Diario – Primavera: 10) Ma soprattutto scoprii intorno a me

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Henri-Léopold Lévy, La mort d’Orphée (c. 1870)

Sonate, arie et correnti, Op.3, RISM A/I: U 14: Aria quinta sopra la Bergamasca · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Marco Uccellini · Ensemble 1700

Diario – Primavera: 10) Ma soprattutto scoprii intorno a me¹

Il gracchiare costante, questo urlo di uccelli impazziti. Nel giardino nero si affacciano nuove finestre. Inaudito.
«Se voi, nati in questi tardi tempi» (W. Shakespeare, Pericle, principe di Tiro) vorrete incamminarvi dentro le stagioni, scopriremo i prossimi sentieri e le strane deviazioni? Tempi tardi e nuovi, origine.
Non si tratta di un loop, gli uccelli continuano a gracchiare, non più. Adesso tutto fila, massaggia la colonna vertebrale. Cervice liquefatta sul sentiero, Orfeo redivivo e squartato:

Orpheus

I.

I suoi sensi erano divisi
come se i passi non fossero usciti
dal sentiero. Continuando a strisciare
sotto un cielo di pioggia, con le mani
sottili, si voltò infine e vide
la radice. Tra i passi annacquati
sentì come una piccola voce,
un sussurro, un reclamo. Reclamava
la radice, un fuoco, il calore
perché tutta l’acqua sussurrava
    ———————- ——————Chi?
E lui si voltò nello scatto rappreso
e accolse i rami silenziosi, i frassini
spogli e sparsi sugli argini. Il vento
lo spingeva lontano, dove i passi
divisi si separarono fatalmente
dal sentiero, sotto un cielo di pioggia
senza stelle.

II.

E allora si voltò, l’89
remoto di vecchie e nuove età.
Era la commozione arcaica
che lo trascinava tra le bacche
i rami secchi, tra i boschi
a succhiare e trasfondersi.

Solo immagini per trarre colori
sommersi, col blu altrove,
con digital nomads e baracche
a materializzare il paesaggio.
C’erano rocce lì e un cuore commosso
e un suono d’uccello outsourcer.
Il cuore del bosco era dentro una nuvola
vaporosa, come una catena di cristalli
circondati dall’effimero.

E tutto appariva sparpagliato
e accessibile, ardente
come il suo essere solo,
inghiottito. Un dio di trasformazioni
si espandeva come nebbia e desiderio,
per questo si voltò e lo raggiunse
un vento moderato antimoderno,
un archivio-agglomerato a imprigionarlo.

Nel lock-in che generava una nuova
appartenenza si sentiva appagato,
tenero, nascente come un uomo
raccolto nel suo attimo di rivelazione,
nella sua notte del passato. Nell’avvenire.
Così trasfuso nell’apparizione del mondo
nell’ora più solitaria
del suo cuore solitario.

III.

Nel giorno avvenente della sua solitudine
sentì un formicolio appagante
e un gibbone candido, gli occhi tristi,
incombere sui frammenti delle sue spoglie.
Aveva sempre saputo che a triturarlo
sarebbe stata un’onda di sfortuna
causata dal lavoro sisifeo del destino,
dalla ripetizione costante dell’ascesa.
Per questo non si sorprese ma ascoltò
le parole compatte e attutite dell’ominoide,
la sua lingua che poteva sembrare sbiadita
mentre vibrava sbiadita sugli ultimi
scorci della sua rovinosa vita.

Dove il fiume ristagna, le sue gambe
marcescenti, segni della disfatta,
ogni dito un bonsai da comodino
irrorato da una muffa digitale
cresciuta dove il cranio spezzato
tra le rocce si era sgravato
del contenuto grigio e pastoso.

Entrambi, lui e la scimmia, volevano
parlare degli ultimi passi, ma un verso
stagnante e matriarcale risuonava
dalla lingua polverizzata sui granelli,
inzaccherata di terra, vorticante
sui circuiti di ieri, tormentata
dalle allucinazioni del buio.

