Una poesia da Nella spirale per Sfogliamenti

Una mia poesia da Nella spirale oggi alle 21:00 per la rassegna Sfogliamenti a cura di Gianluca Garrapa

autori presenti:

Opere visuali e scritture asemiche: Alessandro Broggi Marco Giovenale Alessandra Greco Franco Panella Enzo Patti Pinina Podestà Bruno Pollacci Silvia Tripodi

Voci parole video: Andrea Bassani Bianca Battilocchi Leonardo Bonetti Gianluca Ciuffardi Vito Antonio Conte Andrea De Alberti Gianluca D’Andrea Anna Dimaggio Francesco D’Isa Paola Silvia Dolci Stefano Donno Maria Grazia Galatà Marco Giovenale Andrea Inglese Eugenio Lucrezi Ippolita Luzzo Francesca E Magni Giulio Marzaioli Monica Messa Giorgio Moio Silvia Maria Molesini Ilaria Palomba Massimo Pasca Alessandra Peluso Tommaso Perissi Antonio Francesco Perozzi Monica Pezzella-Sulla Quarta Corda Laura Pugno Lidia Riviello Jonathan Rizzo Eugenio Sanna Marco Simonelli Giorgia Tribuiani Pasquale Vitagliano Lello Voce Luca Zanini

Suoni atmosfere musica: Stefania De Cristofaro Sara KO Fontana Nicco Furry Andrea Piccinelli

Nella Spirale inizia il suo viaggio. La lettura di Antonio Devicienti per Via Lepsius

Viene pubblicato oggi per le Edizioni Industria & Letteratura il libro di Gianluca D’Andrea Nella spirale (Stagioni di una catastrofe).

In un messaggio privato Gianluca mi scrive di considerare l’opera un prosimetro e in effetti il libro (elegantissimo nel suo taglio tipografico, impreziosito dalla copertina di Francesco Balsamo e dai sette disegni a colori all’interno di mano di Vito M. Bonito – postfazione di Fabio Pusterla) continua, sviluppa e raccoglie tutto quello cui Gianluca ha lavorato finora in sede di scrittura in versi, scrittura critica, scrittura di teoria della letteratura e della poesia; “raccoglie” nel senso che gli stimoli, le riflessioni, le scoperte del lungo e fecondo tempo che ha preceduto Nella spirale concorrono a dar vita a questo complesso lavoro.

È un lavoro ambizioso perché facendo riferimento (e le cita esplicitamente) a molte voci di poeti, filosofi, sociologi, economisti, scrittori si confronta con la complessità estrema del nostro reale e cerca una scrittura che, appunto, travalichi i singoli “generi”, che, in maniera estremamente avvertita e decisa, si lasci alle spalle ogni attardata (per quanto nobile) tradizione: i modi di scrivere del passato (anche recente e recentissimo) non sono più sufficienti per dar conto della realtà dentro cui siamo immersi – stiamo, infatti, “nella spirale” e l’urgenza consiste nel cercare e nel trovare uno sguardo il più possibile lucido, capace d’individuare coordinate e direzioni, se ce ne sono.

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NELLA SPIRALE (STAGIONI DI UNA CATASTROFE) – Prevendita industria & letteratura

IN USCITA IL 15 SETTEMBRE “NELLA SPIRALE (STAGIONI DI UNA CATASTROFE)” di GIANLUCA D’ANDREA

15,00 €10,00 €

PRE-ORDER!!!! SCONTO DI OLTRE IL 30% FINO AL 15 SETTEMBRE – PREZZO 10,00

Un ritorno folgorante, un libro che rivela le nervature di un tempo storico ormai esaurito prefigurando, senza false consolazioni, ma con coraggio, visioni di un nuovo tempo, di un nuovo inizio.

Versi, forme chiuse, prosa diaristica, inserti saggistici ricchi di note e, non ultimi, i disegni di Vito Bonito: tutto questo apparato costruisce un esempio di come la poesia si possa espandere senza rinunciare a momenti di puro lirismo e all’idea che certe verità abitino solo la concentrazione, il ritmo, la poesia-poesia.

[…]

Come gocce in sospensione sul mare
sono già i nostri giorni e le stagioni
saranno nel futuro il desiderio
di nuove albe, nel cuore di ghiaccio
della terra, fin quando fiato e aria
si scomporranno nell’eterna notte.

Intanto questa notte è desiderio
d’aria e respiro, protesta del ghiaccio
alle stagioni in cerca d’altro mare.


Descrizione

Nella spirale segna un capitolo decisamente nuovo nella produzione di Gianluca D’Andrea. Un libro “apocalittico” che allo stesso tempo è diario e saggio, rivelazione poetica e racconto visionario. Con una lingua in tensione continua – dagli scatti brucianti del dialetto siciliano, eco magica dell’infanzia, all’inglese artificiale di internet, fino ai neologismi di matrice dantesca – e nell’attraversamento delle forme chiuse della tradizione poetica, il libro ci parla della fine di un tempo e della speranza di un nuovo inizio.

