Intervista sull’EstroVerso a cura di Marco Sonzogni e Rossella Pretto

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Foto di Dino Ignani

Oggi per Chiedimi ancora, a cura di Marco Sonzogni e Rossella Pretto, un’intervista in cui parlo di poesia, immaginazione, sovversione. Si ringrazia l’EstroVerso (Grazia Calanna) per l’ospitalità.


La poesia come demone moraleggiante e condominio solitario: Gianluca D’Andrea e Alessandro Canzian

La poesia è urgenza di comprendere il mondo e restituirlo in immagini, vite vissute che si innestino tra le pagine.
Se Gianluca D’Andrea scandaglia il mondo attraverso strumenti sociologico-filosofici che rimettono poi in gioco la capacità immaginifica della parola, Alessandro Canzian cerca di rendere la distanza volontaria e inconsapevole tra le persone partendo da un vissuto intimo per allargare lo sguardo a una più vasta porzione di realtà.
Camminano dunque entrambi in quel solco che da individuale si fa condiviso.
Buona lettura!

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

L’ultimo lavoro di Gianluca D’Andrea è Forme del tempo – (Letture 2016-2018) (Arcipelago Itaca 2019). In Postille (tempi, luoghi e modi del contatto) (L’arcolaio 2017) ha raccolto i commenti a singoli testi di poesia moderna e contemporanea, elaborati dal 2015 al 2017 in vari siti letterari. L’ultimo libro di Alessandro Canzian è Il colore dell’acqua (Samuele Editore, 2016). Condominio S.I.M. uscirà per i tipi di Stampa 2009.

CINQUE DOMANDE AI POETI: GIANLUCA D’ANDREA (1976)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Mi piace partire, per provare a rispondere a questa tua prima domanda, da un’espressione di Andrea Zanzotto, rintracciabile all’inizio di Fosfeni. Si tratta di «coagulo sacro» che, nel testo d’appartenenza (Come ultime cene), indica la transustanziazione, meglio la «materializzazione» e, quindi, l’umiliazione di qualcosa di inviolabile, separato. Ecco, per me, quel «segno» che «s’innerva» è la poesia, che arriva sempre dal basso e nel tentativo di agganciarsi al reale, se ne trova irrimediabilmente separata. S’intuisce un’urgenza, che veramente scorre nelle «mie vene» e poi defluisce nella mia scrittura: il tentativo costante di rimediare a un’assenza di fondo (anche il mottetto di Montale da te citato parla un po’ di questo). Più di cosa o chi, allora, a essere decisivo è come affrontare la relazione presenza/assenza, la scissione cardine, direi, del gesto poetico. Nel mio caso, ne sono più consapevole adesso che ho superato i quarant’anni, a diventare decisiva è una spinta agonistica. Ho proprio difficoltà ad accettare il reale per ‘quel che è’, a considerare «la trasparenza del male» (per citare un titolo celebre di Jean Baudrillard) e restare indifferente. Fu Magrelli il primo a intuire nella mia scrittura un demone moraleggiante e, quindi, una visione austera del mondo, che ne rifiuta la «perdita di realtà» (ancora Baudrillard), pur tenendo in considerazione il suo versante oscuro.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Riallacciandomi alla risposta precedente e ridefinendone il finale: non vedo oscurità, perché siamo già dentro quello «spilling dark» evocata dal grande poeta scozzese Robin Robertson. Insomma un’ombra ci è già caduta addosso, quel “rivolgimento” (Zukehr) di heideggeriana memoria, che è anche “esser-volto-verso” una costante caduta. Da quando, cioè, «la metafisica è realizzata nella fisica, adagiata nella tecno-scienza» (come diceva già nel 1988 Lyotard), ogni visuale è stravolta, schermata e, quindi, esposta nella «trasparenza totale dell’informazione» (Baudrillard). Siamo in un’oscurità totale, appunto, per eccesso di “illuminazione”, non è certo una novità. Per non sprofondare completamente nell’interfaccia che annulla definitivamente l’Altro, avverto la necessità di una fuoriuscita. A essere centrale nella mia riflessione è ancora il “come”: a mio avviso, la vera urgenza in poesia risiede nel rimettere in gioco la capacità immaginifica della parola, per ri-creare ininterrottamente il reale. Il «passaggio dallo stadio storico a uno stadio mitico», la definizione è ancora di Baudrillard, è il cruccio della mia scrittura attuale. Ne ho scritto in Transito all’ombra, libro che riconsidera la mia storia personale dentro il quadro più ampio della storia collettiva. Ora, però, la mia scrittura tenta di trasformare la necessità di ricostruzione storica in racconto immaginifico. Per entrare nuovamente in quella che Rilke definisce «la mitica miniera delle anime» (der Seelen wunderliches Bergwerk) occorre considerare il mondo nella sua caduta e riscoprire le «arterie nella sua oscurità» (als Adern durch sein Dunkel). Mi permetto di riportare un mio inedito recente, forse il modo migliore per riassumere quanto finora esposto:

Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Ne ho parlato anche in altre occasioni: il poeta che mi trasmette solidità (almeno così interpreto la «permanenza» evocata da Dylan) e, allo stesso tempo, apre vertigini di senso che danno i brividi, è Wallace Stevens. Lo rileggo per i motivi appena esposti, perché la stabilità («il mero essere») si abbina costantemente ad aperture inedite: «The leaves cry… One holds off and merely hears the cry. / It is a busy cry, concerning someone else. / And though one says that one is part of everything, // There is a conflict, there is a resistance involved; / And being part is an exertion that declines: / One feels the life of that which gives life as it is». Avverto sempre in Stevens una spinta a una nuova percezione e, infine, alla trasformazione. Allo stesso tempo, la sua poesia mi dà la consapevolezza di appartenere a un mondo unico e banale, anzi unico proprio per la sua banalità, il che implica un’accettazione dello stesso che definirei sacrale, di un’umiltà sconcertante: «The leaves cry…», «until, at last, the cry concerns no one at all», eppure continua a riguardare tutti.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Per me il poeta è sempre un sovversivo o non è. Non si tratta di comportamento o posa ma, appunto, di “energia verbale”, utilizzo “trasformativo” dello strumento linguistico. Trasformazione che investe ogni referenza, compreso il soggetto che scrive. Basti pensare a poeti che certo non ebbero una vita “movimentata”, ma non per questo meno inquieta: «E quando vicino gli passo, / al legno che trema e che canta, mi sento / mutato d’un tratto / nel sonoro strumento: / in corde metalliche tese / cambiata ogni fibra, / il corpo, percorso da brividi, / in fascio di nervi che vibra» (Camillo Sbarbaro).

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Tengo molto a un testo contenuto in Transito all’ombra. Mi è sempre piaciuto lo scarto tra il titolo altisonante e il contenuto “umile” e quotidiano. Già in questo credo risieda la vera necessità della poesia, nel suo tentativo di cambiare il contesto, anche di pochissimo, aprendolo alla relazione. Meglio, però, far parlare i versi:

Aspettavo la storia di un quadro millenario

Vedevo lo spettro nell’immagine
lenta, che rallentava gradualmente;
per un istante le figure si muovono appena:
case sullo sfondo, in un parco
bambini e famiglie, madri in maggioranza,
compiono le loro azioni.
In un pomeriggio di aprile –
dentro il quadro mia figlia e mia moglie
nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.
Aspetto ancora un po’ prima di entrare,
ho il tempo di sperare che qualcuno
colga da un altro spiraglio il quadro,
che il tempo senza tempo si ricordi
in molti modi, senza nostalgia,
senza la mia stessa speranza,
nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,
nella compassione lontana
di chi non ne sa parlare.

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Mario Benedetti (1955-2020) – poesie estratti – in memoria

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Mario Benedetti (Foto di Dino Ignani)

Estratti da Materiali di un’identità

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«Riguardo al mio morire è stato per me un difendersi, un difendersi strenuamente. Non più. Ma non faccio fatica. Come dentro un’epidemia, vivo nel casuale».

*

«La finitezza del mondo non è intesa come disvalore ma vi è un’accettazione della realtà così come essa si presenta: una compresenza di pezzi tra loro slegati, ossia che non hanno senso, che coesistono senza che si cerchino le spiegazioni delle loro relazioni reciproche».

*

«Essere effimeri, transitori, perituri, caduchi significa più particolarmente vivere in modo affrettato e irresoluto, caotico, multiforme, ossia in modo incompiuto. Noi siamo in rapporto con le cose e per ciò stesso vogliamo compenetrarci con esse, vogliamo essere una analogia, in equilibrio con l’esterno. Ma il nostro cuore, il nostro sentire, ci eccede».

*

Non erano tuoi gli occhi,
luce indurita in viso, mani.
mi chiedi qualcosa e non sei qui
maglia come sandali, e altro.
Come tutto è finito
ora che mi avvicino ai colori e non a te.

*

Ecco l’azzurro.
Due, siete stati, diverrete, diverrò.
Ecco l’azzurro.
Darvi la vita, darmi la vita.
Dillo.

Estratti da Pitture nere su carta

pitture nere su carta

E questi altri colori,
fiato maculato da corpo a corpo.

La pelle che hanno voluto, data,
per vivere. Ora hanno i tuoi occhi.

E il rosso, il blu, l’arancio, il viola.

Sai l’odore,
dove richiamata corri. Sempre.

Infinite mattine, infinite notti.
Va dolce il nulla,

il dolcissimo nulla.

*

Ammassi globulari, ammassi aperti.
Occhi codificati nel giallo, nel viola, nel nero.

Spirali del pianeta descritte dai cicloni.
Aberrazioni ottiche, di sfericità.

