Carteggio XVIII: Ricordi e attese – La storia dei ricordi (2ª parte)

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di Gianluca D’Andrea

Ricordi e attese – La storia dei ricordi (2ª parte)

Stephen si chinò in avanti e scrutò
lo specchio a lui offerto, rigato da
un’obliqua incrinatura, ritti i capelli.

J. Joyce

È il ricordo di voi, dei mesi appena trascorsi a slanciarmi nelle mie nuove piccole avventure. Rigati i miei ricordi che si trasformano in visuali, in potenze, nell’altra (sempre altra) aspettativa, l’attesa di una nuova risoluzione – visione a venire – visione.
Rigato il pavimento su cui mi chino a cancellare ogni macchia di presenze precedenti, la casa nuova dalle abitudini vecchie di altri abitatori. Lo spostamento è abitare continuamente una cancellazione – dovuta, voluta, necessaria? Evenienze che mi riguardano – ma non in tutto, non pienamente – perché ho logorato un habitus, sto ripristinando un habitus.
Voi ci siete, molti altri loro ci saranno, ci sono stati, ci risaranno nel giorno della scomparsa e ricomparsa di me rigato da un’increspatura in cui il tempo si fa specchio e costellazione, capelli, voci e riflessi di ri-creazione, uno spostamento, una membrana.

(Agosto 2014)

Carteggio XVII: La storia dei ricordi (1ª parte)

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Diego Armando Maradona

di Gianluca D’Andrea

La storia dei ricordi (1ª parte)

Cosa aspettarsi da un’altra attesa, da un passaggio che ci aspetta?
Vivo l’attesa come una norma, aspetto cosa mi aspetta e mi modifico nell’aspettare, non nell’aspettativa ma in un altro aspetto. Vorrei, però, fissare alcuni punti – giunture che non sento più di poter aspettare – abbandonarli alla funzione cardine dell’attesa di una nuova costruzione. Ristabilire una continuità col luogo stesso dell’attesa, torre di controllo che non ceda all’angoscia ma si svincoli dall’attesa fissa, senza scarti estremi, senza rapimenti di tempo. Il movimento in uno spazio cui adattarsi, senza la forzatura della volontà nell’adattamento; lasciarsi raggiungere dall’attesa che si adatta. Aspetto.

Dopo l’ansia del dover essere
nell’assenza della presenza dell’assenza,
e la maestra ci interrogava tutti, senza scampo,
notavo che l’ansia di riempire il buco
era la paura di scavare con le mani,
persino nella sabbia, con i granelli
tra le unghie – la pulizia dell’assenza del buco,
la pulizia dell’oggetto circostante,
poi in disordine ripetevo il ciclo
del riordino, come quando il giocattolo
non parla più alla nostra immaginazione
e resta il vuoto, il buco del vuoto.
Tra le altre notizie, Maradona, il doping,
lo sport si sfascia, il tanto amato,
neanche il buco di una nostalgia,
l’aderenza virtuale al buco parallelo,
geometria, geografia, figure si fermano
sul foglio senza progetto, solo per colmare
il buco della presenza dell’assenza.
Inoltre sulla strada serpeggiavano
auto quadrate e le contavo
scommettendo sui colori – celeste –
chissà poi perché celeste, scialbo, ceruleo,
annacquato, oleografico celeste.
Un tocco immateriale in tutto un corpo
fatto immagine senza consapevolezza, ancora –
si rese consistente quando il feticcio –
il corpo – adattabile allo scambio –
prima della virtualità del denaro,
l’aerea, fantasmatica circuitazione della velocità,
nell’incremento magico di un momento e nel riposo
di individui in movimento perenne, sugli algoritmi.
Le carneficine continuavano come residuo
di un passato carnale, residui balistici
da smaltire come fossero ultimi rifiuti industriali,
poi aria e vapore sinaptico,
sempre quel mondo in un’altra visione allucinata.
Ormai stavo per chiudere con le esperienze
stupefacenti del cambio di prospettiva,
i genitori attendevano la presenza dell’assenza
della presenza, il respiro poteva coagularsi
o cascare fino al ribaltamento di un corpo
appena sdraiato, mi restavano
alcuni atti innocui d’eroismo,
come provocarsi conati, infine rigurgitare
ciò che si era ingerito per cambiare prospettiva,
e continuare subito dopo (sempre dopo)
a ingerire.
Erano quasi questi anni, 30-20 anni fa,
per approssimazione la spinta individualistica
spenta negli abusi per mantenere ricche
le vecchie risorse, un po’ di spremuta
di vite? I motori a miscela
camminavano anche qui insieme
ai rifornimenti della Terra in cerchio.
Chiudevano le case chiuse,
col binocolo – strano strumento retrò,
di pregio perché non comune,
non esattamente tascabile –
a volte guardavamo dentro le case
e spiare era un modo per impiegare
ore non proprio disoccupate,
perché non rilassare i muscoli,
accomodare il più possibile la comodità?
Ho frullato anch’io uomini e donne
e buone porzioni di me perché potessi
ricordare, un giorno, senza nostalgia,
che il mondo può restare indiscusso,
senza termine che sfondi
il confine o un campo senza recinzioni.
Negli anni ’90 ho cominciato
a fare bagni di crema solare,
di sole intensivo, d’intenso cremare –
ustionato, fervente, indirizzato
a una possibile rovina.

