Un inedito su La bottega della poesia (La Repubblica – Roma)

Un inedito su La bottega della poesia (La Repubblica – Roma)

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Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio

Premio Internazionale Franco Fortini 2019 (Foto dell’autore)

Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio (01/12/2019)

L’ultima lettera di Tommaso Di Dio (Lettera a Gianluca D’Andrea di Tommaso Di Dio, Nuova Ciminiera, 26/11/2019, qui) si chiudeva sul “canto della macchina” e mi ha fatto pensare a un’affermazione di Jean-Luc Nancy del 2018, “anomala” per me che seguo da molti anni questo autore così lontano da “meccanicismi” di sorta. Dice Nancy: “La vita è una macchina di sviluppo, di mantenimento e di riproduzione delle sue capacità e caratteristiche” (Cosa resta della gratuità, 2018), il che può ricondursi a una delle preoccupazioni di Fortini (soprattutto tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso) per cui il rischio della “reificazione” del mondo si svolge in contesti (intesi dal nostro come “ambienti e insiemi di determinazioni socio-culturali”) “di classe” che ci parlano di un mutamento storico ancora in atto. Sì, perché la “questione” storica va riattivata e l’eterno presente della nostra attualità è già in trasformazione, in cammino verso una nuova tensione tra passato e futuro, con uno sbilanciamento verso il secondo termine che può e deve essere re-immaginato partendo dalle capacità di immagazzinamento e archivio della memoria. La macchina potrebbe “non cantare” senza una riattivazione e una spinta “verso” da compiere attraverso un nuovo engagement.
Il nostro presente, dicevamo, è già reificato, è già “l’oggetto che ci pensa” (parafrasando un titolo di Baudrillard degli anni ’90 in cui si parla di immagine e fotografia), eppure da questa “oggettività” raggiunta, emergono nuove forme, non ancora identificate. Così, tra “formalismi e tendenze espressivistiche”, secondo una classificazione “in negativo” di William Carlos Williams (ben presente al nostro Fortini), sembrano ancora dividersi le pratiche di scrittura poetica. Tra “testualità” e “contesto” occorre si verifichi un incontro in direzione di una metatestualità che includa il mondo, da intendere, per quel che comporta la sua reificazione, come testo ulteriore, cioè come sua stessa allusione o evocazione. In questo modo il “canto della macchina” non è solo plausibile ma diventa necessario.
Fortini, a mio avviso, ha insistito su questo punto, tanto da diventare il suo lascito più attuale: la richiesta di mantenere le due istanze, la formalista e l’espressivistica, cioè FORMA e VITA in un unico ipertesto. L’abbrivo restando la reificazione e, quindi, la potenziale estraneità o inaccettabilità del mondo, solo sentendone l’effettività la poesia potrà avvertirne la necessità di trasformazione, in due direzioni: azione o rifiuto (che può interpretarsi come speranza). In buona sostanza è produttivo ancora sentire la necessità del NO. Dice infatti Fortini, seguendo Brecht: “l’utopia, l’oltranza, l’estremismo sono ineliminabili” (L’ospite ingrato, 1966). È solo ripartendo da questo NO che, però, è consapevole di una fine – quella del mondo “progressivo” – e di un inizio post-ideologico che può riattivarsi la storia. Quella di un “passato” (la forma, ciò che è formato), allora, che si “propone/oppone a un futuro” (in formazione. Fortini lo dice ne I confini della poesia, 1981) è la sfida lasciata in sospeso dal nostro. Recupero della tradizione e slancio trasformativo che possono far ripartire il mondo:

“Allora comincerò con un altro disegno 
un’altra carta, ancora una leggenda”.

(F. Fortini, Il custode, 1989)

Forme del tempo a inaugurare il Premio Fortini 2019

Premio Fortini – 1 dicembre 2019 dalle 15:00 presso ChiAmaMilano – Via Laghetto, 2 – Milano

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Tre testi da Forme del tempo su L’EstroVerso

Oggi su L’EstroVerso tre testi da Forme del tempo.

