Atlante sonoro della poesia mondiale – Gianluca D’Andrea legge La ‘namoranza – disïosa di Giacomo da Lentini

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THE ENDORSER – GIANLUCA D’ANDREA (Giuseppe Nibali su Nella spirale

Tenere tra le mani il nuovo testo di Gianluca D’Andrea, questo Nella Spirale (stagioni di una catastrofe), edito da Industria e Letteratura nel settembre del 2021 significa, per chi come me conosce e stima la produzione dell’autore, entrare a piedi uniti in un nuovo orizzonte, in una poetica capace di mettere insieme gli stilemi maggiormente utilizzati da D’Andrea davanti al baratro di un tempo dominato dall’ombra della pandemia.
È infatti la pandemia da covid e soprattutto la quarantena ad aver dato il la alla costruzione di questo bel testo, una costruzione, una volta di più, che è un assemblaggio, quasi un collage di pensieri e riflessioni altre.
Non siamo lontani, per chi se lo stesse chiedendo, dalle atmosfere di Forme del tempo o dalla componente “nervosa” di Transito all’ombra. Dal primo questo testo eredita la vocazione di quaderno, segnalando come l’annotazione compulsiva, la ricerca e il collage costituiscano ormai per l’autore una forma solida. Dal secondo invece ecco venire certi guizzi dell’incedere poematico, ora chiuso ora aperto, a seconda dei mutamenti d’animo.

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Nella spirale ospite di “carta bianca” per ChiassoLetteraria – Festival internazionale di letteratura (con Fabio Pusterla, Marco Ferri e Franca Mancinelli – 15/05/2022)

Daniela Pericone su Nella spirale per Laboratori Poesia

Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), Gianluca D’Andrea (Industria & Letteratura, 2021).

Innovazione linguistica e fisica, pensiero filosofico e geometria, oltranza di visione e biologia sono solo alcuni dei paradigmi che guidano la scrittura di Gianluca D’Andrea nel suo ultimo libro, Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), edito da Industria & Letteratura nel 2021, nella collana Poetica curata da Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto, con la postfazione di Fabio Pusterla. La contaminazione delle discipline e dei linguaggi è anche nella scelta di collegare il testo alle arti visive, dall’illustrazione di Francesco Balsamo in copertina, che fa tutt’uno con la spirale del titolo, ai disegni di Vito Bonito all’interno del libro, in una sorta di contrappunto simbolico-grafico. Nella spirale è un libro proteiforme, lucidamente magmatico, che coniuga senza reticenze le esplorazioni critiche e poetiche dell’autore, le esperienze del presente e gli esiti storico-evolutivi della conoscenza. Sfumati i criteri di classificazione dei generi letterari, il testo muta forma di continuo, ora prevale la prosa, che si fa speculazione filosofica, auscultazione di opere altrui, narrato visionario, cronaca di uno spazio-tempo preciso eppure indefinito, ora emerge la poesia nella misura della tradizione (dalla Scuola siciliana a Dante), rinnovata nel ritmo e nei contenuti, e fitta di neologismi o inserti in dialetto siciliano (il messinese delle origini dell’autore). La tensione metamorfica coincide con l’attitudine al movimento, che è il leitmotiv di questo come dei libri precedenti di D’Andrea (basti ricordare Transito all’ombra, Marcos y Marcos, 2016). Il porsi sempre “in cammino” è carattere imprescindibile del poeta e dell’uomo, da non intendersi come il vagabondare ozioso del flâneur, ma come postura etica e gnoseologica per interpretare la realtà: “In cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo”. L’itinerario non è mai lineare, segue piuttosto un andamento a spirale, un vortice di percezioni e visioni da cui registrare i segni di una catastrofe (altro termine chiave del titolo), quasi una preconizzazione della fine di un’era.

