Manlio Cancogni (1916-2015) – a cura di Daniele Greco

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Manlio Cancogni (2013)

di Daniele Greco

MANLIO CANCOGNI (1916-2015)

Una carriera lunghissima, una sterminata produzione narrativa e giornalistica, durata oltre settant’anni, che si è conclusa il 1 settembre 2015 a 99 anni.
Un ricordo di Manlio Cancogni attraverso la rilettura del suo primo romanzo, Una parigina (Feltrinelli, 1960) che cela molti motivi delle sue opere più mature e un piccolo segreto: un’amicizia letteraria finora sconosciuta.



una-pariginaQuando nel 1960 pubblica il suo primo romanzo, Una parigina, Manlio Cancogni è uno dei giornalisti italiani più apprezzati del suo tempo. Vive a Parigi, è corrispondente per «L’Europeo» e per «L’Espresso» (diretto da Arrigo Benedetti) e ha già pubblicato dei racconti tra i quali spicca Cos’è l’amicizia (Feltrinelli, 1958). Nel 1955 con Benedetti firma l’inchiesta sugli immobiliaristi romani, con un titolo destinato a fare la storia del giornalismo italiano: Capitale corrotta=Nazione infetta («L’Espresso», 11 dicembre 1955).

Da dove trae alimento il suo primo romanzo è presto detto: Una parigina racconta l’educazione sentimentale di Anna, una studentessa versiliese che sul treno per Parigi incontra Marcella – futura collega di studi – la quale cercherà di introdurla allo sfrenato e disinibito libertinaggio di un gruppo di amici. Tra questi spiccano Arrigo, detto il Cunca, e il protagonista maschile del romanzo, un nottambulo bohémienne che vive dalle parti di Saint Germain, tiranneggia le sue amanti, frequenta assiduamente il Cafè Deux Magots, ma in realtà è un giovane molto fragile che si chiama Salvato Piazza.
Quanti conoscono Cancogni sanno che alcune sue opere sono veri e propri “romanzi a chiave”, che celano personaggi realmente esistiti o suoi veri e propri amici. È il caso di Carlo Cassola, presente in «Azorin e Mirò» (uno dei racconti di Che cos’è l’amicizia), di Piero Gobetti in La gioventù (Rizzoli, 1981) e di Zdenek Zeman in Il mister (Fazi, 2000).
Salvato Piazza è stato modellato, infatti, su qualcuno che Cancogni, in quegli anni a Parigi, conosceva molto bene. Si tratta di un aspirante e impaziente scrittore, neanche quarantenne, originario di Presicce, in provincia di Lecce, che da poco muoveva i primi passi nel mondo del giornalismo e dell’editoria e – come mi rivelò al telefono lo stesso Cancogni nel 2011 – chiese con insistenza di essere assunto a «L’Espresso». Si tratta di Salvatore Bruno, l’autore del romanzo L’allenatore, del quale si è già parlato su (qui).
Ecco come Cancogni descrive Salvato:

«Occuparsi di se stesso, solo di stesso: ecco il suo male! Non gli riusciva mai di abbandonarsi con gioia e libertà. Il bisogno di affermarsi, che è un carattere della prima gioventù, lo divorava. Salvato lo capiva, s’arrabbiava con se stesso, e s’arrabbiava per essersi arrabbiato. (…) Assurdo bisogno di stare sempre avanti! A che scopo? Per dir cosa? Le ambizioni di Salvato erano illimitate, ma, come spesso accade, imprecise. Voleva essere tutto: il più bello, il più amato, il più bravo, il più ricco, il più forte; ma senza rinunciare al privilegio di sentirsi il più infelice fra gli uomini, e di accusare il destino. (…)
Salvato accusava della sua inesistente sfortuna la famiglia, il suo paese. Il padre, un piccolo agricoltore del mezzogiorno, alle prese quotidianamente con le difficoltà economiche e le rivalità paesane, non immaginava nemmeno la tristezza che s’accumulava nell’animo del figlio. (…)
Salvato non tornava volentieri a casa, odiava il suo paese, cui attribuiva la prima colpa delle sue sventure immaginarie.
Da ragazzo, quando l’avevano mandato a studiare a Bologna, Salvato s’era stupidamente vergognato della sua origine, e senza un reale motivo aveva chiesto di cambiare università. Era andato a Firenze. (Siccome Bologna è lungo la linea ferroviaria che sale direttamente dalle Puglie in Alta Italia, Salvato ci si sentiva come un soldato in avanscoperta; a Firenze, invece, con gli Appennini di mezzo, gli pareva d’essere più protetto» (pp, 105-107).

