CON SETTEMBRE INIZIA LA NUOVA STAGIONE POETICO-LETTERARIA DE L’ARCOLAIO

GIANLUCA D’ANDREA – “POSTILLE (Tempi, luoghi e modi del contatto)” PREFAZIONE DI FABIO PUSTERLA – COLLANA “FOGLI DI CRITICA”

lacostruzionedelverso

Imitiamo la dinamica delle stagioni cinematografiche. Dopo il deserto africano di questa estate morente, vi anticipiamo alcuni libri in lavorazione in casa editrice. Sono progetti che potrete vedere realizzati nei mesi che precedono il Natale. Novità ragguardevoli e inaspettate che ci allietano e rendono più prezioso il nostro catalogo. Il lavoro che stiamo curando è dedicato a voi, carissimi lettori. Come sempre, vi auguriamo una lettura piacevole e innovativa.

La Redazione.

ALBERTO BERTONI – STEFANO MASSARI – PIER DAMIANO ORI

“STATI DI POESIA CONTEMPORANEA” NUOVA COLLANA “FOGLI DI CRITICA

GASSID MOHAMMED “ATTRAVERSO IL SILENZIO” COLLANA L’ARCOLAIO

ALEKSANDR BLOK (A CURA DI DARIO BORSO) “I DODICI” CON LA TRADUZIONE DAL RUSSO AL TEDESCO DI PAUL CELAN. 

AUTORI VARI (A CURA DI MATTEO M. VECCHIO E FABIO GUIDALI) – “Antonia Pozzi e la «singolare generazione»” COLLANA “FOGLI DI CRITICA”.

BILL RAMSELL “Il sogno d’inverno dell’architetto”, TRADUZIONE DI LORENZO MARI – COLLANA…

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Franco Buffoni, “Personae”, Manni, San Cesario di Lecce, 2017

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Franco Buffoni (Foto di Dino Ignani)

Franco Buffoni, Personae, Manni, San Cesario di Lecce, 2017

personaeNell’Enrico V si possono leggere due passi che tanto dicono sugli individui, o meglio, sulle “persone” nel loro rapporto col contesto storico:

«Che siamo come dei naufraghi su un banco di sabbia, che s’aspettano di essere risucchiati dalla prossima marea».

(William Shakespeare, Enrico V, IV, 1, trad. di Andrea Cozza)

«Che altro sei tu, se non il rango, il grado, la forma esteriore».

(William Shakespeare, ibid., IV, 1, trad. di Andrea Cozza)

Questa riflessione sull’essere nulla o forma esteriore – maschera, persona – è alla base dell’unicum teatrale “messo in scena” da Franco Buffoni nel 2017 e pubblicato da Manni.
Personae, cioè il nucleo di finzione che “definisce” l’individuo. Sono quattro i personaggi che si incontrano/scontrano nel dramma, anche se penso sia lecito sospettare che ad essere “rappresentate” siano le sfaccettature dell’animo del poeta lombardo, la “moltitudine” che ne costituisce paradigmaticamente la soggettività. Tornando alla suggestione shakespeariana, una forma fatta dalle varie forme di un’esteriorità pronta a essere risucchiata nel nulla (Buffoni inscena un congedo, una fine già avvenuta e risuscitata da un lapsus mediatico, e che poi, circolarmente, ri-finirà per diventare una morte alla seconda potenza).
Fin qui il Novecento agisce – quasi paratesto, la storia – senza dubbio, come tradizione assodata (altrimenti non può essere per un poeta nato in pieno XX secolo), tra l’altro:

Il tu

I critici ripetono,
da me depistati,
che il mio tu è un istituto.
Senza questa mia colpa avrebbero saputo
che in me i tanti sono uno anche se appaiono
moltiplicati dagli specchi. Il male
è che l’uccello preso nel paretaio
non sa se lui sia lui o uno dei troppi
suoi duplicati.

(Eugenio Montale, Il tu, in Satura, Milano, 1971)

Occorre capire, se ci sono, quali novità Personae apporti, non solo nella produzione del suo autore, ma anche nella tradizione cui può essere assimilato.
Innanzitutto il genere: il teatro. Dicevamo, primo tentativo in assoluto per Buffoni, e che si colloca dopo la pubblicazione della serie di narrazioni de Il racconto dello sguardo acceso (Marcos y Marcos, Milano, 2016), le quali davano testimonianza di un’identità «personale e collettiva – che può riconoscersi solo in funzione dell’altro» (Gianluca D’Andrea, Una riflessione su Franco Buffoni, Il racconto dello sguardo acceso, in «Gianluca D’Andrea», marzo 2016, qui). Altro che è in primo luogo il linguaggio: la capacità o meno che il nome riesca a indicare l’oggetto cui si riferisce e, infatti, l’Atto I è incentrato sulla presentazione delle “personae”, con un’ossessività interpretativa che investe proprio la nominazione. Veronika, la “vera icona”, con uno slittamento costante tra verità e rappresentazione (icona come immagine), oppure la scomposizione, quasi all’inizio, del nome dell’amato nei giochi amorosi tra Narzis ed Endy: «”Nar/zis/qui/t’/aime”» (I, 1, p. 8), ecc.. Parole ghigliottinate, tranciate, nomi che possono chiarirsi solo dentro la loro ambiguità o oscurità.
L’ambiguità delle parole è la finzione base dell’identità, la quale andrebbe a ri-costituirsi attraverso un’agnizione o, meglio, una nuova educazione: «Non credi, Veronika, che Kostia / Sia stato anche lui una vittima? / Come te, vittime entrambi / Di un’educazione all’ipocrisia» (I, 3, p. 19), dice Narzis parlando dell’inganno che è all’origine dell’unione – e quindi della separazione – tra Veronika e Kostia, cioè un’omosessualità nascosta perché «in Ucraina allora come oggi / Non lo poteva dire. Fingeva» (I, 3, p. 16). Finzione e disorientamento identitario che sembrerebbero derivare proprio dall’incontro/scontro col mondo, con una società educata, appunto, “all’ipocrisia”:

«Se non si trattasse che di mostrare ai giovani l’uomo dalla sua maschera, non ce ne sarebbe neppure bisogno, essi lo vedrebbero sempre anche troppo; ma, poiché la maschera non è l’uomo, e non bisogna che la sua vernice lo seduca, dipingendo loro gli uomini, dipingeteli tali quali sono, non perché essi li odino, ma perché li compiangano e non vogliano rassomigliarvi».

(Jean-Jacques Rousseau, Emilio, IV, 3, trad. di Aldo Visalberghi)

Certo, l’ipotesi russoiana di una “pulizia” identitaria derivante dalla “liberazione” degli istinti, si scontra in Buffoni con ben altre maschere, come quella del “negazionista” Inigo, quasi simbolo di una repressione assoluta, anche se con matrici riconoscibili catto-fasciste. Il rifiuto di ogni apertura laica, un “conservatorismo” profondo che prova a convivere con il massimo di apertura progressista, crea attrito tra il “saporoso” Narzis e, appunto, il “sacrificale” Inigo (personificazione di Inigo Yànez de Onazy, leggiamo in nota, cioè Ignazio di Loyola). Così tra vita e morte – il gesuita, lo ricordiamo en passant, doveva lasciarsi condurre dai suoi superiori perinde ac cadaver, come un cadavere – si gioca la simulazione imbastita da Buffoni, nella confusione dei due termini, oppure nella dimensione dialettica che mette in dialogo finzione e realtà, progresso e reazione:

INIGO: «Voi […] siete morti, visitate la vita come fosse
Una passeggiata salutista, la mimate».

NARZIS: «[…] Tu sei la morte e non te ne accorgi,
Nella condizione pre-moderna
In cui si trova il tuo cervello».

(III, 1, p. 51)

Come si intuisce anche da questo scambio rapido di battute, al centro del dramma (e infatti centrale è la scena prima dell’atto terzo) si svolge il Certamen, la battaglia verbale tra le due anime che scindono l’unicum individuale. La parola in questo caso riverbera nell’agone, dove a emergere è, però, “l’ultima parola”, resa meno arbitraria dalla fedeltà a un desiderio irrealizzato, ma correlato alla formazione dello stesso individuo. Come nell’episodio dello Jisei, cioè del componimento, secondo la tradizione giapponese, definitivo, del commiato di un autore da se stesso prima della fine e, nel caso del nostro testo, dell’individuo dalla sua unità, attraverso un senso soggettivo che travalica ogni obiettività: «Perché tu come eri, / Come sei stato in quegli anni, / vivi oggi in me / Più di quanto quel tu / Non viva in te stesso» (III, 2, p. 56).
La scomparsa dell’integrità del soggetto, cruccio occidentale e risultato di un cammino lungo che si dipana dalla perdita di centralità dell’essere al mondo, nel mondo, si riflette nel linguaggio, il quale nell’Atto IV (Attraversamento della morte in otto quadri), è denudato di ogni certezza. La riflessione sui “generi” – dal Filò di Zanzotto fino a Death di Shelley – investe la morte stessa, l’indecisione delle lingue europee, dell’occidente, nel definirla. Forse proprio in quest’assenza di definizione si apre la possibilità – e la novità di cui si diceva – affinché le parole continuino a indicare, a segnalare, a cercare un rapporto, un’unità per quanto temporanea tra la “persona” e il mondo: NARZIS «Il vero punto non è riuscire a non pensarci / E tanto meno inventarsi nuove forme / Di vita per il dopo, ma sin dall’inizio / Educarsi a concepire / La vita con la morte, / In inscindibile unità» (IV, 5, p. 86).
Unità effimera, tentata, fino alla scomparsa definitiva in cui «un’ombra in movimento» (la “persona” o la parola) «tace per sempre» (IV, 8, p. 96, citazione da Macbeth, V, 5). Nell’oscillazione costante tra aderenza e fuga, presenza e scomparsa – nell’Atto V con inserzioni che restano sospese nel “disordine” di un’attualità stringente ma intuita più che definibile – si chiude la rappresentazione, la cui ciclicità, ancora una volta in Buffoni, tiene aperta la cifra indissolubile del dubbio che ci fa uomini, contro ogni certezza acquisita, dogmatica, anche a costo di immergersi, anzi con l’unico dovere di mescolarsi al “caos” del mondo: «Il y a du kafka là-bas…» (V, 2, p. 109).

Gianluca D’Andrea
(Luglio 2017)

I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea

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Letizia Battaglia, Nella spiaggia dell’Arenella la festa è finita (1986)

di Antonio Devicienti

su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea 

Transito-allombra_web-300x480Il libro di Gianluca D’Andrea Transito all’ombra (Marcos y Marcos, Milano, 2016) possiede una compattezza stilistica e tematica che rispecchia la scelta nel contempo etica ed estetica effettuata dall’autore; non ci si aspetti dunque un’opera indulgente con le attese di lettori un po’ sprovveduti, ma neanche attestata su livelli di rarefazione snobistica della parola poetica – c’è un Maestro che accompagna i passi dell’autore, che lo ispira e sostiene in un dialogo continuo, discreto ed efficace, grazie al quale una tradizione nobilissima si lega a una modernità consapevole e problematica: l’Alighieri. E Transito all’ombra è altresì referto d’un attraversamento, d’un itinerario, d’un ininterrotto andare, proprio sulla falsariga dell’andare dantesco e attraverso territori che sono di volta in volta memoriali, psicologici, culturali, storici, politici. Ecco: se è forse vero che ancora adesso la produzione poetica italiana può essere anche interpretata a seconda ch’essa si approssimi più o meno a una linea petrarchesca o a una linea dantesca, Gianluca D’Andrea compie con il suo libro più recente un coraggioso tentativo di riappropriarsi della dirittura e del rigore etici danteschi per attraversare il mondo e l’Italia contemporanei anche tramite uno stile severo, privo d’infingimenti lirici e lo stile stesso è mezzo d’indagine impietosa che non indulge mai a languori, intimismi, vezzi letterari. Infatti Gianluca si misura con la difficilissima e insidiosa questione del soggettivismo e dell’io in poesia, mette in gioco tutto di sé stesso (ricordi, esperienze, luoghi cui è legato, persone care), ma sa sottrarsi alle cadute (o ai capitomboli) nel soggettivismo e nell’intimismo proprio in virtù d’uno stile sorvegliatissimo, capace di diventare acuminato scandaglio, intelligente lente d’osservazione, giusta distanza tra io scrivente e realtà osservata.
Accade così che il bellissimo titolo c’introduca a un libro-referto molto articolato e complesso: si comincia con un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza trascolorante fino alla maturità vissute nella Sicilia peloritana a partire dagli anni Settanta sino al mutamento del millennio; si prosegue poi con l’articolazione in sezioni che esprimono tutte la scelta del poeta d’interrogarsi su sé e sul suo ruolo in quanto io poetante e, aspetto fondamentale, in quanto persona immersa in un contesto storico preciso e di esso consapevole – deriva da qui il tema e l’andamento del viaggio che innerva molte pagine, un viaggio non turistico né di svago, ma puntigliosamente conoscitivo attraverso l’Italia contemporanea, traverso episodi di vita quotidiana che ben dicono la reazione e l’atteggiamento di un pensiero in continua tensione dialettica con realtà talvolta avvilenti o nemiche o alienanti, per cui la struttura del libro sembra essere quella di una Comedìa rovesciata (il “paradiso” dell’infanzia – anche se Gianluca non la presenta né come idillio, né come eden perduto, ma come un abbandono progressivo e naturale dell’innocenza per entrare dentro la maturità; il “purgatorio” di una Penisola percorsa da nord a sud anche per i periodici ritorni “a casa”, cioè in Sicilia per le vacanze; l’ “inferno” delle situazioni stranianti o alienanti cui accennavo poco fa o della discesa negli abissi della propria interiorità o di una storia contemporanea estremamente violenta).

