Lo spettacolo della fine – XIV.

Lo spettacolo della fine – XIV.

Verso sera, al tramonto, mentre
la luce aranciata si mescolava
allo strato fuligginoso dell’atmosfera
e ombre giallastre s’imponevano
sullo spazio come aureole di luce
lunare, alla console suonava
un video anni Ottanta di Fiordaliso.
La nota accattivante del paesaggio
risiede nel contrasto tra l’assenza
e il desiderio: tu non ci sei
anche se sei presente
e io ti urlo contro, anche in absentia,
che desidero fare l’amore con te.
Prendermi il tempo per creare, nell’ozio,
il tempo della relazione che annulla
ogni scansione.
Poi, la vita ricominciava a battere
l’altro desiderio, l’allontanamento
definitivo da te. Ora, sono fuori
dal panorama, nel riflesso dimensionale
di un vetro, appoggiato a una balaustra
a guardare, attraverso il vetro,
la luna, la sua faccia di rena sbiancata,
il pallore della tua distanza
attendendo la prossima tempesta
canticchiando di quel che non voglio,
osservandolo.

Franco Buffoni, “La linea del cielo”, Garzanti, Milano, 2018

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Monumento a Jan Palach e Jan Zajíc

Franco Buffoni, La linea del cielo, Garzanti, Milano, 2018

franco-buffoni-la-linea-del-cielo-9788811601968La linea del cielo sembra costituire il piedritto terminale di un arco che ha come principio Il profilo del Rosa, raccolta del 2000. La curva di quest’arco iscrive il tempo individuale nel tempo sociale e storico attraversato dallo stesso individuo. Così la storia collettiva appare ricomporsi – anche se per barlumi e frammenti – grazie alla vicenda assai comune di un uomo che, usando il linguaggio nel suo valore testimoniale non dimentica di trovare il giusto distacco autoironico (pragmatico), per allontanare da sé ogni residuo “eroico” dell’io.
Come «Il profilo del Rosa raccontava l’uscita dai confini dell’io» (secondo una definizione di Guido Mazzoni apparsa in una delle recensioni più illuminanti su quel libro, leggibile qui), così La linea del cielo espande il senso di fuoriuscita inaugurato vent’anni prima. A risultare trasformato è il «monocromo grigio», individuato ancora da Mazzoni come ultima evidenza di un percorso di scoperta e maturazione che avrebbe come punto d’approdo la «serialità» di ogni esperienza. Infatti, il Buffoni “maturissimo” di La linea del cielo conferma e supera, a mio avviso, quello “maturo” de Il profilo del Rosa con un’operazione che può essere interpretata proprio attraverso la lunga gittata degli anni trascorsi tra i due lavori. In primo luogo la dimensione della memoria manifesta un mutamento: dall’apertura dell’individuo alla storia si passa alla consapevolezza che la storia (l’alterità), con tutti i suoi “attimi”, è fondante per l’uomo. La linea del cielo, allora, sembra inoltrarsi nel processo dialettico che crea il “sistema relazionale” che ancora definiamo col termine “individuo”, e lo fa oscillando costantemente tra distacco illuministico e immersività romantica.
Soprattutto nella seconda parte, a cominciare dalla sezione inaugurale, titolata paradigmaticamente Rivendicative (cioè “rivalsa” dell’individuo sulla storia ma da “dentro” la storia, attraverso i diritti delle minoranze), siamo introdotti in un’atmosfera di ri-nascita:

Mio sussulto

Mio sussulto
Mia ex segreta malattia
Mio stato chiuso nella vacuità
Di sguardi obliqui, mia pazienza
In mancanza di meglio, mia esuberante
Rinascita con
Una dichiarazione al mondo.