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I cordoni della poesia – Gianni Montieri su ”Nella spirale” per minima&moralia

C’è un ragionamento profondo e complesso all’origine del libro più recente di Gianluca D’Andrea: Nella spirale (Industria&Letteratura, 2021). Un pensiero strutturato, un groviglio formatosi dai sentimenti che sono andati a poggiarsi sulla ricerca di senso. Un libro che genera molte domande e che – come D’Andrea sa – non può offrire risposte, ma riesce ad aiutarci a sostare dentro questo tempo incerto, multiforme. Stagioni di una catastrofe recita il sottotitolo e non vuole dirci solo delle stagioni temporali che si susseguono lungo gli anni. Ci dice, soprattutto, che la catastrofe c’è, è avvenuta, si manifesta ogni giorno, noi possiamo resistere al suo interno, in sua compagnia, trovando nuovi significati alle nostre azioni, modificando la percezione di oggetto, mischiando la sua alla nostra fragilità. La spirale con i suoi significati scientifici, matematici, filosofici, ci interroga mentre ci avvolge e più avanti ci dispiega, ci rilascia in un ambiente già cambiato, dentro uno stato di cose che si è spostato. Perché tutto si sposta. Il libro è retto da quaranta testi, tra prose e versi tradizionali, uno che può aiutarci ad attraversarlo meglio è questo:

«L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.

Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».
(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.

Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».
(H. D. Thoreau, Camminare)».

Questo testo – come molti altri del libro – apre il confronto continuo con altri autori, qui Carson e Thoreau, chiamati in causa circa il camminare, il movimento. Non si tratta di passeggiare, scrive D’Andrea ma di tendere a una meta, provvisoria però. Il corpo non può smettere di muoversi dopo essere stato fermo, chiuso in uno spazio, costretto alla staticità. Si muove il corpo e nasce una nuova ricerca di senso. Nuovo è il terreno da calpestare, nuova è la persona che lo calpesta. Il primo blocco racconta l’interno, parla di frammenti circoscritti, di confini, certo. Il secondo blocco apre, ma lo fa senza valicare il confine, ma rimodulandolo, attraversandolo, spostandolo. La spirale ci avvolge, la spirale ci dispiega in campo aperto, e oggi è la pianura lombarda, dove D’Andrea vive, ma cinque minuti dopo è il cosmo, è la speranza, è guardarsi intorno, trovare qualcuno. Il raggiungimento del nero, di noi stessi, dell’altro.

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La Spirale di Gianluca D’Andrea: un turbine multicentrico – Clelia Attanasio per Quaerere

Gianluca D’Andrea, Nella Spirale (Stagioni di una catastrofe) 
Industria & Letteratura, 2021

Leggere – e commentare, recensire – di poesia non è mai impresa facile. Non per me, che sono abituata alle lungaggini accademiche e alla prosa narrativa (per gusto, vocazione, incapacità). Quando però ho iniziato a leggere Nella Spirale (Stagioni di una catastrofe) di Giancluca D’Andrea, pubblicata da Industria & Letteratura, mi sono sentita a mio agio.

Il testo si divide in quattro sezioni, che prendono il nome delle stagioni: Primavera, Estate Autunno, Inverno, dando già così l’idea di un testo che si muove, è in cammino verso qualcosa. L’opera può definirsi facilmente un prosimetro, prosa e versi si alternano e trovano un equilibrio stilistico perfetto. La prima cosa a balzare all’occhio è senza alcun dubbio la cura, lo studio dietro ogni parola; non è infatti raro trovare, all’interno della raccolta, citazioni e riferimenti eruditi, segno e sintomo di una ricerca, di una curiositas che va ben oltre il principio estetico dell’armonia e che cerca di dar voce alla complessità del mondo.