Dove il passato sembra collimare col presente del “contagio”, tra movimenti stagionali e stagnazione, si manifesta l’orizzonte di una catastrofe o, più semplicemente, lo svelamento di un mondo in cammino verso la sua trasfigurazione.

Nel libro, impreziosito da una copertina di Francesco Balsamo, si inseriscono, come una sorta di controcanto o di evocazione ‘a rovescio’, dei bellissimi disegni di Vito Bonito.


Link per l’acquisto:

In cammino su Officina Poesia Nuovi Argomenti

4 poesie dalla plaquette In cammino (Piccolo canzoniere stagionale) su Officina Poesia Nuovi Argomenti. In attesa di un lavoro più ampio in uscita a settembre


Quattro poesie.

“Il falso vuoto”

Il vento crudo investe la materia,
la crosta assorbe la luce e s’inseria
in pianeti molteplici e poi varia

la veste bruna che indorata interra
il falso vuoto e un pieno dissotterra
di residui. Scintilla, e tutta l’aria

è un segreto di munnizza scordata,
un’alba dolce astrale abbandonata.

*

“Il viaggio – Violenza”

Rovescia tenebre, abbrucia
sul mare la scossa, gli spettri,
tu, chiusa con lui che dorme,

violenza paciosa in forme
nere sverdisci gli sterpi
nel gelo abbrutito che sfocia

in cammini marini e sluci
la terra, marcisci e sventri.
Dormi, occhi umidi, deforma

le città, lo share dell’orma
umana e cose umane scentri
e scolori in nuova ferocia.

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In cammino (Piccolo canzoniere stagionale), Derbauch Verlag, 2021

Oggi arriva questo dono prezioso realizzato grazie alla generosità di Vito Bonito e corredato da un suo disegno. Sono 15 testi in forma chiusissima (madrigali, sonetti, sestine, sirventesi, canzoni). Ne riporto due insieme all’esergo da Hölderlin.


Die neue Welt ist aus der Thale Grunde

F. Hölderlin

La luna e la belva

Inverno, pallido sfregio di cellule,
in quale giorno sfacelando smisi
stanco lo scanto accettando la crisi?

La luna, argentea danza di libellule,
fissa e mobile in stanze nere osserva
la fine assiderata della belva

le ultime movenze, il suo respiro
vapore astratto, rapido ritiro.

*

Perché né ombra calma…

Perché né ombra calma né dimora
per noi sarà quell’ora
lontana dal respiro verde e mite
dell’albero. La fine quando affiora
la vita già scolora
nelle sue foglie caduche e infinite.

Ma lui oscillando tra le cime indora
e pari diri: “accura”
assorbendo dall’aria luci amiche,
mentre smancia la terra e la parola
adesso sempre ancora
la cosa umana vilinusa. Mite

nelle radici soffre e si rinnova
un suono d’erba e spine abbarbicate
e le acque abbandonate
ristagnano in attesa che si muova

altra acqua sapurusa. Nte ‘nchianati
du troncu stelle aspre e luna nuova,
la terra in basso smuove
la luce tra le linfe tenebrate.

Visite allo zoo/8: Gianluca D’Andrea

Oggi su LE PAROLE E LE COSE² Massimo Gezzi mi fa alcune domande su insegnamento e poesia, insegnamento della poesia con tutte le difficoltà (e la bellezza) che comporta.


a cura di Massimo Gezzi

[Ottava apparizione per “Visite allo zoo”, la rubrica a cura di Massimo Gezzi costituita da una serie di interviste a insegnanti-scrittori e scrittrici sulla difficoltà (ma anche sulla bellezza) di insegnare la poesia e la letteratura a scuola oggi, sulla relazione tra il mestiere di scrittore e quello di insegnante e sul senso di questa professione. Dopo Fabio Pusterla, Francesco TarghettaMarco Balzano, Marilena RendaGian Mario Villalta, Paolo Febbraro e Tommaso Di Dio, oggi risponde Gianluca D’Andrea].

1) Per prima cosa, per contestualizzare quanto stiamo per leggere, che contratto hai, quanto e dove insegni?

Ho un contratto a tempo indeterminato dal 2014, dopo l’iter, per la mia generazione tristemente convenzionale, del precariato, durato 10 anni in giro per la penisola (nello specifico Sicilia e Lombardia, con una tappa intermedia a Firenze). Ho sempre lavorato alle scuole medie alternando Lettere e Sostegno. Adesso insegno stabilmente Lettere in una scuola media a Treviglio in provincia di Bergamo.