(Agosto 2014)

Poesie da “Fughe e ritorni” di Enrico Marcucci, L’arcolaio, Forlì, 2014 – Prefazione di Filippo Davòli

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Enrico Marcucci

Fughe e ritorni (nota di Gianluca D’Andrea)

fugheeritorniIl verbo del “trasalire”, le epifanie di Marcucci hanno relazione col basso del quotidiano, la terra è il primo passo di un rapporto che aspira a trascendere, che tende a spostare su un altro piano il desiderio.
Innalzamenti e sospensioni, capacità tensiva e volontà di indirizzarsi al legame, costruendo – con le parole – ponti.
La dimensione dell’approdo forma queste poesie, la vertigine che aspira a colmare la distanza col mondo e poi travalicarla, far riscoprire l’unicità di un’appartenenza che accolga senza scissioni e fraintendimenti.
Marcucci è nato nel 1992, i suoi versi sono sintomo di un’esigenza, che altri autori giovanissimi condividono, di ricostruzione dell’alterità, una spiritualità che tenti di elevarsi dalla piatta dimensione terrena, che cerchi una nuova forma, un ideale.

Testi da Fughe e ritorni

I

Come brezza disinfesta la corrente
(la malattia che aspettavo da ore)
la memoria dimentica di ricordarti, infila
da qualche parte
su rami alti le isometrie dei nostri nomi.

Inutile cercare impraticabili anagrammi.

°

VIII

Cerchi riparo in me.
Al collo ho la tua fronte mentre apro
stretto il braccio alle spalle
sotto al tremito che intirizzisce il seno,
con una carezza sottile
un bacio all’orecchio.
Ti risistemo i capelli. Sciogliendosi
il rame negli occhi un soffio
non manovrato trasale dalla furia.

C’è un disegno di pioggia
sui nostri giorni,
un respiro più alto.

°

IX

La lontananza assomiglia all’eco
di un colpo d’occhio che si moltiplica,
si disperde nell’aria.
Sebbene divisi, forse in questo istante
noi due distanti saremo più vicini, quasi
petto a petto, ripetendo sottovoce al filo
del telefono o al vuoto delle righe
che un giorno altrove senza disegni o carte
geografiche ci ritroveremo presi dal sopravvento

(i giri attorno
le coagulazioni,
gli occhi chiusi
e ancora un attimo mancato)

ritorti sulla possibilità che un’ora intensa
resti fino a dopo o quasi la polvere.

°

XIV

Disseminati nella fitta oscurità che si racconta,
approdiamo di nuovo su golfi insabbiati appena
in matrimoni magnifici, lo Spirito Santo in quell’istante.

Tutto sembra imporre che sia sbagliato non confidare,
non innalzare ponti ancora, congedarsi in definitiva.
Rimescolandoti il volto a quello degli arcangeli da distanze
recenti un sorriso lascia riemergere le immagini di copertina
di incunaboli perduti che di te non sanno.

Poi avviene l’ennesima sospensione.
Una promessa.

°

XX

Si perde peso come una corsa
dietro pratiche d’appartenenza
nella distanza delle stelle
nel tentativo d’arrivarle.

