Milo De Angelis: una poesia da “Incontri e agguati” (Mondadori, Milano 2015) – Postille ai testi

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Milo De Angelis (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Milo De Angelis: una poesia da Incontri e agguati (2015)

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Il tempo era il tuo unico compagno
e tra quelle anime inascoltate
vidi te che camminavi
sulla linea dei comignoli
ti aprivi le vene
tra un grammo
e un altro grammo
bisbigliavi l’inno dei corpi perduti
nel turno di notte
diceva cercatemi
cercatemi sotto le parole e avevi
una gonna azzurra e un viso
sbagliato e sulla tua mano
scrutavi una linea sola e il nulla
iniziò a prendere forma.


Postilla:

Certo è il tempo della fine a interrompere ancora il flusso. «Anime inascoltate», «corpi perduti» e una notte che s’intensifica e copre le parole. I personaggi sono spettri, ombre che giungono da una realtà a stento percepibile, «una gonna azzurra e un viso» sono segnali più che dati concreti (e, infatti, lo stesso viso è «sbagliato», come in tensione verso un’alterità ignota). Eppure dalla ricerca scabra, un male si annunciava – «ti aprivi le vene / tra un grammo e un altro grammo» -, piano emerge una nuova possibilità: «sotto le parole» il minimo disegno si allunga «e il nulla/ iniziò a prendere forma».

Esordi: Riccardo Frolloni

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Torino, Via Stelvio (fonte: La Repubblica di Torino)

languide-istPubblichiamo alcuni testi dal primo libro di Riccardo Frolloni (Macerata, 1993).
Languide istantanee polaroid (Affinità elettive, Ancona, 2015), il cui titolo ci aveva lasciati piuttosto perplessi, è un testo composto da brevi frammenti. Fragili, molli, al limite della capacità di dire, non so se per timidezza o per volontà di ridurre il testo all’essenza. Perché sembra svilupparsi proprio questa necessità di dire poco di una realtà in esubero, come se una volontà estranea, aerea, scivolasse nella nominazione, per volere del tutto solo quello che conta: Storia, si arrischia, al posto di storia – che sia un sintomo?

Gianluca D’Andrea


Testi

Io sono la città
sono le case
e i fornelli accesi
sono gli avi
nei secoli dei secoli
sono tutte le mani
di chi mi ha toccato
mia madre: mio padre
sono il sangue dei miei figli
e dei figli dei miei figli
che ancora non sono.

Tutto ciò
io sono
che sembra un destino
accettare la Storia
per intero.

*

È l’inizio ancora dall’inizio,
importa solo il primo
e l’ultimo battito

È la strada che ritorna
sempre uguale a sé stessa
e mai uguale

Che porta dove non si porta:
nel ritorno che vive d’assenza,
nell’assenza che vive senza di te.

*

Qualcosa sta morendo.
Qualcosa
che non trovo il nome,
che porta con sé tutto un silenzio
che senti il silenzio
che pulsa che batte
nelle orecchie
e nelle orecchie ancora.
Qualcosa
muore col suo rumore
ed assomiglia a qualcosa
ma non trovo il nome
non trovo
casa mia
la strada
la sera.

*

La zona pedonale uccide
se non stringi una mano.

Cammino veloce
per scaldare i piedi
per raggiungere posti
i più deserti binari
dove i treni son già partiti
coi bagagli di chi sta fermo.

*

Il tempo è una luce nella testa
che sfonda le finestre dei ricordi
e lascia geometrie
di figure in controluce
cui consuma anche la voce.

Ascolta queste bocche
cui avanza solo il movimento
in un continuo soffocarsi
di voler dure tutto
e tutto il bene
che vorresti sentire ancora,

ma non dice niente
e poi niente
ed è silenzio due volte.

*

Non aprire la porta
che entra il tempo.

Restiamo in fuga
stesi a letto
restiamo sotto
che è più caldo.

Non ha senso
cercare un senso
se a quest’ora
non esiste ora.


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Riccardo Frolloni

Riccardo Frolloni è nato nel 1993 a Macerata. Nel 2010 vince il concorso di poesia “Voci Nostre – Città di Ancona”; nel 2012 compaiono alcune sue poesie nell’antologia Viaggi in Versi diretta da Elio Pecora per “Pagine”. Dal 2014 collabora con la rivista romana “Tafter” e con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna, dove studia attualmente Lettere Moderne.

 

JURASSIC WORLD

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Una scena dal film JURASSIC WORLD

di Francesco Torre

JURASSIC WORLD

Regia di Colin Trevorrow. Con Chris Pratt (Owen Grady), Bryce Dallas Howard (Claire Dearing), Nick Robinson (Zach), Ty Simpkins (Gray Mitchell), Vincent D’Onofrio (Vic Hoskins), Irrfan Kahn (Simon Masrani).
Usa 2015, 124’.

Distribuzione: Universal Pictures.

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Come scienziati in un laboratorio, o se volete come bambini con il piccolo chimico. Una zia insensibile, un magnate idealista, due fratelli precocemente abbandonati al loro destino da genitori in attesa di divorzio. In mezzo, il classico eroe di spielberghiana memoria: forzuto e astuto nelle scene d’azione quanto ironico e tagliente nei dialoghi. La sperimentazione sul DNA, evidentemente, si applica ai dinosauri così come al cinema. E allora, ai suddetti protagonisti e a tutti i comprimari, ognuno riconoscibile nella propria funzione drammaturgica, aggiungiamo una consistente percentuale di meraviglia, un costante richiamo all’avventura, un pizzico di commedia, una spolverata di screwball, tanti effetti speciali in CGI, un po’ di melassa adolescenziale, horror quanto basta sul finale e shakeriamo poi tutto con un distillato di nostalgia citazionista invecchiato 22 anni. Jurassic World è servito: fresco e dissetante come il tè Lipton di Dan Peterson. D’altra parte, è quasi estate.
Situato vicino alla Costa Rica, nella stessa isola che fu la casa del Jurassic Park, Jurassic World è una tentacolare attrazione turistica da più di 20.000 visitatori al giorno. I bambini cavalcano triceratopi, vagano in mezzo agli stegosauri per i viali lussureggianti del parco a bordo di un giroscopio rotante, osservano pteranodonti in una maxi-voliera e provano il terrore di vedere un grande mosasauro emergere dalla propria vasca per addentare uno squalo servitogli dall’alto come un succulento spuntino. Eppure – questo pensano gli esperti di mercato – la gente prima o poi potrebbe annoiarsi. Perché non creare in laboratorio un nuovo dinosauro, spaventoso e vorace come nessun altro, contenente filamenti di DNA di decine di specie diverse e quindi del tutto imprevedibile in termini evolutivi e comportamentali? E come non rimanere stupiti, poi, del fatto che una volta superate le barriere del proprio recinto, questo Indominus Rex riesca a seminare attorno a sé morte e distruzione come e più di Godzilla e King Kong messi insieme?
Gli uomini non imparano mai. C’è chi vuole giocare ad essere Dio, chi è accecato dall’ambizione scientifica, chi dall’avidità, e anche chi sogna di utilizzare i velociraptor come imbattibili macchine da guerra. Mascherano da progresso lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali del pianeta. Ignorano l’elemento umano nell’equazione costi/benefici. E quando tutto precipita, sono completamente incapaci di far fronte comune (altro che Avengers), preferendo piuttosto rinchiudere i propri (falsi?) ideali dentro una tomba. Dietro un’apparenza di stupore e meraviglia, Jurassic World nasconde un’anima da profezia nera. L’orrore che si sparge sul parco di divertimento, i corpi passati di becco in becco in una macabra danza, i massacri visti dai monitor di controllo come uno spettacolo nello spettacolo hanno il sapore di una piaga biblica. Non sorprende, dunque, che l’architettura del parco abbia le sembianze di un tempio azteco.
Tutto come 22 anni fa. Il dettato di Spielberg è stato rispettato alla lettera da Colin Trevorrow, in maniera anche fin troppo esibita. Stesso richiamo all’unità della famiglia, stesso mix tra meravigliosa incredulità e disorientante paura, stesso montaggio da videogame, addirittura stessa battaglia finale tra giganti della preistoria. Nessun aggiornamento? Non proprio. Il prepotente ingresso dell’universo Marvel nel mondo dei blockbuster cinematografici ha mutato nell’ultimo decennio ogni aspetto della filiera produttiva del consumo di massa, e di certo per rinnovarsi il franchise preistorico doveva tenerne conto. Lo ha fatto, in effetti, e anche in maniera davvero ingegnosa. Creando in laboratorio, come i nemici dell’universo di Spiderman, un mostro dai poteri invincibili, non esistenti in natura ma frutto di improvvide sperimentazioni genetiche: l’Indominus Rex. Gestendo, poi, la narrazione del suo annientamento con la creazione di un magnifico team, composto però non da super-eroi dall’aspetto umano (quelli, come già detto, non sono in grado di mettere da parte le singole ambizioni e collaborare), ma dagli stessi duellanti di Jurassic Park, ovvero il T-Rex e i velociraptor, con l’aiuto di un mosasauro.
Tony Bennett potrà continuare a cantare i suoi standard americani. La luce tornerà a risplendere su Isla Nubar così come sull’innevato giardinetto americano della villetta dei piccoli Zach e Gray. Owen e Claire formeranno forse una nuova famiglia. Ma fino a quando potrà durare questo rinnovato stato di quiete? Sicuramente fino al prossimo blockbuster.