2) Ho intitolato un contributo apparso sull’«Ulisse» Una visita allo zoo. L’idea nasceva da una riflessione sui programmi e sulla pratica didattica tipica del liceo ticinese (quello in cui insegno), ma forse, per buona parte, anche di quello italiano: a scuola trattiamo prevalentemente poesia e autori che scrivono in versi, mentre la società contemporanea e il pubblico dei lettori italiani seguono e leggono – se li leggono – quasi esclusivamente scrittori in prosa (soprattutto romanzieri). Come mi capita talvolta di dire ai ragazzi e alle ragazze, i poeti somigliano sempre di più ad animali in via di estinzione o esotici relegati in uno zoo (la scuola, l’aula) e affidati a dei custodi (gli insegnanti). Senza questo recinto istituzionale, la poesia tutta – anche quella altissima: poniamo Dante, Leopardi, Montale – avrebbe ben poche chances di essere letta dalle nuove generazioni. Sei d’accordo con questa diagnosi? Anche a te, qualche volta, è sembrato di lavorare in un zoo?

Inizio dalla fine: l’immagine dello zoo per me è “limitante”, fa pensare a gabbie, recinti, zone di clausura. Vero, esiste la questione dell’obbligo, della burocrazia, delle programmazioni, eppure ho sempre percepito la scuola come un passaggio, un attraversamento. Mantenendo una certa aderenza con la tua metafora, allora penserei a un safari, in cui ognuno di noi, senza troppe distinzioni tra alunni e docenti, può accumulare istantanee e provare a elaborare un percorso di crescita. Io, poi, parto da esperienze diverse rispetto alla maggior parte degli autori che hanno già risposto a queste domande (solo Marilena Renda, ha avuto esperienze simili durante gli anni di precariato). Insegnando alle medie, la poesia non ha un ruolo preponderante come nelle programmazioni liceali, anche se in prima con l’Epica e in seconda e terza con i primi approcci alla Letteratura, chiaramente affrontiamo la questione. La dominante con i ragazzini dai 10-11 ai 13-14 anni che si avvicinano alla poesia dopo le esperienze per lo più mnemoniche delle filastrocche elementari, è quella emozionale e questa, per quanto mi riguarda, è una fortuna. In prima media, siamo ancora abbastanza liberi dai pregiudizi sul genere, quindi è relativamente facile impostare il lavoro sulla poesia partendo dalle sensazioni prodotte dal testo nudo e crudo e solo dopo arrivare anche agli aspetti tecnici e alla storia dell’autore che l’ha composto. Quando parlo di emozione, parto da ciò che vedo, le reazioni dei ragazzi, che vivono l’esperienza come un movimento che li porta verso l’esterno, un’alterità inesplorata che la prosa non riesce a suscitare, perché, a detta loro, li “immedesima” nella storia, in qualcosa che riconoscono. In poche parole, la poesia li disorienta e li sorprende (solo due generi che affrontiamo in Antologia hanno questa capacità estraniante e “tensiva”: l’horror e la fantascienza). Chiaramente è una constatazione di massima, è ovvio, infatti, che non tutti possono avere la stessa attenzione o sensibilità, per motivi che esulano la didattica e spesso sono  dettati da disagio sociale, psicologico, ecc. La maggior parte del mio precariato l’ho vissuto in scuole di “frontiera”, in periferie urbane dissestate, al sud e al nord del paese senza distinzione, probabilmente ho imparato in questi ambienti la grande necessità di relazione e trasmissione che condiziona ogni linguaggio, poesia compresa.

Forse ho un po’ travisato il senso della tua domanda, credo però che la custodia cui ti riferisci non sia sufficiente, non salvaguardiamo semplicemente una tradizione ma la rimettiamo in circolo, provando a indirizzarne il flusso. Mi sembra necessario correre questo rischio.

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Nino De Vita: Il bianco della luna – Antologia personale (1984-2019)

Segnalo con grande piacere l’uscita dell’Antologia personale di Nino De Vita, Il bianco della luna, per la nuova collana novecento/duemila della casa editrice Le Lettere, a cura di Diego Bertelli e Raoul Bruni.

Della poesia di Nino De Vita ho parlato in molte occasioni (vedi qui, qui, qui e qui), per questo ripropongo un estratto di riflessione sulla sua opera, di cui questa autoantologia è la più recente testimonianza e, mi auguro, possibilità per le nuove generazioni di scoprire o approfondire la poesia di uno degli autori più significativi dell’ultimo scorcio del Novecento e dei primi anni di questo secolo:

“Ecco, il soggetto in De Vita è completamente assorbito in quella trama testuale che negli anni il poeta di Marsala è riuscito a costruire, utilizzando uno strumento così personale da rappresentare il sintomo di una scomparsa. Provo a spiegarmi: a dissolversi è l’io lirico nella custodia e reinvenzione di una lingua ctonia, profonda, di un “idioma” in pratica sconosciuto e, per questo, adatto a ogni trasfigurazione affabulatoria.
Nel corso del tempo, questa scelta radicale si è stratificata costruendo un conglomerato mitico di figure, le quali, finalmente accostate, ci offrono l’estremo tentativo di sopravvivenza di una storia, “della storia”, cioè dell’ultima grande metafora in cui è riassunto il tragitto della trasmissione dei messaggi tra le generazioni.
In passato ho parlato di ibridazione linguistica come fenomeno risultante dalla mutazione del rapporto io/mondo, la tensione all’incrocio di due realtà non più separate ma conglobate in una nuova definizione, in un “monstrum” linguistico. Nel caso di De Vita, invece, viene da pensare a fenomeni di concrezione. Lingua e mondo si coagulano, fanno uso di un procedimento che non richiede forzatura ma il pudore di chi accoglie una tradizione e non rinuncia alla sua spinta verso il futuro. Il dialetto di De Vita possiede questa dimensione pudica insieme a una carica di resistenza che continua a dire il passato, conservandolo nel proprio DNA. È il racconto della memoria che spinge al mutamento, nonché il limite con cui lo stesso si scontra”.


TESTI

MARTINU

Parlai ra luna.
Èramu una ricina,
’n terra, aggiuccati,
a giru, nno jardinu.

Parlai ru bbiancu
ra luna;
r’i màculi nno bbiancu
ra luna; ra luci
chi scoppa ri nna luna.
Ascutàvanu a mia
taliannu ’a luna.

Cc’era Martinu,
u picciriddhu ch’avìa
l’occhi astutati, nzèmmula
cu nniathri:
stava cu ’a testa calata,
i manu ncapu l’erva
chi spuntava.

Parlai ra luna,
tunna e a fàuci;
ra me’z’zaluna;
ru jocu ra luna
chi s’ammuccia nne nèvuli
e s’affaccia…
E a corpu Martinu
mi firmau.
«È bbeddha»
rissi «’a luna!».

MARTINO. Parlai della luna. / Eravamo una diecina, / per terra, accovacciati, / a giro, nel giardino. // Parlai del bianco / della luna; / delle macchie nel bianco / della luna; della luce / che viene dalla luna. / Ascoltavano me / guardando la luna. // C’era Martino, il bambino che aveva / gli occhi spenti, insieme / a noi: / stava a testa bassa, / le mani sull’erba / appena nata. // Parlai della luna, / tonda e a falce; / della mezzaluna; / del gioco della luna / che si nasconde fra le nuvole / e riaffaccia… / E all’improvviso Martino / m’interruppe. // «È bella» / disse «la luna!».

*

I LIBBRA

I libbra stannu fermi
ma rintra hannu una vita
ch’i macina: cci sunnu
’i cinchedda, i sbintati, i luparini;
i torti, i macanzisi;
alivoti cci sunnu ’i nannalau,
’i scarafuna, l’òmini squaquègnari,
’i ngazzati, l’eroi;
cci su’ nzivati tinti
nne cantunera bbianchi
ri fogghi, cc’è ’u silenziu,
cci su’ ncuttumi, i tuppulì ru cori…

I libbra stannu suli, comu chiddi
chi sunnu dispizziati, l’angariati,
stritti nne ligna, muti:
l’ùmidu ’i puntiddia,
nne vasciura scurusi, allippatizzi
ri muffa.

I libbra cci hannu ’a firi,
’i palori chi sarvanu.
Fannu pinzari, chiànciri,
nni fannu scaccaniari;
amici ncudduriati
ri chiddi nfarinati, ’i sularini.

Hannu tristizzi i libbra
ch’unn’i putemu fari
scenti,
ddulura linzittiusi.
Gnunìanu trisora, l’allisciati
ri chiddu chi, calatu
a pinzari, a nchiappari
nne fogghi, sapi chi
cci sunnu.

I LIBRI. I libri stanno fermi/ ma dentro hanno una vita/ intensa: ci sono/ gli scapestrati, i libertini, i chiusi di carattere;/ i malvagi, i traditori;/ a volte ci sono gli stupidi,/ gli ingordi, gli uomini miseri,/ gli amanti, gli eroi;/ ci sono paure indicibili/ negli spazi bianchi/ dei fogli, c’è il silenzio,/ ci sono pene, i palpiti del cuore…// I libri stanno soli, come quelli/ che sono maltrattati, che vivono un sopruso,/ ristretti nei ripiani, muti:/ l’umido li macchia,/ nei posti bassi, oscuri, sporchi/ di muffa.// I libri hanno la fede,/ le parole che salvano./ Fanno pensare, piangere,/ ci fanno sbellicare dalle risa;/ amici intimi sono/ dei sapienti, dei solitari.// Hanno tristezze i libri/ che non possiamo/ capire,/ dolori laceranti./ Nascondono tesori, le carezze/ dell’uomo che chinato/ a pensare, a scrivere/ sui fogli, sa che/ ci sono.

