Diario – Estate: 16) Nelle profondità III

Mise en page 1
Giuseppe Penone, Propagazione (1993)

Recorder Concerto in C Minor, RV 441: III. Allegro molto · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 16) Nelle profondità III

Nelle notti estive spiccava, come il brivido suscitato da un suono inaspettato, come un tentacolo abbarbicato alla pelle unta dal calore, l’urlo cantilenante della sirena. Ed era con quel sottofondo che cercavamo le nostre storie. Storie escrementizie, espulsive, perché solo attraverso il rifiuto raggiungevamo l’accoglienza, divaricando il sentiero dell’intimità. O quantomeno, riuscivamo ad attraversare una minuscola radura ospitale, un assaggio di libertà.
Eravamo all’interno, nella radura, tra ciuffi d’erba sporadici spuntavano isolate o a grappoli le piccole sfere. La merda di capra stimolava fantasie manipolatorie. Noi dovevamo riprendere fiato e cammino, presto, non potevamo attendere che ci raggiungesse la sera. Così, dopo aver sputato schegge di saliva e la nostra inerzia, ricominciammo la discesa.
La terra sembrava svanire mentre l’attraversavamo, la sua consistenza manifestava il passaggio di dei sgretolati, la loro capacità di estinguersi e riapparire sotto altre forme. L’aria s’ispessiva in blocchi grigi sparpagliati tra le pareti cavernose. Un mare aperto tra le crepe fiammeggiava, come aprendo ricordi di cui non riuscivo a focalizzare i contorni. Rimaneva un amalgama di strade, riuscii a distinguerne alcune poco prima di essere sommerso. Scandivo i cerchi concentrici della scomparsa mentre mi abbracciava l’atmosfera mutevole del profondo.
Odore di cadavere e pino marittimo, di merda di cane e appropriazione. Un senso di abbandono nella vita pulsante. Bastava attraversare un sentiero collaterale, un bivio imprevisto, per entrare nel mistero. La chioma alta e frusciante di un platano orientale e la sua solitudine d’ombra. L’oscurità in piena luce rimarcata dall’immobilità dei corpi. L’inerzia eterna e l’attesa come unici paradigmi d’azione, di ogni azione compiuta per raggiungere un’ulteriore stasi, assoluta, il marmo, la pietra. Le pose dei corpi distesi apparentemente all’erta o come in gabbia, nel minimo andirivieni che preannuncia fughe o agguati, bestie che sbranano per poi ritornare nell’inerzia. Corpi plastici e statue.
L’avvento di altre intelligenze, non umane, si faceva spazio in quel paesaggio di crepacci e ricordi presunti. La polvere e la sabbia ricoprivano porzioni di corpo. Esseri maculati che s’introducevano fuori dal confine, con un’ostinazione annaspante e animalesca. Scendevamo senza un’idea precisa del dopo, fuggivamo il buio, l’estensione dell’ombra. Così assistemmo al parto. La porzione luminescente e viscosa della placenta sulla terra, il nostro sudore e gli occhi, i nostri e delle bestie s’incrociarono fino a consumare gli sguardi, fissando l’immagine nella retina, tanto in profondo da trasfigurarla in racconto. Il mito dell’alieno che muove i primi passi sul pianeta, tra ciottoli e merda, tra allori ed euforbie, ginestre e zammari. La tribù dava nomi per fissare la scena, narrava la sopravvivenza della specie, rimescolava l’esistente rendendolo lastra, strato, lamella, fossile.
I primi passi vivono nell’estinzione, la scoperta ci bloccò fino a farci indietreggiare, era tutto finito, oltre, era già un ritorno tra ciuffi sparuti di muschio riarso e bulbi acquosi.

