Scartafaccio XVIII – NOTE SU [ECOSISTEMI] (e non solo)

NOTE SU [ECOSISTEMI] (e non solo)

 

 

In occasione dell’uscita del libro, sento di dover riflettere sugli stimoli che hanno prodotto questo lavoro. Provando a far luce su alcune delle scelte compiute per definirne la strutturazione – quelle che ho saputo analizzare in anni d’elaborazione, mi auguro dalla giusta distanza – mi propongo di offrire un’indicazione, anche minima, sulla necessità del linguaggio poetico in tempi che sembrano volerne annunciare l’inutilità o la definitiva estinzione.

Partirei dall’inizio, da quella dedica ad Andrea Zanzotto che, a mio avviso, può rappresentare l’avvio di una riflessione sulla scissione che caratterizza da secoli la nostra letteratura: dicotomia sintetizzabile nei termini di un continuo spostamento dell’asse ricettivo del messaggio poetico, tra una tendenza che potremmo definire conservatrice o “classicista” e un’altra “sperimentale” o progressista. Il Novecento, continuando sulla scia del contrasto, ha esasperato quest’ambivalenza innescando la lotta tra realismo e avanguardismo, coinvolgendo, nelle relative e personali poetiche e scelte stilistiche, tutti gli attori del secolo appena trascorso.

La poetica di Zanzotto diventa rilevante se s’interpreta come superamento della scissione per ristabilire un contatto con l’aspetto testimoniale ed etico del linguaggio, lontano da qualunque ideologizzazione che sia di conservazione o progressista. Sì, perché, in questo autore, si realizza la responsabilizzazione del soggetto poetico in direzione dell’altro assoluto, di portata ecologica, in un movimento allegorizzante (d’ispirazione dantesca) che compartecipa la salvezza del perduto intervenendo nella sua stessa perdizione.

Input predominante, che agisce per tutto il tragitto di [Ecosistemi], la presenza di Zanzotto nel ruolo di nume tutelare vuole significare la dimensione ecologica della lingua del libro, nei termini esistenziali della relazione io-mondo.

Altra indicazione, nel senso appena esposto, è presente se analizziamo il titolo: scomponendolo semplicemente nei suoi elementi etimologici appaiono i riferimenti alla dimora e allo stare insieme (allo stare insieme nella stessa dimora, l’unica possibile); emerge, cioè, il tentativo di ridefinire un nuovo modo di essere, banalmente l’etica dello stare e il posto dello stesso, senza scelte di campo che non siano se non personali, individuali, non ideologizzate. Le parentesi quadre, graficamente, indirizzano questa chiusura personale, difensiva ma che si apre continuamente all’inevitabilità dell’esistente, così come ogni ecosistema, pur considerato nella sua specificità, è evidentemente interconnesso, irrevocabilmente.

Da queste rapide premesse si può intravedere la motivazione che ha condotto, dopo un’originaria propulsione compositiva, non ragionata, alle scelte specifiche sul piano compositivo e linguistico.

Occorre, però, partire da lontano, dalla temperie “vociana”, da quell’atteggiamento di rifiuto moraleggiante nei confronti del reale, antipositivista, e dalla frammentazione dello stesso reale. In [Ecosistemi], ogni testo è franto, apparentemente slegato dal contesto, parcellizzato; l’impressione, che la disposizione dei componimenti può suscitare, non vive all’insegna della coerenza e della compattezza, piuttosto dello slancio e dell’irruzione che, è risaputo, non coagulano ma sfilacciano o sfondano. Nella stessa direzione si muove il linguaggio, ecco un testo, per me, esemplificativo:

 

SUL LIBRO (COME ECOSISTEMA)

 

L’Autore:

 

“Non ha un centro tutto è il centro.

Il mio margine illumina il paese

che riposa sotto libere coltri”.

 

Ora il diritto è un peso.

 

Mi violento vecchie carte e luce

che vibri dallo schermo ti violento,

dissacro la tua superficie di pietra.

Per riaverti e amare quelle acque

e gli insetti per sempre perduti.

 

Parole incartate, nessun suono, un giornale,

graffiare la terra per portarla al suo tessuto.

Originare, fuori da te paese,

dentro te è la terra, un urlo,

la carezza dei residui sulle unghie.

 

Scavo per portare alla luce

nascite fuori luogo,

un canestro di foglie scadute,

raccolte per essere smostrate

come un taglio, uno sbudellamento.

 

 

In prima istanza l’autore interviene di persona, sfondando il muro che separa la posa dalla presenza, nel rischio che si corre sul filo del narcisismo, proponendo il segnale possibile di una vera partecipazione: questo attore è allegoria del creatore di parole che presenzia il suo viaggio, lo manifesta, lo compie “realmente” dicendo che il libro non ha un centro. Eppure ogni margine, anche il suo, può illuminare un senso: paese e coltri, termini rispettivamente, banalmente geografico il primo, specificamente geologico il secondo, sono i corrispettivi di un velamento che può essere sovvertito solo dall’effettiva presenza del soggetto – lirico o meno, non sembra rappresentare un effettivo problema. Il chiasmo ai vv. 6-8, slegato apparentemente da quanto precede, introduce i referenti di quella violenza degli estremi: i modi di scrittura, passati e presenti. Perché, però, violentare la scrittura? Per riavere il contatto e la possibilità di relazione scomparsa nella sfiducia novecentesca (i Vociani, a loro modo, a me peraltro familiare, si capisce, rappresenterebbero il primo approccio alla crisi etica che contraddistingue tutto il Novecento, al rischio d’afasia di intere generazioni che si protrae e si estende a causa del secondo conflitto mondiale). I vv. 9-10 immaginano (sognano?) di ritrovare la forza e la gioia del canto, la finalità della trasmissione, di un racconto comune, di una fabula.

