CON SETTEMBRE INIZIA LA NUOVA STAGIONE POETICO-LETTERARIA DE L’ARCOLAIO

GIANLUCA D’ANDREA – “POSTILLE (Tempi, luoghi e modi del contatto)” PREFAZIONE DI FABIO PUSTERLA – COLLANA “FOGLI DI CRITICA”

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Imitiamo la dinamica delle stagioni cinematografiche. Dopo il deserto africano di questa estate morente, vi anticipiamo alcuni libri in lavorazione in casa editrice. Sono progetti che potrete vedere realizzati nei mesi che precedono il Natale. Novità ragguardevoli e inaspettate che ci allietano e rendono più prezioso il nostro catalogo. Il lavoro che stiamo curando è dedicato a voi, carissimi lettori. Come sempre, vi auguriamo una lettura piacevole e innovativa.

La Redazione.

ALBERTO BERTONI – STEFANO MASSARI – PIER DAMIANO ORI

“STATI DI POESIA CONTEMPORANEA” NUOVA COLLANA “FOGLI DI CRITICA

GASSID MOHAMMED “ATTRAVERSO IL SILENZIO” COLLANA L’ARCOLAIO

ALEKSANDR BLOK (A CURA DI DARIO BORSO) “I DODICI” CON LA TRADUZIONE DAL RUSSO AL TEDESCO DI PAUL CELAN. 

AUTORI VARI (A CURA DI MATTEO M. VECCHIO E FABIO GUIDALI) – “Antonia Pozzi e la «singolare generazione»” COLLANA “FOGLI DI CRITICA”.

BILL RAMSELL “Il sogno d’inverno dell’architetto”, TRADUZIONE DI LORENZO MARI – COLLANA…

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Umberto Fiori: una poesia da “Chiarimenti” (Marcos y Marcos, 1995) – Nuove Postille ai testi

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Umberto Fiori (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Umberto Fiori: una poesia da Chiarimenti (1995)

chiarimenti

Massicciata

Il treno si è fermato tra lo scalo
e la stazione. Ecco laggiù la cava
come un lago di buio
in mezzo agli orti.

L’ombra del serbatoio, lunga, sul muro,
quest’aria di ferro e menta:
hanno tutto presente, sentono
e vedono tutto, i morti.

I morti, io nel cemento
guardo i fiori
bellissimi dell’ortica
che mi separano da loro.


Postilla:

La scomparsa captata in uno spazio presente, guardato e intrapreso nell’attesa, mentre una vertigine di suoni prova a contenerlo.
Il movimento per cui il soggetto raggiunge il luogo di un riconoscimento – agnizione che, vedremo, lo distingue dagli scomparsi, o almeno tenta di farlo – è attivato da un mezzo di trasporto comune (il treno, sostitutivo di “classici” medium di approdo) che raggiunge quella sosta e che permette la correlazione tra due mondi. In sostanza è in scena un piccolo dramma, se, infatti, il «lago buio / in mezzo agli orti» e l’ombra della seconda strofa introducono la presenza/assenza di un al di là onnipervasivo («hanno tutto presente, sentono / e vedono tutto, i morti»), è anche vero che il soggetto che scrive si distanzia dalla suddetta pervasività, ricadendo nell’hic et nunc della contingenza.
Il treno non riparte e la “separazione” tra i vivi, rappresentati dall’autore e dalla sua percezione dei fatti, e i morti, è proprio il correlativo della percezione, in questo caso espresso da «i fiori / bellissimi dell’ortica» (e Fiori è il cognome del poeta). Questa “oggettivazione” del senso del reale non ha nulla di rassicurante, se è vero che l’incombenza dell’alterità può far sparire proprio quella contingenza presentata come ultimo appiglio, in contrasto alla deriva metafisica.
A fare percepire, questa volta al lettore, l’agone reale/irreale in corso nel componimento, è l’apparato sonoro che ha funzione di collegamento: a partire dalla sequenza orti, morti, ortica, con risonanze che conducono a una rinascita concreta (almeno in termini psicologici) del soggetto, dopo lo stallo intermedio in quella terra di nessuno «tra lo scalo / e la stazione». Constatata l’irriducibilità del legame tra vita e morte (almeno attraverso allitterazioni, consonanze, rime, assonanze, ad esempio in questa serie: menta, presente, sentono, fino al cemento, οἶκος metonimico non solo del soggetto ma dell’umanità tutta, «io nel cemento»), allora, l’ultima strofa ci indica l’illusione tutta verbale – per cui la poesia assolve il suo compito di “ostacolo” alla scomparsa – di una presenza resa stabile dall’assegnazione di nuovi spazi di nominazione: i morti ovunque ma “io” resiste nel linguaggio, nel vero margine che “può” dire, appunto: «i fiori / bellissimi dell’ortica / che mi separano da loro».

