Michele Mari: Estratti da “Leggenda privata” e “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” – SOTTO L’OMBRELLONE

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Michele Mari (Collage di Gianluca D’Andrea)

Michele Mari: Estratti da Leggenda privata e Cento poesie d’amore a Ladyhawke – SOTTO L’OMBRELLONE

Questa notte, in sogno, ho scoperto una cosa interessante sui Ciechi: lo sono perché, toltisi gli occhi, li hanno disposti per tutta la casa, ben nascosti in luoghi strategici. poi, a certi intervalli, fuoriescono dalla Cantina, recuperano gli occhi e se li riadattano: in questo modo vedono tutto quello che è successo nel frattempo, come la registrazione di un sistema di telecamere a circuito chiuso: ogni tanto però qualcuno si mette il bulbo di un altro, donde una serie di alterchi. Questo significa che se esplorassi accuratamente la casa e trovassi tutti quegli occhi, e li prelevassi, i Ciechi non mi vedrebbero più, ma… mi chiedo… non sarebbe ancora più spaventoso? Essere nel loro buio voglio dire, essere cercato da chi vuole indietro qualcosa? Nel dubbio, meglio non contrarre debiti…

(da Leggenda privata, 2017, p. 35)

La marca di gelati alternativa e per noi bimbi persino trasgressiva (non fosse per l’audacia di sfidare l’impero-Motta), era Algida (fondata 1945), forte del suo Cremino (omologo del Montanello) e del prepotente Cornetto: dunque, perché le Bergonzi smerciavano prodotti Motta sotto l’insegna della concorrenza? Era una frode calcolata” E che figura ci facevo, io, a chiedere qualcosa di più vecchio dell’offerta commerciale? Poi, sotto il famoso pergolato delle Mutande della Serva, una folgorazione mnemonica, intensissima e vivida: un bimbo che insiste, «Posso dire una parola?» e reinsiste più volte, finché i Rokes concedono: «E dilla!», e quello: «C’è un Algida laggiù che mi fa gola!», al che corrono tutti laggiù, Shel Shapiro compreso. È troppo, pensare che in momenti come questi si celi più storia e più religione che nell’Iliade, nel Mahābhārata, nel Beowulf? D’altronde, «C’è un Algida laggiù che mi fa gola» è un perfetto endecasillabo, Dante avrebbe potuto metterlo in bocca a Mastro Adamo, quando rimpiange i ruscelletti del Casentino…

(da Leggenda privata, 2017, p. 43)


Testi da Cento poesie d’amore a Ladyhawke (2007)

Chi eri nel mondo dei vivi
chiese il passero allo spaventapasseri

Un uomo
che non suscitò in chi amava l’amore
per questo ti posi impunemente
sulla mia manica vuota

*

Se aveva ragione Cavalcanti
nel dir ch’ogni sospiro è un nostro spiritello
che tremulo e perplesso
si mette in viaggio
alla ricerca della persona amata
e giunto al suo cospetto sbigottisce
che resta ormai di me
sputnik
che ha esaurito i suoi messaggi
per il pianeta Terra?

*

Per più di trent’anni
ti ho abusata
fingendoti secondo dittava il mio capriccio
e come cera molle ti ho plasmata
e rifusa e riplasmata

Ma adesso che mi hai offerto
specimina precisi dei tuoi giorni
opponi resistenza
e imbrigli il mio delirio

Così il solipsismo si fa impuro
ed il romanzo uggioso
onta suprema
per chi da sempre nei romanzi aborre
il manzoniano vero

*

Coincidere con chi si è diventati
credendo sia saggezza
è il più facile dei tradimenti
perché il suo castigo è nella pace

*

La fiaba degli amanti
cui un maleficio tolse
d’incontrarsi
———(donna di notte lei
——————————e con la luce falco
———lui con la luce uomo
—————————-e nottetempo lupo)
ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume

*

Il tuo silenzio
dici
è pieno di me

Così so
come si sentono i morti
pensati dai vivi

*

Il nostro fidanzamento è morto

Adesso lo imbalsamo
poi mi iscrivo a un corso da ventriloquo
e come Norman Bates
apro un motel

*

I poeti latini
avevano una splendida espressione
per indicar le stelle che cadono in estate:
labentia signa
cioè segni scivolanti

Tale mi sembra il tempo
in cui ci siam baciati
scia luminosa
passata troppo in fretta

L’astrofisica insegna tuttavia
che quel teatro
caro ai bambini ed agli innamorati
non è caduta e non è scivolamento
ma solamente morte

*

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
ed il commento dice
due imbecilli

*

Avendo la testa montata all’indietro
non so cosa mi aspetta
ma quando cadrò nel vuoto
starò certamente ammirando
la sinossi di tutti i nostri incontri

“Infine capovolti”, un inedito

11.03

Infine capovolti

“Let be be finale to seem”
Wallace Stevens

I piedi e la testa capovolti,
provando a profetizzare sul mondo
ci si trova scorticati e rovesciati
sul pavimento della storia.
Per questo vedo parrucche biondo
platino sfrecciare nei cieli notturni,
sbandierando un esotismo
che non vuole resistenza. Sherazad
sarà la storia o queste parole
a raccontarcela per dire che resistere
è questo sogno orientale e interessante,
fatto di sottosuoli sfruttabili, incroci
mercificati e scambi a fibre ottiche.
Perché non ti guardo straniero
che non voglio conoscere per il rischio
della diversità. Ma amo indossare
l’uniforme della mia mediocrità,
assiso sul mondo, sulla virtù
che ha sostituito con un cenno
la possibilità di condividerci.
Scià, presidente, spettro del reale.