Forme del tempo (Letture 2016-2018) di Gianluca D’Andrea, Arcipelago itaca Edizioni, è un libro di una bellezza che potremmo definire sempre nuova, vuoi per le continue sorprese che ogni nuova lettura riserva, vuoi per l’amore senza riserve di colui che scrive (in uno “stile” riconoscibilissimo) riuscendo con le proprie riflessioni a identificare il presente (“dimensione unica e molteplice”) incrociando, come spiega lo stesso nella “Premessa minima”, le proprie esperienze di lettura “con altre esperienze, assolutamente personali”.

 

Del libro, avendoli scelti non senza difficoltà, riportiamo tre “passi”:

 

8. UN RACCONTO: RICORDO D’INFANZIA

Gli ultimi giorni sono i più devastanti.
Sono i ricordi di tutto ciò che finisce ed io ricordo le passeggiate tra gli uomini, le persone e i luoghi che non formano il passato ma la sua scomparsa, il ri-presentarsi delle immagini, i fantasmi dei tanti me trascorsi, delle persone incontrate, degli spazi vissuti perché scomparissero dentro l’accumulo, l’archivio aleatorio della memoria, che tiene viva la scomparsa ben oltre me.
Così, immagino la radura con lo sterco di capra, la ricerca di un angolo accessibile e l’angolazione per intercettare una prospettiva riposante, uno spazio di rigenerazione. Dopo, la collina riprende-va la sua ascesa fino a espandersi in un panorama di altre colline. Il valore rassicurante di una meta, prima del ritorno calcolabile – questo era il massimo di una spregiudicatezza infantile –, rendeva la valle sottostante, col suo fortino spagnolo, il centro dell’esplorazione dei nostri corpi; la pienezza delle loro funzioni consisteva nel potere approdare dopo il cammino, provando a scoprire un mistero nel luogo, o meglio a immaginarne il mistero.
Il rientro al luogo di partenza, pur conservando la sensazione ras-sicurante dell’accoglienza, annunciava una sconfitta. L’impossibilità di capire la nostra fine era esorcizzata dal racconto dell’impresa, delle scoperte fatte, immaginate. Da una mitologia oscura.

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Abrojos y Rimas: Gianluca D’Andrea

Foto di Dino Ignani

Tre poesie da Transito all’ombra tradotte in spagnolo da Diego Estévez per la rivista La Mascarada

II

Y estaba ese otro recuerdo,

ese deseo que aún imagino

tocar, la paz familiar,

la sensación límpida de vivir

 

lo pleno y saber reconocer,

luego de la angustia, la sensación del vacío.

La vida es también la evocación, patios

de voces, las partidas entre los niños,

 

las otras voces volviendo a casa,

envuelto en el calor, los borradores

en la estancia, luz tenue en la cocina,

 

sonidos y voces de las pantallas, los acentos

que cambian en el tiempo y son vestigio.

A fin de verlos, antes y después, los sueño.

 

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Dall’inizio (Laura Pugno)

Dall’inizio (Laura Pugno)
Laura Pugno

Su L’Estroverso Laura Pugno per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Per parlare di alcuni testi del mio libro L’alea, in libreria da poco per Giulio Perrone, vorrei partire da un’idea che Orso Tosco, scrittore e poeta, ha speso in occasione della presentazione che si è tenuta a ottobre scorso a BookPride. Si riferisce alla natura de L’alea come libro composto di due libri precedenti, di cui uno è La mente paesaggio, uscito per la stessa casa editrice una decina di anni fa.

Quando in una casa si aggiungono parti nuove e parti vecchie, ha detto Orso, c’è sempre qualche crepa di assestamento, una convivenza di pareti un po’ sforzata: si vede, spesso a occhio nudo, dove la costruzione è stata ampliata. Questo non accade nel libro – a suo dire, bontà sua – e non accade con la vegetazione, il vegetale, gli innesti delle piante, cose vive.

Quest’immagine de L’alea come di un intrico di rami, di intelligenza tra specie vegetali diverse, o come una grande casa composta di parti vecchie e nuove, con stanze in cui forse non si entra da qualche anno, e che la vegetazione lentamente invade e ricopre, mi è piaciuta molto, e mi ha fatto pensare all’immaginario paese abbandonato di Stellaria nel mio romanzo La ragazza selvaggia (Marsilio). Un abitato che il bosco intorno richiama a sé, ricoprendo le antiche case, trasformandole in qualcos’altro che possiamo pensare intelligente e vivo, ampliando qui la definizione comune di intelligenza e di vita. Non so se è quello che Orso intendeva dire, è quello che ho compreso io. Ma è da qui che mi piacerebbe partire per rispondere alla richiesta di questa rubrica.