Una forte vertigine frontale.

°

XXIV

Muovendo pochi passi come i primi
su assi oblique, tra gli spigoli del doppio
e del più o meno s’offuscano i profili
con un gesto sottinteso, confondono
i corpi nel non detto e di chi sono.
Nella sintesi d’un numero
restiamo linee immobili di spalle,
nere e silenziose, al confine

(come se il due fosse l’unico
e non due volte uno).

°

XXX

Ovunque fuggirai ci troveremo un giorno
ai confini dei canali intrapresi di ritorno
dai reflussi, mescoleremo fumo ai volti
come a schiarirli, avanzeremo considerazioni
su vecchi disegni d’assoluto e proporremo
affrettati di traverso conclusioni inedite
da interpretare, da intuire sottopelle.
La distanza negli occhi confonderà le direttive,
avrà nelle pupille i segni d’un incanto nuovo.

Fingeremo somiglianze,
taceremo dissensi,
produrremo conflitti…

°

XXXIII

[…] a questo punto mi chiedo
– pendolo immobile nel proprio pendolare –
che cosa resti di simulacri acefali,
corpi fuori posto
per un beffardo – banale gioco di parole

se l’ente o l’artificio,

inseguendo le tracce solite
di dèi intermittenti dalle secrete, dal labirinto
fughe e ritorni, ma più ritorni
e più fughe

dal panorama                            nella Cornice.

°

XXXVII

Sbriciolata la luce dai rami
sulle poche ossature rimaste
fiata l’odore della sera, illude
che la notte ferita da una luna
nuova farà pace con il giorno,
che per stavolta sarà un lieto finire.
Fermo, restando seminudo ai fianchi
di lei che incurante riveste, tratteggia
negli occhi l’azzurro, come in una buca
muta trattiene il battito nell’epidermide.

Fuori le corde vanno gli spasmi,
gli affanni del non detto
già e non ancora rivelato,
avvinghiati agli stipiti
simili a foglie vibrate
dal vento.

°

XLIII

Qui, dove gli spazi nascondono i contorni
alla voce segreta dell’acqua e dei colori,
abitano sospese creature sottili serrate
in strane forme d’assenza, non concepite,
che sanno di trementina e carte bruciate,
che sanno la lingua invisibile del tempo
e delle fasi lunari, previsioni obsolete da corolle
di nebbia sterile, pose leggere senza nome
che vagano sole all’indietro nella corsa d’un istante.
Sono molecole di clorofilla, rigirate all’incontrario,
non proprio vegetali (sebbene simili ai fiori), disperse
dal vento in non luoghi privati, sconosciuti.
Sono un soffio di bianco che sfuma lontano,
pratiche di silenzio, ambiguità e dicotomie
come gesti di assensi e capi reclini, uscite improvvise
dal diorama dal contesto dalla scena,
dal doppio senso e dal non detto;
che non salutano nessuno prima di andare
che non hanno nessuno da salutare
a parte gli insetti, ma quelli tanto
restano stretti alle radici.


Enrico Marcucci (Ancona, 1992) è redattore della rivista di arti comparate e cultura “Quid Culturae” (www.qculturae.it). Studente di Lettere moderne all’Università di Macerata, suoi versi sono apparsi in varie riviste. Fughe e ritorni è la sua opera prima.

Poesie da “Cotone” di Martina Campi, buonesiepi libri, 2014

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Martina Campi

Cotone (nota di Gianluca D’Andrea)

copertina-cotone-ritagliataCotone è il seme e l’avventura del ricordo; ad appianarsi dopo aver reso lo strappo della parola, la sua esplosione prima della fioritura del senso, il segnale germogliante.
C’è anche l’odore di biancheria, tensione al pulito, al sublime che discende nel quotidiano, mistura di memoria e desiderio d’avveramento.
Molti testi giocano sulla sperimentazione lieve, un capovolgimento del testo: la tessitura candida nella crepitazione/trepidazione dell’avvenire.
Fiocchi volano, respirano e si depositano – queste parole – come un preavviso, l’attesa di un nuovo approdo.

Testi da Cotone

Tutte le persone

oggi avevano caldo
e scarpe aperte

dalla maglietta e dallo zaino
residui del giovedì.

