Il commissario Magrelli – quattro indagini

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Il commissario Magrelli – quattro indagini

I.

Visto che tutti i libri
hanno ormai un commissario,
mi faccio commissario
della poesia
e parto sulle tracce dei misfatti
che restano impuniti a questo mondo

XXIII.

Strano che chi si pente
resti meno in carcere.
Ma non dovrebbe essere il contrario?
«Ciò che ho fatto, mi fa così ribrezzo…
che voglio stare al gabbio un anno in più».
È questo, il pentimento.
L’altro, invece, si chiama solo «sconto»
– tiri sul prezzo
e strappi un affarone.

XXXIV.

Anche questo è curioso, osserva il commissario:
la buona condotta non evita il male alla preda,
anzi, spesso è la causa del suo male
(si veda il magistrato,
ucciso appunto per il suo esemplare
comportamento). Ma, ciononostante,
serve per scagionare il predatore.
Così, la stessa azione che condanna la vittima,
regala la salvezza all’aguzzino.
Un jolly, come a carte.
Detto altrimenti: devi essere buono
quando conviene, ossia dopo il reato
compiuto contro chi era stato buono
in precedenza.
Un’etica «on demand».

LIX.

Il rifiuto di ammettere la colpa
andrebbe sanzionato forse più della colpa.
Lo hanno insegnato in Sudafrica,
al punto da concedere il perdono
a chi riconosceva il suo reato.
E invece questi negano,
erompe il commissario,
non sanno fare altro, i miserabili.
L’Italia è un’autostrada di menzogne.

Umberto Fiori – Il Conoscente, Marcos y Marcos, 2019

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Umberto Fiori (Foto di Dino Ignani)

È in uscita per Marcos y Marcos Il Conoscente, il nuovo libro di Umberto Fiori, un racconto in versi, un sogno, il cui protagonista porta lo stesso nome e cognome dell’autore. Pubblichiamo tre estratti, ringraziando l’autore e l’editore.

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1.

È vero: ci sono giorni
che le vostre parole più care e buone
mi suonano come insulti,
giorni che dal mattino alla sera il sole
splende contro di me
come contro un ritaglio di lamiera:
non mi si parla senza avere
diritto in faccia
il suo abbaglio tremendo. Ci sono volte
che mi trovate là,
fermo, freddo
come l’avanzo nel piatto.
Non vi ascolto, non alzo nemmeno gli occhi.

È che ho la testa piena
di una scena che ho visto
tanti anni fa.

6.

Senza parlare, la gente prendeva posto
– seduta, in piedi – sotto la mezza luce
dell’ultima corsa in partenza,
poi stava in mezzo agli altri, nascosta
nelle sue sciarpe,
nelle sue occhiate su niente.

Ai finestrini bianchi di fiati
affacciati su quattro muri di nebbia
faceva buio. Le lampade gialle, sui viali,
si erano accese, e filavano. Fra le stanghe
e i sedili del filobus, fra gli odori
dei corpi e dei giornali, c’era la pace
che senti in una stalla. Un silenzio
mite, svagato,
infinito, leggero, come se mai
nessuno fosse nato.

“Umberto Fiori!”

44.

Così, di tanto in tanto,
senza neanche interrompere il discorso,
il Conoscente additava
la fossa degli eterni lavori in corso
fiorita di lattine e giornali vecchi,
un tavolo zoppo, un pettine con tre denti,
quattro frammenti di specchio,
una bottiglia piena di pioggia, un’asse
incrostata di calce
e di cemento, dovunque si spalancasse
il grande sbadiglio del mondo.

In quegli oggetto opachi,
spaiati, fuori posto,
io contemplavo il fondo più nascosto
della mia testa. Era in me
che sbraitavano e barcollavano
come una compagnia di ubriachi.

Antonio Riccardi: una poesia da “Tormenti della cattività” (Garzanti, 2018) – Nuove Postille ai testi

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Antonio Riccardi (Foto: Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Antonio Riccardi: una poesia da Tormenti della cattività (2018)

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Tutti essendo fanciulli, abbiamo potuto tener dietro coll’allevare
rane allo sviluppo delle membra a spese della coda.
Quante volte abbiamo osservato i girini mutarsi in rane
e abbiamo visto la coda ridursi
in misura che le zampe s’allungavano?

E noi Monetina restando sull’orlo
della stessa campagna di allora
perderemo con discrezione la coda
o il senso della coda restando ancora cosa?