Come si evince da questo stralcio e dalle confidenze che mi fece anche l’ultima compagna di Bruno (la quale conosceva l’esistenza di questo romanzo, ma non ne ricordava il titolo) Salvato Piazza e Salvatore Bruno hanno molti tratti in comune, che confermano la profonda conoscenza che Cancogni aveva del suo collega, a tal punto da ritrarlo in maniera indelebile in quest’opera. Ad ulteriore riprova di questa amicizia, esiste anche una cartolina del 1958, firmata affettuosamente “Totò e Manley”, diretta a Romano Bilenchi, che oggi è conservata a Pavia tra le carte del Fondo Bilenchi.
Sul finire degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta, Bruno e Cancogni vivono per lunghi periodi a Parigi e, in più di una circostanza, scrivono dei pezzi taglienti in cui criticano in modo acuto la supponenza francese e il complesso d’inferiorità degli italiani verso i transalpini. Bruno definirà la Francia un «Paese di maestri elementari»; mentre Cancogni, a proposito di Jules e Jim di Truffaut, scriverà un articolo implacabile dal titolo «Tradimenti senza passione».
Una parigina – presente anche tra i libri della biblioteca di Bruno – nasce, pur con le dovute riserve che si devono a un’opera di finzione, dall’ironica perfidia del letterato Cancogni, che crea un antieroe privo di spontaneità, un nevrastenico, capriccioso e pieno di una parossistica smania di affermazione professionale e sentimentale: i tratti caratteriali che in tanti hanno sempre riconosciuto a Salvatore Bruno.
Tuttavia la loro amicizia s’interrompe alla metà esatta degli anni sessanta per almeno due ragioni. La prima, riconducibile a un episodio contenuto nella biografia intellettuale di Cancogni, Matelda. Racconto di un amore (Fazi, 1998), in cui l’autore ricorda un pranzo a Roma, da Cesaretto nel 1964 (in occasione dello spareggio scudetto tra Inter e Bologna), in compagnia di Bruno, Elio Pagliarani e Lamberto Pignotti, con i quali ebbe una discussione sulle proprie preferenze letterarie: Cancogni era decisamente lontano dalle idee e dal furore avanguardistico dei suoi interlocutori, già da allora membri del Gruppo ‘63. E a poco valse, a quel tavolo, la presenza di Bruno che non prese in alcun modo le difese di Cancogni:

«Con me c’era, ho detto, Salvatore Bruno, scrittore, giornalista, uomo intelligentissimo di umori aspri e violenti. Credevo di averlo alleato non foss’altro per ragioni di età e per il comune amore per il calcio. Ridacchiava. Il jeu de massacre ai danni del vecchio establishment non gli dispiaceva. Brutto segno. Del resto lo sappiamo: le rivoluzioni (e la neoavanguardia del ’63 pretendeva di farne una) vincono (in apparenza) non per virtù dei rivoluzionari ma per lo scetticismo, la debolezza e l’acquiescenza dei membri dell’ancien régime. E magari per le rivalità e i rancori che li dividono» (pp. 72-73).