Aria, un profumo
ch’è ricordo;

si parte da qui
che c’è la luce giusta.

Mah. Dipende da come
si alza il sole, mi hanno detto.

°

Non è per piacere.
Non è per dolore.
Non è per spezzare
il corpo in due –

Ci interroghiamo sugli esiti,
come rondini stonate
all’arrivo dell’estate.

Ed è per sentire
fino a dove si può sentire

ed è guardare -misurare,
quanto piccola e sottile-

la circonferenza che raccoglie
la differenza,

tra l’esserci o svanire.

°

Il silenzio delle finestre
ha parole d’altri spazi,
interstizi sottili illuminati di bianco,
decori del buio.

Immaginavi di percorrere
le rugosità pallide della parete.

Le tende sono lontane dal divano.
Non dirò niente.

Non posso dire che gli spazi.
Piani che volano su altri piani.
I miei piani di non dire niente.

La donna urla da lontano, in un’altra sera
che è calda, grossa, rossa,
sopra la biancheria, sopra la televisione
fatta a pezzi, oltre la finestra, pezzi di vetro dalle finestre

sudore e strappi esplodono, ridono, scalciano
-oltre la piazza, i blocchetti, la meridiana-
piani su piani del silenzio piani, su piani. Lampioni

divani lontani, lenti, sudati, su piani.
Così, a venire, dragare brezze notturne,
murare sospetti, rossetti scorretti,
vestaglie apparse appassite. Arse.

(Disegnata contro la notte)

°

Questa è l’ora
dei buchi nel muro.
Ora di pioggia e cotone
l’amore immortale alla parete
regge il buio, inghiotte i rumori.
Sonnecchiano i cuscini brillanti
sonnecchiano vicini

e le persone
si rigirano,
si ritagliano

le ore sottili
sotto gli ombrelli,
a chilometri di distanza

chilometri di corridoio
chilometri di sogni
e chilometri d’altri sogni
chilometri di sveglie
chilometri di stanchezze
chilometri di corridoi.

Forse il deserto ci somiglia.

(Corridoi sotto gli ombrelli)

°

Nell’aria un respiro vola
e insieme alla cenere si deposita.

Poi ti vedono dalla finestra
che ti rifiuti di collaborare,
tra pollini e gas di scarico

come una polena.

(Voci)

°

Ed eravamo acqua
ed eravamo fatte a spigoli,
poi tutto sarebbe cambiato.

Una gamba se ne volava via,
per la strada rotolando,
alla velocità di frecce.

(Decadi)

°

I

Una luce nebbia
si nutre di questa via.
Le persone sussurrano
gli scricchiolii delle ossa,
tornandosene a casa.

II

Su scalini scolpiti nel bianco
si accalcano ginocchia.

Bisogna uscire di qui! E restare vivi.

III

Poi, di mattina presto
la luce è sorgente
rifratta

ma davanti a me
tra case fatiscenti
non c’è un’anima.

IV

Ci accadiamo lievi
neve dal cielo,
foglie dai rami.

(Una Preghiera)

°

IX

E poi perché ci vuole la calma,
sapete ci vuole la sorrisa,
la.. stortura ci vuole
mentre si fa il bucato, il seitan
il seitan, poi sbadigli enormi,
feroci balsamici o no, falò…

loro lo sanno e nella notte
si danno consiglio
con le ninne nanne,
con i bucati freschi salgono
ti baciano e t’abbracciano e chi sei
chi continui a dire perché
nell’armadio ce n’è uno uguale
nuovo nuovo uno perfetto nuovo nuovo
e tu sarai nuovo anche tu
presto questo freddo anche tu.

Il freddo, il freddo è il saio
il tuo saio per dormirci
stanotte sai per tradurti
ciò che sai tu lo sai
tu lo sei ciò che sei.


Martina Campi è nata a Verona nel 1978. Vive a Bologna, dove ha studiato e si è laureata in Scienze della Comunicazione. Vincitrice del Premio Renato Giorgi 2012 con l’inedito Estensioni del tempo (Edizioni Le Voci della Luna Poesia, 2012).
Autrice e performer, fondatrice insieme al compositore e musicista Mario Sboarina, del progetto di musica e poesia Memorie dal SottoSuono. Nel 2014 entra a far parte della redazione della rivista Le Voci della Luna. Collabora con la rivista online L’antenna.