Postilla:

Toni sapienziali, come sempre nell’opera di Riccardi, e l’incognita del futuro che incrocia la necessità del ricordo.
Il testo, in apertura, presenta l’osservazione di un naturalista “sulla classe degli animali anfibi” che caratterizza l’intera serie all’interno della raccolta. Nella finzione del racconto è messo in dubbio il procedimento induttivo e la plausibilità complessiva di ogni legge universale. Il «regno intermedio», reso manifesto da esseri di transito (dall’acqua alla terraferma), le rane “allegoriche” di cui disquisisce il naturalista, è il tempo, il nostro “tempo dimezzato”, in piena metamorfosi. Ma come leggere la trasformazione che arriva se non come possibilità dentro un reticolato di incognite?
Le interrogazioni all’interno del componimento hanno funzione argomentativa, riducendo a incertezza entimematica le premesse “naturalistiche”. «Restando sull’orlo», il tempo “raddoppia” e la riflessione su futuro e passato sfalda il presente, la sua presunta “eternità”. Il linguaggio della poesia, allora, ha il compito (la possibilità, dicevamo) di “verificare” – e vivificare? – la “cosa” inerte che rischia di diventare il mondo. Nell’«orlo» tra cosa e animale, o forse sarebbe meglio dire tra linguaggio ed esistente, si dipana, come sempre, la “nuova” affabulazione che è la nostra vita.

Vanni Bianconi: una poesia da “Il passo dell’uomo” (Casagrande, 2012) – Nuove Postille ai testi

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Vanni Bianconi

di Gianluca D’Andrea

Vanni Bianconi: una poesia da Il passo dell’uomo (2012)

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Cosmogonia

«I know», dici a Loren anche se non sai che cosa sia
a farla piangere (un pianto diverso da quello che alle sei
ci sballa il giorno, o di noia, stizza, fame), «I know».
Così i cosmologi postulano dark matter, energye flow.

Tanti sforzi per capire si consumano come un alka-seltzer
posato sul bagnato del ripiano di cucina, li incalza
la traccia di un’ombra e se si manifesta nella lingua,
nelle sue misure di respiro e di materia, si ha una tregua.

Ma le cose oscure, la vita invisibile sul farsi,
di tanto in tanto le stanavano i tuoi occhi i mesi scorsi
nel punto d’aria che a ogni battito di ciglia è rime
alterne tra le tue pupille nere e luce e rimmel.

Urti in uno spigolo e Loren che non parla, ti dice: «ainóu» –
e se versi una lacrima è lenta, zuccherina, un po’
come i tuoi bui baci da seta o il chiaro del fiore di trifoglio,
degli sgoccioli di latte tra di voi e di questo primo foglio.


Postilla:
In cosa consista la capacità di dire la relazione si può avvertire in questo testo di Vanni Bianconi, il quale mirabilmente intreccia il quotidiano e l’universale, l’individuale e l’assoluto. Gli “universali”, appunto, che fanno il nostro mondo risiedono nelle minime tracce che la vita conserva e che l’interfaccia linguistica ogni tanto fa emergere.
A colpire è la necessità delle associazioni che, però, avvengono fuori fuoco, infatti le parole-rima giocano con l’imperfezione sonora che ne unisce il senso fallendo la reciproca collimazione (per questo, ad esempio, «rime» e «rimmel», ai versi 11 e 12, possono sì risuonare tra loro, ma non possono nascondere il senso di artificio che lo strumento linguistico fa tracimare nell’esistenza).
La lingua manifesta pienamente le sue oscillazioni semantiche proprio in queste imperfette epifanie sonore: «I know», pronunciato con ogni probabilità da una madre in risposta a un pianto inconsueto della figlia, apre una voragine associativa e, per opposizione, conduce al massimo dell’inconsapevolezza. Dalla «dark matter» dei «cosmologi» all’inventio del “soggettivo «ainóu» (pronunciato stavolta dal padre/autore), giù fino all’irrazionale e “sensitiva” conclusione, giocata, ancora una volta, sull’alternanza metaforica tra buio e chiarezza («come i tuoi bui baci da seta o il chiaro del fiore di trifoglio») in funzione della nascita “perfetta” – nelle imperfezioni – tra fiori e «sgoccioli di latte».
“Tra”, cioè relazione di cui la poesia si fa, appunto, interfaccia, per cui la lingua dell’informazione (l’inglese scientifico) si avvicina al richiamo istintuale (l’onomatopea nel verso immaginario della bimba), riconfigurando un nuovo contesto di ri-nascita (come la rima “esatta” «trifoglio», «primo foglio» sembra sostenere).

