Gianluca D’Andrea | Nella spirale su Inverso – Giornale di poesia a cura di Daniele Orso

Gianluca D’Andrea | Nella spirale

di Daniele Orso
da Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) (Industria&Letteratura, 2021)


Nella spirale della catastrofe odierna

“In che modo parlare la lingua dei carnefici può contribuire a porre fine alla tortura? È dubbio se anche solo possa aumentare la consapevolezza della tortura”: scrivevo qualche settimana fa su un noto social ormai passato di moda. “Lo straniamento è il punto. E in ogni caso è meglio lo straniamento che la mimesi”: rispondeva quello giustamente. Certo, molto meglio ribaltare lo specchio contro Calibano, servire il pasto nudo ai commensali, piuttosto che fingere o, peggio ancora, credere che siamo stati invitati a una deliziosa cena di gala. L’orchestrina che suona è quella del Titanic, è la tristezza degli organetti della Galizia mentre mezza Europa bruciava e gli stessi spettatori tra il pubblico deliziato scomparivano nel Maelstrom. Ma il punto è: cos’è mimesi e cos’è straniamento? Ripetere la propagandistica modulare costituita di slogan e refrain che ad ogni ripetizione perdono via via ancor di più il minimo spolverio di senso di cui debolmente erano rivestiti, è straniamento? Costituisce un’arma efficace ad arginare il non-sense del Falso (Falso che sostituisce fittiziamente e surrettiziamente il Reale, fake di un core reale ormai non più verificabile né rintracciabile)? O non cede e resiste chi invece ha già ceduto, chi ripropone gusci di forme vuote a ricordare un tempo in cui quelle forme si accompagnavano a un pieno di vita? Nessuno dopo Auschwitz potrebbe leggere un sonetto senza percepire la parodia delle forme. Soltanto il filologo ormai può leggere il Foscolo come lo stesso Foscolo leggeva se stesso. Noi no, non più. Tutte le forme neo-metriche o neo-metricistiche non sono altro che la riproposizione di cadaveri nella sfiducia che la salma sia mai stata viva. Ma non sono mere esibizioni macabre da snuff movie di serie B. Più forte resisterà chi si è già lasciato andare. La sfiducia nella parola (poetica) come conditio sine qua non per poter scrivere poesia nei tempi attuali. Abbiamo fallito, non possiamo continuare, continueremo. Sono pensieri che fatalmente si pone chiunque prenda la penna o ponga le dita sopra una tastiera nell’atto di scrivere. Chiunque lo faccia con un certo grado di consapevolezza. Avanguardia e tradizione. Dove la “e” è sia disgiuntiva che congiuntiva: davvero la sperimentazione entra in un rapporto dialettico (di un dialettica negativa, per la quale la sintesi è sempre rimandata da una negazione via via sempre più definitoria: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo, ahimè, ancora) con la tradizione, non per riproporre cascami di materia morta bensì per custodire ciò che ha valore, in una ricerca perenne e sempre rimessa in discussione. Ogni punto è equidistante dal suo centro, ma il meccanismo non gira a vuoto, entra in un momento ben preciso per poi proseguire lungo una traiettoria non prevista: una spirale, insomma. Nella spirale, appunto, si intitola l’ultimo libro di Gianluca D’Andrea, pubblicato per Industria & Letteratura, il progetto di Gabriel Del Sarto e Niccolò Scaffai che, a circa tre anni dall’esordio nel panorama editoriale italiano ha già incassato un premio Viareggio con Quanti di Flavio Santi e, quel che più conta, il rispetto della comunità delle Lettere. D’Andrea ha già costruito una propria fisionomia con le raccolte Distanze (lulu.com, 2007), Chiusure (Manni, 2008), [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013), Transito all’ombra(Marcos y Marcos, 2016), Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019). In Postille (tempi, luoghi e modi del contatto)(L’arcolaio, 2017), ha dato prova delle sue capacità critiche. Nella spirale si trova D’Andrea e con lui noi tutti, incastrati in una prolungata crisi economica, sanitaria, culturale ed etica; e dalla spirale D’Andrea scrive. Scrive senza speranza di trovare un’ancora, un porto sicuro ma proprio per questa di-sperazione, la parola esce rinnovata, veritiera seppure labile, fragile come l’ultima parola del condannato a morte.