Il volume si apre nel segno di Osip Mandel’štam, le cui parole costituiscono il filo d’Arianna per attraversarlo:

Non è di me che voglio parlare: voglio piuttosto seguire l’epoca, il rumore e il germogliare del tempo. La mia memoria è nemica di tutto ciò che è personale. Se fosse per me, mi limiterei a storcere il naso pensando al passato.

Osip Mandel’štam
(Il rumore del tempo, 1923-1924)

Già il titolo della prima sezione – La storia, i ricordi (titolo perfetto, suggerito, si legge in nota, da Diego Conticello, sodale e complice, mi vien fatto di dire, di Gianluca sia durante la scrittura di Transito, che nella vita privata – anticipa una caratteristica di questa parte del libro in cui i ricordi personali (d’infanzia e di giovinezza) strettamente s’intrecciano con i coevi avvenimenti, per cui microstoria (personale) e macrostoria (collettiva) trovano un interessante punto di congiunzione. Ma se il dato esperienziale personale è punto di partenza per molti testi presenti nel lavoro, l’autore pone estrema cura nell’evitare qualunque forma di soggettivismo e di ombelicale effusione di pensieri e/o sentimenti: egli esercita e tiene vigile una razionalità che, esprimendosi tramite l’andamento del verso, sempre modellato sull’endecasillabo e quindi tendente al discorso ampio e articolato (non prosastico, si badi), fa piazza pulita di una poesia avviluppata su sé stessa, recupera un’idea di letteratura che (Sciascia docet) assume un atteggiamento sempre critico e agonico nei confronti d’una realtà guardata con ferma ostinazione e senza indulgenza.

La storia, i ricordi

I.

A volo poi trascorse il tempo, rotolo
da una discesa dell’infanzia, ottanta
volte o più, nella luce del tramonto,
accesa in un richiamo che ci accoglie.

Forse perché non conosco i miei nonni,
le nonne sono il “senza” del pudore
che i genitori avrebbero occultato,
ma so che Guerra è brutta, con distacco.

Questi li chiamo ricordi, nel freddo
degli anni, c’era l’Ucraina, l’Ucraina
c’è, il gas nella rete, nel contatto,

c’era un giocare che era già ricordo
e poi il futuro che s’immaginava.
Tuttora vivo il brivido che vaga,

ma nel solo passato che conosco.
L’atomo sterminava la paura
del collasso, la parola scissione
ogni tanto emergeva dallo schermo,

ma la paura era sì quello scandalo
che è, l’occidente era già formato.
Mentre rubavamo in un tabacchino
il pacchetto ci esplose tra le mani,

imparai così la colpa e il destino,
l’allarme del benessere e il possesso.
Un’altra volta furono dei cani

a inseguirci e non potemmo fermarci,
perché oltre il cancello, nel vialetto,
i ciottoli saltavano e la corsa

sempre più necessaria diventò
un vortice e sempre più accelerando
ci riconoscevamo negli scoppi,
in un moto cieco, nella vertigine.

(pagg. 13 e 14)

Si noti il fatto che Gianluca appartiene a una generazione d’Italiani che ha sentito parlare della guerra in famiglia, una generazione figlia di genitori nati durante il conflitto o poco tempo dopo la sua fine, per cui sono i nonni e le nonne (e la cosa è detta con lo stesso pudore che il poeta attribuisce ai propri genitori) coloro che esperirono la guerra, conservandone la memoria da tramandare, per via orale, a figli e nipoti; l’Ucraina viene a essere così nome geografico e distante dove accaddero le migliaia di morti dell’ARMIR in ritirata, presente però nella vita quotidiana perché da lì giunge il gas nelle nostre abitazioni: ecco, voglio far risaltare questa tecnica di rappresentazione poetica efficace e ricorrente nel libro, per cui D’Andrea accosta, dello stesso fatto, due aspetti (l’uno lontano nel tempo e nello spazio e l’altro vicino), saldando, appunto ciò che l’io lirico esperisce direttamente (a distanza ravvicinata) con quello che, invece, inserisce lo stesso io lirico entro una dimensione molto più ampia e collettiva e profonda. E poi c’è un corrispondersi tra la macrostoria (l’Occidente capitalista, la minaccia atomica) e la microstoria dei ragazzini (il furto dal tabaccaio e l’esplosione del pacchetto, poi la fuga affannatissima dai cani) in un interessante ed efficace accelerare delle immagini che trasmettono l’esplosiva energia di chi è all’inizio del proprio esistere e si affaccia a conoscere la vita e il mondo. Gli endecasillabi, strutturati poi in quartine e in terzine, sono un’altra sfida che il poeta pone a sé stesso, dal momento che egli deve rispettare sillabe e accenti, ma per raccontare e rappresentare quell’energia vitale che, infatti, trova modo d’espressione nei cambi di verso e negli enjambements, in immagini nervose e dinamiche.

II.

(…)

La vita è anche il richiamo, cortili
di voci, le partite tra bambini,

le altre voci rientrando nella casa,
avvolto nel calore, le gommine
nella stanza, luce bassa in cucina,

suoni e voci dagli schermi, gli accenti
che cambiano nel tempo e sono scia.
Per vederli, prima e dopo, li sogno.

(pag. 15)

Chi si è oggi scaturisce anche dal bambino che si è stati ieri, per cui questo passaggio del libro offre non direi dei ricordi, ma una serie di meditazioni e di assunzione di consapevolezza circa i ricordi. E (lo scrivo quale apprezzamento) manca l’indulgere alla nostalgia o alla trasfigurazione memoriale, ci sono, invece, una saldezza e chiarezza di visione capaci di descrivere Messina come segue:

III.

Il pettirosso e il piccione spartivano
i quadrati di spazio nel cortile.
Il cibo sono le tovaglie scosse,
l’aria riposta e tutte quelle briciole

che volano, mentre un tanfo da sud
mi ricorda la strada dei rifiuti,
il loro essere raccolti in sacchi,
incubati, prodotti, mai smaltiti.

Dal mare, poi, la brezza arriva dolce,
sul viso la carezza si trasforma,
da dietro, come un impaccio, colpiva

il libeccio e il respiro, diventando
lezzo, poteva adesso riportare
il messaggio lontano della fogna

che, muta e pregna, vomita nel mare.

(pag. 16)

Il leitmotiv dell’odore e degli odori caratterizza, vedremo, molti luoghi di Transito all’ombra, presenze materiali e corporali di un organismo-mondo articolato nelle sue bellezze e anche nelle sue immonde deiezioni.
A seguire ecco, di nuovo, la giuntura tra macrostoria (ma ancora, data la giovane età dell’io lirico protagonista di questo passaggio del poemetto, poco compresa) e storia personale, con quella presenza della televisione che coglie bene anche il farsi di una generazione, per la quale “suoni e voci dagli schermi” hanno permeato immaginario ed esperienze:

IV.

(…)
Sentivo dire di Franco, in Sicilia
il Tirreno era il mare dell’infanzia,
non sapevo di Ustica, la Spagna,
però, mi dava gioia, quei mondiali,
disprezzo alla parola dittatura.
La tv degli anni ottanta tentò
di rubarci la memoria, riuscendo
a cancellare con velocità
ogni appiglio, distanziando in un limbo
di benessere le generazioni.
Acini in un grappolo, carrellate
ricolme, gli individui al loro fondo,
tutti impegnati, da bolle, a sognare
il proprio mondo. C’era molto sole,
aspettavamo le vacanze estive,
captavamo i messaggi apocalittici
ma mai come segni d’appartenenza,
semmai come un ricordo già avvenuto,
ognuno poi scappava e nella corsa
ogni atomo era un rendiconto.

(…)

Così giocavamo
a nascondino nell’erba e l’odore
acerbo del sudore a quell’età
si mischiava alla terra, per non dire
del mare incanalatosi in collina,
oltre quella fiumara, nello spiazzo
in cui trovavi i vermi nelle tasche
e non le mani. Poi le figurine
con cui sfidare i compagni, i cartoni
da cui apprendere lo sport e l’amore,
mentre il gioco già mutava in clangore,
(…)

(pagg. 17 e 18)

Tengo moltissimo a far notare la sicurezza e la saldezza con cui l’autore costruisce il testo, riuscendo così a prendere la necessaria e giusta distanza dalla materia autobiografica e modulando un tono meditativo che porta la scrittura poetica a farsi strumento conoscitivo sia per efficacia di pensiero meditante che d’espressione linguistica; Transito all’ombra è un attraversare quelle regioni (insidiose) in cui l’io dell’autore ambisce a diventarenoi, la storia individuale riconoscersi in quella collettiva – a tal proposito i versi (la tivù tentò di) “rubarci la memoria, riuscendo / a cancellare con velocità / ogni appiglio, distanziando in un limbo / di benessere le generazioni” sono emblematici della scelta fatta da Gianluca di riflettere, in poesia, sul tema del tempo storico e del rapporto tra le generazioni, ma anche la sua volontà d’esprimere un giudizio storico e culturale.
Poi, dopo il racconto dell’infanzia, ecco il passaggio del millennio:

VII.

Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo
il passaggio del millennio e il livello
si ridusse in esplosioni nere,
i grattacieli, gli uccelli, figure
disegnate come rondini nel cielo cupo,
fissi a un dislivello in cui le frontiere
e gli impatti ebbero il dissapore
del dubbio. Da allora niente,
una scomparsa, idee allusive.

(pag. 24)

Il “rumore del tempo” si riflette, sempre più intenso e presente, nell’esperienza personale, la coscienza individuale si apre alla storia a essa contemporanea cercandone le relazioni, compiendo un preciso atto di presa intellettuale sugli avvenimenti, facendo, qui, della scrittura non solo il momento della rappresentazione della realtà storica, ma anche della sua critica, rivendicando alla poesia, dantescamente mi vien fatto di dire, quella sua capacità di tenere ben aperto lo sguardo sul reale senza però lasciarsene fagocitare o subordinare, ma, usando i ferri del mestiere, dire per immagini, ritmi, variazioni d’accenti, scelte lessicali lo stare della mente pensante e poetante dentro la storia del proprio tempo. Esempio concreto in cui critica della storia, della società e della cultura s’incontrano sono i versi che estrapolo qui a seguire:

VIII.

(…)

Avevamo cambiato le abitudini alimentari,
il lavoro non ci seguiva a letto
ed evitavamo i vecchi fogli.
Il ragazzino preferiva il lettore di e-book
per il viaggio, questione di comodità,
un’accensione da seicento tomi,
la memoria perdeva radiazione
ed energia.

(pagg. 26 e 27)

Ripetiamoci, scandendoli bene a noi stessi, gli ultimi due versi: “la memoria perdeva radiazione / ed energia” – ribadisco che la rappresentazione di una determinata situazione è sempre collegata a una riflessione, riflessione sostenuta e alimentata da una scelta etica e da una cultura che, nel caso di Gianluca, è vastissima e abbraccia moltissimi campi del sapere; non sorprende, allora, l’enfasi posta sul ruolo della memoria né quella persuasiva metafora tratta dal mondo della fisica subatomica (radiazione ed energia) che esprime il cruccio e la preoccupazione di chi constata il “decadimento” della memoria, il suo trasformarsi in un immenso, indefinito archivio compulsabile “in rete” o, appunto, nella “memoria” di un dispositivo elettronico, ma non più preservata, coltivata e accresciuta dentro la mente umana. È chiara infatti l’idea sottesa all’intero poemetto: la vigilanza della mente è tutt’uno con la memoria, ma la memoria (individuale e collettiva) non è nostalgica contemplazione del passato, è, invece, lucida presa di coscienza sul passato e sul presente, incessante attività di riflessione dal passato al presente e viceversa, medium il linguaggio della poesia. E infatti:

IX.