(Gianluca D’Andrea, inedito)

Una poesia di Bora Ćosić da “I morti – Berlino delle mie poesie” (Mesogea, Messina 2006)

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Bora Ćosić (FOTO: JUTARNJI.HR)

Una poesia di Bora Ćosić da I morti – Berlino delle mie poesie
(trad. dal serbo: Lavinia Bissoli e Lola Vlatković)

LA LINGUA

Con un decreto speciale
è stat abolita la lingua del mio paese
sostituita da una nuova
tutto quello che finora avevo scritto
si considera non tradotto

in Germania è più allegro
la redattrice
con i miei manoscritti fa delle barchette
e le lascia andare nell’Elba
il suo collega redattore capo
che si occupa anche di ortaggi
ci incarta i cavoli
al suo mercato
di Reinbeck

alcuni di noi riuniti nella nostra stanza
parliamo come prima
intendendoci abbastanza bene

poi, prima di andarsene
cuciono un paio dei miei testi
dentro la fodera dei cappotti
o li imparano a memoria
istruiti dal film di Truffaut

come un tempo
le carte clandestine
i volantini del movimento della resistenza
hanno un successo molto più grande.


Bora Ćosić è un poeta di origine serba, nato nel 1932 a Zagabria. Nel 1992, in seguito alla dissoluzione della federazione jugoslava e a causa della sua personale opposizione al crescente nazionalismo, abbandona la Serbia. Sosta tre anni in Istria, a Rovigno; si trasferisce nel 1995 a Berlino.

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“KRILL” di Gabriele Belletti, Marcos y Marcos, Milano 2015

Gabriele-Belletti
Gabriele Belletti 

Krill di Gabriele Belletti, Marcos y Marcos, Milano 2015

Esce domani in libreria Krill, l’ultimo lavoro di Gabriele Belletti (classe 1980) per Marcos y Marcos. Siamo felici di presentarlo in anteprima.


krill1Fabio Pusterla, in quarta di copertina, ci avverte della “stranezza” del libro, del suo essere fuori dal comune riferendosi, con ogni probabilità, alla recente produzione in versi italiana. Mi viene da aggiungere che siamo di fronte a un’operazione “estranea”, non nel senso di una presunta “originalità”, quanto piuttosto in quello di un’avvertita instabilità del soggetto in termini di alienazione rispetto ai tempi in cui è scritta l’opera.
Provo a spiegarmi: il testo è composto dalla sovrapposizione tra l’esperienza collettiva di un disastro – l’incidente della piattaforma “Deepwater Horizon” dell’aprile 2010, avvenuto nel Golfo del Messico e che provocò un danno ambientale incommensurabile sugli ecosistemi marini e antropici coinvolti – e quella individuale di una malattia di cui è protagonista Dina, quasi proiezione immaginifica dell’autore e tentativo di risarcimento per il lettore che si tenta di coinvolgere nello scandaglio delle profondità di una psiche che, proprio a causa della malattia, si disorienta in tempi abissali.
Come in una fiaba fondata sulle paure inconsce causate dall’azione dell’uomo e risonanti attraverso la diffusione mediatica delle informazioni (cliché storico), dopo l’attraversamento e la magia della trasformazione, dopo l’accompagnamento impotente delle figure secondarie (il figlio e Maria Gentilini) in funzione pietistica, come in un film horror americano anni ’80, si manovra la disposizione drammaturgica dei testi in direzione di un lieto fine incoraggiante.
Tra il panorama di distruzione e il paradosso del miglioramento s’insinua la follia, o meglio una faccia consolante della psicosi, quasi “sognante”.
La tragedia della piattaforma petrolifera, circo mediatico che crea una massa informativa spropositata ma, come sempre, limitata nel tempo (arco temporale di apertura e chiusura della falla: aprile/agosto 2010), smaschera l’evidenza di morte, ricoprendola del nero (anche metaforico) di una distruzione che alimenta i nostri bisogni, i nostri desideri. In Krill la scrittura cerca di coprire il silenzio che si scatena dal brusio informativo, incanalandolo nella finzione drammaturgica in cui a un coro – la cui mansione è ripresa direttamente dalla tragedia delle origini, confrontandosi in maniera indiretta ma evidente con un solo attore – è affidata la responsabilità del messaggio collettivo, ragguaglio di origine mediatica al lettore/pubblico.
È dentro questo scenario di disturbo e scandalo in comune che si compie il mutamento della protagonista – che si vuole compartecipe del male scatenatosi e personificazione isolata e focalizzata dell’intera collettività. Dina diventa balena, cioè simbolo archetipico della rinascita dopo l’attraversamento del negativo o scontro col male stesso (Giona, Moby Dick, ecc.) e solo tramite questa trasformazione inconscia sembra liberarsi la necessità di un’avventura – uno scandaglio dei limiti dell’uomo nelle avversità – la riscoperta di un mondo di cui l’informazione massiva sembrava aver cancellato le tracce.
Nella fragilità simbolica di Krill – tutto è estremamente evidente e standardizzato, non si respira una nuova affabulazione allegorica ma, appunto, uno schematismo figurativo abusato (ricordiamo che si tratta praticamente di un esordio) – uno dei richiami che sembrano emergere (almeno per me è subito scattato il riferimento) è all’Ifigenia in Tauride, tragedia in cui Euripide innesta un percorso di redenzione (catarsi) e salvezza sulle peripezie dell’uomo privo di destino: Oreste (fratello di Ifigenia) può liberarsi dai suoi incubi di follia (dovuti al rimorso per aver ucciso la madre Clitennestra) solo affrontando il mare (anche in questo caso un Mare Nero) per raggiungere la Tauride (penisola di Crimea) e rubare una statua cara ad Artemide da riportare ad Atene. Affrontare il mare periglioso per distruggere il “disordine del mondo” e trovare un rinnovamento (l’incontro con la sorella e la fine della follia), una trasmutazione in positivo.
Come nell’Ifigenia così in Krill la trasformazione in altra “immagine” è la scoperta di una scomparsa e, prima ancora, di una richiesta di senso: «chi resta?», «cosa resta?» (p.82).
Lo sprofondamento del sé nei recessi della colpa riattiva il processo di risalita, la necessità del respiro, un viaggio che trova nella mutazione e nella trasmissione generazionale (la bambina che esce dalla bocca della balena nel finale) il suo continuum, la sua riproposizione. Come il senso dei segni che l’uomo produce e ha sempre prodotto: «La semantica non è più affare / di questi territori intermedi. // Resta una / monca strategia di / segni, non ancora/ lettere, alfabeti, / o quello che lettere / e alfabeti una volta/ sono stati» (p. 106).
L’estinzione della traccia è la preoccupazione principale di Krill, le parole sono strumenti flebili per cui il tono del libro si vuole rimpicciolito, si sostiene attraverso termini diminuiti che quasi raggiungono il grado zero della lingua, come nelle filastrocche dell’infanzia: «Le lumachine stizzite e silenziose/ non alzano gli occhi antennine». Come la «barchetta» (la “piccioletta barca” della nuova, importantissima, anche se minima avventura del singolo) che consente, alla fine, la ripartenza della bambina, ed è simbolo della rinascita dopo l’attraversamento e il sacrificio, così come il krill è quel nutrimento pulviscolare che permette l’approdo residuo. Per questo la parola agisce come un microorganismo che tenta di alimentare un rinnovamento.
La redenzione attraverso la parola, del trasporto e del ricordo nella devastazione, è tema caro a Pusterla, sicuro riferimento per Belletti. La “goccia di splendore” sprofondata eppure riaffiorante dal “mare nero” del disastro è quel cibo minimo che, difendendosi dalla sparizione, non rinuncia al senso; il messaggio nella bottiglia, ultima resistenza di una tradizione che non si può abbandonare ma rilanciare al futuro, nella speranza ridottissima che qualcuno ne possa cogliere i segni.

