Michele Mari: Estratti da “Leggenda privata” e “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” – SOTTO L’OMBRELLONE

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Michele Mari (Collage di Gianluca D’Andrea)

Michele Mari: Estratti da Leggenda privata e Cento poesie d’amore a Ladyhawke – SOTTO L’OMBRELLONE

Questa notte, in sogno, ho scoperto una cosa interessante sui Ciechi: lo sono perché, toltisi gli occhi, li hanno disposti per tutta la casa, ben nascosti in luoghi strategici. poi, a certi intervalli, fuoriescono dalla Cantina, recuperano gli occhi e se li riadattano: in questo modo vedono tutto quello che è successo nel frattempo, come la registrazione di un sistema di telecamere a circuito chiuso: ogni tanto però qualcuno si mette il bulbo di un altro, donde una serie di alterchi. Questo significa che se esplorassi accuratamente la casa e trovassi tutti quegli occhi, e li prelevassi, i Ciechi non mi vedrebbero più, ma… mi chiedo… non sarebbe ancora più spaventoso? Essere nel loro buio voglio dire, essere cercato da chi vuole indietro qualcosa? Nel dubbio, meglio non contrarre debiti…

(da Leggenda privata, 2017, p. 35)

La marca di gelati alternativa e per noi bimbi persino trasgressiva (non fosse per l’audacia di sfidare l’impero-Motta), era Algida (fondata 1945), forte del suo Cremino (omologo del Montanello) e del prepotente Cornetto: dunque, perché le Bergonzi smerciavano prodotti Motta sotto l’insegna della concorrenza? Era una frode calcolata” E che figura ci facevo, io, a chiedere qualcosa di più vecchio dell’offerta commerciale? Poi, sotto il famoso pergolato delle Mutande della Serva, una folgorazione mnemonica, intensissima e vivida: un bimbo che insiste, «Posso dire una parola?» e reinsiste più volte, finché i Rokes concedono: «E dilla!», e quello: «C’è un Algida laggiù che mi fa gola!», al che corrono tutti laggiù, Shel Shapiro compreso. È troppo, pensare che in momenti come questi si celi più storia e più religione che nell’Iliade, nel Mahābhārata, nel Beowulf? D’altronde, «C’è un Algida laggiù che mi fa gola» è un perfetto endecasillabo, Dante avrebbe potuto metterlo in bocca a Mastro Adamo, quando rimpiange i ruscelletti del Casentino…

(da Leggenda privata, 2017, p. 43)


Testi da Cento poesie d’amore a Ladyhawke (2007)

Chi eri nel mondo dei vivi
chiese il passero allo spaventapasseri

Un uomo
che non suscitò in chi amava l’amore
per questo ti posi impunemente
sulla mia manica vuota

*

Se aveva ragione Cavalcanti
nel dir ch’ogni sospiro è un nostro spiritello
che tremulo e perplesso
si mette in viaggio
alla ricerca della persona amata
e giunto al suo cospetto sbigottisce
che resta ormai di me
sputnik
che ha esaurito i suoi messaggi
per il pianeta Terra?

*

Per più di trent’anni
ti ho abusata
fingendoti secondo dittava il mio capriccio
e come cera molle ti ho plasmata
e rifusa e riplasmata

Ma adesso che mi hai offerto
specimina precisi dei tuoi giorni
opponi resistenza
e imbrigli il mio delirio

Così il solipsismo si fa impuro
ed il romanzo uggioso
onta suprema
per chi da sempre nei romanzi aborre
il manzoniano vero

*

Coincidere con chi si è diventati
credendo sia saggezza
è il più facile dei tradimenti
perché il suo castigo è nella pace

*

La fiaba degli amanti
cui un maleficio tolse
d’incontrarsi
———(donna di notte lei
——————————e con la luce falco
———lui con la luce uomo
—————————-e nottetempo lupo)
ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume

*

Il tuo silenzio
dici
è pieno di me

Così so
come si sentono i morti
pensati dai vivi

*

Il nostro fidanzamento è morto

Adesso lo imbalsamo
poi mi iscrivo a un corso da ventriloquo
e come Norman Bates
apro un motel

*

I poeti latini
avevano una splendida espressione
per indicar le stelle che cadono in estate:
labentia signa
cioè segni scivolanti

Tale mi sembra il tempo
in cui ci siam baciati
scia luminosa
passata troppo in fretta

L’astrofisica insegna tuttavia
che quel teatro
caro ai bambini ed agli innamorati
non è caduta e non è scivolamento
ma solamente morte

*

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
ed il commento dice
due imbecilli

*

Avendo la testa montata all’indietro
non so cosa mi aspetta
ma quando cadrò nel vuoto
starò certamente ammirando
la sinossi di tutti i nostri incontri

“Infine capovolti”, un inedito

11.03

Infine capovolti

“Let be be finale to seem”
Wallace Stevens

I piedi e la testa capovolti,
provando a profetizzare sul mondo
ci si trova scorticati e rovesciati
sul pavimento della storia.
Per questo vedo parrucche biondo
platino sfrecciare nei cieli notturni,
sbandierando un esotismo
che non vuole resistenza. Sherazad
sarà la storia o queste parole
a raccontarcela per dire che resistere
è questo sogno orientale e interessante,
fatto di sottosuoli sfruttabili, incroci
mercificati e scambi a fibre ottiche.
Perché non ti guardo straniero
che non voglio conoscere per il rischio
della diversità. Ma amo indossare
l’uniforme della mia mediocrità,
assiso sul mondo, sulla virtù
che ha sostituito con un cenno
la possibilità di condividerci.
Scià, presidente, spettro del reale.

(Gianluca D’Andrea, inedito)

Per il fine settimana – Stefano Pini suggerisce Giovanni Turra

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Vincent Van Gogh, Scarpe con i lacci (1886), Van Gogh Museum, Amsterdam

Giovanni Turra, Con fatica dire fame

Issata sopra molle la mia testa
e balla a ogni alzata di spalle
e crolla giù. E se faccio no col capo,
mi si rovescia l’occhio nell’occhiaia.
Non ho equilibrio come vedi
né sostegno alcuno. E calzo
spaiati due trentotto, entrambi
destri. E non posso portar pesi.
Neppure la sportina con il miglio
e la foglia di lattuaga.
E quando con fatica dico fame,
mi accennano con gridi dalla strada,
non mi lasciano frinire.


Con fatica dire fame è la dismissione del poeta, della sua maschera, che cede alle necessità del reale. Giovanni Turra attua questa svestizione attraverso il linguaggio, con un lavoro di precisione millimetrica e gli endecasillabili che appaiono e scompaiono, un ritmo compassato ma potente di una poesia piena e consapevole. Lo scarto tra voce e mondo è incolmabile, ma non si può che dirlo, mentre si prova attraverso i segnali del corpo a esperire il quotidiano da cortile che è quello che possiamo. Una fame a cui siamo inesorabilmente costretti, inadeguati come si presenta il poeta. Questa fatica dovrebbe portare agli altri, ai compagni di appartamento, di palazzo, di città. Ma si finisce soli, con la propria penna. Umani troppo umani.