Amigdala su lava, amigdala in quarzite,
amigdala in calcare, su osso di elefante.

Oh fulmine, alone del sole, alone della luna.

*

Una faccia fra molte è la faccia che ho,
le mie dita sono fra molte.

Spasmi estrogenici, androgenici.

Corpo, quale opaca felicità,

illusa dal Titano, ci dai. Sono strazio
i volti. O magia di una scienza

le microparticelle del nulla, del nulla.

Tutti i cammini possibili. Amore. Invisibile.

Quanto sento? e come, dove,
onda del mio stare qui e stare via.

*

Lo scheletro del tarso
si allunga e si restringe.

Steli di capelvenere,
steli di viola farfalla.

Steli di erica, licheni,
licheni abbarbicati.

Estratti daTersa morte

tersa morte

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete una voce qualunque.

*

Le parole non sono per chi non c’è più.
Si commuovono e possono dire il viso morto.
Gli occhi erano quelli che mostrava,
il vestito sepolto quello visto altre volte.
Vedere che non ci sei più, non dire niente.

*

Il sosia guarda, la vita ha deciso.
Vede gli ultimi giorni, si vergogna di scriverlo.
È avvolta nella coperta sui piedi,
il figlio senza lo stomaco mangia i pezzetti di trota
sulle scatole dello yogurt medicinale.
Giocato a carte nel bar del paese. Non visto il due.
Bevuto il caffè con la diarrea refrattaria.
È una storia per tutti questa morte.
Nella casa il sosia tocca le dita della madre
dicendole che il figlio è morto. Dopo la pleurite
un mese prima di compiere gli anni lei
ha detto: anch’io e la nostra casa non ci siamo più.

*

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la sera più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

*

Nella grotta del bosco Làndri

La frana di braci si alza sulle foglie di acero
e in basso la grappa con il tabacco da fiuto,
i cartocci delle pannocchie per le sporte da fare:
notte fatta di attimi, pereti che si scuotono,
pensieri che si divincolano e si addormentano.
E torna la domanda. Non saprai di essere morto,
non sarai, quel nulla che nella vita diciamo
non sarai, non ci sarai più, non saprai di te.
Perfetta assenza. Non distrarti, non eludere
la pura inconcepibile assenza, non distrarti.

*

Come testimoniare i morti,
vivere come lo fossimo,
morire come lo siamo. Per la vita
è la scoperta
della morte e della vita.

*

Dai del tu ai morti, stai al posto di te, anche.
Ma il viso ghiacciato è sempre qui, il viso
che non parla, che non si muove. E ogni vita
era questo: interezza create continuamente
per un dopo che non ci sarà più o è già stato.

DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI DI GIANLUCA D’ANDREA su Poesia del nostro tempo

Su Poesia del nostro tempo, alcuni miei inediti accompagnati da una nota di Daniela Pericone.

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Gianluca D’Andrea (Foto di Dino Ignani)

Dentro le ombre per farne semi di Gianluca D’Andrea – Nota critica di Daniela Pericone

Uno scarto in avanti della coscienza è la direzione impressa dalla poesia di Gianluca D’Andrea nel suo Transito all’ombra (Marcos y Marcos 2016), un libro che unisce visione individuale e racconto collettivo, ricordi personali e memoria epocale. La vicenda dell’io è colta nel suo essere al centro e nel contempo separata dal mondo, poiché l’uomo si definisce in base alla relazione con il suo spazio e il suo tempo. Ecco che, in un’ampia erranza di riferimenti (da Dante a Campana, da Mandel’štam a Krüger), la scrittura di D’Andrea si orienta sulla poetica di Wallace Stevens tra piena adesione e mimesi. Anche il titolo Transito all’ombrasembra giungere per condensazione dai versi del poeta statunitense, “Non è nelle premesse che la realtà / Sia solida. Forse è un’ombra che attraversa / La polvere, una forza che attraversa un’ombra.” (Una sera qualunque a New Haven).

Da qui il motivo dell’ombra e del movimento trasborda nelle prove successive di D’Andrea, esplorazioni e approfondimenti di un cammino ben definito, se il titolo che accompagna gli inediti, Dentro le ombre per farne semi, non fa che ribadire il campo d’azione e dilatare le prospettive. L’esigenza conoscitiva è ambiziosa, il pensiero tenta di abbracciare non più e non solo la storia del singolo e della comunità, ma l’intera genesi universale, laddove l’uomo non è che un tardivo e irrisorio accidente delle conflagrazioni siderali. Il balzo non è da poco, occorre immaginare “la favola senza focus, senza uomo, / nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte” (Il lievito della trasparenza), spingere il linguaggio nei territori della fisica e della biologia, tra spore e membrane, tra fruscii e vibrazioni, arrivare dove siano concepibili solo “lastre / galleggianti nella materia / liquida dei primi pensieri” (Artico dei primi passi). Gli scenari hanno un’evidenza apocalittica, raffigurano una condizione primigenia, ma anche una rasura da catastrofe postindustriale.

