IL CASO: CAPITALE

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Stazione metropolitana di Bruxelles dall’obiettivo di una videocamera

Il caso: La bellezza di stare da soli – CAPITALE

Il caso che attacchi periodici turbano la nostra turbo-sicurezza. Il caso che nella ripetitività dei fatti emerga un solo tema: terrore. Il caso che a morire sono gli altri ma potremmo essere noi, fratelli e sorelle d’Europa, d’Occidente, globali ma distanti che è meglio potervi controllare dagli occhi artificiali. Il caso che ha voluto che dovessimo vendere armi agli stati che rifocillano le nostre paure, il caso che è sempre meglio stare a casa, perché anche a prendere un treno nei pressi di casa, l’altro è pronto a prendere noi e i nostri cari, fratelli e sorelle, a martellate, e solo per prendersi l’occhio da cui guardare le sue paure fino alla scomparsa. Il caso della nostra dipartita civica, “civile”.


La7 – Crozza


CAPITALE

La sicurezza di stato, lo stato
di sicurezza in cui mi sento avvolto,
coperto, come un rotolo ondulato,
un fascio di banconote accomodate
nel loro fruscio. Questo suono è un’onda
impercettibile che ogni tanto esplode in boati
di morte, prima di ricadere nel silenzio frusciante
e micidiale. Avvolto in questa coperta
arricchita di informazioni, rivolto al flusso
perpetuo dell’immagine che non emerge ma scivola
latente tra le mie dita.
La mia, mia, solo mia percezione
digitale dei fatti s’increspa
di rado e tra le creste ondose
intravedo chiodi e schegge penetrare i corpi.
Anche a sentirle le urla non provocano
scosse perché il flusso continua e continua
e sommerge kamikaze, etnie, metro,
aeroporti, luoghi di cammini
che s’incrociano e si smistano in ogni
direzione. Sicurezza e permanenza costellano
la mia paura profonda dell’altro,
la distanza che si apre tra me e Bruxelles.

Gianluca D’Andrea


NOTA

Il riferimento di partenza sono gli attentati del 22/03/2016, avvenuti all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles; ma il vero tema della poesia è un altro: la spettacolarizzazione dell’informazione in funzione di un passaparola globale che insinua scandalo e terrore, ma soprattutto distanza dal mondo, relazionale. Distanza tra te e me.

Una nota su “Il cane di Tokyo” di Marco Bini, Giulio Perrone Editore, 2015

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Marco Bini

Il cane di Tokyo (nota di Gianluca D’Andrea)