Finì la storia, iperbole quarantennale
di generazioni, micromode, subculture
infiocchettate ogni dieci anni, sfumate
in pura scia, ogni giorno, spuma.
Si moltiplicarono i canali,
le vicende, strali spuntati,
puntate in serie, episodi senza trama.
Il frammento punzecchiava gli occhi
e lo stomaco e dava la nausea.

(pag. 28)

Il “frammento” è l’evidenziarsi e il farsi di un processo che al poeta appare negativo e, in tal senso, Transito all’ombra non è disgiunto dalla riflessione radicale avviata da Pound con i Cantos e da Eliot con La terra desolata, continuata in Italia da Pasolini con Trasumanar e organizzar e da Roberto Roversi con L’Italia sepolta dalla neve, da Elio Pagliarani con La ragazza Carla (ma non solo, ovviamente), e intendo riferirmi alla volontà di alcuni autori di confrontarsi con l’estrema complessità del mondo contemporaneo, che sembra davvero esplodere in migliaia e migliaia d’inafferrabili frammenti, sfuggendo a ogni tentativo di rappresentazione, eppure tale volontà poetica e poietica tende a dar vita a nuove idee e realizzazioni di poema, a una predilezione per la “forma lunga” che, nella sua difficile, insidiosa articolazione, sembra meglio corrispondere alla necessità di restituire all’architettura del testo il proprio ruolo. E Gianluca sente il bisogno di un’elencazione che incroci continuamente i due piani (memoria individuale e memoria collettiva) (mi sembra dantesca e poundiana questa scelta, pasoliniana e sereniana):

X.

Aprivano e chiudevano le frontiere,
tutti in fuga sul brusio con altri fascismi.
Il ricordo era una marea deflagrata,
dalle miserie di un dopoguerra fisso
al respiro del paesaggio,
ai pic-nic sul divano davanti ai programmi
grossi, alle immemori tribune elettorali.
Nessuna medaglia olimpica, nonostante
Alberto Cova, Panetta, le siepi d’oro
di una rincorsa ad anello
capovolto, nel doppio e triplo giro
delle comete da orbite ripetenti.
Le cosce delle ragazze, la scuola,
il subbuteo e la compilazione
dei tornei, generazione borghese
d’almanacco, il primo pompino
e la leccatina. Poi arrivò il disgelo,
Tarantino alla marijuana, ricetta
di fine millennio e inizio di altre lotte.
(…)
(…) a Ustica
lo scandalo annegato dell’ultima
guerra fredda. Tanto i focolai
impazzano, s’inventano e furono
torri a lasciarsi sgretolare nel riflesso
radiale e parabolico. Nel focus
miliardi d’impatti per giustificare
un altro scempio nero, infine
lo schermo spento.

(pagg. 30 e 31)

Si noti ancora la presenza dello “schermo”, ché in Transito all’ombra emerge quest’interessante confrontarsi da parte della scrittura poetica con lo strumento potentissimo della televisione (ma, direi, ormai anche del computer e dei vari tipi di dispositivi portatili), per cui il poeta messinese è pienamente consapevole del ruolo decisivo svolto dallo “schermo”, luogo contemporaneo del fare cultura (in qualunque modo quest’ultima venga intesa) e, comunque, in grado di cambiare in maniera profonda e radicale la nostra percezione del mondo e di noi stessi.

XI.

Eccidio, omofobia, femminicidio,
propaggini patriarcali,
benvenute effrazioni del dolore
sempre procrastinabili le scelte,
ogni bar-italia sventola le sue bandiere.
Platini, Baggio, Del Piero, Zidane,
la classe estinta in testate esiziali,
chiacchiere esorbitanti, nausea.
Ogni fatto morto, ogni effetto
estorto. Il dato certo risorto
in un battito irreperibile,
aquile bianche beccano lo zolfo
e il pietrisco dei Balcani;
silenzio d’Europa e connivenza
aprivano faglie tossiche e incoerenze afghane
confezionate a triplo strato
con pascoli di capre, markor, argali
a testimoniare l’indifferenza e l’impotenza
dei complotti. Piangevamo
il distanziamento intellettuale,
l’alibi e l’annientamento telecomandato
di ras afroasiatici.
Il seguito fu un’origine fragorosa
di acronimi e sintesi verbali,
geroglifici, emoticon, messaggi
connessi in una trama arcipelago.
Bottiglie da un territorio archiviabile

(pagg. 32 e 33).

Al termine della lettura dell’undicesimo testo si ha definitiva conferma non solo dell’attenzione minuziosa del poeta per la storia a lui contemporanea, ma anche della sua convinzione che la scrittura non possa essere separata dalla propria contemporaneità e, specificherei qui, Transito all’ombra è, contemporaneamente, libro in sé concluso e tappa di un percorso a lungo termine lungo il quale Gianluca intende mettere in atto la sua idea di poesia estremamente attenta agli accadimenti, impavida perché non teme di sporcarsi con le cose e con i fatti: per appartenenza generazionale e formazione culturale D’Andrea sa bene che deve fare i conti con l’eredità del Novecento e nello stesso tempo con la necessaria ricerca di un modo di fare poesia dentro un evolversi storico mutato e continuamente mutante rispetto al secolo breve; per questo quella di Transito all’ombra è una scommessa o un salto senza rete di protezione o un esperimento generoso e coraggioso – e scrivendo “esperimento” ho nella mente il verbo francese “essayer”, che vale “saggiare, scandagliare, provare” e anche “tentare” senza garanzie di successo, ma è questo, secondo me, uno dei meriti maggiori del libro (per questo parlavo di coraggio e di generosità), visto che la poesia del poeta messinese abbandona in maniera risoluta il porto sicuro di stilemi, temi e immagini collaudati.

La seconda sezione (Dittico) è, in maniera del tutto coerente e consequenziale, una riflessione sull’identità del poeta, questione molto avvertita da Gianluca il quale appartiene a quella schiera di poeti convinta che il problema della responsabilità della scrittura non vada eluso (malgrado la smaccata marginalizzazione della poesia) e che il poeta stesso, in quanto persona-che-scrive, sia eticamente obbligato a interrogarsi su sé stesso e sul rapporto tra l’io, la scrittura e il mondo. Ecco com’è strutturato il dittico, posto non a caso tra il poemetto appena attraversato dalla nostra lettura e la successiva sezione:

Trasposizione (o l’identità del poeta)

Il fatto di essere non sussiste
esiste l’essere come un fatto
del sentire. Allora io sarà il nucleo
per cui posso essere me stesso,
non il triciclo abbandonato in strada
accanto ai bidoni ustionati.
Mia figlia pedala.
Io è le mutande del ragazzo
al semaforo che vende accendini.
Dopo un giorno di lavoro
brucio i fazzoletti abusivi
e raccolgo parole da uno schermo,
ustionato da tutti i contatti.

(pag. 37)

L’identità (o trasposizione del poeta)

Sentiva di spostarsi e accadimenti
intercedevano per lui che si spostava,
sospinto dalla piena presenza
di se stesso. Impercettibilmente
ad agire era un moto secondario,
che diventava consistente e si perdeva.
Camminava pienamente.
Si alternava in tutto il movimento
la sensazione vera di non essere
se non se stesso in contatto perenne,
come accade nelle passerelle
agli aeroporti dopo un giorno
in piedi a calpestare i propri passi.

(pag. 38)

Direi che nei due testi viene messo in atto il tentativo di oggettivare (distanziare da sé, analizzare in modo freddo e rigoroso, anche impietoso) la questione; la scrittura di Gianluca è estremamente colta e avvertita (e questo è, per me, sempre un valore determinante e discriminante rispetto a tantissima letteratura – non credo nella poesia “istintiva” o “spontanea”, men che meno oggi, quando gli accadimenti e la realtà stessa pretendono da noi una presenza lucida e critica, avvertita e informata, non certo più o meno falsamente ingenua); accade così che, senza indulgere a una sorta di metapoesia (poesia su che cosa sia la poesia o come si faccia poesia), il Dittico, cogliendo la lezione di un poeta che so fondamentale per Gianluca, Bartolo Cattafi, si soffermi in queste poche pagine-cerniera sulla problematica del poeta in quanto io-vivente e in quanto io-scrittore (l’ego scriptor di poundiana memoria, appunto, ma anche quell’io su cui puntigliosamente s’interrogava Pasolini), portando a livello di coscienza il fatto che l’io possa essere e altro dagli oggetti (che può osservare con distacco) e tra gli oggetti immerso (subendone la presenza, le interrelazioni e da tutto questo venendo modificato); altro dato è l’ineludibilità dell’esperienza e della storia personali: in tal modo Gianluca mi sembra accettare il fatto che in poesia possano agire persone e possano essere rappresentati fatti legati alla biografia dell’autore, a condizione che questo sia il punto di partenza e non di arrivo.

Dalla terza sezione, Immagini, i ricordi, andiamo ora a leggere

La resa

Sul viso queste linee perfette
che la luce bagna appena.

Linee dall’alto che sfaldano la luce
ricadendo sulla bambina che dorme,
sui lineamenti dritti, dolci, verticali;

il viso della bambina è diverso
cambia come il giorno
come ogni giorno cambia
per somigliare a se stessa, diversa,
al diverso che cederà nel nulla
che già l’accompagna, rendendo
possibile la sua presenza attuale,
eterna.

Sul viso quelle linee perfette
ogni giorno perfette nella loro incoerenza
col perfetto che è sempre visione.

La visione è qualcosa che si arrende;
ancora, ogni tanto, combatto
con la mia resa,

la lingua diventa l’eco di un campo,
una lancia sospesa nel lancio,
non cade, salta.

La resa non ha obiettivi,
non sa definirsi, si bagna appena
rendendo.

(pagg. 43 e 44)

Che cosa fa in questo testo l’autore siciliano se non, apparentemente scrivendo di sua figlia e della commossa contemplazione di lei da parte del padre, trasmettere in modo efficace il farsi della poesia? Si tratta di una luce che percorre e visualizza il cambiamento continuo, incessante del reale, per cui, paradossalmente e inaspettatamente, l’atto della poesia è una resa e la constatazione di tale resa, non nel senso che la poesia rinunci al suo grimaldello indagatore e conoscitivo, ma nel senso che proprio per continuare a essere presente a sé e al mondo essa deve arrendersi al fatto di essere un’eco della realtà – ma l’eco è anche un accrescimento o una risonanza del paesaggio e degli oggetti in esso presenti, una sorta di sonar o scandaglio che, secondo il principio di Heisenberg, non ci consentirà di conoscere in toto la realtà, ma che, comunque, ce ne restituirà una mappa di relazioni e di interrelazioni, una raffigurazione in continuo movimento, in costante transito.
In tal senso è significativo un altro testo, il cui pre-testo è una visita all’Acquario di Genova:

Acquario

Passano le figure, inseguono gli eventi.
Ombre, i bambini trascorrono
in gesti, in un piede piegato o i passi.
Gli uomini impiegano il tempo
in frazioni strutturate,
il movimento ha passioni e dolori
e quadri che si aprono a brusii,
flussi trapassati, sorprese
negli scorci, membrane che respirano
le azioni compiute;
la giustizia si sposta nello stesso
luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

(pag. 47)

Molto interessante è che, anche qui, al di là dell’apparente referto di una scena usuale (la gita all’acquario), ci sia la riuscita messa in atto tramite la scrittura di una visione del reale che, secondo le più aggiornate interpretazioni fisico-matematiche, è strutturato in quanti che si muovono entro campi di energia, per cui la realtà quale appare ai nostri sensi (e lo si diceva poc’anzi) è frutto di relazioni in perpetuo mutamento, e sia il ritmo interno ai versi, sia le immagini presenti nel testo (si tratta delle vasche trasparenti dell’acquario pullulanti di forme di vita subacquee) sanno con efficacia restituire queste visioni marezzate e mai ferme che provengono dalla realtà che circonda l’io.
Treviglio (la città in cui l’autore vive e lavora) e la Sicilia costituiscono due poli geografici del libro, anche se, vedremo presto, una delle prossime sezioni è dedicata a un andare nomade per alcuni luoghi d’Italia; eccola, la Sicilia, durante uno dei periodici ritorni estivi:

Il fuoco (ritorno in Sicilia)

Camminiamo tra muri con addosso
le vicende di storie impossedute,
i ricordi si accendono in istanti
che dileguano dopo alcuni passi.
Sento i silenzi di questi terreni,
i campi bruciano in luce e miraggi,
nessuna ombra proietta da persone,
ombre stesse, fantoccini, memorie
di spari e micce ad attentare. Facce
mai nelle ombre incolte a ciondolare
tra filari non identificati.
Un passo avanti ancora nel frascame
e si accendono ricordi e passioni,
sogni, sale, in consistenza del fuoco.