(p. 121)

La “dichiarazione al mondo” è una presa di posizione sì individuale, ma nel desiderio di un’agnizione collettiva che, in alcuni frangenti può ricostituire un orientamento, una “nuova” storia. Con buone probabilità, inoltre, la skyline richiamata nel titolo sembrerebbe sintomo di questo nuovo orientamento che risiede nei mutamenti in atto, nella trasformazione del vecchio “profilo” e, conseguentemente, nel costante superamento dei confini. È certo che Il profilo del Rosa, strettamente connesso alla memoria di un luogo di formazione personale da cui si tentava una fuga aperta, è superato da La linea del cielo in cui l’espansione “evasiva” ha raggiunto il suo massimo esistenziale e si esprime con la consapevolezza che il limite è parte necessaria di un processo di costante apertura. Processo che si manifesta riconoscendo sé dentro una collettività:

17 maggio

Il 17 maggio 1990 avevo quarantadue anni,
Quando nella nazione più avanzata del mondo
S’incominciò a poter dire e scrivere
Che non ero né ammalato né pazzo.
Da allora sono passati altri trent’anni
E oggi sono convinto quasi anch’io
D’essere umano. Evviva lo stato di diritto.
Evviva la Costituzione americana.

(p. 122)

La prima parte del libro (composto nel segno della dualità che cerca assiduamente l’incontro: Lombardia/Roma, individuo/società, poesia in re/ poesia sapienziale, ecc.) è quella in cui è più marcata la presenza dell’individuo, con i luoghi della memoria che si combinano al «tema della morte»:

Come un cicisbeo invecchiato

Cantare la dignità dell’uomo senza dèi
Oppure soltanto opporre ai colpi dell’ansia
Liberi testi sul tema della morte?
Come un cicisbeo invecchiato
Al tramonto del secolo dei lumi
Mi aggiro nell’ex spazio vicino all’autostrada
Delle Sorelle Ramonda
Diventato moschea
Per vincere un inculcato schema sacramentario
Dal battesimo all’estrema unzione
Propiziato da ancestrali feste della pioggia
Fertilità e solstizi.
Col tempo che si adatta altrove
A plastificare altri corpi
Di umani deceduti.

(p. 43)

La dimensione preistorica dell’infanzia («Scienza della preistoria, mitologia / Lombarda subalpina di segni litici su roccia», Vipere lilla, p. 67, vv. 17-18) si fonde con la “storia” dell’età matura (Roma in questo caso è la città-simbolo di un trasferimento psicologico ed etico oltre che esistenziale) e, sul piano stilistico, muta definitivamente ogni propensione lirica (il cui massimo espressivo, occorre ricordarlo, era stato raggiunto con Jucci nel 2014, in un lirismo che cantava la sua fine) e la proietta verso un’ibridazione dei generi che sembra essere un’attrazione costante nell’ultimissimo Buffoni (si vedano i lavori in prosa, la pièce Personae, che sembrano manifestare una volontà inclusiva senza requie e, con ogni evidenza lasciano la sensazione di un’officina aperta a ulteriori sperimentazioni). La condizione postuma dell’uomo novecentesco si vivifica nel costante rapporto con la memoria:

Il più grande complimento

Foto fiori e volantini
A ricoprire la statua di Jan Palach
A mezzogiorno.
La memoria, dici, come fosse
Cosa rara
Da custodire…
Invece ce n’è d’avanzo
Nel mondo
E sempre rinnovantesi,
Cambia solo ogni tanto il colore
Del persecutore,
Magari il suo accento.
Avevo vent’anni a Praga,
Ne avevo otto a Budapest
E avevo già capito.

(p.129)

In questa direzione assumono valore “documentale” anche gli pseudoritratti degli autori più o meno cari a Buffoni, e che vengono a costituire un pantheon di segnali inequivocabili sulle scelte di poetica dell’autore:

Cesare Segre

Continuo a credere che poesia sia un’altra cosa
E abbia poco da spartire con cruciverba
Sciarade o un noioso listino di anodini
Aggettivi, messi in fila per numero di sillabe
Ricorrenze o corrivi richiami a lettere iniziali,
Eppure – malgrado questa
Sia per me la prima volta acrostica –
E mentre penso – Cesare – a quanto
Gioco di parola sia comunque intrinseco al rito del comporre,
Rido al ricordo del Bettinelli veneziano, al suo supplizio,
Estratto dalle parole in rima: al lanifizio.