cane_tokyoForse il limite di questo recente lavoro di Marco Bini (Vignola – MO, 1984) è proprio in quella «rinuncia […] a ricomporre in unità narrativa e “posticcia” (tale ricomposizione sarebbe possibile solo per via memoriale o sentimentale) i motivi dominanti delle quattro parti in cui […] libro è suddiviso» che Alberto Bertoni segnala nella sua Introduzione a Il cane di Tokyo.
Sì, perché molti dei testi del libro, presi singolarmente, sono veramente notevoli (soprattutto alcuni delle ultime due sezioni, ad esempio l’incipit del poemetto che dà il titolo alla raccolta, oppure YPRES: CENTENARIO e Dal nocciolo elettrico del temporale c’è chi, della sezione Resilienze, davvero la più riuscita dell’intera operazione, come annunciato sempre da Bertoni nella succitata Introduzione), perché ci presentano un senso di precarietà spaesante e angosciosa, che prova a farsi strada tra i meandri di una storia individuale per lanciarsi in incursioni nel collettivo.
Certo, pur avendo chiaro che siamo «Precipitati da qualche parte nel tempo» (YPRES: CENTENARIO, cit., p. 47) e “accomunati” solo da «un’origine convenzionale» (ibid., p. 47), la Storia sembra adagiarsi troppo passivamente sulla sua scomparsa, su una memoria ridotta a «magnifica desolazione» (BUZZ ALDRIN, p. 49), su uno sforzo inane che, almeno nell’ottica di Bini, pone i suoi riflettori troppo esclusivamente sui “primi”. Anche per questo la vicenda “eroica” dei “secondi” (ad es. Aldrin fu il secondo uomo a calpestare il suolo lunare ed ebbe problemi d’alcolismo, così come in A DIGIONE NEL ’79, p. 56, Gilles Villeneuve è “solo” secondo dopo un eroico duello con Arnoux) assume i toni del “risarcimento” storiografico. Il Soggetto, in questi termini, si pone ai margini insieme a queste figure subalterne (i classici anti-eroi, seguendo schemi tradizionali secondo-novecenteschi) e, solo così, può accogliere la propria identità al ribasso, della quale è necessario ricostruire l’immagine necessariamente partendo dai bassifondi della storia.
Mi sembra allora inesatto affermare, come fa Bertoni, che «l’efficacia inventiva e combinatoria di Bini risiede […] nella rinuncia a qualsivoglia morale o bilancio storico-esistenziale», perché, per quanto in ribasso sia l’identità, l’autore ha compiuto la sua scelta etica e proprio cercando «un’attualizzazione nitidissima e coinvolgente di ciò che per sempre sopravvive» (Bertoni, Introduzione, p. 9).
Perché proprio ciò che “sempre sopravvive” ha bisogno di ricomporsi in un’unità complessa, in un racconto che, per quanto possa apparire frammentario, non può più accontentarsi di questa evidenza. Magari dai rivoli della “desolazione”, dalla desertificazione della Storia, è già in cammino un nuovo racconto che le «Ore trascorse a mordersi la coda» (Ore trascorse a mordersi la coda, p. 13) reclamano «nel brancolare vicino casa» (DAI VENTI AI TRENTA TRA GLI ZERO E I DIECI, p. 64) e, riavvolgendo gli eventi, sia realmente possibile fissare «a terra/ le unghie» (Ore trascorse a mordersi la coda, cit., p. 13) per farne «radici» (ibid., p. 13).


Testi da Il cane di Tokyo

 

Ore trascorse a mordersi la coda
contano, eccome: sono ore vita
comunque si declini la nozione
riguardo l’utile e il tempo perso
il da farsi, il già fatto e il faceto
movimento del tempo quando annoda
i fili incustoditi in un gomitolo
serrato che non si apre con le dita.

Il piede piega alla posa del cane.

Il richiamo è uno schiocco trancia-vento
altro che un angolo ampio in eccesso
non dispiega davanti alla paura
della bocca che mastica e va a vuoto.

Così le zampe si fissano a terra
le unghie – dure – si fanno radici.

*

Nient’altro che un rimpallo di materia
infinitesima e non sparizione
degli strati più zingari del mondo
si ottiene a insistere fino alla crosta
atomica dei piani; è il pianeta
che espulso per igiene fa ritorno
e generandosi ancora si addensa.
Dal panno al vento: armata di puntini,
un uragano in una bolla elettrica.

Spogliazione. A un profilo più prudente
il rasoio riduce delle guglie,
al formicaio ripiega le case.
Rattrappiscono i corpi e la memoria
si assembla per sfaldarsi. A galla, polvere,
dei flutti fino al fondale s’infiltra,
sott’acqua ricongiunge terre emerse.

Millenni di travaso e l’equilibrio
di un’unica palude dilagante:
in un sottomarino articolarsi
nostalgico dell’alba non c’è scoria
rimasta intatta al nostro dilavarci,
solo avanzi sommersi senza storia.

*

Il cane di Tokyo

I

L’attesa è il tempo che stringe le tempie
morsa di gomma e vento tra le orecchie,
osso spolpato più volte al midollo.
C’è uno spartito di questo tuo stare?
Sì, ma si spezza in contrappunti e fughe
svelte per paura dell’identico
proporsi dei minuti privi di ali.

Che ci fai, occhi attenti e zampe salde,
piccola parte del creato tu
nel pieno cuore di un filo sospeso
tra due finestre alternate di gioia
pulita biancheria stesa, lucente?