L’immagine dello scavo a mani nude, che emerge nelle ultime due strofe, è metafora del contatto rinnovato con la dimora (la terra – l’origine) e con la possibilità di rinnovamento stesso insita nell’origine.

La sensazione di slancio e d’irruzione, cui si faceva riferimento, non è scollegata dalla circolarità del ritorno: molti testi di [Ecosistemi] presentano questa struttura ciclica o richiami ad altri componimenti distanti, verrebbe da dire topograficamente, nel campo testuale. Eco, collegamenti nella diversità specifica di ogni ecosistema (moltissimi titoli del libro, infatti, contengono questo nome guida, senhal, più che sineddoche, che nasconde la Terra nell’insieme delle sue strutture).

Anche le sezioni del libro ruotano attorno al nucleo della dimora-mondo presente nel titolo. In-voluto, che apre il lavoro, e In-formare, che lo chiude, evidenziano un rinforzo sulla tensione circolare, sul piano dell’architettura e, con le loro ambiguità semantiche, rinsaldano lo sforzo che il singolo può compiere per dare forma e senso a un messaggio che sia trasmissibile.

A proposito della disposizione etica dell’opera, riporto una citazione che, nelle mie prime intenzioni, doveva inaugurare [Ecosistemi], eliminata perché troppo lunga e rischiosamente induttiva, la forma dell’autocommento, invece, ne permette il ripristino in funzione della comprensione:

«… nell’etica non c’è posto per il pentimento, per questo l’unica esperienza etica (che, come tale, non può essere compito né decisione soggettiva) è di essere la (propria) potenza, di esistere la (propria) possibilità, di esporre, cioè, in ogni forma la propria amorfia e in ogni atto la propria inattualità.

L’unico male consiste invece nel decidere di restare in debito di esistere, di appropriarsi della potenza di non essere come di una sostanza o di un fondamento al di fuori dell’esistenza; oppure (ed è il destino della morale) di guardare alla potenza stessa, che è il modo più proprio di esistenza dell’uomo, come a una colpa che occorre in ogni caso reprimere».

G. Agamben, La comunità che viene

Il tema ecologico, intrecciato allo slancio etico, implica la speranza che una “natura” ancora esista – come in una nota dell’ultimo Zanzotto emerge candidamente ironica: «Pan è dato per morto da tempi remotissimi (cfr. Plutarco). Ma…» (A. Zanzotto, Verso i Palù, in Sovrimpressioni, Milano, 2001, p. 12) – senza tralasciare il mutamento che avviene e che, per il fatto di avvenire, impone una scelta. Così è spiegabile una delle citazioni del libro, da Rimbaud, in un testo che parla della famiglia, nucleo di relazione e fondamento dell’umano:

 

 

ECOSISTEMA [A] LA FAMIGLIA

 

 

«Ta tête se détourne: le nouvel amour !

Ta tête se retourne, – le nouvel amour !»

A. Rimbaud

 

Cattolicissimi [ancora?]

àncora i tuoi testicoli,

stai, stai!

mi sbaciucchio un maschietto

sa di essere donna/ anche!

 

Stolti al potere e storti e distorti,

chi li distoglie da se stessi?

Pervèrtiti! dicono di una classica famiglia

hanno rancori, si spremono
alla prima tentazione.

 

In questa merda pura [ancora?]

ritorna ritornello, storna

questi potenti vezzosi,

al circolo dei loro testicoli;

gameti sprizzati,

chi mi ospita è vicino
me lo fanno lontano –

sotto gli occhi di uno schermo

che diventa schermo d’occhi.

 

È giù! Restaurano il giudizio.

 

 

Il gioco all’iterazione, ossessivo, in queste due frasi che versi non sono, annuncia e scandisce, per amplificatio, la possibilità di una libertà illimitata per l’amore, oltre qualunque distinzione, tra cui il sesso. Il richiamo ossessivo è ribadito nel componimento stesso ed esprime una denuncia all’informazione e ai suoi macroscopici strumenti, implicato in un circuito vizioso d’ignoranza e utilità del momento: «sotto gli occhi di uno schermo/ che diventa schermo d’occhi».

[Ecosistemi] è un libro trascendentale, virtuale, espressionistico, fondato su dati concreti, questo perché – secondo il magistero di Stevens e Sbarbaro – “ciò che è” non si riduca a dogma semplicistico di un naturalismo che presume oggettività, in risposta alla saturazione e poi alla scomparsa dell’io. Il Novecento, infatti, dimidiando la posizione dell’autore, fingendo la sua marginalità, ha condotto a quel “pensiero debole” che definiamo ancora col termine di postmoderno e che, in Italia, ha origine nella consapevolizzazione del senso di colpa per la perdita di ruolo del poeta nella società (ricordiamo che l’ultimo vate, D’Annunzio, fu partecipe delle grandi distruzioni) – consapevolezza che, nella nostra nazione di “poeti e navigatori”, arrivò tardi rispetto agli altri paesi europei e che condusse al distacco e alla stagnazione la nostra letteratura.

