Poesie: Daniele Mencarelli da “Bambino Gesù”

 

***

(padiglione Pio XII)

 

Una mattina come tutte le altre
sole e piccioni freschi in cielo,
“prima o poi doveva capitarti,”
così gli altri operai mi dissero.
Non ho ricordi ad aiutarmi
tranne il tavolo d’acciaio bucherellato,
gli arnesi riposti nelle vetrate
l’odore pungente della formalina.
Ancora pago quell’attimo
quell’unico attimo d’innata curiosità,
ricordo barattoli e niente altro,
più che altro niente voglio raccontarti,
se non lo specchio al lato della stanza
che rifletteva uno frenetico a spazzare
a finire il prima possibile il suo dovere,
sudato zuppo con gli occhi vitrei allucinati.

 

***

 

(padiglione S. Onofrio)

Lode al più grande artista vivente
al suo genio alla sua opera immortale,
lode a quel ragazzino o ragazzina
che ha trasformato in arte pura
gli strumenti della quotidiana sua tortura,
un cielo fatto di azzurre mascherine
le nuvole di garza e ovatta idrofila,
le verdi chiome degli alberi
con il cotone della camera opartoria,
creati con tubicini trasparenti e colorati
gli uomini le case gli steccati.
Lode a te che davvero patisci la tua arte
non nei pensieri ma nel male della carne,
il tuo capolavoro è appeso fuori la cappella.

 

***

(padiglione S. Onofrio)

Avevo un pavimento da lavare
io che prendo tutto come una missione
anche questo lavoro da tanti disprezzato,
affrettai ancora di più la marcia
sul corridoio di marmo lucidato.
Andavo incontro a due ragazzi
il figlio in braccio mi dava le spalle
loro ci giocavano e lui rideva,
gli fui davanti proprio mentre si girava,
perdonami per la durezza delle parole,
di un bambino aveva il corpo
ma il viso quello di un mostro
sotto gli occhi niente naso niente bocca
solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte
la pietà o forse il disgusto,
quasi correndo abbassai la testa,
ma già avevo la certezza
che di lì a poco l’avrei rivisto
per quel passaggio a me obbligato.
Persi tanto tempo nelle mie faccende
prima di andare mi augurai la loro assenza
poi via sul corridoio di marmo lucidato;
il caso me lo presentò ancora di spalle
ancora preso dai suoi giochi divertiti,
a farlo ridere così di gusto
non erano stavolta i genitori
ma un’anziana suora
distante un palmo dall’orribile viso,
vidi il sorriso di lei e le sue parole:
“Ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio
non riuscivo a crederla bugiarda,
poi una chiarezza si fece strada,
quegli occhi opachi di vecchia devota
guardavano un punto oltre l’orrore,
lì c’era solo un bambino che giocava.

 

***

 

(castello dei giochi)

Al minimo cenno ti sorridono
il viso già segnato dalla sindrome,
se non sapessi della malattia
li farei di qualche asiatico paese
remoto a noi di queste terre,
per via degli orientali lineamenti
la poca passione per la lingua,
certi loro modi e atteggiamenti
da altra civiltà ancora sconosciuta,
ma è dal gioco che accerti l’umanità
dal riso uguale a ogni altro figlio,
dalla curiosità per il verde elefantino.

 

***

 

Due camere da letto e per ognuna
due corpi presi dalla notte,
quant’è piccolo o almeno sembra l’universo.
E’ tutto qui e io vi guardo
mentre parole dalle viscere salgono,
salgono fino al respiro che si affanna
alle mani che ballano una frenetica danza,
e ritrovarsi quelle due o tre frasi
tutta la preghiera che latri al cielo,
fai del loro battito ti prego
il motore che muove l’infinito
il cuore delle stelle appena nate.
Poi prendere la via del letto
sapendo che domani mi rivedrò a guardare
come ogni sera, come ogni tempo.

 

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