Per il fine settimana – Stefano Pini suggerisce Giovanni Turra

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Vincent Van Gogh, Scarpe con i lacci (1886), Van Gogh Museum, Amsterdam

Giovanni Turra, Con fatica dire fame

Issata sopra molle la mia testa
e balla a ogni alzata di spalle
e crolla giù. E se faccio no col capo,
mi si rovescia l’occhio nell’occhiaia.
Non ho equilibrio come vedi
né sostegno alcuno. E calzo
spaiati due trentotto, entrambi
destri. E non posso portar pesi.
Neppure la sportina con il miglio
e la foglia di lattuaga.
E quando con fatica dico fame,
mi accennano con gridi dalla strada,
non mi lasciano frinire.


Con fatica dire fame è la dismissione del poeta, della sua maschera, che cede alle necessità del reale. Giovanni Turra attua questa svestizione attraverso il linguaggio, con un lavoro di precisione millimetrica e gli endecasillabili che appaiono e scompaiono, un ritmo compassato ma potente di una poesia piena e consapevole. Lo scarto tra voce e mondo è incolmabile, ma non si può che dirlo, mentre si prova attraverso i segnali del corpo a esperire il quotidiano da cortile che è quello che possiamo. Una fame a cui siamo inesorabilmente costretti, inadeguati come si presenta il poeta. Questa fatica dovrebbe portare agli altri, ai compagni di appartamento, di palazzo, di città. Ma si finisce soli, con la propria penna. Umani troppo umani.

Stefano Pini

Per il fine settimana – Lorenzo Mari suggerisce José María Gómez Valero

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Joseph Decker (1853-1924), Scoiattolo

JOSÉ MARÍA GÓMEZ VALERO

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José María Gómez Valero

Nato a Siviglia nel 1976, José María Gómez Valero ha pubblicato le seguenti raccolte: Miénteme (Qüásyeditorial, Coria del Río, 1997), El libro de los simulacros (Ayuntamiento de Lepe, Lepe, 1999), Travesía encendida (Vitruvio, Madrid, 2005; Premio Internacional Ciudad de Mérida), Lenguajes (Imagoforum, Siviglia, 2007) e Los augurios (Icaria, Barcellona, 2011; Premio Internacional Alegría).
Inoltre, ha collaborato con David Eloy Rodríguez e Miguel Ángel García Argüez nella scrittura dei libri illustrati di racconti per l’infanzia Este loco mundo (Cambalache, Oviedo, 2010) e Cosas que sucedieron (o no) (Cambalache, Oviedo, 2013).
Con gli stessi autori e poeti, Gómez Valero ha dato vita alla compagnia teatrale e poetica La Palabra Itinerante, matrice di alcuni progetti artistici interdisciplinari, che miscelano teatro, musica e poesia, tra i quali si possono ricordare:
Todo se entiende sólo a medias (www.soloamedias.net) e Su mal espanta (www.sumalespanta.blogspot.com) e le collaborazioni con artisti come María Cerón e Patricio Hidalgo Morán, tra le quali si annovera l’opera audiovisuale Un mundo en palabras, X Premio Migraciones della Junta de Andalucía).
Lo stesso collettivo fa parte della redazione della casa editrice sivigliana Libros de la Herida (www.librosdelaherida.blogspot.com) e della rivista Mordisco (www.revistamordisco.wordpress.com).

Tutte le traduzioni sono apparse sulla rivista ALI, diretta da Gian Ruggero Manzoni, che ringrazio per la gentile concessione dei testi, e nell’antologia “Canto e demolizione. Otto poeti spagnoli contemporanei” (Thauma, 2013) a cura di Alessandro Drenaggi, Luca Salvi e Lorenzo Mari.

Da Travesìa encendida (2007)

Contemplas la tragedia
como el bosque el incendio.
Sin comprender.
Contemplas la tragedia
igual que ves morir una canción
o escuchas una vela que se apaga.
Igual que una ardilla observa un reloj.
Sin comprender.

*

Contempli la tragedia
come il bosco l’incendio.
Senza capire.
Contempli la tragedia
nello stesso modo in cui vedi una canzone morire
o ascolti una candela spegnersi.
Nello stesso modo in cui uno scoiattolo osserva un orologio.
Senza capire.


HOGAR

Edificaste tu casa
con tan sólo un ladrillo.
Tenía puertas y ventanas,
paredes y trampas.
Incluso un ladrillo
al que te abrazabas
en las noches más frías.