Carteggio XVI: Il Totem dalle mille piume (2ª parte)

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Lorenzo Perrone, Totem 150, 2011

di Gianluca D’Andrea

Il Totem dalle mille piume (2ª parte)

Parlare e non avere nulla da dire ma vivere con la parola la vicenda che sta accadendo (discendendo?) sulla regione, sulla localizzazione, porzione di mondo in cui, anche noi immersi, avvicendiamo lo scambio, la relazione. Micro-sistemi di accoglienza e distanze che si dileguano al momento e poi riappaiono, facendo la storia dell’evento. Alla parola originaria si sovrappone il linguaggio storico, eppure il ricordo non può essere espulso, a meno di rinunciare alla scrittura dell’evento.
Sarà paura di lasciare la parola al suo oblio ma l’esperienza della poesia è il sintomo di una dispersione bloccata, un aumento del mistero della parola che non possiede il suo discorso, anzi pertiene – per non dire trattiene – la sua rinuncia.
La lingua della poesia è la resa alla fissione del nucleo della scomparsa, una storia che spera proprio nel ricordo della possibilità d’oblio, quasi evenienza messianica come in Benjamin – e non attrito tra scomparsa e ricordo come in un’interpretazione dello stesso Benjamin condotta da Giorgio Agamben (il riferimento è al piccolo saggio Lingua e storia – Categorie linguistiche e categorie storiche nel pensiero di Benjamin, conferenza tenuta a Modena nell’aprile 1982, pubblicata in Aa. Vv., Walter Benjamin. Tempo storia linguaggio, Editori riuniti, Roma, 1983; ora in G. Agamben, La potenza del pensiero – Saggi e conferenze, Neri Pozza, Vicenza, 2010², p. 36).
La poesia, anzi, occorre precisarlo, vive nella tensione continua tra sopravvivenza e oblio, laddove la prosa manifesta il desiderio d’affabulazione e trasmissione, quasi in una forzatura continua della tradizione.
La stessa tradizione non è dimenticanza dell’estinzione, per questo la poesia recepisce dalla prosa proprio le potenzialità affabulatrici del linguaggio, riformulando l’epica attraverso il canto tensivo della distanza, la trasparenza della parola sempre a un passo dalla sua fine.
L’ambivalenza del linguaggio può risolversi nella sua “non soluzione”, nel movimento continuo tra parola e storia, tra distanza insignificante e presenza che forza la sua significanza: l’imprescindibilità del ricordo e la consapevolezza dell’imponderabile, cioè la scomparsa.

(Agosto 2014)

Spazio Inediti (13): Carmen Gallo – di Gianluca D’Andrea

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Carmen Gallo

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (13): Carmen Gallo

 

Ricucire le schiene nere disperse in mare
le bocche lasciate aperte al sonno
avere fame di occhi
da mangiare aperti al sole
a forza di scalare meridiani e meridiani
di sale

tornare a incollare i pezzi
a dire le ombre scontornate
nella lingua terra che nessuno aspetta
e poi scrivere, scrivere ancora

di sere sprofondate, di stanze appese
al muro per non essere rovesciate
di uomini che si parlavano al buio
di finestre da spalancare

nella fretta di andare e tornare
farsi marea di corpi senza nome
e cancellare l’intero che separa

ci hanno chiamati ladri
anche ora che siamo tornati

(Testo tratto dalla raccolta inedita Prima degli occhi)