*

YPRES: CENTENARIO

due i petti tra gola e basso ventre
uno traspira mobile bersaglio
l’altro di fango è una replica esatta
dei campi abrasi attorno che a secchiate
il sangue inglese tedesco francese
sterili ha reso ai germogli piovendo
a terra dopo l’arco di granata
disegnato su fondo grigio-belga…

Precipitati da qualche parte nel tempo,
foglio bianco senza bordi, una matita
sta al guinzaglio di un’origine convenzionale.

Caduta e botto non si sovrapposero.
Strati di terra lo fecero invece
cicatrizzando ripiene di schegge
le ferite; affidabile il metallo
per annientare assemblato o durare.

Storia, un filamento unico e malvagio,
amica malfidata che nello zaino sorprese
infila e conseguenze. Srotolarsi continuo,
ma se due nodi uguali si ripetono nel filo?

A testa bassa nessuno li nota.
Dicono che a non chiedere e non dire
a malapena parlando la lingua
col crescere dei muri si riemerga
per ricompensa alla luce fiamminga.
Sparire silenziosi dentro il caos.
Mulinando il badile sulle zolle
brillare di sudore. Due gli ignari
quattro le braccia – BUM – da rimpiazzare.

*

Dal nocciolo elettrico del temporale c’è chi
ci ha scattato un’istantanea; si è tirato
il nero delle nubi sulla testa e ha fatto clic.
Di sorpresa ci ha colti nel bagliore
riassumendoci nei contorni e nel nero
di concavità e nodi sottraendoci spessore:
adesivi apposti su natura viva.
Sulla ghiaia erbacce portate dal vento sbalordisce
quanto siamo casuali e smontati a compromessi
confinati dalle spalle e sotto il peso dei capelli.

Vale allora un lampo a fare luce anche dentro
noi e l’aria compresi nello squarcio
ad attrarci gli occhi gli uni dentro gli altri
a rivelare quanto inerme è la pelle, e la pietra.

È una sera di quelle che l’indomani non sapremo
raccontare, l’attimo prima della bomba:
uno spavento al confronto è fosforo allo stato puro.

*

DAI VENTI AI TRENTA TRA GLI ZERO E I DIECI

Esorbitanti ne capitavano, incontenuti dai recinti
e altri che in un buco alla difesa il perimetro
eccedeva: gli anni si inanellano e non tornano
nel conto in diretta piuttosto collimando
al ricordo cui disporsi. Sereno, trattabile,
nei venti tra gli Zero e i Dieci ad urti
proceduti e scatti come evolvendosi una specie,
accerchiato dall’eccentrico mio espandermi.

Di frequente nella fronte si rovesciava il sangue
dal rischio manifesto spinto forte
che allo scrutarmi crollasse il sipario delle ciglia.
Ore per calmare il cuore e nello sbattere
il tappeto volante posteggiato sotto casa.

Sarà la vampa che si ossigena ammattita
a temprare o il bluastro sottotono delle braci
undicimila giorni dopo con la forza avermi offerto
l’aria il destino cui mi accingo o che già incarno?

Non sopito un indizio almeno nella cenere
lucciola preziosa la notte riorienti
un soffio attizzi e non sparpagli come stelle
ciò che ancora in qualche mia parte brucia:
mi faccia luce nel brancolare vicino casa.

Una riflessione su Franco Buffoni, “Il racconto dello sguardo acceso”, Marcos y Marcos, Milano, 2016

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Emilio Sanchez, Untitled, Faces, particolare

Una riflessione su Franco Buffoni, Il racconto dello sguardo acceso
(Marcos y Marcos, Milano, 2016)

«Ogni concezione della storia è sempre data insieme con una certa esperienza del tempo che è implicita in essa, che la condiziona e che si tratta, appunto, di portare alla luce».