Arsenij Tarkovskij: una poesia da “Giornata d’inverno” (in “Stelle tardive”, Giometti&Antonello, 2017) – Nuove Postille ai testi

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Arsenij Tarkovskij

di Gianluca D’Andrea

Arsenij Tarkovskij: una poesia da Giornata d’inverno (1971-1979)

stelle tardive

Altre ombre che m’appaiono,
altra la miseria che canta per me:
il legatore ha dimenticato lo zigrino
e il tintore non tinge le tele;

la musica del fabbro, contata
in tre quarti, a tre martelletti,
non si svelerà oltre la svolta
prima d’uscire dalla città;

ai suoi crochet la merlettaia
non si siede alla finestra dal mattino,
e lo stagnino, uccello zingaresco,
non fa fumo con l’acido al fuoco;

l’orafo ha gettato il suo martelletto,
è finito il filo d’oro.
Osservare il morire dei mestieri
è come sotterrare se stessi.

E di già la lira elettronica,
di nascosto dai suoi programmisti,
compone versi di Kantemir
per finire con un proprio verso.

(Traduzione di Gario Zappi)


Postilla:

Lo specifico ardore dell’alterità in un paesaggio lirico che coinvolge il mondo. anche per questo le figure appartenenti a mestieri e professioni sul ciglio dell’estinzione sono strettamente intrecciate all’io che scrive cui “appaiono altre ombre”. Ma quali? L’unica immane ombra del futuro che sommerge le piccole, individue ombre artigiane – il passato.
«Osservare il morire dei mestieri / è come sotterrare se stessi», cioè la fine di un mondo che il soggetto sentiva ed era appartenenza, orientamento.
Non c’è, però, solo la fine, c’è un continuum per cui la tradizione simboleggiata dal poeta moldavo Antioch Dmitrievič Kantemir (1708-1744) è alterata metonimicamente in quell’ibrido metaforico che è «la lira elettronica», il cui futuro sarà quello di “comporre” nuovamente proprio la tradizione (basti pensare retrospettivamente alla funzione d’archivio dei nostri computer interconnessi) e, in autonomia, aggiungere un tassello d’innovazione «per finire con un proprio verso».
Il futuro di Tarkovskij lo stiamo saggiando, dal momento che il linguaggio della letteratura sembra essere sempre più dipendente dalle dinamiche di rete innescate dall’utilizzo dei calcolatori.

Guido Mazzoni: una poesia da “I mondi” (Donzelli, 2010) – Nuove Postille ai testi

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Guido Mazzoni (Foto: Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Guido Mazzoni: una poesia da I mondi (2010)

i mondi
Elephant and Castle

Gli stormi scossi quando il treno
esce dalla terra, il cielo nero
oltre gli sciami dei segnali e il vento
che nasce tra i binari e si disperde
tra i capannoni, le serre abbandonate, le colonne
dei camion nella nube, l’erba medica
ai lati della strada, nel colore
che copre la città mentre le luci
dei lampioni colpiscono le nuvole –

e la calma di quando si comprende
che la vita esiste e non significa,
mentre il vagone ridiscende e il vostro
volto riflesso scompare dalla plastica
dove le dita muovono la brina.

Essere questo, nella prima
onda del ritorno, un vuoto liquido
sopra la rete delle strade, un giorno
che ripete se stesso;
quando si impara a vivere il presente
senza pensare di non appartenergli, e la grande
periferia da attraversare è il mondo vero,
il proprio posto nel campo delle forze.