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Poesia e alterità: Orientamenti spazio-ambientali (attraversando l’opera di 6 autori siciliani contemporanei) – Un mio saggio per l’Ulisse

POESIA E ALTERITÀ: ORIENTAMENTI SPAZIO-AMBIENTALI

(ATTRAVERSANDO L‟OPERA DI 6 AUTORI SICILIANI CONTEMPORANEI) 

Premessa breve

Nel saggio Letteratura e ecologia, Niccolò Scaffai afferma: «l‘idea che la natura debba essere preservata dalla tecnica, e che la sua essenza sia da mantenere segreta e inaccessibile, può sembrare coerente con una forma di sensibilità ecologica ante litteram»(1). Tra salvaguardia e nuove germinazioni si muove da sempre la tecnica della poesia, in quanto coscienza della verità del mondo. Come in una camera d‘incubazione essa produce sostanze secondarie, da grammatiche esistenti nuove costruzioni. Come nell‘infimo inizio del pensiero confuciano, occorre tutta l‘attenzione per riconoscere i segnali d‘insorgenza del nuovo e la poesia può assumersi il ruolo di vedetta per la sua inclinazione al vero, come clima del mondo, climax.

Solo immaginando altre forme di esistenza e figurandoci il mondo come potrebbe essere, possiamo ancora sperare in un «nuovo nomos del nostro pianeta» (seguendo una dichiarazione di Carl Schmitt(2)), perché «lo invocano le nuove relazioni dell‘uomo con i vecchi e nuovi elementi, e lo impongono le mutate dimensioni e condizioni dell‘esistenza umana», e non solo umana.

Partendo, allora, dalla relazione tra parola della poesia e mondo, tenterò di individuare, raccontando i testi di alcuni autori siciliani degli ultimi decenni, spunti e connessioni con le dinamiche ambientali, nella possibilità di apertura a nuovi orizzonti di senso.

Intro

«Anche la poesia […] si trova ad essere investita di un ruolo paradossalmente fondamentale: quello di instaurare, magari ricreandole ex novo, le pur esilissime connessioni vitali tra un ―passato remotissimo‖ e l‘odierno ―futuro anteriore‖ […]. Resta ferma, insomma, la convinzione che la poesia debba ostinarsi a costituire il ―luogo‖ di un insediamento autenticamente ―umano‖, mantenendo vivo il ricordo di un ―tempo‖ proiettato verso il ―futuro semplice‖ – banale forse, ma necessario – della speranza»(3). Così Andrea Zanzotto, nel 2006, introduce un nuovo, necessario, percorso che la poesia ha l‘obbligo di attraversare, per rispondere alla trasformazione etica in atto, incentrata sulla relazione soggetto-mondo. Seguendo questa suggestione, allora, la poesia non sarà solo traccia e testimonianza di questo rapporto ma potrà permetterci di riconoscere ―dall‘inizio‖ una diversa collocazione dell‘umano all‘interno di un contesto al cui mutamento ha da sempre contribuito.

Proprio perché si avverte l‘urgenza di focalizzare le coordinate di un nuovo inizio, che riattivi il contatto ―ambientale‖ uomo-mondo, non ho potuto fare a meno di tornare alle origini, riattraversando alcuni testi di autori siciliani, come si diceva, in cui sembrerebbero emergere le stesse urgenze.

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Viaggio dentro il cuore dell’apocalisse: Nella spirale di Gianluca D’Andrea (Pietro Russo per Limina)

Nick Fewings – Unsplash

La recensione di Pietro Russo per Limina


La scrittura di Gianluca D’Andrea ha l’ossessione del movimento. Da Transito all’ombra (Marcos Y Marcos, 2016) a Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019) è come se essa rifiutasse, una volta tratta dal magma delle infinite possibilità, di cristallizzarsi definitivamente sopra un supporto, analogico o digitale che sia, e quindi volesse continuare ad avvilupparsi in un percorso polimorfo, multiplo nonché multi sequenziale, spiraliforme più che logico-lineare. Nella spirale (Stagioni di una catastrofe), edito dalla nuova Industria&Letteratura (2021), porta alle estreme conseguenze questa tensione che non è solo espressiva, ma ha un fondamento epistemologico e cognitivo piuttosto evidente. L’immagine-concetto del movimento che curva intorno a un centro definito chiama in causa l’esperienza storica del soggetto e il suo rappresentare/interpretare il tempo come un vortice presente di passato-futuro. Già Vincenzo Consolo, conterraneo del messinese D’Andrea, proponeva questa visione della storia nel suo Sorriso dell’ignoto marinaio (Mondadori): 

