Audio Rai.TV – Fahrenheit – La poesia del giorno del 31/01/2017

Gianluca D’Andrea, dalla raccolta Transito d’ombra, Marcos y Marcos

Sorgente: Audio Rai.TV – Fahrenheit – La poesia del giorno del 31/01/2017

Audio Rai.TV – Fahrenheit – La poesia del giorno del 30/01/2017

Gianluca D’Andrea, dalla raccolta Transito d’ombra, Marcos y Marcos

Sorgente: Audio Rai.TV – Fahrenheit – La poesia del giorno del 30/01/2017

Carteggio XXXVI e LETTURE di Gianluca D’Andrea (21): LA NON-CASA – una risposta a Vito Bonito e alla sua lettura di “Transito all’ombra”

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S-House / Yuusuke Karasawa (particolare)

Carteggio XXXVI e LETTURA (21): LA NON-CASA – una risposta a Vito Bonito e alla sua lettura di Transito all’ombra

Il 3 gennaio 2017 Vito Bonito mi ha inviato tre foto in cui sono “registrate” le sue parole scritte “a penna” su Transito all’ombra. Quale miglior auspicio per “ricomporre” un carteggio – l’ultimo risale a luglio 2016 [qui] e parla ancora di ritorni, case, dimore e può collegarsi a quello che Cecilia Bello Minciacchi dice a proposito del “dimorare” che interessa tanto a Vito e che emerge nella sua ultima raccolta, Soffiati via, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2015: “«nessuna dimora nessuna» (p. 66), verso ancora più asfittico, chiuso com’è nella negazione reiterata che toglie ogni speranza di rinvio o di proroga: questo significa, «con Derrida, la parola enigmatica dimora, che riconduce al latino demorari (de e morari) e a quel senso di attesa e di ritardo che si porta dentro»” (C. Bello Minciacchi, Campioni # 11. Vito M. Bonito, in Doppiozero, 07 settembre 2015).
A me non resta, allora, che continuare a riflettere sulla “NON-CASA”, riflessione che forse lega i miei pensieri a quelli di Vito, come mi è già capitato di fare in Carteggio XIX: Heimat – Stimmung (10 settembre 2014): Un “transito” che è anche un “soffio”, insomma, che può condurci alla fine di una presenza e, chissà, a un nuovo riconoscimento.
Una LETTURA, la mia, che parla di una ripetizione, ma prima ecco le foto-parole di Vito Bonito:

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LETTURA (21): LA NON-CASA di Gianluca D’Andrea

«colui che ‘immagina’ ora diventa propriamente colui che ‘registra’, poiché, per rimanere all’altezza di se stesso, cerca di tenere il passo di ciò che ha fatto e dell’incalcolabile potere che egli ha acquisito attraverso il suo fare, potere che però lo sovrasta».

(Günther Anders)

Il potere di essere liberi di fare ci rende schiavi di questo stesso potere. Il pensiero di Anders è ripreso nel 2014 da Byung-Chul Han per il quale il potere, il poter fare, non ha limiti e paradossalmente ci costringe a fare, trasformandoci in “figuranti”, soggetti sottomessi alle dinamiche di un “potere” più strutturale di altri poteri, perché intimo, scelto (vedi Byung-Chul Han, Psicopolitica, 2016).
«Passano le figure, inseguono gli eventi» (Acquario, in Transito all’ombra, p. 47) e non trovano requie, non trovano una dimora; nel “vuoto”, eppure, risiede qualcosa, un’angoscia. Un po’ come in Heidegger, più che “fuori-da-casa”, però, l’essere è immerso in una “non-casa” che individua la nostra distanza dal contesto proprio nella nostra presenza in continuo transito, qualcosa che ci soffoca proprio quando più ampie ci sembrano le prospettive. La libertà che ci costringe a re-inventare lo spazio svuotato da responsabilità, se non le nostre: questo è un terror panico provocato, però, dalla libertà manipolatoria dell’homo technologicus che sente il peso del potere (dovere di tracciare un percorso senza fondamenti, senza una mappatura già acquisita che possa indirizzarlo. Ecco, il nostro essere senza indirizzo ci limita a una continua trasformazione («di trasporto, di trasposizione o di trasmutazione», dice Nancy in L’equivalenza delle catastrofi (dopo Fukushima), Mimesis, 2016, p. 45) con cui dobbiamo fare i conti senza possibilità di ristabilire una tregua col mondo, perché immersi, anzi compartecipi e sempre più spesso protagonisti, della sua metamorfosi.
Forse uno degli sforzi più plausibili, in questi tempi trapassati (come sempre d’altronde, è caduto anche il confine tra finito e infinito) è quello del ricordo, perché possa riverificarsi una nuova narrazione, ma anche la memoria è a rischio perché è implicita una volontà, una scelta, nel selezionare i ricordi. Forse è il momento di correre questo rischio:

«senza memoria d’immagine,
noi lontani da sempre
pronti ad abbandonare la non-casa
la certezza di affacciarsi
in altre distanze, non nostalgia
di un luogo che è lo stesso,
sempre un altro».

(Transito all’ombra, p. 29)

LETTURE di Gianluca D’Andrea (20): IL TERRORE DI NON ESSERCI

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Le ombre lasciate dalla detonazione della bomba atomica. Museo della bomba atomica, Nagasaki (Fonte: Cultuframe)

di Gianluca D’Andrea

«Un sapere che gode e un piacere che conosce».

(Giorgio Agamben)

Ma questo è ancora ciò che chiamiamo relazione. Agamben nel 1979 s’interrogava sul capovolgimento del senso, proprio nell’epoca in cui il senso si stava annientando di là da ogni catastrofe.
La tarda Guerra Fredda stava perfezionando le strategie del terrore dopo un primo excursus ai confini ultimi dell’apocalisse. Dopo la fine della “strategia del terrore”, con la caduta delle ideologie e delle politiche comuniste, lo stesso “terrore” si è trasformato in capacità di acquisire prestigio da parte delle nazioni. Una reputazione internazionale intesa come potenza di determinare gli equilibri politici globali:

«L’arma atomica ha generato per la sua potenza una strategia di deterrenza a volte invocata come una nuova condizione di pace, spesso chiamata “l’equilibrio del terrore”. Come sappiamo, questo stesso equilibrio suscita il desiderio di possedere l’arma nucleare per diventare a propria volta un agente di tale equilibrio, sarebbe a dire, una minaccia di terrore. Da questo terrore, sia detto di passaggio, ci si potrebbe domandare, che legami non percepiti esso intrattenga con quello che chiamiamo “terrorismo”, il quale ha d’altronde preceduto l’arma nucleare. In generale si può dire che il terrore designi un’assenza o un oltrepassamento del rapporto: esso si esercita, solo, non dà inizio ad alcuna relazione»

[Jean-Luc Nancy, L’equivalenza delle catastrofi (dopo Fukushima), Mimesis, 2016, p. 41]

«L’atomo sterminava la paura / del collasso, la parola scissione…» (Transito all’ombra, p. 13), ecco, nel 1979 si ragionava sul concetto di “scissione”, sul senso spezzato, oggi siamo consapevoli dell’assenza di senso, perché la caduta è già avvenuta e non ha portato nessuna rivelazione: «captavamo i messaggi apocalittici / ma mai come segni d’appartenenza, / semmai come un ricordo già avvenuto» (Ivi, pp. 17-18), cioè come qualcosa di postumo, perché ad attenderci non è un futuro, ma un presente-futuro senza rapporto dialettico e quindi senza scissione: «Dall’azione alla reazione, non vi è alcun rapporto o relazione: c’è connessione, concordanza o discordanza, andata-e-ritorno, ma non rapporto se ciò che chiamiamo rapporto ha sempre a che fare con l’incommensurabile, con ciò che rende assolutamente non equivalenti l’uno e l’altro del rapporto» [J. L. Nancy, L’equivalenza delle catastrofi (dopo Fukushima), cit., p. 44].
Ma noi viviamo il mondo dell’equivalenza e della sostituibilità degli affetti, ecco perché il sentimento, seguendo Byung-Chul Han (Psicopolitica, nottetempo, 2016, p. 52), è una «parola rovinata» (Transito all’ombra, p. 55) e senza possibilità di narrazione, se non nella finzione («ma il racconto, qui, finge la sua apocalissi», Transito all’ombra, p. 81) che si augura di riformulare un contatto, non un senso. Eppure se ancora si vuole restare nell’ambito della percezione, occorre riconsiderare il sentire come il presupposto da cui partire per cogliere e formulare: nuove forme, immagini, immaginazione.

“Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea – Segnalazione di Gian Ruggero Manzoni

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di Gian Ruggero Manzoni

“Transito all’ombra”
di Gianluca D’Andrea
Ed. Marcos Y Marcos 2016

Il transito “clandestino”, nei chiaro scuri dell’essere, di Gianluca D’Andrea, diviene la grande metafora dell’Italia dagli anni ’80 ad oggi, ma non solo, anche quella di un’Italia di sempre in cui la storia d’insieme pare, di continuo, collassare e rimandare a quella di se stessi, del singolo, perché, l’insieme porta in sé ben poche verità, al contrario di ciò che invece l’individualità (l’individuo), tramite memoria, ricordo, rievocazione, linee tracciate fra l’oggi e il domani, e il domani e il trascorso, può condurci a delle autenticità di analisi che si avvicinano, molto, e infine, a quella che è stata la realtà dei fatti. Operazione oltremodo interessante quella che D’Andrea ha condotto entro questa sua ultima raccolta in cui la dicotomia “lirismo” e “narrazione” trovano una convergenza, o, meglio, approdano a un terza via, quella del dirsi e del dire senza che canoni e neppure linee di tendenza inciampino l’andare. Perciò originale, perciò molto personale, risulta l’insieme, in cui la nostra penisola, l’essere del poeta e il nostro essere si avviluppano assieme, alla pari dei serpenti riportati in copertina, nel bel disegno di Luca Mengoni, i quali si vanno ad attorcigliare a gambe che, comunque, tentano il passo, senza che gli stessi quindi lo vadano a impedire per intero. Simbolico il tutto, come simbolico il procedere di D’Andrea, che per nulla si arrende a quello che di misterico la nostra storia ci ha consegnato e ci continua a consegnare. Poi le impennate di tono, qua e là, certe tensioni, certe rasoiate, che conducono il corso … il transito … a livelli maggiormente accusatori, oppure a planate struggenti di sentimento, ad atmosfere ritrovate, ad affetti familiari, a un sud e un nord che delineano i caratteri del poeta, siciliano di nascita ma lombardo d’adozione. Quindi i luoghi della riflessione, tipici della provincia, non certo della metropoli, i richiami diretti a personaggi, parole, lessici attuali, e di nuovo il tornare a rivangare modi esistenziali e letterari che furono e che quindi hanno dato forma al nostro presente, e ancora altre stoccate verso un futuro che s’incarna nella figlia oppure nel rapporto che egli ha, quale insegnante, coi giovani allievi che segue. Fabio Pusterla ha scritto nella nota introduttiva alla raccolta: “Nervoso nella lingua e nello stile, nervoso nello sguardo che getta sulle cose, il Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea procede lungo uno stretto crinale, uno spartiacque tra io e mondo, destino individuale e storia collettiva, estrema possibilità di rappresentare o narrare e verosimile impossibilità di trovare un senso, luce e buio, dovere di memoria e dimenticanza”, giusta la lettura, ma da parte mia andrei ancor più al di là, come già ho accennato sopra. Gianluca d’Andrea non demorde. Se l’ombra ha incupito le trame rendendole “occulte”, la voglia di luminosità fuoriesce tra parola e parole, fra verso e verso, fino a dichiarare tutto il suo candore in assunti come: “il cielo si perde oltre lo sguardo”, “parlerò forse / della forza immaginifica dell’aria”, “nel nero trasparente avverto, / non ci sarei, / la possibilità di dire il buio / non / la sua necessità”, “la luce dietro la tenda”, fino alla chiusura della prima poesia della silloge, in cui i frastuoni della guerra (di una delle tante guerre) sono ancora presenti, ma la ricerca di un altrove incalza: “ci riconoscevamo negli scoppi, in un moto cieco, nella vertigine” … in cui quella instabilità, quel mancamento, quel capogiro risultano i prodromi di un superamento che conduce fuori dalla cupa trincea del resistere per proiettarsi contro l’attuale persistente stagnazione, contro la crisi, contro la palpabile, sociale, rassegnazione. D’Andrea è di coloro che, seppure consci della difficoltà, non si arrendono, e ciò me lo rende particolarmente caro. La conoscenza della complessità del mondo non lo arresta, anzi, diventa stimolo. Il tempo non lo attanaglia, infatti lui diventa fautore del proprio tempo e si dà ritmo e tempo. La condizione non lo vince, perché né la forma né la consuetudine ne possono arginare il transito. Così che l’andare è salvo. La mutazione ritorna costante, e costanza.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (19): ESSERE NIENTE – Pierre Jean Jouve: una poesia da “Poesie” (Lerici, 1963) – Postille ai testi

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Pierre Jean Jouve

di Gianluca D’Andrea

Pierre Jean Jouve: una poesia da Inno (1947)

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Fin du monde

Le poète a toujours
Au cœur d’immenses murs
Couverts de signes
Quand les villes partout
Voient crouler leur amour
Sous toi dispensateur

De déserts. Il verra
S’effacer tous les signes
Tu ne veux à ces murs
Que la légère odeur
Du vide et la douleur
Qui sépare à jamais
Etre néant et signe.