Gianluca D’Andrea
(Settembre 2015)

krill-n2
Giorgio Milano, Krill 2 – 100X100 cm, tempera acrilica su tela © (Fonte: D.A.T.E. HUB)

 


ESTRATTI

Braccia conserte
faccia sospesa
resta
nel tardo pomeriggio
della mente

-che non fa essere
neppure muovere–

e nell’ospizio
le arie povere
sono lente,
le ore mari stanchi
dove si lasciano
barchette malandate.

Non si ha un motivo solo
per continuare
ancora, salpare.

Si resta ormeggiati
nell’ultimo porto.

Ora per ora si aspetta
impenitenti galleggiando
in questo ultimo limbo
sordo.

*

Al primo piano la signora Dina
si arrende alla malattia,
questa sera, questa ora,
davanti alla finestra
mentre fissa il mare.
La voce del figlio
che l’è venuta a trovare
non sente.

Solo il mare che la chiama
al di là del vetro,
mentre il figlio parla
alla stanza bianca.

Lì resta solo
della madre
il greto.

*

CORO
La piattaforma Deepwater Horizon
esplode dall’altra parte del mondo.

Nel Golfo del Messico
una colonna di fiamme
informe sostiene “la paura
che il petrolio possa provocare
un disastro ambientale”
dice e ridice il telegiornale.

Il liquido nero fugge
dal tubo che se ne cibava,
veloce si espande
nello spazio che gli si negava.

*

CORO
Gli elicotteri, le navi
cercano i dispersi
che mancano all’appello,
fuggiti, si pensa,
su un battello
d’emergenza.

Intanto la chiazza di petrolio
meglio si dichiara,
è nera, viscosa.

Già è divenuta bara.

*

Le parole si sradicano
dai loro padri significati.
Le acque madri aspettano
una nuova prole,
mentre i tempi
si sono disgregati.

I due grandi occhi si aprono
e quel mare che prima solo era
della finestra sfumatura
l’ha presa
è ciò dentro cui ora è sospesa
l’indifesa creatura.

Dina si è fatta balena.

I granchi alzano gli occhi puntini
verso l’animale
scompaiono dentro i loro gusci
le lumachine scribi,
solleticatori guardiani
del cupo fondale.

*

La balena guarda in alto
per capire di chi sia
l’ombra fissa
sul suo corpo.

È la piccola barca solitaria
con la sua scia schiumosa
indica una direzione:

la direzione
doverosa.

*

Primo respiro

Un getto d’acqua esce
oltre la superficie del mare.

Per un solo istante

è Dina

che ritorna

a respirare.

*

La signora Maria Gentilini
è stata messa nel letto vuoto
della stanza accanto.

Nel tardo pomeriggio
il rettangolo in attesa
si rigonfia
e le infermiere
lì l’hanno infilata,
dicendole di dormire,
intanto.

*

CORO
Dopo la Louisiana,
la Florida, l’Alabama,
anche il Mississippi
lo stato d’emergenza,
infine, proclama.

*

Lontano se ne va
la nuvolaglia, prosegue
opposta alla barchetta
che incede.

Dove si dirigono le meduse?

Dove, senza chi ha
messo negli scrigni danzanti
quei ricordi?

Cosa resta

se i legami sono
diventati fragili
e gli alfabeti fradici?

Cosa siamo
se nulla di noi
ci resta?

Chi resta?

Cosa resta?

*

Secondo respiro

Ritorna in superficie.

E cosa di lei ritorna?
La pinna è il braccio?
L’occhio coglie il muro bianco?
L’infermiera sorride?

Cosa esiste al di là del
mare, ancora?

Per la nuova aria riemerge,
la coscienza converte l’istante
in cui si fa presente
nel respiro dell’animale distate.

Riprende le forze

e riparte.

*

Ci sono dei gusci
che lenti si muovono
sulla sabbia del fondale.

Dina smette di muovere
le enormi pinne
per non annebbiare
le faccende di queste creature
che compongono linee
dai loro passaggi,
scie di filanti passi
senza piedi.

La semantica non è più affare
di questi territori intermedi.

Resta una
monca strategia di
segni, non ancora
lettere, alfabeti,
o quello che lettere
e alfabeti una volta
sono stati.

*

La balena di poco alleggerita
ha nel cuor motore
un solo credo:

la scia della barchetta
va seguita!

*

Terzo respiro

Il terzo respiro è un inchino
verso il cielo, ritorno
dall’emisfero
senza nome,
per poco.