Le linee cunicolari del mondo, le allucinazioni del buio, e il tempo. Lo spaziotempo che si espande nella percorrenza.
Ali e piedi e scoprire che intorno si aprono, svoltano i sentieri, il cielo nero supera il giardino, le cornacchie suonano un avvertimento, non incombe alcun vento impetuoso tra i viali, solo la pioggia s’infittisce. Poi il cielo si sbianca e il profumo delle robinie si espande, sono grato al profumo, alle ombre immense con cui il sole disegna il paesaggio. Le variazioni della terra e le origini umili della vita. Mi arrampico prima che ritorni il vento, rimarrò qui finché non tornerà la pioggia, «nel cammino glorioso del giorno» (W. Shakespeare, Ivi).


Nota:
¹ Il titolo è una frase di Henry David Thoreau (Camminare).

Diario – Primavera: 9) Appello ai piedi

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Pierre Soulages, Walnut stain (2004)

Canzona seconda detta “La bernardinia” F 8.02a (Arr. for Recorder and Organ) · Dorothee Oberlinger · Girolamo Frescobaldi · Jeremy Joseph

Diario – Primavera: 9) Appello ai piedi

L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai miei piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.
Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».

(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi al terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere con un immane senso di colpa.
Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».

(H. D. Thoreau, Camminare)

Diario – Primavera: 8) Climax

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Arturo Nathan, Rupi vulcaniche (1934)

Canzoni overo sonate concertate per chiesa e camera, Op. 12: La Cattarina · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Tarquinio Merula · Jeremy Joseph

Diario – Primavera: 8) Climax

Climax, umore del corpo, periodo climatico. Che è sempre e porta in sé il rischio e il timore della fine. Come l’islandese di Leopardi, definitivamente dilaniato dai leoni o “monumentalizzato” nella stoltezza di base che guida il suo ragionamento (un rimpianto nostalgico che non si rassegna, nonostante ne abbia consapevolizzato l’assunto, all’assenza di un fondamento e, quindi, di un soggetto), ancora l’uomo dell’oggi insiste sull’apprensione del desiderio: fugare la coscienza della fine nell’apparentemente infinita metafisica del consumo.
Non è certo nuovo, anzi è forse il più antico, il pensiero che sia possibile annullare il ciclo del desiderio accordandosi al mondo, universalizzando la salvaguardia e, seguendo ancora Leopardi (il suo “meccanicismo” degli anni ’20), ricordare definitivamente che «gli esistenti esistono perché si esiste» e che «il vero e solo fine della natura è la conservazione della specie» (Zibaldone, 4169). Ma ciò che più conta è che i climi (su questo si veda l’influenza delle teorie di Buffon sul pensiero di Leopardi a quell’altezza cronologica, nonché il seguente superamento delle stesse da parte del poeta) o, traducendo in termini più attuali, gli ecosistemi, non sono tutti accessibili all’uomo. L’uomo non può aver casa ovunque lo spinga il suo desiderio, ma può trovarla nel suo ritiro: l’unico vero rifugio è l’accordo col mondo, divenire definitivamente uomonatura.
Da qui la questione del limite, certo non invalicabile, ma da rispettare per necessità di sussistenza, contro l’hybris perpetua del desiderio. Scopriamo così un nuovo legame tra religione e scienza: la vera colpa è non voler riconoscere il limite del nostro abitare e, quindi, la corrispondente pienezza nell’accordo tra abitante e abitazione. Habitat che è anche habitus.
Si potrebbe giudicare “conservatore” questo atteggiamento di Leopardi, e quasi utopico, ma è proprio il suo disincanto a suggerire che non può esserci rapporto tra stato di natura e progresso – tra caldo (natura) da una parte e freddo (islandese) dall’altra. È la diversa consapevolezza dell’arrembante senso della fine (climatica, appunto) dell’oggi a riportarci alla sua stessa conclusione, considerato che l’unico atto di “eroismo” plausibile nella nostra epoca è continuare a vivere, realizzando il contatto pieno con ciò in cui ci troviamo.
Adattamento per ora. Ora dell’adattamento:

«Un eroe! O semplicemente vivere. Metodo, Metodo, che vuoi da me? Sai bene che ho mangiato il frutto dell’incoscienza! Sai bene che sono io che annuncio la nuova legge al nato di Donna, e che sto soppiantando l’Imperativo Categorico per instaurare in sua vece l’Imperativo Climaterico!…»

(J. Laforgue, Moralità leggendarie)

Diario – Primavera: 7) Nubi stupende al tramonto

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Ian Fisher, Atmosphere No. 24 (2010)

Quarto scherzo delle ariose vaghezze: Si dolce è’l tormento, SV 332 · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Claudio Monteverdi · Ensemble 1700

Diario – Primavera: 7) Nubi stupende al tramonto¹

Ed «è qui che inizia il futuro: nell’oblio, in ciò che è perduto» (J. Burnside, Glister), nella trappola che cinge l’uomo-massa, i corpi in trasformazione sono l’apertura al mondo, nel senso di un legame sempre più stretto, e per questo rischioso, tra uomo e natura o “naturantropico”. «Il corpo dell’uomo è sempre la metà possibile d’un atlante universale» diceva Foucault nel 1966 (Le parole e le cose), ma solo i due corpi uniti sono l’interezza del mondo.
Non è più possibile pensare in termini di soggetto e oggetto, in una visuale “dimezzata” che sminuisce il “climax” del rapporto, la sua intensità. Tra uomo e mondo nessuna separazione, allora, ma un unico corpo immerso nello stesso clima da cui dipende la nuova configurazione della terra.
Stiamo dentro questa riconfigurazione che plasma l’uomonatura, anche se procede nutrendosi «di una scura linfa avvelenata, nera ma con una traccia di verde livido al suo interno, un verde aspro e primordiale, come l’assenzio e il fiele» (J. Burnside, cit.).
Amara vita eppure amabile, possiamo ancora abbracciare i tuoi prodotti? Tra l’amplesso “vegetosessuale” raccontato da Luciano nella sua Storia vera e gli incroci “meccanici” di Crash, si conforma la vertigine d’ebbrezza delle pulsioni. La fantasia libidica in cerca di nuovi contatti conferma la necessità d’ebbrezza, appunto (l’oblio dell’inizio), la scomparsa da sé che scollega il desiderio dal fine. Nient’altro che un’inondazione che cancella i confini e potrebbe consolidare la consapevolezza dell’appartenenza:

Nubi stupende al tramonto, di splendore inondatemi, oppure inondate uomini e donne ———————————————————————————[di generazioni future!

(W. Whitman, Foglie d’erba)


Nota:
¹ Il titolo è estratto da un verso di Walt Whitman.

Diario – Primavera: 6) Geografia del dominio

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Francis Bacon, Studio per un accovacciato nudo (1952)

Intavolatura di liuto, Book 5: Capriccio cromatico · Luca Pianca · Pietro Paolo Melli

Diario – Primavera: 6) Geografia del dominio¹

Si parlava di dimensione, quindi di un nuovo spazio. Un luogo che si conformi e confermi dopo la scomparsa, dopo i non luoghi di cui è costellato l’immaginario presente.
Fuori dal dominio e dalla clausura del capitale, e non parlo dell’emergenza in cui ci siamo trovati a vivere, ma di una norma che ci vuole nello spazio del consumo. Moneta di scambio dal margine di ogni postazione. Postazione isolata che ci attorciglia a noi, anzi a un Noi-Io ancora più “individualizzato”, alienato e “assoggettato” proprio quando il soggetto ha raggiunto la sua scomparsa.
La massa informe dell’uomo-moneta, dell’uomo-dato monetizzabile, è solo uno degli aspetti problematici del nostro presente. Su un versante, se è possibile ancora più drammatico, si muovono le ombre di carne di chi non ha accesso alla stessa mercificazione: la massa semiviva, il monstrum ridotto a rimasticare gli scarti, desiderante l’accesso al mondo da cui è escluso e che lo aspetta solo a condizione di riciclarlo e riplasmarlo.
Il luogo dell’adesso è un arcipelago di gabbie con dentro subissi di sofferenze, considerando anche il deterioramento ambientale che le circonda.
È difficile orientarsi in questo nuovo spazio, nel dominio plastico di un capitale che rimpasta ogni alfabeto, che trasforma un soggetto ridotto a ombra di se stesso, pura astrazione accessoria, scomparsa nel flusso di dati, scia d’uomo, trappola:

Qualcuno di notte aveva cucito nel
dolore: un bordo raccolto che ci stringeva, chiudeva.
La paura si trascinava e frullava come farebbe l’ala
di un uccello in trappola, come noi siamo in trappola.

(R. Robertson, Camera obscura)


Nota:
¹ Il titolo riprende quello di una raccolta di saggi di David Harvey.

Diario – Primavera: 5) Scalare la montagna equivale a rubarne l’identità

Gabriele Münter, Il viale davanti alla montagna (1909)

Concerti Ecclesiastici: Sonata à 4 · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Giovanni Paolo Cima · Ensemble 1700

Diario – Primavera: 5) Scalare la montagna equivale a rubarne l’identità¹

L’estraneità è solo una nuova localizzazione, con tutto il peso che lo spostamento comporta. La divaricazione sempre più estrema tra dimorare e deambulare introduce a una scelta: da una parte, seguendo Sloterdijk, abbiamo «il design spaziale» che «ha a che fare, come l’architettura, con l’aspetto inquietante dell’appartenere […] a un ambiente completamente modellato dall’essere umano» (P. Sloterdijk, L’imperativo estetico – Scritti sull’arte); dall’altra, l’essere umano “in cammino”, che aspira a una solitudine diversa dall’appartenenza. Se gli «impianti d’immersione», sempre Sloterdijk, sono solo «proposte di schiavizzazione per i consumatori di rifrazioni preformate» (Ibid.), questi stessi “ambienti artificiali” rappresentano un rifugio per chi è ancora nel picco del “contagio”: il commercio degli umani. Il “campo del demoniaco” di questi ambienti interni porta all’evocazione, vero e proprio fantasma del moderno, di Baudelaire e del suo Spleen. «Horrible vie! Horrible ville!» il che conduce al desiderio di una solitudine di tenebra che fungerebbe da riscatto alla giornata “cattiva” passata in mezzo agli uomini.
Tra disprezzo e accoglienza interessata si dibatteva l’uomo all’origine del “moderno”, cioè di quell’oggi di cui adesso viviamo il tramonto. Un secolo e mezzo per puntellare il sempre ultimo rifugio, eppure il desiderio di una via di fuga verso un’estraneità compiuta è ancora avvertito. Più del comfort come «gradita sottomissione a un ambiente artificiale» (P. Sloterdijk, cit.), occorrerebbe ricominciare un cammino, fuori dal commercio degli uomini, nella sua prossimità.
A tramontare dovrebbe essere la necessità del rifugio, nell’insorgenza di un cammino che non chiede il suo fine, fuori dalla dimensione alienante e ossessiva del progresso e della vetta, anche se lo dico da una postazione interna, dall’interno della bolla di comfort che è il mio rifugio. Il mondo “inferiore” che coincide con quello che “disprezzo”.


Nota:
¹ Il titolo è una frase tratta dal film L’ignoto spazio profondo di Werner Herzog.