Postilla:

Il posto vuoto della presenza e la perpetua tensione tra l’essere e il nulla. Tutta la raccolta, d’altronde, vive nel “vuoto” di un io destituito dal ruolo centrale di osservatore privilegiato, anzi, la sua stessa presenza è in bilico e il «campo di forze» del mondo (dei mondi-monadi) flette verso una marginalità definitiva. Ma in apparenza, perché, sotto le maglie geometriche di un dettato nitido fino all’oppressione, si muovono barlumi di relazione: «quando si comprende / che la vita esiste», anche se poi «non significa», così il «volto riflesso scompare» ma «dalla plastica / dove le dita muovono la brina», per cui le azioni sembrano perpetuarsi nel loro andirivieni continuo tra morte e vita, assenza e presenza. Il piccolo miracolo compositivo (ma tutta l’operazione de I mondi è riconoscibile per questa coerenza stilistica) risiede nell’atmosfera tensiva che crea una relazione scostante col lettore, in una comunione distanziante: una visione in continua mutazione e ripetitiva al tempo stesso, una percezione eraclitea bloccata in una gabbia formale compita, per cui il nostro essere occidentali, borghesi, ecc. (la gabbia), è, nonostante tutto, in transito (la trasformazione esistenziale) insieme ad altre vite, anche se non sempre percepibili, anche se il soggetto deve riconoscere di essere parte di un tutto in fuga, prendendo atto dell’ingiustizia di questa fuga e, quindi, della propria stessa ingiustizia.
Osservando da vicino il testo, a colpire è la prospettiva per accumulo della prima strofa, col compito, si capisce da quanto detto finora, di mostrare una percezione attiva e vigile, quasi un’adolescenziale prestanza sensoria, in contrasto con la calma rappresa di una coscienza in negativo (il nostro essere postumi in definitiva, già immessi in un’autoconsapevolezza che stride con l’esigenza di trovare il nostro posto nel mondo e lo slancio o l’entusiasmo per realizzarlo). Manifestazioni formali – asindeti e polisindeti in un fluire di inarcature per captare le visioni veloci (siamo dentro un treno metropolitano di una capitale europea) – che dalla prima ci conducono alla seconda strofa, in cui si aggiunge, alla visione, l’auto-percezione del soggetto nel contesto, il suo legame frammentario e sfuggente con l’altro, stabilito attraverso una serie persistente di rime e assonanze, soprattutto interne (la tessitura del componimento è fatta di tutti questi rimandi fonici, sarebbe pletorico estrapolarne lacerti, che trasmettono un contatto, una sorta di abbraccio sonoro). Questa perizia musicale atta a consolidare ritmicamente i passi di una presenza che prova a formarsi, riconoscersi o ri-formarsi nel mutamento, ha richiami novecenteschi – viene da pensare a un Montale sintetizzato e sintetico, in cui l’alto tasso di lirismo e perizia fonica della prima fase pare istallarsi sulla secca conformazione diaristica dell’ultima, con il risultato inedito della presenza, comunque lirica, di un soggetto percettivo e allo stesso tempo disincantato.
Nell’ultima strofa, infine, si rileva un rischio, quello di una competenza concettuale in esubero e che scoperchia un certo compiacimento definitorio: «Essere questo, nella prima / onda del ritorno, un vuoto liquido / sopra la rete delle strade, un giorno / che ripete se stesso», nel desiderio, un po’ ingenuo ma non per questo innecessario, di comporre una nuova direzione, un senso, per trovare «il proprio posto» nel «mondo vero».

Martino Baldi: una poesia da “Capitoli della commedia” (Edizioni Atelier, 2005) – Nuove Postille ai testi

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Martino Baldi

di Gianluca D’Andrea

Martino Baldi: una poesia da Capitoli della commedia (2005)

capitoli
Scripta volant

Non le parole nude resteranno
ma il labirinto di rughe del tuo volto,
l’arrampicarsi degli occhi e delle mani
sullo specchio del tutto.
I tuoi pensieri non sono voce
ma corpo mio.
E non nella memoria vive qualcosa;
è nei sussulti dei sensi che rinasce
ciò che da sempre non sappiamo e siamo,
l’insegnamento involontario dei sospiri
le cicatrici riaperte a ogni notte.
Il resto è un cimitero di ricordi:
tombe bellissime.

Questo di te resta nell’eco.
Quando dicevi, senza dire, senza saperlo,
col tuo sistema unico di macerare
pagine intere, arricciolare gli angoli,
scegliere il luogo in cui riporre il libro:
«Strappa dalla parola quanto c’è d’umano.
Fanne pane. Di quanto ne rimane,
di quanto tace,
sangue».