Stefano Pini

Per il fine settimana – Lorenzo Mari suggerisce José María Gómez Valero

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Joseph Decker (1853-1924), Scoiattolo

JOSÉ MARÍA GÓMEZ VALERO

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José María Gómez Valero

Nato a Siviglia nel 1976, José María Gómez Valero ha pubblicato le seguenti raccolte: Miénteme (Qüásyeditorial, Coria del Río, 1997), El libro de los simulacros (Ayuntamiento de Lepe, Lepe, 1999), Travesía encendida (Vitruvio, Madrid, 2005; Premio Internacional Ciudad de Mérida), Lenguajes (Imagoforum, Siviglia, 2007) e Los augurios (Icaria, Barcellona, 2011; Premio Internacional Alegría).
Inoltre, ha collaborato con David Eloy Rodríguez e Miguel Ángel García Argüez nella scrittura dei libri illustrati di racconti per l’infanzia Este loco mundo (Cambalache, Oviedo, 2010) e Cosas que sucedieron (o no) (Cambalache, Oviedo, 2013).
Con gli stessi autori e poeti, Gómez Valero ha dato vita alla compagnia teatrale e poetica La Palabra Itinerante, matrice di alcuni progetti artistici interdisciplinari, che miscelano teatro, musica e poesia, tra i quali si possono ricordare:
Todo se entiende sólo a medias (www.soloamedias.net) e Su mal espanta (www.sumalespanta.blogspot.com) e le collaborazioni con artisti come María Cerón e Patricio Hidalgo Morán, tra le quali si annovera l’opera audiovisuale Un mundo en palabras, X Premio Migraciones della Junta de Andalucía).
Lo stesso collettivo fa parte della redazione della casa editrice sivigliana Libros de la Herida (www.librosdelaherida.blogspot.com) e della rivista Mordisco (www.revistamordisco.wordpress.com).

Tutte le traduzioni sono apparse sulla rivista ALI, diretta da Gian Ruggero Manzoni, che ringrazio per la gentile concessione dei testi, e nell’antologia “Canto e demolizione. Otto poeti spagnoli contemporanei” (Thauma, 2013) a cura di Alessandro Drenaggi, Luca Salvi e Lorenzo Mari.

Da Travesìa encendida (2007)

Contemplas la tragedia
como el bosque el incendio.
Sin comprender.
Contemplas la tragedia
igual que ves morir una canción
o escuchas una vela que se apaga.
Igual que una ardilla observa un reloj.
Sin comprender.

*

Contempli la tragedia
come il bosco l’incendio.
Senza capire.
Contempli la tragedia
nello stesso modo in cui vedi una canzone morire
o ascolti una candela spegnersi.
Nello stesso modo in cui uno scoiattolo osserva un orologio.
Senza capire.


HOGAR

Edificaste tu casa
con tan sólo un ladrillo.
Tenía puertas y ventanas,
paredes y trampas.
Incluso un ladrillo
al que te abrazabas
en las noches más frías.

FOCOLARE

Usando solo un mattone
ti fabbricasti la casa.
Aveva porte e finestre,
pareti e trappole.
Un mattone, anche,
che abbracciavi
nelle notti più fredde.

Da Los augurios (2011)

APUNTES PARA UNA BIOGRAFÍA CUALQUIERA

Nacer,
memorizar los signos,
ocupar una celda
en la intemperie.

Reconocer a tientas
el rigor de los límites,
los contornos del orden.

Asistir cada día
a lo pactado.

Mirar el agua,
saciarse en su sabor,
convivir con la sed.

Acatar los dictados de la norma,
eludir los dictados de la norma.

Jugar a cosas serias.
Mentir de corazón.
Arroparse sin sueño.

La noche,
los velos, los desvelos,
la voz
de la sólida sombra.

Despertar,
abrir los ojos,
ansiar el tiempo
en el que nada se derrumba.

*

APPUNTI PER UNA BIOGRAFIA QUALSIASI

Nascere,
memorizzare i segni,
occupare una cella
nell’intemperie.

Riconoscere a tentoni
il rigore dei limiti,
i contorni dell’ordine.

Assecondare ogni giorno
ciò che è stato stabilito.

Guardare l’acqua,
saziarsi con il suo sapore,
convivere con la sete.

Ossequiare i dettati della norma,
eludere i dettati della norma.

Giocare alle cose serie.
Mentire di cuore.
Coprirsi nell’insonnia.

La notte,
ciò che vela, ciò che sveglia[1] ,
la voce
dell’ombra solida.

Svegliarsi,
aprire gli occhi,
trepidare il tempo
in cui niente crolla.

(Inedito)

APUNTES PARA UNA ESTRATEGIA

Ellos,
quienesquiera que seamos,
siempre serán más.

Nosotros,
quienesquiera que sean,
siempre seremos menos.

Una vez dicho esto,
pasemos a la acción.

*

APPUNTI PER UNA STRATEGIA

Loro,
chiunque siamo,
saranno sempre di più.

Noi,
chiunque siano,
saremo sempre di meno.

Detto questo
passiamo all’azione.


[1] Con questa scelta di traduzione s’intende rendere, almeno parzialmente, la ricca polisemia dell’accostamento tra ‘velos’ y desvelos’ presente nel testo originale: mentre ‘velos’ rimanda ai ‘veli’, a ciò che copre la vista, ‘desvelos’ si può tradurre sia come ‘svelamenti’ che come ‘veglie’ [n.d.T.].

Per il fine settimana – Cristiano Poletti suggerisce Mario Benedetti

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Vincent Van Gogh, La panchina di pietra, 1889. Olio su tela, 45 x 51. Museo d’arte di San Paolo, Brasile

Mario Benedetti, da Tersa morte, Mondadori 2013

Il tram a Milano in viale Monte Nero,
eri seduta a guardarlo come guardavi i treni.
Con la bicicletta senza i freni,
dopo il passo di Monte Croce
per andare a Attimis, a Forame,
è stata una fortuna non cadere, sfracellarsi.
Sapevo che c´eri, che eri vicino a guardare
mentre io pensavo, e ti trattenevo.
Come una foglia tra le foglie
eri sulla panchina. C´erano alberi e alberi,
e il tuo viso, il vestito del solito blu.
Madre, persona morta
in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.

