Durs Grünbein: una poesia da “A metà partita” (Einaudi, 1999) – Nuove Postille ai testi

Grunbein
Kurs Grünbein (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Durs Grünbein: una poesia da Trappole e pieghe (1994)

a metà partita

Alba

Endlich sind all die Wanderer tot
Und zur Ruhe gekommen die Lieder
Der Verstörten, der Landschaftskranken
In ihren langen Schatten, am Horizont.

Kleine Koseworte und Grausamkeiten
Treiben gelöst in der Luft. Wie immer
Sind die Sonnenbänke besetzt, lächeln
Kinder und Alte aneinander vorbei.

In den Zweigen hängen Erinnerungen,
Genaue Szenen aus einem künftigen Tag.
Überall Atem und Sprünge rückwärts
Durchs Dunkel von Urne zu Uterus.

Und das Neue, gefährlich und über Nacht
Ist es Welt geworden. So komm heraus
Aus zerwühlten Laken, sieh sie dir an,
Himmel, noch unbehelligt, und unten

Aus dem Hinterhalt aufgebrochen,
Giftige Gräser und Elstern im Staub,
Mit bösem Flügelschlag, Diebe
In der Mitte des Lebensweges wie du.

*

Alba

Morti alla fine sono tutti i viandanti
e ammutoliti i canti degli sconvolti,
dei malati di paesaggio nelle loro
ombre lunghe, all’orizzonte.

Brevi parole tenere e ferocie
volteggiano nell’aria. Come sempre sono
le panche al sole occupate, vecchi e bambini
si passano accanto, sorridendo.

Nei rami acrobazie di ricordi,
nitide scene di un giorno a venire.
Respiri, balzi in avanti,
nel buio, da urna a utero.

E la novità, rischiosa e repentina,
è diventata mondo. Su, vieni fuori
dal groviglio dei lenzuoli, e guardali:
cieli non ancora assillati, e sotto,

sbucate dall’agguato, erbe velenose
e gazze nella polvere, un maligno
sbattere d’ali, ladri a mezzo
del cammino della vita come te.

(Traduzione di Anna Maria Carpi)


Postilla:

La scissione alienante degli esordi, tra «parole tenere e ferocie» sembra assestarsi in una dialettica oscillatoria degli estremi se, «da urna a utero», il mondo è una «novità rischiosa e repentina». Eppure occorre ricordarle quelle origini del dissenso e della fine che concedono l’alba di questo “nuovo mondo”, perché è solo attraverso la memoria che si può ri-condurre la parola alla funzione di traccia. Da questo sistema – che ricorda quanto «Endlich sind all die Wanderer tot» – può emergere, tra gli altri indizi, un’etica del residuo. Liminari, infatti, le figure umane che appaiono nel componimento sono «vecchi e bambini» – inizio e fine della vita – margini e confini che «si passano accanto» come a riassumere quel “cammino” che riesce a svilupparsi «dal groviglio dei lenzuoli», per un soggetto che, finalmente, riconosce barlumi di compartecipazione – un po’ sull’esempio di Enzensberger – nel “fuori” «maligno» per cui tutti, soggetto compreso, sono «In der Mitte des Lebensweges», «come te».

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Francesca PiquerasSarmiento © (Après la fin, 2016-2017)

 

Antonio Porta: una poesia da “Invasioni” (Mondadori, 1984) – Nuove Postille ai testi

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Antonio Porta

di Gianluca D’Andrea

Antonio Porta: una poesia da Invasioni (1984)

Invasioni

 

Ottobre oggi è un mese rovente
la vagina che si apre sporge una lingua di vitello
un albero affonda le sue radici nell’utero
ma come il sole ricade dietro la collina sacra
il gelo tagliente mi ammonisce:
era l’ultima occasione. Sì, sono
stato felice. Là dove era Firenze
un lago così blu stende il suo dominio
che le anatre planano sul ghiaccio. Più sopra
una falce di luna con occhi di volpe ai lati.
La mia gola soffia senza lingua e questo
è l’ultimo senso.

