Carteggio XXIV – Carteggi letterari: 1 anno dopo

 

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di Gianluca D’Andrea

Carteggi letterari: 1 anno dopo

Il progetto Carteggi letterari nasce da un incontro casuale avvenuto il 28 dicembre di un anno fa. Allora si presentava un libro di poesia. In cinque ideammo un blog che, in forma epistolare, producesse, in un contesto mediatico completamente modificato – per certi versi rischioso – come la rete, riflessioni spontanee su interessi comuni, utilizzando una modalità di scrittura semi-estinta, l’epistola appunto, così intima, personale. Da quei primi approcci è stato un susseguirsi di cortocircuiti. Molte persone hanno apprezzato e condiviso quest’esperienza che intensificava gli incontri e l’ascolto. Dalla poesia – ma cos’è la poesia? – al cinema, all’opera, al teatro, le donne e gli uomini coinvolti utilizzano linguaggi diversi per convogliare nel sito la propria passione e seria dedizione alla cultura, si chiama ancora così la spinta curiosa verso l’approfondimento e la conoscenza, e certo anche la mutazione, di un contesto cui si sente di appartenere? Realtà, mondo? tutto in discussione perché i percorsi si tracciano ma non s’interrompono; cambiano rotte, equipaggi, ma la disposizione resta invariata, anzi si arricchisce di altre prospettive e continua a produrre altri incontri. Ci sembrava giusto ricordare e festeggiare il primo anno di lavoro e condividerlo. Grazie a tutti.

(Dicembre 2014)

 

Libri crepuscolari: 2 note – I. "Il rovescio del dolore” di Luigi Socci, italic pequod, Ancona 2013

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Luigi Socci

I. Il rovescio del dolore di Luigi Socci

rovescioIl libro di Luigi Socci Il rovescio del dolore è la testimonianza di un periodo, della nostra frammentaria contemporaneità, che potremmo definire “mortuario”. I testi della raccolta abbracciano il quindicennio 1990-2004 e ne rappresentano il resoconto verbale e stilistico:

Bisogna parlare dei morti
(assenze che di noi fanno polpetta)
perché c’è nella poesia
tanto così di morto per ciascuno.

(p. 68)

Ribaltamenti di senso, paronomasie, figure etimologiche, deformazioni verbali sono sintomi dell’involuzione linguistica a cui l’autore aspira e a cui affida a minore ad maius la funzione di appiglio pulviscolare (cioè crepuscolare, ironico) del messaggio relazionale.
Il rovescio del dolore procede per tappe slegate e ogni sezione agisce da minimo evento, “reagendo” all’illusione di una trama/trauma che sia ancora “legabile”. Emerge un racconto sfibrato ma inteso nella necessità di un’unica coerenza per balzi o, in estremo, acronica. Il tempo si frange in rivoli e intercapedini che ne formano la sostanziale verità:

La verità va preparata bene
che può sempre servire
un pezzo un altro pezzo avanza un pezzo
sembra che tutto funzioni per ora.

(Verace, p. 88, vv. 1-4)

L’esigenza di un contatto che si avverte perduto ma ancora necessario, come nel testo di p. 78, Toccami, nel disorientamento o nella desolazione a-direzionale: «Qual è il senso di marcia del deserto?» (Insabbiamenti, p. 65, v. 1).
Siamo dentro un passaggio temporale (un paesaggio) interrogante (postmoderno, ancora?), il soggetto si contorce ed evidenzia un disagio, senz’altro intervento se non la presenza testimoniale della propria dispersione, o meglio, sparizione:

Segato in due.
Scisso in sezioni cubiche.
Sparito.