(p. 22)


Niente di finto, o falsato. Un soffio, questi versi. Una voce, forgiata dalla solitudine, dice di vedere nuda la vita. La vita della madre, che il poeta trattiene per intero nel dipinto di un ritorno. La trattiene perché dentro quel dipinto ritrova il codice della sua stessa esistenza.
Bastano pochi tratti: una bicicletta, il colore usuale di un vestito.
Guardare è il cuore, ripetuto, di questa poesia. Umili, gli occhi: di fronte hanno il corpo deposto. Il linguaggio è plastico, vuol farci toccare la perdita. Non è idea, è corpo appunto, carne. Con parole che sono sulla pagina (luogo della deposizione) perché non sono, semplicemente non sono più, fuori dalla vita.
Ecco, oltre o prima di ogni stilistica, qui si mostra un corpo a corpo, tra non dire più e doverlo comunque dire: “mentre io pensavo”, la madre c’era, era “vicino a guardare”.
Prima della voce che lo dice, prima del linguaggio, lei come lo sguardo, era (ed è) l’inizio, sempre.

Cristiano Poletti


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Mario Benedetti (foto: Dino Ignani)

Mario Benedetti (Udine, 1955) si è laureato in Lettere con una tesi sull’opera di Carlo Michelstaedter all’Università di Padova, e si è diplomato poi in Estetica presso la Scuola di Perfezionamento della stessa Facoltà universitaria. Nel 1994 si trasferisce a Milano. È stato tra gli animatori della rivista di poesia “Scarto minimo” (1986-1989). Le sue opere poetiche sono: Secoli della primavera (1992), Una terra che non sembra vera (1997), Il parco di Triglav (1999), Borgo con locanda (2000), Umana gloria (2004), Pitture nere su carta (Mondadori, 2008), Tersa morte (2013). Nel 2010 ha pubblicato la raccolta di prose poetiche Materiali di un’identità.

Altro 25 aprile

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Altro 25 Aprile (da “Conglomerati”)

Per il fine settimana – Francesco Maria Tipaldi suggerisce Jack Underwood, Carsten René Nielsen e JAMES JOYCE

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Alla vigilia della presentazione napoletana della collana EDB “poesia di ricerca” (24 Aprile – exAsilo Filangieri – ore 18), mi fa piacere condividere la buona poesia degli autori stranieri in collana.

Presento qui alcuni tra i testi più interessanti a noi pervenuti nel corso dell’attività di scouting.

Francesco Maria Tipaldi


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Jack Underwood

Questo è Jack Underwood, inglese (nato a Norwich nell’84), la sua poesia è decisamente brillante. Underwood ci parla d’amore, di felicità. Il suo immaginario è popolato da asparagi, scarpe da calcio, bestie. Alla fine ci sembra del tutto naturale incontrare satana tra fish and chips o vecchi calzini. Un suo verso: “I showed the devil your photo and he wept… you tempted and turned him”.

 

Donnola

Donnola, è finita così,
con le tue cosce come alti bicchieri di latte,
il tuo pelo color biscotto,
occhi simili a qualsiasi tipo di acqua profonda.
È finita con queste budella attorcigliate, serpeggianti,
che avevamo quando eravamo ancora giovani –
quelle budella appallottolate come calze di un pomeriggio
rubato al college.
È finita con gli impulsi spastici e ritmici
che risalgono sottopelle al minimo
spostamento dei tuoi fianchi da donnola,
o con uno dei ventisette baci
che potrei schioccarti sulla bocca,
con la giusta temperatura e dizione.

Ho mai avuto fame?
Non eri la fine di tutti i digiuni?


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Carsten René Nielsen

Carsten René Nielsen, invece è danese, nato nel 1966. La sua poesia è surreale, camaleontica, inquietante. Ogni poesia di Nielsen porta un’immagine nella mente del lettore. Nel corso della poesia l’immagine si allarga, si arricchisce di dettagli, descrive se stessa fino allo sfinimento, fino alla negazione. Il lettore è proiettato in una stanza poco illuminata, nel buio di un primo pomeriggio in Scandinavia. Non mancano animali.

 

Pinguino

Questo è il luogo: Un appartamento con le tapparelle abbassate,
una cucina refrigerata. Eccolo dietro le nostre ombre, su piedi
che non sono mai uniti: Divora grasso, depone uova di grasso.
Quando si illumina con una torcia la sua pancia bianca,
si può vedere il cono di luce vagare dentro la schiena nera.
Nosferatu, sussurriamo noi.


joyce
James Joyce

Il terzo autore che presento, anche se non esattamente in vita, probabilmente all’epoca del GIACOMO JOYCE (libro introvabile, finalmente riedito e ritradotto) era giovane e innamorato. Sto palrando di James Joyce. Se amate la sua scrittura, non potete perdervi questo piccolo capolavoro.

– Jim, amore! –
Morbide labbra risucchiando baciano la mia
ascella sinistra: un bacio avvolgente su miriadi di
vene. Brucio! Mi rattrappisco come una foglia che
brucia! Dalla mia ascella destra sbuca una zanna
fiammeggiante. Un serpente stellato mi ha bacia–
to, un freddo serpente notturno. Sono perduto!
– Nora!


*Le traduzioni dall’inglese sono di Alberto Pellegatta. Dal danese ha tradotto Elena Graziano.

I libri da cui le poesie sono tratte:

WILDERBEAST – JACK UNDERWOOD/FRANCESCA MOCCIA – EDB EDIZIONI
8 ANIMALI E 14 MORTI – CARSTEN RENE NIELSEN/MANUEL MICALETTO – EDB EDIZIONI
GIACOMO JOYCE – JAMES JOYCE – EDB EDIZIONI

info sull’evento a Napoli:

http://www.exasilofilangieri.it/poeti-allasilo-incontri-di-poesia-contemporanea/

https://www.facebook.com/events/372663579591493/

Per il fine settimana – Andrea De Alberti suggerisce Massimo Ferretti

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René Magritte, Poison 1939 | Gouache | 356 x 406 mm. Edward James Foundation, Chirchester, Sussex

Massimo Ferretti, Allergia (1952-1962), Marcos y Marcos 1994

 

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“TRA CENTRO E PERIFERIA – Le lettere di Massimo Ferretti” in Fabio Pusterla, “Il nervo di Arnold – Saggi e note sulla poesia contemporanea”, Marcos y Marcos, Milano 2007 (elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea).

1955
la vostra angoscia è la mia felicità

Ieri avevo un cappotto pesante e immobile
come una notte d’inverno: ed era inverno: era
inverno nella terra coperta di freddo nel lavoro
instancabile delle grondaie nell’albero nudo, ma
soprattutto era inverno nel cuore. Vedevo muo-
vervi sull’asciutto: e vi invidiavo; m’eravate tanto
lontani: e penavo.
Non ho potuto capirvi: solo a parole l’acqua
che usciva dalle banche era odiata, solo a parole
la giustizia inseguita e la “verità” rivelata: adden-
tavate le mele e poi vi pentivate – e un’ora dopo
da capo: a mordere e a piangere.
Non ho avuto paura: ho preso il sangue come
calamita: per bruciare il chiasso del cartone ed
affermare la realtà del ferro.
I dolori esatti le virtù siglate i venti di polvere
sacra li ho lasciati alla vostra ingorda sapienza.
I miei musei sono i negozi e il vetro che amo è
quello che taglia.
Ho visto le montagne da vicino, ho letto tutti
i libri che ho voluto, e quando sono stato male
mi sono curato.
Ho giocato e forse ho perduto, ma non sono
pentito; mi piace scegliere e non soffro a sbaglia-
re: il mondo si scopre nel mondo: la vostra
angoscia è la mia felicità.