La citazione: «Noi li possediamo. Gli animali estinti non hanno diritti».

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

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Vincenzo Frungillo (Foto di Stefano Maceo Carloni ©)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

Dismissione

Advocatus et non latro,
res miranda populo.

“Bisogna conciliare.
Non esistono prove
per una connessione di causa
tra la loro vita e la loro morte.
Dovremmo ricostruire l’ambiente
la meccanica pesante,
la strozzatura,
l’aria che manca,
dovremmo ricreare la temperatura,
l’inferno della tettoia,
la polvere che cola,
il polmone saturo,
il carcinoma,
la metastasi lungo la schiena.
Manca un testimone
per organizzare l’accusa,
nessuno vi darà ragione,
a voi la decisione,
la diretta generazione,
il ramo familiare,
la prova del sangue,
voi potreste parlare,
oppure tacere,
rispondere alla miseria
con l’istinto di sopravvivenza,
rimettere in linea lo stimolo-la risposta,
accontentarvi del poco che manca.
Perché dissotterrare tombe,
tentare le ombre?
All’uscita del Tribunale c’è un rigattiere
che compra bare usate.
Il mercato non ha limiti,
si alimenta in continuazione.
Persino i poeti finiranno
per eccesso di produzione”.

*

L’estinzione dell’orso bianco

Se queste pietre avessero pietà
per le mie ferite, io avrei ragione,
in quanto animale tra le creature,
perché l’accento che tu noti,
diciamo il dolore,
è solo memoria che si corrompe,
e, pensa bene, non vale niente.
Ora il mio modo d’avere voce,
è un rantolo che non mi appartiene,
che mi distrae dal battito del cuore.
E tu pure, dall’altra parte,
ti rassegnerai alla forza che si sprigiona
nella fase estrema della caccia,
alla preda che non si nasconde,
che si è estinta, dalla faccia della terra.

*

La casa

Vivo in una casa vuota,
ma di cosa dovrebbe essere piena una casa?

Resta solo l’utilizzo mancato
d’ogni oggetto, lo puoi vedere,
certo, strabuzzando gli occhi
come facevi da ragazzo,
fissandoti allo specchio,
il petto nudo, e tutto il resto,
spezzato nel mezzo,
un capezzolo che guardava il cielo-
l’altro l’inferno-.
In questo eri un mitico busto,
con i vestiti di tua madre
tutto intorno, la macchina da cucire
che fissava i punti alle gonne.
Allora aspettavi il padre,
l’occhio mansueto del tempo.
Di questo non puoi avere rimpianto,
nemmeno adesso,
che la rosa nel vaso
fa la muffa lungo lo stelo.
Lo dici a te stesso,
riflesso nel vetro,
“i vestiti che indosso li darò in pasto
agli zingari del centro”.

*

Il ritorno

Lei tiene un braccio attaccato alla pancia,
l’altro lo stende sul tavolo,
mi porge la mano:
“Ti ho portato dell’uva
rubata alla mensa.
C’è qualcosa di misterioso
nella frutta che mangiano i bambini.
Provala.”
Non servono lezioni sulle stagioni,
loro si spiegano da sole.
E’ tornata per l’ultima volta.
Guarda fuori.
Non guarda più me.
“Ricordi la gomena
che hai visto sul molo..?
Secondo te, cosa reggeva?”
La liquirizia che ci riempiva la bocca,
un giorno svanirà.
Sentiremo un sapore diverso,
saremo altro e altro ancora.
Rovista con le unghie in una storia comune:
“Sapessi ora cosa vedo.”

*

La nostra storica parte di pena

This ready flesh
no honest equal, but my accomplice now,
my assassin to be, and my name
stands for my historical share of care
for a lying self-made city,
afraid of our living task, the dying
which the coming day will ask

S’arriva ad invocare la propria parte di pena
quando in casa, l’ennesima,
si confonde la manopola dell’acqua calda
con la manopola dell’acqua fredda,

quando la città volteggia libera nell’aria
come il polline di questi pioppi in primavera;
si cerca la parola stretta nella storia,
quando la società caracolla

nel tutto si deve perché si può fare,
si resta da soli a fermare la morte
mentre la si guarda arrivare,
come la sola funzione del nostro atto vitale.

Ci si ripete, “tutta qui la scienza appresa ad arte,
l’eredità della vecchia classe materiale,
quella d’un padre che s’inabissa
mentre il mondo straripa”.

Ed ora vorresti una colpa tutta tua,
vorresti vederla fare ombra,
vorresti stanare i nomi dalla loro piega,
vorresti chiamarli fino a svanire

nel nucleo

scintillante e parziale della loro natura mortale.


In bilico tra rinascita ed estinzione. La non appartenenza e l’esclusione alienante dal sé sono le tematiche che emergono dagli inediti di Frungillo, in linea con la produzione e le scelte di poetica fin qui svolte. Solo, un’altra sacralità si diffonde dal racconto “analitico”, obiettivo, del condizionamento avvenuto. Un respiro che da sincope si fa urlo battente, più che anafora, analessi della storia o, meglio, ripristino analettico della stessa: «vorresti vederla fare ombra,/ vorresti stanare i nomi dalla loro piega,/ vorresti chiamarli fino a svanire» (vedi il richiamo a Prime in Horae Canonicae di W. H. Auden proprio nel testo dei versi appena citati, per cui le ambivalenze del respiro si ampliano nel binomio carne nascente/carnefice). Sì, il nome, la parola, il verbum che chiedono giustizia di presenza (come il motto di Sant’Ivo in epigrafe sembra richiamare), gratuità del gesto, denudamento. Allora sembra il dono “il nucleo”, certo “parziale” della nostra “natura mortale”, che può riattivare un senso ben oltre il male, la nostra colpa invadente e infinita. Toni, quelli di Frungillo, che non ammettono pause o rilassamenti – e in questo si definisce il suo stile – ma che si muovono nelle intercapedini dell’agone tra parola e mondo, nello svuotamento della dimora che può rendere percepibile la capacità di un ritorno a una storia narrabile, al filo che ci introduce nel tempo, orientandoci nel suo straripamento di passato-presente-futuro, l’uno nell’altro, l’uno sull’altro. Il nome esonda e svanisce il senso; il suo spettro proteiforme si proietta in accumulo, e noi restiamo in cerca – a caccia – per coglierne un estratto, una traccia parziale.