Gli occhi si aprono già spalancati,
una patina leggera ritrova
un’espressione,

ora è Dina

pensierosa

di nuovo.

Davanti a lei
il figlio e il nipotino,
subito li lega
al pensiero del giardino
l’estate in cui il gatto
si è perduto.

Dov’è il gatto?
Dove sono le rose,
dov’è Lui e
dove sono
le persone?

Dove sono le cose?

Dove è…

niente rimane, la patina
scompare, il sospiro
della balena è stato preso
e ciò che di lei
ancora non si è arreso
deve incedere
tuffandosi lontano

*

CORO
Il greggio è già arrivato
sulle isole-barriera.
Di quasi duecento chilometri
della Louisiana
ha già imbrattato
la costiera.

*

Ultimo respiro

Che cosa è l’ultimo respiro?

Un saluto, un accenno,
un inverso inchino,
che possa avvertire
che si sta lasciando
il mondo
e morire?

La donna questa notte,
appena rischiarata
da un’incerta luna,
nella stanza, lo compie.

Mentre la balena dissanguata
apre lo sfiatatoio.

*

CORO
Louisiana,
Texas, Florida,
Mississippi
e Alabama.

I pescatori
senza mare
vedono nuove
navi pulitrici
arrivare.

*

“È il krill, è il krill!”

grida il gabbiano sorvolando

“È giunta fino a qui,
e non tutti ce la fanno!
Molti restano nel mare
continuando a cadere
verso il fondo
che mai arriva.
Altri giungono alla baia,
già depredati detriti
alla deriva!”

*

Sul lungomare pieno di scheletri
di creature riuscite ad arrivare,
il corpo del cetaceo
si contrae e dalla bocca
una piccola bambina esce,
inizia a camminare.

Alla barchetta si avvicina,
appena ormeggiata
porta ancora i segni della
tempesta terminata.

*

Il primo remo
e il secondo
afferra
ha imparato
i movimenti
e i patimenti
del mare
che l’attende.

Nel momento in cui
ci si lascia
altro
molto altro
di noi
si riprende.


Gabriele Belletti (1980) è originario di Santarcangelo di Romagna. Si è laureato in filosofia all’Università di Bologna con una tesi sull’estetica di Luciano Anceschi. Ha pubblicato articoli su rivista («Chroniques italiennes»,«Poetiche»,«Rivista di studi italiani») e due plaquette di poesia, Condominio (Cierre Grafica, Verona, 2010) e Beaujoire (Caratteri Mobili, Bari, 2013). Nel 2015 ha conseguito il dottorato di ricerca in lingua e letteratura italiana presso l’Université de Nantes, città dove ha insegnato e vissuto negli ultimi quattro anni.

Esordi: Marco Furnari

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Il vulcano Erta Ale nel Triangolo di Afar (Etiopia)

Pubblichiamo alcuni testi dalla raccolta inedita Isola di Marco Furnari (Barcellona Pozzo di Gotto). Una voce spiazzante per una lingua in costruzione. Giocare con le parole per trovare un nuovo alfabeto, un proprio codice. Attimi surreali dall’Isola, nel magma che fuoriesce e s’impasta, s’incanala e impatta il mondo.

Gianluca D’Andrea


Testi (da Isola, inedito)

Le ceneri d’argento sulle zampe dei grilli
fuoco restio a scomparire del tutto in un fuuuffete
la voce che non esce lunare passinforme circosospetto
sarebbe inutile sgolarsi verso il calore luminoso della casa
lo dicevo che erano guai a farsi sognare dall’isola
da buon antenato sotteratinvolato rumoreggio dal culo spiritato
ammonisci spaventa guida le rincasanti scorribande dei curiosi
gatto ci cova merlo si arma topo si scava fronda ci fruscia erba si scosta
coniglio ci trotta
barbagianni piomba
un’ombra richiude la tenda del calore luminoso che all’altra stanza si
sposta
un pitito e scompaio davvero.

*

Isolarvamaca dondolandoci frasi perpetue in uno scirocco vai dicendo
che negli occhi di una metamorfosi non hai visto
non una farfalla non una mantide
non ho vissuto per questo pomeriggio che vedo passare
allora quale
metamorfosidentificandosi in una non premura
metamorfosidentico a prima di ora
iride scienza di guardiamoci veniamoci a dire
la qualunque cosa da una pigra figura su amaca dondolentamente
prendi una bottiglia di acqua fresca la scodella di fichi d’india.

*

mi dici sei una isola impervia che spini le dita degli arrampicatori
ti dico di una scorciatoia per entroterra di aria a refoli bisbigliante i
muri di geco
un braccio una mano oh issa che spunta
una rientranza di ombra sorpresa in nodi fiocchi di pergola
scruti la mappa ch’è un continente di carta fasulla rifiati
l’isola su cui proprio ora siedi con il portamento di tartaruga ti spinge
seco
tocchi la terra il guscio a cui bussi dicendo son fermo allora la prego si
fermi.

*

le ventilate emozioni di un cortile si riappendono a lungo ciò che
trovano
alla portata di una anguria spaccata volevo provare che non l’avevo mai
fatto
di infilarci il cazzetto duro teso
a vedermi davo forse l’impressione di una di quelle isole che sguazzano
nei propri corporali effetti vulcanici
da considerarne gli effetti dell’anguria che non potevo più mangiare
il moscio elefantino ortaggioroso si è nascosto in uno dei posti dove si
voleva dimenticare
ma una mezzorata di trascorsi venti scorrinienti (ma comunque
accatastatori spingenti le cose di là su una linea di un tempo che a
ripensarci sono un tuttuno che già si stacca in or ora domattini) me lo
facevano ricordare ridendone.