Diario – Primavera: 4) Il cuore estraneo

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Banksy, Boy With Heart
Location: Clerkenwell, London
Painted: 2006, Salvaged: 2009

Partite sopra diverse sonate: Passa Galli · Ensemble 1700 · Giovanni Battista Vitali

Diario – Primavera: 4) Il cuore estraneo

La lingua si è fermata, siamo sull’orlo: «Quando tutto ormai vacilla ed è minacciato, dove più niente va da sé, né vale alcun diritto, dove si è espropriati di tutto, si tratta di capovolgere l’Esodo, il “cammino del fuori”, nel suo contrario: ribaltare l’Esilio e sfidarlo. È questo il potere dell’ ”intimità”» (F. Jullien, Sull’intimità).
Ecco che il margine può diventare “azione” se sblocca la relazione, se si “approssimano” i corpi in una sempre possibile ribellione all’aggressione, non del mondo, ma di “un” mondo del Fuori che ha cancellato la pur «minima intesa interiore» (Ibid.).
Un’azione, si diceva, che deve sbloccare la relazione che, allo stesso tempo, non può svelarne il mistero, il velo dell’intimità, parola velata:

«Una gran quantità di segreti della mia vita si trova inviluppata in questo nuovo futuro, e mi restano qui da assolvere dei compiti che si possono assolvere solo con l’azione».

(F. Nietzsche, Epistolario)

Nuovo inizio, “nuovo futuro”, è il rischio del margine, un cammino che apre e chiude tra parvenza e reale – immagine e mondo – il mondo dell’immagine («fin dal principio la parvenza ha finito quasi sempre per diventare la sostanza, e come sostanza agisce!», F. Nietzsche, La gaia scienza) o il mondo che si immagina, infatti «non dimentichiamo neppure questo: che basta creare nuovi nomi e valutazioni e verosimiglianze per creare, col tempo, nuove “cose”» (F. Nietzsche, Ibid.). E qui è tutto il rischio della parola che riattiva il suo cammino, nella scelta da compiere s’incaglia il mistero dell’ambivalenza dell’essere, la sua “intimità”, appunto.
È un cuore estraneo quello dell’uomo, «ci si deve rassegnare […] al fatto che non esiste una “natura” dell’uomo priva di ambiguità, dato che […] egli non è di per sé né buono né cattivo» (H. Jonas, Il principio responsabilità), ed è questa “estraneità” l’unico valore: l’altro accolto nell’intimo, la capacità di accogliere l’estraneo/estremo, appunto, è la ribellione, non tanto all’ambivalenza dell’esistente e del segno che prova a indicarlo, quanto alla mancata compenetrazione tra uomo e mondo. Ecco, il segno può essere lo strumento per manifestare la presenza dell’estraneità fondante, il mistero che sempre riappare quando ci approssimiamo al mondo, riconoscendoci dentro il suo cuore estraneo, contemplandone le forme sempre rinnovate, le sempre nuove visioni.

«Che ci dovessimo diventare estranei è una legge sopra di noi: proprio per questo dobbiamo anche divenire più degni di noi!»

(F. Nietzsche, La gaia scienza)

Diario – Primavera: 3) Il mondo cresceva, il primo luogo si allargava

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Il’ja Efimovič Repin, La mendicante (ragazza pescatrice) (1874)

Canzoni overo sonate concertate per chiesa e camera, Op. 12, No. 20: Ciaconna · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Tarquinio Merula · Jeremy Joseph

Diario – Primavera: 3) Il mondo cresceva, il primo luogo si allargava¹

Una nuova vita, allora, ma dal profondo, dove s’inabissa la coscienza, niente luce, un labirinto di ombre:

Dall’inizio distante di ogni corpo…

Nell’incoscienza che l’opera provoca, la scoperta di un approdo non è consolatoria, si sprigiona una tenerezza imprevista per l’essere umano. L’ingenuità dell’opera, del viaggio senza fine, è l’ultima memoria di un essere bambino, inerme.

Quando i bambini ti parlano
dapprincipio non si capisce niente.
È un brusio di testicoli d’insetto e
ossicini in scosse cavità di terracotta

(A. Ceni, Mattoni per l’altare del fuoco)

L’incomprensione, l’incoscienza rimangono alla base dell’opera. È vero che è possibile si formuli un progetto, ma quella semplice traccia si trasforma nel cammino, ecc.
Non credo che l’opera d’arte abbia altra coscienza se non il suo cammino.
Amore, di pietra amore, «tu vedi» l’uomo (il dominus, il “donno”) «la tua vertù non cura in alcun tempo» (Dante, Rime per la donna Pietra), c’è bisogno di un’anima bambina, un’anima che si riconosca figlia:

Mia figlia salpa sulle sue parole
e svolgendosi dal nodo di refe che lega
la buia anella del mio immobile idioma viene
e mi parla, ma come a qualcuno
che non è già più lì.