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Gianluca D’Andrea | Nella spirale su Inverso – Giornale di poesia a cura di Daniele Orso

Gianluca D’Andrea | Nella spirale

di Daniele Orso
da Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) (Industria&Letteratura, 2021)


Nella spirale della catastrofe odierna

“In che modo parlare la lingua dei carnefici può contribuire a porre fine alla tortura? È dubbio se anche solo possa aumentare la consapevolezza della tortura”: scrivevo qualche settimana fa su un noto social ormai passato di moda. “Lo straniamento è il punto. E in ogni caso è meglio lo straniamento che la mimesi”: rispondeva quello giustamente. Certo, molto meglio ribaltare lo specchio contro Calibano, servire il pasto nudo ai commensali, piuttosto che fingere o, peggio ancora, credere che siamo stati invitati a una deliziosa cena di gala. L’orchestrina che suona è quella del Titanic, è la tristezza degli organetti della Galizia mentre mezza Europa bruciava e gli stessi spettatori tra il pubblico deliziato scomparivano nel Maelstrom. Ma il punto è: cos’è mimesi e cos’è straniamento? Ripetere la propagandistica modulare costituita di slogan e refrain che ad ogni ripetizione perdono via via ancor di più il minimo spolverio di senso di cui debolmente erano rivestiti, è straniamento? Costituisce un’arma efficace ad arginare il non-sense del Falso (Falso che sostituisce fittiziamente e surrettiziamente il Reale, fake di un core reale ormai non più verificabile né rintracciabile)? O non cede e resiste chi invece ha già ceduto, chi ripropone gusci di forme vuote a ricordare un tempo in cui quelle forme si accompagnavano a un pieno di vita? Nessuno dopo Auschwitz potrebbe leggere un sonetto senza percepire la parodia delle forme. Soltanto il filologo ormai può leggere il Foscolo come lo stesso Foscolo leggeva se stesso. Noi no, non più. Tutte le forme neo-metriche o neo-metricistiche non sono altro che la riproposizione di cadaveri nella sfiducia che la salma sia mai stata viva. Ma non sono mere esibizioni macabre da snuff movie di serie B. Più forte resisterà chi si è già lasciato andare. La sfiducia nella parola (poetica) come conditio sine qua non per poter scrivere poesia nei tempi attuali. Abbiamo fallito, non possiamo continuare, continueremo. Sono pensieri che fatalmente si pone chiunque prenda la penna o ponga le dita sopra una tastiera nell’atto di scrivere. Chiunque lo faccia con un certo grado di consapevolezza. Avanguardia e tradizione. Dove la “e” è sia disgiuntiva che congiuntiva: davvero la sperimentazione entra in un rapporto dialettico (di un dialettica negativa, per la quale la sintesi è sempre rimandata da una negazione via via sempre più definitoria: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, ahimè, ancora) con la tradizione, non per riproporre cascami di materia morta bensì per custodire ciò che ha valore, in una ricerca perenne e sempre rimessa in discussione. Ogni punto è equidistante dal suo centro, ma il meccanismo non gira a vuoto, entra in un momento ben preciso per poi proseguire lungo una traiettoria non prevista: una spirale, insomma. Nella spirale, appunto, si intitola l’ultimo libro di Gianluca D’Andrea, pubblicato per Industria & Letteratura, il progetto di Gabriel Del Sarto e Niccolò Scaffai che, a circa tre anni dall’esordio nel panorama editoriale italiano ha già incassato un premio Viareggio con Quanti di Flavio Santi e, quel che più conta, il rispetto della comunità delle Lettere. D’Andrea ha già costruito una propria fisionomia con le raccolte Distanze (lulu.com, 2007), Chiusure (Manni, 2008), [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013), Transito all’ombra(Marcos y Marcos, 2016), Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019). In Postille (tempi, luoghi e modi del contatto)(L’arcolaio, 2017), ha dato prova delle sue capacità critiche. Nella spirale si trova D’Andrea e con lui noi tutti, incastrati in una prolungata crisi economica, sanitaria, culturale ed etica; e dalla spirale D’Andrea scrive. Scrive senza speranza di trovare un’ancora, un porto sicuro ma proprio per questa di-sperazione, la parola esce rinnovata, veritiera seppure labile, fragile come l’ultima parola del condannato a morte.