FOCOLARE

Usando solo un mattone
ti fabbricasti la casa.
Aveva porte e finestre,
pareti e trappole.
Un mattone, anche,
che abbracciavi
nelle notti più fredde.

Da Los augurios (2011)

APUNTES PARA UNA BIOGRAFÍA CUALQUIERA

Nacer,
memorizar los signos,
ocupar una celda
en la intemperie.

Reconocer a tientas
el rigor de los límites,
los contornos del orden.

Asistir cada día
a lo pactado.

Mirar el agua,
saciarse en su sabor,
convivir con la sed.

Acatar los dictados de la norma,
eludir los dictados de la norma.

Jugar a cosas serias.
Mentir de corazón.
Arroparse sin sueño.

La noche,
los velos, los desvelos,
la voz
de la sólida sombra.

Despertar,
abrir los ojos,
ansiar el tiempo
en el que nada se derrumba.

*

APPUNTI PER UNA BIOGRAFIA QUALSIASI

Nascere,
memorizzare i segni,
occupare una cella
nell’intemperie.

Riconoscere a tentoni
il rigore dei limiti,
i contorni dell’ordine.

Assecondare ogni giorno
ciò che è stato stabilito.

Guardare l’acqua,
saziarsi con il suo sapore,
convivere con la sete.

Ossequiare i dettati della norma,
eludere i dettati della norma.

Giocare alle cose serie.
Mentire di cuore.
Coprirsi nell’insonnia.

La notte,
ciò che vela, ciò che sveglia[1] ,
la voce
dell’ombra solida.

Svegliarsi,
aprire gli occhi,
trepidare il tempo
in cui niente crolla.

(Inedito)

APUNTES PARA UNA ESTRATEGIA

Ellos,
quienesquiera que seamos,
siempre serán más.

Nosotros,
quienesquiera que sean,
siempre seremos menos.

Una vez dicho esto,
pasemos a la acción.

*

APPUNTI PER UNA STRATEGIA

Loro,
chiunque siamo,
saranno sempre di più.

Noi,
chiunque siano,
saremo sempre di meno.

Detto questo
passiamo all’azione.


[1] Con questa scelta di traduzione s’intende rendere, almeno parzialmente, la ricca polisemia dell’accostamento tra ‘velos’ y desvelos’ presente nel testo originale: mentre ‘velos’ rimanda ai ‘veli’, a ciò che copre la vista, ‘desvelos’ si può tradurre sia come ‘svelamenti’ che come ‘veglie’ [n.d.T.].

Per il fine settimana – Cristiano Poletti suggerisce Mario Benedetti

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Vincent Van Gogh, La panchina di pietra, 1889. Olio su tela, 45 x 51. Museo d’arte di San Paolo, Brasile

Mario Benedetti, da Tersa morte, Mondadori 2013

Il tram a Milano in viale Monte Nero,
eri seduta a guardarlo come guardavi i treni.
Con la bicicletta senza i freni,
dopo il passo di Monte Croce
per andare a Attimis, a Forame,
è stata una fortuna non cadere, sfracellarsi.
Sapevo che c´eri, che eri vicino a guardare
mentre io pensavo, e ti trattenevo.
Come una foglia tra le foglie
eri sulla panchina. C´erano alberi e alberi,
e il tuo viso, il vestito del solito blu.
Madre, persona morta
in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.

(p. 22)


Niente di finto, o falsato. Un soffio, questi versi. Una voce, forgiata dalla solitudine, dice di vedere nuda la vita. La vita della madre, che il poeta trattiene per intero nel dipinto di un ritorno. La trattiene perché dentro quel dipinto ritrova il codice della sua stessa esistenza.
Bastano pochi tratti: una bicicletta, il colore usuale di un vestito.
Guardare è il cuore, ripetuto, di questa poesia. Umili, gli occhi: di fronte hanno il corpo deposto. Il linguaggio è plastico, vuol farci toccare la perdita. Non è idea, è corpo appunto, carne. Con parole che sono sulla pagina (luogo della deposizione) perché non sono, semplicemente non sono più, fuori dalla vita.
Ecco, oltre o prima di ogni stilistica, qui si mostra un corpo a corpo, tra non dire più e doverlo comunque dire: “mentre io pensavo”, la madre c’era, era “vicino a guardare”.
Prima della voce che lo dice, prima del linguaggio, lei come lo sguardo, era (ed è) l’inizio, sempre.

