Arsenij Tarkovskij: una poesia da “Giornata d’inverno” (in “Stelle tardive”, Giometti&Antonello, 2017 – Nuove Postille ai testi)

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Arsenij Tarkovskij

di Gianluca D’Andrea

Arsenij Tarkovskij: una poesia da Giornata d’inverno (1971-1979)

stelle tardive

Altre ombre che m’appaiono,
altra la miseria che canta per me:
il legatore ha dimenticato lo zigrino
e il tintore non tinge le tele;

la musica del fabbro, contata
in tre quarti, a tre martelletti,
non si svelerà oltre la svolta
prima d’uscire dalla città;

ai suoi crochet la merlettaia
non si siede alla finestra dal mattino,
e lo stagnino, uccello zingaresco,
non fa fumo con l’acido al fuoco;

l’orafo ha gettato il suo martelletto,
è finito il filo d’oro.
Osservare il morire dei mestieri
è come sotterrare se stessi.

E di già la lira elettronica,
di nascosto dai suoi programmisti,
compone versi di Kantemir
per finire con un proprio verso.

(Traduzione di Gario Zappi)


Postilla:

Lo specifico ardore dell’alterità in un paesaggio lirico che coinvolge il mondo. anche per questo le figure appartenenti a mestieri e professioni sul ciglio dell’estinzione sono strettamente intrecciate all’io che scrive cui “appaiono altre ombre”. Ma quali? L’unica immane ombra del futuro che sommerge le piccole, individue ombre artigiane – il passato.
«Osservare il morire dei mestieri / è come sotterrare se stessi», cioè la fine di un mondo che il soggetto sentiva ed era appartenenza, orientamento.
Non c’è, però, solo la fine, c’è un continuum per cui la tradizione simboleggiata dal poeta moldavo Antioch Dmitrievič Kantemir (1708-1744) è alterata metonimicamente in quell’ibrido metaforico che è «la lira elettronica», il cui futuro sarà quello di “comporre” nuovamente proprio la tradizione (basti pensare retrospettivamente alla funzione d’archivio dei nostri computer interconnessi) e, in autonomia, aggiungere un tassello d’innovazione «per finire con un proprio verso».
Il futuro di Tarkovskij lo stiamo saggiando, dal momento che il linguaggio della letteratura sembra essere sempre più dipendente dalle dinamiche di rete innescate dall’utilizzo dei calcolatori.

Guido Mazzoni: una poesia da “I mondi” (Donzelli, 2010 – Nuove Postille ai testi)

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Guido Mazzoni (Foto: Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Guido Mazzoni: una poesia da I mondi (2010)

i mondi
Elephant and Castle

Gli stormi scossi quando il treno
esce dalla terra, il cielo nero
oltre gli sciami dei segnali e il vento
che nasce tra i binari e si disperde
tra i capannoni, le serre abbandonate, le colonne
dei camion nella nube, l’erba medica
ai lati della strada, nel colore
che copre la città mentre le luci
dei lampioni colpiscono le nuvole –

e la calma di quando si comprende
che la vita esiste e non significa,
mentre il vagone ridiscende e il vostro
volto riflesso scompare dalla plastica
dove le dita muovono la brina.

Essere questo, nella prima
onda del ritorno, un vuoto liquido
sopra la rete delle strade, un giorno
che ripete se stesso;
quando si impara a vivere il presente
senza pensare di non appartenergli, e la grande
periferia da attraversare è il mondo vero,
il proprio posto nel campo delle forze.


Postilla:

Il posto vuoto della presenza e la perpetua tensione tra l’essere e il nulla. Tutta la raccolta, d’altronde, vive nel “vuoto” di un io destituito dal ruolo centrale di osservatore privilegiato, anzi, la sua stessa presenza è in bilico e il «campo di forze» del mondo (dei mondi-monadi) flette verso una marginalità definitiva. Ma in apparenza, perché, sotto le maglie geometriche di un dettato nitido fino all’oppressione, si muovono barlumi di relazione: «quando si comprende / che la vita esiste», anche se poi «non significa», così il «volto riflesso scompare» ma «dalla plastica / dove le dita muovono la brina», per cui le azioni sembrano perpetuarsi nel loro andirivieni continuo tra morte e vita, assenza e presenza. Il piccolo miracolo compositivo (ma tutta l’operazione de I mondi è riconoscibile per questa coerenza stilistica) risiede nell’atmosfera tensiva che crea una relazione scostante col lettore, in una comunione distanziante: una visione in continua mutazione e ripetitiva al tempo stesso, una percezione eraclitea bloccata in una gabbia formale compita, per cui il nostro essere occidentali, borghesi, ecc. (la gabbia), è, nonostante tutto, in transito (la trasformazione esistenziale) insieme ad altre vite, anche se non sempre percepibili, anche se il soggetto deve riconoscere di essere parte di un tutto in fuga, prendendo atto dell’ingiustizia di questa fuga e, quindi, della propria stessa ingiustizia.
Osservando da vicino il testo, a colpire è la prospettiva per accumulo della prima strofa, col compito, si capisce da quanto detto finora, di mostrare una percezione attiva e vigile, quasi un’adolescenziale prestanza sensoria, in contrasto con la calma rappresa di una coscienza in negativo (il nostro essere postumi in definitiva, già immessi in un’autoconsapevolezza che stride con l’esigenza di trovare il nostro posto nel mondo e lo slancio o l’entusiasmo per realizzarlo). Manifestazioni formali – asindeti e polisindeti in un fluire di inarcature per captare le visioni veloci (siamo dentro un treno metropolitano di una capitale europea) – che dalla prima ci conducono alla seconda strofa, in cui si aggiunge, alla visione, l’auto-percezione del soggetto nel contesto, il suo legame frammentario e sfuggente con l’altro, stabilito attraverso una serie persistente di rime e assonanze, soprattutto interne (la tessitura del componimento è fatta di tutti questi rimandi fonici, sarebbe pletorico estrapolarne lacerti, che trasmettono un contatto, una sorta di abbraccio sonoro). Questa perizia musicale atta a consolidare ritmicamente i passi di una presenza che prova a formarsi, riconoscersi o ri-formarsi nel mutamento, ha richiami novecenteschi – viene da pensare a un Montale sintetizzato e sintetico, in cui l’alto tasso di lirismo e perizia fonica della prima fase pare istallarsi sulla secca conformazione diaristica dell’ultima, con il risultato inedito della presenza, comunque lirica, di un soggetto percettivo e allo stesso tempo disincantato.
Nell’ultima strofa, infine, si rileva un rischio, quello di una competenza concettuale in esubero e che scoperchia un certo compiacimento definitorio: «Essere questo, nella prima / onda del ritorno, un vuoto liquido / sopra la rete delle strade, un giorno / che ripete se stesso», nel desiderio, un po’ ingenuo ma non per questo innecessario, di comporre una nuova direzione, un senso, per trovare «il proprio posto» nel «mondo vero».

Martino Baldi: una poesia da “Capitoli della commedia” (Edizioni Atelier, 2005) – Nuove Postille ai testi

baldi
Martino Baldi

di Gianluca D’Andrea

Martino Baldi: una poesia da Capitoli della commedia (2005)

capitoli
Scripta volant

Non le parole nude resteranno
ma il labirinto di rughe del tuo volto,
l’arrampicarsi degli occhi e delle mani
sullo specchio del tutto.
I tuoi pensieri non sono voce
ma corpo mio.
E non nella memoria vive qualcosa;
è nei sussulti dei sensi che rinasce
ciò che da sempre non sappiamo e siamo,
l’insegnamento involontario dei sospiri
le cicatrici riaperte a ogni notte.
Il resto è un cimitero di ricordi:
tombe bellissime.

Questo di te resta nell’eco.
Quando dicevi, senza dire, senza saperlo,
col tuo sistema unico di macerare
pagine intere, arricciolare gli angoli,
scegliere il luogo in cui riporre il libro:
«Strappa dalla parola quanto c’è d’umano.
Fanne pane. Di quanto ne rimane,
di quanto tace,
sangue».