*

“Il pititIo sarebbe lo scorreggìo delle alcove che ci avverte che si sono
fatte le ore
un silenzio solvente da rumore che era ora spirito nuvola si infila fino
al cuore della narice
non ha più niente dell’ aroma di cosa è stato fagocitato?mette un po’ di
spavento come un ricordo malsano
un bambino in un campo può dire pititIo sei tu non son io
un bambino in giardino può dire pititIo vienmi comunque vicino
un adulto sovviene che bisogna prestargli un orecchio
un grandadulto già vede trafitto lo specchio
una cosa importante è fare assieme una risata grande quanto una
accogliente barricata”

*

una isola su due piedi che dicevi sono saldo scivolando di un secondo
lungo una passeggiata di sole ponente un piccolo alato coda di ruggine
in discesa da palo di legno
scivolando di un secondo alla volta anche alcuni code ballerine amano
le pozzanghere fra la spiaggia e la strada
se mantici soffiano dal vuoto i segni di vento nel vento verbalizzano i
cespugli la salita tappezzata
solamente il vento è
invisibile e nutriti di muscoli i soffiati minuscoli fiori come me solo
visibili
scivolando con il tempo caro amico del vento.

*

si divertono a migrare i pensieri viaggiatori con la scusa di portarti
ti abbandonano in un punto e raggiungono la meta a riparo dal tuo
corpo
fino a essere le cose nel lontano fuori e altro tempoluogo.

Esordi: Riccardo Frolloni

binari-e-strisce
Torino, Via Stelvio (fonte: La Repubblica di Torino)

languide-istPubblichiamo alcuni testi dal primo libro di Riccardo Frolloni (Macerata, 1993).
Languide istantanee polaroid (Affinità elettive, Ancona, 2015), il cui titolo ci aveva lasciati piuttosto perplessi, è un testo composto da brevi frammenti. Fragili, molli, al limite della capacità di dire, non so se per timidezza o per volontà di ridurre il testo all’essenza. Perché sembra svilupparsi proprio questa necessità di dire poco di una realtà in esubero, come se una volontà estranea, aerea, scivolasse nella nominazione, per volere del tutto solo quello che conta: Storia, si arrischia, al posto di storia – che sia un sintomo?

Gianluca D’Andrea


Testi

Io sono la città
sono le case
e i fornelli accesi
sono gli avi
nei secoli dei secoli
sono tutte le mani
di chi mi ha toccato
mia madre: mio padre
sono il sangue dei miei figli
e dei figli dei miei figli
che ancora non sono.

Tutto ciò
io sono
che sembra un destino
accettare la Storia
per intero.

*

È l’inizio ancora dall’inizio,
importa solo il primo
e l’ultimo battito

È la strada che ritorna
sempre uguale a sé stessa
e mai uguale

Che porta dove non si porta:
nel ritorno che vive d’assenza,
nell’assenza che vive senza di te.

*

Qualcosa sta morendo.
Qualcosa
che non trovo il nome,
che porta con sé tutto un silenzio
che senti il silenzio
che pulsa che batte
nelle orecchie
e nelle orecchie ancora.
Qualcosa
muore col suo rumore
ed assomiglia a qualcosa
ma non trovo il nome
non trovo
casa mia
la strada
la sera.

*

La zona pedonale uccide
se non stringi una mano.

Cammino veloce
per scaldare i piedi
per raggiungere posti
i più deserti binari
dove i treni son già partiti
coi bagagli di chi sta fermo.

*

Il tempo è una luce nella testa
che sfonda le finestre dei ricordi
e lascia geometrie
di figure in controluce
cui consuma anche la voce.

Ascolta queste bocche
cui avanza solo il movimento
in un continuo soffocarsi
di voler dure tutto
e tutto il bene
che vorresti sentire ancora,

ma non dice niente
e poi niente
ed è silenzio due volte.

*

Non aprire la porta
che entra il tempo.

Restiamo in fuga
stesi a letto
restiamo sotto
che è più caldo.

Non ha senso
cercare un senso
se a quest’ora
non esiste ora.


frollo
Riccardo Frolloni

Riccardo Frolloni è nato nel 1993 a Macerata. Nel 2010 vince il concorso di poesia “Voci Nostre – Città di Ancona”; nel 2012 compaiono alcune sue poesie nell’antologia Viaggi in Versi diretta da Elio Pecora per “Pagine”. Dal 2014 collabora con la rivista romana “Tafter” e con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna, dove studia attualmente Lettere Moderne.

 

Asclepiade di Samo (ante 310 a.C. – …)

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Isola di Samo, veduta dei resti delle terme di età romana (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

Muore l’Idea e si cade nel basso fermentante della vita. Millenni di disincanto, più nulla. Nessun gioco, tutto gioco. Poco, prima della scomparsa. Semibuio.

Gianluca D’Andrea


Asclepiade (epigrammi scelti)

Traduzione di Alceste Angelini (Einaudi, Torino 1970)

asclepiade

 

II.

Rovescia neve e grandine, manda le tenebre,
abbrucia, scaglia fulmini, sopra la terra
nuvole spingi tutte di fuoco.
Quando mi uccidi potrò desistere.
Finché lasci ch’io viva
anche se più imperversi,
esulterò nell’orgia.
Un dio di te più forte mi trascina:
anche di te, che un giorno gli obbedivi
filtrando tra pareti di metallo,
cambiato, o Giove, in polvere d’oro.

*

VIII.

L’insaziata Filenio m’ha trafitto.
sebbene la ferita non appare
il tormento m’invade fino all’unghie.
Sono spacciato, Amori, perduto, morto:
con gli occhi chiusi ho pestato una vipera.
Ora il mio piede già tocca l’Ade.

*

IX.

Notte, sei tu, tu sola, testimone
di quanto mi fa soffrire
la figlia di Nicò,
Pitíade, coi suoi inganni.
Ci s’era dati convegno:
non da me son venuto.
Tocchi a lei un’altra volta
la medesima sorte,
e teco se ne crucci
davanti alle mie porte.

*

X.