Cristiano Poletti


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Mario Benedetti (foto: Dino Ignani)

Mario Benedetti (Udine, 1955) si è laureato in Lettere con una tesi sull’opera di Carlo Michelstaedter all’Università di Padova, e si è diplomato poi in Estetica presso la Scuola di Perfezionamento della stessa Facoltà universitaria. Nel 1994 si trasferisce a Milano. È stato tra gli animatori della rivista di poesia “Scarto minimo” (1986-1989). Le sue opere poetiche sono: Secoli della primavera (1992), Una terra che non sembra vera (1997), Il parco di Triglav (1999), Borgo con locanda (2000), Umana gloria (2004), Pitture nere su carta (Mondadori, 2008), Tersa morte (2013). Nel 2010 ha pubblicato la raccolta di prose poetiche Materiali di un’identità.

Per il fine settimana – Francesco Maria Tipaldi suggerisce Jack Underwood, Carsten René Nielsen e JAMES JOYCE

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Alla vigilia della presentazione napoletana della collana EDB “poesia di ricerca” (24 Aprile – exAsilo Filangieri – ore 18), mi fa piacere condividere la buona poesia degli autori stranieri in collana.

Presento qui alcuni tra i testi più interessanti a noi pervenuti nel corso dell’attività di scouting.

Francesco Maria Tipaldi


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Jack Underwood

Questo è Jack Underwood, inglese (nato a Norwich nell’84), la sua poesia è decisamente brillante. Underwood ci parla d’amore, di felicità. Il suo immaginario è popolato da asparagi, scarpe da calcio, bestie. Alla fine ci sembra del tutto naturale incontrare satana tra fish and chips o vecchi calzini. Un suo verso: “I showed the devil your photo and he wept… you tempted and turned him”.

 

Donnola

Donnola, è finita così,
con le tue cosce come alti bicchieri di latte,
il tuo pelo color biscotto,
occhi simili a qualsiasi tipo di acqua profonda.
È finita con queste budella attorcigliate, serpeggianti,
che avevamo quando eravamo ancora giovani –
quelle budella appallottolate come calze di un pomeriggio
rubato al college.
È finita con gli impulsi spastici e ritmici
che risalgono sottopelle al minimo
spostamento dei tuoi fianchi da donnola,
o con uno dei ventisette baci
che potrei schioccarti sulla bocca,
con la giusta temperatura e dizione.

Ho mai avuto fame?
Non eri la fine di tutti i digiuni?


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Carsten René Nielsen

Carsten René Nielsen, invece è danese, nato nel 1966. La sua poesia è surreale, camaleontica, inquietante. Ogni poesia di Nielsen porta un’immagine nella mente del lettore. Nel corso della poesia l’immagine si allarga, si arricchisce di dettagli, descrive se stessa fino allo sfinimento, fino alla negazione. Il lettore è proiettato in una stanza poco illuminata, nel buio di un primo pomeriggio in Scandinavia. Non mancano animali.

 

Pinguino

Questo è il luogo: Un appartamento con le tapparelle abbassate,
una cucina refrigerata. Eccolo dietro le nostre ombre, su piedi
che non sono mai uniti: Divora grasso, depone uova di grasso.
Quando si illumina con una torcia la sua pancia bianca,
si può vedere il cono di luce vagare dentro la schiena nera.
Nosferatu, sussurriamo noi.


joyce
James Joyce

Il terzo autore che presento, anche se non esattamente in vita, probabilmente all’epoca del GIACOMO JOYCE (libro introvabile, finalmente riedito e ritradotto) era giovane e innamorato. Sto palrando di James Joyce. Se amate la sua scrittura, non potete perdervi questo piccolo capolavoro.

– Jim, amore! –
Morbide labbra risucchiando baciano la mia
ascella sinistra: un bacio avvolgente su miriadi di
vene. Brucio! Mi rattrappisco come una foglia che
brucia! Dalla mia ascella destra sbuca una zanna
fiammeggiante. Un serpente stellato mi ha bacia–
to, un freddo serpente notturno. Sono perduto!
– Nora!


*Le traduzioni dall’inglese sono di Alberto Pellegatta. Dal danese ha tradotto Elena Graziano.

