Libri crepuscolari: 2 note – II. “Addio mio Novecento” di Aldo Nove, Einaudi, Torino 2014

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Aldo Nove

II. Addio mio Novecento di Aldo Nove

addio-mio-novecentoL’accumulazione verbale è il tentativo memoriale nonché la testimonianza epocale della fuggevolezza. Se il contemporaneo, tempo eterno della scomparsa, riduce il linguaggio alla sua ultima performance nel recupero iper-esposto di ciò che resta dell’umano – nel ricorso al fantasmatico come unica presenza -, allora l’ultima operazione di Aldo Nove riflette la fine della cronologia e s’interroga sull’ineluttabile (eppure direi scontato) annientamento di un ethos. La fase terminale del nichilismo, in Addio mio Novecento, ammicca farraginosa.

Il tempo

Vedo un fiume di gente
scorrere verso la storia.
Il fiume è la memoria
di ognuno. Il resto è il Niente
che lo contiene.

(p. 92)

Da metafore logore come quella nel testo appena letto si srotola la minaccia ambigua, sorta di ricognizione approntata con fiacchezza, di un percorso che si sfibra tra il rimpianto nostalgico (anche se in quarta di copertina appare il riferimento alla fine della memoria, le pagine del libro non spiegano quest’estinzione presunta) e l’accensione aurorale di un nuovo tempo, i cui unici indizi sono rintracciabili nelle referenze religiose, testamentarie, non per questo rinnovabili e riattivate, soprattutto nell’ultima sezione (Un matrimonio).

Un matrimonio

        Come nastro di porpora le tue labbra,
pieno di fascino è il tuo deserto*

Cantico dei Cantici, 4,3

Esplodono, orizzonti ma più piano
di un attimo, attraversano
ed è ovunque
il centro dove vanno. Depositano acqua
e ritagli di pietra
leggeri,

che sono una famiglia, tra gli specchi
che da millenni salgono
e scendono, e sono
il movimento, è
noi per sempre
che ne siamo parte,
ciò che diventa,
è il tempo,

è la tua bocca
è il tuo respiro amore
e sono gli occhi
è tutto il mondo
il grembo

* Midhàr significa, in ebraico, deserto.
Nella vulgata greca è tradotto con bocca.

(p. 104)

Le due dimensioni del libro formano un agglomerato in cui passato e futuro, collidendo, dovrebbero definire il presente. Invece di un’eternità della scomparsa, Nove realizza un tempo assoluto che sfugge al momento, auto-riferito, esplicitato nelle proprie cognizioni e ideazioni. Per schermare il “Niente” si tentano nuove definizioni del reale, ma in astratto e il lettore è assorbito dal senso costrittivo dei termini:

Sempre

Non è così che è, ma sempre.

(p. 84)

Reazione espressiva in perdita per un autore che ha vissuto la stagione post-moderna, cadendo infine nella tentazione visionaria della “fine delle ironie”, in una religiosità residuale, imbarazzante, a volte, per semplificazione “metafisicheggiante”:

Lo spazio

Vedila, la metafisica. È una piazza,
ne sei il movimento
che mentre ci passi
si espande. Lì
esiste, soltanto, la piazza,
e vibra nel tempo
e cade una foglia.

Tu lo sai
che nulla è più solo di un posto
e nulla che spieghi una foglia
se ovunque non c’è che universo

(p. 34)

Addio mio Novecento è libro del crepuscolo (come il titolo stesso indica nel suo richiamo, purtroppo capzioso, alla divinità cui sembra affidata la storia personale e collettiva e a cui sembra raccomandarsi il distanziamento nella scomparsa del tempo e della memoria) in cui la cifra caratteristica specifica, la costruzione asindetica, ha come conseguenza la resa singhiozzante di un messaggio dalla sintassi opaca. Il linguaggio aspira a un’elevazione (anche rispetto ad altri tentativi dell’autore) ma resta radicato al “tempo delle discoteche” (il richiamo è a un testo presente nell’attuale raccolta ma recuperato dal precedente Fuoco su Babilonia! pubblicato da Crocetti nel 2003), cioè al tempo in cui si esaurivano – in attesa di tempi migliori – le facoltà affabulatorie, ammiccanti ma consapevoli, di Aldo Nove.