Enrico Testa: una poesia da “Cairn” (Einaudi, 2018) – Nuove Postille ai testi

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Enrico Testa

di Gianluca D’Andrea

Enrico Testa: una poesia da Cairn (2018)

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Cairn

altrove li chiamano Steinmänner, uomini di pietra.
Da queste parti invece, un po’ maldestramente, ometti.
Sono le piramidali montagnole di sassi
che sull’altopiano invaso dalla nebbia
amichevolmente indicano la traccia:
quella da seguire senza cadere nei crepacci
o scivolare giù in ghiaioni ignoti e improvvisi.

In tempi remoti, monumenti:
sepolture o santuari di pietra lavica o calcare
eretti, sotto le male nuvole
e i corvi in pattuglia ritornanti,
in forma di pegno o rispetto per i morti
o forse (ambigue le sragionevoli ragioni
dei viventi) per impedir loro di svegliarsi.
Ora però ci dicono, in tanto affannarsi,
qual è il sentiero irriconoscibile.

Segnavia e segnavita.

Talvolta, tra fossati asciutti
dove abitano neri millepiedi
e qualche lucertola passa sul mezzogiorno,
vi crescono attorno cespugli di rovi pungenti:
more mature e amare.
Assaggiale. Sanno di sangue.


Postilla:
Cairn è il tentativo di orientarsi dentro un mondo di scomparse. In primo luogo a emergere è la sensazione di pericolo che l’andamento discorsivo e un dettato sobrio mascherano di “normalità”. L’atmosfera sfiora l’ironia e, infatti, l’aggettivazione («le male nuvole», «le sragionevoli ragioni», «il sentiero irriconoscibile») estremamente esposta sottende un certo moralismo, per fortuna stemperato dalla “serietà” tematica e, ancor più, da una sonorità (vedi alcuni giochi allitterativi anche abbinati per “contrasto”, come nel quasi ossimoro «more mature e amare») che riesce a costruire coesione ritmica e tonale in funzione di una vera e propria agnizione. Il “cairn”, il mucchio di pietre tombali ma anche traccia nei tragitti montani («segnavia e segnavita»), è il segnale allarmante (per traslato, ovviamente, è la stessa parola) che assume, come sempre nella parabola poetica di Enrico Testa, funzione etica. Questa parola, quindi, mai pacificata, agonistica, è sì un reperto a rischio di estinzione, ma che necessita di un costante ritorno alla luce. Nella sua capacità di produrre frutti che «sanno di sangue», vitali ed esiziali allo stesso tempo, la poesia, sembra dirci Testa, va “assaggiata” proprio per il portato etico del suo messaggio, vero perché mette in campo tutte le ambivalenze dell’esistenza, rifiutandone le potenzialità uniformanti.

Durs Grünbein: una poesia da “A metà partita” (Einaudi, 1999) – Nuove Postille ai testi

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Durs Grünbein (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Durs Grünbein: una poesia da Trappole e pieghe (1994)

a metà partita

Alba

Endlich sind all die Wanderer tot
Und zur Ruhe gekommen die Lieder
Der Verstörten, der Landschaftskranken
In ihren langen Schatten, am Horizont.

Kleine Koseworte und Grausamkeiten
Treiben gelöst in der Luft. Wie immer
Sind die Sonnenbänke besetzt, lächeln
Kinder und Alte aneinander vorbei.

In den Zweigen hängen Erinnerungen,
Genaue Szenen aus einem künftigen Tag.
Überall Atem und Sprünge rückwärts
Durchs Dunkel von Urne zu Uterus.

Und das Neue, gefährlich und über Nacht
Ist es Welt geworden. So komm heraus
Aus zerwühlten Laken, sieh sie dir an,
Himmel, noch unbehelligt, und unten

Aus dem Hinterhalt aufgebrochen,
Giftige Gräser und Elstern im Staub,
Mit bösem Flügelschlag, Diebe
In der Mitte des Lebensweges wie du.

*

Alba

Morti alla fine sono tutti i viandanti
e ammutoliti i canti degli sconvolti,
dei malati di paesaggio nelle loro
ombre lunghe, all’orizzonte.

Brevi parole tenere e ferocie
volteggiano nell’aria. Come sempre sono
le panche al sole occupate, vecchi e bambini
si passano accanto, sorridendo.