Postilla:

La vicenda dell’assenza è riprodotta seguendo schemi classici che portano la parola fuori da se stessa. Rilevata la sua consistenza d’ombra («Non le parole nude resteranno»), la sua incapacità di aderenza a un reale che vive fuori, nel «labirinto di rughe», la parola della poesia perde contatto, si trasforma in «eco».
Un segnale evidente dello “strappo” io/mondo è la ricorrenza discorsiva, la capacità affabulatoria e bassa di un parlato che aspira alla prosa, la necessità di una poesia che tende a far perdere le sue tracce nella presenza fantasmatica di un reale che, però, resta irraggiungibile.
L’aspirazione ad afferrare il mondo, la sua dimensione più fisica e carnale, e la consapevolezza raggiunta che la parola non possa rispondere a questa necessità, conduce al silenzio (Capitoli della commedia è del 2005, da allora Baldi non ha più pubblicato) e alla “caduta” nel “sangue” del reale: «Strappa dalla parola quanto c’è d’umano. / Fanne pane. / Di quanto ne rimane, / di quanto tace, / sangue».

Dario Bertini: una poesia da “Prove di nuoto nella birra scura” (Edizioni del Foglio Clandestino, 2014) – Nuove Postille ai testi

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Dario Bertini

di Gianluca D’Andrea

Dario Bertini: una poesia da Prove di nuoto nella birra scura (2014)

prove

scriverò i miei prossimi versi sulla carta igienica
così che possano sentirsi liberi di andare;
li butterò nel cesso, tirando l’acqua,
e poi li sentirò viaggiare dentro ai tubi,
sotto i piedi delle persone e migliaia di macchine in coda,
superando semafori, case, supermercati
continueranno ad andare come piccoli pesci
seguendo la corrente,
                                           e arriveranno al mare,
sentendo il sole brillare forte
lasciandosi annegare al posto mio


Postilla:

Non è la semplice farsa scatologica del genere poetico ridotto all’estremo della bassezza a essere in gioco nel componimento. Il riciclo della parola nel postmoderno ha compiuto il suo tragitto e, data per ovvia la “scaduta grandiosità” della stessa parola, s’intravede una ricomposizione o insorgenza in un posto vacante. Il luogo dell’io sostituito dalla parola lasciata libera, una sorta di continuum contemporaneo al distacco nel richiamo alla cavalcantiana Perch’i’ no spero di tornar giammai, e quindi le origini, ma origini nuove, troppo consapevoli di una fine avvenuta, di una scomparsa sempre veniente (versi che «arriveranno al mare, / sentendo il sole brillare forte / lasciandosi annegare al posto mio»). Così l’andamento prosastico e anti-lirico connesso, come da norma in un’atmosfera post, con lo slancio autoironico, ribalta più volte la disillusione e focalizza un’assenza assai più pregnante: il vero contatto, per quanto in questo caso in negativo, è riversato nelle possibilità comunicative dello strumento, mandato a morte – «lasciandosi annegare al posto mio» – in luogo di un soggetto in deficit perenne, un già morto, uno zombi, un fantasma.

Stefano Dal Bianco: una poesia da “Ritorno a Planaval” (Mondadori, 2001) – Nuove Postille ai testi

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Stefano Dal Bianco

di Gianluca D’Andrea

Stefano Dal Bianco: una poesia da Ritorno a Planaval (2001)

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La vacanza

Mi allargo e occupo il tuo posto momentaneamente vuoto
come se fosse la mia libertà ad accogliermi,
ma se tu chiami
da dentro una presenza di lenzuola, ecco
io sono pronto
a stringermi nel sonno, a prendere atto
di quanto sia rimasto, in questo letto,
e quanto sia, di te, rimasto fuori.


Postilla:

Sostituzione dei corpi che restano anche nella distanza. Distensione e contrazione, come un’onda verbale implicata nell’ambiguità oscillatoria dell’esistente, sono evidenti nel ritmo pronto a rompersi, inarcandosi al limite della prosa fino a raggrumarsi nel verso successivo. Si veda: «da dentro una presenza di lenzuola, ecco / io sono pronto», in cui l’io, quasi sospeso nella sua referenza fantasmatica, accennata nelle “lenzuola” del verso che precede, riacquista “presenza” grazie a un tu che sembra giacenza della memoria e la cui “concretezza” sopravviene solo attraverso un’apparizione, o una “visione”.
La parola è qui come in bilico tra due mondi (io/tu, corpo/visione, dentro/fuori), ma non in un’indecisione dialettica, bensì nella necessità di accoglienza per ciò che è esperito e per tutto ciò che è «rimasto fuori» dalla percezione e, quindi, da ogni possibile definizione.