Addio Mio Novecento

Contro il sogno banale della luce,
il suo volgersi in versi di Den Harrow,
la camicetta scollata m’aprivi
la sera mandarina duck di tutto.

L’amore al tempo delle discoteche
bolliva tra rostri di marzapane
firmati Armani. Io stavo seduto
al centro del pastone verde laser.

Se mai si intravedeva una ragazza,
un pastrano di tette sullo sfondo
metallico del vomito il divano
si trasformava in astronave piccola.

La Naj Oleari che ti bacia sempre.
La Toyota sfrecciava nel silenzio,
i piedi stretti nelle calze Burlington,
galleggiavo molle tra ormoni e guance,

la Isla Bonita, Taffy, Gino Soccio.

(p. 97)

Difficile per un lettore odierno chiudere il libro e non sentire un certo disagio, da abuso retorico, nei confronti di versi come i precedenti o come i seguenti:

Un discorso

Comincia a fare queste dita,
nasce. Un discorso fittissimo di vene
che s’intersecano è il giorno
che scompare e torna.

E questa è una collina,
questa è una mattina.
Nòminale
come fratelli, muovile
sui paesaggi
la mente tace e
ogni fiore,
ogni fiore una terra avrà

(p. 51)

e se, appunto, «ogni fiore» avrà una terra, il “fioretto” per questa raccolta è che ci sia posto per lei nel limbo distanziante di chi è «bambino da millenni», al margine estremo del tramonto di quel Novecento in cui sembra chiedere di voler restare, nell’impotenza affabulatoria.

Fiaba

L’eterno era una festa di paese
e io ero bambino da millenni.
Non lo sapevo che non ero nato
né morto, né vissuto. Solamente
scrivevo su un quaderno a righe che
tu eri proprio bella, a quella festa
che respirava ovunque.

(p. 102)

jovanottiana, sic et simpliciter.

Gianluca D’Andrea
(Gennaio 2015)

Libri crepuscolari: 2 note – I. "Il rovescio del dolore” di Luigi Socci, italic pequod, Ancona 2013

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Luigi Socci

I. Il rovescio del dolore di Luigi Socci

rovescioIl libro di Luigi Socci Il rovescio del dolore è la testimonianza di un periodo, della nostra frammentaria contemporaneità, che potremmo definire “mortuario”. I testi della raccolta abbracciano il quindicennio 1990-2004 e ne rappresentano il resoconto verbale e stilistico:

Bisogna parlare dei morti
(assenze che di noi fanno polpetta)
perché c’è nella poesia
tanto così di morto per ciascuno.

(p. 68)

Ribaltamenti di senso, paronomasie, figure etimologiche, deformazioni verbali sono sintomi dell’involuzione linguistica a cui l’autore aspira e a cui affida a minore ad maius la funzione di appiglio pulviscolare (cioè crepuscolare, ironico) del messaggio relazionale.
Il rovescio del dolore procede per tappe slegate e ogni sezione agisce da minimo evento, “reagendo” all’illusione di una trama/trauma che sia ancora “legabile”. Emerge un racconto sfibrato ma inteso nella necessità di un’unica coerenza per balzi o, in estremo, acronica. Il tempo si frange in rivoli e intercapedini che ne formano la sostanziale verità:

La verità va preparata bene
che può sempre servire
un pezzo un altro pezzo avanza un pezzo
sembra che tutto funzioni per ora.

(Verace, p. 88, vv. 1-4)

L’esigenza di un contatto che si avverte perduto ma ancora necessario, come nel testo di p. 78, Toccami, nel disorientamento o nella desolazione a-direzionale: «Qual è il senso di marcia del deserto?» (Insabbiamenti, p. 65, v. 1).
Siamo dentro un passaggio temporale (un paesaggio) interrogante (postmoderno, ancora?), il soggetto si contorce ed evidenzia un disagio, senz’altro intervento se non la presenza testimoniale della propria dispersione, o meglio, sparizione:

Segato in due.
Scisso in sezioni cubiche.
Sparito.