(A. Ceni, op. cit.)


Nota:
¹ Il titolo è la traduzione di un verso di Seamus Heaney.

Diario – Primavera: 2) Il terreno ha accumulato calore

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Vincent Van Gogh, Paesaggio a Saint-Rémy (1889)

Ricercate, passaggi et cadentie: Ricercata terza, RISM A/I: B 1229 ; RISM B/I: 1585 · Dorothee Oberlinger · Giovanni Bassano

Diario – Primavera: 2) Il terreno ha accumulato calore¹

Le parole dovrebbero rispondere sempre a un’urgenza. In questi giorni “forzati”, nell’imprecisione verbale dei comunicati, dei decreti, nonostante gli sforzi, per me sempre più distanti, di una politica boccheggiante, ogni giorno sempre più destituita dalla funzione di collante sociale, si delinea un contagio “universale”, un’assenza. Le parole non rispondono a nessuna urgenza primaria, non stabiliscono contatti, non producono “calore”. La sfera dell’infotainment ha fagocitato la capacità di soffermarsi sul messaggio, sulla lingua, sulla parola, ecc., impossibile negarlo. Eppure non risponde ad alcuna necessità, in prospettiva futura – con quello che può voler dire futuro nel quadro di tempo inesistente che ci avvolge – indugiare su questa consapevolezza, che poi, a ben vedere, è una reazione, un moralismo da bei tempi passati, ecc.
Il terreno è caldo, aperto a un nuovo racconto immaginifico, e la parola deve corrispondere: «Ecco dunque che prendo il largo, partendo dalle colonne d’Ercole, e diretto verso Occidente, col vento in poppa, mi inoltro nell’Oceano» (Luciano di Samosata, Storia vera). Provare e provare un altro racconto, trovarlo.

«Insomma noi viviamo correndo all’inseguimento della vita inappropriabile. Di quella vita che, forse, faremo infine sparire o che attraverso di noi si annichilerà – splendido bagliore, bella animazione che troverà così la sua (ri)soluzione».

(J. L. Nancy, Animalità animata)

Eppure, necessitiamo di un nuovo inizio. Questa evidenza non trova sbocchi, appare eccessiva, addirittura ambiziosa. Per uscire dall’impasse, occorre “vedere” un altro mondo, ma proprio arrischiare una visione. I segnali-segni-sensi ci sono – sono in “evidenza” – bisogna disporsi a una raccolta nel cammino.
In cammino è la visione del mondo, guardare il mondo nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo.

Le giornate di clausura mi fanno riflettere sulla scomparsa. È un problema di disposizione e attrito: una dislocazione. Il massimo da realizzare è un minimo di osservazione da tradurre in parole: mettersi da parte, emarginarsi per contemplarlo.

Guardo il gioco di luce
il pavimento disegna altre forme
usano parole nel nulla
le scarpe vuote sono occhi.

Amenità, ecc., dalla casa nessuna illusione, proviamo a restare in equilibrio.

Pulci e pidocchi
e un orinale
accanto al guanciale

(Bashō) e la casa divenne tempio. Ogni oggetto è spostato e cerca di tornare il più vicino possibile al posto d’origine. Brillano schermi in tutte le stanze. Non mi parlare di freddi astratti, nevi metafisiche, il caldo scioglie i corpi in questa primavera senza pioggia. Troppe favole sbagliate, troppi messaggi, troppa “socialità”, troppo vuoto a perdere, meglio un riciclo all’inizio del ciclo, quando potrebbe ancora esistere il silenzio.
Un altro mondo esiste nei gesti che cambiano collocazione agli oggetti e nel turbinio di noia che ne può scaturire. Tranquilla, pasciuta nello slime psichico dell’intrattenimento, «la nostra incapacità di proporre una visione e di innovare in modo radicale» (S. Quintarelli, Capitalismo immateriale).