I.I0.I981


Postilla:

Tante volte abbiamo notato come la trasformazione del contesto apra vertigini di senso, e quel disorientamento inevitabile, che introducono a una nuova ricerca. La necessità di “nuovo”, in nessuno forse come in Antonio Porta, produce un’esasperazione linguistica in cui i parossismi delle immagini tendono a ri-creare dalla “vacanza” del senso dei significati. Il surrealismo straniante, le localizzazioni insolite – «Là dove era Firenze / un lago così blu stende il suo dominio» – tendono a una trasformazione delle referenze e manifestano un’angoscia primordiale per plausibili, imminenti, scomparse. La simbologia giocosamente apocalittica muta in qualcosa di molto serio. Si possono estrarre miti di rinascita: ribollire carnale che precipita nell’immutabile come in «la vagina che si apre sporge una lingua di vitello / un albero affonda le sue radici nell’utero». Se il soggetto era stato «felice» nel suo vecchio presente, in quello attuale può solo esprimere «l’ultimo senso» nella sua assenza di voce (almeno seguendo una direzione tradizionale nell’articolazione dei significati), perché a restare è un “canto” che «soffia senza lingua». Eppure, questo “ultimo senso” segue «nello stesso istante una folata di vento […] / sospinge la vita di continuo / e intreccia i semi tra loro, li annoda alla terra» (come si può leggere in un altro passo del libro), in una volontà di rinascita, di “nuovo” incontro che superi, in una speranza quasi utopica, ogni “invasione”.

Michele Ranchetti: una poesia da “Verbale” (Garzanti, 2001) – Nuove Postille ai testi

Ranchetti
Michele Ranchetti

di Gianluca D’Andrea

Michele Ranchetti: una poesia da Verbale (2001)

Verbale-Michele-Ranchetti

Muoiono le figure dell’assenso
vite non più parallele s’interrompono
d’essere presente è il compito, non più la sorte.
Tu non sei
più vicino alla fine che al principio
e il dove è inesistente: ora precipita
o sale e si sottrae: si avverte
come presenza oltre l’assenza eterna.


Postilla:

Da questo reportage di matrice classica viene fuori un’immagine. Un barlume da un insieme di “illuminazione e ombra” (almeno a detta dell’autore); a noi sembra giungere una necessità di presenza dopo l’avvenuta fine. Di che? Dell’essere e del tempo di questo stesso essere, così particolare da divenire “figura”, paradigma di un umano non «più vicino alla fine che al principio», in un’equidistanza che annienta come in un paradosso la distanza stessa. La distanza da una relazione col percepibile che si propone «oltre l’assenza eterna», si ribalta in una “sensazione” del nuovo, in un rinnovamento appena avvertibile.
Da questo reperto-referto si estrapola un senso assoluto, come da un’epigrafe il sunto rappresentativo di un’opera. Quasi a margine dell’esistere, il segno che marchia il suo essere avvenuto e, allo stesso tempo, presenzia la sua ineffabilità, la speranza del suo avvenire “eterno”.

 

CON SETTEMBRE INIZIA LA NUOVA STAGIONE POETICO-LETTERARIA DE L’ARCOLAIO

GIANLUCA D’ANDREA – “POSTILLE (Tempi, luoghi e modi del contatto)” PREFAZIONE DI FABIO PUSTERLA – COLLANA “FOGLI DI CRITICA”

lacostruzionedelverso

Imitiamo la dinamica delle stagioni cinematografiche. Dopo il deserto africano di questa estate morente, vi anticipiamo alcuni libri in lavorazione in casa editrice. Sono progetti che potrete vedere realizzati nei mesi che precedono il Natale. Novità ragguardevoli e inaspettate che ci allietano e rendono più prezioso il nostro catalogo. Il lavoro che stiamo curando è dedicato a voi, carissimi lettori. Come sempre, vi auguriamo una lettura piacevole e innovativa.

La Redazione.

ALBERTO BERTONI – STEFANO MASSARI – PIER DAMIANO ORI

“STATI DI POESIA CONTEMPORANEA” NUOVA COLLANA “FOGLI DI CRITICA

GASSID MOHAMMED “ATTRAVERSO IL SILENZIO” COLLANA L’ARCOLAIO

ALEKSANDR BLOK (A CURA DI DARIO BORSO) “I DODICI” CON LA TRADUZIONE DAL RUSSO AL TEDESCO DI PAUL CELAN. 