(…)

da DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI

VII. Artico dei primi passi

Erano costellazioni di ghiaccio
i primi animali a essere immaginati,
non pianeti o organismi ma lastre
galleggianti nella materia
liquida dei primi pensieri.
La guaina esplose nella sensazione
confortevole di quell’abbandono.
Le lastre della preghiera riflettono
l’occhio che rifiutiamo di svegliare.
Ecco che scappano al lavoro
che li dimentica e succhia.
I primi orsi lungo tutti i passi
che sappiamo e decantiamo.

*

Ferita

Come non esistesse eziologia,
forse non esiste davvero nulla
oltre una fragilità congenita
che vorrebbe dire eredità, trasmissione,
geni antichi, incroci cellulari,
un’intrusione che arriva da un altro
tempo, un tempo-ombra
come le scorrerie e le razzie di sconosciuti
che scopriamo, sempre dopo, essere prossimi.

Così arriva il dolore, un giorno
mentre lavori, imprevisto,
imprevedibile e non è un’origine
ma un percorso che ci attraversa, da cui emerge
un’onda che s’increspa e può arenarsi
fino a bloccare il tempo.

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Dall’inizio (Francesca Serragnoli)

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Francesca Serragnoli

Su L’Estroverso Francesca Serragnoli per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

È tutta questione di visibilità.20
Una mini intervista e qualche (spero) luogo comune.

Perché continuo a scrivere?

Per entrare nella storia della letteratura? Chiudendo gli occhi, riesco a immaginarmi tutta la gloria possibile, tutti i riconoscimenti, i like, i followers, le foto, l’espressione appesa a quel ché di misterioso cenno, in equilibrio fra un’ipotesi di densità di conferme e una miseria desolante. E scendendo dallo sgabello, riconoscere intorno la stanza dell’inizio, lo stesso pallore. Scrivere è ricominciare da capo ogni volta. Che razza di realizzazione o traguardi sono quelli offerti dalla scrittura? Un elenco di libri, magari molti, un via vai di relazioni, treni, festival, videocamere, premi Nobel? Non vorrei però diventare una volpe davanti all’uva.
Ora, che sto sistemando un prossimo libro, ho le preoccupazioni di tutti e non me ne vergogno: qualcuno lo leggerà? Qualcuno ne parlerà? E qualcuno rimarrà colpito da quello che ho scritto, si commuoverà etc?
Qualsiasi cosa possa accadere, anche mettessi in campo tutte le strategie possibili per “venderlo”, non potrei aggiungere o modificare un verso. Questo è il lato più drammatico: accettare la propria altezza (165 cm ad esempio).
Sono due ora le visibilità in campo, quella dell’autore e quella dell’opera. Il guaio è quando appaiono mischiate. Scrivere per essere visibili come persone (mors tua vita mea? o tutti visibili alla pari?), non fa venir voglia di aggiungere strategie di comunicazione, semmai fa venir voglia di mollare, di lasciare la trincea. Non può essere questa, la guerra per essere una persona, per esistere.
Eppure soffro come tutti per la mancanza di attenzione e, se capita, confondo il disinteresse verso l’opera (presupponendo che ci sia) con il disinteresse verso di me. (Sparare sull’opera e non beccare anche l’autore oggi è un colpo da professionisti).
Pensare che l’amicizia di una persona dipenda o meno dalla qualità del libro che ho scritto equivale, non a incensarsi, ma ad abbassare il proprio valore di persone. È il contrario dell’egocentrismo, è la paura di sé nudi e crudi. “Valgo qualcosa perché ho scritto un libro”, anche belloccio, è una riduzione dell’umano che siamo a ciò che facciamo. Credo sia una trappola, non mi convince. Essere importanti che significa? Tenersi stretti l’opera per essere chiamati con i microfoni, attraversando la vita su un tappeto, fra i viventi anonimi?
Quando tutti salgono su un palcoscenico il pubblico scappa perché si sente sfigato: come… tutti importanti e io non sono nessuno? Ma il libro non parlava dell’orologiaio, del falegname, dell’operaio…il protagonista è chiunque, non l’autore in quanto dotato di talento letterario. Il protagonista (o colui di cui si parla, il tu) non ha talenti letterari. La letteratura scritta da questo punto di vista è democratica e portatrice di giustizia: a ognuno il suo (dignitoso pezzo di vita da vivere).
Per fortuna si scivola quotidianamente dall’essere autori all’essere lettori. Capisco che devo essere più lettrice che autrice, per salvarmi dal gorgo della realizzazione attraverso le opere. Non sto parlando di Lutero o di Dio che alla fine conta i libri e li valuta. Povero Dio, se dovesse capitare. Inoltre sarebbe una gara fra scrittori. E perché? Eppure invidie, frustrazioni, sentirsi in periferie, spesso mangiano il tempo.
Sulla moralità dell’artista poi non mi pronuncio, come non mi pronuncio sulla moralità di nessuno. Leggo le poesie dei carcerati, la cui qualità non credo dipenda dalle condanne. La moralità dell’opera è un tasto più delicato.
Cercare di dare visibilità al proprio lavoro non è segno di auto-referenzialità, ma solo indica che il libro è nato per essere letto. Raggiungere il lettore è oggi davvero complicato e si usano soprattutto i social. Una volta intaccato il lettore, la poesia viaggia sotto terra, non si appoggia agli altri media, è per se stessa un manufatto già equipaggiato per fare il suo giro. Tempo fa pensavo a Facebook come al grande inceneritore perché, accanto alle cazzate, faceva vedere il meglio della produzione letteraria italiana scivolare via, con quella triste vita giornaliera. Ora penso che la poesia viaggi entrando nella misteriosa e misericordiosa quotidianità di qualcuno ed è solo lì che diventa visibile, forse stabile. La moria di versi, minuto dopo minuto, sui social è una morte apparente. Anche se qui mi viene in mente la frase che disse, ormai vecchio, San Tommaso sulla sua immensa opera: “mi sembra paglia”.
Ma il disinteresse verso la poesia credo abbia radici più profonde e non sia da sottovalutare o risolvere come puro meccanismo psicologico. Prima ho parlato della dolorosa frase “tu non mi interessi” travasata, per osmosi, dal disinteresse verso quello che si scrive, e ho parlato della necessità di individuare cosa ci permetta di dirci persone. Ma il disinteresse verso il libro potrebbe essere comunque visto come un disinteresse verso la persona? Per via indiretta credo di sì. Io intravedo un disinteresse verso l’altro. Non l’altro, l’autore, l’altro di cui parlano i versi (il pastore errante, Laura, Silvia etc), che potrebbe essere anche l’autore, ma diventa altro comunque. In questo intravedo un segno di disgregazione del tessuto sociale. Qualcuno mi dirà: lascia perdere la letteratura come chiave di lettura della società. Ci hanno già pensato i naturalisti e può risultare una vecchia e noiosa crisi laterale e poco centrata rispetto alla grandezza di un’opera e ai suoi tentacoli circolari.