Il caso e le cause in scrittura si mescolano come intrecci di piante, come rampicanti intorno al corpo di un albero. L’occasione – casuale, causata – di ripubblicare La mente paesaggio, per volontà del suo primo editore, ha dato origine a un libro nuovo, mettendomi davanti a quel processo per cui nel tempo i libri si riscrivono rispetto a chi li ha scritti, e tra sé, anche senza che una sola parola sia stata alterata: entrano in riverbero, in risonanze, in giochi di rimandi.

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Poeti in Osteria – Luciano Neri e Stefano Raimondi presentati da Gianluca D’Andrea e Demetrio Marra

locandina

POSTILLE (tempi, luoghi e modi del contatto) di Gianluca D’Andrea – Una lettura di Gian Ruggero Manzoni

postille

Gianluca D’Andrea è nato a Messina nel 1976. Tra le sue pubblicazioni: “Il laboratorio” (Lietocolle, 2004); “Distanze” (lulu.com, 2007); “Chiusure” (Manni, 2008); “[Ecosistemi]” (L’arcolaio, 2013); “Transito all’ombra” (Marcos y Marcos, 2016). In “Postille” (tempi, luoghi e modi del contatto) (L’arcolaio, 2017) ha raccolto i commenti a singoli testi di poesia moderna e contemporanea, elaborati dal 2015 al 2017 in vari siti letterari. Sue poesie sono incluse in diverse antologie e tradotte in varie lingue. Per la casa editrice L’arcolaio cura la collana di poesia Φ (phi). Collabora con il quotidiano culturale on-line “Alfabeta2”, con la rivista “Doppiozero” e con il periodico culturale l’ “EstroVerso”. Vive a Treviglio (BG), dove insegna nelle scuole medie. Le “Postille” costituiscono una raccolta di singoli testi di poeti moderni e contemporanei di diversa provenienza geografica, ma non danno vita a un’antologia o a un qualche repertorio di testi esemplari – le postille sono, invece, un personale itinerario di studio, di meditazione e di approfondimento, la condivisione con i lettori di una ricerca su scritture magistrali capaci d’irradiare senso di per sé e, anche, grazie allo sguardo di chi, con profondissimo rispetto e ammirazione, vede in ognuna di queste il riverberarsi su di esse di altre scritture, esperienze e ricerche; ne traspare, così, un ordinato e rigoroso scartafaccio che sa essere sia una proposta di lettura che uno spiraglio per meglio capire la scrittura stessa di D’Andrea. Dalla prefazione di Fabio Pusterla: “La parola-titolo di D’Andrea, in apparenza umile e dimessa, è ingannevole come le petrarchesche ‘nugellae’, e nasconde, prima di tutto, un bisticcio di significati. A quello vero e proprio di annotazione scritta dopo, cioè di riflessione critica che fa seguito alla lettura e alla meditazione (e che vanta già nei suoi annali un bel numero di precedenti giganteschi, da Manzoni a Croce), si associa, infatti, in un bisticcio divertito dichiarato dall’autore, il contemporaneo concetto di post, cioè di te-sto postato su di un sito o blog, che suggerisce l’origine di queste pagine e la loro iniziale funzione. Nate per un sito, le postille conservano di quella loro iniziale ideazione la velocità e la stringatezza, che consentivano all’autore la rapidità di esecuzione e ai fruitori l’immediata assimilazione: della postilla in sé, ovviamente, ma anche del testo a cui la postilla i- neriva”. 42 i poeti trattati, o, meglio, 42 i testi sui quali Gianluca D’Andrea ha “postillato”.