Diario – Estate: 15) Nelle profondità II

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Paul Delvaux, Il villaggio delle sirene (1942)

Recorder Concerto in C Minor, RV 441: II. Largo · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 15) Nelle profondità II

All’arrivo un’attesa ulteriore ad attenderci. Agavi che circondavano come eco un piccolo strapiombo. Lo stretto era un’immagine che si spianava in tutta la sua estensione, ma come un’immagine, appunto, del luogo che avevamo attraversato e che non era più se non impresso nella retina. La falce s’inarcava a proteggere i porti, mentre la striscia di mare tra le sponde serpeggiava tra vapori e alti incendi.
Ci rifugiammo in un boschetto di sughere per trovare refrigerio. Dopo un’ultima sorsata ci guardammo intorno e ripartimmo. Nubi di rapaiole ci volteggiavano tra le braccia, le gambe; gli stinchi e le caviglie si ricoprivano di incisioni sanguigne scarabocchiate dai cardi. Avanzavamo, ma era come retrocedere, impressioni sulla retina.
Mostri portentosi, o meglio i loro scheletri ripuliti e lucenti al sole; recinzioni di filo spinato ci risucchiavano mentre ci inoltravamo verso l’interno, verso «mari deserti e lontani» (H. Melville, Moby Dick), verso luoghi e voci remote dove una “massa” indistinta e incombente «rollava […] come un’isola» (Ibid.). Un’isola delle profondità che si sfrangiava in voci e canti, riducendo in frammenti la nostra capacità di recepirne il senso, un’isola esplosa. Dal magma si diffondevano suoni freddi ma pastosi e tutt’altro che spiacevoli. Era come se avessimo varcato una piega del paesaggio. Intimoriti proseguimmo:

«Mi piacevano quelle voci che entravano, non un vero canto, ma voci tagliate che si ripetevano, che cantavano in modo freddo. Era come una sirena proibita».

(Burial, in M. Fisher, Spettri della mia vita)

Diario – Estate: 14) Nelle profondità I

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Caspar David Friedrich, Burrone roccioso nelle montagne di arenaria dell’Elba (1822-23)

Recorder Concerto in C Minor, RV 441: I. Allegro non molto · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 14) Nelle profondità I

Poi si aprirono burroni. Le chiamavamo gebbie, anche se si trattava di un errore. La vasca rettangolare per la raccolta dell’acqua nei periodi di siccità, era stata trasformata in una forra prosciugata in cui rischiavamo di precipitare. Avevamo rimescolato i linguaggi raggiungendo un nuovo senso: arabo, greco bizantino e longobardo in un’unica concrezione a foggiare la lingua della tribù. E in questa veste sempre nuova ci apprestavamo a penetrare la terra, aggrappandoci alla parete di una di queste gole. Per «cotali scale» (Inferno, XXXIV, 82), discendevamo in un abisso, temendo il «cammino […] malvagio» (Ibid., 95) o l’arrivo di «spiriti maligni che vagano sulla terra alla ricerca di bambini sani e bellissimi» (O. Vuong, Brevemente risplendiamo sulla terra) come credevamo essere, e imperterriti, perché la scoperta era l’unica attrazione, l’inaudito il solo stimolo alla nostra immaginazione.
Occorre un altro passo. E un altro ancora. Parole le scale di questo cammino reale per quanto immaginifico, di questa discesa nella terra della tribù che si fa ponte, riferimento a un mondo trapassato che ci lancia un’ultima domanda:

Quale piacere troveremmo nella vita […],
se la chiudessimo all’azione e all’avventura?

(W. Shakespeare, Cimbelino)

Diario – Estate: 13) Lo sputo del dio

 

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Salvador Dalí, Paesaggio con ragazza che salta la corda (1936)

La Senna festeggiante, RV 693, Sinfonia: III. Allegro molto · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 13) Lo sputo del dio