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Poesia e alterità: Orientamenti spazio-ambientali (attraversando l’opera di 6 autori siciliani contemporanei) – Un mio saggio per l’Ulisse

POESIA E ALTERITÀ: ORIENTAMENTI SPAZIO-AMBIENTALI

(ATTRAVERSANDO L‟OPERA DI 6 AUTORI SICILIANI CONTEMPORANEI) 

Premessa breve

Nel saggio Letteratura e ecologia, Niccolò Scaffai afferma: «l‘idea che la natura debba essere preservata dalla tecnica, e che la sua essenza sia da mantenere segreta e inaccessibile, può sembrare coerente con una forma di sensibilità ecologica ante litteram»(1). Tra salvaguardia e nuove germinazioni si muove da sempre la tecnica della poesia, in quanto coscienza della verità del mondo. Come in una camera d‘incubazione essa produce sostanze secondarie, da grammatiche esistenti nuove costruzioni. Come nell‘infimo inizio del pensiero confuciano, occorre tutta l‘attenzione per riconoscere i segnali d‘insorgenza del nuovo e la poesia può assumersi il ruolo di vedetta per la sua inclinazione al vero, come clima del mondo, climax.

Solo immaginando altre forme di esistenza e figurandoci il mondo come potrebbe essere, possiamo ancora sperare in un «nuovo nomos del nostro pianeta» (seguendo una dichiarazione di Carl Schmitt(2)), perché «lo invocano le nuove relazioni dell‘uomo con i vecchi e nuovi elementi, e lo impongono le mutate dimensioni e condizioni dell‘esistenza umana», e non solo umana.

Partendo, allora, dalla relazione tra parola della poesia e mondo, tenterò di individuare, raccontando i testi di alcuni autori siciliani degli ultimi decenni, spunti e connessioni con le dinamiche ambientali, nella possibilità di apertura a nuovi orizzonti di senso.

Intro

«Anche la poesia […] si trova ad essere investita di un ruolo paradossalmente fondamentale: quello di instaurare, magari ricreandole ex novo, le pur esilissime connessioni vitali tra un ―passato remotissimo‖ e l‘odierno ―futuro anteriore‖ […]. Resta ferma, insomma, la convinzione che la poesia debba ostinarsi a costituire il ―luogo‖ di un insediamento autenticamente ―umano‖, mantenendo vivo il ricordo di un ―tempo‖ proiettato verso il ―futuro semplice‖ – banale forse, ma necessario – della speranza»(3). Così Andrea Zanzotto, nel 2006, introduce un nuovo, necessario, percorso che la poesia ha l‘obbligo di attraversare, per rispondere alla trasformazione etica in atto, incentrata sulla relazione soggetto-mondo. Seguendo questa suggestione, allora, la poesia non sarà solo traccia e testimonianza di questo rapporto ma potrà permetterci di riconoscere ―dall‘inizio‖ una diversa collocazione dell‘umano all‘interno di un contesto al cui mutamento ha da sempre contribuito.

Proprio perché si avverte l‘urgenza di focalizzare le coordinate di un nuovo inizio, che riattivi il contatto ―ambientale‖ uomo-mondo, non ho potuto fare a meno di tornare alle origini, riattraversando alcuni testi di autori siciliani, come si diceva, in cui sembrerebbero emergere le stesse urgenze.

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Viaggio dentro il cuore dell’apocalisse: Nella spirale di Gianluca D’Andrea (Pietro Russo per Limina)

Nick Fewings – Unsplash

La recensione di Pietro Russo per Limina


La scrittura di Gianluca D’Andrea ha l’ossessione del movimento. Da Transito all’ombra (Marcos Y Marcos, 2016) a Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019) è come se essa rifiutasse, una volta tratta dal magma delle infinite possibilità, di cristallizzarsi definitivamente sopra un supporto, analogico o digitale che sia, e quindi volesse continuare ad avvilupparsi in un percorso polimorfo, multiplo nonché multi sequenziale, spiraliforme più che logico-lineare. Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), edito dalla nuova Industria&Letteratura (2021), porta alle estreme conseguenze questa tensione che non è solo espressiva, ma ha un fondamento epistemologico e cognitivo piuttosto evidente. L’immagine-concetto del movimento che curva intorno a un centro definito chiama in causa l’esperienza storica del soggetto e il suo rappresentare/interpretare il tempo come un vortice presente di passato-futuro. Già Vincenzo Consolo, conterraneo del messinese D’Andrea, proponeva questa visione della storia nel suo Sorriso dell’ignoto marinaio (Mondadori): 

«Ma ora noi leggiamo questa chiocciola per doveroso compito, con amarezza e insieme con speranza, nel senso di interpretare questi segni loquenti sopra il muro d’antica pena e quindi di riurto: conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene; immaginare anche quella che si farà nell’avvenire.»