(p. 165)

Con ogni probabilità le ultime sezioni di La linea del cielo, esasperando la dualità di tutto il libro, concludono la riflessione di Buffoni sul secolo breve (ma quanto gravido di una lunga attesa di cambiamento), ribadendo ancora la necessità di un superamento e di una commistione che sembrano rappresentare un lascito per le generazioni che verranno “dopo la lirica”:

Codice Verlaine

Non siamo ancora partiti.
Perché solo nei fumetti
Clarabella può saltare lo steccato,
Tu, mucca normanna graffi il muso
E il vento tira dritto.
Dov’è l’autunno che volevo,
L’ultimo con la scala di pietra all’abazia
In questo giugno di raffiche di pioggia?
Dov’è nascosto il Fall con i suoi swallows
Dove la season of mists delle brughiere?
Si estende da tempia a tempia
Il mio terrazzino di Elsinore,
Vi stendo i panni di un personale
Bucatino autarchico, niente lavanderia
Niente servizi prima dello sbarco.
Il costo di tutto questo è molto alto
In termini di nervi logorati
Alleanze e solidarietà, bassissimo
Per lo scarso uso di notizie.
Porcellana ceralacca lapislazzuli,
Voglio partecipare al destino dei popoli
Nel loro farsi, non alle loro vaste decadenze,
Mi verrebbe da esclamare pensando
All’uso estremo dell’autunno,
Oggi quattro giugno del ’44.

Gianluca D’Andrea
(Maggio 2018)

“Esseri umani” di Alessandro Fo (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello) da oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line

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Alessandro Fo

Esseri umani di Alessandro Fo (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello)

esseri umaniDa oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line, Esseri umani di Alessandro Fo, secondo della collana Φ della casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri. Come per la prima pubblicazione, il volume è a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello, con disegno inaugurale di Francesco Balsamo e ritratto dell’autore di Marta Pegoraro.
Di seguito la nota di Gianluca D’Andrea:

Dopo Mancanze (2014), la poesia di Alessandro Fo si propone, nella consueta raffinatezza di stile, un ulteriore scandaglio dell’animo umano. La storia minima dell’individuo che, con tutte le sue fragilità, permette di costruire una nuova trama fatta di incroci e inserzioni dialoganti. Come avviene, per esempio, nel trittico per Edda Laghi Corrieri, che trasmette in “presa diretta” le potenzialità relazionali della parola in un coinvolgimento sempre assediato dalla solitudine: «Sto di guardia quasi tutto il giorno. / Ora, da quando ci sono qui io / non è successo più. // Non restano che minime mansioni». Ed è questa dimensione “minima” a illuminare le vicende degli “esseri umani”, la loro capacità di sorprendersi, nonostante il male, nello splendore.

Gianluca D’Andrea

…infinite persone
che un caso ha posto di fronte allo splendore,
ferendole per sempre.

(da Esseri umani di Alessandro Fo, L’arcolaio, collana Φ, Forlimpopoli, 2018)

La danse: variazione da Burnt Norton (da “La sommersione”, Aragno, 2016)

East Coker (da “Quattro Quartetti” di Thomas Stearns Eliot)

Vanni Bianconi: una poesia da “Il passo dell’uomo” (Casagrande, 2012) – Nuove Postille ai testi

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Vanni Bianconi

di Gianluca D’Andrea

Vanni Bianconi: una poesia da Il passo dell’uomo (2012)

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Cosmogonia

«I know», dici a Loren anche se non sai che cosa sia
a farla piangere (un pianto diverso da quello che alle sei
ci sballa il giorno, o di noia, stizza, fame), «I know».
Così i cosmologi postulano dark matter, energye flow.

Tanti sforzi per capire si consumano come un alka-seltzer
posato sul bagnato del ripiano di cucina, li incalza
la traccia di un’ombra e se si manifesta nella lingua,
nelle sue misure di respiro e di materia, si ha una tregua.

Ma le cose oscure, la vita invisibile sul farsi,
di tanto in tanto le stanavano i tuoi occhi i mesi scorsi
nel punto d’aria che a ogni battito di ciglia è rime
alterne tra le tue pupille nere e luce e rimmel.

Urti in uno spigolo e Loren che non parla, ti dice: «ainóu» –
e se versi una lacrima è lenta, zuccherina, un po’
come i tuoi bui baci da seta o il chiaro del fiore di trifoglio,
degli sgoccioli di latte tra di voi e di questo primo foglio.