 

PER UN DISCORSO PIÙ AMPIO SULLA POESIA. LETTERA DI GIANLUCA D’ANDREA A TOMMASO DI DIO

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Su Poesia del nostro tempo, una mia lettera-riflessione:

Caro Tommaso,
leggendo il tuo Piccolo discorso sulla poesia (NdR, Le parole e le cose, 4 ottobre 2019), non ho potuto fare a meno di appuntare alcune considerazioni ulteriori che tenteranno di integrare e preferibilmente rimettere in discussione quanto da te espresso.
Inizierei, pertanto, dal tuo “imbarazzo darwiniano” che, è abbastanza evidente, si appunta contro il concetto di “essenza” fissato da Aristotele e, quindi, fondante la tradizione occidentale. In particolare, Darwin, nelle sue considerazioni sul concetto di “specie” (da quanto riportato nella prima nota del tuo articolo), mette in discussione proprio i confini di “essenza” e chiama in causa le «combinazioni artificiali create per convenienza». In questo modo, sembra emergere un punto, a mio avviso decisivo, in cui la tua riflessione sembra confliggere, nonostante o perché, lo vedremo nel prosieguo, parli di trasformazioni induttive che partono dai particolari e, solo dopo ipostatizzano genealogie. La contraddizione che intravedo è proprio tra l’urgenza di innovazione metodologica (ma il “pragmatismo” darwiniano non è certo una novità, anzi, è alla base delle ideologie avanguardiste primonovecentesche) nell’inquadramento della poesia attuale e la necessità “evocativa” (quasi monstrumlovecraftiano risuscitato dalle nebbie della Storia) delle stesse genealogie. Insomma non capisco, e sarà un mio limite, la direzione che per te dovrebbe prendere lo studium della poesia oggi. Evochi, appunto, una nuova “meraviglia” e poi riporti il tutto a una necessità classificatoria. Parli di storia e pragmatismo (la testa mozzata della tradizione che converti montalianamente e che reagisce obtorto collo alla lingua aulica della tradizione) e concludi l’intero discorso sulle potenzialità immaginifiche cui l’uso dell’arte del linguaggio dovrebbe ricondurre: «Oggi dovremmo provare a ripensare la capacità della poesia di far combaciare la dimensione artistica della parola, ovvero la capacità di immaginare mondi possibili, di affidare agli uomini il sogno o il mito di un mondo che ancora non c’è, con la dimensione rituale della parola: la parola che fa realtà, psicagogica, che promette, giura che questo mondo è vero».

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La Casa Editrice L’Arcolaio presenta: La collana PHI Φ

locandina 18 ottobre

La Casa Editrice L’Arcolaio presenta:

La collana PHI Φ

con la presenza dei curatori
Gianluca D’Andrea e Diego Conticello
e dell’autore Luciano Neri

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La casa editrice L’arcolaio nasce l’otto gennaio dell’anno 2008 per iniziativa dello scrittore Gian Franco Fabbri, il quale, già da tempo tentava di esprimere, all’interno del mondo letterario, una sorta di mappatura dei poeti che stavano producendo i loro primi lavori. Il progetto di Fabbri, in verità, aveva già preso le mosse dall’attività del blog “La costruzione del verso”, uno spazio virtuale attivo dal 2003. Le collane sorte in prima battuta all’interno della casa editrice furono: La costruzione del verso, I germogli, Le onde flessibili e I codici del ‘900. Col passare degli anni, alcune di queste collane sono state sostituite da altre, più aderenti ai tempi nuovi. Il catalogo de L’arcolaio con gli anni si è sempre più arricchito di nomi noti, se non addirittura famosi, e di un sempre maggior numero di giovanissimi, spesso alla loro prima pubblicazione.

La collana Φ PHI
La collana Φ è la recentissima acquisizione de L’arcolaio. Lo spazio di cui qui si dice è un progetto di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello che si propongono, con l’egida dell’editore, la diffusione delle opere poe-tiche di autori già noti nel campo italiano, ma – perché no? – anche in quello staniero. Questa operazione contribuirà ad ampliare la forbice espressiva del verso. L’arcolaio fornirà spazio e servizi a tale iniziativa; il risultato, ci auguriamo possa risultare una catalogazione pressoché integrale del corredo autoriale della mappatura di cui parlavamo all’inizio. Lasciare una eredità che, sebbene filtrata con la saggezza del trascorrere dei tempi, possa arricchire l’appassionato lettore di poesia.

Ingresso gratuito per i soci – tesseramento annuale € 5,00
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VENERDI 18 OTTOBRE
ORE 21.00

Bezzecca LAB Milano
via Bezzecca 4, Milano
tel. 02.86.89.44.33 tram 27, 9, 19 e 12 – bus 60, 73
Informazioni: e-mail bezzeccalab@gmail.com
www.facebook.com/bezzeccalab
Sito: bezzeccalab.wordpress.com