Postilla:

La vicenda dell’assenza è riprodotta seguendo schemi classici che portano la parola fuori da se stessa. Rilevata la sua consistenza d’ombra («Non le parole nude resteranno»), la sua incapacità di aderenza a un reale che vive fuori, nel «labirinto di rughe», la parola della poesia perde contatto, si trasforma in «eco».
Un segnale evidente dello “strappo” io/mondo è la ricorrenza discorsiva, la capacità affabulatoria e bassa di un parlato che aspira alla prosa, la necessità di una poesia che tende a far perdere le sue tracce nella presenza fantasmatica di un reale che, però, resta irraggiungibile.
L’aspirazione ad afferrare il mondo, la sua dimensione più fisica e carnale, e la consapevolezza raggiunta che la parola non possa rispondere a questa necessità, conduce al silenzio (Capitoli della commedia è del 2005, da allora Baldi non ha più pubblicato) e alla “caduta” nel “sangue” del reale: «Strappa dalla parola quanto c’è d’umano. / Fanne pane. / Di quanto ne rimane, / di quanto tace, / sangue».

Dario Bertini: una poesia da “Prove di nuoto nella birra scura” (Edizioni del Foglio Clandestino, 2014) – Nuove Postille ai testi

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Dario Bertini

di Gianluca D’Andrea

Dario Bertini: una poesia da Prove di nuoto nella birra scura (2014)

prove

scriverò i miei prossimi versi sulla carta igienica
così che possano sentirsi liberi di andare;
li butterò nel cesso, tirando l’acqua,
e poi li sentirò viaggiare dentro ai tubi,
sotto i piedi delle persone e migliaia di macchine in coda,
superando semafori, case, supermercati
continueranno ad andare come piccoli pesci
seguendo la corrente,
                                           e arriveranno al mare,
sentendo il sole brillare forte
lasciandosi annegare al posto mio


Postilla:

Non è la semplice farsa scatologica del genere poetico ridotto all’estremo della bassezza a essere in gioco nel componimento. Il riciclo della parola nel postmoderno ha compiuto il suo tragitto e, data per ovvia la “scaduta grandiosità” della stessa parola, s’intravede una ricomposizione o insorgenza in un posto vacante. Il luogo dell’io sostituito dalla parola lasciata libera, una sorta di continuum contemporaneo al distacco nel richiamo alla cavalcantiana Perch’i’ no spero di tornar giammai, e quindi le origini, ma origini nuove, troppo consapevoli di una fine avvenuta, di una scomparsa sempre veniente (versi che «arriveranno al mare, / sentendo il sole brillare forte / lasciandosi annegare al posto mio»). Così l’andamento prosastico e anti-lirico connesso, come da norma in un’atmosfera post, con lo slancio autoironico, ribalta più volte la disillusione e focalizza un’assenza assai più pregnante: il vero contatto, per quanto in questo caso in negativo, è riversato nelle possibilità comunicative dello strumento, mandato a morte – «lasciandosi annegare al posto mio» – in luogo di un soggetto in deficit perenne, un già morto, uno zombi, un fantasma.

Stefano Dal Bianco: una poesia da “Ritorno a Planaval” (Mondadori, 2001) – Nuove Postille ai testi

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Stefano Dal Bianco

di Gianluca D’Andrea

Stefano Dal Bianco: una poesia da Ritorno a Planaval (2001)

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La vacanza

Mi allargo e occupo il tuo posto momentaneamente vuoto
come se fosse la mia libertà ad accogliermi,
ma se tu chiami
da dentro una presenza di lenzuola, ecco
io sono pronto
a stringermi nel sonno, a prendere atto
di quanto sia rimasto, in questo letto,
e quanto sia, di te, rimasto fuori.


Postilla:

Sostituzione dei corpi che restano anche nella distanza. Distensione e contrazione, come un’onda verbale implicata nell’ambiguità oscillatoria dell’esistente, sono evidenti nel ritmo pronto a rompersi, inarcandosi al limite della prosa fino a raggrumarsi nel verso successivo. Si veda: «da dentro una presenza di lenzuola, ecco / io sono pronto», in cui l’io, quasi sospeso nella sua referenza fantasmatica, accennata nelle “lenzuola” del verso che precede, riacquista “presenza” grazie a un tu che sembra giacenza della memoria e la cui “concretezza” sopravviene solo attraverso un’apparizione, o una “visione”.
La parola è qui come in bilico tra due mondi (io/tu, corpo/visione, dentro/fuori), ma non in un’indecisione dialettica, bensì nella necessità di accoglienza per ciò che è esperito e per tutto ciò che è «rimasto fuori» dalla percezione e, quindi, da ogni possibile definizione.

