e riflessione, per poi diffonderlo, senza infingimenti o esorbitanze, nel giro della relazione o del contatto col mondo.
Tanti sono i passi in cui un’attrazione desiderante nei confronti del contesto si rende manifesta, sin dagli esordi passionali di una ritualità nostalgica nella sezione Echi del passato, in cui il presente si riattiva per mezzo dei ricordi, in attimi di disorientamento:

«Non mi va stamane di alzarmi.
All’improvviso mi sono ricordato di me»

(p. 13)

oppure,

«Il gioco è stato ricreato.
Un’idea venuta così per caso.
L’idea dell’infanzia, nello specifico»

(p. 15).

Certo, se la nostalgia non fosse sostenuta da un’essenziale ironia, la quale riesce a mettere tra parentesi il soggetto confermandone il ruolo di testimone decentrato, allora l’intera operazione rischierebbe d’impantanarsi nel rigagnolo di una verbalizzazione intimista e per ciò stesso stucchevole. Questo non avviene grazie alla maturazione di un’autoconsapevolezza (anche temporale, i testi de Il tempo del consistere, infatti, “sono stati scritti negli ultimi quattro anni del Novecento”, quindi pubblicati a notevole distanza dalla loro composizione), in cui al pudore e all’ironia sembra saldarsi la tenerezza onnicomprensiva della grazia:

«Nel giardino di casa, Hitler un giorno andò incontro al suo cane lupo per accarezzarlo. La bestia all’inizio si ritrasse con occhi timorosi; poi, come convinta da una forza superiore, accettò le effusioni con cautela»

(Lager, pp. 34-35).

Affiora un senso di fiducia solo grazie alla scomparsa della pretesa dell’io a un’autodeterminazione:

«Perdi i capelli, mio caro.
Sei quasi più bello.
Non vorrei che fosse altrimenti: non saresti tu»

(p. 40).

È in atto la cognizione del deperimento dell’essere che può persistere solo nella “consistenza”, cioè nello stare saldo (finché è possibile) insieme al mondo, riconoscendone la necessità.
Allo stesso modo il linguaggio si arrende alle referenze e affida alla sola presenza la possibilità di un senso:

«Poi, quando la notte gela, sembra che tutto contragga in sé. Sui tetti, i rivoli d’acqua si solidificano in una morte soltanto apparente»

(Quando soffia la calma strana dell’inverno, p. 58).

Nessuna risposta, ma la resa a quella “forza superiore” che in Fabbri è ricollegabile a una fede religiosa ben definita, e che nel lettore potrebbe suscitare la percezione dell’umiltà necessaria per un vero accesso al mondo. Come negli splendidi quadri della sezione La suggestione della cultura, in cui nel testo dedicato ad Anna Frank si può leggere:

«come sempre è il cuore a rivalutare il senso dell’esistenza; con i cantucci nella soffitta, dove i due ragazzi mondano le patate e possono ammirare il cielo pieno di nuvole al tramonto.
Per un miracolo ancora, il mondo si ripete»

(Anna Frank, p. 70).

Abbiamo osservato come al tentativo, a questo punto realizzato, di accesso al mondo, si affianca la riflessione sullo strumento linguistico, con cui si rende possibile l’estatica comprensione dell’alterità, la “consistenza”, appunto, nel tempo della relazione:

«All’alba della scrittura è possibile cogliere l’esatto momento dell’estasi»

(Tra Rimini e Forlì, in treno: ore 21,15, p. 77).

Estasi che parte dal consistere: un movimento che cerca di consegnare il senso di una fuoriuscita dal sé per confermare la “presenza” nel contesto:

«Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere»

(p. 83).

Proprio quando più pressante si fa l’urgenza di una riflessione sulla scrittura (la sezione Il rovello della scrittura quasi conclude il libro, se si eccettua l’explicit Frammenti e aforismi, che, però, pare aprire a considerazioni ancora in divenire, come l’afflato civile dell’ultimo testo dedicato alla strage di Bologna, e che riportiamo per intero al termine di questa riflessione, sembra stare a dimostrare), allora si staglia la profonda motivazione poetica che guida Fabbri: la mimesi tentata in tempi di metamorfosi anche troppo esposte, conduce a una trasposizione (perché sempre di finzione si tratta) il più possibile naturalistica:

«Per riprendere il buon Leopardi, potremmo affermare una sua idea: dire cioè che lo stile dà perfezione all’opera e l’opera è tanto più perfetta quanto più risulta imitazione della Natura»

(p. 86).