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GIANLUCA D’ANDREA, PRESENT – 6 inediti per Officinapoesia NUOVI ARGOMENTI

GIANLUCA D’ANDREA, PRESENT

Pubblichiamo sei poesie di Gianluca D’Andrea, da un libro inedito.

Philippe Chancel, Datazone #12, Frontière Bulgaro-Turque et Gréco-Macédonienne, Idomeni, 2016.

 

Present

Nella terra si perde la moneta
nel laghetto, nei pressi del laghetto
giunsi per riposare
la mia fuga maratoneta.
Non oso ripetere come si svolse,
la curva s’attorse dell’infosfera
ed era sincera, la vicenda dell’uomo
col sorriso emoticon dell’ottantotto.
Contiamo ogni vent’anni e siamo nella stasi
che qualcosa avvenga nel laghetto
oltre il riflesso e la noia e il rischio
che la bomba sia fagocitata
dall’altezza e nel tragitto information
highways
per blastare e dissare
in eterno l’altro, ogni altro
utile per essere distrutto
mentre riposavi la moneta
nei pressi del laghetto.

 

Orbitale

All’intensificazione dei processi
la terra avrebbe saltato nel vuoto.
Avevano esacerbato i passi,
ma camminavano e il cammino
non era accompagnato da ulteriori
fluttuazioni. Sull’erba
residua c’erano ceppi e un principio
radicale, una radura estesa
e pochi alimenti. L’atmosfera
era segnata dalla pochezza
e dalla necessaria sobrietà dei costumi.
Tutte le abitudini mutano
anche senza sentieri da scegliere.

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Dall’inizio (Italo Testa)

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Italo Testa (Foto di Dino Ignani)

Su L’Estroverso Italo Testa per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Luce d’ailanto
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Nel X Quaderno Italiano di Poesia di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2010) compariva una mia silloge, Luce d’ailanto, contenente al suo interno una sequenza che successivamente si sarebbe annidata al centro della raccolta L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018).