(Silvan, p. 85, vv. 1-3)

L’azione si esprime in strappi convulsivi, sulla scissione; il linguaggio esacerbato in espressioni deformate dall’ironia, in un contesto performante, non sempre agonistico, spesso agonizzante. La parola, cioè, subisce il piano di finzione e si maschera arrendendosi all’evidenza del niente morale (il quasi nichilismo di ciò che fa del postumo la sua postura):

Uno si trova messo così, qui
a mezz’aria
appeso a un peso
nell’atto di levarsi
con una pinza uno sfizio,
vi scrivo dal fronte
spizio

(p. 77)

Il disagio è scia, bava e verso la fine del libro scopre il “coinvolgimento” del soggetto nelle vicende. Lo “spettacolo” esiziale di Ultima Prima al “Na Dubrovka” è la “messa in scena” di una realtà che si realizza adesso, cioè dopo che «il passo che separa la vita/ […] era fatto» (Ultima Prima al “Na Dubrovka”, p. 128, vv. 37-38).
Il rovescio del dolore si può leggere nel ribaltamento antieroico e “a-soggettivo” avvenuto nell’arco temporale abbracciato dai testi, per cui è plausibile parlare di un’epica “miniaturizzata” (Massimo Raffaeli, in postfazione, si esprime in questi termini sulla poetica di Socci) che rimpicciolisce i dati storici forse per renderli accessibili, leggibili, comunicabili, rendendo ancora più evidente, però, l’occlusione e il disorientamento, rischiando di concludere il reale nella microstoria dell’attenuazione senza slanci, in quell’abolizione d’infinito (cfr. Cortellessa) di spirito neo-crepuscolare (o, se si crede, post-crepuscolare).

Gianluca D’Andrea
(Dicembre 2014)

TESTI

Immobiliario

Le reliquie venerabili di un pollo
incollate da giorni al proprio piatto.

Dentro la lampadina il ghirigoro
che produce la luce è mezzo rotto.

Ronzano mosche di questi tempi
fuori dalla stagione delle mosche
in orbite piene di contrattempi.

Dalle patate i getti
si diramano in cerca
degli umori dell’aria.

Oggi non so le cose importanti
ma tutte le altre a memoria.

*

Il viaggiatore ignoto

Accappatoi fregati negli alberghi
saponi con i peli appiccicati
sfoghi d’acne da treno:
segni inequivocabili di viaggio
più o meno.

L’avviso ai naviganti era criptato.
Era evidente il posto era sbagliato.

Scelte per punto fermo
come riferimento
stelle cadenti e vento.

Era evidente il posto era sbagliato
col cane che non solo
non riconosce ma persino
staccare dal polpaccio è complicato.

Era evidente
il posto era sbagliato:
tizi mai visti
spazi ridotti, pieni di rischi.
non ho
amici con divani come questi.

Come in una morale
senza l’ombra di fiaba
era evidente io stesso ero sbagliato,
andato a finire
e tornato.

*

Certi rovesci

Il vento aspira l’aria, non la soffia
e lascia i corpi sparsi sottovuoto.

La foglia rimbalza in cima all’albero
la primavera retrocede a gambero.

La pagina si sbianca
l’inchiostro è risalito nella penna.
(bel risparmio)

Il fumo scende nella sigaretta
tornata intatta
come mamma l’ha fatta.
Fumo di meno e ho il pacchetto pieno.
(tutta salute)

E il morso che rinsalda ogni boccone.
La merda a riavvitarsi su nel culo.

dora è arod maria airam
paola sarebbe aloap alla rovescia
ma anna all’incontrario è sempre anna

Rovescio del dolore il suo discuore.
Allegri! Oggi si muore.