Allora, dopo aver considerato la tensione al reale della presenza, partendo dallo stupore che il soggetto perpetua nei confronti dell’esistente, il suo “consistere” o resistere comune, non ci resta che riportare l’estrema testimonianza, che Fabbri infatti incastona in conclusione, di un trasporto alla vita collettiva e relazionale che è anche consapevolezza della sua possibile cancellazione per mezzo della violenza e del terrore. Su questa voragine che si spalanca come un monito si chiude anche la nostra analisi:

Accumulazione paratattica per una tragedia

(Due agosto, 1980 – Bologna)

Un’esplosione. Un tonfo immane.
Il bar sul primo binario, il piano di sopra.
La sala d’attesa, l’atrio centrale. Un’iradiddio, la voragine sul
pavimento; i vagoni dell’espresso sotto la pensilina numero
uno; il primo occhieggiare di certe braccia staccate, l’avvento
epifanico delle membra – i corpi fatti a brani – sotto le
carrozze, come nella hall e nel piazzale antistante.
Corpi sotto i taxi.
Cadaveri tornati bambini, bianchi di polvere.
Il bus 37 reso furgone funebre.
Lenzuola come tende ai finestrini.
L’occulto diniego della morte.
Il bus 37 corre all’impazzata lungo la via Indipendenza col
suo reperto di persone arrese – una macelleria in
movimento, al tempo del clacson intermittente.
Grida, bestemmie della folla.
Una fuga di gas?
Non una fuga – la bomba; lo squarcio delle sinapsi; le
trombe di Eustachio frantumate.

Sotto l’hotel Milano, la prima postazione RAI; l’attesa della
diretta.

Per tutto il giorno, un accorrere di pompieri, di reporter di una
Tv locale, degli inservienti d’ospedale; i semplici barellieri,
nella loro dinamica umiltà, da sotto le automobili tirano fuori
i corpi disarticolati e le loro anime bruciate dallo
spostamento d’aria.

E anche a sera, anche a notte fonda, alla mercé di un caldo
africano [torvo marrone demoniaco] i gruppi elettrogeni, con
le loro luci innaturali, eccoli pronti a fare il terzo grado agli
ultimi resti umani.

Più in là, isolata e muta, attonita a se stessa, spicca una
scarpa bene calzata al piede orfano della gamba.

Gianluca D’Andrea
(Maggio 2017)

Transito all’ombra | Gianluca D’Andrea Marcos y Marcos, 2016 Recensione di Gabriele Belletti – su Zest letteratura sostenibile

Transito all’ombra | Gianluca D’Andrea
Marcos y Marcos, 2016

Recensione di Gabriele Belletti

«Recando passati e passando»:una resa in visione del mondo

L’esergo (p. 9) che apre la raccolta di Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016), dichiara, quasi fosse brano di poetica esplicita, un’intenzione. L’autore lascia infatti a Mandel’štam il compito di esprimere il suo (primo) pensiero e, con esso, la sua volontà: la rinuncia a considerare un destino e una storia come meramente personali e optare per un procedere distante da chi «l’ombra sua non cura», capace invece di attraversare l’ombra stessa, evitando il «niente» in cui le parole potrebbero finire («le parole finiscono nel niente / oppure si agganciano in noi», Cambriano, p. 62).

Il transito prende effettivamente le mosse nella prima sezione, La storia, i ricordi, dove il soggetto, con la sua voce, si disloca in un passato stratificato, per riportare nel presente, in anni «‘serraturizzati’ a blocchi» (XII, p. 34), un canto da tempo interrato. Chi lo canta, infatti, si reca in una posizione di retroguardia rispetto all’oggi in cui vive e attraverso cui, lente, interpreta ciò che è stato (dinamica questa che ricorda per certi aspetti il D’Ormesson de Le rapport Gabriel). Da una tale postazione, l’autore ri-porta ricordi assemblati in paesaggi individuali e collettivi, ricostruisce e si ricostruisce scavando in un humus comune. L’assemblaggio permette di ricomporre anche un noi-agglomerato («ci riconoscevamo negli scoppi», I, p. 14), una sorta di comunità coetanea e giocosa, colta in formazione col soggetto in un contesto mutevole («Il gioco già mutava in clangore», IV, p. 18), in cui sono spesso altri, dall’alto, a decidere («Aprivano e chiudevano le frontiere», X, p. 30).

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Recensione a “Transito all’ombra” su “Poesia” 326 (maggio 2017) a cura di Lorenzo Materazzini

poesia

Poesia maggio 2017 - recensione su Transito all'ombra

“Infine capovolti”, un inedito

11.03

Infine capovolti

“Let be be finale to seem”
Wallace Stevens

I piedi e la testa capovolti,
provando a profetizzare sul mondo
ci si trova scorticati e rovesciati
sul pavimento della storia.
Per questo vedo parrucche biondo
platino sfrecciare nei cieli notturni,
sbandierando un esotismo
che non vuole resistenza. Sherazad
sarà la storia o queste parole
a raccontarcela per dire che resistere
è questo sogno orientale e interessante,
fatto di sottosuoli sfruttabili, incroci
mercificati e scambi a fibre ottiche.
Perché non ti guardo straniero
che non voglio conoscere per il rischio
della diversità. Ma amo indossare
l’uniforme della mia mediocrità,
assiso sul mondo, sulla virtù
che ha sostituito con un cenno
la possibilità di condividerci.
Scià, presidente, spettro del reale.

(Gianluca D’Andrea, inedito)