La seconda ragione, invece, riguarda le fasi finali del Premio Strega del 1965 quando, dopo un testa a testa tra La macchina mondiale di Volponi e La linea del Tomori di Cancogni – alla prima votazione Cancogni era in netto vantaggio – la vittoria di Volponi determinò la fine di alcune amicizie, tra le quali quella con Bruno, il quale, sebbene non sia stato mai tra i giurati dello Strega, non si spese in alcun modo per il suo amico di un tempo.
Tra i libri meno letti e conosciuti di Cancogni, Una parigina è oggi un testo paradigmatico e da riscoprire perché anticipa al 1960 molti temi e motivi delle opere successive dell’autore versiliese, quali la costante e tenace ricerca di autenticità nei rapporti umani, la fuga da ogni conformismo – intellettuale e sentimentale –, infine, la predilezione per uno stile chiaro, conciso e cristallino, lontano da qualsiasi arabesco sperimentalista, che lo avrebbe reso un narratore sempre molto amato da suoi lettori.
Il legame che tiene uniti in modo rocambolesco Anna, Salvato, Marcella, Cunca e un insospettabile outsider non è soltanto una “satira di un certo ambiente liberal del tempo” (cfr. Jole Fiorillo Magri, Invito alla lettura di Manlio Cancogni, Mursia, 1986) perché tratteggia i miti, i sogni, le fantasie dell’immaginario giovanile dell’epoca e racconta in maniera universale – come è riportato, in modo efficace, nel segnalibro allegato alla prima edizione Feltrinelli – l’eterno dissidio che esiste tra “l’incanto e il rimpianto della bella gioventù” e “l’aspro impegno a denunciare l’aridità, la fondamentale carenza d’amore del secolo”.
Secondo questa chiave di lettura, il personaggio di Anna, antipode in tutto e per tutto all’irregolare e scapestrato Salvato, è un vero e proprio alter ego femminile di Cancogni, il quale crea un’eroina testarda, caparbia, autarchica e intransigente, capace di non lasciarsi condizionare in alcun modo dalla sfrenata vita parigina che le procurava una vera e propria insofferenza. Anna è una “parigina” suo malgrado, che riesce solo alla fine delle sue peripezie a tornare a Fiumetto, in Versilia, tracciando in modo inconsapevole la parabola del suo autore: quella di chi, dopo avere girato per il mondo da Parigi a Roma, da Milano a New York, alla fine è tornato a quel nucleo di storie e emozioni uniche e irripetibili del teatro naturale della propria infanzia. Il buen retiro in cui, nonostante le gioie e i lutti di un’esistenza lunghissima, Cancogni ha potuto vivere per molti anni in compagnia dell’amata moglie Rori tra il mar Tirreno, da un lato, e le alpi Apuane, dall’altro, e dove adesso riposerà per sempre.


Manlio Cancogni. Giornalista e scrittore (Bologna 1916 – Marina di Pietrasanta 2015). Collaboratore di giornali e periodici (fra cui L’Europeo, Il Mondo, L’Espresso), soprattutto con servizî e inchieste sulle condizioni politico-sociali e sul costume di varî paesi, a cominciare dall’Italia, è stato direttore, per alcuni anni a partire dal 1967, de La fiera letteraria.

OPERE:

Ha pubblicato varî racconti e romanzi in cui a un caustico spirito d’osservazione e a un vivo senso del “documento” si accompagna una sottile vena lirico-elegiaca: La carriera di Pimlico, 1956; L’odontotecnico, 1957; Una parigina, 1960; Parlami, dimmi qualcosa, 1962; La linea del Tomori, 1965; Azorin e Miró, 1968; Il ritorno, 1971; L’amore lungo, 1976; Il latte del poeta, 1977; Perfidi inganni, 1978; Nostra Signora della Speranza, 1980; La coincidenza, 1984; Quella strana felicità, 1985; Il genio e il niente, 1987. Con lo pseudonimo di Giuseppe Tugnoli ha pubblicato Adua (1977) e Al sole di settembre (1980). La successiva produzione di C. ha continuato ad essere caratterizzata dal suo sguardo documentaristico e puntuale sulla realtà descritta, ma lo stile giornalistico e asciutto è arricchito da un orientamento più intimista e riflessivo: di questa produzione, i titoli più recenti sono L’impero degli odori (2001); Gli scervellati. La seconda guerra mondiale nei ricordi di uno di loro (2003); Sposi a Manhattan (2005); Caro Tonino (2006); L’ultimo viaggio di Mussolini (2008), raccolta di articoli scritti da C. per L’Espresso nel 1957; La sorpresa. Racconti 1936-1993 (2009); La cugina di Londra (2011); Toro delle meraviglie (2012); Così parlò Carpendras (2013); Tutto mi è piaciuto (2013); il testo autobiografico Il racconto più lungo (2014).