(Silvan, p. 85, vv. 1-3)

L’azione si esprime in strappi convulsivi, sulla scissione; il linguaggio esacerbato in espressioni deformate dall’ironia, in un contesto performante, non sempre agonistico, spesso agonizzante. La parola, cioè, subisce il piano di finzione e si maschera arrendendosi all’evidenza del niente morale (il quasi nichilismo di ciò che fa del postumo la sua postura):

Uno si trova messo così, qui
a mezz’aria
appeso a un peso
nell’atto di levarsi
con una pinza uno sfizio,
vi scrivo dal fronte
spizio

(p. 77)

Il disagio è scia, bava e verso la fine del libro scopre il “coinvolgimento” del soggetto nelle vicende. Lo “spettacolo” esiziale di Ultima Prima al “Na Dubrovka” è la “messa in scena” di una realtà che si realizza adesso, cioè dopo che «il passo che separa la vita/ […] era fatto» (Ultima Prima al “Na Dubrovka”, p. 128, vv. 37-38).
Il rovescio del dolore si può leggere nel ribaltamento antieroico e “a-soggettivo” avvenuto nell’arco temporale abbracciato dai testi, per cui è plausibile parlare di un’epica “miniaturizzata” (Massimo Raffaeli, in postfazione, si esprime in questi termini sulla poetica di Socci) che rimpicciolisce i dati storici forse per renderli accessibili, leggibili, comunicabili, rendendo ancora più evidente, però, l’occlusione e il disorientamento, rischiando di concludere il reale nella microstoria dell’attenuazione senza slanci, in quell’abolizione d’infinito (cfr. Cortellessa) di spirito neo-crepuscolare (o, se si crede, post-crepuscolare).

Gianluca D’Andrea
(Dicembre 2014)

TESTI

Immobiliario

Le reliquie venerabili di un pollo
incollate da giorni al proprio piatto.

Dentro la lampadina il ghirigoro
che produce la luce è mezzo rotto.

Ronzano mosche di questi tempi
fuori dalla stagione delle mosche
in orbite piene di contrattempi.

Dalle patate i getti
si diramano in cerca
degli umori dell’aria.

Oggi non so le cose importanti
ma tutte le altre a memoria.

*

Il viaggiatore ignoto

Accappatoi fregati negli alberghi
saponi con i peli appiccicati
sfoghi d’acne da treno:
segni inequivocabili di viaggio
più o meno.

L’avviso ai naviganti era criptato.
Era evidente il posto era sbagliato.

Scelte per punto fermo
come riferimento
stelle cadenti e vento.

Era evidente il posto era sbagliato
col cane che non solo
non riconosce ma persino
staccare dal polpaccio è complicato.

Era evidente
il posto era sbagliato:
tizi mai visti
spazi ridotti, pieni di rischi.
non ho
amici con divani come questi.

Come in una morale
senza l’ombra di fiaba
era evidente io stesso ero sbagliato,
andato a finire
e tornato.

*

Certi rovesci

Il vento aspira l’aria, non la soffia
e lascia i corpi sparsi sottovuoto.

La foglia rimbalza in cima all’albero
la primavera retrocede a gambero.

La pagina si sbianca
l’inchiostro è risalito nella penna.
(bel risparmio)

Il fumo scende nella sigaretta
tornata intatta
come mamma l’ha fatta.
Fumo di meno e ho il pacchetto pieno.
(tutta salute)

E il morso che rinsalda ogni boccone.
La merda a riavvitarsi su nel culo.

dora è arod maria airam
paola sarebbe aloap alla rovescia
ma anna all’incontrario è sempre anna

Rovescio del dolore il suo discuore.
Allegri! Oggi si muore.

*

28 agosto 94

                                                                           per Franco Scataglini

Nerastro miramare
funereo zittarsi di triglie
bare a vela.

Onde con l’ombra al collo,
il loro andar di sale
ingozza il porto.

Cozze col cuore a pezzi
tette a lutto.
Il sole simultaneo
traduce sassi in terra
(grossi, di Portonovo; grassa di Tavernelle)

Curioso capolino
di vermi o cicche spente?
Dentro le sabbiature
lenta lebbra dei vivi.

Un morto vive altrove.

*

Dallo spioncino

Mi lascio questi occhi che ho
per vedere le ombre all’orizzonte,
dietro una lente rimpiccolente,
di molta gente.

Da questo buco
ho visto i testimoni per esempio
di geova le donne delle scale
il messo iettatorio
dell’amministratore condominiale.
L’ex-tossico in realtà tutt’ora tossico
cui devo un set magnifico
di spugne per la casa
all’aroma di pesce
ho spiato pensando
– esce o non esce? -.