*

In trattoria

In questa trattoria di gente stanca
dove mangiare significa reagire,
dove la grazia d’una dattilografa
si percepisce nel tono delicato
d’un piatto di fagioli chiesto tiepido,
dove un viaggiatore analfabeta
emancipato per via dello stipendio
spiega a una turista anacoreta
che il rialzo dei biglietti ferroviari
dipende tutto da questioni atlantiche –
non ho ragione d’essere contento
se il cameriere lieto della mancia,
leggendo la commedia del mio viso
m’ha detto che ho una maschera da negro?

In questa trattoria di gente ottica
dove non so salvarmi dagli sguardi,
condannato al sentimento della morte,
serrato tra furore e timidezza –
non ho ragione d’essere felice
quando divoro una bistecca che fa sangue?

Il mio complesso è una tragedia antica:
devo scrivere e vorrei ballare.

*

I

Ho abitato in tutti i paesi di questa città.

La città era queste camere senza finestre
-sono quelle che costano meno-
la notte la porta lasciata aperta dal sonno
arrivato prima che l’ultimo filo di tabacco
si fosse tolto il cappello
del commiato ironico d’un amico educato,
e il mattino il gatto e il bambino
venuti a vedere l’atto unico
dello spettacolo che è un giovane che dorme.

Non ho domandato
se nel sonno sembravo contento,
ho chiesto alla cameriera soltanto se ero più bello.
Disse di no –ridendo-
mentre scendevo le scale
che salivano le scolare d’una scuola di taglio.

Nella sala di scrittura del porto
-i treni salpano dalla stazione-
da una lettera ho copiato un racconto.


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Massimo Ferretti

Massimo Ferretti nacque a Chiaravalle nel 1935 e morì nel 1974. Il rapporto con la scuola e con il padre furono per lui sempre motivo di conflitto e di scrittura. Fu Pier Paolo Pasolini per primo a pubblicare su “Officina” estratti dalla sua prima plaquette. Nel 1959 grazie all’interessamento di Giorgio Bassani esce il poemetto autobiografico “La croce copiativa” in “Botteghe oscure”. Si inserì, come afferma Massimo Raffaeli, fra “lo sperimentalismo problematico bolognese” degli anni cinquanta e sessanta e “quello terroristico delle nuove avanguardie” divenendone come “l’intersezione”.

Andrea De Alberti

Per il fine settimana – Sebastiano Aglieco suggerisce Alberto Bertoni

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Larve all’interno delle celle (fonte, agraria.org)

Alberto Bertoni, Traversate, Società editrice fiorentina 2014

Si potrebbe partire, per intendere i fili portanti di questo libro, dalla sezione “Un teatro senza animali”, piuttosto che dai due bellissimi requiem d’apertura dedicati alla scomparsa del padre e dell’amico Stefano Tassinari.
Questo teatro senza animali fa riferimento, in dialogo, alla poetica naturale di Giampiero Neri a cui è dedicato, significativamente, ad inizio di sezione, il testo “Una larva”: come in un sogno, o un’allucinazione, il poeta immagina di aver partorito una larva dal polso, di averla curata per un poco come un figlio e infine di averla schiacciata – forse – “annichilita dalla pressione delle dita”.
Si declina, dunque, un rapporto ambiguo con la morte, presente in ciascuno di noi in forma di elemento naturale e che a volte si palesa come presagio, in alcuni momenti della giornata – la ferocia delle ombre -.
Il tema della larva, ma ora da intendersi letteralmente come sostanza dei fantasmi, appare nella prosa “Il cane”, in cui il poeta viene assalito dai latrati della bestia che, guardandolo, riconosce in lui la stessa sostanza della gente proveniente da “un buco di buio: vero, metafisico, assoluto!”. Perché quelle larve, dice il poeta “(fibre vibranti appena più chiare, voci scomposte, gutturali, e strappi nella pelle del silenzio) mi sono penetrate fino in fondo: e adesso sono io, solo io, il pozzo d’acqua Nera, l’istinto omicida, un senso di integrale smarrimento”.
Il teatro senza animali, dunque, sembra voler consegnare la poesia alla vita abrupta abbassando il valore della maschera sociale. Naturale è, in fondo, tutto ciò che si oppone al suo stesso disfacimento e questo cane che latra sembra voler negare la leggerezza delle forme, ora divenute materia di sogni o di incubi.
Si capisce, allora, l’estrema ratio della descrizione della perdita nelle prime due sezioni, un iperrealismo che rinuncia al senso di ciò che si nasconde dietro le cose, all’armamentario metaforico storicamente stratificato di ogni bestiario.
Esiste, dunque, nel libro, un contrasto per niente pacificato tra l’animale come forza che si mostra nella sua nuda e perfetta forma, e l’ironia delle maschere; tra il puro esistente – lo specchio che ci avvicina alla sostanza dell’altro – e l’exsistere. Così, il senso di questo bestiario descritto da Bertoni in dedica ad amici, risiede nelle qualità intrinseche che si travasano dall’uomo alla bestia, per somiglianza, appunto, ma con la netta preponderanza di una fisionomia quasi lombrosiana; un realismo spesso minuto, fatto di paesaggi e cose che si disfano sotto ai nostri occhi, incistati nell’esperienza quotidiana del dolore e delle gioie fugaci.
Questo contrasto tra vitalismo e disfacimento, è riassunto da Bertoni nella figura metaforica dell’anfesibena, il mitico serpente in cui capo e coda si confondono, dotato di una testa per ogni estremità del tronco: “faccia doppia del tempo / convivenza di opposti, cuore di sirena”.
Il libro si apre con la morte del padre e si chiude con la morte della madre, lasciando la questione della parola e della vita all’erranza, senza sottrarsi, per orgoglio smisurato, al finale scontato di tutte le cose.