Eccoci nell’entroterra, dove si erge la serpe. Ai margini della sua colonna vertebrale è il bubbone perennemente sgorgante. Le protuberanze fumose aprono al profondo. Annusiamo la pancia della terra, le zaffate escrementizie, la fine fertile dell’interno. Ma il cammino è appena all’inizio. Procediamo a balzi tra rocche boscose e pianure desertiche, un paesaggio di contrasti che si consuma in spazi brevissimi. Eppure, i luoghi si dilatano e con essi i tempi «e il mondo delira» (G. Leopardi, Ad Arimane).
E il delirio cerca l’oblio, riparo a tanto vagare e variare. Allo stremo l’esistenza fragile in tutto il suo travaglio, raccolta in un’isola, nello sputo triangolare di una divinità di passaggio, dentro gli umori che ora la circondano ricolmi di morte e viaggi, ritorni che avvengono o mai compiuti, approdi sognati e appelli inascoltati. Isola funesta e noiosa, mutevole e radiosa, m’inoltro in te.
Dalla collina, oltre il mare, si scorgevano appezzamenti e un forte umbertino che molte volte rappresentò il limite ultimo del viaggio. Attraversato il gregge, scomparso il bosco, bramavamo la prima ombra e, una volta raggiunta, la divoravamo immergendoci con tutte le membra. Dopo, assaporavamo il riposo sentendone la potenza come in un’allucinazione sonora, ipnotica, intrusiva. Eravamo totalmente appagati:

Che quiete!
Penetra nella roccia
il canto delle cicale.

(Bashō, Il sentiero dell’Oku)

Diario – Estate: 12) Dentro l’isola

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Anselm Kiefer,  ()

La Senna festeggiante, RV 693, Sinfonia: II. Andante molto · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 12) Dentro l’isola

Terra ti troverò solo quando sarò veramente in cammino. Sarò i tuoi colori.
Terra fruttifera, di mulattiere e trazzere, residui di agguati, terra di filari sparuti e boschi rigogliosi.
Terra immaginaria che molte volte vidi tramontare.
Terra che si spinge sempre più a sud, di cui assaporo ogni ciottolo e crepa.
Terra di vecchi sacrifici che sibili il ritorno e nascondi la tua gabbia.
La tristezza spoglia gli alberi in questo luglio di risacche e lampi inaspettati che il cielo ci vomita addosso. Siamo dentro, come sempre, ripuliamo e smaltiamo gli escrementi delle bambine:

Fiori come pietre – mirabili! –
Che intorno ai duri ovari biondi
Mostrino amigdale gemmose!

(A. Rimbaud, Ciò che si dice al poeta a proposito di fiori)

Così consolidiamo la casa, puntellandola di infissi robusti! Merde che diventano fiori, pietre, il mio sogno di mettermi in cammino e tracciare una costellazione di resoconti – merde, fiori, pietre, piedi!
Così possiamo dire il mondo, se non siamo sempre in cammino, se non si spegne il futuro, non può accendersi un nuovo sentiero. Aspetto, è ora di farlo. Il valore della guardia è sapersi esploratrice.
Fioriture gemmose mentre sprofondo nell’isola. Come non esistesse sono dentro, come sempre.
Dentro la terra grama.
Dentro la terra grassa. Lugubre e luminosa.
Dentro la terra che necessita sentirsi dentro.

«Per trovare il modo di penetrare nell’isola, bisogna porre come principio […] la possibilità, anzi la necessità di penetrarvi».

(R. Daumal, Il monte analogo)

Diario – Primavera: 10) Ma soprattutto scoprii intorno a me

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Henri-Léopold Lévy, La mort d’Orphée (c. 1870)

Sonate, arie et correnti, Op.3, RISM A/I: U 14: Aria quinta sopra la Bergamasca · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Marco Uccellini · Ensemble 1700

Diario – Primavera: 10) Ma soprattutto scoprii intorno a me¹

Il gracchiare costante, questo urlo di uccelli impazziti. Nel giardino nero si affacciano nuove finestre. Inaudito.
«Se voi, nati in questi tardi tempi» (W. Shakespeare, Pericle, principe di Tiro) vorrete incamminarvi dentro le stagioni, scopriremo i prossimi sentieri e le strane deviazioni? Tempi tardi e nuovi, origine.
Non si tratta di un loop, gli uccelli continuano a gracchiare, non più. Adesso tutto fila, massaggia la colonna vertebrale. Cervice liquefatta sul sentiero, Orfeo redivivo e squartato:

Orpheus

I.