AUTORI VARI (A CURA DI MATTEO M. VECCHIO E FABIO GUIDALI) – “Antonia Pozzi e la «singolare generazione»” COLLANA “FOGLI DI CRITICA”.

BILL RAMSELL “Il sogno d’inverno dell’architetto”, TRADUZIONE DI LORENZO MARI – COLLANA…

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Umberto Fiori: una poesia da “Chiarimenti” (Marcos y Marcos, 1995) – Nuove Postille ai testi

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Umberto Fiori (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Umberto Fiori: una poesia da Chiarimenti (1995)

chiarimenti

Massicciata

Il treno si è fermato tra lo scalo
e la stazione. Ecco laggiù la cava
come un lago di buio
in mezzo agli orti.

L’ombra del serbatoio, lunga, sul muro,
quest’aria di ferro e menta:
hanno tutto presente, sentono
e vedono tutto, i morti.

I morti, io nel cemento
guardo i fiori
bellissimi dell’ortica
che mi separano da loro.


Postilla:

La scomparsa captata in uno spazio presente, guardato e intrapreso nell’attesa, mentre una vertigine di suoni prova a contenerlo.
Il movimento per cui il soggetto raggiunge il luogo di un riconoscimento – agnizione che, vedremo, lo distingue dagli scomparsi, o almeno tenta di farlo – è attivato da un mezzo di trasporto comune (il treno, sostitutivo di “classici” medium di approdo) che raggiunge quella sosta e che permette la correlazione tra due mondi. In sostanza è in scena un piccolo dramma, se, infatti, il «lago buio / in mezzo agli orti» e l’ombra della seconda strofa introducono la presenza/assenza di un al di là onnipervasivo («hanno tutto presente, sentono / e vedono tutto, i morti»), è anche vero che il soggetto che scrive si distanzia dalla suddetta pervasività, ricadendo nell’hic et nunc della contingenza.
Il treno non riparte e la “separazione” tra i vivi, rappresentati dall’autore e dalla sua percezione dei fatti, e i morti, è proprio il correlativo della percezione, in questo caso espresso da «i fiori / bellissimi dell’ortica» (e Fiori è il cognome del poeta). Questa “oggettivazione” del senso del reale non ha nulla di rassicurante, se è vero che l’incombenza dell’alterità può far sparire proprio quella contingenza presentata come ultimo appiglio, in contrasto alla deriva metafisica.
A fare percepire, questa volta al lettore, l’agone reale/irreale in corso nel componimento, è l’apparato sonoro che ha funzione di collegamento: a partire dalla sequenza orti, morti, ortica, con risonanze che conducono a una rinascita concreta (almeno in termini psicologici) del soggetto, dopo lo stallo intermedio in quella terra di nessuno «tra lo scalo / e la stazione». Constatata l’irriducibilità del legame tra vita e morte (almeno attraverso allitterazioni, consonanze, rime, assonanze, ad esempio in questa serie: menta, presente, sentono, fino al cemento, οἶκος metonimico non solo del soggetto ma dell’umanità tutta, «io nel cemento»), allora, l’ultima strofa ci indica l’illusione tutta verbale – per cui la poesia assolve il suo compito di “ostacolo” alla scomparsa – di una presenza resa stabile dall’assegnazione di nuovi spazi di nominazione: i morti ovunque ma “io” resiste nel linguaggio, nel vero margine che “può” dire, appunto: «i fiori / bellissimi dell’ortica / che mi separano da loro».