Da questo varco
nella porta ci passa una scintilla
nero pupilla.

Ma provate a pensare
a una schiena che trema familiare,
ombra tra gli zerbini
pericolante all’inizio delle scale,
che va via in una bolla di vetro
di quelle con dentro venezia o san pietro
densa di un’aria unta, senza attrito.
Appesa al corrimano
convessa, senza fretta,
noncurante della targhetta
con scritto il mio cognome che si stacca.

Souvenir deprivato
di neve e di memoria
a un palmo in linea d’aria
di distanza illusoria.

Dispersa nel viavai
per sempre come al solito
restando e un po’ viandando
senza lasciapassare senza i visti
al trotto a dirotto allo sbando
in ritardo sui tempi imprevisti.

Al riparo del chiuso
la guardo come non si deve
internato al sicuro
dalla parte dove si vede.

Ma provate a pensare
come si contrae la vista
di fronte a qualcosa che è troppo vicino
provate a pensare
alla condensa sullo spioncino.

*

Questa poesia non è
per te né per nessuno
non lascia alone
ha l’aut. min. ric.
non odora di chiuso
e poi
non si fa i fatti miei
ha tutte le carte in regola
è ochei.

Questa poesia è bielastica
può essere una esse
o volendo un’ixelle,
questa poesia si stende
come una parte del corpo,
una pelle.

Questa poesia non quadra
il cerchio casomai
si acumina in un rombo,
questa poesia non è
per te che sparirai
prima che tocchi il fondo.

*

Ultima prima al “Na Dubrovka”

Il teatro russo degli anni ottanta
mi stanca.
Il teatro russo degli anni novanta
invece incanta.
Ma il teatro russo degli anni zero
è vero.

La realtà si realizza il passo è corto
tra la vita e il teatro prende corpo.

La scena dilagava in sala e a casa
veniva a chiamarci per la catarsi
per renderci partecipi (spettatori carnefici)
dell’irripetibile evento.
Imparavo a memoria la mia vita
come una vittima di talento.

Quella sera era meglio se non ero
in abito nero per l’occasione
come a una prima i capelli in un velo
la vita ristretta da un cinturone.

Io quella sera
proprio io non c’ero
e se c’ero dormivo e morivo
già cascavo dal sonno e mi gasavano
(posto 12 fila C)
la testa mi andava giù.

Epidemie di tosse
rumore di giunture che disturba
la già pessima acustica, asfissiando
è difficile farsi sentire.
L’emissione vocale del morire
non arriva alle ultime file.

Nel personaggio a cui davo la vita
mi identificavo alla perfezione:
il mio cadavere in carne e ossa
in attesa di identificazione.

Centinaia di comparse disperse
rivolevano i soldi del biglietto
perché il passo che separa la vita
ora era fatto.

Una cappa di fumo scendeva dal soffitto
come un effetto speciale reale
la mano si poteva allungare
per vedere se tutto accade.

Mi confondo nei ruoli.
Mi confondono i ruoli.
Mi credo e mi capisco.
Dico l’ultima poi mi finiscono.

Il Novecento: Giovanni Occhipinti – 3 poesie da “Rime nel museo delle cere”, Scheiwiller, Milano 1991

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Giovanni Occhipinti

rime-nel-museoGIOVANNI OCCHIPINTI
(Santa Croce Camerina, Ragusa, 1936)

Principali pubblicazioni: L’arco maggiore (1967), L’agave spinosa (1970), Occasioni per un poemetto intorno a ipotesi di distruzione (1972), Il giuoco demente (1973), Mitogrammi (1974), Poema ultimo (1976), Agl’Inferi all’Averno (1977), Giro di boa (1980), Il cantastorie dell’Apocalisse (1983), Il giorno che ci vive (1983), Come una Maranta (1985), Lo stigma del verso (1987), Rime nel museo delle cere (1991), Un’ombra di dialogo (1997), L’acqua e il sogno (2000), Dalla placenta del mare (2000), Sinfonia per conchiglia (2000), Lapsus d’autore (2002), Le occasioni del verso (2003), Dialogo con le comete (2005), Il viaggio dello sguardo (2007), La veggenza del verso (2007), Corale con trittico (2009).