(pag. 49)

Interessantissima, poi, la sequenza Trasporto stallatico in 3 movimenti, anche perché offre un esempio particolarmente riuscito d’una scrittura ch’espone volutamente sé stessa al rischio del passo falso, della caduta di tono o di gusto, e che, in maniera del tutto moderna e originale, tematizza la presenza del corpo, e dice di come il corpo, talvolta dimenticato, richiami l’attenzione della mente riconducendola al legame primordiale con il bisogno fisiologico, l’istintualità e la terra:

O corpo glorioso, qualche santo
dovrebbe provare amore per la
tua merda.

P. Valéry

I

Quel giorno in quel luogo
desideravo la sosta,
la città si misurava negli spostamenti.

II

Arrivò nel mezzo inaspettato
l’odore primordiale.
Bisogno dell’essere in stallo,
l’essenza inventata,
dall’uomo e il profluvio della locomozione.

III

Il bisogno sull’autobus
che portava a Porta Garibaldi,
con la soglia antica dell’escremento
esposta alla corrente.
Annusai la presenza
improvvisa, l’alterità
ferace differiva per fermare
lo spostamento
e invase la dimensione
attraente della meta.

(pag. 54)

Il basso e l’alto si richiamano a vicenda, così come il volgare e il sublime, ancora di nuovo secondo il magistero dantesco, ancora di nuovo secondo un percorrere (un “transitare”) tutti gli stadi dell’esistere, ognuno di essi degno perché appartenente all’umano (si pensi alla ricerca di un artista come Anselm Kiefer):

Nuvole sopra l’odore d’altezza (contraltare dinamico)

Che può volere questa massa informe?

V. Majakovskij

Nuvole sopra l’odore d’altezza,
stavolta è la mia vista
a scegliere nel campo
o erba o patate analogiche.

Tutta quest’immaginazione ferve
per desiderio di ritorno a quel luogo –
sia casa, odore, raccolto, riposo,
non si accontenta di nubi dall’alto.

Sensetti magici che colgono
dal mondo circostanze – sentore –
l’anelito di quello interiore.

Sentimento – parola rovinata
che ributti le altezze aeree
e le trasformi in grumi bianchi,
in pallottole di gas da cui spuntano
forme spumeggianti, pulite.

(pag. 55)

E il titolo mandel’štamiano del componimento a seguire introduce a un altro testo in cui l’odore è presenza alla mente di un’identità (in parallelo, si potrebbe seguire il tema dell’odore traverso le tre cantiche della Comedìa):

Epoca

Ancora il ricordo di bambini, ancora Beslan,
tra l’Ossezia e il Canale di Sicilia nessuno spazio.
Il tempo marcisce sugli odori delle stesse tombe,
mentre i volti vivono in altri volti riflessi sugli schermi.
Questi corpi oscillano tra le onde, nel sole,
in questa primavera estiva, tra due continenti-gemelli,
che rischiano il contagio dopo essere stati adottati
da famiglie diverse, con diverse sventure.
Eppure uguali nella stessa indifferenza
che il terrore e milioni di ore
ribattono sul sangue della terra
in un solo mondo gravido di nascite
e di altre ore.

(pag. 56)

La successiva sezione (Era nel racconto) trova nella scuola e nella sua quotidianità uno dei suoi cardini; propongo il testo seguente quale esemplare dell’impiego della scrittura per dare forma ed espressione verbale a momenti della giornata francamente poco confortanti; il centro del componimento e il colpo d’ala che riscatta anche la frustrazione sia personale che professionale sono i versi 8-10, i quali sono pure capaci di giustificare la dedizione alla scrittura, oltre che alla professione d’insegnante: in questi versi s’esplica la dignità della persona e la sua forza etica le quali s’oppongono risolute all’umiliazione di cui sono spesso vittime i lavoratori (qui si tratta di quelli della scuola, ma la cosa si potrebbe estendere ad altri campi professionali):

Concorso (e alla fine, la fine del mondo)

Il plesso, è ancora buio, non rispecchia
l’idea che ho di Einstein, ma l’idea
è marginale, il concorso è marginale,
Vimercate è marginale.
Vivo alcune ore in compagnia
di docenti scalcagnati, come me,
e aspiranti tali.
Ricordo
la possibilità di relazione e le persone conosciute,
i ragazzi e i fantasmi dei ragazzi.
La fine del mondo giunge di continuo,
è l’attesa perenne, quotidiana,
è Vimercate, Zingonia, Treviglio,
Messina, tutto ciò che c’è tra loro,
oltre loro.

(pag. 60)

E successivamente nella Luce nei viaggi (pag. 61) il poeta scriverà in chiusura del componimento: “(…) / i viaggi sono dimore e luoghi in cui scentrarsi, / efficaci nella loro continuità e rapidità, nella loro incertezza” – troviamo qui una delle motivazioni del titolo del libro, evidentemente.
La piccola Sofia, la figlia del poeta, è il legame vivo anche a livello carnale con il presente – e con il futuro; non è allora difficile riconoscere nelle parole rivolte a Sofia una sorta di dichiarazione di “poetica” esistenziale e letteraria:

Lettera a mia figlia

Cara piccola Sofia,
non c’è mondo che si apre
oltre la tua possibilità di vedere,
per questo osserva tanto,
comprendi i tuoi confini,
ciò che senti ricordalo perché ti aiuti
quando continuerai a scoprire sola
la tua voglia di scoprire.
Non ascoltare chi dirà che nulla
è questa fine, perché sarà la fine.
I tuoi giochi e la ricerca
di un consenso sono l’umanità
che è sola nell’individuo, corale
nella necessità.
Tutti siamo piccoli, Sofia,
e abbiamo poco o niente da dire,
eppure questo fiato, così buffo,
è il dovere che ci unisce e dissolve.

(pag. 63)

Non so se Sofia sia una sorta di Beatrice per Gianluca, ma certamente proprio la bambina e anche la moglie dell’autore costituiscono due presenze femminili che l’accompagnano in questa sua andanza traverso l’Italia e anche oltre confine, disegnandosi all’interno di scenari urbani e animandoli o contrapponendovisi, stabilendo così un legame affettivo tra il poeta che osserva e il luogo osservato, ma anche tra il poeta che osserva e le persone osservate, ché molto spesso al centro dei componimenti sono proprio le persone, il loro muoversi, parlare, agire e interagire.
Il poemetto Gli alberi, i ragazzi continua infatti e dilata una tale riflessione, ritornando inoltre sul tema della scuola e del rapporto tra insegnante e allievi (molto, molto a malincuore ne taglio dei passaggi, esso andrebbe letto nella sua interezza); non a caso la scuola (vi ho già accennato), i suoi ragazzi, le realtà personali con cui l’insegnante è chiamato a confrontarsi costituiscono un altro argine, bello e commovente, fondante e di valore del libro (e mi si perdoni, se possibile, il giudizio, lo so, estetizzante, ma credo che la bellezza, in questo lavoro, non sia un risultato da contemplare e di cui compiacersi, bensì un accadere e un processo in fieri, derivato proprio dalla scelta etica dell’autore, dal suo dialogare con le persone, con gli allievi, con la realtà); e in questo frangente mi piace riflettere su come Gianluca D’Andrea coniughi, a mio parere, le risultanze della cosiddetta “linea lombarda” con quella “borbonica”, anche vivendo nella propria biografia l’allontanamento dall’amatissima Sicilia e il convinto impegno didattico in una Lombardia che continua a essere meta d’ininterrotta immigrazione intellettuale dal Sud d’Italia: lo slancio verso il sogno e il fantastico si armonizza con il senso della realtà e della storia, l’aspetto diurno con quello notturno (proprio sette notturni chiudono il libro, vedremo). C’è una coscienza civile e politica ben vigile dalla prima all’ultima pagina, un’indomabile consapevolezza e non si dimentichi che l’intero libro si snoda nel segno dell’esergo di Mandel’štam il quale trova spesso puntuali contrappunti nelle citazioni da altri autori.

Li fogghi si stracàncianu p’amuri:
pàrunu argentu e mànnanu spisiddi.

Pasquale Salvatore

Le schegge che da questo sopravvivere
appaiono scomparendo nello schermo,
nei display sempre accesi in cui gli occhi
dei ragazzi sono immersi
come radici in un campo.
Un mondo germogliante e marginale
che resta apparizione al desiderio
di un’apparizione. Dove il contatto
è un panorama collaterale
il futuro insegue esempi,
vene che provano la strada al tronco,
al fiume in cui convergono correnti
educate da altre correnti.
Un circuito esatto, smisurato,
un organismo che suscita il miracolo composto
in una figura, nella sua parola.

In una scuola di un quartiere suburbano,
dove basso è lo scarto che separa
i riflessi e il vero che la realtà concede,
mi sorprendono mille vicende,
eventi fondanti, si diceva una volta,
emergenze che si fissano nella memoria.
Dai gesti alle urla nella classe il gioco,

gli insulti e le mani dipendenti da qualcosa di più ampio –
rami che si incrociano e uomini che abbandonano
i nodi a cui si avvolgono –
gli sputi di una ragazza ancora bambina
è la linfa di cui nutro la mia sopravvivenza.
I germogli della strada rastrellati in una rete
sondabile, nenia inconsapevole
che affonda in questo luogo
di forte agnizione.

(…)

Gli oggetti sono insieme all’uomo,
lo attraggono, lo sferzano, continuano
la loro funzione protesica,
eppure brilla altro sulla superficie,
è la vita nelle relazioni che i viventi
utilizzano con i loro strumenti.
I ragazzi non lo sanno,
li distruggono,
introiettandone la fine.

(…)

Alcuni frutti maturano, le generazioni
si manifestano in curve e pieghe,
simulo un’altra vita, mi adopero per allontanare
la consapevolezza di morire –
mi lascio trascinare da un cosmo
che si dissolve nell’evidenza
di essere dissolto.
L’albero ravviva i suoi colori,
cosmesi, radice –
le ragazze mascherano l’entropia,
l’abbandono radicale che le genera,
candidamente, la sofferenza
di una famiglia disintegrata
da un habitus d’origine, ecco il trucco:
si assottigliano al sistema e aderiscono
agli eventi fino a fuggire dentro schermi
che oscurano nuove affezioni, o nuove agnizioni.

(…)

Dai ragazzi una richiesta, ma riappare la necessità
e la risposta rimane un miraggio.
Loro fuggono nel loro universo, il mondo
è ricco di aperture e membrane,
i nostri universi si divorano, tangenti
o assiderati dal contatto fino a che appare
una scia che ti forza nei quartieri,
ai margini semivivi o in simbiosi con la morte.

(…)

L’eventualità di un lavoro o, remoto,
un percorso di studi.
In questi desideri e nello sconforto,
si avvolgono i racconti dei piccoli eroi,
raccolti alle radici, intrecciati
al fermento, alla rinascita.

(pagg. 64 – 68)

Amo davvero molto, in questo libro, gli slanci intellettuali ed etici di cui la scrittura dell’autore messinese è capace, perché si tratta di una maniera di scrivere che vuole, in tempi barbari e rassegnati, riaffermare la necessità di un empito generoso e totalmente umano – non voglio essere banale, ma il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà di gramsciana ascendenza trovano ora una possibile manifestazione in poesia, facendo della scrittura anche un fatto politico, vale a dire quel riflettere e persino quel cantare, dentro la polis contemporanea, per le vittime e i deboli, contro gli atti mostruosi dei responsabili della violenza, dell’emarginazione, dello sfruttamento.

Efficace risulta, così, la metafora delle Zone recintate come s’intitola la parte successiva del libro, ancora una volta una polis antiumana e concentrazionaria, ma abitata da menti che praticano il pensiero e la parola:

II.

Non è perfetta la resa,
è il paradiso del resto
una visione spalancata
sull’essere noi
e il desiderio di non esserci.
Prendi il pensiero che si svolge
e riflette atrocità di passaggio,
a volte improvvisa una traccia,
un buco di raccapriccio
che si allarga in un movimento
e cade rapido, immaginifico,
un gravitone nel suo attraversamento.