# 1

ailanti, alle vostre falci piego il capo,
a voi, ovunque arborescenti, ailanti
nel brillio del mattino mi consegno:
vi lascio correre sui bordi incolti
dietro le massicciate, addosso ai muri:
e nel trapestio dei pensieri, infestanti
mi confondete ai fiori, miei ailanti

# 2

ovunque insinuanti, lame
falci verdi degli ailanti
improvvise tra i carrubi
ondeggianti, nell’aria
risalendo le terrazze
vegetali epidemie
flessuosi, infidi ailanti
dinanzi a voi, ritrovati
alle svolte del sentiero
come germi, soffocanti
riemersi dal pensiero

# 3

ailanti, verdi muse,
voi germi di un’estate
che trabocca dai parchi,
versati nel costato
delle muraglie, ailanti,
lance bronzee
su strade spoglie,
arbusti intrusi
delle boscaglie
sempre in agguato
tra le siepi ordinate
celati, flessuosi
nei bei giardini,
coi rami agili
ailanti clandestini

# 4

selvatici ailanti
ospiti invadenti
delle sterpaglie,
voi dolci, minacciosi
appostati sui greti
tra le ripe, in attesa
attorti ai tralicci,
fitti e sinuosi
tramanti nell’aria,
ailanti luminosi

# 5

ailanti, ora che senza voi le gemme
incrudeliscono, e agguanta gli occhi
la vostra assenza, nel verde esploso,
sui bordi scoscesi delle strade
dov’è la ridondanza delle lame,
lo sciame che rigurgita dai fossi,
ancora spogli quando avanza il niente
nell’aria più lucida, e più demente.

 

Rielaborate a più riprese tra il 2003 e il 2009, queste strofe per ailanti erano accompagnate, già nella nota d’autore della prima versione, da un paratesto che in qualche modo mimava e eludeva l’autocommento:

Ailanthus altissima, chiamato comunemente albero del cielo, albero del paradiso, albero del sole, ailanto della Cina, è un albero originario dell’Asia centromeridionale e dell’Australia e può raggiungere altezze poco superiori ai 25 m: molto ramificato, con numerosi polloni basali, fusto dritto, slanciato e regolare, corteccia grigio-brunastra con strette screpolate longitudinali più pallide, chioma elegante, largamente colonnare, sostenuta da rami ombrellati e foglie imparipennate. I fiori, riuniti in infiorescenze a pannocchia o a spiga, sono di colore bianco-giallo, bisessuali e unisessuali. Introdotto in Europa nel ‘700 come pianta da giardino, è sfuggito un po’ ovunque, dall’Inghilterra all’Europa mediterranea e nordica, agli Stati Uniti d’America. S’inselvatichisce facilmente, in particolare nelle zone periurbane, formando popolamenti densi che soppiantano la vegetazione indigena, infestando scarpate, incolti, bordi stradali, ruderi, macerie, muri abbandonati, stazioni e linee ferroviarie, aree industriali, margini forestali. La corteccia e le foglie possono provocare forti irritazioni cutanee e, nei paesi occidentali, generare ossessioni negli autoctoni.

Dopo la composizione della sequenza, ho iniziato a raccogliere una serie di scatti con il telefonino, che nel tempo sono andati a costituire un ampio archivio personale di immagini di ailanti nel paesaggio italiano ed europeo. Non c’era un progetto o un’intenzione precisa alle spalle, se non la percezione che la sequenza degli ailanti non fosse conclusa e quel discorso fosse ancora aperto, interessato da una metamorfosi di cui non mi era chiara la logica ma che mi catturava e che valeva la pena lasciar correre. Se c’è un aspetto documentaristico, in questo archivio che di recente ho preso a sistemare per un prossimo libro di saggi (Valigie Rosse, 2020),  mi rendo ora conto che ad esso non è tuttavia estranea l’esigenza di commentare le strofe per ailanti. Luce d’ailanto è forse la sequenza poetica di cui, negli ultimi anni, mi è capitato più spesso di parlare e scrivere in pubblico in varie occasioni. Tuttavia sempre avvertendo che, per esporlo, fosse necessario un altro registro. Seguirò quindi l’ipotesi che quella raccolta d’immagini sia anche una sorta di commento iconico. Se così fosse, questo potrebbe essere un autocommento interlineare alla prima strofa:

# 1

ailanti, alle vostre falci piego il capo,

ailanti

 

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Poeta in cammino. Gianluca D’Andrea, o dell’orizzonte futuro della stasi – Riflessione di Lorenzo Mari su alcuni miei inediti – Argo