TESTI

INVOCAZIONE

Quel tuo male
di vivere, Montale,
non so se appartenga
più a me
che a te.

La tua ironia
-ma più atroce-
ben venga in questa poesia
da dessert,
così che la tua voce
si confonda con la mia,
sprofondi nell’antico male
né mio né tuo, Montale.

*

AGGIUNTA ALLE POESIE DI CAPRONI

Caproni, quel tuo Dio
lo cerco anch’io.

E se lo prendessimo al laccio
io e te, insieme, di nascosto?

Che ragazzaccio
quel tuo/mio Dio,
Caproni, se non ha preso
al laccio
noi!

*

LA RIVE GAUCHE, OGGI

Da Saint-Germain-des-Prés
alla Riva Sinistra della Senna
(o alla sinistra riva?)
l’irriverente fracasso di una benna,
Malraux Gide Aragon
Apollinaire Sartre Camus
e non il canto, dalle Caves,
della Gréco.

E tu Mallarmé,
hai giocato ai dadi la tua penna?

Questo ed altro penso
leggendo Un coup de dés:
per esempio, che su questa riva
sinistra della Senna
più della vostra gloria
può il fracasso di un motore,
il rumore
di una benna.

Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886) – due traduzioni

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Emily Dickinson

Emily Elizabeth Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886) – due traduzioni

Emily Dickinson

(135)

Water, is taught by thirst.
Land – by the Oceans passed.
Transport – by throe –
Peace – by its battles told –
Love, by Memorial Mold –
Birds, by the Snow.

(c. 1859)

Traduzione (Gianluca D’Andrea):

L’acqua è insegnata dalla sete.
La terra – dagli oceani attraversati.
Il trasporto – dal più cupo dolore –
La pace – dai racconti di battaglie –
L’amore, da un’impronta nella memoria –
Gli uccelli, dalla neve.

*

Emily Dickinson

(1678)

Peril as a Possession
T’is Good to bear
Danger disintegrates Satiety
There’s Basis there –
Begets an awe
That searches Human Nature’s creases
As clean as Fire

Traduzione (Gianluca D’Andrea):

Il rischio è un possesso
che conviene indossare –
il pericolo disintegra alla base
la sazietà –
induce uno sgomento
che scandaglia ogni fibra umana
purificandola come fuoco

Guido Cavalcanti – “Rime”: Per il week-end – La lingua italiana III

cavalcanti
Giorgio Vasari, Ritratto di sei poeti toscani (part.), metà sec. XVI

Il Cavalcanti, che da buon medievale crede alla separazione fra la natura reale dei fenomeni (res) e la loro natura segnica (signa), sa che in poesia i segni, e in particolare quella squisita categoria di segni che sono i simboli e quell’altrettanto squisito processo segnico che è la fictio personae, hanno il potere di comunicare una forma nuova di conoscenza dell’universo spirituale nelle sue due facce di mondo psicologico interiore, la cui esperienza più folgorante è l’amore, e di mondo della invenzione artistica. Insomma, per visibilia (simboli e allegorie) ad invisibilia non vale solo in ambito filosofico-mistico, ma poetico; in tutti e due i territori i visibilia non sono i referenti, ma i loro segni, spersonalizzati perciò; donde il significato profondo che assume l’annotazione di Contini: «E se si estende man mano il campo d’osservazione, si constata che l’intera esperienza dello stilnovista è spersonalizzata, si trasferisce in un ordine universale: persa qualsiasi memoria delle occasioni, cristallizza immediatamente».

Maria Corti (1978)

Guido Cavalcanti – Testi

VI – sonetto

Deh, spiriti miei, quando mi vedete
con tanta pena, come non mandate
fuor della mente parole adornate
di pianto, dolorose e sbigottite?

Deh, voi vedete che ‘l core ha ferite
di sguardo e di piacer e d’umiltate:
deh, i’ vi priego che voi ‘l consoliate
che son da lui le sue vertù partite.

I’ veggo a luï spirito apparire
alto e gentile e di tanto valore,
che fa le sue vertù tutte fuggire.