G. Agamben

il-racconto-copIl lavoro di scavo di Buffoni nei fatti continua attraverso “inserti” narrativi che, nel complesso di un’opera pluridecennale, tradiscono un’urgenza sempre più chiarificatrice. L’indagine, compiuta tra esperienza personale e vicende del mondo, parte da un approccio poco evenemenziale, riattivandosi proprio nei nodi e negli intrecci di un flusso che prova costantemente a ri-orientare il soggetto, perché parte integrante dello stesso intreccio.
Curiosità fattuale, dunque, e si spiega così la tensione esplicativa di cui all’inizio, o volontà di cura nel tentativo di scovare, tra le situazioni e gli incontri casuali, la capacità della parola di comunicare un senso. Sforzo estenuante ma eseguito con assoluta dedizione. Ad emergere, allora, anche ne Il racconto dello sguardo acceso (che si pone negli “immediati dintorni” del precedente La casa di via Palestro, anche se, quasi specularmente, adesso lo sguardo si allarga sul mondo come nell’altra operazione si focalizzava sulle origini – due ante dello stesso οἶκος visto da prospettive diverse, in cui il ricordo ha più valenza cairologica che cronologica, e quindi riflette sulle opportunità offerte dall’esistenza più che sulla nostalgia del tempo perduto) è la capacità testimoniale della parola.
Tra wit e denuncia, arguzia e sempre rinnovata consapevolezza, Buffoni riesce a vivificare, in un tragitto in 14 stazioni (i 14 racconti del testo diviso in 2 parti, dittico nel dittico che si forma se aggiungiamo le 3 parti di 13 racconti ciascuno de La casa di via Palestro) la necessità di un’identità per troppo tempo nascosta dal senso di colpa, un’identità – personale e collettiva – che può riconoscersi solo in funzione dell’altro, com’è evidente ne Il racconto di date e guerra: «sono […] un ponte tra quattro secoli: un ponte a una arcata tra Ventesimo e Ventunesimo, e grazie alla forza della parola e del ricordo, un ponte a più arcate tra il Diciannovesimo e il Ventiduesimo» (p. 179). Ma l’agnizione avviene attraverso il continuo disconoscimento di un’identità fissa e organizzata attraverso parametri socialmente imposti. Così ne Il racconto di Pasolini possiamo leggere un’inversione di opinione nella ricezione di un messaggio tra i più controversi del secolo appena trascorso, un’inversione che rimette in questione le stesse capacità interpretative del soggetto e permette al lettore di comprendere la necessità di mantenere il proprio “sguardo acceso” sui fatti. La trasformazione che “consustanzia” il punto di vista del soggetto, aderisce al messaggio di cambiamento intravisto da Pasolini, inizialmente frainteso: una realtà nascosta tra le pieghe dell’allegoria che il reale stesso comprende nell’affabulazione della parola, il corpo dell’essere denunciato nella sua mercificazione.
Eppure è proprio in questa reificazione del corpo che si scorge il cunicolo di trasporto al presente, la constatazione del mutamento che si riversa nella parola, la necessità dirompente della testimonianza che denuncia lo stesso presente con tutto il suo peso: «Solo parole al vento, potreste replicare… Niente affatto. Perché le parole – messe tutte assieme – diventano macigni, e i macigni pesano e possono anche rotolare» (p. 216). Lucidità nell’utilizzo di ricordi sempre vivi (ecco la valenza cairologica della memoria che elimina l’impasse da “fine della storia”). L’eziologia si scioglie in racconto, la casualità degli incontri personali si spoglia di ogni mitologia e trasforma la riflessione intima in critica sociale. L’opera si presenta nella veste di un pamphlet senza invettiva, la sua caratteristica principale è un’ironia arguta e illuminata senza pathos o esuberi.
Il percorso di conoscenza – la ricerca di «una verità fattuale dentro la verità emotiva dei ricordi», (La casa di via Palestro, p. 152) – si accende sulle metamorfosi dei costumi (la centralità dell’eros, l’approccio alle lingue “altre”), intraviste come sintomi di nuove possibilità. Così ne Il racconto di segni e segnali possiamo leggere delle mutate modalità di approccio alla lettura («”Ecco, vorrei chiederti… se mi puoi mandare il pdf, così posso anche leggerlo», Così posso anche leggerlo, p. 120, oppure «Consegno il libro con la dedica per Mishima e la mia firma: “Mishima allora conosce bene l’italiano…” “No, assolutamente. Ma è un bravissimo fotografo…”», Libri come gadget, p. 122), così come degli indispensabili richiami a una tradizione che va preservata e riattivata nel presente: «Nella convinzione che sì, le ultime lettere potranno anche diventare le ultime e-mail di Jacopo Ortis, ma – dentro – qualcosa che mi piace definire anima dovrà pur continuare a pulsare» (Cuore ed e-mail, p. 124).
L’elastico tra passato e futuro – il ponte – è l’individuo, lo sguardo attento e libero che, solo nella volontà di cura per l’alterità, può slacciarsi dai vincoli del “sempre uguale” e riaffacciarsi di continuo sul presente accendendone la grazia. Gli inserti di poesia dentro la trama narrativa hanno proprio questa funzione baluginante ed è così che mi piace terminare la riflessione su Il racconto dello sguardo acceso, con un componimento che sembra riassumere il sentimento di pietas che pervade le ultime opere di Buffoni – e che infatti è già presente in forma diversa nel libro Roma, del 2009 – la sua devozione verso il mondo, la sua cura, la sua pulizia:

Gay Pride a Roma

“E il caffè dove lo prendiamo?”
chiede quella più debole, più anziana,
stanca di camminare. “Alla casa del cinema,
là dietro piazza di Siena…”
Non si erano accorte della mia presenza
nel giardinetto del museo Canonica:
si erano scambiate un’effusione,
un abbraccio stretto, un bacio sulle labbra.
Parlavano in francese, una da italiana:
“Mon amour” le diceva, che felicità
di nuovo insieme qui.
Come mi videro si ricomposero,
distanziando sulla panchina i corpi.
Le scarpe da ginnastica,
le caviglie gonfie dell’anziana…

«Quella sera, come smollò il caldo, passeggiai fino a Campo de’ Fiori: pizzeria all’angolo, due al tavolo seduti di fronte, giovani puliti timidi e raggianti. Dritti sulle sedie, col menù, sfogliavano e si scambiavano opinioni, discretamente.
Lessi una dignità in quel gesto educato al cameriere: una felicità di esserci, intensa, stabilita.
Decisi che li avrei pensati sempre così, dritti sulle sedie col menù».

Gianluca D’Andrea
(Marzo 2016)

Una nota su “Storia d’amore” di Daniele Mencarelli, Lietocolle, 2015

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Daniele Mencarelli

Storia d’amore (nota di Gianluca D’Andrea)

Il dispositivo ha sempre una funzione strategica concreta e si iscrive sempre in una relazione di potere.

Giorgio Agamben, Che cos’è un dispositivo? (nottetempo, 2006)