Stelvio Di Spigno – Testo e commento

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Stelvio Di Spigno

di Gianluca D’Andrea

Il premio del deserto

Non troviamo scritto che egli abbia mai
mormorato contro Dio, ma sopportava la fatica
rendendo grazie, per questo Dio lo prese con sé.

Detti dei Padri del deserto, Collezione anonima, 376

Delle pigre montagne lanciate a mormorazione
delle nubi e dei falchi contro la spettrale solitudine,
quelle che vanno da Mercogliano a Fossanova
hanno più da dire, più da parlare intorno al mondo
che in questa similitudine fabbrica stipiti e porte ingannatrici,
grandi messaggi di pietra e di grotte sul dosso dell’aurora:
la più grande vittoria è di chi sa stare in piedi
restare utile nella grande selva di tutti gli io
passati, futuri e venienti,
la tavola appena raccolta sotto il delirio
floreale della casa al mare, anzi sottomarina,
il tutto sparito sotto una coltre di anni abnegati,
i vestiti chiari, il roseo passaggio di venti e barche
sotto il porto turistico e il molo riservato
ai pochi che ancora non sanno cos’è stato
l’urto solenne della vita col suo cono d’ombra,
la sua scomparsa per le mille feritoie del tempo.

(Tratta da Qualcosa di inabitato, di Stelvio di Spigno e Carla Saracino, EDB, Milano 2013).

Poesia di luoghi e tempi assoluti, una resistenza migrante, un pellegrinaggio estetico in movimenti oscillatori: si passa dalle «pigre montagne […] che vanno da Mercogliano a Fossanova» (itinerario spirituale, ricordiamo le presenze religiose significative del Santuario di Montevergine e dell’Abbazia di Fossanova) alla più prosaica, si fa per dire, «tavola appena raccolta sotto il delirio / floreale della casa al mare, anzi sottomarina». Sì, perché il movimento del testo ci illustra il mutamento continuo sotteso a una poetica della trasfigurazione. Una fuoriuscita dal solco (il delirio) delle apparenze, l’accensione che in un attimo ricrea il mondo per poi scomparire «per le mille feritoie del tempo», con uno slittamento metaforico che riconduce all’attesa, alla ripetizione solenne (che si ripete negli anni, diventando celebrazione) di un gesto, quello poetico, sempre rinascente dalla clausura fortificante del tempo. Proprio il tempo sembra assumere una valenza escatologica che, innescandosi nella memoria del soggetto, riapre alla resistenza di un senso che va oltre la «grande selva di tutti gli io / passati, futuri e venienti», funzionando come il dispositivo di un’attesa, di una speranza a venire, che riqualifichi l’utilità dell’esistenza. Il procedimento è complicato dalla fiducia sviante nei luoghi della memoria, moralmente implicati nel desiderio del soggetto che si ripercuote sul reale. Partendo proprio dal volo cognitivo della prima parte, raccogliendosi, nel finale, in referenze che rinviano alla ripetizione («l’urto solenne della vita col suo cono d’ombra», che agisce nel senso di una ritualità imprescindibile, per cui il nome sottaciuto e velato sotto la metafora comune è la morte, innominabile perché si vuole liberare dalla retorica della fine, assimilandola alla vita di cui è più semplice – ma quanto rigoroso! – velamento), alla scomparsa e alla chiusura («le mille feritoie del tempo» che possiedono comunque uno spiraglio difensivo – la minima luce di una difesa che è speranza nell’assedio del tempo), la composizione afferma il suo compito, ci avverte sull’ineluttabilità del limite, ci ricorda che «il premio del deserto» è la dissoluzione (leopardianamente?), ma ci informa, allo stesso tempo, della speranza che non tutto è nullificato se si ha fede nel resistere nonostante, in quel sacrificio che consente anche in un unico istante di far penetrare la luce nella fortezza assediata.