*

DOMMIANU

Mi patruniava ’a fami
e circavu a me’ matri,
rrunguliusu; o vinia
idda a truvari a mmia,
cu ’na fedda ri pani
’n manu. Sempri una fedda
ri pani. “Teccà, mancia”.
Cci addumannai una vota tanticchiedda
ri cosa, chi nni sacciu,
r’accumpagnari ô pani,
pi calàrimi megghiu;
si nn’jiu, s’arricampau
cu ’na striscia, una sganga,
ri muddica. Mi rissi,
puennumilla “Teccà, è ’u cumpanaggiu.
È tumazzu, bbiscusu,
tènnaru comu ’a tumma”
’U taliai, ’u firriai.
Era comu ’a muddica.
Ma me’ matri m’avia
rittu ch’era tumazzu,
e ggheu accumpagnai
’u pani cu ’a muddica.
Muzzicavu
’u pani e pizzuliavu
’u tumazzu.
Me’ matri mi taliava.
Rissi “Mancialu a picca
a picca, vasinnò,
â sèntiri, t’accabba,
t’arresta sulu ’u pani”.
E ggheu accussia fici.
Ogni vota accussì
facia.
Ravu una muzzicata
nno pani e pizzuliavu,
ma a picca, ’u cumpanaggiu.
Una vota finiu pi primu ’u pani
e ’a chiamai. “Mi finiu
’u pani, o ma’, finiu”
nnamentri chi tinia
nna punta ri iritedda
dda nnicchia ri tumazzu.
Idda vinni e purtau
natra fedda ri pani,
cchiù nziccuta “Chi cci hai
’a lupa?” mi spiau.
Natra vota pi primu mi finiu
’u tumazzu, arristai
cu tanticchia ri pani
’n manu. Chiamai “O ma’,
finiu ’u cumpanaggiu”.
Chiamai e s’arrabbiau,
vinni nni mia cu ’a facci sbambuliata.
“Ti rissi, Dommianu, ri manciari
’u cumpanaggiu a picca
a picca”.
Si nni’jiu. S’arricampau
cu tantu ri muddica
ri pani e m’u puiu.
Una vota cci rissi “O mà, mi pari
chi stu tumazzu chi
mi runi cci havi ’u stissu
sapuri ra muddica
ru pani”.
Mi rissi “ Ma chi ddici,
’unn’i l’ha ddiri cchiù,
tu mancu l’ha pinzari,
Dommianu, tu m’ha crìriri,
m’ha crìriri Dommianu”
e, ’u vitti, cci nisceru
’i làcrimi ri l’occhi.

Vinia nni mia cu ’na fedda ri pani
nno ’na manu e ’a muddica
nne ìrita ri l’àvutra
manu. “Teccà” e puia.
Pi prima ’u pani, ddoppu
’u tumazzu.

DAMIANO. Mi prendeva la fame/ e cercavo mia madre,/ lamentoso; o veniva/ lei a trovare me,/ con una fetta di pane/ in mano. Sempre una fetta/ di pane. “Tieni, mangia”./ Le domandai una volta un pochetto/ di cosa, che so,/ da accompagnare al pane,/ per scendere meglio;/ se ne andò, tornò/ con una striscia, un pezzetto,/ di mollica. Mi disse/ porgendolo “Tieni, è il companatico./ È formaggio, spugnoso,/ morbido come la tuma”./ Lo guardai, lo girai./ Era simile alla mollica./ Ma mia madre mi aveva/ detto che era formaggio,/ e io accompagnai/ il pane alla mollica./ Mordevo/ il pane e pizzicavo/ il formaggio./ Mia madre mi guardava./ Disse “Mangialo a poco/ a poco, se no,/ io ti avverto, finisce,/ ti resta solo il pane”./ E io così feci./ Ogni volta così/ facevo./ Davo un morso/ al pane e pizzicavo,/ ma poco poco, il companatico./ Una volta finì per prima il pane/ e la chiamai “ Mi è finito/ il pane, o ma’, è finito”/ mentre tenevo/ nella punta dei ditini/ quel poco di formaggio./ Lei venne e portò/ un’altra fetta di pane,/ più sottile “E che sei/ affamato?” disse./ Un’altra volta per prima finì/ il formaggio, rimasi/ con un poco di pane/ in mano. Chiamai “O ma’,/ è finito il companatico”./ Chiamai e si arrabbiò,/ venne da me con la faccia accalorata./ “Ti ho detto, Damiano, di mangiare/ il companatico a poco/ a poco”./ Se ne andò. Ritornò/ con un tantino di mollica/ di pane e me lo porse./ Una volta le dissi “O mà, a me sembra/ che questo formaggio che/ mi dai ha lo stesso/ sapore della mollica/ del pane”./ Mi disse “Ma che dici,/ non devi dirlo più,/ tu neanche lo devi pensare,/ Damiano, tu mi devi credere,/ mi devi credere Damiano”/ e, lo vidi, le uscirono/ le lacrime dagli occhi.// Veniva da me con una fetta di pane/ in una mano e la mollica/ nelle dita dell’altra/ mano. “Tieni” e me li porgeva./ Per prima il pane, dopo/ il formaggio.