Postilla:
In cosa consista la capacità di dire la relazione si può avvertire in questo testo di Vanni Bianconi, il quale mirabilmente intreccia il quotidiano e l’universale, l’individuale e l’assoluto. Gli “universali”, appunto, che fanno il nostro mondo risiedono nelle minime tracce che la vita conserva e che l’interfaccia linguistica ogni tanto fa emergere.
A colpire è la necessità delle associazioni che, però, avvengono fuori fuoco, infatti le parole-rima giocano con l’imperfezione sonora che ne unisce il senso fallendo la reciproca collimazione (per questo, ad esempio, «rime» e «rimmel», ai versi 11 e 12, possono sì risuonare tra loro, ma non possono nascondere il senso di artificio che lo strumento linguistico fa tracimare nell’esistenza).
La lingua manifesta pienamente le sue oscillazioni semantiche proprio in queste imperfette epifanie sonore: «I know», pronunciato con ogni probabilità da una madre in risposta a un pianto inconsueto della figlia, apre una voragine associativa e, per opposizione, conduce al massimo dell’inconsapevolezza. Dalla «dark matter» dei «cosmologi» all’inventio del “soggettivo «ainóu» (pronunciato stavolta dal padre/autore), giù fino all’irrazionale e “sensitiva” conclusione, giocata, ancora una volta, sull’alternanza metaforica tra buio e chiarezza («come i tuoi bui baci da seta o il chiaro del fiore di trifoglio») in funzione della nascita “perfetta” – nelle imperfezioni – tra fiori e «sgoccioli di latte».
“Tra”, cioè relazione di cui la poesia si fa, appunto, interfaccia, per cui la lingua dell’informazione (l’inglese scientifico) si avvicina al richiamo istintuale (l’onomatopea nel verso immaginario della bimba), riconfigurando un nuovo contesto di ri-nascita (come la rima “esatta” «trifoglio», «primo foglio» sembra sostenere).

SEGNI – DESTINO DELLA POESIA

di Gianluca D’Andrea

SEGNI – DESTINO DELLA POESIA

Anche il destino, come il carattere, può essere osservato solo in segni
W. Benjamin

Segni: prendere spunto da ciò che attira è un’ambizione di riconoscimento. Occorre riconoscere l’importanza dell’individuo per la sua capacità mimetica, non per la sua originalità. Solo dall’abilità mimetica può scaturire l’opera (non è possibile pensare a uno spunto di originalità, rispetto a quale “originarietà” poi, in un’epoca ad altissimo tasso di riproducibilità).
Le corrispondenze immateriali di Benjamin passano sempre più dalla scrittura all’immagine, fu già lui a constatarlo e il nostro tempo a confermarlo. Eppure, sembra possibile anche un movimento contrario. In tal caso la scrittura non è solo “archivio di somiglianze non sensibili”, ma archivio interpretativo differenziato. Solo l’aspetto semiotico della scrittura sembra avere un destino (ecco perché la prosa ha maggior impatto rispetto alla poesia, almeno del vecchio concetto di poesia), mentre l’aspetto “onomatopeico” è trasferito in quello visivo: la somiglianza è sostituita dalla veridicità. L’aspetto creativo della scrittura ormai risiede nel distanziamento ritmico e sonoro – anche se alcune associazioni foniche sembrerebbero funzionare come apparato residuale del passato, permettendo ancora una trasmissione. Sul piano del senso, se visione e musica sono ormai dispositivi autosufficienti e in commistione, occorre verificare se la scrittura può realizzarsi proprio in quest’ultima commistione. L’aspetto connettivo della scrittura, la sua “tattilità” per così dire, produce ancora informazione. Essa, a prescindere dalle forme e dai generi, è sempre “poetica”, cioè ri-creativa: perché mantiene la sua funzione di supporto a linguaggi altri (immagine e suono). Il senso di ciò che accade è espresso e ancora esprimibile attraverso il linguaggio; la scrittura funge da scansione temporale rallentata – una specie di slow-motion – che mantiene un piano plurudimensionale e opaco. L’unidimensionalità dell’immagine, confermata dalla sua manifestazione, un’epifania che si consuma nel presente, riguarda anche il fenomeno dell’archiviazione perché il senso, comunque, si spegne dopo la visione.
Il continuum semiotico è dato dalla tessitura dei segni. In tal caso anche l’intreccio di immagini può dar luogo a un plurisenso (basti pensare ai film o all’arte fotografica). La poesia ha sempre “significato” per mezzo del suo statuto ibrido, inteso come connettività multimediale. La concatenazione tra parola e altri mezzi espressivi oggi raggiunge possibilità altre, poiché la parola non ha più bisogno di fingere la propria originalità, ma di manifestare se stessa nella commistione con altri media. Se all’interno di un testo “canonico” è possibile inserire un brano musicale, un video o un’immagine, non si è fatto niente di nuovo ma si è resa evidente la possibilità di abbracciare un senso multimediale – in cui strumento e scelta soggettiva si fanno ancora opera – da sempre sotteso, lo ribadiamo, al gesto della poesia. Il senso effettivo di “poesia” travalica ogni postura legata ai generi, perché da sempre riguarda le capacità segnaletiche che permettono di manifestare e ri-creare il circostante. La crisi del “genere poesia” non è fisiologica, con buona pace di tutti i suoi detrattori, quanto terminologica: è la sclerotizzazione della sua definizione a confinare la poesia nella gabbia dei generi, quando invece essa si perpetua nell’aspirazione alla propria esistenza o, in assoluto, alla rigenerazione della semplice esistenza.