Pioggia e notte. E per l’amore un altro male: il vino.
Soffiava un vento gelido. Ero solo.
Ma più poteva in me la bellezza di Mosco.
«Possa anche tu vagare nella notte
e non s’apra una porta a darti requie».
Questo gridai al ragazzo nella pioggia.
Ma fino a quando, Giove, questo inferno?
Calmati, Giove caro: anche tu conosci l’amore.

*

XI.

È dolce nell’arsura dell’estate
portarsi al labbro un poco di neve;
e quando l’inverno declina
ai marinai è dolce rivedere
la Corona, che annunzia primavera.
Ma la cosa più dolce, se un lenzuolo
copre due innamorati,
e i loro cuori esaltano Afrodite.

*

XIV.

Notte lunga e burrasca:
a mezza via le Pleiadi sommerge.
E io grondante di pioggia
rasento le sue porte,
trafitto dal desiderio
di quella ingannevole.
Non amore ma un fuoco disperante
Cipride m’ha scagliato!

*

XXIII.

Otto braccia più in là, mare, allontana
gl’ispidi flutti. E schiuma a più non posso e grida.
Niente di buono per te se porti via questa tomba:
troverai solo il cenere e l’ossa di Èumare.

*

XXIV.

Tu che t’accosti a questa tomba vuota,
viandante, se giungi fino a Chio,
dì a mio padre Melesàgora
che me e la nave e il carico
disperse l’Euro maligno,
e che d’Evippo resta solo il nome.

*

XXVI.

Non ho ancora ventidue anni
e già sono affranto di vivere.
Cos’è questo male?
O Amori, perché mi bruciate?
Se qualcosa m’accade,
voi che farete, Amori?
Rimarrete certo impassibili
al vostro gioco dei dadi.

*

XXXV.

Quanto m’avanza della vita ancora,
quale che sia la sua durata, o Amori,
concedete che scorra nella quiete.
O fulmini vibrate, non più frecce
contro di me, fino a ridurmi cenere
e spenta brace. Sì, colpite, Amori!
Inaridito nei tormenti invoco
da voi almeno quest’amara grazia.

Elio Tavilla – Poesie da “La cometa” (Gallo&Calzati Editori, 2005)

tavilla-faraglioni
I Faraglioni di Acitrezza (Elio Tavilla)

Elio Tavilla, La cometa (testi scelti)

la-cometaÈ la forza, un fuoco che scalda o incendia nel dissesto di un verbo che si schianta sul mondo. Il resto è uno spazio che si sciampia dall’attrito, si fa “campo visivo” o “campi di dominio” nella battaglia della lingua con un’ostruzione, originaria, e poi civile, fino a un silenzio che ci percuote da troppo tempo. La lingua di Tavilla è un’assenza profonda, come “il nulla accecante di certe/ giornate di sole in meridione” per cui ci aspettiamo il sussulto. Su una tessitura a volte scabra, altre traboccante, necessaria nella sua vitalità, si scardina ogni strettura. L’impalcatura classica, rigorosa, crea blocchi da cui scivolano sentenze, l’imbarazzo gnomico – alla fine delle composizioni qui presentate – riesce a stemperarsi nell’ironia di altre chiusure, costruendo un impianto minerale e viscerale insieme, un nucleo magmatico sempre sul punto di sgorgare. Adesso vorrei leggere questa serie da La cometa (e cos’è questo corpo in caduta, scia di un attimo, brillio nel nulla, se non la parola), immaginando il poeta a scrivere i suoi futuri, indispensabili versi, la sua voce folgorante che ci attira. Buona lettura.

Gianluca D’Andrea


Tutto e subito

TUTTO E SUBITO, a nulla servono gli errori
appollaiati sul filo della roba stesa
contro il sole. Contro tutto e tutti
hai combattuto ed oggi esiti e smetti
di dolerti per il caro incontro con i detti
popolari,
—————–rischi nella vuota conoscenza
che avevi della vita, quindi cieca
è la quintessenza della tua declinazione

una volubile meteora sfuggiva
dal campo visivo dell’estate

*

IL MALE, PROPRIAMENTE, non esiste.
Si semplifica da sé, vistosamente apre
le ali sui fiori dell’infanzia ma dimentica
l’enormità inscalfibile dell’anima che stacca
il suo accordo la e la ritorna come fanno
le voci rievocate tra gole di montagna, un muro
di camelie indemoniate negli amori. Cupo
e disdicevole sarebbe se la scia che portentosa
lascia dissolvendosi, dei corpi mutilati
dalla guerra non si armasse e non dicesse
tutta l’esattezza dell’oro e della luce

*

CALDO ITALIANO DEL DUE GIUGNO, il mio
ricordo contro il tuo che ti tenevi stretto
su per il corrimano degli uffici dello stato
uno indivisibile e
———————————-repubblicano. Amavi
ed ami quel segno sigillato sulle carte
trasmesso come eterno indiscutibile elemento
dei popoli riuniti sotto
giuramento. Grufola
il cinghiale senza alcun timore
resta il barbagianni a sorvegliare un
cimelio d’autocarro nella polvere, tra i tassi

*

E INVECE NO, uno ha la fretta
di andare a vedere. Qualcuno si annulla
nell’accatto, una pena improvvisa
arranca sui cuori e vola come volano
i balestrucci sopra i fumi neri, questa
è la vita
—————-oppure il diversivo
degli obici sui terrazzi, lo avrebbe
schiantato d’emblée e niente scherzi
se alla sera rivoltavano i corpi
per scrutarne almeno i nomi. Non convince
dei gerani l’odore ripudiabile, uno
ha chiesto di finire processato
sotto i denti aguzzi
dei bagliori dell’estate

*

L’APPARENZA CHE LE REGOLE DETTAVA ai nostri
oggettivati campi di dominio, un corpo a corpo
delineato senza infingimento: io dovevo, tu
dovevi, un noi stremato dalle facoltà
di agire senza fiele e l’evidenza che appannava
la coscienza. Un tu per tu che sempre
avevi dominato mentre ora ai passi della sera
fai altri passi verso un cuore
di esperita conoscenza della notte

*

PER QUESTO GIRAVANO A LARGO, per
questo hanno visto assieparsi
figure, ad una ad una cadevano forme
impossibili di trasmutato fuoco
nel candore interiore che si accende
se si muore. Tutto era calmo e fissato
come si fissa l’entropia se portata
al grado termico di zero che a pensarlo
niente è più di un assoluto zero.
Non volevo dirlo ma continuano
a scambiarsi febbre con febbre
e noi con loro, potrebbe

*

QUESTO CHE NEL NULLA rivolgeva
la sua giaculatoria contro il cielo
l’oro fino dei discorsi belli, i tempi
andati come vanno dentro ai bar
le consumazioni verso il fine
loro stabilito
————————–una cosa che, per dire
si arricciava tutta e dipendeva
dalle ali in fiamme se volevi prendere
la decisione giusta oppure no.