Adesso è però giunto il momento affinché la nostra poesia riscopra la sua sacralità proprio nelle potenzialità del suo gesto sfuggente, partendo dalla messa al bando novecentesca (secondo l’accezione etimologica di bando, collegata alla banalizzazione di ogni esperienza, lucidamente analizzata da J. L. Nancy in un saggio di quasi quindici anni fa, La ville au loin, per cui proprio l’ecosistema città funge da nuovo passaggio/paesaggio ricco di interconnessioni, senza escludere quelle via cavo, immerse nell’oscillazione perpetua tra contatto e distanza, tra soglie), dall’effettivo rischio d’estinzione del poeta e della poesia. In tempi in cui la nostra stessa dimora è in pericolo esiziale, allora, la voce di chi compone versi ha il dovere di urlare dissenso, trovando il coraggio proprio nella sua manifesta, e per questo rischiosissima, inutilità. In un movimento metonimico, la lingua della poesia deve diventare l’esistenza davanti alla voragine della sua estinzione (caduta) o del suo rinnovamento (ascesa). Per questo la lingua di [Ecosistemi] si dibatte, non vuole soccombere e tende a una forma: l’ultima sezione, In-formare, ha la duplice funzione di informare creando una forma, manifesta il presagio di un’occorrenza comune, la necessità di senso, attenuando, in quella stessa forma, il disagio degli altri ecosistemi.

Negli anni di composizione del libro, riflettendo sull’opera di Zanzotto, non ho potuto fare a meno di risalire ad alcune idee di Leopardi, in particolare alla nostalgia solitaria, ma anche alla sua sfiducia anti-utopica. Il dialetto in Zanzotto e le lingue morte e il classicismo in Leopardi non sono solo sintomi reattivi, pur esibendo irrigidimento; questa chiusura etica al nuovo apre alla pietas per il tutto universale, al tentativo (religioso perché riguarda il credere nonostante…) di coltivare in seno alle tradizioni linguistiche l’infima matrice di un rinnovamento comunitario. Forse per questo, l’ultimo testo di [Ecosistemi], Non più padre, tra i vari richiami, possiede due riferimenti impliciti a La vita solitaria, (oltre a quello, evidente, anzi evidenziato, all’ultimo canto del Purgatorio) che agiscono da legame a una tradizione e al conseguente, dovuto, distacco dalla stessa. Nel particolare mi riferisco ai vv. 5-6 («Non mi assido toccata la neutrale/ naturale, la forma assiderata») e al v. 9 («Ma alterato è il dovere dentro l’erbe») del mio componimento e al verso 23 («Talor m’assido in solitaria parte») e al penultimo («O seder sovra l’erbe») de La vita solitaria; a mio avviso, in questi richiami, è rappresentato il movimento, lo spostamento temporale che separa sempre due contesti e la loro vicinanza assoluta, sul piano generazionale è la maturazione di un’appartenenza e della futura proiezione, non penso tanto alle spalle dei giganti quanto all’accoglienza di un testimone che si trasforma in mani nuove, si rinnova (la natura è ora anche il paesaggio urbano descritto da Nancy con tutti i collegamenti cui si faceva riferimento).

Cosa resta dopo la denuncia e lo scavo di [Ecosistemi]? Probabilmente occorrerà colmare il fosso, coltivare la nuova filiazione, prendersi cura dei cloni (i germogli) e pazientemente educare la loro crescita (come sempre è stato, un ritorno senza possibilità di ritorno), trasformazione e visione perché cresca ancora il movimento, infinito.

Gianluca D’Andrea

(Dicembre 2013)

Scartafaccio XVII – Messina: Terza settimana

MESSINA: TERZA SETTIMANA

Il pensiero di essere qui mi rilassa, nonostante gli impegni pratici, i piccoli inghippi quotidiani. Non riesco a pensare alle direzioni, sono immerso nel paesaggio come fosse nuovo, pur riconoscendolo in tutti i miei passaggi, tanto è radicato in me. Le strade sono bagnate dalla luce nuova e antica dei miei ricordi che s’insinuano nel presente, creando un amalgama temporale inedito. Passato e presente sono uniti in modo da suscitare immagini mitiche, mediterranee, ma senza nomi conosciuti bensì creando l’attesa di nomi da scoprire e che non vogliono ancora mostrarsi.

Tutti i propositi di dedicarmi allo studio della poesia contemporanea, elaborando saggi sulle mie ultime letture, lombarde per lo più, si sono dissolti nella luce della mia terra d’origine, facendomi intravedere nuove aperture, margini inediti di attraversamento. Le letture si susseguono ma non presentano spiragli di approfondimento, solo godimento sensuale. La colpa e la fortuna sono inestricabilmente implicate in quella luce.