I libri da cui le poesie sono tratte:

WILDERBEAST – JACK UNDERWOOD/FRANCESCA MOCCIA – EDB EDIZIONI
8 ANIMALI E 14 MORTI – CARSTEN RENE NIELSEN/MANUEL MICALETTO – EDB EDIZIONI
GIACOMO JOYCE – JAMES JOYCE – EDB EDIZIONI

info sull’evento a Napoli:

http://www.exasilofilangieri.it/poeti-allasilo-incontri-di-poesia-contemporanea/

https://www.facebook.com/events/372663579591493/

Per il fine settimana – Andrea De Alberti suggerisce Massimo Ferretti

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René Magritte, Poison 1939 | Gouache | 356 x 406 mm. Edward James Foundation, Chirchester, Sussex

Massimo Ferretti, Allergia (1952-1962), Marcos y Marcos 1994

 

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“TRA CENTRO E PERIFERIA – Le lettere di Massimo Ferretti” in Fabio Pusterla, “Il nervo di Arnold – Saggi e note sulla poesia contemporanea”, Marcos y Marcos, Milano 2007 (elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea).

1955
la vostra angoscia è la mia felicità

Ieri avevo un cappotto pesante e immobile
come una notte d’inverno: ed era inverno: era
inverno nella terra coperta di freddo nel lavoro
instancabile delle grondaie nell’albero nudo, ma
soprattutto era inverno nel cuore. Vedevo muo-
vervi sull’asciutto: e vi invidiavo; m’eravate tanto
lontani: e penavo.
Non ho potuto capirvi: solo a parole l’acqua
che usciva dalle banche era odiata, solo a parole
la giustizia inseguita e la “verità” rivelata: adden-
tavate le mele e poi vi pentivate – e un’ora dopo
da capo: a mordere e a piangere.
Non ho avuto paura: ho preso il sangue come
calamita: per bruciare il chiasso del cartone ed
affermare la realtà del ferro.
I dolori esatti le virtù siglate i venti di polvere
sacra li ho lasciati alla vostra ingorda sapienza.
I miei musei sono i negozi e il vetro che amo è
quello che taglia.
Ho visto le montagne da vicino, ho letto tutti
i libri che ho voluto, e quando sono stato male
mi sono curato.
Ho giocato e forse ho perduto, ma non sono
pentito; mi piace scegliere e non soffro a sbaglia-
re: il mondo si scopre nel mondo: la vostra
angoscia è la mia felicità.

*

In trattoria

In questa trattoria di gente stanca
dove mangiare significa reagire,
dove la grazia d’una dattilografa
si percepisce nel tono delicato
d’un piatto di fagioli chiesto tiepido,
dove un viaggiatore analfabeta
emancipato per via dello stipendio
spiega a una turista anacoreta
che il rialzo dei biglietti ferroviari
dipende tutto da questioni atlantiche –
non ho ragione d’essere contento
se il cameriere lieto della mancia,
leggendo la commedia del mio viso
m’ha detto che ho una maschera da negro?

In questa trattoria di gente ottica
dove non so salvarmi dagli sguardi,
condannato al sentimento della morte,
serrato tra furore e timidezza –
non ho ragione d’essere felice
quando divoro una bistecca che fa sangue?

Il mio complesso è una tragedia antica:
devo scrivere e vorrei ballare.

*

I

Ho abitato in tutti i paesi di questa città.

La città era queste camere senza finestre
-sono quelle che costano meno-
la notte la porta lasciata aperta dal sonno
arrivato prima che l’ultimo filo di tabacco
si fosse tolto il cappello
del commiato ironico d’un amico educato,
e il mattino il gatto e il bambino
venuti a vedere l’atto unico
dello spettacolo che è un giovane che dorme.

Non ho domandato
se nel sonno sembravo contento,
ho chiesto alla cameriera soltanto se ero più bello.
Disse di no –ridendo-
mentre scendevo le scale
che salivano le scolare d’una scuola di taglio.

Nella sala di scrittura del porto
-i treni salpano dalla stazione-
da una lettera ho copiato un racconto.