Sebastiano Aglieco

Testi

NONA STAZIONE

Sdraiarmi al tuo fianco
godere anche del rantolo
quando si allunga fino
al terremoto dell’addio

Questo l’unico senso
questo crollo del ritmo
sillaba, diaframma, silenzio del respiro
e subito immobile la fiamma
ripiegata oltre la strada la risacca
mentre spunta l’alba
di sbieco sui vicoli le piazze di Ferrara
noi due distratti come sempre al suono
di cui il mondo può far dono
dal ramo fiorito uno zirlo
forse il codirosso pronto al volo
e come, dopo
tutto resta immobile
senza più battito di cuore

Vivo solo il taglio del dolore
dato e subìto,
immane, definitivo

*
IL GATTO

Il tramonto più di lato
e quel gatto fra gli alberi acquattato
che ti sbircia dal basso
non sai chi è cosa vuole
l’essere arcano che di taglio
sbuca dal mondo accanto
è il graffio di gelo nel caldo
che mette in allarme una madre
alla prima bava di vento, di
trasparente cielo

E io resto lì, di sbieco
assisto a uno sfacelo
d’azzurro cinerino e del giallo più spento
che mi colpisce all’occhio destro
rifluisce nel tempo, mi fa spazio
col gomito teso quando sento
l’urto degli atomi nel cosmo
il buio come cibo

*

CROSTACEI

A Roberto Alperoli

Una luce di cenere, tale e quale
dove ricomincia il mare
e tutt’attorno barche
da calafatare, gusci di crostacei,
baracche, sterpaglie

Ma nessun mare ricomincia
oggi, dalla cenere
e le barche, le baracche, i crostacei
non servono a fermare
la miseria dei giorni senza pioggia
che dobbiamo attraversare
neanche fossimo qui per ingoiarle
gerbéne e jacarande
goderne insieme il retrogusto
sulle palpebre, le orecchie, la radice delle bocche

Dietro il sole
torno piuttosto alle mie lanche
al silenzio della mente che decade
unico lascito del cielo

una carta delle caramelle per la tosse
fino alla macchina attaccata
sotto la suola delle scarpe

*

L’APE

Un certo dato stabile di atmosfera
la scia di qualcosa che trapela
controluce un luccichìo, un profilo, lo scricchio di una suola
mentre esplode la gioia di tuo padre che torna
dal bar, dall’altro mondo delle carte
fumoso, pieno di risate
in piedi sulla bici ferma
e noi qui, soli, ad aspettare
senza smettere di esistere
nonostante le abat-jour schermate
l’odore di stantio che una madre claustrofobica
imponeva le notti d’estate
quando non mi affaccendavo
ascoltando la musica dei Beatles
e sopraffatta un’ape
in fretta trapassava da Liverpool
a Modena, sul davanzale

*

IL BARISTA

Fa il barista e lo vedi
che assesta tovagliette, distribuisce tazze
agli avventori del mattino presto
qualche volta assegna posti
secondo i bisogni diversi
delle coppie, degli studenti a gruppi, dei tizi solitari
che si guardano attorno
e lì restano immobili
fino al primo cenno di impazienza
centimetro dopo centimetro abbassando
la saracinesca della vita

Arso mentre luglio resta solo
quell’attimo di luce
sulla scia del camion
o il brivido che fa rialzare il bavero
ripensare a un delirio di vuoto
e chissà se tu sai che io so
rivedendo questo cielo piovoso
sui selciati l’odore d’ozono

So che dietro gli angoli è nascosta
la ferocia delle ombre
qualcuno da avvisare che arrivo
che sono qui, la schiena al muro
bagnato del sudore che travolge
anche i momenti più nascosti
fuori stagione, fra i germogli

*
LA ZATTERA DEI FOLLI

Fuggo nella libertà
di un the al limone fuori stagione
e nell’eccelso
del velo di zucchero sparso
all’angolo destro della bocca
contratta nello spasmo
che ingoia tutto il molo d’asfalto,
la chimera, la piaga, lo slancio
dove salpa la zattera che porta
la demenza di mia madre e di mio padre
nel mare senza luce


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Alberto Bertoni

Alberto Bertoni è nato a Modena, dove vive, nel 1955. Insegna Letteratura italiana contemporanea nell’Università di Bologna, come critico ha curato l’edizione dei Taccuini 1915-21 di Filippo Tommaso Marinetti (il Mulino, 1987) e, oltre a numerosi altri saggi di argomento novecentesco, ha pubblicato i volumi Dai simbolisti al Novecento. Le origini del verso libero italiano (il Mulino, 1995) e Una geografia letteraria tra Emilia e Romagna (CLUEB, 1997, insieme con Gian Mario Anselmi). Sul versante poetico, a partire dal 1986, ha svolto una costante attività di performance in collaborazione con il poeta modenese Enrico Trebbi e con il saxofonista jazz Ivan Valentini, realizzando con loro, nel 1997, il libro+CD La casa azzurra (Mobydick). In proprio ha pubblicato i volumi Lettere stagionali ( Book, 1996, Premio Caput Gauri 1996 e Premio Dario Bellezza 1998); Tatì (Book, 1999); Il catalogo è questo. Poesie 1978-2000 (Il cavaliere azzurro, 2000); Le cose dopo (Aragno, 2003); Ho visto perdere Varenne (Book, 2006) e Ricordi di Alzheimer (Book, 2008); Il letto vuoto (Aragno, 2012), Traversate (Società editrice fiorentina, 2014). Ha partecipato alle antologie Quaderno bolognese (Printer, 1992, con introduzione di Roberto Roversi), Fuoricasa (Book, 1994, con un saggio di Andrea Battistini) e L’Europa dei poeti (CLUEB, 1999). Sempre per Book dirige dal 1996 la collana di poesia contemporanea “Fuoricasa”. E’ tra i fondatori e redattori delle riviste “Gli immediati dintorni” e “Frontiera”. Suoi testi sono presenti in diverse riviste e antologie italiane e statunitensi, tra le quali “Discorso diretto”, “L’ozio letterario”, “Omero”, “Steve”, “il belpaese”, “Origini”, “L’anello che non tiene” e “YIP”. Alcune poesie di Tatì sono state tradotte e recitate in inglese dal critico Anthony Oldcorn e altre sono uscite in russo sulla rivista pietroburghese “Zvezdà” (n. 9, 2000). Sulla sua poesia hanno scritto tra gli altri Giovanni Giudici, Raffaele Crovi, Niva Lorenzini, Gianni D’Elia, Elio Tavilla, Salvatore Jemma, Vitaniello Bonito.

 

Per il fine settimana – Valerio Magrelli suggerisce Mario Luzi

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Mario Luzi in un ritratto di Eugenio Montale

Per il fine settimana, Valerio Magrelli suggerisce Mario Luzi. Buona Lettura.