(Fonte: Enciclopedia Treccani).

Le narrazioni (a cura di Daniele Greco) – Paolo Zardi, “XXI secolo”, Neo edizioni, 2015

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Paolo Zardi

di Daniele Greco

Paolo Zardi, XXI secolo, Neo edizioni, 2015

xxi-secolo-paolo-zardiNel racconto di Paolo Zardi, “L’amore reclinato”, pubblicato per l’antologia La vita sobria. Racconti ubriachi (Neo edizioni, 2014, a cura di Graziano Dell’Anna), il protagonista si ritrova all’improvviso da solo, lasciato dalla moglie scappata con un altro e, nella nuova condizione forzata di single, si ritrova nell’inferno di serate alcoliche trascorse da solo o con amici che non sanno fare altro che parlare di soldi e di lavoro. In una pagina memorabile il protagonista, imbesuito dai superalcolici e alla ricerca di una parola umana di consolazione da parte degli amici, subisce la sfrontatezza di uno di questi che, ignorandone la sofferenza e mostrando tutta la propria anaffettività, non trova niente di meglio che suggerirgli il nuovo business nel quale gettarsi a capofitto: quello della coltivazione dei funghi.
A partire da questo tema, l’epifania della disumanità dilagante di questi nostri tempi, il nuovo e più complesso romanzo di Paolo Zardi, XXI secolo (Neo edizioni, 2015), tenta di raccontare la vita di un uomo che di mestiere fa il rappresentante di depuratori d’acqua, ha due figli e vive in una provincia italiana, di un lontanissimo XXI secolo, sempre più fiaccato, desolato e apocalittico. Qui la classe media è quasi del tutto scomparsa e al suo posto si trovano delle consistenti masse di sottoproletari abbandonati a loro stessi, in quelli che un tempo erano quartieri residenziali, fatti di villette a schiere o palazzine moderne.
Fin dalle prime pagine, all’uomo accade di dovere fare i conti con l’ictus che colpisce Eleonore, la moglie, riducendola in coma. Da questo momento il marito tenta di tenere insieme i pezzi di una famiglia che rischia di sfasciarsi per sempre, anche perché alla malattia della donna si aggiunge la scoperta di un telefono cellulare che conteneva le prove evidenti dei tradimenti della moglie.
Ritratto con uno stile rapido ed essenziale, il protagonista del romanzo è un uomo anacronisticamente di buon senso, una sorta di sopravvissuto, la cui unica colpa è quella di ragionare per categorie che appaiono desuete. E una di questa categorie, forse la più importante del romanzo, è la memoria.
Nel tentativo dell’uomo di cercare a ritroso i dati empirici del suo fallimento di marito, la memoria finisce sul banco degli imputati. Il viaggio alla ricerca delle amicizie della moglie, prima, della sorella gemella di colei e della loro famiglia austriaca, dopo, non è un nastro da riavvolgere per ritrovare la prova tangibile di una crisi di coppia sottovalutata. La memoria è una costruzione arbitraria, che sottostà a quel continuo e proustiano “plagio di sé stessi”. E l’uomo, infatti, finirà per maledire proprio questo tentativo di afferrare una causa o una colpa, perché avrebbe dovuto solo guardare dentro sé stesso e non fuori, per decrittare la “storia che si era raccontato per anni”.
C’è una pagina in cui Zardi, nella finzione del romanzo, attribuisce al marito di Eleonore la ricerca in internet di alcune informazioni sui danni irreversibili, nella moglie, all’emisfero sinistro del cervello e all’area di Broca. Attraverso questa spia intertestuale, Zardi sta camuffando nell’opera le sue notevoli competenze di autentico scrittore, che possiede una profonda conoscenza scientifica. Nella fattispecie, con questo espediente – si veda il riferimento esplicito anche al caso clinico di Phineas Gage – egli allude tra l’altro alle scoperte in campo neuroscientifico del celebre neurologo e saggista Antonio Damasio, l’autore di L’errore di Cartesio (Adelphi, 1995).
Se Damasio ha chiarito i meccanismi di correlazione tra emozione e ragione, che hanno tolto il primato al cartesiano cogito ergo sum; l’intenzione ambiziosa del romanzo di Zardi è quella di mostrare come ci stiamo condannando a vivere in un mondo disumano e brutalizzato, in cui persistiamo a dimenticare – come il dostoevskiano uomo del sottosuolo – cosa siano la vita vera, le passioni e i desideri.
Gli anticorpi allo sfacelo sono a un passo da noi, ma a patto che li si sappia riconoscere non nel chiacchiericcio del proprio cervello, il quale conduce molto spesso a una ottundente cecità cognitiva, ma in tutto ciò che genera quell’afflato emotivo che persiste a renderci ancora umani. Come accade nel finale dolente del libro che, senza svelare nulla, è il momento più alto della presa di coscienza del protagonista.