Deh, i’ vi priego che deggiate dire
a l’alma trista, che parl’ in dolore,
com’ ella fu e fie sempre d’Amore.

*

IX – canzone

Io non pensava che lo cor giammai
avesse di sospir’ tormento tanto,
che dell’anima mia nascesse pianto
mostrando per lo viso agli occhi morte.
Non sentìo pace né riposo alquanto
poscia ch’Amore e madonna trovai,
lo qual mi disse: – Tu non camperai,
ché troppo è lo valor di costei forte – .
La mia virtù si partìo sconsolata
poi che lassò lo core
a la battaglia ove madonna è stata:
la qual degli occhi suoi venne a ferire
in tal guisa, ch’Amore
ruppe tutti miei spiriti a fuggire.

Di questa donna non si può contare:
ché di tante bellezze adorna vène,
che mente di qua giù no la sostene
sì che la veggia lo ‘ntelletto nostro.
Tant’ è gentil che, quand’ eo penso bene,
l’anima sento per lo cor tremare,
sì come quella che non pò durare
davanti al gran valor ch’è i . llei dimostro.
Per gli occhi fere la sua claritate,
sì che quale mi vede
dice: – Non guardi tu questa pietate
ch’è posta invece di persona morta
per dimandar merzede? –
E non si n’è madonna ancor accorta!

Quando ‘l pensier mi vèn ch’i’ voglia dire
a gentil core de la sua vertute,
i’ trovo me di sì poca salute,
ch’i’ non ardisco di star nel pensero.
Amor, c’ha le bellezze sue vedute,
mi sbigottisce sì, che sofferire
non può lo cor sentendola venire,
ché sospirando dice: – Io ti dispero,
però che trasse del su’ dolce riso
una saetta aguta,
c’ha passato ‘l tuo core e ‘l mio diviso,
Tu sai, quando venisti, ch’io ti dissi,
poi che l’avéi veduta,
per forza convenia che tu morissi – .

Canzon, tu sai che de’ libri d’Amore
io t’asemplai quando madonna vidi:
ora ti piaccia ch’io di te me fidi
e vadi ‘n guis’ a lei, ch’ella t’ascolti;
E prego umilemente a lei tu guidi
li spiriti fuggiti del mio core,
che per soverchio de lo su’ valore
eran distrutti, se non fosser vòlti,
e vanno soli, senza compagnia,
e son pien’ di paura.
Però li mena per fidata via
e poi le di’, quando le se’ presente:
– Questi sono in figura
d’un che si more sbigottitamente – .

*

XVI – sonetto

A me stesso di me pietate vène
per la dolente angoscia ch’i’ mi veggio:
di molta debolezza quand’io seggio,
l’anima sento ricoprir di pene,

Tutto mi struggo, perch’io sento bene
che d’ogni angoscia la mia vita è peggio;
la nova donna cu’ merzede cheggio
questa battaglia di dolor’ mantene:

però che, quand’ i’ guardo verso lei,
rizzami gli occhi dello su’ disdgno
sì feramente, che distrugge ‘l core.

Allor si parte ogni vertù da’ miei
e ‘l cor si ferma per veduto segno
dove si lancia crudeltà d’amore.

*

XVII – sonetto

S’io prego questa donna che Pietate
non sia nemica del su’ cor gentile,
tu di’ ch’i’ sono sconoscente e vile
e disperato e pien di vanitate.

Onde ti vien sì nova crudeltate?
Già risomigli, a chi ti vede, umìle,
saggia e adorna e accorta e sottile
e fatta a modo di soavitate!

L’anima mia dolente e paurosa
piange ne li sospir’ che nel cor trova,
sì che bagnati di pianti escon fòre.

Allora par che ne la mente piova
una figura di donna pensosa
che vegna per veder morir lo core.

*

XVIII – sonetto

Noi siàn le triste penne isbigotite,
le cesoiuzze e ‘l coltellin dolente,
ch’avemo scritte dolorosamente
quelle parole che vo’ avete udite.

Or vi diciàn perché noi siàn partite
e siàn venute a voi qui di presente:
la man che ci movea dice che sente
cose dubbiose nel core apparite;

le quali hanno destrutto sì costui
ed hannol posto sì presso a la morte,
ch’altro non v’è rimaso che sospiri.