Scartafaccio XVI – Il tempo (prima settimana in Sicilia)

IL TEMPO – PRIMA SETTIMANA IN SICILIA

 

La sensazione di riposo che credevo di incontrare è un ricordo nel passato.

È insolito constatare come questo stesso ricordo divenga attesa nel trascorrere degli anni; il ricordo come attesa nel giro delle esistenze, del pianeta, degli astri – spostamenti magnetici, membrane di respiro, trapassi, trasposizioni che si richiamano pur essendo irripetibili. Fuoco in questa sensazione unica, panica, di appartenenza al movimento effettivo del macro-sistema universo; il respiro cosmico si ramifica in ogni cosa esistente, l’unicità abbraccia la frammentazione in scorci percepibili dai nostri sensi. La necessità di svincolarsi, di tagliare con il proprio passato in previsione della maturazione personale, può considerarsi compiuta nella percezione continua del ritorno a se stessi, impraticabile eppure reale: il ricordo permette questo sdoppiamento essenziale attraverso cui l’essere presente, trapassato da uno stato di pienezza (l’infanzia) a uno stato di marginalità (la maturità), ricorda la propria pienezza; il riconoscimento della posteriorità nel ricordo è il ritorno al reale effettivo. La scrittura poetica può concedere di fissare la verità nel ritorno a sé, ristabilendo il desiderio nell’accadimento. Il desiderio di essere altrove è necessario perché porta alla realizzazione e alla consapevolezza dell’«essere altrove» proprio nella presenza. Anche l’immaginazione è questo ritorno alla “terra”, al sistema che ci ha formato, per tutti così individuale e allo stesso tempo comune. Ewald Tragy è più sincero di Rilke, la sua umiltà distrugge le potenzialità arroganti del vaticinio così care al futuro autore, tecnicamente perfetto, dei Sonetti ad Orfeo e delle Elegie duinesi; attraverso questa umiltà e la stessa armonia compositiva che troviamo anche, ad esempio, nello Stevens, giovanissimo perché già vecchio, di Harmonium, stranamente (magicamente?) appaiono i bestiari, i fisiologi che propagandano una nuova morale nella più pura delle falsificazioni.

Scartafaccio XV – Impersonale (o della frantumazione della Persona)

IMPERSONALE (O DELLA FRANTUMAZIONE DELLA PERSONA)

 
«Il personale si oppone all’impersonale, eppure dall’uno all’altro vi è passaggio. Non vi è invece passaggio dal collettivo all’impersonale. Occorre anzitutto che una collettività si dissolva in persone separate perché sia possibile accedere all’impersonale».
 
S. Weil

 

 

L’impressione di vivere in un mondo frammentato in distanze inaccessibili proprio ora che la diffusione globale di Internet permette una connessione temporalmente infinita. Pochi contatti effettivi, autismo generalizzato, clic, sciami di ticchettii nel silenzio delle notti.

Qualcuno preferisce il silenzio, spegne tutto, è ancora una monade, gli è stato imposto di definirsi con questo termine vuoto, algido… no, la parola si trasforma, il suono inizialmente dal naso scivola in gola, soffoca, deve essere sputato: un conato intenso si tramuta in rigurgito metallico… gonade!

Qualcuno lancia semi nel nuovo oceano d’impulsi, ha un ricordo, un unico ricordo: un volto che cambia continuamente espressione e tenta di ricordare; lui non cambia espressione ma ha nuotato nell’oceano, quello con l’acqua salata.

Uno è tante persone, per questo “persona” è un concetto, un’astrazione, una parola tradotta per scherzo, una commedia plautina.

Così parlare di lui, di me, di lei, di Io chiamandoli monadi è un’offesa; pensare agli esseri come finalmente spersonalizzati è coinvolgente, spuntano i nuovi nomi, le grammatiche, continuano le produzioni, le riproduzioni…

La Persona è frantumata, enti nudi, fragili, lombrichetti da capsule di vuoto e niente, l’orizzonte entropico, vicino o lontano che sia, è sacro come ogni morte… qualcuno canta la sua possibilità, la sua raggiungibilità.

Scartafaccio XIV – FB (non il social network, un uomo) e Germana (una mamma)