Nota:
¹ Il titolo è la traduzione di un verso di Michael Krüger.

Diario – Primavera: 1) Il tempo entra ferreo nella sua ultima era

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Giorgio De Chirico, La felicità del ritorno (1915)

Sonate concertate in stil moderno, libro I: Sonata No. 1 · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Dario Castello · Jeremy Joseph

Diario – Primavera: 1) Il tempo entra ferreo nella sua ultima era

Il primo verso di una poesia di Paul Celan (P. Celan, Poesie sparse pubblicate in vita), mi porta a nuove considerazioni su tempi e luoghi della fine.

Il tempo è chiaramente sempre nella sua ultima era, non esiste. Seguendo László Krasznahorkai (Il ritorno del barone Wenckheim): «il mondo non è che un puro delirio di eventi, una frenesia di miliardi e miliardi di accadimenti, e niente è stabilito, niente è fissato, niente è delimitato, afferrabile, tutto scivola via appena cerchiamo di afferrarlo, perché non c’è tempo». Questo tempo inesistente è, paradossalmente, l’ultima possibilità di agganciarsi a qualcosa di concreto. La selezione degli eventi è già la loro rielaborazione immaginifica, sempre l’ultima possibilità/potenzialità creativa: «poiché il tempo scivola via in continuazione, essendo del resto questo il suo compito, poiché si tratta di puro svolgimento, si tratta semplicemente e meramente di miliardi di eventi […], gli eventi stessi spariscono nello stesso momento, che è a sua volta irreale» (Ibid.), proprio a causa di questo scivolamento che è perdizione si rende necessaria un’operazione di conservazione. Su miliardi e miliardi di eventi, la selezione non può essere arbitraria ma “senziente”, dettata da ricordi forti, fondanti, anche se già trasfigurati dalla concretezza “trans-formativa” della memoria (e dalla forza “cancellante” del tempo).

Su questa evidenza si basa ogni urgenza artistica e, più nello specifico, della poesia: «questo non è un concetto astratto, bensì qualcosa che finalmente astratto non è, qualcosa di talmente lontano dall’astrazione da porsi come l’unica cosa la cui esistenza possiamo veramente prendere in considerazione» (Ibid.).

Da questa osservazione ripartiamo, anche se immessi in una “ferrea ultima era”; è infatti proprio Celan a suggerire come sopraggiunga l’evento, come si fissi l’istante, come «un’ora allattata dai lupi» (P. Celan, Microliti) è il tempo in agguato prima di ogni comprensione, prima che sia fatta luce; un’ora che, sempre secondo Celan, “striscia”, prima di “saltarti addosso” (aggiungo che sempre più spesso l’agguato è velocissimo, come i miliardi di eventi che si susseguono indistintamente, ma continua a lasciare il segno). Il segno si tramuta solo allora in “senso”, quando «la scheggia di tempo penetra in te, sempre più fonda» (Ibid.).

Il dove, cioè lo spazio di collocazione dell’evento fondante, lo decide quell’ora di senso e accade quando il mondo, l’alterità, entra in contatto con l’essere. Quanto intensamente e come avvenga il contatto lo dice la poesia: se Celan nel 1953 è aggredito e assediato dal mondo, Rilke nei primi anni del ‘900 ne è accolto: «Il tuo sguardo, che accolgo / con una guancia come un tiepido cuscino, / arriverà, mi cercherà lungamente – / si poserà, al tramonto, / in grembo a pietre straniere» (R. M. Rilke, Il libro d’ore).

Tra violenza e accoglienza l’accesso al mondo può sorgere in una disponibilità sempre rinnovabile, che va sempre rinnovata; una soglia, una breccia che avvii un nuovo ritmo:

Ritmi
per separarsi,
per ripararsi
arrivando al vuoto del soggetto

(H. Michaux, da Brecce)