(Giugno 2015)


Vincenzo Frungillo nasce a Napoli nel 1973. Ha vissuto a Freiburg, a Saarbrücken (in Germania) e a Milano dove tutt’ora risiede. Si è addottorato in filosofia con una tesi dal titolo Il rischio di una reificazione del linguaggio. Selbst e perdita di Selbst in Martin Heidegger (2001). In versi ha pubblicato Fanciulli sulla via maestra (con una nota di Milo De Angelis e di Eugenio Mazzarella, Palomar, 2002), Ogni cinque bracciate. Un estratto. (finalista premio Delfini, edizioni Galleria Mazzoli, 2007), Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti (con una prefazione di Elio Pagliarani e una postfazione di Milo De Angelis, Le Lettere, 2009), Meccanica pesante (XI Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea a cura di Franco Buffoni, 2012), Terre straniere (in Registro di poesia # 5, finalista Premio Russo-Mazzacurati, edizioni d’If, 2012), Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia (Premio Russo Mazzacurati, edizioni d’If 2013), La disarmata (AA.VV. Cfr edizioni, 2014). Altri suoi testi inediti sono compresi in Hyle. Selve di poesia, (con Dvd video contenente interviste e video, 2013). È presente in diverse antologie di poesia contemporanea, tra le quali Il miele del silenzio (a cura di Giancarlo Pontiggia), Poesia dell’inizio del mondo (a cura di Nanni Balestrini). Dai suoi testi sono stati adattati due recital per la voce di Viviana Nicodemo, entrambi presso la Casa della Poesia di Milano. Per il teatro ha scritto Il cane di Pavlov. Un monologo (Premio di drammaturgia Fersen. Ottava edizione, Editoria & Spettacolo). Suoi testi di narrativa sono apparsi su riviste, altri progetti sono tuttora inediti. Ha scritto interventi saggistici sulla poesia di Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Paul Celan, Biagio Cepollaro ed altri. È redattore di Puntocritico, Absoluteville, Carteggi letterari. Suoi versi sono stati tradotti in tedesco e sono in corso di traduzione in lingua inglese-americano. Sulla sua poesia hanno scritto tra gli altri: Andrea Cortellessa, Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Giancarlo Pontiggia, Giancarlo Alfano, Giorgio Manganelli, Alberto Bertoni, Alberto Sebastiani, Luciano Mazziotta, Francesco Filia.

ANIME NERE

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Una scena dal film ANIME NERE

di Francesco Torre

ANIME NERE

Regia di Francesco Munzi, con Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracana, Barbora Bobulova.
Italia/Francia 2014, 103’.

Distribuzione: Good Films.

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Ambizione, tradimento, vendetta, follia, morte. L’intreccio del terzo film di Francesco Munzi (tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco) richiama contenuti e topoi tipici della tragedia classica: tre fratelli, tre modelli valoriali contrapposti, tre identità complementari e insieme incompatibili; un luogo del mito e del fato, qui Africo in Calabria, dove ogni esistenza magneticamente converge e in cui tutti i conflitti si bagnano di lacrime e sangue; una scintilla, piccolo incidente alimentato da un latente scontro generazionale, che si trasforma – anche in virtù di silenzi e fraintendimenti – in un incendio assassino del senso di appartenenza, e dunque fratricida.
C’è del marcio in Aspromonte? Certo, ma non solo. La sceneggiatura di “Anime nere” sa disegnare traiettorie strutturali rivelatrici di grande maturità linguistica, inserendosi nel solco della tradizione del dramma post-contemporaneo e indagando con rappresentazioni iper-realistiche il modus operandi della ‘ndrangheta. Altrettanto caratterizzanti in tal senso sono sembrate le scelte fotografiche (esterni lividi, privi della luce del sole), il missaggio audio, complesso ed immersivo, e soprattutto il montaggio, energico e mimetico insieme.
Piuttosto incerta e limitata, al contempo, è parsa la voce autoriale, ancorata a facili stereotipi (la “Milano da bere”, la Calabria della “pizzica”) e radicata in un humus anti-progressista che relega le donne (tutte prive di coscienza e morale) sullo sfondo della Storia, condanna lo Stato al marginale ruolo di muto asseveratore di omicidi e illegalità varie, e senza alcun margine di speranza e fiducia si congeda dallo spettatore con la rappresentazione di un “presepe” di morte, paura e solitudine destinato a rimanere immutato per sempre.

La citazione: “La nostra vita qui in questo paese non è più una vita, è vivere la morte”.

Asclepiade di Samo (ante 310 a.C. – …)

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Isola di Samo, veduta dei resti delle terme di età romana (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

Muore l’Idea e si cade nel basso fermentante della vita. Millenni di disincanto, più nulla. Nessun gioco, tutto gioco. Poco, prima della scomparsa. Semibuio.

Gianluca D’Andrea


Asclepiade (epigrammi scelti)

Traduzione di Alceste Angelini (Einaudi, Torino 1970)

asclepiade

 

II.

Rovescia neve e grandine, manda le tenebre,
abbrucia, scaglia fulmini, sopra la terra
nuvole spingi tutte di fuoco.
Quando mi uccidi potrò desistere.
Finché lasci ch’io viva
anche se più imperversi,
esulterò nell’orgia.
Un dio di te più forte mi trascina:
anche di te, che un giorno gli obbedivi
filtrando tra pareti di metallo,
cambiato, o Giove, in polvere d’oro.

*

VIII.

L’insaziata Filenio m’ha trafitto.
sebbene la ferita non appare
il tormento m’invade fino all’unghie.
Sono spacciato, Amori, perduto, morto:
con gli occhi chiusi ho pestato una vipera.
Ora il mio piede già tocca l’Ade.

*

IX.

Notte, sei tu, tu sola, testimone
di quanto mi fa soffrire
la figlia di Nicò,
Pitíade, coi suoi inganni.
Ci s’era dati convegno:
non da me son venuto.
Tocchi a lei un’altra volta
la medesima sorte,
e teco se ne crucci
davanti alle mie porte.

*

X.

Pioggia e notte. E per l’amore un altro male: il vino.
Soffiava un vento gelido. Ero solo.
Ma più poteva in me la bellezza di Mosco.
«Possa anche tu vagare nella notte
e non s’apra una porta a darti requie».
Questo gridai al ragazzo nella pioggia.
Ma fino a quando, Giove, questo inferno?
Calmati, Giove caro: anche tu conosci l’amore.

*

XI.

È dolce nell’arsura dell’estate
portarsi al labbro un poco di neve;
e quando l’inverno declina
ai marinai è dolce rivedere
la Corona, che annunzia primavera.
Ma la cosa più dolce, se un lenzuolo
copre due innamorati,
e i loro cuori esaltano Afrodite.

*

XIV.

Notte lunga e burrasca:
a mezza via le Pleiadi sommerge.
E io grondante di pioggia
rasento le sue porte,
trafitto dal desiderio
di quella ingannevole.
Non amore ma un fuoco disperante
Cipride m’ha scagliato!

*

XXIII.

Otto braccia più in là, mare, allontana
gl’ispidi flutti. E schiuma a più non posso e grida.
Niente di buono per te se porti via questa tomba:
troverai solo il cenere e l’ossa di Èumare.

*

XXIV.

Tu che t’accosti a questa tomba vuota,
viandante, se giungi fino a Chio,
dì a mio padre Melesàgora
che me e la nave e il carico
disperse l’Euro maligno,
e che d’Evippo resta solo il nome.