Le narrazioni: a cura di Daniele Greco – FULVIO ABBATE, “Roma vista controvento”, BOMPIANI 2015

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Fulvio Abbate

di Daniele Greco

FULVIO ABBATE, ROMA VISTA CONTROVENTO, BOMPIANI 2015

roma-vista-controvento-647341_tnCon Roma vista controvento (Bompiani, 2015) a Fulvio Abbate è riuscito quanto solo in parte capitò di fare, in vita, allo sfortunato Boris Vian: ritrarre in maniera enciclopedica, originale, e ironica la propria città d’elezione. Si può ipotizzare, infatti, che se Vian non fosse mancato così presto, avrebbe donato ai suoi lettori una edizione riveduta e ampliata del suo mitico Manuale di Saint-Germain des Pres – La Parigi degli esistenzialisti (Editori Riuniti, 1998).
Abbate aveva già pubblicato un libro simile anni fa, Roma. Guida non conformista alla città (Cooper, 2007), ma nelle 700 pagine del nuovo lavoro aggiorna e in parte riscrive i capitoli di un catalogo sterminato di leggende, quartieri, strade, portinerie, mode, tic, miti d’oggi, monumenti, architetti, maestri, artisti, letterati, sportivi, musicisti, cazzi celebri, bar, trattorie, premi letterari, attori, jeanserie, rivendite d’auto, ristoranti, negozi di modellismo, librerie, ex voto, graffiti, epigrafi, statue e tanto, tanto altro.
Nel suo penultimo libro, il romanzo Intanto anche dicembre è passato (Baldini & Castoldi, 2014), Abbate aveva composto la sinfonia del tempo perduto della sua famiglia, gli Abbate-Politi: palermitani trapiantati a Roma negli anni sessanta, che sono vissuti nel pieno del boom economico, consentendo al piccolo Fulvio di scorgere nella “città eterna” un mondo di sogno, che egli ha ritratto in maniera lirica e struggente. Ma è qualcosa da lasciarsi subito alle spalle, in Roma vista controvento, per seguire un percorso singolare che fin dal primo capitolo mette in chiaro le cose e, anzi, può valere come dichiarazione di poetica di quello che sarà il “punctum” di questo volume.
Se il Gustav von Aschenbach di Morte a Venezia lamentava il proprio esecrabile accesso alla città lagunare per mezzo del treno, dalla stazione –, “come entrare in un palazzo per la porta di servizio”, scrive Thomas Mann – anziché dalla nave e per mare, Abbate sceglie di farci accedere a Roma proprio dalla più celebre porta di servizio: il nastro trasportatore dell’aeroporto di Fiumicino. Ed è proprio lì dove un tempo le cronache hanno narrato dei controllori intenti a trafugare oggetti nelle valige – in un mix di pressappochismo e cialtronaggine che, superato il trafiletto di cronaca, non va oltre gli aedi orali dell’epica aeroportuale – che l’autore ritiene si debba iniziare a ragionare di quello che resta della presunta magnificenza della capitale.
Il suo mulino filosofico macina ogni aspetto materiale e immateriale della romanità, usando un registro apparentemente svagato, in alcuni tratti volutamente liquidatorio ed evasivo – a via del Corso, per dire, sono dedicate solo cinque righe, ma bisognerebbe leggerle per capire meglio – al solo fine di esercitare il fiero diritto a rifiutare qualsiasi forma di riconoscenza verso la città in cui egli ha iniziato a lavorare come critico d’arte, prima, e come giornalista e scrittore, poi. Anzi, se c’è un sentimento che pervade il libro è presto detto: è l’orrore e il disincanto di vivere una capitale che ha perso, o forse non ha mai avuto, lo slancio cosmopolita e colto di altre città europee.
Al lettore che da sempre magnifica la città di Roma – come è accaduto anche al sottoscritto, reo di credere che per le strade tra via Frattina, piazza del Popolo e via della Croce aleggiasse ancora il fantasma dell’amato scrittore di un solo libro, il Salvatore Bruno de L’allenatore –, a questo tipo di lettore toccherà l’agnizione per cui la bimillenaria Roma è sempre più straniera a qualsiasi forma di afflato artistico, ma, semmai, nella costruzione narrativa dell’autore, è diventata una miniatura, un diorama del provincialismo cinico e paraculo che, forse, riesce a superare i propri confini locali, ma solo per assurgere ad autobiografia dell’intera nazione.
E non è un caso se quanti riusciranno a salvarsi dalla acuta perfidia di Abbate siano semi sconosciuti o dimenticati ai più, come – per fare solo alcuni nomi – l’attore Antonio Trezza, il conduttore Massimo Marino, il fotografo Umberto Pizzi, l’architetto Renato Nicolini, il pugile Mario Romersi, il cantante Claudio Villa, l’artista Mario Schifano, il latinista e scrittore Luca Canali. Di costoro Abbate esalta la natura di veri e propri pezzi unici, scevri da qualsiasi contagio morale o estetico, dai barocchismi e dalle artefatte profondità di superficie del demi-monde romano, per i quali la conquista dell’originalità, dell’anticonformismo e del guizzo intellettuale non ha riguardato altro che non fosse l’autentica e sincera ricerca finalizzata a diventare – come diceva il filosofo – nient’altro che ciò che si è.