(pag. 72)

Bellissimo il titolo del poemetto Braccare lo spazio, Giotto nel quale in una serie di testi sia in prosa che in versi Gianluca racconta di un viaggio familiare che tocca diversi luoghi d’Italia e che avrebbe dovuto culminare in una visita (mancata per una banalissima ragione) a quel vertice d’arte e di pensiero ch’è la Cappella degli Scrovegni; l’aspetto interessante è che i minuscoli fatti del viaggio, anche quelli apparentemente privi di bellezza o di dignità memoriale, accadono nel segno di un tale desiderio di bellezza:

Questo gioco, quello della verità, ha come regola che il distinto, il determinato, il separato – l’individuo, la coscienza, il cucito, il punto a filo doppio – non si distingua più nel chiaro intrico del merletto, il quale, anch’esso, si mescola ai velluti o alla seta che orna e che ne sono lo sfondo.

Jean-Luc Nancy

Sono state vacanze rapide ma intense quelle di Pasqua 2015. La micro-famiglia in 5 giorni è stata in 4 città. Nonostante le monellerie della piccola o, anzi, accompagnati dal ritmo, a volte estenuante ma vitale, del “teatro” educativo che si modifica tentando sempre nuovi approcci per diventare efficace, abbiamo braccato lo spazio, frazionando il tempo.
Istantanee e parole hanno fissato alcune sensazioni, ancorato il flusso, riportandolo al passato, rilanciando il futuro – come si diceva una volta – disturbando l’eterno presente.
Mi piace condividere con voi immagini e versi perché si fondono in un unico metodo che salvaguarda lo “spazio” (il mondo, se volete) soffermandosi, solo per istanti è vero, sulla sua implacabile trasformazione.
Restiamo all’erta, la caccia e il desiderio sono la spinta per captare e “proteggere” la mutevolezza.

(pagg. 76 e 77)

Il breve poema in prosa che racconta della mancata visita alla Cappella degli Scrovegni, di conseguenza del mancato omaggio che pure il poeta siciliano ardentemente desiderava rendere al grande pittore fiorentino, ai miei occhi assume la valenza di un ulteriore richiamo anche a Dante, e intendo dire che il testo di Gianluca mi sembra essere un umile e perciò stesso tanto più nobile e originale modo di riconoscere l’inattingibilità per noi epigoni della grandezza dei due Maestri, grandezza cui, però, continuiamo a ispirarci e che cerchiamo, seppur in minima parte date le nostre forze, di travasare nei nostri lavori – ché la scrittura stessa è un ininterrotto transitare e l’ombra è la presenza costante della morte dentro l’esistenza individuale e della violenza dentro la storia collettiva, il margine di buio irrisolto che s’annida nelle nostre vite, ma anche quella gettata su di noi appunto dai grandi, nel cui “cono” ci nutriamo e cresciamo.

VIII. Perugia (sud?)

Sprofondava dentro se stessa
proprio quando arrampicarsi
fu più comodo. Scale mobili
(italiche?) conducono nel cuore
di Paolo III – quello di Tiziano
sprofondato a Napoli. Sempre
in profondo, Rocca Paolina riemerge
da viscere etrusche in vesti pontificie,
in versi lucchesi. I giardini ottocenteschi,
però, sconfinano in un panorama
rupestre; edifici fanno capolino
dalla storia, come funghi indigeribili.
Noi passiamo – Corso Vannucci, il Perugino,
Via dei Priori – e sbuchiamo, lontani
nelle ere, davanti ai gesti tipici.
Mia figlia, in piedi, gioca
con i suoi impulsi, scommettendoli
su uno schermo microscopico.

(pag. 83)

A questo punto (non voglio stabilire un’eventuale filiazione o derivazione o subordinazione del lavoro del poeta siciliano da e a modelli preesistenti, ma dire, propriamente, di un alveo fecondo e stimolante entro cui Transito all’ombra si colloca) a questo punto voglio sottolineare che, leggendo alcune pagine del libro, ci si sente accompagnati non solo da Dante, ma anche da Fabio Pusterla (Aprile 2006. Cartoline d’Italia), da Vittorio Sereni (L’Italia una sterminata domenica), da Franco Buffoni (penso, in particolare, a certe soluzioni e a certi temi contenuti in Roma), (Pusterla e Buffoni sono, inoltre, due persone che molto concretamente hanno seguito il farsi di Transito all’ombra), senza dimenticare le concomitanze dantesche con Luzi o con Zanzotto, né la ricerca intellettuale e di scrittura, perfettamente contemporanea al libro di Gianluca, di autori come Marco Giovenale o Giovanna Frene, interessati a un percorso attraverso l’Italia che è sia geografico che storico e sempre usando lo strumento acuminato, flessibile e inventivo del linguaggio.

In perfetta corrispondenza con la prima parte del libro, ecco ora un Altro dittico:

I.

(…)
Immagino pomeriggi nella stanza
di mia figlia, giocando disteso
sul lettone con lo stetoscopio
nell’orecchio. Gli auricolari trasmettevano
una scansione sconosciuta,
il battito è volgare, la musica
lenta che sconfina nel rumore
e la morte avvertita nelle pause.
Il suono ricomincia a punzecchiare
i sensi. Pregno d’inserzioni, sono
la sensualità che non avverto,
il sigillo del movimento intimo
e la mia firma un essere fluttuante
che si aggira frenetico per le stanze,
la forza centripeta, filiale.

(pag. 87)

II.

E l’abbracciai quella forza
che mi scosse, mutuando dall’inerzia
un fruscio, poi il tocco della pelle,
l’odore di luce liquida –
e la rosa? – che spegne tutti i sensi,
il fatto che i capelli sono brividi,
provocano delicatezze sensuali,
niente di casto ma un limite
che solo il pensiero – e la cultura? –
rende invalicabile.
(…)

(pag. 88)

Come ogni lettore può constatare, riemerge il tema del rapporto con il mondo attraverso i sensi, lo strutturarsi dei nostri processi psichici tra conscio e subconscio, con quell’affermarsi, forte e decisivo, del pensiero e della cultura i quali, mi sembra, costituiscono l’asse portante del libro.

Il notturno è genere musicale (e letterario) legato al concetto e alla pratica della riflessione; eccone alcuni dalla sezione conclusiva, Notturni, appunto:

II.

Il freddo taglia la luna,
notte di fine autunno
prima di un altro sguardo
alla bambina addormentata.
Le linee e la grazia
arrivano da molte zone.
Un film muto, la donna si addormenta
come svegliarla o avvicinarci al riposo?
La notte si addormenta in noi,
parlerò forse
della forza immaginifica nell’aria.
Il mondo può crollare.

(pag. 92)

III.

L’ambiente corre, poche
vicende, non vedo animali.
Il passato non vivente annienta
la nostalgia. Passano in tempo,
gli schermi e il controllo
dopo la vista, pochi contatti.
L’atmosfera impassibile
vibra nel cielo scabro.

(pag. 93)

IV.

(…)
La distanza è un presentimento
di protezione e cura.

(pag. 94)

VII.

Caldo nel buio il sapore
e la lontananza nell’immagine,
è sapere la violenza
e contaminare e inviare a niente.
La luce dietro la tenda
voci video, presenze tratte
mentre ci accampiamo nel semibuio.

(pag. 97)

Con questi versi termina Transito all’ombra, ma si noti come vi sia insita proprio un’impressione di transizione, di attesa e di passaggio al nuovo libro che sta maturando, anche grazie a quei luoghi riassuntivi, nel testo, dell’intero volume: “la lontananza nell’immagine”, “sapere la violenza”, “voci video”, “presenze”, “mentre ci accampiamo nel semibuio” – è quello che abbiamo letto finora, i concetti portanti della scrittura di Gianluca, in particolare quel “sapere la violenza” che esprime la coscienza piena di cui si fa veicolo la scrittura in versi e ancora una volta non posso non pensare alla lezione dantesca, visto che, a ben pensarci, il viaggio rappresentato nella Comedìa porta il poeta a contatto continuo con colpevoli o con vittime di violenza, visto che l’Inferno è il luogo in cui si raccolgono tutta la volgarità, l’offesa, lo stupro perpetrati da esseri umani su altri esseri umani e sul mondo, e che la scrittura possiede la capacità di misurarsi con l’inferno; e quello dantesco è un transitare per i tre regni ultramondani che non sono altro se non tre stadi, spesso compresenti, dell’esistere e della storia.

 

SalvaSalva

“Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea – Segnalazione di Gian Ruggero Manzoni

transitandrea

di Gian Ruggero Manzoni

“Transito all’ombra”
di Gianluca D’Andrea
Ed. Marcos Y Marcos 2016

Il transito “clandestino”, nei chiaro scuri dell’essere, di Gianluca D’Andrea, diviene la grande metafora dell’Italia dagli anni ’80 ad oggi, ma non solo, anche quella di un’Italia di sempre in cui la storia d’insieme pare, di continuo, collassare e rimandare a quella di se stessi, del singolo, perché, l’insieme porta in sé ben poche verità, al contrario di ciò che invece l’individualità (l’individuo), tramite memoria, ricordo, rievocazione, linee tracciate fra l’oggi e il domani, e il domani e il trascorso, può condurci a delle autenticità di analisi che si avvicinano, molto, e infine, a quella che è stata la realtà dei fatti. Operazione oltremodo interessante quella che D’Andrea ha condotto entro questa sua ultima raccolta in cui la dicotomia “lirismo” e “narrazione” trovano una convergenza, o, meglio, approdano a un terza via, quella del dirsi e del dire senza che canoni e neppure linee di tendenza inciampino l’andare. Perciò originale, perciò molto personale, risulta l’insieme, in cui la nostra penisola, l’essere del poeta e il nostro essere si avviluppano assieme, alla pari dei serpenti riportati in copertina, nel bel disegno di Luca Mengoni, i quali si vanno ad attorcigliare a gambe che, comunque, tentano il passo, senza che gli stessi quindi lo vadano a impedire per intero. Simbolico il tutto, come simbolico il procedere di D’Andrea, che per nulla si arrende a quello che di misterico la nostra storia ci ha consegnato e ci continua a consegnare. Poi le impennate di tono, qua e là, certe tensioni, certe rasoiate, che conducono il corso … il transito … a livelli maggiormente accusatori, oppure a planate struggenti di sentimento, ad atmosfere ritrovate, ad affetti familiari, a un sud e un nord che delineano i caratteri del poeta, siciliano di nascita ma lombardo d’adozione. Quindi i luoghi della riflessione, tipici della provincia, non certo della metropoli, i richiami diretti a personaggi, parole, lessici attuali, e di nuovo il tornare a rivangare modi esistenziali e letterari che furono e che quindi hanno dato forma al nostro presente, e ancora altre stoccate verso un futuro che s’incarna nella figlia oppure nel rapporto che egli ha, quale insegnante, coi giovani allievi che segue. Fabio Pusterla ha scritto nella nota introduttiva alla raccolta: “Nervoso nella lingua e nello stile, nervoso nello sguardo che getta sulle cose, il Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea procede lungo uno stretto crinale, uno spartiacque tra io e mondo, destino individuale e storia collettiva, estrema possibilità di rappresentare o narrare e verosimile impossibilità di trovare un senso, luce e buio, dovere di memoria e dimenticanza”, giusta la lettura, ma da parte mia andrei ancor più al di là, come già ho accennato sopra. Gianluca d’Andrea non demorde. Se l’ombra ha incupito le trame rendendole “occulte”, la voglia di luminosità fuoriesce tra parola e parole, fra verso e verso, fino a dichiarare tutto il suo candore in assunti come: “il cielo si perde oltre lo sguardo”, “parlerò forse / della forza immaginifica dell’aria”, “nel nero trasparente avverto, / non ci sarei, / la possibilità di dire il buio / non / la sua necessità”, “la luce dietro la tenda”, fino alla chiusura della prima poesia della silloge, in cui i frastuoni della guerra (di una delle tante guerre) sono ancora presenti, ma la ricerca di un altrove incalza: “ci riconoscevamo negli scoppi, in un moto cieco, nella vertigine” … in cui quella instabilità, quel mancamento, quel capogiro risultano i prodromi di un superamento che conduce fuori dalla cupa trincea del resistere per proiettarsi contro l’attuale persistente stagnazione, contro la crisi, contro la palpabile, sociale, rassegnazione. D’Andrea è di coloro che, seppure consci della difficoltà, non si arrendono, e ciò me lo rende particolarmente caro. La conoscenza della complessità del mondo non lo arresta, anzi, diventa stimolo. Il tempo non lo attanaglia, infatti lui diventa fautore del proprio tempo e si dà ritmo e tempo. La condizione non lo vince, perché né la forma né la consuetudine ne possono arginare il transito. Così che l’andare è salvo. La mutazione ritorna costante, e costanza.