*

XXVI.

Non ho ancora ventidue anni
e già sono affranto di vivere.
Cos’è questo male?
O Amori, perché mi bruciate?
Se qualcosa m’accade,
voi che farete, Amori?
Rimarrete certo impassibili
al vostro gioco dei dadi.

*

XXXV.

Quanto m’avanza della vita ancora,
quale che sia la sua durata, o Amori,
concedete che scorra nella quiete.
O fulmini vibrate, non più frecce
contro di me, fino a ridurmi cenere
e spenta brace. Sì, colpite, Amori!
Inaridito nei tormenti invoco
da voi almeno quest’amara grazia.

BELLUSCONE – UNA STORIA SICILIANA

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Una scena dal film BELLUSCONE – UNA STORIA SICILIANA

di Francesco Torre

BELLUSCONE – UNA STORIA SICILIANA

Regia di Franco Maresco, con Tatti Sanguineti.
Italia 2014, 95’.

Distribuzione: Parthenos.

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Una confessione d’impotenza o un definitivo quanto esasperato atto di solipsistica autoesaltazione? Opera complessa e stratificata, Belluscone – Una storia siciliana si presenta dichiaratamente sin dal suo incipit come l’ennesima immersione pop di Franco Maresco nei territori della riflessione filosofica e semiologica sul linguaggio cinematografico.
Almeno quattro le linee narrative che è possibile individuare nella tortuosa, atemporale, dispersiva, lacerata e lacerante struttura del film: da un lato l’inchiesta sui legami tra Silvio Berlusconi, la mafia e la Sicilia e l’esplorazione del fenomeno dei cantanti neomelodici e delle feste di piazza; dall’altro il racconto metacinematografico sui problemi produttivi del film e l’indagine “wellesiana” di Tatti Sanguineti alla ricerca del regista misteriosamente scomparso.
Deleuze in versione Bignami. Le “immagini cristallo” di Maresco creano un mondo che non interroga la realtà rappresentandola secondo le leggi della verosimiglianza, ma tramite exempla visivi costitutivamente falsi e tuttavia potenzialmente in grado di indagare a fondo il reale e il pensiero.
Chi è in cerca di inediti e succulenti aneddoti sui legami tra Berlusconi e mafia è dunque pregato di guardare altrove. Qui, privando il film di un baricentro narrativo ed estetico, Franco Maresco – con la consueta, irriverente ed a tratti intollerabile (presunta) superiorità morale e culturale – compone una sinfonia politico-mafiosa su Palermo le cui note risuonano allo stesso tempo come una messa da requiem per il cinema. A Belluscone, infatti, il regista sembra affidare – come Godard a Cannes con l’ultimo film – il suo personale “Adieu au langage”.

La citazione: “Caro Franco, mi spiace non averti incontrato. Ti avrei suggerito un titolo per questo film, “Il colpo di grazia”… quello che hai sempre sognato di assestare ma non ci sei mai riuscito”.

Una giornata al Biografilm Festival

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di Francesco Torre

Una giornata al Biografilm Festival

Francesco Torre è stato al Biografilm Festival di Bologna. Ecco tre piccole recensioni a caldo dall’11ª edizione dell’evento svoltosi a Bologna dal 5 al 15 giugno scorso.


PODER E IMPOTENCIA – UN DRAMA EN 3 ACTOS

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Regia di Anna Recalde Miranda.
Italia, Francia, Paraguay 2014, 103’.

Fernando Lugo, ex vescovo della Teologia della liberazione, nel 2008 vince le elezioni in Paraguay. Dopo sessantuno anni di partito unico, trentacinque dei quali sotto la dittatura di Alfredo Stroessner, la sua vittoria rappresenta il sogno di un vero, grande cambiamento. Ma la politica non è fatta per i santi, e il sogno diventa un incubo, tra corruzione politica e informazione pilotata.

Non sorprende che il documentario di Anna Recalde Miranda, presentato fuori concorso a Bologna in una versione aggiornata, abbia vinto nel 2011 il Premio Solinas, ovvero il più grande riconoscimento nazionale riservato agli sceneggiatori. Il soggetto da cui prende le mosse, l’ascesa al potere e la caduta di Fernando Lugo in Paraguay, si sviluppa, infatti, tra inaspettati colpi di scena e trame secondarie, con una costante tensione emotiva e una solida progressione drammatica. Spesso lasciando sul campo interrogativi scottanti, rinunciando ad approfondire temi economici e culturali di interesse globale, ma mai abbassando il tono del racconto alla semplice documentazione della realtà.
D’altra parte, è proprio la forma del film – peraltro esplicitata nel sottotitolo – a richiamare la struttura aristotelica in tre atti, un paradigma perseguito coerentemente con tanto di turning point talmente incisivi da sembrare frutto di pura fantasia se non sapessimo che invece quanto ci viene narrato è successo davvero. Così, se il primo atto ha la classica funzione di settare il contesto storico-politico (un potere arrogante, opprimente, immarcescibile, con orrendi scheletri nell’armadio, che almeno a parole Lugo vorrebbe debellare per diminuire l’enorme divario economico tra il 2% della popolazione che detiene il 90% della ricchezza e il resto della popolazione) e di presentare al pubblico protagonista, alleati e oppositori, ecco che il secondo si apre con un evento del tutto inatteso, un punto di svolta quasi dal sapore melodrammatico: Lugo scopre di essere malato di cancro. Qui il film si apre a una nuova complessità, abbraccia il parallelismo diretto tra Storia e vita personale e semina le successive inevitabili tappe del racconto: la lotta con la malattia e con i nemici politici; l’apparente sconfitta delle terapie e la cocente batosta elettorale; il tentativo di riscatto politico e sociale, dopo la guarigione.
Avvincente e mai edulcorato, lo sguardo della regista non rinuncia mai a porre i protagonisti, anche l’”eroe” Lugo e la sua squadra, in un cono d’ombra in cui non sai se identificarli davvero con delle mosche bianche oppure solo con delle schegge impazzite di uno stesso sistema di potere. Le vicende umane e i fatti della storia si intrecciano perfettamente come in un corpo organico, con un equilibrato mix tra puro reportage e gusto per la narrazione.
Il risultato finale è un thriller senza happy end. Traditori, cospiratori, presunti narcotrafficanti, gruppi eversivi di misteriosa appartenenza ideologica e culturale costruiscono attorno a Lugo una ragnatela soffocante nella quale l’ex presidente, inizialmente salutato dalla popolazione come l’uomo del cambiamento, non può che rimanere totalmente invischiato, destituito infine da un colpo di Stato. E se l’epilogo ci mostra chiaramente – con la vittoria alle elezioni del controverso Horacio Cartes (membro del Partido Colorado, lo stesso del dittatore Stroessner) – chi ha vinto, cioè gli immobilisti, i gattopardi, i latifondisti, le multinazionali della soia, i corrieri della droga, pure è senz’altro evidente che tra gli sconfitti non vi sono Lugo e i suoi uomini (rieletti al Senato) quanto i contadini schiavizzati e le semplici unità di polizia, prima costretti a scontri fratricidi sull’altare di una riforma agraria mai realizzata e infine ricondotti all’eterno ruolo assegnato loro dalla Storia: quello di ultimi tra gli ultimi.


LE PIU’ PICCOLE DEL ‘68

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Regia di Elena Costa.
Italia 2014, 55’.

Nel giugno 1968 cinquanta operaie occupano l’unica fabbrica di Manziana, un paese in provincia di Roma, per opporsi alla sua chiusura. Molte di loro sono giovanissime, appena adolescenti, e quella è la loro prima esperienza non solo di politica, ma di convivenza fuori casa, di confronto con i grandi problemi del mondo, di libertà.