Gianluca D’Andrea


La poesia di Luzi

Nel 1983, con una piccola plaquette fuori commercio stampata presso le Edizioni Orcio d’Oro di San Miniato, Mario Luzi ha proposto una breve scelta delle sue poesie basata sul “tema del mutamento o della metamorfosi”. Una raccolta ben più articolata e vasta, Il silenzio, la voce, è uscita l’anno seguente da Sansoni, arricchita da un dettagliato commento dell’autore stesso. Nell’introduzione, si legge: “Il mutamento, la metamorfosi: questo è stato e resta il tema dei temi della mia poesia”. Quasi a coronare tale ricerca critica, tale accanito sforzo di autointerpretazione, è giunto nel 1985 l’ultimo volume di versi, pubblicato da Garzanti con il titolo Per il battesimo dei nostri frammenti. In questo libro, infatti, quel fuoco, quella “eterna metamorfosi” indicati da Luzi come il nucleo magmatico della propria scrittura, erompono con violenza dando vita ad alcune tra le immagini più alte della sua intera produzione. Benché composta da numerose sezioni, l’opera sembra disporsi idealmente su due piani. Nella prima parte, a mo’ di introito, domina il problema della storia; nella seconda, forse la più sorprendente, si sviluppa invece una sorta di cantico della natura. Si tratta, ovviamente, di una distinzione sommaria, che tuttavia può servire ad illustrare le linee interne di una poetica tanto complessa. Come ha suggerito Tiziano Rossi, “l’essenza trascendente è al centro dei versi di Luzi”. La sua vocazione religiosa, il suo cristianesimo ispirato a Pascal e Teilhard de Chardin, lo portano a interrogarsi innanzitutto sul rapporto tra l’individuo e la divinità. Anzi, l’interrogazione stessa (una delle figure retoriche più frequenti nelle sue composizioni) nasce proprio a partire dal dilemma etico, come domanda sul destino umano, sul significato del tempo, della storia. Si capisce perché una simile problematica abbia interessato sia Carlo Bo, sia, da tutt’altro versante ma con non minore intensità, Franco Fortini. Ricollegando il pensiero dello scrittore alla lezione di Eliot, Pier Vincenzo Mengaldo ne ha colto con chiarezza la segreta tensione verso una “metafisica, tra cristiana e platonica, della identità e reciproca reversibilità, o meglio perpetua oscillazione, di divenire ed essere, mutamento e identità, tempo ed eternità”. La prima metà di Per il battesimo dei nostri frammenti si svolge appunto nel segno di questa assillante e lacerata richiesta di senso, un senso oscurato, invisibile ma presente, che pur sotterraneo ed esiliato pervade ogni cosa. È l’attesa della parusìa, l’invocazione al “Dieu caché” con cui si apre il libro: “Così quasi si estingue, / così cova l’incendio / l’immemorabile evangelio…”. Un termine ricorrente in queste pagine è quello di “interregno”, chiamato a designare l’orribile, interminabile vacanza del Dio, il suo essersi ritratto dal mondo. Sul fondamento di questa mancanza, la riflessione si organizza intorno ad alcuni motivi conduttori quali la memoria, il passato, dilapidato, il futuro incipiente, in una parola, l’“infratempo”. Un simile concetto (curiosamente affine alle nozioni di Zwischenwelten o Ungleichzeitigkeit formulate da Ernst Bloch, anche se in un orizzonte teorico completamente diverso) opera in modo analogo a quella spia grammaticale che Mengaldo indicò nella preposizione “tra”, tipica del Luzi maturo. Ma a tale sigla stilistica, trasposta nei prefissi “infra” e “inter”, se ne aggiunge ora un’altra, profondamente significativa: “ultra”. Tutto l’ultimo volume è percorso da questo segnale trascendente, che si ritrova nella “teologale ultrasuperbia”, nella “terra terrosa […] ultraterrena”, nel “nero ultraceleste”, nell’“ultratrepidante annuncio”, nello “sguardo ultramarino”, nella “ultramutevole apparenza”, oppure, variato appena, nella “superinfusa piana». In certo modo l’intera opera di Luzi è racchiusa in questo gesto di fede, nel rinvio ad una dimensione ulteriore che eccede l’àmbito mondano. La storia dell’uomo viene così inserita all’interno di un imperscrutabile ordine divino, teologicamente proiettata verso il sacro compimento dei tempi. Come si è detto, il problema etico occupa in prevalenza la prima parte della raccolta. Nella seconda, si assiste infatti ad una decisa svolta tematica: all’universo della morale subentra l’universo della natura, alla storia, l’arcana presenza del paesaggio. Superfluo precisare quanto questo paesaggio sia intimamente permeato di un sentimento religioso, in certi casi addirittura mistico. Ciò che conta, piuttosto, è l’energia simbolica che il poeta sa fare scaturire dalle immagini, di per sé “neutre”, di una qualsiasi veduta campestre. Certe insistenze esplicite, certi appesantimenti che ostacolano a volte la dizione di Luzi quando il soggetto è quello nobilissimo e scottante dell’ingiustizia, del male, della miseria sociale, spariscono di fronte alla straziante, implicita bellezza del creato. Straziante appunto perché implicita, inesplicata, nuda, muta, irraggiante, raccolta nel suo semplice essere. Qui si ritrova l’idea del mutarnento, ma per così dire stilizzata, intravista nell’apparire dei monti, dei fiumi, del cielo, oppure delle rondini, che “sgorgano / una dall’altra” traboccando, autorigenerandosi, come figure della metamorfosi. Il continuo ricorso all’avverbio o all’interiezione “ecco”, accentua il valore epifanico di questi versi. La natura è scrutata come luogo di rivelazione, promessa di un’imminente primavera spirituale. La panica, plenaria solennità di certe descrizioni (che sembrano ispirarsi a Hölderlin) percorre poesie straordinarie quali Il mai perfetto, oppure Montagne?… non sa se luce o marmo, per culminare in due tra i testi più felici del libro: Pernice e Trota in acqua. Immersi nel loro spazio come vettori in campo di forze, i due animali sono chiamati a rappresentare l’enigma stesso dell’esistenza umana, “quell’inebriante infuso / di libertà e necessità”, “quei filanti paradisi / di libertà e d’obbedienza”. È come se L’anguilla di Montale si mostrasse in una luce nuova, simile al pesce gnostico, al Cristo che discende negli abissi di cui parlò Supervilles in una Chanson tradotta, o meglio, trasformata da Paul Celan.