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Massimo Ferretti

Massimo Ferretti nacque a Chiaravalle nel 1935 e morì nel 1974. Il rapporto con la scuola e con il padre furono per lui sempre motivo di conflitto e di scrittura. Fu Pier Paolo Pasolini per primo a pubblicare su “Officina” estratti dalla sua prima plaquette. Nel 1959 grazie all’interessamento di Giorgio Bassani esce il poemetto autobiografico “La croce copiativa” in “Botteghe oscure”. Si inserì, come afferma Massimo Raffaeli, fra “lo sperimentalismo problematico bolognese” degli anni cinquanta e sessanta e “quello terroristico delle nuove avanguardie” divenendone come “l’intersezione”.

Andrea De Alberti

Per il fine settimana – Sebastiano Aglieco suggerisce Alberto Bertoni

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Larve all’interno delle celle (fonte, agraria.org)

Alberto Bertoni, Traversate, Società editrice fiorentina 2014

Si potrebbe partire, per intendere i fili portanti di questo libro, dalla sezione “Un teatro senza animali”, piuttosto che dai due bellissimi requiem d’apertura dedicati alla scomparsa del padre e dell’amico Stefano Tassinari.
Questo teatro senza animali fa riferimento, in dialogo, alla poetica naturale di Giampiero Neri a cui è dedicato, significativamente, ad inizio di sezione, il testo “Una larva”: come in un sogno, o un’allucinazione, il poeta immagina di aver partorito una larva dal polso, di averla curata per un poco come un figlio e infine di averla schiacciata – forse – “annichilita dalla pressione delle dita”.
Si declina, dunque, un rapporto ambiguo con la morte, presente in ciascuno di noi in forma di elemento naturale e che a volte si palesa come presagio, in alcuni momenti della giornata – la ferocia delle ombre -.
Il tema della larva, ma ora da intendersi letteralmente come sostanza dei fantasmi, appare nella prosa “Il cane”, in cui il poeta viene assalito dai latrati della bestia che, guardandolo, riconosce in lui la stessa sostanza della gente proveniente da “un buco di buio: vero, metafisico, assoluto!”. Perché quelle larve, dice il poeta “(fibre vibranti appena più chiare, voci scomposte, gutturali, e strappi nella pelle del silenzio) mi sono penetrate fino in fondo: e adesso sono io, solo io, il pozzo d’acqua Nera, l’istinto omicida, un senso di integrale smarrimento”.
Il teatro senza animali, dunque, sembra voler consegnare la poesia alla vita abrupta abbassando il valore della maschera sociale. Naturale è, in fondo, tutto ciò che si oppone al suo stesso disfacimento e questo cane che latra sembra voler negare la leggerezza delle forme, ora divenute materia di sogni o di incubi.
Si capisce, allora, l’estrema ratio della descrizione della perdita nelle prime due sezioni, un iperrealismo che rinuncia al senso di ciò che si nasconde dietro le cose, all’armamentario metaforico storicamente stratificato di ogni bestiario.
Esiste, dunque, nel libro, un contrasto per niente pacificato tra l’animale come forza che si mostra nella sua nuda e perfetta forma, e l’ironia delle maschere; tra il puro esistente – lo specchio che ci avvicina alla sostanza dell’altro – e l’exsistere. Così, il senso di questo bestiario descritto da Bertoni in dedica ad amici, risiede nelle qualità intrinseche che si travasano dall’uomo alla bestia, per somiglianza, appunto, ma con la netta preponderanza di una fisionomia quasi lombrosiana; un realismo spesso minuto, fatto di paesaggi e cose che si disfano sotto ai nostri occhi, incistati nell’esperienza quotidiana del dolore e delle gioie fugaci.
Questo contrasto tra vitalismo e disfacimento, è riassunto da Bertoni nella figura metaforica dell’anfesibena, il mitico serpente in cui capo e coda si confondono, dotato di una testa per ogni estremità del tronco: “faccia doppia del tempo / convivenza di opposti, cuore di sirena”.
Il libro si apre con la morte del padre e si chiude con la morte della madre, lasciando la questione della parola e della vita all’erranza, senza sottrarsi, per orgoglio smisurato, al finale scontato di tutte le cose.