(Aprile 2018)

Enrico Testa: una poesia da “Cairn” (Einaudi, 2018) – Nuove Postille ai testi

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Enrico Testa

di Gianluca D’Andrea

Enrico Testa: una poesia da Cairn (2018)

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Cairn

altrove li chiamano Steinmänner, uomini di pietra.
Da queste parti invece, un po’ maldestramente, ometti.
Sono le piramidali montagnole di sassi
che sull’altopiano invaso dalla nebbia
amichevolmente indicano la traccia:
quella da seguire senza cadere nei crepacci
o scivolare giù in ghiaioni ignoti e improvvisi.

In tempi remoti, monumenti:
sepolture o santuari di pietra lavica o calcare
eretti, sotto le male nuvole
e i corvi in pattuglia ritornanti,
in forma di pegno o rispetto per i morti
o forse (ambigue le sragionevoli ragioni
dei viventi) per impedir loro di svegliarsi.
Ora però ci dicono, in tanto affannarsi,
qual è il sentiero irriconoscibile.

Segnavia e segnavita.

Talvolta, tra fossati asciutti
dove abitano neri millepiedi
e qualche lucertola passa sul mezzogiorno,
vi crescono attorno cespugli di rovi pungenti:
more mature e amare.
Assaggiale. Sanno di sangue.


Postilla:
Cairn è il tentativo di orientarsi dentro un mondo di scomparse. In primo luogo a emergere è la sensazione di pericolo che l’andamento discorsivo e un dettato sobrio mascherano di “normalità”. L’atmosfera sfiora l’ironia e, infatti, l’aggettivazione («le male nuvole», «le sragionevoli ragioni», «il sentiero irriconoscibile») estremamente esposta sottende un certo moralismo, per fortuna stemperato dalla “serietà” tematica e, ancor più, da una sonorità (vedi alcuni giochi allitterativi anche abbinati per “contrasto”, come nel quasi ossimoro «more mature e amare») che riesce a costruire coesione ritmica e tonale in funzione di una vera e propria agnizione. Il “cairn”, il mucchio di pietre tombali ma anche traccia nei tragitti montani («segnavia e segnavita»), è il segnale allarmante (per traslato, ovviamente, è la stessa parola) che assume, come sempre nella parabola poetica di Enrico Testa, funzione etica. Questa parola, quindi, mai pacificata, agonistica, è sì un reperto a rischio di estinzione, ma che necessita di un costante ritorno alla luce. Nella sua capacità di produrre frutti che «sanno di sangue», vitali ed esiziali allo stesso tempo, la poesia, sembra dirci Testa, va “assaggiata” proprio per il portato etico del suo messaggio, vero perché mette in campo tutte le ambivalenze dell’esistenza, rifiutandone le potenzialità uniformanti.

L’origine di Domenico Cipriano su “La Sicilia” (11/03/2018)

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Matrices du soleil ébranlées – BACCHANALES N° 58 (ottobre 2017)

Matrices du soleil ébranlées – BACCHANALES N° 58 (ottobre 2017)

Alcune poesie tradotte da Claire Pellissier. Un grande grazie a Emanuela Nanni per il pensiero e la scelta.

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LA REVUE BACCHANALES

Fabula