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Valerio Magrelli


Poesie da Per il battesimo dei nostri frammenti di Mario Luzi

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Mario Luzi (1987)

Mario Luzi nasce a Sesto Fiorentino nel 1914 da genitori originari di Samprugnano nella zona del Monte Amiata. A Samprugnano Mario passerà le vacanze fino al 1940. Insieme con il borgo di Castello vicino a Sesto Fiorentino, Samprugnano è per lui luogo di ispirazione, legato a una cultura agricola, del villaggio e soprattutto legato alla madre, Margherita Papini. La madre, “figura malinconica anche se serena e mansueta”, avrà sul giovane Mario un’influenza importante soprattutto per l’idea di religione, molto interiorizzata e poco di chiesa. Il padre era un tipo pragmatico, meno incline a capire le scelte del figlio. Tuttavia in seguito, quando vide che Mario ne traeva sostentamento e piacere, non ebbe problemi ad accettare le sue scelte. Una famiglia serena, che influenzò positivamente la sua crescita, avvenuta in luoghi tranquilli, nonostante la guerra. Negli anni 20 il giovane Mario frequenta le scuole a Castello e si fa notare per la sua bravura e la sua maturità. A 9 anni aveva già letto Pinocchio e i classici del tempo, e addirittura i Promessi Sposi. I primi tentativi poetici sono del 1924. Frequenta il ginnasio al Galileo di Firenze per poi andare a Milano e a Siena, trasferimenti dovuti al lavoro del padre, ferroviere. A Siena completò gli studi ginnasiali. Il periodo di Siena è un periodo importante, il periodo della scoperta delle ragazze, dell’amore e dell’arte. L’arte senese lasciò in lui un segno indelebile. Gli anni intorno al 30 vedono il giovane Mario alle prese con le letture di base per la sua formazione, la delusione della filosofia, di cui riusciva ad apprezzare solo i greci, per la semplicità del pensiero, e l’ammirazione per i “filosofi” dell’età contemporanea, Joyce, Proust, Mann. In seguito ebbe una folgorazione per Nietzsche e per le opere Al di là del bene e del male e Così parlò Zarathustra. Gli anni 30 sono gli anni degli studi universitari, a Lettere, a Firenze. Sono gli anni in cui conosce gli amici di una vita, Oreste Macrì, Piero Bigongiari e Piero Bargellini, Romano Bilenchi e Carlo Bo. Si introduce nella vita intellettuale della città e prende contatti con le riviste dell’epoca, Solaria, L’Italia letteraria, Il Frontespizio. Fra gli editori, nessuno ancora pubblicava poesia contemporanea. L’unica casa editrice era Vallecchi e poi Guanda, una casa editrice di gusti alternativi. L’amicizia con Betocchi, cominciata in questi anni, è un’amicizia fondata sull’interesse per la poesia e la letteratuta. Insieme leggono Mauriac, Rimbaud e i poeti francesi. Si laurea nel 1936 con una tesi su Mauriac pubblicata nel 1938 da Guanda con il titolo L’opium chrétien. Comincia a insegnare a scuola e a pubblicare per Il Frontespizio e per Letteratura di Bonsanti, conosce Tommaso Landolfi e in seguito Montale, che faceva parte del gruppo del caffè delle Giubbe Rosse dove si inserì e dove conobbe pure Aldo Palazzeschi, Vittorini, Gatto e Ottone Rosai per cui scriverà il suo primo pezzo di critica d’arte. Si avvicina la guerra e Luzi continua la sua attività di scrittore e di critico. Per motivi di salute viene riformato. Collabora anche alla prestigiosa rivista Prospettive di Curzio Malaparte e a febbraio esce per Vallecchi Avvento Notturno in cui il presentimento per un’epoca oscura che si andrà purtroppo realizzando di lì a poco, appare con grande chiarezza. Sono anni di grande inquietudine interiore che si riflette nella sua poesia e nella sua vita, pur ricca di incontri con scrittori e poeti dell’epoca. A Roma, dove risiede tre giorni a settimana per lavoro (presso il Ministero di Educazione Nazionale e Cultura Popolare), frequenta Pratolini, già conosciuto a Firenze, Gadda, Calamandrei e Giorgio Caproni. Nel 1942 si sposa con Elena Monaci e nel 1943 alla caduta di Mussolini ripara con la moglie nel Valdarno ma non lavora, visto il momento critico e particolarmente buio, che lo preoccupa per il futuro. Nell’ottobre del 1943 nasce il figlio Gianni. Nel 1945, alla fine della guerra, fu sconvolto, rientrando in città, dalla devastazione di Firenze dove Luzi ritorna per riabbracciare i genitori. Anche la sua casa è stata distrutta. Comincia ad insegnare al Liceo Scientifico in via Masaccio 223, dove rimarrà diciotto anni e dove avrà come colleghi Lanfranco Caretti e Eugenio Garin. In questi anni fonda una rivista, Società in collaborazione con Vittorini e Bilenchi. Pubblica varie poesie e scrive molto, anche di critica e di saggistica, relativa soprattutto alla letteratura francese, collabora alla rivista Letteratura, che però lo delude, e a La Chimera diretta e stampata da Vallecchi, cui collaborano anche Carlo Bo, Betocchi, Bigongiari e Parronchi. Insegna sempre ed è spesso commissario di maturità in varie città d’Italia. Nel 1955 viene chiamato a Scienze Politiche per la cattedra di Lingua e cultura francese. Nel 1960 dopo la morte della carissima madre, riesce a pubblicare il corpus delle sue poesie con il titolo Il giusto della vita. Nel 1959 aveva vinto il premio Marzotto per la poesia ex aequo con Saba. Negli anni 60 cominciano le collaborazioni con l’Università di Urbino dove sarà chiamato negli anni 70 a tenere dei corsi di letteratura francese, e intanto pubblica Nel magma per Vallecchi. Dal 1966 inizia a viaggiare: in Russia e in Georgia poi in India, Ungheria, Romania, dove le sue poesie cominciano ad essere tradotte, poi nel 1974 negli Stati Uniti. Inizia a scrivere per i quotidiani, per il Corriere della Sera, dove scrive articoli sulla letteratura latino – americana e per Il Giornale di Indro Montanelli con il quale collabora fino ai primi anni novanta. Nel 1979 escono le sue poesie presso la Garzanti, Tutte le poesie. (In due volumi). Viaggia sempre molto, Parigi, i paesi scandinavi, la Cina, e nel 1980 partecipa a un meeting di poesia in cui partecipano poeti italiani contemporanei (Sereni, Fortini, Zanzotto, Sanguineti …) e poeti americani. Nel 1981 ha luogo all’Università di Siena il primo convegno di studi sulla sua opera e nel 1982 vince la cattedra di ordinario di Letteratura Francese a Magistero a Firenze. Negli anni 80, Mario Luzi pubblica molte delle sue opere, viaggia e scrive saggistica varia. Sono anche gli anni in cui perde due dei suoi più cari amici: Carlo Betocchi e Romano Bilenchi. Collabora anche come scrittore di teatro con Hystrio, del 1987, e più tardi con Io, Paola, la commediante e altri testi che saranno pubblicati in un volume della Garzanti Teatro. Nel 1990 interviene a più riprese contro la Guerra del Golfo e in seguito saranno sempre più frequenti i suoi interventi di stampo politico. Molte sono state le manifestazioni per celebrare i suoi 80 anni. Negli anni 90, preoccupato per la situazione politica italiana, rafforza il suo impegno e i suoi interventi avvicinandosi all’Ulivo nelle elezioni del 1996. Nel 1997 ha ricevuto la Legione d’Onore dal Presidente della Repubblica Francese e in occasione dei suoi 90 anni nell’ottobre del 2004, è stato nominato senatore a vita dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Si è spento qualche mese dopo, il 28 febbraio del 2005 a Firenze. Ha avuto funerali solenni ed è sepolto nel cimitero di Castello.