Sebastiano Aglieco

Testi

NONA STAZIONE

Sdraiarmi al tuo fianco
godere anche del rantolo
quando si allunga fino
al terremoto dell’addio

Questo l’unico senso
questo crollo del ritmo
sillaba, diaframma, silenzio del respiro
e subito immobile la fiamma
ripiegata oltre la strada la risacca
mentre spunta l’alba
di sbieco sui vicoli le piazze di Ferrara
noi due distratti come sempre al suono
di cui il mondo può far dono
dal ramo fiorito uno zirlo
forse il codirosso pronto al volo
e come, dopo
tutto resta immobile
senza più battito di cuore

Vivo solo il taglio del dolore
dato e subìto,
immane, definitivo

*
IL GATTO

Il tramonto più di lato
e quel gatto fra gli alberi acquattato
che ti sbircia dal basso
non sai chi è cosa vuole
l’essere arcano che di taglio
sbuca dal mondo accanto
è il graffio di gelo nel caldo
che mette in allarme una madre
alla prima bava di vento, di
trasparente cielo

E io resto lì, di sbieco
assisto a uno sfacelo
d’azzurro cinerino e del giallo più spento
che mi colpisce all’occhio destro
rifluisce nel tempo, mi fa spazio
col gomito teso quando sento
l’urto degli atomi nel cosmo
il buio come cibo

*

CROSTACEI

A Roberto Alperoli

Una luce di cenere, tale e quale
dove ricomincia il mare
e tutt’attorno barche
da calafatare, gusci di crostacei,
baracche, sterpaglie

Ma nessun mare ricomincia
oggi, dalla cenere
e le barche, le baracche, i crostacei
non servono a fermare
la miseria dei giorni senza pioggia
che dobbiamo attraversare
neanche fossimo qui per ingoiarle
gerbéne e jacarande
goderne insieme il retrogusto
sulle palpebre, le orecchie, la radice delle bocche

Dietro il sole
torno piuttosto alle mie lanche
al silenzio della mente che decade
unico lascito del cielo

una carta delle caramelle per la tosse
fino alla macchina attaccata
sotto la suola delle scarpe

*

L’APE

Un certo dato stabile di atmosfera
la scia di qualcosa che trapela
controluce un luccichìo, un profilo, lo scricchio di una suola
mentre esplode la gioia di tuo padre che torna
dal bar, dall’altro mondo delle carte
fumoso, pieno di risate
in piedi sulla bici ferma
e noi qui, soli, ad aspettare
senza smettere di esistere
nonostante le abat-jour schermate
l’odore di stantio che una madre claustrofobica
imponeva le notti d’estate
quando non mi affaccendavo
ascoltando la musica dei Beatles
e sopraffatta un’ape
in fretta trapassava da Liverpool
a Modena, sul davanzale

*

IL BARISTA

Fa il barista e lo vedi
che assesta tovagliette, distribuisce tazze
agli avventori del mattino presto
qualche volta assegna posti
secondo i bisogni diversi
delle coppie, degli studenti a gruppi, dei tizi solitari
che si guardano attorno
e lì restano immobili
fino al primo cenno di impazienza
centimetro dopo centimetro abbassando
la saracinesca della vita

Arso mentre luglio resta solo
quell’attimo di luce
sulla scia del camion
o il brivido che fa rialzare il bavero
ripensare a un delirio di vuoto
e chissà se tu sai che io so
rivedendo questo cielo piovoso
sui selciati l’odore d’ozono

So che dietro gli angoli è nascosta
la ferocia delle ombre
qualcuno da avvisare che arrivo
che sono qui, la schiena al muro
bagnato del sudore che travolge
anche i momenti più nascosti
fuori stagione, fra i germogli

*
LA ZATTERA DEI FOLLI

Fuggo nella libertà
di un the al limone fuori stagione
e nell’eccelso
del velo di zucchero sparso
all’angolo destro della bocca
contratta nello spasmo
che ingoia tutto il molo d’asfalto,
la chimera, la piaga, lo slancio
dove salpa la zattera che porta
la demenza di mia madre e di mio padre
nel mare senza luce