mencarelli_storia_damoreA non funzionare nell’ultimo libro di Mencarelli è la cornice del racconto. La sensazione di finzione che scaturisce dall’apparato didascalico smorza il “sentimento” della realtà, la carica emotiva che aveva segnato le operazioni precedenti di Bambino Gesù e Figlio.
Probabilmente, la volontà unificante del racconto – la scansione per date ricorrenti che si sviluppano nel corso di due anni, con un’appendice più vicina al nostro presente – imprime una complessità “letteraria” che la poesia di Mencarelli non riesce a gestire fino in fondo. L’idea di “storia semplice” (su cui si basa la riflessione in quarta di copertina firmata da Gian Mario Villata) tradisce invece la “non ingenuità” del lavoro di Storia d’amore.
È una “storia” in cui l’elaborazione della storia collettiva non emerge, non si scava nell’archivio del passato e non si raggiunge l’attuale – per dirla in termini foucauldiani. È come se la microstoria del racconto chiedesse un privilegio che invece la storia collettiva non può concedere, visto il rischio che ogni operazione corre adagiandosi sul concetto di privilegio. “Il bordo di tempo che circonda il nostro presente” (Deleuze) chiede alterità non riconoscimento. Emerge una dimensione gerarchica – e qui la formazione “religiosa” di Mencarelli mostra il suo versante rischioso, al limite della chiusura nell’acquisito -, una volontà di giustezza che inibisce il lettore: «qui a forza si è romantici, / il bosco alle spalle senza fine / racconta l’altra parte della storia/ quella di corpi sciolti dai vestiti / pezzo dopo pezzo come una vittoria/ prima che tutto senza freno avvenga» (p. 24). Ecco, concetti come “nudità” e “libertà” emergono dal loro sfondo “romantico” e non dicono nulla su un presente che vede nella “nuda vita” il sintomo della scomparsa del “vecchio uomo”, così come nel ribaltamento della libertà individuale in arbitrarietà delle scelte di consumo, una prospettiva di “reale” mutamento.
Una corrente nostalgica percorre il libro, una reazione al passato perduto che si trasforma in perdizione del presente, cioè stasi: «io invece vengo bene al naturale / nella posa di drogato più che pazzo / che ama zero il suo sorriso,/ l’ultimo scatto lo vuoi serio / io e te guancia contro guancia / per portarci domani qualcosa del presente» (p.31).
Purtroppo anche sul piano stilistico si avverte una caduta. L’andamento a scatti, il nervosismo “dolorosissimo” di Figlio lascia spazio a un percorso piano, a un racconto monotono e senza accensioni. Il ritmo è livellato e modellato sulla ballata, è vero, ma a rischio litanico, come una supplica del ricordo in forma di racconto -, così la traccia fornita dalla ballata romantica si aggancia alla tematica nostalgica e perde slancio: «Primavera è luce che si allunga / colore resuscitato al mondo / sulle pene inflitte dall’inverno», oppure «Anna non temere solo la luce ci guarda, / ora dammi il fiore della tua timidezza» (p. 40). Si arriva anche a gravi cadute d’intensità nella volontà di rendere il più possibile “popolare” la parola. Incipit come «Tutto porta inciso il tuo nome» per quanto possano essere giustificati nel tentativo di smorzare qualunque “aulicità”, rischiano di accomodarsi su stilemi da canzonetta (“Ti vedo scritta su tutti muri”, cit).
A soffrire, dunque, è tutto il dispositivo di scrittura, la rete di relazioni che si instaura tra soggetto e mondo, in favore di un possesso che è limite all’alterità: «Io rimango con quelle due parole/ giocosa dichiarazione di possesso/ ognuno dell’altro proprietario/ come della casa o di una moto» (p. 47). Che questa speranza non sia vera, Mencarelli lo sa, eppure la nostalgia per “l’adolescenza” del mondo ha spinto al limite l’illeggibilità del mutamento.


Testi da Storia d’amore

Nostro parco giochi è questa piazza
un letto comodo la villa comunale
siamo proprietari di un paese
che conosce i nostri nomi uno a uno,
tu zingaro tu sbandato
io figlio di puttana,
è la qualità dei giochi a farci noti
ferocia compressa dentro scherzi
finiti nel pianto e nella storia.
Dai paesi vicini come pellegrini
arrivano ragazzi solo per sapere
di quel motorino aliante mancato
scaraventato giù da un sesto piano
o delle nostre comete impazzite
pagnotte intrise d’ogni liquame
in volo fino allo schianto calcolato
sui vecchi in tondo a briscolare.
Ogni bocca delle nostre
aggiunge al racconto il suo dettaglio
mentre ammirazione mista a risa
cresce negli occhi di chi ascolta,
poi solo ridere, che dannato ridere.

*

Il copione oltre al giro dei paesi
su un fulmine andato in marmitta
cone te stretta neanche divertita
ha il suo finale fisso sul sentiero
dove i laghi sembrano due occhi
e la capitale distesa giù nel centro
una bocca famelica di luci,
qui a forza si è romantici,
il bosco alle spalle senza fine
racconta l’altra parte della storia
quella di corpi sciolti dai vestiti
pezzo dopo pezzo come una vittoria
prima che tutto senza freno avvenga.
Con te per chissà quale ragione
di vanitosa o forse d’impaurita
andrà rivista la scrittura,
tanto la mia bocca s’avvicina
tanto la tua serra le sue labbra,
la voce ti ricompare a sole spento
solo perché l’ora è quella del ritorno.
Non so quanto amaro esca dal sorriso
ma da stasera mi è chiara una cosa,
a questo gioco arriverò per primo.