Stelvio Di Spigno vive a Napoli, dove è nato nel 1975. È laureato e addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto articoli e saggi su Leopardi, Montale, Gadda, Pavese, Zanzotto, Claudia Ruggeri e sulla post-avanguardia poetica italiana, insieme alla monografia Le Memorie della mia vita di Giacomo Leopardi – Analisi psicologica cognitivo-comportamentale (L’Orientale Editrice, Napoli 2007). Ha collaborato all’annuario critico “I Limoni” con recensioni e note sotto la guida di Giuliano Manacorda. Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in “Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano”, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Sometti, Mantova 2002, Premio Andes; 2a ed. accresciuta, Caramanica, Marina di Minturno 2006, Premio Calabria), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, finalista Premio Sandro Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013).

Angelo Maria Ripellino – testo e commento

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Angelo Maria Ripellino

di Gianluca D’Andrea

Se entro, cambiano súbito discorso,
io, canna odorosa di una lontana estranía,
hanno occhi di vetro, abominevoli fòssili,
turbati nella loro ciurmería.
Gole quadruplicate dall’axungia,
sacchi di stabbio in vesti di broccato,
ceffi tinti di stibio, malsanía,
stanno formando un governo di coalizione,
un concistoro grifagno e impagliato.
Se entro, cambiano súbito discorso,
io, grido angosciato di donna nel suo primo parto,
mi guardano come alimenti flemmatici,
borse di viscidi pesci, turgori da infarto,
babbuini eteròcliti, loschi batràci,
frégola che nasconde putridume:
soffocheranno il mio grido, il mio fiato,
mi metteranno a cardare montagne di piume.

(da Sinfonietta, 1972).


Più reale del reale, perché vero, tutto nuovo e rinascente, nessuna iterazione, nessuna stanchezza. In un testo il cui tema è il malessere del soggetto nei confronti del circostante (composizione chiusa al dialogo, centrata), in entrambe le parti in cui è strutturato, si leggono le contrapposizioni e il disgusto giudicante di un io che si autodefinisce «canna odorosa di una lontana estranía». Definizione che enfatizza la, a volte necessaria, distanza, per cui il poeta non si trova partecipe del male ma al contrario colpito da esso, nel raggiro dell’estraneità a un’idea di giustizia pertinente solo all’uomo. Non essendo presente un bersaglio reale, occorre leggere, nelle intenzioni del poeta, l’assolutizzazione del messaggio, perciò il raggiro è uno dei presupposti plausibili dell’alterità come esistente, non specificata in un quadro descrittivo. L’unità dello stesso esistente è crepata dalla «malsanía», da un malessere che può ripercuotersi su tutto, accadere, per questo il soggetto della parola ha il dovere di denunciarne la presenza nella sua constatazione. L’accumulo d’improperi inusuali, giocati sull’oscurità etimologica, sull’uso dotto e rielaborato dei termini, aumenta il distacco del poeta, ma il testo intenta uno scontro frontale col lettore, mostrando la richiesta dell’ascolto, anzi imponendola. All’io «canna odorosa» subentra, nella seconda parte, l’io «grido angosciato di donna nel suo primo parto»: una volta chiarito da quali «impurità» si prendono le distanze, occorre ristabilire il contatto e la scelta di Ripellino cade sull’origine, sul dolore netto che apre alla nascita, in contrasto bruciante con la mala-natura dei «babbuini eterocliti». Tutto il testo è una metafora dello scontro tra io e quella zona di alterità rappresentata dalla «malsanía», la deformazione e l’impurità del malessere, laddove il versante della spontaneità nascente agisce da contraltare positivo. La scenetta teatrale e allegorica, edificante, si conclude con l’immagine del poeta condannato a un supplizio la cui inutilità è correlativa al soffocamento della voce poetica («soffocheranno il mio grido, il mio fiato») a causa di un male, che oltre la sua verifica continua, non può essere estirpato.

(Marzo 2014)