 

BIBLIOGRAFIA

POESIA

La barca, Modena: Guanda, 1935 Avvento notturno, Firenze: Vallecchi, 1940 La barca, 2 edizione modificata e accresciuta, Firenze: Parenti, 1942 Biografia a Ebe, Firenze, 1942. Prosa poetica Un brindisi, Firenze: Sansoni, 1946 Quaderno gotico, Firenze: Vallecchi, 1947 Primizie del deserto, Milano: Szhwarz, 1952 Onore del vero, Venezia: Neri Pozza, 1957 Il giusto della vita, Milano: Garzanti, 1960. Tutte le poesie fino al 1960 Nel magma, Milano: All’Insegna del Pesce d’Oro, 1963. Nuova edizione accresciuta, Milano: Garzanti, 1966 Dal fondo delle campagne, Torino: Einaudi, 1965 Su fondamenti invisibili, Milano: Rizzoli, 1971 Al fuoco della controversia, Milano: Garzanti, 1978 Tutte le poesie, 2 voll, (Vol 1. Il giusto della vita; vol 2: Nell’opera del mondo Milano: Garzanti, 1979 Reportage, un poemetto seguito dal Taccuino di viaggio in Cina, Milano: All’Insegna del pesce d’Oro, 1980 Per il battesimo dei nostri frammenti, Milano: Garzanti, 1985 Tutte le poesie, Milano: Garzanti, 1988 (Il giusto della vita; Nell’opera del mondo; Per il battesimo dei nostri frammenti. Edizione accresciuta e comprendente anche con le Semiserie ovvero versi per posta, 1970-1987) Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, Milano: Garzanti, 1994 Sia detto, in “Annuario della fondazione Schlesinger”, Lugano, Milano, New York, 1995 (10 poesie) Tutte le poesie, Milano: Garzanti, 1998 (Edizione accresciuta e comprendente La cordigliera delle Ande e altri versi tradotti. Frasi e incisi di un canto salutare. Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini) Diana, risveglio sotto specie umana, Milano, 1999 Dottrina dell’estremo principiante, Milano, 2004 Lasciami, non trattenermi. Ultime poesie, Milano: Garzanti, 2009.

TEATRO

Ipazia, Milano: All’insegna del Pesce d’Oro, 1973 Libro di Ipazia, Introduzione di G. Pampaloni, Milano: Rizzoli, 1978 Rosales, Introduzione di G. Raboni, Milano: Rizzoli, 1983 Hystrio, Milano: Rizzoli, 1987 Corale per la città di Palermo per S. Rosalia, Genova: S. Marco dei Giustiniani, 1989 Il Purgatorio, la notte lava la mente, Genova: Costa&Nolan, 1990 Io, Paola, la commediante, Milano: Garzanti, 1992 Teatro, Milano: Garzanti, 1993 (raccoglie i testi precedenti) Pietra oscura, Porretta Terme: I Quaderni del Battello Ebbro, 1994 Felicità turbate, Milano: Garzanti, 1995 Ceneri e ardori, Milano: Garzanti, 1997.

PROSA

Biografia a Ebe, Firenze: Vallecchi, 1942 Trame, Milano: Rizzoli, 1982 (contiene anche volumi precedenti a partire dal 1963) De quibus, Montichiari: Zainetto, 1991 Toscanità, Montichiari: Zainetto, 1993 Mari e monti, Firenze: Il ramo d’oro, 1997 Taccuino di viaggio in India e altri inediti di Mario Luzi, Firenze: Polistampa, 1998.

SAGGI

L’Opium chrétien, Parma: Guanda, 1938 Un’illusione platonica e altri saggi, Firenze: Edizioni di Rivoluzione, 1941 e a cura di M. Boni, Bologna, 1972 L’inferno e il limbo, Firenze: Marzocco, 1949 e Milano: Il Saggiatore, 1964 (edizione accresciuta) e Milano: SE, 1997 Aspetti della generazione napoleonica e altri saggi di letteratura francese, Parma: Guanda, 1956 Tutto in questione, Firenze: Vallecchi, 1965 Vicissitudine e forma, Milano: Rizzoli, 1974 Discorso naturale, Milano: Garzanti, 1984 Cronache dell’altro mondo, Genova: Marietti, 1989 Scritti, Venezia: Arsenale, 1989 Le parole agoniche della poesia, Macerata: Alfabetica, 1991 Dante e Leopardi o della modernità, Roma: Editori Riuniti, 1992 Naturalezza del poeta. Saggi critici, Milano: Garzanti, 1995 Sperdute nel buio. 77 critiche cinematografiche, Milano: Blu cobalto, 1995 Vero e verso: scritti sui poeti e sulla letteratura, 2002.

SCRITTI D’ARTE

Nuovamente venuto Rosai, Firenze: Pananti, 1984 (300 esemplari) Venturino Venturi, Firenze: Pananti, 1991 15 superfici bianche di Enrico Castellani, Pordenone, a cura della Zanussi Italia, 1994 Luzi critico d’arte, Firenze: LoGisma editore, 1997.

Mario Luzi è stato anche curatore e traduttore di opere letterarie dal francese e dall’inglese (v. il volume Mario Luzi, L’opera poetica, Milano: Mondadori, 1998 (I meridiani). Molte le interviste pubblicate riguardanti la poesia e la figura del poeta, per le quali si rimanda al volume citato sopra, come per le traduzioni della sua poesia in francese, inglese, spagnolo, in tedesco, in russo, bulgaro, croato, polacco e greco, svedese. Molto interessante la produzione che coniuga le poesie di Mario Luzi e produzioni artistiche, di cui riportiamo alcuni esempi: Una poesia di Mario Luzi e quattro serigrafie di Michel Tissot, Firenze: L’Upupa, 1985 Padri dei padri, una poesia di M. Luzi cinque acqueforti di F. Ghitti, Milano: Naquane, 1985 La barca, tavole di N. Pino, Messina: Il Gabbiano, 1991 Poeti e pittori, di M. Luzi e E. Marco, Massa Carrara: ed. ENT, [1992?] Tra terra e cielo, versi di M. Luzi, musica di C. Crivelli, Roma: Aeditio Princeps (200 esemplari) In extremis, 18 poesie di M. Luzi di cui sei inedite, tecniche miste di P. Dorazio con CD allegato delle poesie lette dall’auotre, St. Gallen: Erker Verlag, 1995 Tre poeti per Morandi, Udine: Campanotto, 1996.