Si presentano come se il tempo si fosse fermato all’epoca dell’occupazione, le lavoratrici di Manziana protagoniste del documentario visto al Biografilm Festival nella sezione Biografilm Italia. I loro volti non tradiscono nulla riguardo alla loro età, eppure esse si rivelano al pubblico diversamente: «Io ho 19 anni», «Ho 21 anni», «Ho 16 anni», dicono legando in modo indissolubile quel passato e il loro presente, quasi a ricercare un’identificazione personale con quel piccolo grande gesto di ribellione che all’epoca fu accolto con stupore dai media e dagli stessi abitanti del paesino a 50 km da Roma. Quando le testimonianze iniziano a dipanarsi come una matassa su una macchina per cucire, però, lo sguardo della regista Elena Costa svela qualcos’altro: l’ordinarietà di una vita piccoloborghese di provincia, le case piccole e pulite, i balli di gruppo come passatempo e una tombola in piazza come evento speciale. L’occupazione, vista la quasi totale assenza di repertorio dell’epoca, filtra solo tramite i ricordi diretti, rievocati con eccesso di teatralità in piccoli siparietti domestici: una signora in giardino che ripercorre quei giorni mentre sbuccia i piselli con il marito; una mamma che racconta alla figlia davanti a un caffè; gli aneddoti che riaffiorano in una rimpatriata tra ex occupanti. Il tentativo evidente di mimetizzare la telecamera e lasciare che le emozioni possano venire a galla liberamente non sempre funziona. Il risultato spesso anzi è fictional: le donne sembrano ingabbiate in inquadrature studiate e artefatte, come attrici che recitano a soggetto davanti a una macchina da presa che le scruta in modo paternalistico. Anche le musiche originali, piane e colorate, contribuiscono alla costruzione di un’atmosfera familiare, da prima serata di Rai Uno, senza eccessi né storture, solo voci e storie edificanti. E la lotta, l’occupazione, il ’68? Relegati a un canto finale, a rappresentare, come in un film di Scola, il più rassegnato dei “come eravamo”.


THE ERPATAK MODEL

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Regia di Benny Brunnen e Keno Verseck.
Olanda 2015, 76’.

L’incredibile storia di Erpatak, un villaggio rurale dell’Ungheria trasformato in un piccolo nucleo orwelliano dall’idea politica di un solo uomo: il sindaco.

Come sono nati i regimi totalitari? Come è stato possibile che nel secolo scorso intere comunità abbiano accettato il peso di una tale aggressione sul loro stile di vita, che innocui cittadini si siano trasformati in sentinelle dell’odio, che l’individualità sia stata soppressa in nome dei principi militari di ordine e disciplina, che siano emerse figure dittatoriali ridicole nell’aspetto quanto spietate nel modus operandi?
Il documentario di Benny Brunnan e Keno Verseck, mostrando una realtà contemporanea, risponde anche a queste domande, trasformando un piccolo caso di cronaca nazionale ungherese in un incubo continentale. Ecco rivivere, infatti, con il sindaco della piccola città di Erpatak, «il mostro scaturito dal cuore dell’Europa», ovvero il nazismo. Tolleranza zero, distinzione dei cittadini nelle categorie di “costruttori” e “distruttori”, propaganda nazionalista nelle scuole, celebrazioni con canti di regime. Questo e altro nel repertorio di Zoltán Mihály Orosz, curioso sindaco di una cittadina rurale magiara, che veste buffi abiti tradizionali e sfoggia un sorriso rassicurante. Non tutti in paese lo prendono sul serio: c’è chi ironizza sui suoi metodi, c’è chi apertamente li combatte. Ma intanto la popolazione è sotto scacco, chi non segue le regole rischia di perdere il sussidio statale, spesso l’unico strumento per portare a tavola un pasto caldo al giorno, o addirittura i figli minorenni, allontanati dai servizi sociali. E il “Grande Fratello” è sempre lì, a controllare ogni movimento ed intervenire, se non con la violenza umiliando pubblicamente i non allineati. Lo Stato ungherese tollera, evidentemente, anzi incoraggia, spalleggia con politiche aggressive e ideologia revanscista. E tutto si svolge in un clima di apparente normalità, un’atmosfera quasi surreale che, come in un film dei Fratelli Cohen, racchiude un enorme potenziale d’odio e violenza sempre pronto ad esplodere.
Alcune sequenze, come quella del processo che vede il sindaco imputato per diffamazione, sono forse eccessivamente lunghe e verbose, ma i registi fanno sempre in modo che la realtà emerga da sola senza pregiudizi, quasi con sguardo scientifico. D’altra parte, forse, era l’unico modo per ottenere la fiducia delle istituzioni locali e in primis del sindaco, avere l’autorizzazione a riprendere le “adunate pubbliche” e i processi sommari in piazza, gli incontri in Municipio e le rievocazioni notturne delle battaglie delle SS. Un procedimento da reportage puro, che rinnova gli interrogativi classici sulle possibilità di un revival nazionalista in Europa in modo non militante, più attento a chiamare in causa gli aspetti antropologici della questione che a proiettare funeste sorti socio-politiche collettive.

NUOVI INIZI: Mariagiorgia Ulbar, “Gli eroi sono gli eroi”, Marcos y Marcos, Milano 2015.

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Gli eroi sono gli eroi (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

NUOVI INIZI: Mariagiorgia Ulbar, Gli eroi sono gli eroi, Marcos y Marcos, Milano 2015

ulbar-gli-eroi-sono-gli-eroiNel 2002 Marco Giovenale mi parlava delle difficoltà nell’utilizzo dell’imperfetto in poesia. Ci scambiavamo mail su alcuni miei testi imbastiti su quel tempo verbale; in quegli anni si sprofondava nell’eterno presente di una lingua che cercava di rifondarsi su presupposti “comunicativi”, riemergendo dal buco nero novecentesco.
Mariagiorgia Ulbar, in questo Gli eroi sono gli eroi, tenta un percorso di ri-nominazione attraverso il ricordo e l’imperfetto si attesta come scelta necessitante e decisiva. L’operazione si presenta come fabula materializzatasi partendo da esperienze concrete, coagulate in impasti linguistici grezzi, ma che riescono a organizzarsi in una trama. Il disegno è lo spezzarsi della linea che contribuisce a implementare sul piano tonale la parola, la “eroizza”, ne spinge il senso su registri più alti, pseudo-epici. Si nota chiaramente nelle aperture di molti componimenti una tendenza “oracolare” che si assume il peso del racconto, impattando da subito, frontalmente, la dimensione temporale, sfrangiando gli slanci in ritorni continuativi, in cerca d’orientamento: «… ritornerà l’estate / si scioglieranno scoleranno tutti / i ghiacci tesi e si vedrà più chiaro / alla fine del fondo dei dirupi» (Montagne già più dolci del Gran Sasso, p. 24, vv. 3-6).
Relazione mondo/lingua che si rimette in discussione tramite figurazioni innovative, non sempre definibili, come gli eroi, ombre di una tradizione da conservare per l’attraversamento della mutazione – sociale, antropologica, ontologica? – in atto, ma pur sempre ombre, fantasmi che, come tracce, simboleggiano il verosimile dissolvimento:

Gli amanti non amavano soltanto
e il ballerino non ballava solamente,
l’acrobata con le acrobazie non invecchiava,
la marionetta è viva, possiamo risparmiarla
ma allora muore il bambino al posto suo.
Animali vagano in silenzio nel cortile;
andandomene prenderò le statuette
degli eroi. Gli eroi sono gli eroi,
anche se pesano nelle tasche io li prendo.
Intanto l’angelo inizia il volo sopra il tetto
io vado via, perché lo so tremendo.