Ci può ancora sorprendere la parola? la parola pronunciata, il racconto, ricco di aneddoti, della nostra storia attraverso i versi e la vita in poesia, immersa in questa disciplina sempre in procinto di estinguersi, sempre pronta a rinascere. Il 25 Maggio 2013, a Treviglio, è successo un piccolo miracolo, di quelle vicende che, nella marginalità degli eventi quotidiani, è riuscita a coinvolgere, a far convivere (mi concentro sulla bellezza del prefisso di questa parola tanto abusata) una piccola comunità. Gli spettatori, meglio dire le persone disposte a partecipare, sono state abbracciate, a detta degli stessi presenti, dal lucido interloquire di un uomo di 65 anni, praticamente un familiare, che è riuscito in poco più di un’ora a dirci, nel quadro apparente di una lettura di versi e della presentazione di un libro, tanto di noi, della nostra contemporaneità, dei dissidi sociali che dilaniano la nostra italietta, provincia e feudo di un’Europa di banchieri, arretrata rispetto al resto d’Europa in fatto di rispetto. Un rispetto che non dovrebbe trasparire dalla diversità e dalla tolleranza della stessa, termine quest’ultimo che richiama uno sforzo, un adattamento forzato all’altro, ma che dovrebbe accendersi dello splendore che l’ascolto, o più epidermicamente, il sentire nell’altro può concedere. Molto abbiamo dibattuto, chi è attento al pensiero, alla “poetica” (termine caro al nostro ospite) del nostro tempo lo sa, sulla dis-posizione, come concetto che può realizzare una “vera” apertura al contatto. In tutti è ravvisabile una spinta alla relazione, inscritta evidentemente nel nostro patrimonio genetico, che spazza via ogni accanimento sull’impossibilità del contatto, sull’ineluttabilità, direi accademica, del “monadismo” che ci sarebbe pertinente, almeno secondo teorie, ancora una volta “poetiche”, che si arrendono palesemente al “niente morale” ereditato dal secondo dopo guerra. Come una risposta (involontaria?) a tutto questo, ci raggiunge il racconto di questa persona semplice, attenta alle persone… grazie alla disponibilità di altrettanti uomini splendidi, mi riferisco a tutti i protagonisti dell’organizzazione del Trevigliopoesia, da Cristiano a Nicola, passando per Stefano, Paolo, Emanuele, Gianni, Maria Chiara, Sara, Silvia, Chiara, Andrea, l’irreprensibile ospite Germana, ho potuto essere partecipe di un vero scambio. Il contatto è fugace, secondo l’etimologia e seguendo un filosofo a me caro, forse perché più poeta che filosofo, Jean-Luc Nancy, si è verificato un toccarsi di corpi, si è creata una tensione, quella “vicinanza senza fusione” che “rappresenta la vera dimensione del rapporto – l’approccio, la tangenza che unisce per il breve istante in cui separa”, “oscillazione dovuta a una specie di magnetismo dei corpi”. Questa sera di poesia mi ha parlato dell’attaccamento “rizomatico”, Corrado, nel pomeriggio, ha utilizzato in modo molto toccante questo termine, che la parola ha con i fenomeni della vita, mi ha illuminato sul percorso che l’uomo, attraverso questa stessa parola, può realizzare per emanciparsi da qualunque isolamento. L’immagine, cui resterò legato visceralmente, è quella di un uomo, di un lombardo, un “provinciale” impiantato a Roma, che discute con una donna, una madre, che si prende cura di tutti noi come se fossimo parte della sua famiglia. Grazie per tutta l’intensità ricevuta a questa “madre” e a questo “padre” provvisori, assoluti.

Scartafaccio XIII – Cina

CINA

 

L’espansione economica dell’Impero celeste mi fa riflettere sulle strategie millenarie di questo luogo-continente che impone il proprio metodo di strutturazione del potere su scala globale. Dinastia Qin e, soprattutto Ming, Grande Muraglia… oggi il Great Firewall, obblighi difensivi che escludono con la pretesa di difendere. Eppure l’ESTERNO ha rappresentato da sempre la minaccia, per questo la Cina attacca difendendosi, imparando dall’esterno, Taijiquan, il movimento si alterna alla pausa, oggi è il momento dell’azione dopo un lungo percorso di pausa, dopo il formicolio che dalla Lunga Marcia a Deng Xiaoping ha portato il “Regno di Mezzo” a diventare la più grande potenza economica mondiale. Drago colmo di formiche, si muove quantitativamente, non crea, cammina, dislocato, centrato, impara e non conosce spietatezza, elabora il suo percorso credendolo necessario, voluto dal cielo. Torna sempre su di sé, Tang, Tao, la Grande Difensiva… un unico tempo nel tempo.

Scartafaccio XII – RAGIONANDO SULL’ATTESA: ECONOMIA – LETTERATURA – MESSAGGIO (riflettendo sull’esigenza critica e più ancora sulla scelta)