I suoi sensi erano divisi
come se i passi non fossero usciti
dal sentiero. Continuando a strisciare
sotto un cielo di pioggia, con le mani
sottili, si voltò infine e vide
la radice. Tra i passi annacquati
sentì come una piccola voce,
un sussurro, un reclamo. Reclamava
la radice, un fuoco, il calore
perché tutta l’acqua sussurrava
    ———————- ——————Chi?
E lui si voltò nello scatto rappreso
e accolse i rami silenziosi, i frassini
spogli e sparsi sugli argini. Il vento
lo spingeva lontano, dove i passi
divisi si separarono fatalmente
dal sentiero, sotto un cielo di pioggia
senza stelle.

II.

E allora si voltò, l’89
remoto di vecchie e nuove età.
Era la commozione arcaica
che lo trascinava tra le bacche
i rami secchi, tra i boschi
a succhiare e trasfondersi.

Solo immagini per trarre colori
sommersi, col blu altrove,
con digital nomads e baracche
a materializzare il paesaggio.
C’erano rocce lì e un cuore commosso
e un suono d’uccello outsourcer.
Il cuore del bosco era dentro una nuvola
vaporosa, come una catena di cristalli
circondati dall’effimero.

E tutto appariva sparpagliato
e accessibile, ardente
come il suo essere solo,
inghiottito. Un dio di trasformazioni
si espandeva come nebbia e desiderio,
per questo si voltò e lo raggiunse
un vento moderato antimoderno,
un archivio-agglomerato a imprigionarlo.

Nel lock-in che generava una nuova
appartenenza si sentiva appagato,
tenero, nascente come un uomo
raccolto nel suo attimo di rivelazione,
nella sua notte del passato. Nell’avvenire.
Così trasfuso nell’apparizione del mondo
nell’ora più solitaria
del suo cuore solitario.

III.

Nel giorno avvenente della sua solitudine
sentì un formicolio appagante
e un gibbone candido, gli occhi tristi,
incombere sui frammenti delle sue spoglie.
Aveva sempre saputo che a triturarlo
sarebbe stata un’onda di sfortuna
causata dal lavoro sisifeo del destino,
dalla ripetizione costante dell’ascesa.
Per questo non si sorprese ma ascoltò
le parole compatte e attutite dell’ominoide,
la sua lingua che poteva sembrare sbiadita
mentre vibrava sbiadita sugli ultimi
scorci della sua rovinosa vita.

Dove il fiume ristagna, le sue gambe
marcescenti, segni della disfatta,
ogni dito un bonsai da comodino
irrorato da una muffa digitale
cresciuta dove il cranio spezzato
tra le rocce si era sgravato
del contenuto grigio e pastoso.

Entrambi, lui e la scimmia, volevano
parlare degli ultimi passi, ma un verso
stagnante e matriarcale risuonava
dalla lingua polverizzata sui granelli,
inzaccherata di terra, vorticante
sui circuiti di ieri, tormentata
dalle allucinazioni del buio.

Le linee cunicolari del mondo, le allucinazioni del buio, e il tempo. Lo spaziotempo che si espande nella percorrenza.
Ali e piedi e scoprire che intorno si aprono, svoltano i sentieri, il cielo nero supera il giardino, le cornacchie suonano un avvertimento, non incombe alcun vento impetuoso tra i viali, solo la pioggia s’infittisce. Poi il cielo si sbianca e il profumo delle robinie si espande, sono grato al profumo, alle ombre immense con cui il sole disegna il paesaggio. Le variazioni della terra e le origini umili della vita. Mi arrampico prima che ritorni il vento, rimarrò qui finché non tornerà la pioggia, «nel cammino glorioso del giorno» (W. Shakespeare, Ivi).


Nota:
¹ Il titolo è una frase di Henry David Thoreau (Camminare).