«Ma ora noi leggiamo questa chiocciola per doveroso compito, con amarezza e insieme con speranza, nel senso di interpretare questi segni loquenti sopra il muro d’antica pena e quindi di riurto: conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene; immaginare anche quella che si farà nell’avvenire.»

Se il senso della storia poggia su questa premessa, è chiaro allora che la profezia della fine, dell’apocalisse – la «catastrofe» evocata dal sottotitolo – si innesta sulla scansione ciclica del tempo stagionale oltre che sulla misura del passaggio umano. La prospettiva della catastrofe è necessariamente antropica, riguarda cioè la relazione tra essere umano e mondo, con il primo termine che si trova al centro di questo discorso apocalittico e decentrato allo stesso tempo: «In cammino è la visione del mondo, guardare nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo». L’ideale quindi, per il poeta, sarebbe una fusione panica che azzeri ogni confine, un climax impossibile da raggiungere: «Tra uomo e mondo nessuna separazione, allora, ma un unico corpo immerso nello stesso clima da cui dipende la nuova configurazione della terra».

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Journal of Italian Translation – Poems by Gianluca D’Andrea translated by James Ackhurst and Elena Borrelli

Nell’Autunno 2020 James Ackhurst e Elena Borrelli hanno tradotto due testi da Transito all’ombra e altri miei inediti per il Journal of Italian Translation, me ne accorgo con colpevole ritardo e cerco di recuperare, ringraziando Marco Sonzogni che ha voluto fortemente queste traduzioni. Riporto di seguito la pagina dedicata alle mie poesie.


Journal of Italian Translation

Poems by Gianluca D’Andrea

Translated by James Ackhurst and Elena Borrelli

James Ackhurst and Elena Borelli are a British-Italian team of translators. Their translations of Italy poetry are regularly featured in The Italian Journal of Italian Translation and in NEKE-The New Zealand Journal of Translation Studies.

Gianluca D’Andrea is a poet and teacher. He is the author of several collections of poetry: Il Laboratorio (Lietocolle, 2004); Distanze (Iulu.com 2007); Chiusure (Manni, 2008); [Ecosistemi] (L’arcolaio, 2013); Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016); Forme del tempo (Arcipelago Itaca, 2019). His most recent work in verse is the mul- timodal sequence Nuovo inizio.


Journal of Italian Translation

da Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016) La storia, i ricordi – IX.

Finì la storia, iperbole quarantennale
di generazioni, micromode, subculture infiocchettate ogni dieci anni, sfumate in pura scia, ogni giorno, spuma.
Si moltiplicarono i canali,
le vicende, strali spuntati,
puntate in serie, episodi senza trama.
Il frammento punzecchiava gli occhi
e lo stomaco e dava la nausea.
Dalla Lapponia l’invenzione di villaggi d’invenzione, parchi a tema
e strenne anticipate. Era il Natale assoluto di molti, moltissimi aspiravano al Natale e marcivano
sui legni, a mollo, assiderati.
Le sembianze dei pianeti aprivano spiragli al nuovo mentre il vecchio,
era ormai evidente, era solo pattumiera. Le famiglie e le abitazioni
erano gli ultimi rifugi tribali,
istinti siderali al setaccio,
larici, pioppi, betulle, sequoie
un orizzonte di resistenza
senza memoria d’immagine,
noi lontani da sempre
pronti ad abbandonare la non-casa
la certezza di affacciarsi
in altre distanze, non nostalgia
di un luogo che è lo stesso,
sempre un altro.