Arsenij Tarkovskij: una poesia da “Giornata d’inverno” (in “Stelle tardive”, Giometti&Antonello, 2017) – Nuove Postille ai testi

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Arsenij Tarkovskij

di Gianluca D’Andrea

Arsenij Tarkovskij: una poesia da Giornata d’inverno (1971-1979)

stelle tardive

Altre ombre che m’appaiono,
altra la miseria che canta per me:
il legatore ha dimenticato lo zigrino
e il tintore non tinge le tele;

la musica del fabbro, contata
in tre quarti, a tre martelletti,
non si svelerà oltre la svolta
prima d’uscire dalla città;

ai suoi crochet la merlettaia
non si siede alla finestra dal mattino,
e lo stagnino, uccello zingaresco,
non fa fumo con l’acido al fuoco;

l’orafo ha gettato il suo martelletto,
è finito il filo d’oro.
Osservare il morire dei mestieri
è come sotterrare se stessi.

E di già la lira elettronica,
di nascosto dai suoi programmisti,
compone versi di Kantemir
per finire con un proprio verso.

(Traduzione di Gario Zappi)


Postilla:

Lo specifico ardore dell’alterità in un paesaggio lirico che coinvolge il mondo. anche per questo le figure appartenenti a mestieri e professioni sul ciglio dell’estinzione sono strettamente intrecciate all’io che scrive cui “appaiono altre ombre”. Ma quali? L’unica immane ombra del futuro che sommerge le piccole, individue ombre artigiane – il passato.
«Osservare il morire dei mestieri / è come sotterrare se stessi», cioè la fine di un mondo che il soggetto sentiva ed era appartenenza, orientamento.
Non c’è, però, solo la fine, c’è un continuum per cui la tradizione simboleggiata dal poeta moldavo Antioch Dmitrievič Kantemir (1708-1744) è alterata metonimicamente in quell’ibrido metaforico che è «la lira elettronica», il cui futuro sarà quello di “comporre” nuovamente proprio la tradizione (basti pensare retrospettivamente alla funzione d’archivio dei nostri computer interconnessi) e, in autonomia, aggiungere un tassello d’innovazione «per finire con un proprio verso».
Il futuro di Tarkovskij lo stiamo saggiando, dal momento che il linguaggio della letteratura sembra essere sempre più dipendente dalle dinamiche di rete innescate dall’utilizzo dei calcolatori.

Guido Mazzoni: una poesia da “I mondi” (Donzelli, 2010) – Nuove Postille ai testi

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Guido Mazzoni (Foto: Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Guido Mazzoni: una poesia da I mondi (2010)

i mondi
Elephant and Castle

Gli stormi scossi quando il treno
esce dalla terra, il cielo nero
oltre gli sciami dei segnali e il vento
che nasce tra i binari e si disperde
tra i capannoni, le serre abbandonate, le colonne
dei camion nella nube, l’erba medica
ai lati della strada, nel colore
che copre la città mentre le luci
dei lampioni colpiscono le nuvole –

e la calma di quando si comprende
che la vita esiste e non significa,
mentre il vagone ridiscende e il vostro
volto riflesso scompare dalla plastica
dove le dita muovono la brina.

Essere questo, nella prima
onda del ritorno, un vuoto liquido
sopra la rete delle strade, un giorno
che ripete se stesso;
quando si impara a vivere il presente
senza pensare di non appartenergli, e la grande
periferia da attraversare è il mondo vero,
il proprio posto nel campo delle forze.


Postilla:

Il posto vuoto della presenza e la perpetua tensione tra l’essere e il nulla. Tutta la raccolta, d’altronde, vive nel “vuoto” di un io destituito dal ruolo centrale di osservatore privilegiato, anzi, la sua stessa presenza è in bilico e il «campo di forze» del mondo (dei mondi-monadi) flette verso una marginalità definitiva. Ma in apparenza, perché, sotto le maglie geometriche di un dettato nitido fino all’oppressione, si muovono barlumi di relazione: «quando si comprende / che la vita esiste», anche se poi «non significa», così il «volto riflesso scompare» ma «dalla plastica / dove le dita muovono la brina», per cui le azioni sembrano perpetuarsi nel loro andirivieni continuo tra morte e vita, assenza e presenza. Il piccolo miracolo compositivo (ma tutta l’operazione de I mondi è riconoscibile per questa coerenza stilistica) risiede nell’atmosfera tensiva che crea una relazione scostante col lettore, in una comunione distanziante: una visione in continua mutazione e ripetitiva al tempo stesso, una percezione eraclitea bloccata in una gabbia formale compita, per cui il nostro essere occidentali, borghesi, ecc. (la gabbia), è, nonostante tutto, in transito (la trasformazione esistenziale) insieme ad altre vite, anche se non sempre percepibili, anche se il soggetto deve riconoscere di essere parte di un tutto in fuga, prendendo atto dell’ingiustizia di questa fuga e, quindi, della propria stessa ingiustizia.
Osservando da vicino il testo, a colpire è la prospettiva per accumulo della prima strofa, col compito, si capisce da quanto detto finora, di mostrare una percezione attiva e vigile, quasi un’adolescenziale prestanza sensoria, in contrasto con la calma rappresa di una coscienza in negativo (il nostro essere postumi in definitiva, già immessi in un’autoconsapevolezza che stride con l’esigenza di trovare il nostro posto nel mondo e lo slancio o l’entusiasmo per realizzarlo). Manifestazioni formali – asindeti e polisindeti in un fluire di inarcature per captare le visioni veloci (siamo dentro un treno metropolitano di una capitale europea) – che dalla prima ci conducono alla seconda strofa, in cui si aggiunge, alla visione, l’auto-percezione del soggetto nel contesto, il suo legame frammentario e sfuggente con l’altro, stabilito attraverso una serie persistente di rime e assonanze, soprattutto interne (la tessitura del componimento è fatta di tutti questi rimandi fonici, sarebbe pletorico estrapolarne lacerti, che trasmettono un contatto, una sorta di abbraccio sonoro). Questa perizia musicale atta a consolidare ritmicamente i passi di una presenza che prova a formarsi, riconoscersi o ri-formarsi nel mutamento, ha richiami novecenteschi – viene da pensare a un Montale sintetizzato e sintetico, in cui l’alto tasso di lirismo e perizia fonica della prima fase pare istallarsi sulla secca conformazione diaristica dell’ultima, con il risultato inedito della presenza, comunque lirica, di un soggetto percettivo e allo stesso tempo disincantato.
Nell’ultima strofa, infine, si rileva un rischio, quello di una competenza concettuale in esubero e che scoperchia un certo compiacimento definitorio: «Essere questo, nella prima / onda del ritorno, un vuoto liquido / sopra la rete delle strade, un giorno / che ripete se stesso», nel desiderio, un po’ ingenuo ma non per questo innecessario, di comporre una nuova direzione, un senso, per trovare «il proprio posto» nel «mondo vero».

Martino Baldi: una poesia da “Capitoli della commedia” (Edizioni Atelier, 2005) – Nuove Postille ai testi

baldi
Martino Baldi

di Gianluca D’Andrea

Martino Baldi: una poesia da Capitoli della commedia (2005)

capitoli
Scripta volant

Non le parole nude resteranno
ma il labirinto di rughe del tuo volto,
l’arrampicarsi degli occhi e delle mani
sullo specchio del tutto.
I tuoi pensieri non sono voce
ma corpo mio.
E non nella memoria vive qualcosa;
è nei sussulti dei sensi che rinasce
ciò che da sempre non sappiamo e siamo,
l’insegnamento involontario dei sospiri
le cicatrici riaperte a ogni notte.
Il resto è un cimitero di ricordi:
tombe bellissime.

Questo di te resta nell’eco.
Quando dicevi, senza dire, senza saperlo,
col tuo sistema unico di macerare
pagine intere, arricciolare gli angoli,
scegliere il luogo in cui riporre il libro:
«Strappa dalla parola quanto c’è d’umano.
Fanne pane. Di quanto ne rimane,
di quanto tace,
sangue».


Postilla:

La vicenda dell’assenza è riprodotta seguendo schemi classici che portano la parola fuori da se stessa. Rilevata la sua consistenza d’ombra («Non le parole nude resteranno»), la sua incapacità di aderenza a un reale che vive fuori, nel «labirinto di rughe», la parola della poesia perde contatto, si trasforma in «eco».
Un segnale evidente dello “strappo” io/mondo è la ricorrenza discorsiva, la capacità affabulatoria e bassa di un parlato che aspira alla prosa, la necessità di una poesia che tende a far perdere le sue tracce nella presenza fantasmatica di un reale che, però, resta irraggiungibile.
L’aspirazione ad afferrare il mondo, la sua dimensione più fisica e carnale, e la consapevolezza raggiunta che la parola non possa rispondere a questa necessità, conduce al silenzio (Capitoli della commedia è del 2005, da allora Baldi non ha più pubblicato) e alla “caduta” nel “sangue” del reale: «Strappa dalla parola quanto c’è d’umano. / Fanne pane. / Di quanto ne rimane, / di quanto tace, / sangue».