Diario – Primavera: 9) Appello ai piedi

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Pierre Soulages, Walnut stain (2004)

Canzona seconda detta “La bernardinia” F 8.02a (Arr. for Recorder and Organ) · Dorothee Oberlinger · Girolamo Frescobaldi · Jeremy Joseph

Diario – Primavera: 9) Appello ai piedi

L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai miei piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.
Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».

(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi al terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere con un immane senso di colpa.
Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».

(H. D. Thoreau, Camminare)

Diario – Primavera: 8) Climax

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Arturo Nathan, Rupi vulcaniche (1934)

Canzoni overo sonate concertate per chiesa e camera, Op. 12: La Cattarina · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Tarquinio Merula · Jeremy Joseph

Diario – Primavera: 8) Climax

Climax, umore del corpo, periodo climatico. Che è sempre e porta in sé il rischio e il timore della fine. Come l’islandese di Leopardi, definitivamente dilaniato dai leoni o “monumentalizzato” nella stoltezza di base che guida il suo ragionamento (un rimpianto nostalgico che non si rassegna, nonostante ne abbia consapevolizzato l’assunto, all’assenza di un fondamento e, quindi, di un soggetto), ancora l’uomo dell’oggi insiste sull’apprensione del desiderio: fugare la coscienza della fine nell’apparentemente infinita metafisica del consumo.
Non è certo nuovo, anzi è forse il più antico, il pensiero che sia possibile annullare il ciclo del desiderio accordandosi al mondo, universalizzando la salvaguardia e, seguendo ancora Leopardi (il suo “meccanicismo” degli anni ’20), ricordare definitivamente che «gli esistenti esistono perché si esiste» e che «il vero e solo fine della natura è la conservazione della specie» (Zibaldone, 4169). Ma ciò che più conta è che i climi (su questo si veda l’influenza delle teorie di Buffon sul pensiero di Leopardi a quell’altezza cronologica, nonché il seguente superamento delle stesse da parte del poeta) o, traducendo in termini più attuali, gli ecosistemi, non sono tutti accessibili all’uomo. L’uomo non può aver casa ovunque lo spinga il suo desiderio, ma può trovarla nel suo ritiro: l’unico vero rifugio è l’accordo col mondo, divenire definitivamente uomonatura.
Da qui la questione del limite, certo non invalicabile, ma da rispettare per necessità di sussistenza, contro l’hybris perpetua del desiderio. Scopriamo così un nuovo legame tra religione e scienza: la vera colpa è non voler riconoscere il limite del nostro abitare e, quindi, la corrispondente pienezza nell’accordo tra abitante e abitazione. Habitat che è anche habitus.
Si potrebbe giudicare “conservatore” questo atteggiamento di Leopardi, e quasi utopico, ma è proprio il suo disincanto a suggerire che non può esserci rapporto tra stato di natura e progresso – tra caldo (natura) da una parte e freddo (islandese) dall’altra. È la diversa consapevolezza dell’arrembante senso della fine (climatica, appunto) dell’oggi a riportarci alla sua stessa conclusione, considerato che l’unico atto di “eroismo” plausibile nella nostra epoca è continuare a vivere, realizzando il contatto pieno con ciò in cui ci troviamo.
Adattamento per ora. Ora dell’adattamento:

«Un eroe! O semplicemente vivere. Metodo, Metodo, che vuoi da me? Sai bene che ho mangiato il frutto dell’incoscienza! Sai bene che sono io che annuncio la nuova legge al nato di Donna, e che sto soppiantando l’Imperativo Categorico per instaurare in sua vece l’Imperativo Climaterico!…»

(J. Laforgue, Moralità leggendarie)

Diario – Primavera: 7) Nubi stupende al tramonto

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Ian Fisher, Atmosphere No. 24 (2010)

Quarto scherzo delle ariose vaghezze: Si dolce è’l tormento, SV 332 · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Claudio Monteverdi · Ensemble 1700