RAGIONANDO SULL’ATTESA: ECONOMIA – LETTERATURA – MESSAGGIO

Leggo Capitalesimo di Paolo Gila e mi oscuro non senza una certa soddisfazione. Vedo una prospettiva futura: dal chiostro di Chiusure il mio medioevo esistenziale si apre a qualcosa che non percepisco esattamente presente. Vivo questa archeologia in virtù di una proiezione, la conservazione della parola da parte di pochi laici, diseredati, servi della gleba “retificata”, virtuale. La resilienza di un corpo che si allena per accudire un impatto. Non sento l’esigenza di scardinare la lingua, non adesso, piuttosto mi sembra necessario conservarla, curarla fino a farla affinare, al punto tale che possa colpire, fare male, nello scontro acutizzato con sempre più celate, mal celate forse, ma protette dalle mura e dai fossati del turbocapitalismo e dell’informatizzazione di massa, cellule di potere. Anche la politica agonizza sotto la pressione dell’economia planetaria che, nelle sue espressioni oligarchiche, nate da accordi e conflitti tra rappresentanti di old e new economy, presenta i “migliori” come i più emancipati da ogni legame umano ed efficienti in funzione dell’accumulo di capitale e re-immissione dello stesso nel circolo degli investimenti, e nel gioco delle convenienze. Gli stessi accumulatori di capitali spropositati possono manipolare intere nazioni, possono deciderne la frammentazione. La fine dello Stato nazionale è, quindi, un processo già azionato; plausibilmente, tra qualche anno, assisteremo al restringimento dei confini nazionali in confini economici dipendenti da un potere centrale: la costituzione del GECT (Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale) è il primo passo in questa direzione. L’esempio degli accordi economici tra Friuli Venezia Giulia, Veneto e Carinzia rompe il limes inteso come “linea di confine” e apre a un altro significato, quello di “strada” percorribile in direzione di nuovi insediamenti e spostamenti territoriali, conseguenze del desiderio di conquista e miglioramento. Lo Stato Nazione cede il passo a macro-regioni transnazionali (nel caso specifico Euro-regioni), identità nuove e, in prospettiva, nuove culture. Il concetto di glocalizzazione trova un riscontro nella prassi economica e, di conseguenza, amministrativa: piccoli o grandi feudi in un sistema globale d’interconnessione, centrato su nuclei di potere fluidi ma derivanti dallo sfruttamento del recente campo di raccolta, lavorato da servi della gleba semi-incoscienti – i cittadini ridotti a monadi – rappresentato dalla rete. Alla base dell’incalzante piramide, una massa sterminata di desideri sostituibili, inoculati in persone altrettanto interscambiabili, ipotesi di identità, non più uomini.

Finiti gli uomini, parcellizzati, non comunicanti, al massimo indotti alla comunicazione in canali controllabili (vedi le potenzialità negative dei social networks), resta il resistere nella parola che trasmette la possibilità del comprendere, di comprenderci dentro valori minimi in funzione della trasmissione stessa. Il lavoro archeologico sulla lingua non ha nulla di letterario, non possiede nessuno spirito avanguardistico, è un lavoro di retroguardia e resistenza appunto, di rivisitazione senza nostalgia per qualcosa di perduto; è il lavoro consapevole di un ricordo senza ritorno, senza conquista del nuovo a tutti i costi, è l’immaginazione che parte dalla memoria e non l’invenzione di un linguaggio altro. La necessità della consapevolezza ineluttabile, proprio nel turbinio delle evoluzioni in atto, della nostra subalternità e interscambiabilità realizza l’incessante plausibilità del legame. Accettando il mondo, credendo nella disillusione, nella posizione sacra di chi è messo al bando (rispetto ai nuclei di potere centrali) si accetta una parola che non è subordinata a nessun desiderio, non riproduce l’invenzione del potere, non indirizza verso alcun obiettivo di dominio, non ha nulla da scardinare, è fuori dal circolo dialettico. Il dominio linguistico deriverebbe da una volontà anarchica, emancipante, è il desiderio di chi aspira a una supremazia, non sperimentando ma inventando, non cogliendo ma investendo, non seminando ma fabbricando.

La parola, come ogni medium, è un seme e rischia di non attecchire, non costruisce, neanche dopo aver decostruito, è in direzione del contatto, tenta di rigenerare sempre la stessa possibilità di contatto dell’essente.

Scartafaccio XI -Fissare il presente: Educazione, politica,linguaggio

FISSARE IL PRESENTE: EDUCAZIONE – POLITICA – LINGUAGGIO

 

 

Una riflessione sull’educazione, forse prendo spunto dalla lezione di un Maresciallo dei Carabinieri sulla legalità, svoltasi alla scuola media di Zingonia (più che altro una promozione della Benemerita), non può fare riferimento a nessuna autorità. Eppure, è evidente, che il controllo autoritario deriva ancora dalla distinzione e autorevolezza di un compito, di un dovere.

Il linguaggio poetico, politicamente compromesso dalla libertà implicita nella sua stessa esistenza, ancora oggi dovrà vigilare sulle derive della responsabilità.

La morale va ridefinendosi, l’accertamento di una condotta sgretola l’autorità, è vero, ma come agire, anche linguisticamente, perché questo stesso accertamento non autorizzi alla trasformazione di un’autorevolezza in un’ulteriore autorità?

Riflettevo sulla situazione post-elezioni in Italia, sull’affermazione del Movimento 5 Stelle, sulle parole spese, in particolare sulle implicazioni del termine “populismo”, o sulle conseguenze potenziali che legano la dimensione dell’anarchia a quella del totalitarismo.