Dario Bertini: una poesia da “Prove di nuoto nella birra scura” (Edizioni del Foglio Clandestino, 2014) – Nuove Postille ai testi

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Dario Bertini

di Gianluca D’Andrea

Dario Bertini: una poesia da Prove di nuoto nella birra scura (2014)

prove

scriverò i miei prossimi versi sulla carta igienica
così che possano sentirsi liberi di andare;
li butterò nel cesso, tirando l’acqua,
e poi li sentirò viaggiare dentro ai tubi,
sotto i piedi delle persone e migliaia di macchine in coda,
superando semafori, case, supermercati
continueranno ad andare come piccoli pesci
seguendo la corrente,
                                           e arriveranno al mare,
sentendo il sole brillare forte
lasciandosi annegare al posto mio


Postilla:

Non è la semplice farsa scatologica del genere poetico ridotto all’estremo della bassezza a essere in gioco nel componimento. Il riciclo della parola nel postmoderno ha compiuto il suo tragitto e, data per ovvia la “scaduta grandiosità” della stessa parola, s’intravede una ricomposizione o insorgenza in un posto vacante. Il luogo dell’io sostituito dalla parola lasciata libera, una sorta di continuum contemporaneo al distacco nel richiamo alla cavalcantiana Perch’i’ no spero di tornar giammai, e quindi le origini, ma origini nuove, troppo consapevoli di una fine avvenuta, di una scomparsa sempre veniente (versi che «arriveranno al mare, / sentendo il sole brillare forte / lasciandosi annegare al posto mio»). Così l’andamento prosastico e anti-lirico connesso, come da norma in un’atmosfera post, con lo slancio autoironico, ribalta più volte la disillusione e focalizza un’assenza assai più pregnante: il vero contatto, per quanto in questo caso in negativo, è riversato nelle possibilità comunicative dello strumento, mandato a morte – «lasciandosi annegare al posto mio» – in luogo di un soggetto in deficit perenne, un già morto, uno zombi, un fantasma.

Stefano Dal Bianco: una poesia da “Ritorno a Planaval” (Mondadori, 2001) – Nuove Postille ai testi

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Stefano Dal Bianco

di Gianluca D’Andrea

Stefano Dal Bianco: una poesia da Ritorno a Planaval (2001)

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La vacanza

Mi allargo e occupo il tuo posto momentaneamente vuoto
come se fosse la mia libertà ad accogliermi,
ma se tu chiami
da dentro una presenza di lenzuola, ecco
io sono pronto
a stringermi nel sonno, a prendere atto
di quanto sia rimasto, in questo letto,
e quanto sia, di te, rimasto fuori.


Postilla:

Sostituzione dei corpi che restano anche nella distanza. Distensione e contrazione, come un’onda verbale implicata nell’ambiguità oscillatoria dell’esistente, sono evidenti nel ritmo pronto a rompersi, inarcandosi al limite della prosa fino a raggrumarsi nel verso successivo. Si veda: «da dentro una presenza di lenzuola, ecco / io sono pronto», in cui l’io, quasi sospeso nella sua referenza fantasmatica, accennata nelle “lenzuola” del verso che precede, riacquista “presenza” grazie a un tu che sembra giacenza della memoria e la cui “concretezza” sopravviene solo attraverso un’apparizione, o una “visione”.
La parola è qui come in bilico tra due mondi (io/tu, corpo/visione, dentro/fuori), ma non in un’indecisione dialettica, bensì nella necessità di accoglienza per ciò che è esperito e per tutto ciò che è «rimasto fuori» dalla percezione e, quindi, da ogni possibile definizione.