*

Fine del mondo

Il poeta ha sempre in cuore
Immensi muri
Ricoperti di segni
Mentre i paesaggi urbani
Sotto i tuoi colpi assistono
Al crollo dell’amore
O dispensatore

Di deserti! Ogni segno
Sparirà al suo sguardo,
Tu non vuoi sui muri
Che l’odore lieve
Del vuoto
E del dolore
Che separa
Per sempre
Il segno e il nulla.

(Trad. Nelo Risi)


Postilla:

Nella separazione si muove la comparsa chiamata “uomo”. Come in questa bellissima poesia di Pierre Jean Jouve, in cui si parla della fine e della scissione inarginabile tra segno e mondo. L’explicit è chiaro, ad essere separati sono «il segno e il nulla». Se poi si legge l’originale, l’ultimo verso dice «etre néant et signe», cioè “essere niente” che, per quanto possa apparire moralistico, è comunque più pregnante del “semplice” nulla. Sì, “essere niente” è il tutto, cioè la presenza dell’essere col suo “niente” a perseguitarlo in ogni azione, nella sua necessità di produrre “segni”. E, infatti, il testo si apre con «immenses murs» dentro il cuore del poeta che, per quanto si ostini a “ricoprirli di segni”, si “desertificano” in una cancellazione superiore che non ha alcun bisogno di tracce. Questa cancellazione superiore è il tempo, quello quotidiano della nostra scomparsa – anche se in Jouve è avvenuto un riavvicinamento al cattolicesimo, dovrà essere letto in funzione di una necessità sovrastante l’uomo, la scrittura, la traccia, senza altre implicazioni “immateriali”.
Il tempo, dicevamo, non è altro che la finzione di una volontà soggettiva che capta il suo “essere niente” e che aspira all’«odore lieve / Del vuoto e del dolore», pur sentendo il trasporto e la necessità di segnalare anche solo il “vuoto” di un’assenza che fonda la nostra presenza.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (18): COGLIENDO ALTRI SEGNALI

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Maurits Cornelis Escher, Giorno e Notte (1938)

di Gianluca D’Andrea

«man mano che si saliva la fisarmonica dei dioriti si srotolava come un valzer alpino».

(O. Mandel’štam)

La difficoltà del segno di trovare le sue aderenze al contesto, questo ci dice Mandel’štam sull’improbabilità di un accesso a una vera prospettiva sul mondo. Seguendo Magrelli, si tratterebbe di una miopia molto particolare, che può suscitare una visuale doppia, per cui correttezza e il suo opposto procederebbero affiancate. Già, perché non si tratta per niente di opposti, ma di uno stesso processo (uno stesso procedere), non da versanti separati ma in un’unica inclinazione. Il percorso muta la prospettiva, per cui l’occhio ponendosi in maniera diversa coglierebbe altri segnali.
Ecco, questi altri segnali formerebbero il supporto per una nuova segnalazione: laddove il paesaggio restasse lo stesso, l’osservatore ne muterebbe il senso. Un po’ come nella meccanica quantistica, è impossibile prescindere dalla presenza, per quanto umbratile, dell’osservatore. Eppure, questo stesso osservatore è una presenza che si forma nel paesaggio, ne raccoglie gli indizi e li articola in segni, in tracce che lo testimoniano e lo annientano.
Forse la poesia non è questa transizione che capta il mondo per dissolverlo, manifestando un’ombra? un’illuminazione nella tenebra che oscura la presenza. Un passaggio costante che finge il suo sviluppo, che riporta una percezione (più percezioni) allo stato inerte dell’assenza. Perché l’osservatore passa e il passaggio lo intride di tracce.

«che giornatina voluminosa m’era capitata in sorte!»

(O. Mandel’štam, Alagez, da Viaggio in Armenia)