Or vi preghiàn quanto possiàn più forte
che non sdegn[i]ate di tenerci noi,
tanto ch’un poco di pietà vi miri.

*

XIX – ballata mezzana

I’ prego voi che di dolor parlate
che, per vertute di nova pietate,
non disdegn[i]ate – la mia pena udire.

Davante agli occhi miei vegg’io lo core
e l’anima dolente che s’ancide,
che mor d’un colpo che li diede Amore
ed in quel punto che madonna vide.
Lo su’ gentile spirito che ride,
questi è colui che mi si fa sentire,
lo qual mi dice: – E’ ti convien morire – .

Se voi sentiste come ‘l cor si dole,
dentro dal vostro cor voi tremereste:
ch’elli mi dice sì dolci parole,
che sospirando pietà chiamereste.
E solamente voi lo ‘ntendereste:
ch’altro cor non poria pensar nè dire
quant’è ‘l dolor che mi conven soffrire.

Lagrime ascendon de la mente mia,
sì tosto come questa donna sente,
che van faccendo per li occhi una via
per la qual passa spirito dolente,
ch’entra per li [occhi] miei sì debilmente
ch’oltra non puote color discovrire
che ‘l ‘maginar vi si possa finire.

*

XXVI – ballata grande

Veggio negli occhi de la donna mia
un lume pien di spiriti d’amore,
che porta uno piacer novo nel core,
sì che vi desta d’allegrezza vita.

Cosa m’aven, quand’ i’ le son presente,
ch’i’ non la posso a lo ‘ntelletto dire:
veder mi par de la sua labbia uscire
una sì bella donna, che la mente
comprender no la può, che ‘mmantenente
ne nasce un’altra di bellezza nova,
da la qual par ch’una stella si mova
e dica: – La salute tua è apparita – .

Là dove questa bella donna appare
s’ode una voce che le vèn davanti
e par che d’umiltà il su’ nome canti
sì dolcemente, che, s’i’ ‘l vo’ contare,
sento che ‘l su’ valor mi fa tremare;
e movonsi nell’anima sospiri
che dicon: – Guarda; se tu coste’ miri,
vedra’ la sua vertù nel ciel salita – .

*

XXVII – canzone

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è si altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ‘l ver sentire!
Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no sper – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramemto
non ho talento – di voler provare
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ‘l piacimento – che ‘l fa dire amare,
e s’omo per veder lo pò mostrare.

In quella parte – dove sta memora
prende suo stato, – sì formato, – come
diaffan da lume, – d’una scuritate
la qual da Marte – vène, e fa demora;
elli è creato – ed ha sensato – nome,
d’alma costume – e di cor volontate.
Vèn da veduta forma che s’intende,
che prende – nel possibile intelletto,
come in subietto, – loco e dimoranza.
In quella parte mai non ha pesanza
perché da qualitate non descende:
resplende – in sé perpetual effetto;
non ha diletto – ma consideranza;
sì che non pote largir simiglianza.
Non è vertute, – ma da quella vène
ch’è perfezione – (ché si pone – tale),
non razionale, – ma che sente, dico;
for di salute – giudicar mantene,
ch la ‘ntenzione – per ragione – vale:
discerne male – in cui è vizio amico.
Di sua potenza segue spesso morte,
se forte – la vertù fosse impedita,
la quale aita – la contraria via:
non perché oppost’ a naturale sia;
ma quanto che da buon perfetto tort’è
per sorte, – non pò dire om ch’aggia vita,
ché stabilita – non ha segnoria.
A simil pò valer quand’om l’oblia.