Diario – Primavera: 7) Nubi stupende al tramonto¹

Ed «è qui che inizia il futuro: nell’oblio, in ciò che è perduto» (J. Burnside, Glister), nella trappola che cinge l’uomo-massa, i corpi in trasformazione sono l’apertura al mondo, nel senso di un legame sempre più stretto, e per questo rischioso, tra uomo e natura o “naturantropico”. «Il corpo dell’uomo è sempre la metà possibile d’un atlante universale» diceva Foucault nel 1966 (Le parole e le cose), ma solo i due corpi uniti sono l’interezza del mondo.
Non è più possibile pensare in termini di soggetto e oggetto, in una visuale “dimezzata” che sminuisce il “climax” del rapporto, la sua intensità. Tra uomo e mondo nessuna separazione, allora, ma un unico corpo immerso nello stesso clima da cui dipende la nuova configurazione della terra.
Stiamo dentro questa riconfigurazione che plasma l’uomonatura, anche se procede nutrendosi «di una scura linfa avvelenata, nera ma con una traccia di verde livido al suo interno, un verde aspro e primordiale, come l’assenzio e il fiele» (J. Burnside, cit.).
Amara vita eppure amabile, possiamo ancora abbracciare i tuoi prodotti? Tra l’amplesso “vegetosessuale” raccontato da Luciano nella sua Storia vera e gli incroci “meccanici” di Crash, si conforma la vertigine d’ebbrezza delle pulsioni. La fantasia libidica in cerca di nuovi contatti conferma la necessità d’ebbrezza, appunto (l’oblio dell’inizio), la scomparsa da sé che scollega il desiderio dal fine. Nient’altro che un’inondazione che cancella i confini e potrebbe consolidare la consapevolezza dell’appartenenza:

Nubi stupende al tramonto, di splendore inondatemi, oppure inondate uomini e donne ———————————————————————————[di generazioni future!

(W. Whitman, Foglie d’erba)


Nota:
¹ Il titolo è estratto da un verso di Walt Whitman.

Diario – Primavera: 6) Geografia del dominio

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Francis Bacon, Studio per un accovacciato nudo (1952)

Intavolatura di liuto, Book 5: Capriccio cromatico · Luca Pianca · Pietro Paolo Melli

Diario – Primavera: 6) Geografia del dominio¹

Si parlava di dimensione, quindi di un nuovo spazio. Un luogo che si conformi e confermi dopo la scomparsa, dopo i non luoghi di cui è costellato l’immaginario presente.
Fuori dal dominio e dalla clausura del capitale, e non parlo dell’emergenza in cui ci siamo trovati a vivere, ma di una norma che ci vuole nello spazio del consumo. Moneta di scambio dal margine di ogni postazione. Postazione isolata che ci attorciglia a noi, anzi a un Noi-Io ancora più “individualizzato”, alienato e “assoggettato” proprio quando il soggetto ha raggiunto la sua scomparsa.
La massa informe dell’uomo-moneta, dell’uomo-dato monetizzabile, è solo uno degli aspetti problematici del nostro presente. Su un versante, se è possibile ancora più drammatico, si muovono le ombre di carne di chi non ha accesso alla stessa mercificazione: la massa semiviva, il monstrum ridotto a rimasticare gli scarti, desiderante l’accesso al mondo da cui è escluso e che lo aspetta solo a condizione di riciclarlo e riplasmarlo.
Il luogo dell’adesso è un arcipelago di gabbie con dentro subissi di sofferenze, considerando anche il deterioramento ambientale che le circonda.
È difficile orientarsi in questo nuovo spazio, nel dominio plastico di un capitale che rimpasta ogni alfabeto, che trasforma un soggetto ridotto a ombra di se stesso, pura astrazione accessoria, scomparsa nel flusso di dati, scia d’uomo, trappola:

Qualcuno di notte aveva cucito nel
dolore: un bordo raccolto che ci stringeva, chiudeva.
La paura si trascinava e frullava come farebbe l’ala
di un uccello in trappola, come noi siamo in trappola.

(R. Robertson, Camera obscura)


Nota:
¹ Il titolo riprende quello di una raccolta di saggi di David Harvey.