(p. 13)

La necessità “memoriale” si lega alle risorse di senso che il soggetto può riscoprire solo facendo agire il passato nel presente e, conseguentemente, lanciando il futuro nell’ipotesi del possibile, in un’immaginifica vivificazione: la favola è anche speranza che elabora nuovi simboli, in un’incubazione faticosa ma indispensabile:

Speleo

I

Il futuro è sotto terra
grotta, caverna, forra,
gola, orrido, dolina.
Oggi ho fatto una gita speleologica.
Si stava bene.

(p. 27)

La gita sul confine, indicata nel titolo della prima sezione, esprime lo sprofondamento materico nel ricordo, il bordo è soglia di visione che solo lo scavo nel viaggio, intimo o “esistenziale”, può provocare. Il tempo è in ribollire, la Ulbar stessa ci avverte in nota che realtà diacronica degli eventi e sincronica della memoria non hanno scarto ma entrano in fusione. Non si tratta di fissare un quadro, quanto di lasciare che la visione fluisca in direzioni che possono anche incrociarsi, oggetti frattali di un diverso dominio. Il mondo che viene è pluristratificato, sottomesso all’autocontrollo nella moltiplicazione dei fuochi d’osservazione, per cui vuoto e pieno di senso oscillano continuamente, slittando l’uno nell’altro. Così piccoli fatti e macro-eventi si unificano in altri, inediti, contenitori:

Giungeremo lentamente e da lontano:
odori insoliti, sapori molto acri
per noi fragili nei palati.
Ma non è Armenia, questa, solo il nome,
un muro, caratteri difficili e due mappe
in cui era più grande e colorata la nazione.
Al collegio di Venezia a colazione
l’ombra non basta, non arriva sulle teste
noi discutiamo al rumore delle imposte
se non serva studiare l’alfabeto
prima di andare fino a laggiù insieme
mettere in un sacchetto il nostro oro
se dovesse servirci all’improvviso
per mangiare, lasciare un posto troppo buio,
salvarti da qualcuno, passare le frontiere nottetempo
fare uno scambio: un mio anello, un mio ricordo
per una indicazione e acqua fredda in cambio.

(p. 35)

Non distinguere è l’accertamento di ciò che avviene e che è avvenuto, perdita irrimediabile delle vecchie cose. Il nostro presente non ha cose ma sintomi; un trauma che ci investe preventivamente in quella disillusione storicamente acquisita, identificabile nel percorso che dal secondo dopoguerra s’infrange sulle torri e s’insinua fino all’oggi:

Fuori quella pioggia ci ha lavato
allagato i cubi di cui ci nutrivamo
e non si è più in grado di trovare
il punto in cui finisce l’acqua
del mare e dall’aria si divide.
È solo acqua ora sopra e sotto
così non c’è modo di tirare
su le àncore, sapere
se è bonaccia o burrasca in queste ore.
È come stare dentro al nulla
non distinguere le cose.

(p. 38)

Ecco che l’imperfetto diventa il tempo del racconto eterno, un “c’era una volta una sfasatura temporale”. Il passato aggredisce il presente e il futuro emerge residuale da quest’impatto, una spoliazione per chi giunge e si ritrova tra le mani il compito di sorvegliare una tradizione che ha raggiunto il suo confine. Dal bordo si espande un orizzonte ancora – e sempre – desolato, la speranza che la parola esista e non sia solo resistenza. E può esistere soltanto se affabula nell’onestà, a caccia di nuovi segni:

Ho piccoli gusti
piccole cose, parole che mi piacciono
quei nomi di x e z dei medicinali
Fossa delle Marianne e Finisterre
In the middle of nowhere, espressione inglese
e Strandgut che invece è in tedesco
ciò che lascia fuori la risacca
gli oggetti strani, dimenticati o rotti
quello che resta, lo scarto, i pezzi.

(p. 39)

Dopo mille chilometri ho trovato
le acacie, quei fiori che inebriano
e fu chiaro che rendeva me assente
la smania di dire, toglieva presenze
in carne e ossa e tagli di luce, di ombre.
Ammucchiarsi di segni, parole, urgenza
giù per un buco, nell’antimateria.

(p. 41)

La cercatrice, seconda sezione del libro, approfondisce lo scavo e orienta la ricerca sulla possibilità della stessa: «io cercavo l’oro dei difficili», «io cercavo di introdurmi / nella breccia affaticata» (Ero una cercatrice di disturbi, p. 51, v. 2 e vv. 6-7). Appare un’identità che, nella precarietà dei punti di vista, si riavvolge nel suo gesto d’investigazione e diviene elemento che modifica i campi d’esperienza, pur nella disposizione decentrata (quantistica, relatività, spostamento dell’asse relazionale): «e qualcosa che al mio tocco si spostava» (ibid., v. 11).
L’imperfetto diventa possibilità, dicevamo, eterna la speranza nella trasmissione del messaggio, ma è in funzione di un attraversamento, uno scavo nel materiale: è la lingua a ri-disporsi in direzione del racconto, anche se senza una linea temporale tracciabile (nessun filo rosso evidente). La mappa è memoriale e immaginifica insieme – sincronica, appunto – si aggomitola in cerchi ossessivi, più spirali e più centri, micro-profezie che arrivano dall’esperienza e si comunicano come in stato d’ipnosi:

Oggi la terra desolata isolata sprofondata
sono io
rondini e usignoli
sono i corvi sempre neri
che stanno appollaiati alla ringhiera
o sul cemento che il traffico spartisce.
Anche oggi è mattina anche oggi
e io mi butto verso il mare.
Ma scomparve.
Forse parla con il cielo che è di spalle
e di spalle grande grosso resistente
copre lui che è più tormento più incostante?
O sbagliammo troppe volte e lui ci ha fatto
questo massimo crudelissimo dispetto.
Ora è sera
chiusa nei caffè gonfi di specchi
chiamo io dalla terra, io dal sale
che spianò la città e la mia testa
e torna l’erba se tu torni solamente
a me a me a me.
O un fiore cade ogni notte e si dissolve
una volta e per sempre
al fondo della mia insabbiata aiuola
della mia tenera mente.

(p. 55)

Ritorni e iterazioni, somme paronomastiche sono i criteri, le evidenze di un nuovo campo d’azione in cui gli eventi si muovono turbinando, in questa terra, quasi ironicamente, «desolata isolata sprofondata» nel «nulla nulla» da cui affiorano comunque «evidenze / chiarezza, la chiarezza acuta dentro l’iride» (Un giorno di neve è il colore dell’eccesso, p. 57, v.2 e vv. 8-9).
Anche ne Gli eroi sono gli eroi, come in altre operazioni contemporanee, è evidente la volontà “annominante”, l’accumulo linguistico come necessità. Ma qui il desiderio ferace di riacquisizione del mondo si compone in una figurazione. L’architettura è fondata su due linee che non s’incastrano in maniera “cartesiana” – nessuna retta – ma fluiscono, curve che roteano attivando altre dinamiche e dimensioni. Mariagiorgia Ulbar ne sembra consapevole, come accennavamo, quando annuncia la sovrapposizione diacronico-sincronica dei procedimenti di raggiungimento delle esperienze. Ma anche in esergo al libro, la citazione dalla famosa striscia “Krazy Kat and Ignatz Mouse” segnala uno spostamento di coordinate spazio-temporali, in un registro ludico che sfrangia la serietà di ogni acquisizione (serietà alla seconda potenza, tragica).
Secondi, milioni di anni, niente, qualcosa e il battito gravitazionale che non rintocca ma attraversa, anche i nostri corpi e, chissà, veramente ci lascia indifferenti. Sull’orlo della catastrofe – che è sempre – s’intravede «un futuro inesprimibile e inespresso» (Io ho pensato sempre al clima, p. 61, v. 13) che poi è l’ossessione del nome che nomina nella desiderata pienezza etico-estetica in cui il soggetto cade quando sente aderenza col mondo. La strada al riconoscimento è «una parola sola» (p. 64) che viaggia tra le epoche, galleggia sulle guerre mondiali in una «lunga canoa di legno» (p. 67), quasi colpevole di non essere stata presente quando il mondo crollava. Cruccio generazionale che accerta un percorso perduto per la parola. Solo comprendendo – e facendosi carico – dell’impossibile arresto del tragitto, il soggetto motiva l’azione verbale, la sua spinta durevole: «poi so che nemmeno qui mi fermerò / […] e guarda come corre in direzione contraria / quest’auto, così che sembra fermo il fiume» (La guerra mondiale, III, p. 69).
Altra consapevolezza e mutamento di prospettiva, necessari perché si riattivino e mondo e parola – nonostante il buio o grazie a esso -, agiscono perché finalmente sappiamo che non vediamo e forse mai vedremo tutto, noi stessi buio del buio:

La guerra mondiale

V

È notte?, non ci vedo. Ora è notte, risponde
al mio fianco una voce, non possiamo
né ridere né accendere il cerino
per fumare. Piangere nemmeno.
Conta le pecore o le onde,
dài dormiamo.

(p. 71)

Sul piano della relazione si aggiungono le riflessioni, sempre riguardanti il tempo, generazionali, le quali hanno il compito di rendere tensivo il dialogo e l’accoglienza di un’eredità, il munus del verbo e la fragilità del suo fiato effimero – sempre più effimero: «In dieci anni solo questo cambia: / non sapere mai più di essere immortale» (Mio padre era un re, p. 79, vv. 5-6). Accumulatio che si trasforma in invocazione, preghiera, che occhieggia dall’intreccio, come considerazione sicura, senza alone auratico ma in una sacralità terrea, che vibra proprio nell’abbraccio della fragilità della parola, del fiato.
Il nome può centrarsi nell’attimo forte della memoria che non è – come in uno dei maestri di questa poesia e non solo, il Fabio Pusterla delle recenti raccolte (ma qui andrebbe aperto un ragionamento sugli influssi dell’autore italo-svizzero sulle ultime generazioni poetiche) – semplice (?) dovere, ma dimensione spaziale, approdo della parola che si affaccia sul futuro dopo lo scavo:

[…] Con ordine non procede la memoria
ma procederà la lingua, l’alfabeto,
che se tutto è nel nome basta dirlo
e tutto è di nuovo richiamato
dove è niente.

Forse non contasti la perversione
Roboante del tempo che bestialmente
Ammiccante faceva cenno con dei segni
Nascosti nelle foschie agostane;
Certamente a me l’avresti detto
E mi avresti indicato scappatoie
Se l’avessi capito tu per primo
Che era quello il momento era allora
O non poter più pronunciare una parola.

Dunque io per cosa sono qui?
Per preparare una mortale bomba?
Dunque per cosa sono qui rimasta?
Deve avere a che fare col tenere,
tenere a mente, andare a capo,
tenere a mente, allargarsi fino a diventare
dieci persone almeno tutte in una
perché i vivi uno spazio solo occupano
ma mai basta invece ai morti così poco […]

(Mio padre era un re, p. 81)

E dopo lo scavo, il senso del segno ha l’unica valenza, precaria, fluttuante, della traccia: «e scriverlo inciso sopra un tronco, / che popoli futuri troveranno/ smussato e fossile e annerito» (ibid., p. 87).
Si corrode ogni disegno all’ombra del simbolo, anzi il segno è lo stesso fantasma, un’incisione che si aggira nei tempi, in simbiosi con la sua capacità di scomparire, di evitarsi. Solo nella consapevolezza dell’inefficacia del senso è possibile la sorpresa dell’inaudito, del sempre uguale che si rinnova, come il sole liminare che è «una sfera arancione dominante, / e intorno una corona di imbrunire» (ibid., p. 89) e con il quale si dice un semplice tramonto ma non solo, perché è il mondo a risorgere nella «notte che è più notte» (ibid., p. 89) , nel nostro oggi estremo.
Il libro si chiude nel movimento, nel modo in cui era iniziato e aveva proceduto. Il viaggio si rilancia, galoppa – come il cavallo mongolo della finale Piccola suite per Gengis Khan – in immagini selvatiche, nel tragitto ancora libero di ri-crearsi un nuovo spazio, senza morsi o freni. Il tempo vortica su questo spazio rinnovabile e che, da immane e incomprensibile, può farsi più familiare, abbracciandoci e nutrendoci nel suo buio luminoso:

La passeggiata
ovvero Poesia per un compleanno

Montato a cavallo fila il tempo più veloce.
Vivi ancora tu e da lontano
da un buco nel paesaggio lassù in alto
fa eco tremolante un’altra voce
si annuncia un’altra era.
Ma io non ho visto che cos’era
che è passato
non ho visto bene prima;
tiro il morso
ma il morso morde a vuoto,
tiro la criniera e si alza il vento,
poi due onde, due scintille
di fuoco, odor di foglie,
frugale pasto sotto il firmamento.

Gianluca D’Andrea
(Giugno 2015)


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Mariagiorgia Ulbar (Foto di Gaetano Bellone)

Mariagiorgia Ulbar è nata a Teramo, ha vissuto a lungo a Bologna e ora vive sulla linea di confine tra l’Abruzzo e le Marche. Insegna e traduce dal tedesco e dall’inglese. Ha pubblicato la raccolta poetica I fiori dolci e le foglie velenose (Maremmi, Firenze 2012), la silloge Su pietre tagliate e smosse all’interno dell’Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, Milano 2012), le plaquette illustrate in edizione limitata Osnabrück e Transcontinentale (Collana Isola, Bologna 2013) e le prime nove cartoline del progetto autoprodotto Poste/Poesie. Ha fondato la Collana Isola, che pubblica libriccini di poesia e illustrazione di autori contemporanei. Collabora al progetto di poesia e fotografia Il tempo qui non vale niente, che si sviluppa on line al sito lightpo.tumblr.com.

 

Elio Tavilla – Poesie da “La cometa” (Gallo&Calzati Editori, 2005)

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I Faraglioni di Acitrezza (Elio Tavilla)

Elio Tavilla, La cometa (testi scelti)

la-cometaÈ la forza, un fuoco che scalda o incendia nel dissesto di un verbo che si schianta sul mondo. Il resto è uno spazio che si sciampia dall’attrito, si fa “campo visivo” o “campi di dominio” nella battaglia della lingua con un’ostruzione, originaria, e poi civile, fino a un silenzio che ci percuote da troppo tempo. La lingua di Tavilla è un’assenza profonda, come “il nulla accecante di certe/ giornate di sole in meridione” per cui ci aspettiamo il sussulto. Su una tessitura a volte scabra, altre traboccante, necessaria nella sua vitalità, si scardina ogni strettura. L’impalcatura classica, rigorosa, crea blocchi da cui scivolano sentenze, l’imbarazzo gnomico – alla fine delle composizioni qui presentate – riesce a stemperarsi nell’ironia di altre chiusure, costruendo un impianto minerale e viscerale insieme, un nucleo magmatico sempre sul punto di sgorgare. Adesso vorrei leggere questa serie da La cometa (e cos’è questo corpo in caduta, scia di un attimo, brillio nel nulla, se non la parola), immaginando il poeta a scrivere i suoi futuri, indispensabili versi, la sua voce folgorante che ci attira. Buona lettura.