Se il senso della storia poggia su questa premessa, è chiaro allora che la profezia della fine, dell’apocalisse – la «catastrofe» evocata dal sottotitolo – si innesta sulla scansione ciclica del tempo stagionale oltre che sulla misura del passaggio umano. La prospettiva della catastrofe è necessariamente antropica, riguarda cioè la relazione tra essere umano e mondo, con il primo termine che si trova al centro di questo discorso apocalittico e decentrato allo stesso tempo: «In cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’ideale quindi, per il poeta, sarebbe una fusione panica che azzeri ogni confine, un climax impossibile da raggiungere: «Tra uomo e mondo nessuna separazione, allora, ma un unico corpo immerso nello stesso clima da cui dipende la nuova configurazione della terra».

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Journal of Italian Translation – Poems by Gianluca D’Andrea translated by James Ackhurst and Elena Borrelli

Nell’Autunno 2020 James Ackhurst e Elena Borrelli hanno tradotto due testi da Transito all’ombra e altri miei inediti per il Journal of Italian Translation, me ne accorgo con colpevole ritardo e cerco di recuperare, ringraziando Marco Sonzogni che ha voluto fortemente queste traduzioni. Riporto di seguito la pagina dedicata alle mie poesie.


Journal of Italian Translation

Poems by Gianluca D’Andrea

Translated by James Ackhurst and Elena Borrelli

James Ackhurst and Elena Borelli are a British-Italian team of translators. Their translations of Italy poetry are regularly featured in The Italian Journal of Italian Translation and in NEKE-The New Zealand Journal of Translation Studies.

Gianluca D’Andrea is a poet and teacher. He is the author of several collections of poetry: Il Laboratorio (Lietocolle, 2004); Distanze (Iulu.com 2007); Chiusure (Manni, 2008); [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013); Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016); Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019). His most recent work in verse is the mul- timodal sequence Nuovo inizio.


Journal of Italian Translation

da Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016) La storia, i ricordi – IX.

Finì la storia, iperbole quarantennale
di generazioni, micromode, subculture infiocchettate ogni dieci anni, sfumate in pura scia, ogni giorno, spuma.
Si moltiplicarono i canali,
le vicende, strali spuntati,
puntate in serie, episodi senza trama.
Il frammento punzecchiava gli occhi
e lo stomaco e dava la nausea.
Dalla Lapponia l’invenzione di villaggi d’invenzione, parchi a tema
e strenne anticipate. Era il Natale assoluto di molti, moltissimi aspiravano al Natale e marcivano
sui legni, a mollo, assiderati.
Le sembianze dei pianeti aprivano spiragli al nuovo mentre il vecchio,
era ormai evidente, era solo pattumiera. Le famiglie e le abitazioni
erano gli ultimi rifugi tribali,
istinti siderali al setaccio,
larici, pioppi, betulle, sequoie
un orizzonte di resistenza
senza memoria d’immagine,
noi lontani da sempre
pronti ad abbandonare la non-casa
la certezza di affacciarsi
in altre distanze, non nostalgia
di un luogo che è lo stesso,
sempre un altro.