Alcune riflessioni di Benjamin sull’educazione ipostatizzano metodologie “classiche” d’insegnamento, come la lezione frontale, definendole, in negativo, pratiche ferali, unilaterali e, quindi, reazionarie. È vero che la lezione frontale può indurre all’imposizione, da parte di chi trasmette il messaggio, cioè il “maestro” (magister), delle proprie conoscenze, trasformandole in regole. Il “fenomeno” del Movimento 5 Stelle sembra, a una prima scorsa, riproporre questa metodologia, giustificando quel “populismo” di cui è accusato; ovviamente il “decisionismo” del magister classico è nelle mani di chi ha fondato lo stesso Movimento. La democrazia che parte dal basso, cioè dall’utilizzo delle strumentazioni che la Rete offre per diffondere le informazioni, cerca di rispondere alla democrazia come struttura politica e struttura di governo di una nazione, fenomeno che negli ultimi 20 anni, in Italia, si è trasformato in una dittatura della maggioranza – seguendo anche l’analisi di C. Freccero in riferimento all’evoluzione del mezzo televisivo – per cui la stessa maggioranza è diventata la parte vincente della popolazione a cui non importa più la caratteristica fondante del concetto “democrazia”, il dialogo tra le parti, per quanto antagoniste. Forse l’agone, l’incontro-scontro, che il concetto di ἀγορά, di discussione aperta, in praesentia, consentiva all’inizio del processo democratico, spostandosi su un territorio neutrale, poiché virtuale, come la Rete (i blog personali o collettivi hanno sostituito i Forum di discussione, segnando uno dei passaggi sintomatici dal web primigenio al 2.0) è scomparso definitivamente. Ecco che il fenomeno dei blog d’informazione segna un tentativo di reagire alla stessa “debolezza” del sistema d’informazione, concorde a una stanchezza diffusa nella popolazione per la classe politica e per quella democrazia di “maggioranza” cui si faceva riferimento. Il rischio della diffusione dell’informazione attraverso i blog concerne la nuova distorsione della democrazia in direzione autoritaria. La Rete è, infatti, percepita come uno strumento libero, attraverso cui l’utenza prova ad assumere, senza competenze specifiche, una parte attiva nella partecipazione alla “cosa pubblica”. In un’altra sede, ho avuto modo di parlare del rischio di un Medioevo informatico (ma non solo), attraverso cui centri di propulsione dell’informazione avrebbero potuto manipolare la coscienza di piccoli nuclei di popolazione, sulla scorta di riflessioni emerse dalle pagine “virtuali” della rivista Teléma. In Italia questo fenomeno sta realizzandosi attraverso l’azione-informazione di Grillo.

Occorre ritornare a riflettere sulle parole e sul loro utilizzo. L’atteggiamento violento e reazionario emerge dalla convinzione, espressa da questo nuovo leader mediatico, che non esistano vere possibilità di dialogo, dalla denuncia perpetua che scaturisce dalle sue verbalizzazioni accusatorie che non possiedono alcuno spirito “rivoluzionario” nel senso di un ribaltamento dello status quo, né proposte attivamente politiche.

Trasgredire le regole, come ὕβρις, come sintomo d’irrimediabilità, significava aver intrapreso una strada senza ritorno, una pratica diversa di giustizia consapevole e in funzione del bene della comunità. Anche le prime dimissioni di un Papa sembrano derivare dalla difficoltà di un linguaggio che non possiede la forza per affrontare il cambiamento in atto da un punto di vista comunicativo. Oltre all’inabilità “mediatica” del vecchio Papa, il nuovo sostituisce una concezione formale e intellettuale di tale ruolo, nel tentativo di ristabilire un contatto con la comunità attraverso la solita retorica dell’umiltà e della semplicità a tutti i costi, rispondendo in modo, ovviamente populistico, alla richiesta che vuole eliminare radicalmente il proprio limite nei confronti della complessità. Scattano gli allarmi, piccoli sentieri nel campo della lingua. L’avvertenza della velocità comunicativa evidenziata dai canali informatici preme e fa morsa sui risvolti etici del linguaggio in quanto trasmissione. Sembra che la lingua abbia bisogno di un nuovo sostentamento formale per sopravvivere nel tempo presente. La sperimentazione e l’ibridazione dei fenomeni linguistici, nel loro aspetto liberatorio – mi riferisco in particolare agli ipertesti consentiti dalla computerizzazione delle esperienze – non soddisfano le potenzialità del dire, perché la formalizzazione e la virtualità degli innesti sembrano neutralizzare il messaggio. La parola “che dice”, rischia le derive manipolatorie e autoritarie cui accennavamo, riducendo l’etica all’appiattimento del dire semplice per non dire tutto il possibile, che è insostenibile.

Occorre una pausa, che il respiro appiani il suo ritmo, si faccia lento, concentrato… una nuova stagione per l’immaginazione, un nuovo entusiasmo – è ancora Benjamin a soccorrermi attraverso le sue riflessioni sull’educazione di stampo borghese – per l’osservazione del margine, di quelle abitudini quotidiane che tutto seguono e tutto devono seguire, come sempre è stato. Momenti di disinformazione, di declassificazione… il campo per un istante si allarga… suona la rapsodia dell’immaginazione.

 

 

Gianluca D’Andrea

(Marzo 2013)

Scartafaccio X

GLI ORFANI

“La distinzione tra somiglianza e similitudine” disse, ma non trovò risposta se non labirinti di strade e reticolati, accostamenti che non sottesero nulla. Si fermò sul foglio bianco, non generò più, dopo aver stabilito che non esiste scelta quando bene e male diventano intercambiabili.

“Il male in natura – parto da Foucault, Questo non è una pipa – è un’evidenza imprescindibile e non rimanda ad alcuna rappresentazione”, l’altro si scosse intimamente, manifestando uno sconcerto inerte, i tratti del viso immobili.

“Guadagno tanto per mantenere gli standard e una famiglia disgregata, i miei viaggi sono frequentissimi, i miei ricordi meno”.