Il coraggio dell’infinito, il modo verbale principale, utilizzato nel testo qui presentato, può essere letto, considerandone la valenza iussiva, come il tentativo di puntellare con forza un argine, ricostituendo confini che appaiono distrutti. Noto i verbi che hanno la funzione di un ritorno o restauro sul disastro: «Ricucire», «tornare a incollare i pezzi». Arginare la dispersione, tenere nella scrittura («e poi scrivere, scrivere ancora») usata come collante, necessità resiliente perché dalle «ombre scontornate» possa definirsi, forse un giorno?, la figura. Altro versante dell’infinito: l’anelito, il desiderio che avvenga la giustizia verso una parola che sembra presentarsi come portatrice di uno slancio (potremmo chiamarlo ideale?) in direzione di un miglioramento: «ci hanno chiamati ladri/ anche ora che siamo tornati». Ritorno, allora, ed è il tragitto di ogni memoria e il testo, infatti, procede per ondate, ogni strofa un rinforzo di questo flusso fino alla chiusa, per niente pacificata, che tenta ancora un rilancio, allo stremo, di quel modo verbale che è chiave dell’intero componimento. Che sia il richiamo «nella lingua terra» a sommuovere queste parole marine, ondivaghe, sembra plausibile (anche considerando l’origine territoriale di questi versi). Spiegabile, forse seguendo questa traccia, il ricorso metaforico lievemente espressionistico (vedi tutta la prima strofa), tensivo, anche questo, a una volontà di fuoriuscita che non sgorga perché riflette la necessità (verrebbe da dire la colpa) del continuo ritorno. Aperto/chiuso – ondulazione spinta e ribadita – il testo, lo abbiamo visto, aspira a farsi memoria, senza arrivare a comprendersi, con spunti di accennata frustrazione dovuti, probabilmente, all’inafferrabilità della testimonianza: «…lingua terra che nessuno aspetta/ e poi scrivere, scrivere ancora// di sere sprofondate, di stanze appese/ al muro per non essere rovesciate». A volte le prospettive si rovesciano ma il pensiero si contorce come una maschera, irriconoscibilità che si fa aspirazione, desiderio appunto: il soggetto aspira alla cancellazione nell’alterità, tentandosi argine alle distorsioni e distruzioni del proprio tempo e luogo, per questo non ha bisogno di dire io, perché è presente nell’infinito, extra-esposto: «farsi marea di corpi senza nome/ e cancellare l’intero che separa». Si avverte una fiducia mai scontata nei confronti della parola, che non vuole arrendersi alla consapevolezza di aver perso il fuoco sacro, l’istinto della nominazione; parola che non si accontenta della tutela ma vorrebbe innalzare il reale a un, per ora, fantasmatico ideale di giustizia. La parola, nei migliori esempi delle nuove generazioni, sembra spingersi oltre la constatazione del disastro avvenuto, anela, anche spasmodicamente, alla ri-creazione.

(Agosto 2014)


Carmen Gallo è nata a Napoli, il 6 gennaio 1983. Attualmente vive a Napoli, dove lavora come assegnista di ricerca in letteratura inglese. È stata due volte finalista al premio Mazzacurati-Russo per la poesia (2009-2010; 2011-2012), e alcuni testi sono stati pubblicati su blog (Poetarum Silva, Poesia di Luigia Sorrentino) e antologie (Registro di Poesia #3, 2010 e Registro di Poesia #5, 2012, Edizioni D’If, Napoli). Con Tommaso Di Dio, Alessandra Frison, e Domenico Ingenito cura gli incontri di letture di giovani poeti “Fuochi sull’acqua”.

“Vi porto via” di Luigi Carotenuto, Prova d’Autore, Catania 2011

 

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Luigi Carotenuto

Vi porto via – Nota di Gianluca D’Andreavi-porto-via-di-lugi-carotenuto

 

La parola concettualizza l’esistente, è una parvenza che nella tensione verso la concretezza della materia, combatte la distanza, nonostante la sua ineluttabilità: questa spinta infinita alla nominazione è matrice e anelito della poesia di Vi porto via. È tutto infinito, poesia d’esordio della raccolta, non lascia dubbi: la ricerca è nella presenza/assenza, nelle potenzialità liminari della parola, risolvendosi in desideri e cadute, nonché in imperativo etico per lo sforzo di un raggiungimento. Il velo, altra soglia, è gioco di trasparenze che lascia intravedere il reale, per nasconderlo, rendendo impossibile l’accesso totale allo stesso, insinuando possibilità di fuga. L’agio oscillatorio, provocato dall’incontro/scontro col reale (evidenza di molta poesia siciliana del novecento, vedi Cattafi), origina proprio dall’impatto, tutt’altro che sereno, che il soggetto subisce e a cui tenta di reagire. Per questo alle stazioni di mancata aderenza si tenta di provvedere con uno sforzo, quasi un sacrificio, di scardinamento causato dalla tensione di centrare l’ordine delle parole nel mondo. In potenza la forza ricreante può emergere, liberandosi dagli scivolamenti e le fughe, focalizzando, e infine concretando, il proprio desiderio-imperativo; svincolando la forza etica, presente, dal moralismo, dalla caccia alla parola, dall’effetto (come in alcuni dei testi riportati avviene).