James Ackhurst and Elena Borrelli / Gianluca D’Andrea 

from Passage into the Shadow (Marcos y Marcos, 2016)

Stories, memories -IX

The story finished, a 40-year-long overstatement of generations, microtrends, subcultures
that once blossomed with bunting every ten years, now dissipating with each new day

in a paltry wake, just foam.
Canals linking to other canals,
events, pointless arrows,
a series of raids, episodes with no plot. The fragment stung the eyes

and stomach, it gave us nausea.
From Lapland the invention
of invented villages, theme parks,
presents we knew we’d be getting. For many it was the ultimate Christmas, so many

longed for Christmas while rotting,
soaked and freezing, on the boards.
The semblances of planets opened
up glimpses of the new, while the old,
it was now obvious, was nothing but trash. Families and homes

were the last refuges of the tribe, our universal longings sifted; larches, poplars, birches, sequoias a horizon of resistance

without any visual memory;
and we forever a long way off,
ready to abandon what wasn’t home,
certain of revealing ourselves
at other distances, not nostalgic
for a place which will always remain the same and always different.

Notturni – VII

Caldo nel buio il sapore
e la lontananza nell’immagine,
è sapere la violenza
e contaminare e inviare a niente.
La luce dietro la tenda
voci video, presenze tratte
mentre ci accampiamo nel semibuio.

Inediti

Dentro le ombre per farne semi – I. Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini, radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

James Ackhurst and Elena Borrelli / Gianluca D’Andrea 

Nocturns -VII

The hot scent in the dark
and the distance in the image
is what to understand violence means – and to spoil it, to reduce it to nothing. The light behind the tent
radio voices, cut-out shapes
and we camping out in the half-light.

Unpublished Poems

Into the shadows to seed -I. In the quiet of the drizzle

‘In a few years there’ll be a lake there,’ the man said.
An exhalation of mists
and a beech tree, leaning on the riverbank like an old friend, spreading its roots through the floodplain.
And then a whisper, a voice, a ray of light
silvered to gray over half a century.
In two thousand something they figured out
that in two thousand something there’d be a thousand

[islands mountain flowers, moss-covered pines,

peat bogs, fossilized outlines,
ripples of water and light.
He entreated the gods of water and light
but the lake had long gone.
Thistles and petrified beech trees
in the jaws of a boar, and in the blood.
And the drizzle’s quiet muffling his prayer. Inside, looking more and more like barricades, the first three fields of information.

Dentro le ombre per farne semi – III. Il lievito della trasparenza

Cespi dorati e uomini dirupano tra le ombre.

Così, trasfigurati in pianeti, gravitano nel buio. 

Cicli verdi tagliano il buio mentre la traiettoria s’incurva

e rotola nella luce.
Raggiunto il traguardo della trasparenza diluviano su una guaina vuota.
Il sacco si riempie di spore
e la cascata diventa più opaca,
più pesante, spacca la membrana,
cade nell’occhio che chiude la palpebra. La favola senza focus, senza uomo,
nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte.

Dentro le ombre per farne semi – VII. Artico dei primi passi

Erano costellazioni di ghiaccio
i primi animali a essere immaginati, non pianeti o organismi ma lastre galleggianti nella materia
liquida dei primi pensieri.
La guaina esplose nella sensazione confortevole di quell’abbandono. Le lastre della preghiera riflettono l’occhio che rifiutiamo di svegliare. Ecco che scappano al lavoro
che li dimentica e succhia.
I primi orsi lungo tutti i passi
che sappiamo e decantiamo.

James Ackhurst and Elena Borrelli / Gianluca D’Andrea 

Into the shadows to seed – III The yeast of clearness

Great golden heads of sunflowers collapse into the shadows
with the rest of us.
Transfigured into planets,

they orbit in darkness.
Green sickles scythe the darkness
as the trendline stretches
and curves towards light.
Then they come up to clarity’s daybreak flooding the empty husks.
The sack fills with spores
as the cascade turns massive and cloudy and crashes through the membrane,
falls into an eye through closing eyelids.
A fairytale with no focus and without Man, twigging the horizon’s eyelash, eardrum.

Into the depths to plant seeds there -VII First steps in the Arctic

They were frozen constellations
the first animals that had ever been dreamed of not planets or organisms but sheets
floating on the liquid
matter of the first thoughts.
The membrane exploded in the comfortable feeling of that letting go.
The sheets of prayer reflect
the eye which we refuse to wake up.
Look at them running to work
which forgets them and swallows them up. The first bears moving through the steps
we recognize and celebrate.