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Poeta in cammino. In via del tutto provvisoria, si potrebbe definire così il percorso di Gianluca D’Andrea, e non soltanto, banalmente, a partire dall’hashtag che l’autore stesso utilizza nella comunicazione social. È la sua scrittura a camminare, senza cadere nelle stucchevoli retoriche che sono spesso appiccicate al mantra del ‘camminare’ e tentando invece di delineare un percorso che da individuale si faccia condiviso. Tenendo bene a mente, anche, ed esercitando il respiro – momento fondante, al di là di ogni mistica, della scrittura poetica – insieme alle facoltà motorie. Una fase particolare del suo percorso si può adesso facilmente tracciare in un percorso che va dal Transito all’ombra, pubblicato per Marcos y Marcos nel 2016, alla stasi che emerge con grande frequenza nelle sue sequenze inedite (non solo qui, ma anche qui e qui). Anche in Present – testo d’apertura di questa sequenza, dove il presente riverbera nella presenza, ma anche nella necessità di mostrare, tramite l’apocope, una mutilazione, o sopraggiunta mancanza, di entrambi i termini – si può leggere: “Contiamo ogni vent’anni e siamo nella stasi”, un verso che rivela un’ulteriore direzione presa dalla scrittura di D’Andrea. Come hanno rilevato sia Stefano Modeo sia Antonio Devicienti nelle loro precedenti letture, infatti, la poesia di Gianluca D’Andrea si sta sempre di più confrontando con il suo poter fare e disfare la storia, senza per questo indulgere in semplificazioni cronachistiche o nella gergalità ideologico-politica della denuncia più spicciola. A questo proposito, si è parlato di un confronto con il mito, ad esempio in questo carteggio che ha coinvolto D’Andrea, Tommaso Di Dio e anche chi scrive; in questa sequenza, tuttavia, è presente anche un testo, Dentro l’abisso, che si chiude con la parola “reversibile”, quasi a rammentare, a contrappunto, la Reversibilità fortiniana, e la sua nota domanda: “Ma per noi, / per noi che poco da vivere ci resta, / che cosa sono l’Asia immensa, il tuono / dei popoli e i meravigliosi nomi / degli eventi, se non figure, simboli /dei desideri immutabili, dolorosi?”.

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*foto dell’autore della serie #incammino

VOCI DALL’INIZIO (2) – GIUSEPPE NIBALI

Giuseppe Nibali

Il secondo capitolo della mia rubrica Voci dall’inizio per Nuova Ciminiera

da Scurau, in Ultima Vox:

*

Corpi cavi enormi, gonne e questi figli come squarcio.
Crolla la religione, Meroè, di chi conosce il tormento
di giocare fino al buco dell’abisso; lo sgravo che ricordi
gli spruzzi di merda sul lenzuolo e dentro l’amigdala
appena lavati macelli, vene scure, osiamo dire:

Cattedrale vuota l’ulivo schiacciato contro il greto
i rami le foglie lo schianto lo scantu della scorza
materna sul petto. Matriarcato dei giochi l’ikea
i segni, questi, del nuovo potere; parola della madre.

Sì, siamo la madre. La morte la morte. La morte.

*

Si muove da sopra il grosso nodo dei cavi si impietra nei grovigli.
Sporge come massa tutta fotolitica, il velo o in alto il pendio,
lo stesso bosco. Qualcosa si affaccia alla lente, spolpa tra i ceppi
l’erba buia della tela. È nascosta la camera, ma già sente il taglio
del montaggio e questi notturni emersi alla fine della luce. Li trova:
il primo nel passo, l’altro incollato nel mezzo, il terzo, come penoso,
immobile e curvo. Una donna, tra loro, di certo quella in fondo
più segreta fra i corpi incastrati tra mondo e nuovomondo,
qui tornati per correggere.

056F 07: appare sul sotto, scritto sulla terra sul fradicio di foglie.
Così l’ombra appena violata smuove cadaveri d’ibisco, cespi vicino
all’incastro dei fili e vergogna per questa sua tenebra, per il lampo
lanciato dalla macchina, che tiene dentro tempo e nuovo tempo
l’orrore anche della carne.

 

Inedito:

Fanno spavento le cose del mondo e si dovrebbero lasciare:
un figlio chiede al padre di un’auto crollata nel vallone.
Si dovrebbero lasciare, mentre insieme guardano la televisione
dal divano. Lei lunga distesa, il suo collo e ciò che precipita
insieme a noi e alla Terra e si fa freddo mistero.

In futuro poi il lampadario di carni e scheletro, faranno
come fossero statue di rettile nel diorama. Diranno si amavano,
guarda, lei ancora tiene la testa poggiata sulla spalla.
Non hanno sentito nulla dal globo durante il lungo crollo
(mesi, anni), è stato come spegnere tutto, un velo, un tuono.
Entrarci ancora vivi, dentro il nero.

 

di Gianluca D’Andrea

Una voce forte emerge dai testi di Giuseppe Nibali e fortemente connaturata a un sostrato primigenio. La scaturigine materica traluce e si traduce a tratti in un espressivismo lancinante (“i rami le foglie lo schianto lo scantu della scorza / materna sul petto“), altre volte in un vero e proprio “espressionismo” linguistico (“gli spruzzi di merda sul lenzuolo e dentro l’amigdala / appena lavati macelli”). Tutto evidenzia una necessità etica: il linguaggio aggredisce la pagina, il mondo, il tempo – com’è esplicito nel secondo testo ed evidenziato nel martellamento epanalettico con variazione (“tra mondo e nuovomondo”; “dentro tempo e nuovo tempo”) – in uno slancio agonistico che non si arrende alla fine.