“L’allenatore" di Salvatore Bruno – a cura di Daniele Greco

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Salvatore Bruno

di Daniele Greco

L’allenatore di Salvatore Bruno
Un ricordo dell’autore di un unico romanzo, che moriva il 18 marzo del 2001

lallenatoreChi provi a leggere i titoli di alcune tra le prime recensioni all’unico romanzo pubblicato da Salvatore Bruno, L’allenatore, potrebbe restare spiazzato: La Juve strizza l’occhio a Joyce, I bocconi amari dell’allenatore, L’amaro allenatore del pugliese scontroso, L’allenatore non è un romanzo sportivo, L’allenatore amoroso, L’immagine di un Narciso moderno, sono titoli che lasciano presagire qualcosa di non ben definito, un singolare oggetto narrativo che nel 1963, l’anno della neoavanguardia del Gruppo 63, inaugura la collana “Nuovi narratori” per Vallecchi, a cura di Cesare Garboli e Geno Pampaloni.
Colui che risulta decisivo per l’uscita del romanzo è Romano Bilenchi, che conosce Bruno da anni, sa che questi era al lavoro ad un libro, e lo convince a pubblicare dopo che Bruno aveva rifiutato la proposta di Niccolò Gallo e Mondadori.
Nato a Presicce (in provincia di Lecce) nel 1923, Bruno lascia presto la sua terra, si trasferisce a Firenze dove studia nella facoltà di magistero, senza mai prendere la laurea, e collabora ad alcune riviste del Guf locale, come “Rivoluzione”. Finita la guerra segue Bilenchi al “Nuovo Corriere” e, una volta che il giornale viene chiuso dal PCI, Bruno va a lavorare per un breve periodo a Milano dove collabora a dei rotocalchi popolari sui quali, come avrebbe detto più volte allo stesso Bilenchi, scrive “coglionate a getto continuo”.
Ma il suo destino di giornalista si compie a Roma, la città dove vive più a lungo, in una mansarda a due passi da piazza del Popolo. Qui, attorno alla neonata redazione de “L’Espresso”, nel 1955 inizia a scrivere reportage, articoli di costume, di cronaca, ma soprattutto articoli di sport. Da “L’Espresso” passa a “Il Gatto Selvatico”, il periodico dell’Eni allora diretto niente meno che dal poeta Attilio Bertolucci, e qui redige decine di pezzi col proprio nome di battesimo e con lo pseudonimo di Romano Salvadori – un omaggio evidente al suo mentore Bilenchi.
Bruno da giornalista sportivo è curioso e colto, un lettore onnivoro e vorace che non è appassionato solo di tecnica e tattica ma anche dei rapporti profondi tra lo sport e le masse. E proprio da questa fucina intellettuale egli trae il romanzo di una vita, dopo il quale avrebbe scritto sempre meno, sino a far perdere le proprie tracce alla metà degli anni sessanta.
Nei cinque capitoli de L’allenatore si racconta la vicenda di un uomo che di mestiere fa il giornalista, vive a Roma, è originario di Presicce, si mostra sicuro di sé, fiero, intransigente e ha come tratto distintivo quello di amare la Juventus fino al parossismo. La ama a tal punto che la signora bianconera è l’unica sua realtà sentimentale mentre le donne, alle quali si concede nei periodi in cui i bianconeri sono in disgrazia, sono il transfert di una passione cieca e irrazionale.