Nei rami acrobazie di ricordi,
nitide scene di un giorno a venire.
Respiri, balzi in avanti,
nel buio, da urna a utero.

E la novità, rischiosa e repentina,
è diventata mondo. Su, vieni fuori
dal groviglio dei lenzuoli, e guardali:
cieli non ancora assillati, e sotto,

sbucate dall’agguato, erbe velenose
e gazze nella polvere, un maligno
sbattere d’ali, ladri a mezzo
del cammino della vita come te.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)


Postilla:

La scissione alienante degli esordi, tra «parole tenere e ferocie» sembra assestarsi in una dialettica oscillatoria degli estremi se, «da urna a utero», il mondo è una «novità rischiosa e repentina». Eppure occorre ricordarle quelle origini del dissenso e della fine che concedono l’alba di questo “nuovo mondo”, perché è solo attraverso la memoria che si può ri-condurre la parola alla funzione di traccia. Da questo sistema – che ricorda quanto «Endlich sind all die Wanderer tot» – può emergere, tra gli altri indizi, un’etica del residuo. Liminari, infatti, le figure umane che appaiono nel componimento sono «vecchi e bambini» – inizio e fine della vita – margini e confini che «si passano accanto» come a riassumere quel “cammino” che riesce a svilupparsi «dal groviglio dei lenzuoli», per un soggetto che, finalmente, riconosce barlumi di compartecipazione – un po’ sull’esempio di Enzensberger – nel “fuori” «maligno» per cui tutti, soggetto compreso, sono «In der Mitte des Lebensweges», «come te».

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Francesca PiquerasSarmiento © (Après la fin, 2016-2017)

 

Antonio Porta: una poesia da “Invasioni” (Mondadori, 1984) – Nuove Postille ai testi

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Antonio Porta

di Gianluca D’Andrea

Antonio Porta: una poesia da Invasioni (1984)

Invasioni

 

Ottobre oggi è un mese rovente
la vagina che si apre sporge una lingua di vitello
un albero affonda le sue radici nell’utero
ma come il sole ricade dietro la collina sacra
il gelo tagliente mi ammonisce:
era l’ultima occasione. Sì, sono
stato felice. Là dove era Firenze
un lago così blu stende il suo dominio
che le anatre planano sul ghiaccio. Più sopra
una falce di luna con occhi di volpe ai lati.
La mia gola soffia senza lingua e questo
è l’ultimo senso.

I.I0.I981


Postilla:

Tante volte abbiamo notato come la trasformazione del contesto apra vertigini di senso, e quel disorientamento inevitabile, che introducono a una nuova ricerca. La necessità di “nuovo”, in nessuno forse come in Antonio Porta, produce un’esasperazione linguistica in cui i parossismi delle immagini tendono a ri-creare dalla “vacanza” del senso dei significati. Il surrealismo straniante, le localizzazioni insolite – «Là dove era Firenze / un lago così blu stende il suo dominio» – tendono a una trasformazione delle referenze e manifestano un’angoscia primordiale per plausibili, imminenti, scomparse. La simbologia giocosamente apocalittica muta in qualcosa di molto serio. Si possono estrarre miti di rinascita: ribollire carnale che precipita nell’immutabile come in «la vagina che si apre sporge una lingua di vitello / un albero affonda le sue radici nell’utero». Se il soggetto era stato «felice» nel suo vecchio presente, in quello attuale può solo esprimere «l’ultimo senso» nella sua assenza di voce (almeno seguendo una direzione tradizionale nell’articolazione dei significati), perché a restare è un “canto” che «soffia senza lingua». Eppure, questo “ultimo senso” segue «nello stesso istante una folata di vento […] / sospinge la vita di continuo / e intreccia i semi tra loro, li annoda alla terra» (come si può leggere in un altro passo del libro), in una volontà di rinascita, di “nuovo” incontro che superi, in una speranza quasi utopica, ogni “invasione”.

Michele Ranchetti: una poesia da “Verbale” (Garzanti, 2001) – Nuove Postille ai testi

Ranchetti

Michele Ranchetti

di Gianluca D’Andrea

Michele Ranchetti: una poesia da Verbale (2001)

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Muoiono le figure dell’assenso
vite non più parallele s’interrompono
d’essere presente è il compito, non più la sorte.
Tu non sei
più vicino alla fine che al principio
e il dove è inesistente: ora precipita
o sale e si sottrae: si avverte
come presenza oltre l’assenza eterna.