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Premio letterario internazionale “Franco Fortini” – Edizione 2019 – Registrazione audio della serata

Qui il mio intervento al Premio letterario “Franco Fortini” e la registrazione audio di tutta la serata

Dall’inizio (Marilena Renda)

 

renda
Marilena Renda

Su L’Estroverso Marilena Renda per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Il battito d’ali del disastro

Anni fa c’era un’immagine che non voleva saperne di uscirmi dalla testa, un fotogramma da road movie in cui una donna parte per un viaggio insieme ad alcuni amici. La donna vuole trovare una ma’ara, in siciliano una maga, una di quelle figure della Sicilia arcaica che compivano azioni magiche tipo far innamorare un uomo o proteggere persone e bambini dagli spiriti o dalle fatture in cui la vittima dell’incantesimo è come “legata” da un intervento esterno e non riesce più ad agire liberamente.
La donna del mio fotogramma ha intenzione di chiedere alla ma’ara di aiutarla ad avere un bambino, e gli amici sono lì per sostenerla. Tuttavia, ognuno di loro nasconde un difetto originario; il luogo da cui provengono è stato colpito molti anni prima da un evento traumatico di cui, come in un libro di Krasznahorkai, non sappiamo nulla: un evento che ha fatto sì che questi amici si trasformassero, ognuno in modo diverso, in creature incapaci di trovare una direzione.
Nel 2007 ho scritto un libro che rievocava il trauma della mia famiglia, ovvero il terremoto del Belìce del 1968; da allora sono passati diversi anni, ma la metafora della terra che si spacca e inghiotte le vite degli esseri umani – in generale, direi, la metafora del disastro (da qualche parte sento sempre la voce di Blanchot che sussurra: Il disastro si prende cura di tutto) – è ancora quella che mi contiene in modo più completo, nonostante la baraccopoli non esista più e il terreno sia apparentemente solido sotto i miei piedi.
Nel frattempo, la nostalgia non ha fatto che espandersi invece che ridursi; con gli anni ho capito che l’isola è una madre con cui ho un conto in sospeso, e per pagare questo conto ho fatto il giusto spazio per infilarci sia la nostalgia per un luogo dell’immaginazione che quella per una madre abbracciata troppo poco. L’isola è al tempo stesso una cattiva madre che ti nutre poco e male, lasciandoti insoddisfatta a elemosinare nutrimento per il mondo, e un miraggio dalla forma e dai contorni incerti, un miraggio che immagini debba essere bellissimo, una volta raggiunto, e non dubiti che prima o poi lo raggiungerai. In alcuni romanzi di scrittori siciliani (Bonaviri, a cui è dedicato il testo che segue, Consolo, Vittorini) è ben presente il topos dell’attraversamento del paesaggio; i personaggi viaggiano per arrivare da qualche parte, come i pastori di Vittorini, o per portare a termine un compito metafisico (i viandanti di Bonaviri, per esempio, che attraversano le campagne attorno a Mineo per innestare il corpo di un neonato in un albero, sperando così di ridare vita al corpo morto del padre del protagonista). Il paesaggio siciliano, nella realtà, è composito, antropizzato sulle coste, quasi deserto al suo interno. È una madre dal passato mitico che è stata molto maltrattata nei secoli; aveva molti doni da offrire, e adesso i suoi figli lamentano una povertà che possono addebitare solo a se stessi. In un codice del 1390 circa è raffigurata una pianta di mandragora dalla forma di bambino. È un homunculus, radice dalla forma vagamente umana che nel Medioevo si credeva avesse dei poteri magici e potesse, tra le altre cose, sconfiggere il malocchio e la sterilità. Questo bambino-pianta, potente e notturno, possiede un doppio segno, potendo essere utilizzato sia per la magia bianca che per quella nera, ma rappresenta ogni madre e ogni bambino, perché madre e bambino desiderano sia la simbiosi che la separazione.
Quando iniziai a pensare a un libro di viaggio in Sicilia, il bambino-pianta rappresentava l’ambivalenza della terra in cui può germinare ogni sorta di creatura: è il dominio dell’indifferenziato, in cui può nascere letteralmente tutto, per questo il personaggio di Notti sull’altura di Bonaviri si illude che la forza che l’ha generato possa rinascere ancora:

Raccontami di nuovo la storia del bambino
che al tramonto strapparono alla madre
per innestare il suo corpo nel carrubo,
perché dalla circolazione di linfe e succhi
gli uomini ricavassero nuovo nutrimento.
È il padre che deve cibarsi dei frutti di questa pianta,
mangiare carne giovane mescolata a foglie,
in modo da tornare dalla morte al figlio che lo cerca.
Raccontami ancora come il figlio si illuse
di riportare il padre sulla terra e ribaltare le leggi di natura,
di come la madre si trovò perduta, in mezzo alla terra,
perduta, e poi che trovò il figlio-pianta sul punto della morte,
lo abbracciò dimenticandosi tutta l’altra vita.

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