*

’U RRIMITU

“Chissu è un pueta, ’u viri?”

mi rissi Cola “chissu

chi sta assittatu mpunta

ru molu. Puisii

ammenta nna ddi centu

pitanzi, quannu fannu

l’ammitu a Sagnuseppi.

Cci rìcinu ’u rrimitu”.

“Eu sacciu chi vossia

è pueta” cci rissi

un gghiornu ch’era ddà,

assitttau, cu ll’occhi

a Favugnana, mentri chi di sguìciu

’u suli si cci stava

calannu.

“Puru eu”

cci cunfirai “ ’u sapi,

hâ fattu puisii…”

Annunca si vutau,

mi taliau, chinu ri

maravigghia.

“Rimminni una, rui” mi cumannau.

“A mmenti eu ’unn’i sacciu”

cci rissi, cu ddu cori

ri picciutteddu chi

si misi a bbattuliari.

“E chi pueta sì” mi rissi “ ’i mei

cci l’haiu tutti cca,

cca rintra” e si chiantau

unapocu ri bbotti

cu ’a manu ncapu ’a frunti.

“Vossia, s’è ddaccussì,

po’ fariminni assèntiri

una?” cci addumannai.

“Sulu nne festi ’i ricu,

pi rrispettu ru Santu.

Ti pozzu, siddu voi,

cuntari stori… Anzi

una storia t’ha ddiri

ch’addivintau pi mmia

cosa chi mi macina”.

E accuminciau, senza

chi ggheu arrivassi a ffari

palora.

“Passiàvanu ddu’ amici

p’a strata chi dda Lupa

agghica ccà, â marina,

jìanu e trattinìanu.

Unu cci rissi all’àvutru:

« ’U sai qual’èsti ’a cosa

chi appena arruspigghiatu

eu cci addumannu a Diu?»

«Chi nni pozzu sapiri»

cci arrispunniu l’àvutru. « ’A saluti,

sarrà, eu ricu, anticchia

ri stari bbeni, ri

firi…»

«Ddumannu ogni matina

a Diu una rrisatedda.

Viremma mi succeri

ri spiaricci aliquannu una carizza.

Ddoppu sta cosa a mmia

mi pari stramma, comu

si Diu ’un cci l’avissi

’i manu pi putiri accarizzari».

«E ’a vucca ammeci sì?»

l’àvutru rripicau.

«Cu ’na rrisata eu penzu ch’è diversu.

È sulu una musioni.

’U bbustu, comu â ddiri,

’un cc’entra…»

Ma tu comu ti chiami?”

“Ninu” cci arrispunnì.

“Ninu” ’u rrimitu mi

rissi “pi mmia si fici

tardu. Ddumani, e tu

mentri cci penzi, eu vegnu,

nni ncuntramu e mi rici

soccu nni cunchiuristi”.

E s’aisau, si nn’jiu pi nno cannitu,

runni cci avia appuiatu

nno ’n cutu ’a bbicichetta.

“Cci poi spiari puru

a quarcunu” mi fici

vuci “un parrinu, un vecchiu,

o rari nguestu nne

libbra. Pi mmia cci voli

unu chi mi fa scenti,

chi m’allibbetta ri

sta lìsina”.

E appizzau,

retti, furzannu, nne

pitala.