Robin Robertson: una poesia da “Camera Obscura” (Guanda, 2002) – Postille ai testi

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Robin Robertson

di Gianluca D’Andrea

Robin Robertson: una poesia da Camera Obscura (2002)

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New Gravity

Treading through the half-light of ivy
and headstone, I see you in the distance
as I’m telling our daughter
about this place, this whole business:
a sister about to be born,
how a life’s new gravity suspends in water.
Under the oak, the fallen leaves
are pieces of the tree’s jigsaw;
by your father’s grave you are pressing acorns
into the shadows to seed.

*

Nuova gravità

Camminando nella luce fioca di edere
e lapidi, ti vedo in distanza
mentre spiego a nostra figlia
questo posto, tutta questa faccenda:
una sorella che sta per nascere,
come la nuova gravità di una vita è sospesa nell’acqua.
Sotto la quercia, le foglie cadute
sono pezzi del puzzle dell’albero;
presso la tomba di tuo padre schiacci ghiande
dentro le ombre per farne semi.

(Trad. Massimo Bacigalupo)


Postilla:

Il luogo nuovo di cui parla il testo è la sospensione. Il passaggio in quella luce tenue dell’inizio («half-light»), luce mediana tra vita e morte. Poi distanza e vicinanza in un quadro raccolto, familiare. Ma la sospensione si riattiva nel pensiero di un altro arrivo, in bilico su una superficie liquida, quasi intangibile, come imprevedibile è la forma dell’avvenire: «how a life’s new gravity suspends in water».
Infine, il luogo si trasforma nella caduta del tempo, nella sospensione tra passato e futuro che prova a manifestare un augurio, un’azione che dentro le ombre riesce nell’intento del germinare. La sospensione sposta il suo asse, “cade” nella vita: «into the shadows to seed».

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Yang Lian: una poesia da “Dove si ferma il mare” (Scheiwiller, Milano 2004) – Postille ai testi

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Yang Lian (Foto: Angelika Leuchter)

di Gianluca D’Andrea

Yang Lian: una poesia da Dove si ferma il mare (2004)

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Casa come ombra

quella è la tua casa casa come ombra
edificio che sul prato allarga il crepuscolo
i canti degli uccelli vengono abbattuti dal cielole lingue delicate delle foglie
discutono di nuovo della stanca tempesta
anche l’ombra è stancaciechi messi in fila
cadono ignari nel precipizio

quella è la tua casacasa senza te
tu sei dovuto come il debito di un incubo
un topo balza sul pavimento si ammala e scivola
topo come ombra
il volto sempre più scuro
bocca color di rosa– –apre a morsi la porta dell’elegia
quando il giorno muore tu vai ad abitare in una candela marcia

afona come quattro pareti che simulano la vita
la luce cavalca la più fragile delle pietre infiltrata sotto terra
si infiltra dentro tel’ombra come padrone
entusiasta apre il balcone della notteammira quel paesaggio
un altro gatto selvatico va a caccia della sua stessa paura
un’altra testaviene conclusa da chiodi conficcati nelle stelle
un bianco argento come erbacce
le tenebre paralizzate torreggiano
cancellano il tu di un anno che un giorno invecchierà
come la spaventosa luce lunarecancella questa terra vuota

(Trad. di Claudia Pozzana)


Postilla:

Casa come ombra è il racconto contratto di un esilio. Tutto si sposta per creare collegamenti vasti, nel tentativo di abbracciare un luogo ignoto. Ad essere coinvolti, infatti, sono tutti gli elementi di un paesaggio che la casa circondano. La comunicazione è attenta a non tralasciare nulla del reale, per questo si muove per associazioni – quasi illogiche per le lingue occidentali – e non esclude il soggetto con la sua potenzialità “deformante”, non esclude lo stesso linguaggio (che da quel soggetto deriva), con le sue necessità “astrattive”.
L’irradiazione dell’ombra sulle cose sembra rappresentare l’angoscia del nomadismo (nel caso di Yang Lian, imposto da un regime politico) e la “forzatura”, quasi, per trovare confidenza nei luoghi ignoti: «quella è la tua casa  casa come ombra», «quella è la tua casa  casa senza te».
Gli accostamenti, apparentemente arditi e di non facile accesso, lavorano sulla “medietas” e sull’oscillazione, per cui il senso è suscitato, non colto. Il poeta ci indica le direzioni dell’ombra in quell’estratto di mondo in cui si trova ad essere in un tempo determinato. Prima che tutto dilegui: la luce nascosta sottoterra subisce trasformazioni fino a divenire l’ultima, «spaventosa luce lunare», che cancella la “visione reale”, il quadro spalancato per un attimo, portando con sé il soggetto, destinato alla vecchiaia, all’attraversamento, alla scomparsa. Luogo e soggetto si uniscono nel movimento della dissolvenza – nell’ombra. Il messaggio è univoco, adesso, e ci parla del costante attraversamento, di un inizio che non è origine e di una fine che non è scopo. Sapienza della poesia cinese.