L’essere è quando – lo voler è tanto
ch’oltra misura – di natura – torna,
poi non s’adorna – di riposo mai.
Move, cangiando – color, riso in pianto,
e la figura – co paura – storna;
poco soggiorna; – ancor di lui vedrai
che ‘n gente di valor lo più si trova.
La nova- qualità move sospiri,
e vol ch’om miri – ‘n non formato loco,
destandos’ ira la qual manda foco
(Imaginar nol pote om che nol prova),
né mova – già però ch’a lui si tiri,
e non si giri – per trovarvi gioco:
né cert’ha mente gran saver né poco.
De simil tragge – complessione sguardo
che fa parere – lo piacere – certo:
non pò coverto – star, quand’è sì giunto.
Non già selvagge – le bieltà son dardo,
ché tal volere – per temere – è sperto:
consiegue merto – spirito ch’è punto.
E non si pò conoscer per lo viso:
compriso – bianco in tale obietto cade;
e, chi ben aude, – forma non si vede:
dungu’ elli meno, che da lei procede.
For di colore, d’essere diviso,
assiso – ‘n mezzo scuro, luce rade,
For d’ogne fraude – dico, degno in fede,
che solo di costui nasce mercede.

Tu puoi sicuramente gir, canzone,
là ‘ve ti piace, ch’io t’ho sì adornata
ch’assai laudata – sarà tua ragione
da le persone – c’hanno intendimento:
di star con l’altre tu non hai talento.

*

XXXIII – sonetto

Io temo che la mia disaventura
non faccia sì ch’i’ dica: – I’ mi dispero – ,
però ch’i’ sento nel cor un pensero
che fa tremar la mente di paura,

e par che dica: – Amor non t’assicura
in guisa, che tu possi di leggero
a la tua donna sì contar il vero,
che Morte non ti ponga ‘n sua figura – .

De la gran doglia che l’anima sente
si parte da lo core uno sospiro
che va dicendo: – Spiriti, fuggite – .

Allor d’un uom che sia pietoso miro,
che consolasse mia vita dolente
dicendo: – Spiritei, non vi partite! – .

*

XXXIV – ballata mezzana

La forte e nova mia disaventura
m’ha desfatto nel core
ogni dolce penser, ch’i’ avea, d’amore.

Disfatta m’ha già tanto de la vita,
che la gentil, piacevol donna mia
dall’anima destrutta s’è partita,
sì ch’i’ non veggio là dov’ella sia.
Non è rimaso in me tanta balìa,
ch’io de lo su’ valore
possa comprender nella mente fiore.

Vèn, che m’uccide, un[o] sottil pensero,
che par che dica ch’i’ mai no la veggia:
questo [è] torment disperato e fero,
che strugg’ e dole e ,ncende ed amareggia.
Trovar non posso a cui pietate cheggia,
mercé di quel signore
che gira la fortune del dolore.

Pieno d’angoscia, in loco di paura,
lo spirito del cor dolente giace
per la Fortuna che di me non cura,
c’ha volta Morte dove assai mi spiace,
e da speranza, ch’è stata fallace,
nel tempo ch’e’ si more
m’ha fatto perder dilettevole ore.

Parole mie disfatt’ e paurose,
là dove piace a voi di gire andate;
ma sempre sospirando e vergognose
lo nome de la mia donna chiamate.
Io pur rimango in tant’aversitate
che, qual mira de fòre,
vede la Morte sotto al meo colore.

*

XXXV – ballata mezzana

Perch’i’ no spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va’ tu, leggera e piana,
dritte’a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli’ e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa,
tanto dal lei ripresa
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia,
pianto e novel dolore.

Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m’abbandona;
e senti come ‘l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona,
ch’i’ non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l’anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core.
Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate
quest’anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu’ ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se’ presente:
– Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d’Amore – .

Tu, voce sbigottita e deboletta
ch’esci piangendo de lo cor dolente
coll’anima e con questa ballatetta
va’ ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
starle davanti ognora.
Anim’, e tu l’adora
sempre, nel su’valore.

*

LI – sonetto

Guata, Manetto, quella scrignutuzza,
e pon’ ben mente com’è divisata
e com’è drittamente sfigurata
e quel che pare quand’ella s’agruzza!

Or, s’ella fosse vestita d’un’uzza
con cappellin’ e di vel soggolata
ed apparisse di dìe accompagnata
d’alcuna bella donna gentiluzza,

tu non avresti niquità sì forte
né sarestii angoscioso sì d’amore
né sì involto di malinconia,

che tu non fossi a rischio de la morte
di tanto rider che farebbe ‘l core:
o tu morresti, o fuggiresti via.