Testi

È tutto infinito

È tutto infinito con te
l’attesa
il silenzio
un bacio sospeso dal tempo
Rimescolo i dadi
sei in tutte le facce
se perdo la strada
sei dietro di me

°

Nel castello

Carità di una pioggia serale
svolazzare annebbiarsi svanire di idee
si scompagina la nostra storia personale
rinasce l’aria impolverata
dell’antico amato ripostiglio segreto
tolto il velo il veto
s’apre il castello del primo nemico…
Edipo

°

Ex novo

Rinnovarsi bambino
anima estranea al disincanto
sciogliere il cappio nel petto
in un canto

°

Blu chagall

Arcobalenante gioia lungoprato fiorito fiorente
finestra investita d’aria fresca ad altezza divina
Dove sei? Nascosta sotto la brina
nel tuo blu chagall tra tulipani viola
nodi in gola occhi lucidi lucenti
– occhi da passeggiate infinite –
consustanziale al cielo
per sempre bambina
occhi estasiati di fantasia
– c’è da perdersi in te come nel paese di Alice –
felice

°

San Nullo

San Nullo, chi ti cogita ormai?
Mortificato nel nome
Ti ho incontrato sul vetro d’un bus,
nell’urbana indifferenza,
tra i pensieri stanchi di chi torna a casa
con la tua benedizione e non lo sa.

°

Pornolenza

Madonna mia
salvami dalla pornografia

Anima d’ametista
chiudimi la rivista
eiaculatio fellatio copula crapula
come esser sazio del nulla
pur vertigo vestito?

°

La verve del verbo

Divagare divergere allestire un sole artificiale
pernottare in loco virtuoso vitale
sudare il senso universale
Fermarsi
Ripartire
dalla gioia del dire

°

La gravità del peso o il peso della gravità

Già, la pioggia.
Ogni stupida goccia
si poggia
così
priva di sensibilità
(questa è la gravità).
Tu la scruti assorta
come se avesse un’anima
un corpo a sé stante
che resista (più d’un istante)
al contatto col mondo.

È senza individualità
dura il tempo di un salto celeste
e da sola non esiste.

°

Sul selciato

Strade di pietra
orme infantili
adolescenti
primo amore mai scordato
esordio sul selciato
il mio cuore corre corre
la testa non gli tiene testa
il mio cuore fugge chi lo prende
nemmeno tu mi prendi più
ho di nuovo 15 anni
amami non vedi sono un bambino
torno sempre indietro lo sai
per chi se non per te per chi
guarda vedi come sono bravo?
vado in bici con una mano sola
però senza la tua non so entrare a scuola

°

Passo doppio

Danza sul rimorso
sulla colpa
pesta in passo doppio
quel serpente velenoso

Danza sui soprusi
sugli stupidi e gli ingrati
danza sui reati
cosa resta?
Danza che ti passa

Sciogli questo nodo di rimpianto
librati in un pianto in movimento

l’estasi è un momento

°

Virtuale

Avremo il virtuale
dove poterci ritrovare

custodirò il tuo sorriso
il caffè caldo un pensiero condiviso
come non ci fossimo mai lasciati
schermo a schermo appiccicati

la solitudine non ha più radici
sconfitta dai miei 1009 amici
Dio, il partito, la rivoluzione
il sesso, l’amore, la distrazione
tutto a portata di dito

E l’infinito?


Luigi Carotenuto è nato il 16 agosto 1981 a Giarre (CT), dove tuttora risiede. Educatore, ha lavorato nell’ambito socio-pedagogico. Si occupa di critica letteraria per il periodico culturale l’EstroVerso (www.lestroverso.it), diretto da Grazia Calanna; cura la rubrica di poesia In conto letture, per la rivista Lunarionuovo, diretta da Mario Grasso (www.lunarionuovo.it). Ha pubblicato le sillogi L’amico di famiglia (edizioni Prova d’Autore, Catania, 2008) e Vi porto via (edizioni Prova d’Autore, Catania, 2011).

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