James Ackhurst and Elena Borrelli / Gianluca D’Andrea 

from Passage into the Shadow (Marcos y Marcos, 2016)

Stories, memories -IX

The story finished, a 40-year-long overstatement of generations, microtrends, subcultures
that once blossomed with bunting every ten years, now dissipating with each new day

in a paltry wake, just foam.
Canals linking to other canals,
events, pointless arrows,
a series of raids, episodes with no plot. The fragment stung the eyes

and stomach, it gave us nausea.
From Lapland the invention
of invented villages, theme parks,
presents we knew we’d be getting. For many it was the ultimate Christmas, so many

longed for Christmas while rotting,
soaked and freezing, on the boards.
The semblances of planets opened
up glimpses of the new, while the old,
it was now obvious, was nothing but trash. Families and homes

were the last refuges of the tribe, our universal longings sifted; larches, poplars, birches, sequoias a horizon of resistance

without any visual memory;
and we forever a long way off,
ready to abandon what wasn’t home,
certain of revealing ourselves
at other distances, not nostalgic
for a place which will always remain the same and always different.

Notturni – VII

Caldo nel buio il sapore
e la lontananza nell’immagine,
è sapere la violenza
e contaminare e inviare a niente.
La luce dietro la tenda
voci video, presenze tratte
mentre ci accampiamo nel semibuio.

Inediti

Dentro le ombre per farne semi – I. Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini, radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

James Ackhurst and Elena Borrelli / Gianluca D’Andrea 

Nocturns -VII

The hot scent in the dark
and the distance in the image
is what to understand violence means – and to spoil it, to reduce it to nothing. The light behind the tent
radio voices, cut-out shapes
and we camping out in the half-light.

Unpublished Poems

Into the shadows to seed -I. In the quiet of the drizzle

‘In a few years there’ll be a lake there,’ the man said.
An exhalation of mists
and a beech tree, leaning on the riverbank like an old friend, spreading its roots through the floodplain.
And then a whisper, a voice, a ray of light
silvered to gray over half a century.
In two thousand something they figured out
that in two thousand something there’d be a thousand

[islands mountain flowers, moss-covered pines,

peat bogs, fossilized outlines,
ripples of water and light.
He entreated the gods of water and light
but the lake had long gone.
Thistles and petrified beech trees
in the jaws of a boar, and in the blood.
And the drizzle’s quiet muffling his prayer. Inside, looking more and more like barricades, the first three fields of information.

Dentro le ombre per farne semi – III. Il lievito della trasparenza

Cespi dorati e uomini dirupano tra le ombre.

Così, trasfigurati in pianeti, gravitano nel buio. 

Cicli verdi tagliano il buio mentre la traiettoria s’incurva

e rotola nella luce.
Raggiunto il traguardo della trasparenza diluviano su una guaina vuota.
Il sacco si riempie di spore
e la cascata diventa più opaca,
più pesante, spacca la membrana,
cade nell’occhio che chiude la palpebra. La favola senza focus, senza uomo,
nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte.

Dentro le ombre per farne semi – VII. Artico dei primi passi

Erano costellazioni di ghiaccio
i primi animali a essere immaginati, non pianeti o organismi ma lastre galleggianti nella materia
liquida dei primi pensieri.
La guaina esplose nella sensazione confortevole di quell’abbandono. Le lastre della preghiera riflettono l’occhio che rifiutiamo di svegliare. Ecco che scappano al lavoro
che li dimentica e succhia.
I primi orsi lungo tutti i passi
che sappiamo e decantiamo.

James Ackhurst and Elena Borrelli / Gianluca D’Andrea 

Into the shadows to seed – III The yeast of clearness

Great golden heads of sunflowers collapse into the shadows
with the rest of us.
Transfigured into planets,

they orbit in darkness.
Green sickles scythe the darkness
as the trendline stretches
and curves towards light.
Then they come up to clarity’s daybreak flooding the empty husks.
The sack fills with spores
as the cascade turns massive and cloudy and crashes through the membrane,
falls into an eye through closing eyelids.
A fairytale with no focus and without Man, twigging the horizon’s eyelash, eardrum.

Into the depths to plant seeds there -VII First steps in the Arctic

They were frozen constellations
the first animals that had ever been dreamed of not planets or organisms but sheets
floating on the liquid
matter of the first thoughts.
The membrane exploded in the comfortable feeling of that letting go.
The sheets of prayer reflect
the eye which we refuse to wake up.
Look at them running to work
which forgets them and swallows them up. The first bears moving through the steps
we recognize and celebrate.