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Fabio Pusterla: due poesie (da “Concessione all’inverno”, 1985 e “Corpo stellare” 2010) – Postille ai testi

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Fabio Pusterla (Fonte: AN|SICH|TEN – SRF Schweizer Literatur)

di Gianluca D’Andrea

Fabio Pusterla: due poesie da Concessione all’inverno (1985) e Corpo stellare (2010)

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Concessione all’inverno

La luminosa luce, la dorata
nella pulviscolare nube, rifrangente, rosea e
se la neve aspetta dietro l’angolo
dietro il monte
dietro il rosa
tu affila i denti, i ramponi,
arrota il passo, acumina la vista;
prova il peso del corpo, saggia l’equilibro.

Attendi il ghiaccio (a piè fermo) tu
nella luce.

Proprio per i vari elementi: pulviscolo,
brina, freddo generale, fiato spesso.
Rose appassite, foglie, mazzi di dalie marce,
capriole del gatto.
Riflessi da ogni vetro, e la discesa della luce
omogenea, invernale, da ogni buco di monte,
crepa di legno, spazio di sasso. E

tu accettalo questo inverno
luminoso, in agguato, invernaccio
di luce, sospeso nevischio, prolungato
favonio, incendio doloso.

(da Concessione all’inverno, 1985).


Postilla:

Si è detto tanto sull’importanza della memoria nell’opera di Pusterla. Ma l’indizio cogente di questa scrittura tensiva, nervosa – per niente pacificata sotto il velo di una sintassi lineare e di un lessico “comune” – è il ritmo. L’accumulazione retorica è il tratto stilistico più evidente, spiegabile nella spinta etica che, pur scontrandosi con l’alterità, cerca strategie di “rimedio”, adattamenti del soggetto alla mutazione del contesto. L’attesa di una catastrofe non deve inibire le capacità, ma irrobustire l’individuo che ne accetta l’evenienza («tu accettalo questo inverno» comunque «luminoso», crisi percettiva che si manifesta nelle attribuzioni ossimoriche). Il «prolungato favonio» (anche questo vento, atmosfericamente familiare al poeta, è un ossimoro, segnale di “crisi” paesaggistica) è il respiro stesso di chi tenta l’appiglio, il suo «fiato spesso», anzi, il suo “senza respiro”, l’affanno del resistente, agonismo di chi non si arrende alle forze contrarie – esterne, ctonie -ma con i coaguli delle “stesse” parole rilancia il suo assillo: offre una risposta al possibile silenzio, conglomera, in questo caso, sulla scia zanzottiana, per non cedere.


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Nell’attesa

Un ponte un altro ponte e un altro ancora:
davvero inverosimile confondersi? Se il fiume
a volte pare immobile, case e strade sospese,
e il mondo fermo prima di un salto nel vuoto,
pura concentrazione dell’esistere,
materia che si afferma e che si supera,
si può restare al margine, guardare ogni cosa per ore
con fiducia. Alti sulla corrente impercettibile
del tempo, nell’attesa.

(da Corpo stellare, 2010).


Postilla:

Ancora luoghi (di memoria, “per non morire”), cifra stilistica immutata, anzi, amplificata a distanza di anni – la costruzione asindetica del primo verso elimina persino le interpunzioni. Il respiro che corre a un chiarimento (ecco finalmente i due punti, la pausa riflessiva). L’istante di sospensione prima di un’imminente caduta – ancora il tema, “necessario” per l’autore, della frana dell’acquisito: il mondo si rinnova di continuo nel gioco ambivalente distruzione/costruzione («il mondo fermo prima di un salto nel vuoto»). Solo captando i segni oscillatori, “tellurici”, del profondo, la «materia» può rinnovarsi, e solo riconfermando il suo movimento, riconoscendo anche per impatto, i “luoghi” d’origine del dissesto. Pure restando «al margine», nell’osservazione delle contingenze, le comunità possono ritrovarsi – almeno questa è la speranza del soggetto che tenta il coinvolgimento, espresso negli ultimi due versi dall’utilizzo della prima persona plurale – e ascoltare la «corrente impercettibile/ del tempo», attendendo, cioè rivolgendo il proprio animo verso qualcosa, che sia anche un’ombra, una visione.