L’EREMITA. “Questo è un poeta, lo vedi?”/ mi disse Cola “questo/ che sta seduto sul/ molo. Poesie/ inventa in mezzo a quelle cento/ pietanze, quando fanno/ l’invito a San Giuseppe./ Lo chiamano l’eremita”.// “Io so che lei/ è poeta” gli dissi/ un giorno che era lì,/ seduto, con lo sguardo/ a Favignana, mentre che rasente/ il sole vi/ scendeva./ “Pure io”/ gli confidai “lo sa,/ ho scritto poesie…”/ Allora si voltò,/ mi guardò, pieno di/ meraviglia./ “Dimmene una, due” mi comandò./ “A memoria io non le so”/ gli risposi, con il cuore/ di ragazzo che/ si mise a palpitare./ “E che poeta sei” mi disse “quelle mie/ le ho tutte qui,/ qui dentro” e si diede/ colpi, tanti colpi,/ con la mano sulla fronte./ “Lei, se così è,/ può farmene sentire/ una?” gli domandai./ “Solo nelle feste le recito,/ per rispetto del Santo./ Ti posso, se vuoi,/ raccontare storie… Anzi/ una storia devo dirti/ che è diventata per me/ cosa che mi assilla”./ E cominciò, senza/ che io arrivassi a fare/ cenno./ “Passeggiavano due amici/ per la strada che dalla Lupa/ porta qui, alla marina,/ andavano e fermavano./ Uno disse all’altro:/ «Lo sai qual è la cosa/ che appena sveglio/ io domando a Dio?»/ «Che ne posso sapere»/ gli rispose l’altro. «La salute,/ forse, io dico, un poco/ di benestare, di/ fede…»/ «Domando ogni mattina/ a Dio un sorriso./ Pure succede/ di domandargli a volte una carezza./ Questa cosa dopo a me/ sembra stramba, come/ se Dio non le avesse/ le mani per potere accarezzare»./ «E la bocca invece sì?»/ l’altro ribattè./ «Con un sorriso io penso che è diverso./ È solo un atteggiamento./ Il corpo, come dire,/ non c’entra…»/ Ma tu come ti chiami?”./ “Nino” gli risposi./ “Nino” l’eremita mi/ disse “per me si è fatto/ tardi. Domani, e tu/ intanto ci ragioni, io vengo,/ ci incontriamo e mi dici/ quello che ne hai concluso”./ E si alzò, andò verso il canneto,/ dove aveva appoggiato/ su una pietra la bicicletta./ “Puoi domandare pure/ a qualcuno” fece, alzando/ la voce “un prete, un vecchio,/ o cercare dentro i/ libri. Per me ci vuole/ uno che mi faccia capire,/ mi liberi da questo/ rovello”./ E diede,/ diede, forzando, sui/ pedali.

*

L’ARANCIARU

Era pi dunn’egghè
ddu ciàvuru ri mustu.
Vinia ru malasenu, ri nne stipa
càrrichi, nfilignera,
e gghjia pi nna cucina,
p’i càmmari, niscia,
si nnacchiava all’àstracu.
E ’u ciàvuru ri rrosi
pi ddintra ’a casa, ’u ciàvuru
ru ggelsuminu, ri
carrubbi.
’Unn’agghicava ’u ciàvuru ru mari.
Ma eu ci jia, ddà,
pi sèntilu.

’U silenziu chi cc’era
nna sta ncufata ru
Stagnuni.

……………..Si putia
sèntiri ’u rriminiu
ri pisci chi vinìanu
ô ncapu, e ’i bboddi, ’u toccu
ri l’ali ri l’aceddi
vasci, a stricari ’u pilu
ri l’acqua.

………………Cci vinia
viremma un’aranciaru
nna stu locu, unu siccu
mpurrutu.

Chiantava tutt’allongu
ra spiaggia, orantuoarantu,
bacchetti cu pizzudda
ri murina o di siccia,
di runcu.
Passava e arricugghia
l’aranci chi s’avìanu
nnastumentri acchiappatu
ê canni pi pistiari.

Nchiusi pi ddintra ê sacchi, ammazzuniati,
cu ’i tinagghi, cu ’i vucca,
stricànnusi cu ’i ranfi,
facìanu un nzirrichiu
chi a mmia mi scumminava.
M’arrassavu accussì
ri nn’iddu quannu cc’era.

Un gghiornu stu cristianu
cu ’a manu mi chiamau.
“Picchì t’a fui” mi rissi.
“Mali ’unn’i fazzu. Cogghiu
aranci pi piscari
cu ’i nassi, abbuscu quarchi
sordu e cci campuniu
’a famigghia”.
“ ’Un mi piaci ascutari
’a làstima chi fannu”
cci rissi.
’U cristianu si fici
ursignu. M’ammicciau,
schifiatu.

………………..“Puru niatri”
accuminciau a vuciari
“semu pi ddintra ô ’n saccu;
e lastimiamu, avemu
l’accupazzioni, ’i còlluri chi cci hannu
l’aranci. Tuttu ’u munnu
si rruri”.
………………….E aisannu ’u vrazzu
’u rriminau nnall’aria
tagghiannu comu fa
una fàvuci.