 Nella spirale. Intervista a Gianluca D’Andrea – Satisfiction

Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) è il nuovo libro di Gianluca D’Andrea, uscito per Industria&Letteratura 2021 nella Collana Poetica diretta da Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto con la postfazione di Fabio Pusterla. Come già in passato, l’autore si confronta con l’estasi della scrittura che esce sempre fuori dai propri limiti narrativi e poetici e si fa saggio ma sui generis. Assaggio. Tentare il cammino nel territorio più sconosciuto e estraneo: quello che ci appartiene, l’ombra interiore che diventa paesaggio lunare di un’isola nelle retine dell’infanzia. Il libro articola le quattro stagioni in 40 componimenti suddivisi in gruppi da 10 e come la transizione della stagione in un’altra è un lento dividersi di cromatismi e suoni che pur unisce, allo stesso modo la scrittura stabilisce legami sottili e profondi tra una stagione e l’altra, tra una stasi e la successiva. Estasi, appunto. L’andamento è frattalico sempre in circolo attorno al buco nero, la caverna, l’abisso, la maschera che copre il buco-bocca, e sempre preciso nel servire l’appiglio, l’aiuto al mancamento: i padri, le madri, i testi in esergo e dentro al foglio dei maestri. La catastrofe sociale e ambientale subisce una metamorfosi: la fine è un mondo nuovo e la scrittura pare farsi protesi potenziante di un corpo bio-sociale in sfacelo. La quattro stagioni sono musica con catarsi finale. Quadrifarmaco del nuovo nulla post-pandemico.

Gianluca Garrapa

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«L’aria s’ispessiva in blocchi grigi sparpagliati tra le pareti cavernose.» È un estratto da Nelle profondità III dalla seconda sezione Estate. Qui come altrove, il buco e la spirale del titolo che evoca un abisso, un vortice. La lettura trascina da una materia scomposta fino a un nuovo modo e mondo di intendere il rapporto della parola con l’ambiente. Il titolo è anche un’evocazione dell’inferno, dell’interno, del buio di questa pandemia. Che rapporto esiste tra la tua scrittura e il meccanismo sociale e ambientale intorno?

Di scambio continuo. Ne parlavamo proprio insieme in un’altra intervista di un po’ di tempo fa (alla quale mi permetto di rimandare: Conversazione con Gianluca D’Andrea su “Forme del tempo”). In quel caso discorrevamo del segno linguistico e della possibilità o meno che esso possa restituire una referenza; adesso la tua domanda sembra confermare che un’occasione di contatto tra parola e mondo (traduco così il tuo “meccanismo sociale e ambientale”) esista, anzi, sembra proprio necessaria.

Nella spirale, nasce e si sviluppa durante il primo lockdown, in un’atmosfera di reclusione comunque coatta, per quanto giustificata dall’emergenza sanitaria. È una specie di diario del mutamento, perché se partiamo dal presupposto di una responsabilità dell’inclusività, cioè dell’«incontro tra la consistenza oggettiva del fenomeno e l’esperienza che il soggetto ne fa» (come dice Niccolò Scaffai in Letteratura e ecologia, riflettendo sull’opera del filosofo giapponese Watsuji Tetsurō), allora la tensione al contatto con “l’ambiente intorno”, ha sicuramente subito una battuta d’arresto. L’operazione del libro, e il titolo prova indicarlo, è una discesa nel territorio dello stesso mutamento che prova a scandagliare il “buio” di cui dici e la speranza di un miglioramento.

Come nell’Un-zuhause heideggeriana, si tratta di spingere sempre, nonostante l’angoscia, a una fuoriuscita, in primo luogo da sé, e dalla convinzione che «al buio non vi è […] “nulla” da vedere» perché, invece, a partire da quel nulla «proprio il mondo “ci” sia ancora in una modalità di maggiore urgenza» (M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, Milano, 2006, p. 541)

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Intervista su “Nella spirale” per Radioquestasera

Podcast dell’intervista del 4 dicembre 2021 di Radioquestasera PuntoRadioFM Bernardo Cirillo: Gianluca Garrapa intervista il poeta Gianluca D’Andrea su Nella spirale (Stagioni di una catastrofe) edito nel 2021 da Industria e Letteratura. Al libro l’autore abbina il brano musicale “Sonata prima” (from Sonate concertate in stil moderno per sonar, libro secondo) di Dorothee Oberlinger, Dario Castello.