Il mistero si esprime in simboli, i patriarchi conoscevano le masse come le dittature patriarcali strumentalizzano simboli di comodo basati sulla spiritualità paternale.

“Ho perso mio padre da tempo, lo strumento di un dio nascosto”; un figlio scende dalla croce e cerca il padre, si fa padre nell’ultima tentazione, definitiva.

La somiglianza è la scelta di una presenza che si ottiene dalla consapevolezza fantasmatica del padre.

“La memoria è questo fantasma che si concretizza e attende di realizzarsi. Il compito è la scelta di questa realizzazione, un’altra somiglianza, un’altra rappresentazione simbolica dopo la scomparsa del padre”.

Chiusi dalla desolazione del loro mondo individuo, i personaggi riappaiono e dialogano di forme capovolte.

Scartafaccio IX

Intemporanea
(riflessione sull’eterno presente)

Sul nostro mondo“non è più sostenibile la
vecchia separazione tra «dentro» e «fuori» o,
potremmo dire tra «centro» e «periferia»”.

Zygmunt Bauman

Il Popolo non è più una classe sociale (distinzione tra Popolo e popolo, vedi Giorgio Agamben: Homo Sacer). Il Popolo è l’umanità – l’appartenenza e il riferimento.
Popolo = Umanità, nell’equazione si sottintende che sta per realizzarsi il messaggio di Marx (in parte anche quello di Adorno): l’avvento del comunismo appare come la neutralizzazione di una coscienza e l’assoluta inerzia rispetto alla materia (il cui paradigma è rappresentato dal capitale). Non vi sarebbe allora distinzione, o scissione, nel pensiero di Marx, per il quale solo con la realizzazione assoluta del sistema capitalistico a livello globale (globalizzazione “negativa”) si può concretizzare l’essere in comune del Popolo (sarebbe riduttivo, da quanto detto, ritornare ad una distinzione di “classe”, poiché proletariato e borghesia, per quel che è accaduto attraverso il modello occidentale capitalistico nel mondo dagli anni ’60 del novecento ad oggi, sono stati livellati nella “neutralizzazione” dei valori; il nichilismo compiuto infatti non distingue tra valori veri o falsi).
Il comunismo è dunque avvenuto (sta finendo di avvenire) attraverso la frammentazione glocale del Valore Assoluto (la materia), ciò consolida la sua affermazione, metonimicamente, altrimenti non esisterebbe la stessa dialettica dell’Ab-soluto (lo Spirito Assoluto è sempre avvenuto – Hegel – con Marx siamo diventati consapevoli dell’ineluttabilità della nostra presenza in comune anche nella prassi).
Se, come sembra, l’umanità è immersa nel suo avvento, resta nuovamente alla coscienza decidere fino a che punto sia possibile spingersi nel post-umano, senza confondere le sue diverse esigenze con un’incombente dis-umanizzazione; il presente si incontra col futuro e si proietta, costituendo il nostro ulteriore presente: l’Eterno presente in cui non sembrano più occorrere altre dinamiche e strutture. La tecnica fonda, dalle origini, la condizione precaria del post-umano e, in tal senso, l’uomo è sempre stato postumo: emancipazione e/è salvaguardia, libertà e/è protezione.
Mentre essere dis-umanizzati conduce all’autodistruzione (campi, di concentramento e non), essere consapevoli della post-umanizzazione, sempre avvenuta, comporta una verifica dell’impossibilità di azione, sposta l’asse decisionale sul terreno “mortuario” dell’impotenza. L’umiliazione dell’azione limita lo stesso volontarismo del Potere, neutralizza la potenza dis-armandola.
La post-umanità, essendo assoluta, all’evidenza della sua stessa definizione rende sempre dialettica la questione del miglioramento. Dopo l’umano, l’umano dopo l’umano è pur sempre una “determinazione” (la scelta, il clinamen) a-prioristica.
L’indeterminazione non conduce a nient’altro che a ristabilire il processo dialettico, perché non può che rinunciare, data l’incommensurabilità di ogni sistema, alla stabilizzazione totale dei sistemi stessi, per questo restiamo fermi all’assolutizzazione, senza interno o esterno, di un insieme consustanziale al proprio fuori-insieme: la meta-dialettica in cui consiste il post-umano nella sua ineffettività. La speranza, impercettibile metafisica, decontestualizzata da ogni atteggiamento dogmatico e attivistico, sembra rappresentare “l’infimo inizio” dell’ulteriore procedimento dialettico.
La stessa indeterminazione allora ci determina e ci assimila ulteriormente (la lenta deriva di un tempo cosmico non è paragonabile alla relatività di un tempo umano) all’Ecosistema (ovviamente il mondo, non più la tribù e forse neppure il pianeta), l’insieme di appartenenza che si dimentica a causa – nella determinazione – dell’indeterminazione.
Contribuire alla salvaguardia del mondo, di una vita nello stesso mondo, perché la coappartenenza continui a verificare la reversibilità del rapporto vita/morte. Non vivere il capovolgimento (come ancora in Marx avviene nella sua sfida dialettica con Hegel) ma la sua neutralizzazione, essere per il fatto stesso di essere perché siamo il sistema nella sua salvaguardia, lasciarsi andare all’impotenza, la libertà stessa dell’Ecosistema.