Dietro questo ritratto così fortemente autobiografico, Bruno cela l’immagine paradigmatica di un sedicente scrittore e intellettuale, di un sedicente seduttore che tenta di possedere senza essere posseduto, ma che riuscirà al massimo ad allenare le donne degli altri, come avviene nel romanzo nei confronti di Elisabetta, la moglie del suo amico Amleto.
Nella finzione dell’opera siamo al campionato di calcio ‘61-’62, uno dei peggiori per la Juve che chiude mestamente al 12° posto, dopo i fasti delle stagioni di Charles, Sivori e Boniperti. L’uomo, tradito dalla vecchia signora, accetta senza troppo entusiasmo la corte petulante e snervante di Elisabetta che viene messa sulla pagina attraverso dei lunghissimi periodi, per lo più privi di punteggiatura. Bruno fa la parodia dello stile joyceano di Molly Boom nell’Ulisse e attraverso la voce di Elisabetta e del coro di voci – Enzo Siciliano lo chiamò un “coagulo di molteplici parlati” – redige un testo che egli stesso definisce un “monologo esteriore”.
I tratti autobiografici del romanzo sono evidenti e servono all’autore per compiere un’opera che ritrae in maniera fedele i miti di massa del suo tempo, quali il calcio e l’adulterio, usando un alter ego che si lascia colpire e offendere al fine di mostrare il sottosuolo di bassezze di cui si è capaci quando si confonde la vita vera con i suoi surrogati, quando si crede di bastare a sé stessi, senza tenere conto di come poco alla volta il proprio smisurato ego sia destinato a venire demolito.
Per questa via, dietro lo stile che tenta di realizzare la tabula rasa dei dettami sperimentalistici di quegli anni, si scorge una partitura classica che guarda al Dostoevskij delle Memorie del sottosuolo, al Tolstoj de La sonata a Kreutzer e, infine, a un testo di Albert Camus, che Bruno avrebbe dimostrato di conoscere a fondo, La caduta.
Bruno torna a vivere tra Presicce e Lecce, dove muore in una clinica privata il 18 marzo del 2001. Dopo quarant’anni L’allenatore viene ripubblicato da Baldini & Castoldi grazie a Massimo Raffaeli, che ne cura la pregevole introduzione e a partire da questa data il libro trova nuovi lettori per i quali il libro diventa subito un piccolo classico del secondo novecento che a distanza di cinquant’anni non ha perso affatto la freschezza e l’originalità di quell’inizio di anni sessanta.
Il sottoscritto, che ha recuperato centinaia di scritti di Bruno, editi e inediti, recensioni al suo romanzo, carteggi con importanti scrittori e critici continua a credere che da qualche parte prima o poi ci sia un editore interessato a pubblicare una parte di questa cospicua produzione narrativa o in alternativa la sua biografia che è pronta ormai da un paio d’anni e attende solo di vedere la luce, meglio se non a spese dell’autore come si usa di questi tempi.