Postilla:

Da questo reportage di matrice classica viene fuori un’immagine. Un barlume da un insieme di “illuminazione e ombra” (almeno a detta dell’autore); a noi sembra giungere una necessità di presenza dopo l’avvenuta fine. Di che? Dell’essere e del tempo di questo stesso essere, così particolare da divenire “figura”, paradigma di un umano non «più vicino alla fine che al principio», in un’equidistanza che annienta come in un paradosso la distanza stessa. La distanza da una relazione col percepibile che si propone «oltre l’assenza eterna», si ribalta in una “sensazione” del nuovo, in un rinnovamento appena avvertibile.
Da questo reperto-referto si estrapola un senso assoluto, come da un’epigrafe il sunto rappresentativo di un’opera. Quasi a margine dell’esistere, il segno che marchia il suo essere avvenuto e, allo stesso tempo, presenzia la sua ineffabilità, la speranza del suo avvenire “eterno”.

 

Umberto Fiori: una poesia da “Chiarimenti” (Marcos y Marcos, 1995) – Nuove Postille ai testi

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Umberto Fiori (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Umberto Fiori: una poesia da Chiarimenti (1995)

chiarimenti

Massicciata

Il treno si è fermato tra lo scalo
e la stazione. Ecco laggiù la cava
come un lago di buio
in mezzo agli orti.

L’ombra del serbatoio, lunga, sul muro,
quest’aria di ferro e menta:
hanno tutto presente, sentono
e vedono tutto, i morti.

I morti, io nel cemento
guardo i fiori
bellissimi dell’ortica
che mi separano da loro.


Postilla:

La scomparsa captata in uno spazio presente, guardato e intrapreso nell’attesa, mentre una vertigine di suoni prova a contenerlo.
Il movimento per cui il soggetto raggiunge il luogo di un riconoscimento – agnizione che, vedremo, lo distingue dagli scomparsi, o almeno tenta di farlo – è attivato da un mezzo di trasporto comune (il treno, sostitutivo di “classici” medium di approdo) che raggiunge quella sosta e che permette la correlazione tra due mondi. In sostanza è in scena un piccolo dramma, se, infatti, il «lago buio / in mezzo agli orti» e l’ombra della seconda strofa introducono la presenza/assenza di un al di là onnipervasivo («hanno tutto presente, sentono / e vedono tutto, i morti»), è anche vero che il soggetto che scrive si distanzia dalla suddetta pervasività, ricadendo nell’hic et nunc della contingenza.
Il treno non riparte e la “separazione” tra i vivi, rappresentati dall’autore e dalla sua percezione dei fatti, e i morti, è proprio il correlativo della percezione, in questo caso espresso da «i fiori / bellissimi dell’ortica» (e Fiori è il cognome del poeta). Questa “oggettivazione” del senso del reale non ha nulla di rassicurante, se è vero che l’incombenza dell’alterità può far sparire proprio quella contingenza presentata come ultimo appiglio, in contrasto alla deriva metafisica.
A fare percepire, questa volta al lettore, l’agone reale/irreale in corso nel componimento, è l’apparato sonoro che ha funzione di collegamento: a partire dalla sequenza orti, morti, ortica, con risonanze che conducono a una rinascita concreta (almeno in termini psicologici) del soggetto, dopo lo stallo intermedio in quella terra di nessuno «tra lo scalo / e la stazione». Constatata l’irriducibilità del legame tra vita e morte (almeno attraverso allitterazioni, consonanze, rime, assonanze, ad esempio in questa serie: menta, presente, sentono, fino al cemento, οἶκος metonimico non solo del soggetto ma dell’umanità tutta, «io nel cemento»), allora, l’ultima strofa ci indica l’illusione tutta verbale – per cui la poesia assolve il suo compito di “ostacolo” alla scomparsa – di una presenza resa stabile dall’assegnazione di nuovi spazi di nominazione: i morti ovunque ma “io” resiste nel linguaggio, nel vero margine che “può” dire, appunto: «i fiori / bellissimi dell’ortica / che mi separano da loro».