Buon ascolto!

Un inedito sulla Repubblica di Bari

Ringrazio Vittorino Curci che ha voluto fortemente un mio inedito per la sua Bottega della poesia all’interno della pagina culturale della Repubblica di Bari, con qualche accenno a Nella spirale

“Nella spirale (Stagioni di una catastrofe)”. Gianluca D’Andrea e le “coordinate di una mappa sempre in divenire” (Intervista completa sull’EstroVerso)

Foto di Dino Ignani

Avanzare, “camminare scalzi”, passo dopo passo realizzare “il contatto pieno con ciò in cui ci troviamo”. Ritornare, e all’arrivo “una nuova attesa ad attenderci”. Desiderare, “un altrove”. Reinventare, fuori “dal commercio degli uomini”, fuori “dal dominio e dalla clausura”, dentro “il mistero dell’ambivalenza dell’essere”, dentro “il limite del nostro abitare”, dentro “l’atmosfera mutevole del profondo”, dentro questo “tempo inesistente”, (forse) ultima possibilità di “agganciarsi a qualcosa di concreto”, dentro “alle stagioni in cerca d’altro mare”. Suggestioni raccolte leggendo il volume “Nella spirale (Stagioni di una catastrofe)” di Gianluca D’Andrea (nella foto di Dino Ignani), pubblicato da Industria&Letteratura, nella collana “Poetica”, a cura di Niccolò Scaffai e Gabriel Del Sarto (in copertina illustrazione di Francesco Balsamo; all’interno disegni di Vito M. Bonito). Un libro complesso, prodigo di riferimenti, di interrogativi sottesi all’unico “vero accordo col mondo”, pensato in quaranta “scintille” che ci fanno (ri)percorrere un vertiginoso vortice, acceso da “un costante dialogo con una vasta galassia di autori”, scrive Fabio Pusterla nella postfazione.

La scrittura è forse “l’ultima possibilità di agganciarsi a qualcosa di concreto?”

No, non credo. La scrittura per come la conosciamo è a un punto di svolta epocale. Non è solo la preponderanza dell’immagine legata alla rete a far slittare i significati, ma l’apertura di un nuovo “reale” derivante dalla connettività associata.
La scrittura, in questo contesto rinnovato, funge da monito o promemoria, ci ricorda che un cammino esiste, che il linguaggio è la proiezione di una soglia e, di conseguenza, della scelta. Il progresso dell’umanità da due secoli a oggi sta riducendo il margine stesso di questa scelta, per tale motivo ritengo che alla scrittura spetti sempre più un ruolo secondario, per niente concreto (se con il termine intendiamo qualcosa di chiaramente individuabile), anzi totalmente affabulatorio. D’altronde, la citazione interna alla tua domanda è all’inizio di Nella spirale, dove ci si riferisce al tempo inesistente e circolare del mito, non a quello lineare e “progressivo” della storia. Eppure, non è dato sapere se questo vivere sul bordo del significato, della scrittura e specialmente della poesia, non possa essere un modo per resistere a una scomparsa e immaginare un nuovo inizio. Non è la scrittura ma è un’epoca che si dissolve a far intravedere una nuova individuazione, un nuovo mondo. La scrittura si limita a sentire il transito. Più avanti nel libro, saranno le parole di Stephen Watts a fissarlo: «Sono le cose ai margini / remoti che stanno al cuore del nostro / mondo, e ci staranno sempre, quando / ogni altra cosa sarà andata distrutta».

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Dall’inizio – Ultima puntata sull’EstroVerso

Sull’EstroVerso l’ultima puntata della rubrica che ho curato per 2 anni e 8 mesi con Gabriel Del Sarto. È stato un viaggio lungo ma prezioso, così bello che non può finire qui. Ad maiora! Dall’inizio, sempre. Di seguito i nostri ringraziamenti e l’arrivederci ai lettori.

Il più grande abbraccio a Grazia Calanna perché non esiste ospitalità più ospitale della sua.