FLASHES E DEDICHE – 36 – TRANSITARE NON ARRIVARE – GIANLUCA D’ANDREA – di Giulio Maffii

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di Giulio Maffii

Qualcosa si può aggiungere, c’è sempre un più in ogni pensiero. Devo riconoscere che il libro è stato ben criticato e sviscerato da penne più nobili di questa. Diciamo, a mio avviso, che siamo davanti ad una costruzione poetico-architettonica ben riuscita, anzi perfettamente riuscita. Le tre grandi suddivisioni non ingannino, il progetto è unico, fortificato e saldo-saldato. Dispiace inflazionare il dibattito critico sul testo con interventi quasi giornalieri.
Il libro è importante ovvio, pubblicato per  la Marcos y Marcos nella collana diretta da Fabio Pusterla, ma e qui c’è il ma che getto, non è un punto di arrivo o di raccolta. Non è la somma esperienziale del vissuto-viaggio dell’autore, un girovagare nervoso tra Messina e l’ultimo luogo-non luogo. Sono sicuro che D’Andrea utilizzerà questo testo base, come punto di inizio del travel-poetico, dove le zone recintate sono ancora da visitare e raccontare anche alla piccola Sofia.

Un luogo cui fu offerta una promessa
rifiutata dal luogo; contingenze,
si narra, che portarono al grigio
delle fabbriche chiuse, ai primi freddi,
a una popolazione in affanno.
Oggi un attrito di odori ci accompagna,
le vostre difficoltà sotto mura incomplete
e sotto lo sguardo volatile di questo umile nord,
più tiepido, vibratile…
l’origami disegna gru, s’immilla.

Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo
il passaggio del millennio e il livello
si ridusse in esplosioni nere,
i grattacieli, gli uccelli, figure
disegnate come rondini nel cielo cupo,
fissi a un dislivello in cui le frontiere
e gli impatti ebbero il dissapore
del dubbio. Da allora niente,
una scomparsa, idee allusive:
mura tra virtù fibrose,
connesse all’impaccio di un’agricoltura di ritorno.
Il campo è coperto di residui,
la polvere aspetta l’acqua che la copre.
Poi, un po’ di sopravvivenza della luce
senza il coraggio della presa,
volte e architravi e solchi
e tranci di cielo rosa.
Parlavamo minimale o tronco,
in astratto, di traiettorie interstellari,
membrane, lacci e buchi,
quante soluzioni per le mani,
proteggemmo persino i liquami
che intanto scorrevano nei parchi,
nei campi.
Per anni osservammo le nuvole
accompagnando ai pronostici
le previsioni meteo e uscivamo
cercando di portare a casa la pappa;
un padre torna con un sacchetto,
nell’altra mano la figlia
stringe (o è stretta),
accanto un’auto calpesta le foglie.
Ci accampammo per alcuni giorni
tra le macerie, ai margini di altre dimensioni.

Antonio Lanza su «Transito all’ombra» di Gianluca D’Andrea

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Vizi e virtù affrescati da Giotto nella Cappella degli Scrovegni

di Antonio Lanza

                        «TRANSITO ALL’OMBRA» DI GIANLUCA D’ANDREA

Transito-allombra_web-300x480Molto mossa la geografia lirica che innerva Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea, terzo volume della nuova collana di poesia di Marcos y Marcos «Le ali», diretta da Fabio Pusterla. Quasi a fare da contrasto a questo scenario mobilissimo che presenta in Messina e Treviglio i suoi due poli principali e in parole come “viaggio”, “confine” e “ritorno” il fondale lessicale dell’intero libro, la copertina di Luca Mengoni sembra rappresentare l’impossibilità del movimento o quanto meno la sua limitazione. Due neri serpenti infatti, più metafisici che reali, attorti ad anonime caviglie, ne rallentano o ne condizionano o addirittura ne ostacolano il movimento.
Il titolo e il tema della prima sezione “La storia, i ricordi”, nella quale l’autore intreccia le memorie private ai grandi eventi del secondo Novecento, mi fanno pensare che i due serpenti simboleggino la storia e i ricordi, appunto, mentre le gambe, raffigurate nella loro anonima magrezza e fragilità, siamo tutti noi, nelle nostre biografie atomizzate. Si agisce immersi nell’immenso palcoscenico della storia, con le nostre periferiche esistenze individuali, e i grandi accadimenti ci sembrano un’eco lontana, ma siamo a nostra volta dalla storia e dai ricordi condizionati, modificati, forgiati. Come se invisibili serpenti costantemente ci passassero tra le caviglie e mutassero, impercettibilmente o no, direzione, velocità, intenzione al nostro cammino nel mondo.
Un sotterraneo sentimento di allarme, suggerito da un lessico apocalittico, percorre le dodici parti di cui la prima sezione del libro, “La storia, i ricordi”, si compone. Guerra, atomo, collasso, scissione, catastrofe, paura, scoppi, carneficine, esplosioni, rovina, macerie, impatto, scempio sono le parole scelte da D’Andrea per descrivere l’epoca storica che va dalla fine degli anni Settanta fino ai Duemila. Parole che l’autore riesce a far consuonare con immagini private, siano esse ludiche, domestiche o scolastiche, coniugando racconto e riflessione.
Il luogo da cui l’io lirico si fa testimone di sé e di un’intera generazione è un sud globalizzato e inquinato, una porzione di mondo posta tra un mare, il Tirreno, la cui «brezza arriva dolce» ma in cui si riversa «il messaggio lontano della fogna» e una terra, Messina, in questa sezione mai nominata, nei cui campi e nei cui parchi scorrono liquami.
Fedele alla promessa mandelstamiana, esplicitata in epigrafe, di «seguire l’epoca», D’Andrea ci racconta gli anni Ottanta di un Occidente in vertiginosa trasformazione, dall’incubo atomico («la parola scissione / ogni tanto emergeva dallo schermo») fino al «limbo / di benessere», dalle ultime propaggini della Guerra fredda rappresentate dal disastro aereo di Ustica fino ai vittoriosi mondiali spagnoli dell’82.
Ma forse è la nascita delle TV private a sconvolgere gli assetti della società di quel decennio. La generazione di D’Andrea, che è del ’76, vive sulla propria pelle questo passaggio epocale («La TV degli anni Ottanta tentò / di rubarci la memoria, riuscendo / a cancellare con velocità / ogni appiglio») senza però che abbia prima potuto forgiarsi gli strumenti intellettuali per difendersene («i cartoni / da cui apprendere lo sport e l’amore»).
I Novanta scorrono tra ulteriori carneficine e spinte individualistiche e, attraverso gli anni Duemila, inaugurati dagli attentati alle Twin Towers («Nel focus / miliardi d’impatti per giustificare / un altro scempio nero») e dalla destituzione di Saddam Hussein, si giunge fino ai giorni nostri: l’era digitale, le «testate esiziali» di Zidane in un altro vittorioso mondiale di calcio, la chiusura delle frontiere di alcuni paesi europei.
La sfida di restituire al lettore il rumore del tempo è ampiamente vinta. E in particolar modo, a mio avviso, nei primi sei movimenti della sezione, di più forte potenza drammatica, in cui il racconto di D’Andrea, assumendo toni profondi e partecipati, dell’infanzia e dell’adolescenza ci restituisce la pienezza del giocare furibondo («Così giocavamo / a nascondino nell’erba e l’odore / acerbo del sudore a quell’età / si mischiava alla terra») e, insieme, il vuoto che preannuncia la fine di quell’età meravigliosa («come quando il giocattolo / non parla più alla nostra immaginazione / e resta il vuoto, il buco del vuoto»).
“Immagini, i ricordi”, altra ampia sezione dopo il breve intermezzo del primo “Dittico”, mi sembra sin dal titolo speculare a “La storia, i ricordi”. Ma se nella sezione già presa in esame D’Andrea tentava di ricostruire un’epoca storica attraverso quelle che potremmo definire micro sequenze filmiche, qui l’autore si propone di fermare una serie di ricordi personali in alcune significative istantanee.
Dall’ossessione di ricordare («senza nostalgia» sottolinea l’autore), di preservare un particolare dal fluire del tempo e dall’altrettanto inevitabile constatazione della necessità dell’oblio nascono, come si dice nella nota finale al libro, «piccoli quadri di vita quotidiana»: una gita famigliare al parco, i lineamenti cangianti e perfetti di una bambina, una lezione scolastica non troppo coinvolgente, uno dei tanti ritorni in Sicilia.
In versi calibratissimi e sospesi, venuto meno il rischio che una progettualità narrativa di ampio respiro appesantisca la materia poetica, D’Andrea mostra in questa sezione di saper cogliere la congiuntura tra eterno e istante e di riuscire magnificamente a tradurla in poesia.
La sezione si chiude con un testo intitolato “Epoca”, in cui il dolore del ricordo dei bambini ceceni uccisi in una scuola di Beslan durante un blitz dell’esercito russo annulla la distanza tra l’Ossezia e il canale di Sicilia, dove amarissima sorte tocca ai migranti, e in particolare, ancora, ai bambini: «Il tempo marcisce sugli odori delle stesse tombe, / mentre i volti vivono in altri volti riflessi sugli schermi».
La sezione “Era nel racconto” è l’occasione per raccontare una stagione di disagio attraverso i luoghi che l’autore via via conosce grazie alla sua professione di insegnante: Zingonia, Vimercate, un quartiere a rischio di Messina, tra discese agli inferi, attesa eterna e continui viaggi, scanditi da precariato e concorsi a cattedra. Tra le poesie più belle della sezione troviamo La luce nei viaggi: «Così rifletto questi giorni di inattività, / di bilancio, di ritorno continuo. Messina è qui, / vedo scorci sereni e fantasie di raccoglimento; i viaggi sono dimore e luoghi in cui scentrarsi».
Una inaspettata centralità assume Lettera a mia figlia. Ne è spia il richiamo in quarta di copertina dei suoi quattro versi conclusivi. La poesia è una esortazione alla figlia, la «piccola Sofia», a comprendere i propri confini per superarne i limiti attraverso l’esercizio continuo dell’osservazione, l’unica attitudine che spalanca la conoscenza della complessità del mondo. Qui D’Andrea, crediamo, non dà voce soltanto a quel che amore paterno gli detta, ma anche e soprattutto a quel che l’esperienza di educatore negli anni gli ha fatto maturare. Per cui, senza annacquare le intenzioni, Lettera a mia figlia mi pare che possa svincolarsi da una dedica strettamente familiare per estendersi a tutti i piccoli ragazzi che abitano o attraversano o sono soltanto sfiorati da questo libro: gli alunni multietnici di Zingonia e quelli disagiati di Messina, i bambini che giocano nei parchi lombardi e quelli in gita all’Acquario di Genova, i bambini di Treviglio «prima di un altro ritorno» e quelli morti a Beslan e nel canale di Sicilia, e, infine, retrospettivamente, lo stesso Gianluca bambino e la sua generazione, che «rotola / da una discesa dell’infanzia, ottanta / volte o più, nella luce del tramonto».
«Il Transito è movimento, divenire» scrive Pusterla. Certo, lo testimonia anche la sezione successiva, “Zone recintate”, in cui una breve e intensa vacanza diventa ansia di muoversi e di conoscere (VI. Braccare lo spazio, Giotto). Ma è anche desiderio di radici e di stanzialità, Transito. Di silenzi assoluti e di raccoglimento, di singoli passi che risvegliano ricordi. E di infanzia, il vero nucleo tematico dell’opera. I serpenti di Mengoni si attorcigliano alle caviglie. Forse per non farci allontanare troppo da quell’età: «Tutti siamo piccoli, Sofia, / abbiamo poco o niente da dire, / eppure questo fiato, così buffo, / è il dovere che ci unisce e dissolve».