IL PESCATORE DI GRANCHI. Era dappertutto/ quell’odore di mosto./ Arrivava dal magazzino, dalle botti/ ricolme, messe in fila,/ ed entrava nella cucina,/ nelle stanze, usciva,/ saliva sul terrazzo./ E l’odore delle rose/ nella casa, l’odore/ del gelsomino, dei/ carrubi./ Non giungeva l’odore del mare./ Ma io ci andavo, lì,/ per sentirlo.// Il silenzio che c’era/ in questa cavità dello
Stagnone./ Si poteva/ avvertire il movimento/ dei pesci che venivano/ in superficie, e il boccheggiare, il tocco/ delle ali degli uccelli/ bassi, radenti il velo/ dell’acqua.// Ci veniva/ pure un pescatore di granchi/ in questo posto, uno magro/ ma ferrigno.// Conficcava, lungo tutta/ la spiaggia, una appresso all’altra,/ canne con pezzettini/ di murena o di seppia,/ di grongo./ Tornava e raccoglieva/ i granchi che si erano/ frattanto appiccicati/ alle canne per mangiare.// Rinchiusi dentro i sacchi, ristretti,/ con le chele, con le bocche,/ sfregandosi con le zampe,/ creavano un rumorio/ che mi turbava./ Mi allontanavo così/ da lui quand’è che c’era.// Un giorno questo vecchio/ con la mano mi chiamò./ “Perché fuggi” mi disse./ “Male non ne faccio. Raccolgo/ granchi per pescare/ con le nasse, guadagno qualche/ soldo e ci campo
la famiglia”./ “Non mi piace ascoltare/ il lamento che fanno”/ gli dissi./ Il vecchio si fece/ torvo. Mi fissò,/ sdegnato.// “Pure noi”/ cominciò a gridare/ “siamo dentro a un sacco;/ e ci lamentiamo, ci sembra/ di soffocare, le pene abbiamo/ dei granchi. Tutto il mondo/ si tormenta”./ E sollevando il braccio
lo mosse nell’aria/ tagliando come fa/ una falce.

Intervista su “Transito all’ombra” – Il posto delle parole

Una bella discussione tra me e Livio Partiti su Transito all’ombra per Il posto delle parole

A questo link il podcast. Buon ascolto.

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Cammino nella metà della luce – 7 non-prose inedite su Nazione Indiana

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Hal Morey, Grand Central Terminal (1930)

Sette mie prosette su Nazione Indiana oggi. Suggerimenti e scelte di Renata Morresi che ringrazio. Per chi volesse leggerne.


Cammino nella metà della luce

di Gianluca D’Andrea

 

I. Risveglio

Dentro la storia dei bulbi noi andammo e volevamo alzarci e andare liberi tra gli stracci arborei e le tundre, tra le entità astratte e le belve, nel fulgore delle selve, negli anditi tra i bagolari e le curve dei sassi. Perché il mondo è un astro astratto dondolante e attraversare le sue linee cunicolari fu scelto nottetempo da un convoglio sintetico riunito su ceppi ramati. Eppure, tra gli strani mostri antichi, emersero parole tonitruanti

e cascate d’immagini e l’onnipotenza circolare delle forme. La notizia iniziò a circolare stentata per i sentieri di un mondo senza miti se non gioiosi e senza forza. Afriche e meridioni insormontabili in cronache oculari di sempre ulteriori coloni. Quindi partimmo sulle tracce minime lasciate dai luoghi, in ascesa sui crinali dei vecchi venti condizionati. Tremanti per la fame cominciammo, udimmo la voce lontana e gli odori acerbi del nostro incerto risveglio.

 

II. L’ente scimmia

I suoi arti scoordinati e fumosi, il pelo impolverato, fulvo e fragile. L’altro ente, quello da lui rinato, ha tutte le forme che gli ha dato, in tutti gli spazi in cui ha provato a nascondere il suo brutto muso, per sciogliere da sé, sé. Ora vaga senza legami in cerca di qualcosa che si ostina a scivolare come sabbia tra le pigre ondulazioni del cervello. No, non è mai stato bello e neppure intelligente da quando acchiappando il primo pasto non ha intuito la macchinazione dentro la manipolazione – almeno così dicono. Si sforma di continuo e si trasforma e scorda il dolore di non essere nient’altro che l’altro dentro sé, quella forma appena liscia di cui ha sfiorato il senso. Quasi acqua tra le mani sono io, sono oblio e il mio manto e il mio grugno.

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Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

La dimora del tempo sospeso

Leggo Nuovo Inizio di Gianluca D’Andrea come un ambizioso, coraggioso poema contemporaneo, come un multiforme progetto, come una rischiosa proposta. E dico subito che quel mio leggo possiede già un difetto, perché esso fa pensare alla lettura di un testo almeno lineare, di un testo composto secondo la tradizionale scansione in versi e in pagine, scansione che continua, spesso, ad accomunare pubblicazioni “in rete” e pubblicazioni cartacee. E, invece, Nuovo Inizio è sì un poema, ma è anche un esperimento e, dicevo, una rischiosa proposta perché Gianluca, che ha già all’attivo pubblicazioni in volume di notevole valore e la cui poetica è estremamente consapevole e avvertita, ben lontana da qualunque intimismo e vezzo letterario, ha voluto, direi ha accettato il rischio di comporre quello ch’egli stesso definisce ipertesto e l’ha fatto coerentemente con lo sviluppo delle sue riflessioni e, appunto, della sua poetica.

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