Attrazione, ancora

Ma dimmi, chi sono, questi girovaghi, questi anche un po’
più fuggitivi di noi…

Rilke

Giunti alla fine del viaggio, ci auguriamo che la riflessione aperta dalla rubrica “Dall’inizio” abbia stimolato e possa continuare a farlo, l’urgenza di riconciliazione tra parola della poesia e mondo. Se con “mondo” s’intende lo spazio liminare di cui il testo necessita per creare nuovi spiragli di senso, allora in gioco sarà la capacità ri-creativa sempre fondante della poesia. Per questo, speriamo che tra “apertura” e “chiusura”, inevitabili nello sforzo autointerpretativo degli autori coinvolti, sia trapelata l’urgenza di trasmissione della parola, la sua tradizione: la “consegna” originaria, cioè, della scelta, con tutto il carico di ambiguità che comporta fino al rischio estremo del tradimento del senso.
Mantenere alto il livello di attenzione e custodia, allora, perché questa consegna continui a essere sempre “dall’inizio” e perché, come ci suggerisce Carmen Gallo al termine del suo intervento, «occorre ridere o piangere, […] restare in movimento».
Ringraziamo tutti gli autori (Vito BonitoGiovanna FreneMaria Grazia CalandroneFederico ItalianoFilippo DavoliAndrea De AlbertiVincenzo FrungilloLaura PugnoLuciano NeriMarilena RendaItalo TestaFrancesca SerragnoliTiziana Cera RoscoMarco GiovenaleFrancesca MatteoniGilda PolicastroAndrea IngleseMassimo GezziAzzurra D’AgostinoTommaso Di DioDavide BrulloLaura LiberaleRenata MorresiMatteo PellitiMarco SimonelliLorenzo MariDavide Castiglione, Bernardo De LucaMaria Borio, Carmen Gallo) che hanno partecipato alla rassegna e nel dire arrivederci ai lettori li ripresentiamo in ordine di apparizione, come viatico per quei “nuovi inizi” da loro raccontati che invitano a un ritorno, a «non fermarsi […] (non per sempre)».

Gianluca D’Andrea e Gabriel Del Sarto

Oltre la paura per raggiungere un mondo nuovo – Gerardo Iandoli su “Nella spirale” per Strisciarossa

In questo momento di riaperture, ripensare ai giorni del confinamento potrebbe significare trasformare in opportunità quel tempo che, per molti mesi, ci è apparso come perso. È quello che prova a fare Gianluca D’Andrea, con il suo Nella spirale (Stagioni di una catastrofe). Il testo è suddiviso in quattro sezioni, intitolate con i nomi delle quattro stagioni.

Le prime tre sono composte da testi di difficile definizione: sono delle riflessioni intime a partire da citazioni, poetiche o filosofiche, dei più svariati autori. La voce del poeta, nell’impossibilità di attraversare il reale a causa del confinamento, passeggia tra le letture e definisce un proprio spazio intimo di pensiero, in cui muoversi, seppur virtualmente.

Il percepire il tempo come «ultima era» (p. 9) dà avvio alle riflessioni della voce poetica: in questo è riconoscibile, per utilizzare un’espressione del filosofo Michaël Fœssel, una «ragione apocalittica», in cui il pensiero si pone di fronte a una scelta irreversibile, che bisogna prendere necessariamente e dalla quale non si può tornare indietro. In questa «urgenza» (p. 12), la poesia diventa lo strumento per ripristinare la profondità semantica delle parole, al fine di «vedere un altro mondo», per richiedere «un nuovo inizio» (p. 13).

Le prime tre sezioni sembrano essere il racconto di un percorso intimo e intellettuale, in cui la voce poetica stabilisce le ragioni del suo fare e ne predispone gli strumenti, al fine di iniziare la sua poiesis, la costruzione del proprio mondo poetico. È interessante notare come sia la sezione Inverno quella in cui compaiono i primi versi:

Inverno, pallido sfregio di cellule,
in quale giorno sfacelando smisi
stanco lo scanto accettando la crisi?
La luna, argentea danza di libellule,
fissa e mobile in stanze nere osserva
la fine assiderata della belva
le ultime movenze, il suo respiro
vapore astratto, rapido ritiro.

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