Transito all’ombra, Gianluca D’Andrea – una nota di Luca Minola

Andrew Wyeth - Wind from the Sea, 1947
Andrew Wyeth: Looking Out, Looking In

di Luca Minola

Gianluca D’Andrea “Transito all’ombra”

Transito-allombra_web-300x480Irrimediabilmente la storia non si sottrae mai alle figure, al mostrarsi terminante e collettiva come in “Transito all’ombra”, nuovo libro di Gianluca D’Andrea uscito per le edizioni Marcos y Marcos nella collana “Le ali” diretta da Fabio Pusterla. Pusterla stesso firma la seconda di copertina in una sintesi efficace rilevando all’interno del testo le coordinate mosse “tra disperazione e speranza”, fulcri dell’opera. Il transito inquieto a cui fa riferimento il titolo rimane una delle parole chiave per inoltrarsi in questo percorso di senso, attraverso le ombre della storia riflesse nell’esperienza personale dell’autore, nell’incedere del poemetto iniziale “La storia, i ricordi”: “A volo poi trascorse il tempo, rotolo/ da una discesa dell’infanzia, ottanta/ volte o più, nella luce del tramonto,/ accesa in un richiamo che ci accoglie”. Il compimento di ogni cosa risiede nel percepire quel silenzio che ci avvolge continuamente nel reale, nell’esperienza ovattata che si proietta nella luce: “La luce interruppe il silenzio,/ la voce sentì risuonare/ la voce interrata”. Le rappresentazioni delle forme recuperano un passaggio, un incrocio che fa procedere il lettore nella memoria dei gesti. Queste immagini creano il percorso umano, l’attesa: “La tenda mossa dal vento, l’attesa/ un vecchio prega,/ attendo, all’incrocio d’ombra e luce,/ il freddo percipiente./ L’immagine non si muove,/ mi muovo e fisso/ nella memoria quel passo, fermo/ tutto il giorno in quei gesti, dimentico”. Vivono nella struttura del libro le presenze più intime e vicine al poeta, che tracciano il vero spartiacque fra storia e vita, fra amore e dolore. Cercando di proiettare tempi e strutture d’opera “Transito all’ombra”, insegue gli eventi, le durezze che noi stessi cerchiamo, riuscendo a riscrivere lo smarrimento che passa nelle misure che diamo alle cose, a noi stessi, piccoli e adulti, personaggi storici e anonimi. Le parole in quest’opera sono sempre tenacemente in cammino verso il luogo che respira di noi, delle nostre vite trasparenti e indifese. Gli spazi d’azione di queste poesie si diramano, passano da città d’arte e di confine sociale, a vere e proprie estensioni interiori e derivazioni del soggetto: “… il movimento ha passioni e dolori/ e quadri che si aprono a brusii,/ flussi trapassati, sorprese/ negli scorci, membrane che respirano/ le azioni compiute;/ la giustizia si sposta nello stesso/ luogo, si sgrana in tempi impercettibili”. Seguendo questo percorso, Gianluca D’Andrea entra nei “notturni”, di nuovo in ombra, nel compimento che conosce lo sguardo di una persona amata, unico nella vita: “Le linee e la grazia/ arrivano da molte zone”.

Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra – una lettura di Marco Corsi

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Seo Young Deok, Dystopia

di Marco Corsi

Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra

Transito-allombra_web-300x480«Transito» e «ombra» sono due parole che si richiamano immediatamente alla poesia. Transito con catene, la Spaziani, per inciso citeremo Human Chain di Heaney; per l’ombra forse possiamo riservarci qualche titubanza in più, essendo l’ombra un termine di cui si è appropriato certo coté ermetizzante. In Gianluca D’Andrea questi vocaboli non hanno niente di assoluto eppure la sua poesia non riesce ad abbandonarsi al quieto vivere; sa torturarsi senza fare dell’immagine un ricatto simbolizzante, perché è il contesto stesso ad essere immerso in una contemporaneità viva e visibile (giovani, ipad, partite di calcio, vecchi ritornelli…). Perché questo libro parla di generazioni, di una generazione nello specifico – quella dei nati nei secondi anni Settanta –, e della difficoltà di fare i conti con la storia e con talune (scomode, difficili, ma soprattutto incomprensibili) eredità. È la dimensione “stradale”, la geolocalizzazione emotiva e di pensiero in un momento preciso, l’indicazione costante di un qualche motivo a sopraffare l’esito lirico, a spiazzare, senza mai depistare. Per questo Heaney, e per questo la dimensione di una catena, per di più umana. Nelle poesie di Gianluca D’Andrea possiamo leggere un andamento naturale, nonostante la costanza del respiro e la necessità di un ritmo, perché quando parla D’Andrea ha davanti a sé un ben preciso destinatario, che è fuoco amico o nome di contrasto. Forse è la stessa vita, con il progresso dell’età, a trovare qualcosa di naturale, uno sguardo connaturato al vivere di ogni singola parola. Forse è perché si legge la virtù di un’esperienza, che talvolta siamo portati a dire che una poesia è poesia. Specie quando i suoi interlocutori la necessitano. Siano essi banalissime cose o gli affetti più esigenti. C’è, fra le tante di questa raccolta, una poesia dedicata alla figlia, nella quale forse la stessa appare piuttosto come un pretesto, ma nella quale il gesto emotivo del dare rifugge lo scarto semantico della profferta; per rifugiarsi a sua volta, consegna. Perché forse è tutto ciò che di umano vediamo a essere ombra di se stesso: ombra nella quale transitiamo, rischiando altamente, ma senza diventare nulla. Poesia in dialogo col nulla, dunque? Ultimamente spesso ricorre in tante note e noterelle, post e messaggi, la parola “sismografo” (specie in coppia con la sua stampella “emotiva”), forse dimenticando l’uso effettivo di una macchina: ecco forse si potrebbe usarla qui perché la poesia di Gianluca monitora il crollo e non lo fa avvenire, lo determina senza avverarlo. Ecco qui la difficoltà di ogni previsione. Forse la scrittura di questo libro è sicura in virtù dei suoi maestri e anche quando la tragedia irrompe non è epoca: la tragedia è nella quotidianità perché il suo presupposto, ancora, è l’ombra. Ombra da cui si distacca, magari, anche per diventare un solo verso compiuto. Perché la vita non è passaggio, ma attraversamento che conduce da un luogo all’altro, da un senso all’altro dell’esperienza e tutte le esperienze hanno un nome e un luogo preciso. C’è una certa consonanza in questo con quanto si legge di altri poeti più o meno coetanei, di aria lombarda, ma decentrata, non milanese. Si avverte l’esigenza di luoghi dove il confronto non è fulmineo e immediato, ma dove l’ora si coagula in un rovello, in uno stadio assolato e bruciante della parola più trita. Dove nel passaggio da geografie minute si ravvisa il movimento della ragione pian piano richiamata a se stessa. E in Gianluca D’Andrea c’è una misura in più, non sappiamo se banalmente qualitativa, ma una misura che affonda le radici al sud, nella terra del barocco di cui, si sa, l’ombra e il suo tocco sono elementi necessari. E orrifici. Però bisogna considerare anche certi maestri, soprattutto quelli meno riconoscibili all’orecchio italiano, se non con l’evidenza di un messaggio, e per questo posti in esergo a singoli testi o intere sezioni, da Mandel’štam a Wallace Stevens.

Questa non è una critica e questi non sono appunti di lettura. Questo è forse un auspicio, quello che si intravede, si vede, e si ravvede, in un libro flessuoso che prende alle caviglie senza immobilizzare, senza impantanare in sabbie mobili: prende alle caviglie come la tentazione, mai dissimulata, della poesia.

Acquario

Passano le figure, inseguono gli eventi.
Ombre, i bambini trascorrono
in gesti, in un piede piegato o i passi.
Gli uomini impiegano il tempo
in frazioni strutturate,
il movimento ha passioni e dolori
e quadri che si aprono a brusii,
flussi trapassati, sorprese
negli scorci, membrane che respirano
le azioni compiute;
la giustizia si sposta nello stesso
luogo, si sgrana in tempi impercettibili.

“E’ sapere la violenza” , un’impressione di lettura su “Transito all’Ombra” – di Andrea Italiano

Giorgio-Morandi-Natura-morta-coll.priv_.
Giorgio Morandi, Natura morta, 1957 (collezione privata, Milano)

di Andrea Italiano

Transito-allombra_web-300x480Ho trovato un’efficace chiave di lettura di Transito all’ombra nel senso di violenza che percorre il mondo raccontato da Gianluca D’Andrea, una violenza non mostrata come un “fatto” bensì come l’ossatura portante di un corpo ricoperto dalla sua pelle. Il nostro mondo, questa società occidentale venuta a galla dalla seconda guerra mondiale e imperniata su mode e tecnologie sempre più perfette e cattive, sembra un enorme mare dalla superficie pacificata da tutta una serie di ipocrisie imposte (o autoimposte) per convincerci che abitiamo il migliore dei mondi possibili, il più felice di sempre. Ma, D’Andrea, ci lascia intuire che sotto (o dietro) questo “mare di felicità” vi sia un vulcano nascosto sempre sul punto di esplodere e portare alla superficie tutto il pus e il marcio che sottopelle si cova (“eccidio, omofobia, femminicidio”). Per questo trovo il suo verso (e poi l’insieme dei versi incatenati l’un l’altro) non nervoso – come invece scrive Pusterla in quarta di copertina – bensì scandito da un ritmo sincopato e un andamento lungo e lento che raggiunge spesso compostezze monolitiche minate però da lineature improvvise dalle quali s’intravede il vero nervosismo delle parole: “Illude Trieste, non vede – / Saba, Cattafi – il Novecento morto/ nell’assimilazione presente” (Trieste, Lubiana). Poesia emblematica di questo “mondo atroce” nel quale apparentemente nulla di atroce succede è quella che chiude il libro laddove il verso “è sapere la violenza” ci richiama a qualcosa che successivamente dovrebbe accadere; tuttavia questa consapevolezza della realtà si scioglie dopo due versi in una tenda che si richiude dietro un’umanità che si accampa in silenzio, nel semibuio. Questa fine “rassegnata” non esclude però lo stridere di qualcosa che si è intuito e che non si riesce a cancellare dalla memoria, come i morti “marciti/ sui legni, a mollo, assiderati” di tanti che “aspiravano al Natale” (La storia, i ricordi, IX) ma che al risvolto della medaglia si è rivelato (il Natale dei nostri tempi) l’ennesima illusione di un capitalismo dove tutto è ridotto a consumo, produzione, mercificazione di vite e rifiuti. Soprattutto il mondo dei ragazzi, quei ragazzi che D’Andrea conosce bene per la sua professione, mostra le stigmate di una violenza indicibile ma repressa sotto una coltre di apparente “modernizzante normalità” come quella della ragazzina con il “trucco che maschera altre negligenze/ diventando modello di eleganza” che poi è la stessa i cui sputi sono “la linfa di cui nutro la mia sopravvivenza” (Gli alberi, i ragazzi). Ribadisco, questa duplicità del mondo del poeta è la stessa del suo linguaggio che mostra mentre cela o che nasconde mentre svela ma con un tono che mai tocca l’urlo, lo strappo, l’assenza totale di punteggiatura che potrebbe significare l’estrema disperazione di chi vuole dire tutto in un unico fiato. D’Andrea ci parla del “Male” ma con calma, con la pacatezza e la lucidità di chi vede la giustizia “che si sgrana in tempi impercettibili” (Acquario), ma anche come chi ha un dovere da espletare senza urlare, cioè raccontare alla piccola figlia Sofia quel “poco o niente [che abbiamo] da dire/ eppure questo fiato, così buffo / è il dovere che ci unisce e dissolve” ( Lettera a mia figlia). Un modo di dire l’indicibile, questo di D’Andrea, di illuminare il cupo e tuttavia nulla togliere alla cupezza che mi ha fatto pensare alle tante nature morte di Giorgio Morandi, nelle quali il bianco abbacinante di bottiglie, bicchieri e ciotole apparentemente inermi (oppure simili a manichini in attesa di un giudizio) ma come attraversate da un’anima di pulsante instabilità, inspiegabile – sinistro – mistero, celava il nero indicibile di un altro tempo nero, cattivo, foriero di violenze cupe ed irredimibili che solo la poesia può descrivere nella sua essenza più profonda e disumana. Violenze nere ed irredimibili come i nostri, tanti, morti “marciti/ sui legni, a mollo, assiderati”.

Rubrica degli inverni di Paolo Lanaro, Marcos y Marcos – Le Ali, Milano 2016

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Paolo Lanaro

C’è una morale in tutto questo?
Probabilmente no.