Michele Mari: Estratti da “Leggenda privata” e “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” – SOTTO L’OMBRELLONE

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Michele Mari (Collage di Gianluca D’Andrea)

Michele Mari: Estratti da Leggenda privata e Cento poesie d’amore a Ladyhawke – SOTTO L’OMBRELLONE

Questa notte, in sogno, ho scoperto una cosa interessante sui Ciechi: lo sono perché, toltisi gli occhi, li hanno disposti per tutta la casa, ben nascosti in luoghi strategici. poi, a certi intervalli, fuoriescono dalla Cantina, recuperano gli occhi e se li riadattano: in questo modo vedono tutto quello che è successo nel frattempo, come la registrazione di un sistema di telecamere a circuito chiuso: ogni tanto però qualcuno si mette il bulbo di un altro, donde una serie di alterchi. Questo significa che se esplorassi accuratamente la casa e trovassi tutti quegli occhi, e li prelevassi, i Ciechi non mi vedrebbero più, ma… mi chiedo… non sarebbe ancora più spaventoso? Essere nel loro buio voglio dire, essere cercato da chi vuole indietro qualcosa? Nel dubbio, meglio non contrarre debiti…

(da Leggenda privata, 2017, p. 35)

La marca di gelati alternativa e per noi bimbi persino trasgressiva (non fosse per l’audacia di sfidare l’impero-Motta), era Algida (fondata 1945), forte del suo Cremino (omologo del Montanello) e del prepotente Cornetto: dunque, perché le Bergonzi smerciavano prodotti Motta sotto l’insegna della concorrenza? Era una frode calcolata” E che figura ci facevo, io, a chiedere qualcosa di più vecchio dell’offerta commerciale? Poi, sotto il famoso pergolato delle Mutande della Serva, una folgorazione mnemonica, intensissima e vivida: un bimbo che insiste, «Posso dire una parola?» e reinsiste più volte, finché i Rokes concedono: «E dilla!», e quello: «C’è un Algida laggiù che mi fa gola!», al che corrono tutti laggiù, Shel Shapiro compreso. È troppo, pensare che in momenti come questi si celi più storia e più religione che nell’Iliade, nel Mahābhārata, nel Beowulf? D’altronde, «C’è un Algida laggiù che mi fa gola» è un perfetto endecasillabo, Dante avrebbe potuto metterlo in bocca a Mastro Adamo, quando rimpiange i ruscelletti del Casentino…

(da Leggenda privata, 2017, p. 43)


Testi da Cento poesie d’amore a Ladyhawke (2007)

Chi eri nel mondo dei vivi
chiese il passero allo spaventapasseri

Un uomo
che non suscitò in chi amava l’amore
per questo ti posi impunemente
sulla mia manica vuota

*

Se aveva ragione Cavalcanti
nel dir ch’ogni sospiro è un nostro spiritello
che tremulo e perplesso
si mette in viaggio
alla ricerca della persona amata
e giunto al suo cospetto sbigottisce
che resta ormai di me
sputnik
che ha esaurito i suoi messaggi
per il pianeta Terra?

*

Per più di trent’anni
ti ho abusata
fingendoti secondo dittava il mio capriccio
e come cera molle ti ho plasmata
e rifusa e riplasmata

Ma adesso che mi hai offerto
specimina precisi dei tuoi giorni
opponi resistenza
e imbrigli il mio delirio

Così il solipsismo si fa impuro
ed il romanzo uggioso
onta suprema
per chi da sempre nei romanzi aborre
il manzoniano vero

*

Coincidere con chi si è diventati
credendo sia saggezza
è il più facile dei tradimenti
perché il suo castigo è nella pace

*

La fiaba degli amanti
cui un maleficio tolse
d’incontrarsi
———(donna di notte lei
——————————e con la luce falco
———lui con la luce uomo
—————————-e nottetempo lupo)
ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume

*

Il tuo silenzio
dici
è pieno di me

Così so
come si sentono i morti
pensati dai vivi

*

Il nostro fidanzamento è morto

Adesso lo imbalsamo
poi mi iscrivo a un corso da ventriloquo
e come Norman Bates
apro un motel

*

I poeti latini
avevano una splendida espressione
per indicar le stelle che cadono in estate:
labentia signa
cioè segni scivolanti

Tale mi sembra il tempo
in cui ci siam baciati
scia luminosa
passata troppo in fretta

L’astrofisica insegna tuttavia
che quel teatro
caro ai bambini ed agli innamorati
non è caduta e non è scivolamento
ma solamente morte

*

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
ed il commento dice
due imbecilli

*

Avendo la testa montata all’indietro
non so cosa mi aspetta
ma quando cadrò nel vuoto
starò certamente ammirando
la sinossi di tutti i nostri incontri