Gianluca D’Andrea


Tutto e subito

TUTTO E SUBITO, a nulla servono gli errori
appollaiati sul filo della roba stesa
contro il sole. Contro tutto e tutti
hai combattuto ed oggi esiti e smetti
di dolerti per il caro incontro con i detti
popolari,
—————–rischi nella vuota conoscenza
che avevi della vita, quindi cieca
è la quintessenza della tua declinazione

una volubile meteora sfuggiva
dal campo visivo dell’estate

*

IL MALE, PROPRIAMENTE, non esiste.
Si semplifica da sé, vistosamente apre
le ali sui fiori dell’infanzia ma dimentica
l’enormità inscalfibile dell’anima che stacca
il suo accordo la e la ritorna come fanno
le voci rievocate tra gole di montagna, un muro
di camelie indemoniate negli amori. Cupo
e disdicevole sarebbe se la scia che portentosa
lascia dissolvendosi, dei corpi mutilati
dalla guerra non si armasse e non dicesse
tutta l’esattezza dell’oro e della luce

*

CALDO ITALIANO DEL DUE GIUGNO, il mio
ricordo contro il tuo che ti tenevi stretto
su per il corrimano degli uffici dello stato
uno indivisibile e
———————————-repubblicano. Amavi
ed ami quel segno sigillato sulle carte
trasmesso come eterno indiscutibile elemento
dei popoli riuniti sotto
giuramento. Grufola
il cinghiale senza alcun timore
resta il barbagianni a sorvegliare un
cimelio d’autocarro nella polvere, tra i tassi

*

E INVECE NO, uno ha la fretta
di andare a vedere. Qualcuno si annulla
nell’accatto, una pena improvvisa
arranca sui cuori e vola come volano
i balestrucci sopra i fumi neri, questa
è la vita
—————-oppure il diversivo
degli obici sui terrazzi, lo avrebbe
schiantato d’emblée e niente scherzi
se alla sera rivoltavano i corpi
per scrutarne almeno i nomi. Non convince
dei gerani l’odore ripudiabile, uno
ha chiesto di finire processato
sotto i denti aguzzi
dei bagliori dell’estate

*

L’APPARENZA CHE LE REGOLE DETTAVA ai nostri
oggettivati campi di dominio, un corpo a corpo
delineato senza infingimento: io dovevo, tu
dovevi, un noi stremato dalle facoltà
di agire senza fiele e l’evidenza che appannava
la coscienza. Un tu per tu che sempre
avevi dominato mentre ora ai passi della sera
fai altri passi verso un cuore
di esperita conoscenza della notte

*

PER QUESTO GIRAVANO A LARGO, per
questo hanno visto assieparsi
figure, ad una ad una cadevano forme
impossibili di trasmutato fuoco
nel candore interiore che si accende
se si muore. Tutto era calmo e fissato
come si fissa l’entropia se portata
al grado termico di zero che a pensarlo
niente è più di un assoluto zero.
Non volevo dirlo ma continuano
a scambiarsi febbre con febbre
e noi con loro, potrebbe

*

QUESTO CHE NEL NULLA rivolgeva
la sua giaculatoria contro il cielo
l’oro fino dei discorsi belli, i tempi
andati come vanno dentro ai bar
le consumazioni verso il fine
loro stabilito
————————–una cosa che, per dire
si arricciava tutta e dipendeva
dalle ali in fiamme se volevi prendere
la decisione giusta oppure no.

I treni che scompaiono per niente
al mondo affiderebbero il potente
decisivo assunto della Firenze-Pisa
in un giorno di morente estate

*

NEL BUIO ACCADEVANO COSE che quasi
erano bagliore, il nulla accecante di certe
giornate di sole in meridione.
—————————————————————Nel buio così
come apparivi dispàri, amavi ed ami
così come solo nei lampi notturni puoi

il crepitare delle interiori fiamme
fa il resto: l’inferno fantasmatico
che temevi. Ai bivî del cuore non devi
dire no, sussurra la sassifraga e si sperde
nel desiderio erratico, perenne
di crescere no

*

TIRA VIA CARRETTO alla deriva stanno
i mostri dell’infanzia, un tuo Cariddi
di suprema ingenuità che aveva
le sembianze della pura verità
e si frangeva
sfaceva su scogliera e fonte
di ogni comprensibile portento.
Lo vedi come passa e scorre
e che rincorre il fortunale appresso
sai, su tutte si rischiarano le armi
destinate principalmente a inganni

*

VORRESTI AVER RAGIONE, la pretendi
tutta interamente, distaccata dall’origine profonda
delle motivazioni vere che hanno assunto
forma d’angeli e corone. È pertanto
che lassù si sfanno le chimere, una idea
che ti viene a visitare sul da farsi
e nella sera, tu che dici un quarto
di quello che vorresti avere detto
e pentirtene nel mentre

———————————————————–basta riconoscere
le ombre che si cibano di ombre che si
nutrono di ombre come un punto alimentato
da una folla di anime dolenti

*

L’AMERICA PASSA, il resto scantona
via dalle passeggiate a mare suburbane
una folata serrata di vento e via
a correre dietro a un berretto di barbiere
lo stalliere tiene dietro ai suoi cavalli e pure
tu che lo trafiggi con lo sguardo hai tempo
per immergerti nel mezzo dell’acqueo vapore
nel reparto più interiore del mercato

certo sai che a mezzo
di costanti ed innevate piste sei
deciso all’imboscata mascolina che anche
non ti aspetti, saturi nel tempo
la vicenda di noi due impressionati
dalle lastre

———————-corre per vincere dicevi
e lo facevi vincere apposta quasi quasi

*

MANTENGONO, MORENDO, le promesse della
buonanotte, un martirologio di minuscoli
eroi saltati in aria per la benedizione
dei sognatori. Cento, mille riduttive
conseguenze dello stare al mondo, vedi
come urge la presenza necessaria dei messia
come i brani di alleluia si confondono nel mucchio
della messinscena generale. Unicamente
il tram serale ti riaccende di speranza
un che di frainteso vitalismo
sulle bocche tatuate degli indiani.


elio-tavilla
Elio Tavilla

Elio Tavilla. Nato a Messina, nel 1957, vive e lavora a Modena, dove insegna Storia del diritto italiano presso la Facoltà di Giurisprudenza. È stato fondatore e redattore della rivista “Gli immediati dintorni. Rassegna di poesia contemporanea” e di “Frontiera”. Dopo aver stampato alcuni libri, che lo hanno immediatamente segnalato alla critica più attenta come 24 poesie (edizione privata, Messina 1980), Il cubo e l’assenza, con prefazione di Maria Luisa Spaziani (Premio internazionale per l’inedito Eugenio Montale 1983; Società di Poesia, Milano 1984), Concetti semplici, con prefazione di Rosita Copioli (Prova d’Autore, Catania 1989; finalista al Premio Alfonso Gatto 1989), Piccola antologia (I Quaderni di Rossopietra, Modena 1990), Fiori & Configurazioni, con postfazione di Salvatore Jemma (Quaderni del Masaorita, Bologna 1996, 100 copie numerate a mano), L’amore di due, con postfazione di Alberto Bertoni (Book Editore, Castel Maggiore 1999; Premio Dario Bellezza 2000; finalista al Premio San Pellegrino Terme 2000), La cometa, con nota introduttiva di Giampiero Neri e postfazione di Emilio Rentocchini (Gallo&Calzati editori, San Giovanni Persiceto 2005; Premio Sandro Penna 2005), ha preferito continuare a pubblicare i suoi versi raccogliendoli in piccole, preziose plaquettes stampate al computer. Suoi testi sono apparsi sulle riviste “Discorso Diretto”, “Steve”, “L’Ozio Letterario”, “Lunarionuovo”, “Anterem”, “Lengua”, “Poetica”, “Gli Immediati Dintorni”, “Frontiera”, “Tellus”, “Omero”, “IBC”, “Origini”, “Colophon”.