*

Il vento parla una lingua fredda
l’improvvisata dell’inverno
ci ha sorpreso a maniche sbracciate
sulle rive di un cratere fatto lago
preso in ostaggio dalle rane
dai resti sparsi di un’estate
andata all’altro mondo,
anche la tua voce a raffiche
se ne scappa via lontana
e quel che stai dicendo
da soli pochi metri di distanza
chissà chi lo starà ascoltando,
provo a leggerti le labbra
ma invece di capirti
mi perdo nel loro movimento,
una raffica di vento
e mi ritrovo aggrappato alle tue ciglia,
tutto porterebbe al primo bacio
ma tu ancora ti rifiuti
corri via e io ti vengo dietro,
sia pure in mezzo al lago.

*

La cabina fototessera
sputa smorfie miste a visi
tu regina senza pari
storci e arricci al tuo comando
non c’è naso o bocca che si opponga
avresti un futuro certo nelle tele,
io invece vengo bene al naturale
nella posa di drogato più che pazzo
che ama zero il suo sorriso,
l’ultimo scatto lo vuoi serio
io e te guancia contro guancia
per portarci domani qualcosa del presente.
Ti guardo nella foto intanto che s’asciuga,
non eri tu la prima volta che ti ho vista,
eri un’altra cosa più bruttina,
il tuo viso non bucava come ora
la corteccia della pelle come niente.

*

Primavera è luce che s’allunga
colore resuscitato al mondo
sulle pene inflitte dall’inverno,
ricordi il sentiero del primo incontro?
Ora sei tu a spingermi in alto
mi trascini sempre più dentro
solo per sorprendere il bosco
col suo vestito di gemme
e profumi le foglie neonate,
quando ti volti e mi prendi
qualcosa di purissima voglia
e più bambina paura tra i baci
mi dice a quale disegno
dal principio avevi pensato,
mentre tutto accade per gioco
il bomber steso per lenzuolo
la lentezza che mi comando
contro la fretta che ti spoglia
il tuo corpo come mai pronto.
Anna non temere solo la luce ci guarda,
ora dammi il fiore della tua timidezza.

*

Tutto porta inciso il tuo nome
ogni giorno nato e consumato
il paese tutte le sue strade
le formiche in solenne processione
tutto a voce alta lo ripete
suono più veloce della luce
Anna vero nome dell’amore
nome dal sapore di fiamma
Anna che significa ossessione.

*

Non è il mio inferno
quel regno di pena e fiamme
minaccia ai bambini sul più bello,
il mio demonio è una mattina
scolorata dal cielo alle persone
ti di chilometri lontana
in gita con la scuola per L’Italia,
io scarpa senza la gemella
buttato da una parte sconto il tempo.
Non è teatrale il mio demonio
non è mostruoso non ama il fuoco
lui gioca a svuotare le promesse
ad alitare il suo comandamento
tutto il suo verbo in un solo ritornello
tre parole piantate in mezzo agli occhi:
Non rimane niente, non rimane niente,
di questo tempo di tutti tempi
di tutte le madri le mani dei padri
del tuo viso inciso nei giorni
non rimarrà che il niente,
siamo un urlo nello spazio
per caso viventi per caso amanti
disordine è il padre da onorare.
Questa è la terra dell’inferno
questo niente da tramandare
niente da difendere niente da sperare,
ti prego fai presto, torna,
senza di te sono meno di un disperso,
io senza il tuo neo come mi oriento?

*

Un giorno saprò dire tutto questo
con una sola parola, miracolosa,
dirà tutto svelerà ogni cosa,
cadranno una volta pronunciata
tutti gli inganni sparsi sul percorso,
la via apparirà chiara senza intralci
salvarti sarà un gioco da bambini,
per te riuscirò nell’impensabile
il primo a schiavare l’universo.
Niente di tutto questo.
L’intero verso del futuro
si consumerà senza fuochi dal cielo,
ai tuoi piedi mai poggerò la preda
la prova che alla fine resisteremo,
ma tolta l’impazienza che mi smania
altro atto vuole la mia fede,
dare rinascita ogni giorno
al clamore che sei per i miei occhi,
poi con ogni fibra di esistenza
amare e ringraziare, questo mi basta.