I treni che scompaiono per niente
al mondo affiderebbero il potente
decisivo assunto della Firenze-Pisa
in un giorno di morente estate

*

NEL BUIO ACCADEVANO COSE che quasi
erano bagliore, il nulla accecante di certe
giornate di sole in meridione.
—————————————————————Nel buio così
come apparivi dispàri, amavi ed ami
così come solo nei lampi notturni puoi

il crepitare delle interiori fiamme
fa il resto: l’inferno fantasmatico
che temevi. Ai bivî del cuore non devi
dire no, sussurra la sassifraga e si sperde
nel desiderio erratico, perenne
di crescere no

*

TIRA VIA CARRETTO alla deriva stanno
i mostri dell’infanzia, un tuo Cariddi
di suprema ingenuità che aveva
le sembianze della pura verità
e si frangeva
sfaceva su scogliera e fonte
di ogni comprensibile portento.
Lo vedi come passa e scorre
e che rincorre il fortunale appresso
sai, su tutte si rischiarano le armi
destinate principalmente a inganni

*

VORRESTI AVER RAGIONE, la pretendi
tutta interamente, distaccata dall’origine profonda
delle motivazioni vere che hanno assunto
forma d’angeli e corone. È pertanto
che lassù si sfanno le chimere, una idea
che ti viene a visitare sul da farsi
e nella sera, tu che dici un quarto
di quello che vorresti avere detto
e pentirtene nel mentre

———————————————————–basta riconoscere
le ombre che si cibano di ombre che si
nutrono di ombre come un punto alimentato
da una folla di anime dolenti

*

L’AMERICA PASSA, il resto scantona
via dalle passeggiate a mare suburbane
una folata serrata di vento e via
a correre dietro a un berretto di barbiere
lo stalliere tiene dietro ai suoi cavalli e pure
tu che lo trafiggi con lo sguardo hai tempo
per immergerti nel mezzo dell’acqueo vapore
nel reparto più interiore del mercato

certo sai che a mezzo
di costanti ed innevate piste sei
deciso all’imboscata mascolina che anche
non ti aspetti, saturi nel tempo
la vicenda di noi due impressionati
dalle lastre

———————-corre per vincere dicevi
e lo facevi vincere apposta quasi quasi

*

MANTENGONO, MORENDO, le promesse della
buonanotte, un martirologio di minuscoli
eroi saltati in aria per la benedizione
dei sognatori. Cento, mille riduttive
conseguenze dello stare al mondo, vedi
come urge la presenza necessaria dei messia
come i brani di alleluia si confondono nel mucchio
della messinscena generale. Unicamente
il tram serale ti riaccende di speranza
un che di frainteso vitalismo
sulle bocche tatuate degli indiani.


elio-tavilla
Elio Tavilla

Elio Tavilla. Nato a Messina, nel 1957, vive e lavora a Modena, dove insegna Storia del diritto italiano presso la Facoltà di Giurisprudenza. È stato fondatore e redattore della rivista “Gli immediati dintorni. Rassegna di poesia contemporanea” e di “Frontiera”. Dopo aver stampato alcuni libri, che lo hanno immediatamente segnalato alla critica più attenta come 24 poesie (edizione privata, Messina 1980), Il cubo e l’assenza, con prefazione di Maria Luisa Spaziani (Premio internazionale per l’inedito Eugenio Montale 1983; Società di Poesia, Milano 1984), Concetti semplici, con prefazione di Rosita Copioli (Prova d’Autore, Catania 1989; finalista al Premio Alfonso Gatto 1989), Piccola antologia (I Quaderni di Rossopietra, Modena 1990), Fiori & Configurazioni, con postfazione di Salvatore Jemma (Quaderni del Masaorita, Bologna 1996, 100 copie numerate a mano), L’amore di due, con postfazione di Alberto Bertoni (Book Editore, Castel Maggiore 1999; Premio Dario Bellezza 2000; finalista al Premio San Pellegrino Terme 2000), La cometa, con nota introduttiva di Giampiero Neri e postfazione di Emilio Rentocchini (Gallo&Calzati editori, San Giovanni Persiceto 2005; Premio Sandro Penna 2005), ha preferito continuare a pubblicare i suoi versi raccogliendoli in piccole, preziose plaquettes stampate al computer. Suoi testi sono apparsi sulle riviste “Discorso Diretto”, “Steve”, “L’Ozio Letterario”, “Lunarionuovo”, “Anterem”, “Lengua”, “Poetica”, “Gli Immediati Dintorni”, “Frontiera”, “Tellus”, “Omero”, “IBC”, “Origini”, “Colophon”.

Silvia Bre – Poesie da “La fine di quest’arte” (Einaudi 2015)

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Sebastián Piñera mostra il biglietto scritto dai 33 (fonte Wikipedia)

Silvia Bre – La fine di quest’arte (testi scelti)

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Ecco la notte, ciò che ti oltrepassa
e ti lascia dove non sei
dentro un altro dominio
dentro un altro.

Solo un gallo ancora muto che non vedi
è più che mai il suo canto
nell’aperto di un’idea, in un’alba
che viene e viene tanto che ti svegli.