 P. Lanaro

Rubrica-degli-inverni_webL’appartenenza a una stagione passata, il nucleo della recente raccolta di Paolo Lanaro potrebbe, a una prima lettura, essere la nostalgia. In effetti, la prima sezione del libro, Vetri appannati, potrebbe indurre a pensare di trovarci dentro una poesia di nominazione nostalgica – vedi le datazioni precise, 1981-2011 – nomi, soprattutto botanici e animali, ancora più definiti, precisi, apparentemente tesi a «tenere le cose in piedi» (Vetri appannati, p. 12, v. 1), a constatare il “nulla” incipiente.
Le prime pagine di Rubrica degli inverni, così, imprimono la strana sensazione di un risentimento contrito, facendo sorgere il timore di essere davanti a un’opera che tenti di “ritrovare” i tempi andati, trascurando il presente-futuro, tempo nefando e inappropriabile, nefando perché inappropriabile da chi ha vissuto ben altre stagioni.
A soccorrerci e liberarci da questa sensazione è la lettura complessiva e l’impostazione “ascendente” della struttura del libro, la sua “volontà” di fuoriuscita. Così, ritornando alla prima serie, dopo aver attraversato tutto, possiamo rintracciare in due testi abbastanza vicini un’incrinatura, una scissione o, meglio, una velatura percettiva: «Tutto è passato / e per questo ormai così strano» (Una volta, p. 13, vv. 2-3) e «Quel tempo è ora un lichene da considerare / finché ha nutrito ogni lineamento» (Ci fu un deserto, p. 17, vv. 9-10). Questi due passaggi rappresenterebbero il passaggio a uno straniamento nella percezione del tempo, aliena ai parametri di lettura del mondo acquisiti dal soggetto, la caduta di ogni rassicurazione del passato, il tentativo di revisione imposto al tempo stesso. Si fa breccia la speranza che, in un’atmosfera quasi estinta, possa ancora baluginare un percorso. Esiste una tensione non rassegnata nell’«omuncolo solitario» (Esercizi di ballo, p. 23, v. 9) che vaga nella neve, metafora semplice e raggelante della cancellazione della storia, che segue la direzione del “niente” e prova a riaprire gli occhi.
Per realizzare questa nuova apertura, occorre che il soggetto smussi gli spigoli di un’apparente “centralità”, occorre, appunto, una caduta: «Sapere che dopo un giorno ne verranno / mille altri o che dopo un eone / spunterà ancora l’alba su un campo di trifoglio / mi fa sentire un verme» (Eternità, p. 24, vv. 7-10), occorre la giusta dose di autoironia che “banalizza” il soggetto, lo spinge ai margini dell’opera:

Come back

Non si può tornare indietro.
Quell’espressione che pare una tagliola,
‘come back’, è un invito al nulla.
una volta deve averlo detto anche Thomas Wolfe,
riferendosi a una polpetta lasciata
un secondo di troppo sulla griglia.
Non è possibile riavere le carezze
che non ci sono state date.
E neanche si può tornare a quel giorno
in cui ci colse l’idea esatta e semplice del bello.
Né si può fare in modo che piova
per tutti i mesi in cui restammo all’asciutto.
Purtroppo l’acqua che vedi cadere sta sciupando
l’elicriso e i lillà, come temevo.

(p. 30)

Dall’indecisione iniziale, il libro compie il tragitto di una crescita, una consapevolezza che non si ferma sulla stessa autoironia, non corre il rischio di un minimalismo arreso, ma mantiene un equilibrio di accensioni di senso calibrando le dosi di straniamento:

Sulla statua della beata Giovanna Maria Bonomo tra le rovine di Asiago

Nella cartolina, in mezzo alle rovine
causate dalla ‘furia distruggitrice austriaca’,
spicca la statua intatta
della beata Giovanna Maria Bonomo.
Un episodio così è davvero raro,
come quando ci càpita di evitare un disastro
solo perché eravamo al telefono
o eravamo fuori a fumare.
Quando ne parlai con alcuni amici mi trovavo
dalle parti dello Stadio del Ghiaccio.
Tirava un vento fortissimo che piegava
le cime degli abeti e spazzava violento le strade.
All’improvviso da un tetto piovve una tegola
che ci mancò per un niente.
In seguito discutemmo a lungo del fatto.
Di come la morte giochi a rimpiattino,
del perché ci servano parole pacate,
di cosa credere e cosa non credere,
di un inverno che ci colse duro e farraginoso.

(p. 32)

Allora saranno gli eventi quotidiani ad assumere un ruolo necessario per una fuoriuscita dal sé, per un’espansione della visuale («Perché la poesia è un modo di vedere, / prima che di parlare», Ciao, mamma, p. 80, vv. 41-42) che, partendo da una nominazione precisa, pare arrendersi al mondo, per capire che oltre la nostra prospettiva «Qualcosa al di là succede» (Festa notturna, p. 41, v. 3).
Non una visione pacificata ma una diversa tensione, lo dicevamo, appare a partire dalla seconda sezione, Vasi di Pandora, e si estende alle ultime due, sicuramente le più belle del libro. La parola che esprime la tendenza alla riduzione del sé a cui accennavamo è “comune”. Comune è la scelta di un linguaggio piano, comprensibile, comuni le idiosincrasie: «In realtà a nessuno piace il mondo com’è, / con tutti quei mascalzoni nei posti-chiave, / telecamere dappertutto, una checklist per i fiori, / i formaggi, i donatori di organi» (Come un avviso, p. 45, vv. 7-10). Ma la “banalizzazione” degli eventi manifesta il legame relazionale, affettivo, di chi ha finalmente rinunciato alla sua centralità e si dedica con occhio nuovo alla responsabilità dell’accoglienza, con una fiducia certo disillusa nella potenzialità delle parole:

Dove ambientare i versi?

Dove ambientare i versi?
Sotto una cupola di rame
in mezzo a silfidi e amorini?
In un’aula magna, tra seggiole
di velluto e scaffali di vocabolari?
In un mattatoio dismesso, trasformato
in un garage per auto d’epoca?
Nel millenovecentocinquantaquattro
quando Marilyn sposò Joe DiMaggio?
in un quaderno proibito?
In una vaporiera con patate,
cicoria e peperoni?
Supini, per terra, tra briciole
di pane e fogli di giornale?
Su Nettuno? Su Andromeda?
Sopra un cornicione, tra metope
annerite e cacche di piccione?
Vicino al water-closet sulla striscia
che pende dal distributore?
In un campo di festuche morenti?
Oppure? Oppure?
Dove ambientare dei versi per adoperarli
davvero, invece di ammirarli estasiati
come si trattasse di haute couture?
Ma soprattutto dove cercarli se non sono
da nessuna parte, non forniscono prove e hanno
scarse probabilità come il bel tempo?

(pp. 53-54)

La registrazione dei fatti, la “rubricazione” di eventi minimi che cozzano pervicacemente con le potenzialità della nominazione (niente di evenemenziale, epifanie stinte, invernali appunto), i tempi ridotti, diluiscono la necessità del poco che è esposto «per bruciare meglio» (Registrazione di alcuni fatti all’inizio dell’inverno, III, p. 59, v. 10) ed estorcere un po’ di speranza al «buio secolare» (ibid., p. 59, v. 14).
Nel poemetto al centro della raccolta, Registrazione di alcuni fatti all’inizio dell’inverno, assistiamo alla maturazione dello sguardo, allo svelamento del disincanto, alla trasformazione del tempo della storia in presenza:

IV

Leggo i fatti crudeli, come le enfumades
dei ribelli algerini ordinate dai francesi.
La storia è fatta così: soldataglie
che massacrano soldataglie.
Non saprei chi sia stato il peggiore.
Lo penso avvolto in un plaid di lana,
sotto una luce rosa, vicino a una madia chiara.
Come ci sia qualcuno disposto a morire
perché noi possiamo arrotolarci nei plaid,
leggere libri di storia, addormentarci dolcemente,
riflettendo sull’essere.

(p. 60)

X

Cosa mai ne saprà Marina, la nostra
domestica venuta da Chișinău?
Cosa mai farà di domenica, lei come tutte
le altre ragazze di Chișinău?
Vestite da festa, camminano su e giù
per la città come avveniva
duecento anni fa.

Marina pensa ai giovani moldavi, ai gaugazi
dai capelli neri, ai piccoli orti di ciliegi,
a Mateo Muriano e a Hieronimo da Cesena,
a quanti anelli d’oro andarono perduti
lungo le strade per Roma e Venezia.

La storia è una china pericolosa.
Lassù un refe sottile congiunge i cieli.

(p. 67)

L’ultima sezione, Ascendenti, ribalta totalmente l’assunto iniziale del ricordo nostalgico a favore di un successivo svelamento. Il soggetto disilluso si scopre nello spazio della sensazione e rifugge la mera registrazione dei fatti. Il tempo ridotto nel ricordo imprime una necessità che resiste alla scomparsa, per quanto inevitabile: «… era restato poco tempo. Quello necessario / ad aprire una porta, a percorrere un corridoio, / a bollire il latte, a preparare un letto» (Poco tempo, p. 84, vv. 8-10). Così è il ricordo a far sorgere rivelazioni come nella bellissima Ciao, mamma:

Ciao, mamma

Ciao, mamma. Metto per iscritto le parole
che ti ho detto quella sera, quando l’infermiera
asciugandoti un batuffolo bianco sulla bocca,
mi ha sussurrato: “Guardi che non c’è più”.

Non sono stato capace di dirti altro,
come i ciclisti dopo la vittoria di tappa
o come un marmocchio alla sua prima foto
da scolaro, mentre cerca i suoi nella folla

che si accalca dietro una Polaroid.
Ecco: il lampo del magnesio e poi un buio fitto.
Chissà dov’eri finché ti salutavo.
Eri in quel buio naturalmente,

con le tue scorte di cipria e il tuo
finissimo scialle rosa sulle spalle,
con i tuoi occhi grigi che, ho capito finalmente,
mi restavano in eredità.

Sono contento di avere i tuoi occhi.
Mi sa che perforavano un sacco di cose,
forse anche i muri di oblio che gli anni
ti avevano piazzato accanto a tua insaputa.

“Ciao, mamma” ho balbettato guardandomi intorno,
preoccupato che le tue compagne di camera
mi prendessero per scemo. E mi sentivo
per davvero scemo, un po’ stranito,

come se la tua morte fosse colpa mia
e, mentre le orecchie mi fischiavano,
come se un rimbombo oscuro
si stesse frantumando in mille suoni orribili.

Intanto si era alzato il vento. Dal finestrone
vicino al tuo letto vedevo le cime dei castagni
piegarsi. È lì che ho pensato che il vento
è la cosa più simile alla felicità: nessuno sa

dove nasca e neanche quando finisce.
Come quel brusco vento garbino
di sessant’anni fa quando, seduto sul sellino
della tua bici con una girandola in pugno,

salutavo un mondo di vetro che correva via.
E tu che sussurravi: sembra una poesia.
Devo averti presa sul serio. Per questo
quella sera non ho spiccicato altro.

Perché la poesia è un modo di vedere,
prima che di parlare. E basta molto poco
per riempire il silenzio fino all’orlo.
Mentre dottori e suore e infermiere

andavano e venivano, io e te ci siamo messi
a guardare quella girandola rossa fiammante
che loro non potevano neanche immaginare
e che girava all’impazzata come un tempo.

Ripensandoci, credo che ‘ciao’
fosse proprio la parola giusta.

(pp. 79-81)

La contrazione del senso nel dolore e nel ricordo suscitato dal momento della scomparsa, la compresenza del soggetto con un’alterità spiazzante ma vissuta, negli ultimi testi del libro raggiunge i suoi esiti più alti. Il ricordo è epifania che non si fissa ma ritorna costantemente alla fluidità dell’esistenza: «… Era come essere sul ciglio / del tempo, invasi da un’acqua inaudita» (Liber usualis, p. 82, vv. 10-11).
“Essere sul ciglio del tempo”, vale a dire riscoprire la storia (il flusso) nella “non-storia” dell’esperienza personale:

Non-storia

Mio padre che canticchiava radendosi,
era non-storia.
Mia madre che a Carnevale
con uova, burro e limone faceva dei riccioli
da leccarsi le dita, era non-storia.
Mio fratello che da bambino
era istrionico come Gesù nel tempio,
era non-storia.
Io che allora avevo la bronchite asmatica,
ero non-storia.
La storia è soltanto l’accumulo
di tante, fugaci, non-storie.

(p. 87)

La consapevolezza di essere niente e tutto, l’astrazione del ricordo che permette di aderire alla dimensione materica del mondo consente di raggiungere la vita con tutte le “stranezze” percepite da un soggetto in deficit, ma presente e conscio di una scomparsa sempre imminente. Se «la vita è strana. È una pioggia di ricordi / perfino sciocchi…» (Bloom, p. 89, vv. 12-13), noi siamo per testimoniare fugacemente il mondo, sempre prima, sempre spostati verso qualcos’altro da noi, «un’acqua grigia che ci porta via…» (Una fredda domenica di giugno, p. 93, v. 15).

Gianluca D’Andrea
(Luglio 2016)