*

28 agosto 94

                                                                           per Franco Scataglini

Nerastro miramare
funereo zittarsi di triglie
bare a vela.

Onde con l’ombra al collo,
il loro andar di sale
ingozza il porto.

Cozze col cuore a pezzi
tette a lutto.
Il sole simultaneo
traduce sassi in terra
(grossi, di Portonovo; grassa di Tavernelle)

Curioso capolino
di vermi o cicche spente?
Dentro le sabbiature
lenta lebbra dei vivi.

Un morto vive altrove.

*

Dallo spioncino

Mi lascio questi occhi che ho
per vedere le ombre all’orizzonte,
dietro una lente rimpiccolente,
di molta gente.

Da questo buco
ho visto i testimoni per esempio
di geova le donne delle scale
il messo iettatorio
dell’amministratore condominiale.
L’ex-tossico in realtà tutt’ora tossico
cui devo un set magnifico
di spugne per la casa
all’aroma di pesce
ho spiato pensando
– esce o non esce? -.

Da questo varco
nella porta ci passa una scintilla
nero pupilla.

Ma provate a pensare
a una schiena che trema familiare,
ombra tra gli zerbini
pericolante all’inizio delle scale,
che va via in una bolla di vetro
di quelle con dentro venezia o san pietro
densa di un’aria unta, senza attrito.
Appesa al corrimano
convessa, senza fretta,
noncurante della targhetta
con scritto il mio cognome che si stacca.

Souvenir deprivato
di neve e di memoria
a un palmo in linea d’aria
di distanza illusoria.

Dispersa nel viavai
per sempre come al solito
restando e un po’ viandando
senza lasciapassare senza i visti
al trotto a dirotto allo sbando
in ritardo sui tempi imprevisti.

Al riparo del chiuso
la guardo come non si deve
internato al sicuro
dalla parte dove si vede.

Ma provate a pensare
come si contrae la vista
di fronte a qualcosa che è troppo vicino
provate a pensare
alla condensa sullo spioncino.

*

Questa poesia non è
per te né per nessuno
non lascia alone
ha l’aut. min. ric.
non odora di chiuso
e poi
non si fa i fatti miei
ha tutte le carte in regola
è ochei.

Questa poesia è bielastica
può essere una esse
o volendo un’ixelle,
questa poesia si stende
come una parte del corpo,
una pelle.

Questa poesia non quadra
il cerchio casomai
si acumina in un rombo,
questa poesia non è
per te che sparirai
prima che tocchi il fondo.

*

Ultima prima al “Na Dubrovka”

Il teatro russo degli anni ottanta
mi stanca.
Il teatro russo degli anni novanta
invece incanta.
Ma il teatro russo degli anni zero
è vero.

La realtà si realizza il passo è corto
tra la vita e il teatro prende corpo.

La scena dilagava in sala e a casa
veniva a chiamarci per la catarsi
per renderci partecipi (spettatori carnefici)
dell’irripetibile evento.
Imparavo a memoria la mia vita
come una vittima di talento.

Quella sera era meglio se non ero
in abito nero per l’occasione
come a una prima i capelli in un velo
la vita ristretta da un cinturone.

Io quella sera
proprio io non c’ero
e se c’ero dormivo e morivo
già cascavo dal sonno e mi gasavano
(posto 12 fila C)
la testa mi andava giù.

Epidemie di tosse
rumore di giunture che disturba
la già pessima acustica, asfissiando
è difficile farsi sentire.
L’emissione vocale del morire
non arriva alle ultime file.

Nel personaggio a cui davo la vita
mi identificavo alla perfezione:
il mio cadavere in carne e ossa
in attesa di identificazione.

Centinaia di comparse disperse
rivolevano i soldi del biglietto
perché il passo che separa la vita
ora era fatto.

Una cappa di fumo scendeva dal soffitto
come un effetto speciale reale
la mano si poteva allungare
per vedere se tutto accade.

Mi confondo nei ruoli.
Mi confondono i ruoli.
Mi credo e mi capisco.
Dico l’ultima poi mi finiscono.