*

Entierro

Dal 5 agosto al 13 ottobre 2010
trentatré minatori sono rimasti sepolti
nella miniera San José di Copiapó (Cile).

 

Fiore che si depone
ai propri piedi
e con il collo piegato dai raggi
devasta tutte le scene,
ecco che noi sorgiamo
eloquenza della pena
incatenati
dove l’aria sovverte il respiro
in archi tanto acuti che si muore
e la caduta è libera di cominciare.

Estamos bien nella terra che ci mangia
per atroce diritto, la radice da cui siamo
fuoriusciti di testa dentro il tempo
violento del cielo
quello del glicine
che si torce un braccio alla volta tra i sibili
e sale lungo le bianche sere
sulle notti, finché sboccia
crollando azzurro nel suo aprile.
Qui è nero, s’inala attesa
ed è una festa di ubriachi
estasiati dall’umido della vena gonfia
suoi globuli
a ristagno nella quinta essenza
al bordo di tutte le vite.
Che storia godere da vivi la fama dei morti:
ogni momento sta naturale nella sua purezza
come piombato in un emblema d’oro
ogni parola pesa il suo giusto
che è miracoloso –
ha nevicato in tutti noi oggi
perché qualcuno ha bisbigliato neve.
I nostri giorni adesso
sono vostri, son tornati da voi
i lontani –
noi ci accostiamo insieme
al denso cuore che rallenta
un’ala profumata leva le mani dalle facce
e sotto resta l’occhio
la nuda qualità che ci è propria
ci siamo noi nella povera luce.
Estamos bien qua sotto
come bambini nella disobbedienza
con questo senso che nel cervello
dorme e si sveglia al fondo
di un silenzio minerale –
il nome che ci detiene urla da solo
tatuato sui muri.
Nell’antro stretto il pensiero s’incurva
tanto vicino ai corpi da sembrare
uno specchio che ci osserva
è come se quello che diciamo
fosse ciò che prega d’esser detto
per rimanere intorno
come una stagione –
uno splendore minimo incendiarsi
allucinati non troviamo altro
lampi
dell’estate in un sudario.
Pare impossibile a quelli che eravamo
e ancora spostano i piedi scorticati
calmi nella memoria della terra
amandone la forma con le mani.
Noi cambiamo.
A turno uno veglia
ripara nella solitudine la tana
più insicura, la figura del vivere
mentre si sfalda teneramente, mentre
il fuori arriva. E molti dormono
tuffati nel guscio aperto
dove i mondi si urtano uno con l’altro
come all’ombra di un sole.
L’aria che ci respira è inesauribile.
Così lontani non torneremo mai –
ci riusciranno altri
quelli che stanno muti in fila per salire
sradicati come gli esuli, gli spaesati
i nati appena

*

La poca la povera cosa
si mette davanti, s’imposa
come una donna nascosta
in un velo da sposa.

E io maledetta che ho scelto
la sua parte, quel buio senza ritegno
in cui cadere,
la fine di quest’arte.

*

Quell’attimo d’agosto
dura ancora
la camminata l’arco
di un passare solitario
sulla città che scintillava
dietro i gas

la vita si era sciolta
dalle parole
tutta ferita
si trascinava via
ugualmente –
un male ce non smette
con cui si paga un po’ di conoscenza
una più chiara percezione del reale.

*

Lo si sa sempre
che verrà un momento
– è già qui in agguato è sotto è dentro –

in cui il disordine l’avrà avuta
vinta a tutto campo
senza neanche un superstite

un abc, un qualunque fondamento
generale, un solo gesto.

Ma forse anche le cose come stanno
hanno un ordine

tanto più vasto
da uscire dall’inquadratura

da non entrare mai
in nessuna mente

così il massimo di reale combacia
con l’astrazione pure

come quando la notte
essere e non essere
niente
si equivalgono.

*

So,
lie there, my art.

W. SHAKESPEARE
—-The Tempest

 

Ma se quelli raccolti intorno a un fuoco
i rapiti da una così lontana cosa da non essere lì
se quelli che sono qui perché son corsi
dietro un’immagine che li ha trapassati
prima di andarsene
e dunque noi che sentiamo le voci
venire dalla note
con le nostre parole e altri accenti
il loro insieme barbaro che sa le storie delle pietre
degli oceani
noi tradotti in un luogo sconosciuto per essere lacune
d’altri luoghi
segreti vivi che si pentono di non poter tacere

aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaalba ti alzi
aaaaaaaaaaaacos’hai da raccontare che non sia
quello che porti nelle tue cellule di sole.

Per il fine settimana – Stefano Pini suggerisce Giovanni Turra

scarpoini
Vincent Van Gogh, Scarpe con i lacci (1886), Van Gogh Museum, Amsterdam

Giovanni Turra, Con fatica dire fame

Issata sopra molle la mia testa
e balla a ogni alzata di spalle
e crolla giù. E se faccio no col capo,
mi si rovescia l’occhio nell’occhiaia.
Non ho equilibrio come vedi
né sostegno alcuno. E calzo
spaiati due trentotto, entrambi
destri. E non posso portar pesi.
Neppure la sportina con il miglio
e la foglia di lattuaga.
E quando con fatica dico fame,
mi accennano con gridi dalla strada,
non mi lasciano frinire.


Con fatica dire fame è la dismissione del poeta, della sua maschera, che cede alle necessità del reale. Giovanni Turra attua questa svestizione attraverso il linguaggio, con un lavoro di precisione millimetrica e gli endecasillabili che appaiono e scompaiono, un ritmo compassato ma potente di una poesia piena e consapevole. Lo scarto tra voce e mondo è incolmabile, ma non si può che dirlo, mentre si prova attraverso i segnali del corpo a esperire il quotidiano da cortile che è quello che possiamo. Una fame a cui siamo inesorabilmente costretti, inadeguati come si presenta il poeta. Questa fatica dovrebbe portare agli altri, ai compagni di appartamento, di palazzo, di città. Ma si finisce soli, con la propria penna. Umani troppo umani.

Stefano Pini