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Alberto Bertoni

Alberto Bertoni è nato a Modena, dove vive, nel 1955. Insegna Letteratura italiana contemporanea nell’Università di Bologna, come critico ha curato l’edizione dei Taccuini 1915-21 di Filippo Tommaso Marinetti (il Mulino, 1987) e, oltre a numerosi altri saggi di argomento novecentesco, ha pubblicato i volumi Dai simbolisti al Novecento. Le origini del verso libero italiano (il Mulino, 1995) e Una geografia letteraria tra Emilia e Romagna (CLUEB, 1997, insieme con Gian Mario Anselmi). Sul versante poetico, a partire dal 1986, ha svolto una costante attività di performance in collaborazione con il poeta modenese Enrico Trebbi e con il saxofonista jazz Ivan Valentini, realizzando con loro, nel 1997, il libro+CD La casa azzurra (Mobydick). In proprio ha pubblicato i volumi Lettere stagionali ( Book, 1996, Premio Caput Gauri 1996 e Premio Dario Bellezza 1998); Tatì (Book, 1999); Il catalogo è questo. Poesie 1978-2000 (Il cavaliere azzurro, 2000); Le cose dopo (Aragno, 2003); Ho visto perdere Varenne (Book, 2006) e Ricordi di Alzheimer (Book, 2008); Il letto vuoto (Aragno, 2012), Traversate (Società editrice fiorentina, 2014). Ha partecipato alle antologie Quaderno bolognese (Printer, 1992, con introduzione di Roberto Roversi), Fuoricasa (Book, 1994, con un saggio di Andrea Battistini) e L’Europa dei poeti (CLUEB, 1999). Sempre per Book dirige dal 1996 la collana di poesia contemporanea “Fuoricasa”. E’ tra i fondatori e redattori delle riviste “Gli immediati dintorni” e “Frontiera”. Suoi testi sono presenti in diverse riviste e antologie italiane e statunitensi, tra le quali “Discorso diretto”, “L’ozio letterario”, “Omero”, “Steve”, “il belpaese”, “Origini”, “L’anello che non tiene” e “YIP”. Alcune poesie di Tatì sono state tradotte e recitate in inglese dal critico Anthony Oldcorn e altre sono uscite in russo sulla rivista pietroburghese “Zvezdà” (n. 9, 2000). Sulla sua poesia hanno scritto tra gli altri Giovanni Giudici, Raffaele Crovi, Niva Lorenzini, Gianni D’Elia, Elio Tavilla, Salvatore Jemma, Vitaniello Bonito.

 

Per il fine settimana – Valerio Magrelli suggerisce Mario Luzi

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Mario Luzi in un ritratto di Eugenio Montale

Per il fine settimana, Valerio Magrelli suggerisce Mario Luzi. Buona Lettura.

Gianluca D’Andrea


La poesia di Luzi

Nel 1983, con una piccola plaquette fuori commercio stampata presso le Edizioni Orcio d’Oro di San Miniato, Mario Luzi ha proposto una breve scelta delle sue poesie basata sul “tema del mutamento o della metamorfosi”. Una raccolta ben più articolata e vasta, Il silenzio, la voce, è uscita l’anno seguente da Sansoni, arricchita da un dettagliato commento dell’autore stesso. Nell’introduzione, si legge: “Il mutamento, la metamorfosi: questo è stato e resta il tema dei temi della mia poesia”. Quasi a coronare tale ricerca critica, tale accanito sforzo di autointerpretazione, è giunto nel 1985 l’ultimo volume di versi, pubblicato da Garzanti con il titolo Per il battesimo dei nostri frammenti. In questo libro, infatti, quel fuoco, quella “eterna metamorfosi” indicati da Luzi come il nucleo magmatico della propria scrittura, erompono con violenza dando vita ad alcune tra le immagini più alte della sua intera produzione. Benché composta da numerose sezioni, l’opera sembra disporsi idealmente su due piani. Nella prima parte, a mo’ di introito, domina il problema della storia; nella seconda, forse la più sorprendente, si sviluppa invece una sorta di cantico della natura. Si tratta, ovviamente, di una distinzione sommaria, che tuttavia può servire ad illustrare le linee interne di una poetica tanto complessa. Come ha suggerito Tiziano Rossi, “l’essenza trascendente è al centro dei versi di Luzi”. La sua vocazione religiosa, il suo cristianesimo ispirato a Pascal e Teilhard de Chardin, lo portano a interrogarsi innanzitutto sul rapporto tra l’individuo e la divinità. Anzi, l’interrogazione stessa (una delle figure retoriche più frequenti nelle sue composizioni) nasce proprio a partire dal dilemma etico, come domanda sul destino umano, sul significato del tempo, della storia. Si capisce perché una simile problematica abbia interessato sia Carlo Bo, sia, da tutt’altro versante ma con non minore intensità, Franco Fortini. Ricollegando il pensiero dello scrittore alla lezione di Eliot, Pier Vincenzo Mengaldo ne ha colto con chiarezza la segreta tensione verso una “metafisica, tra cristiana e platonica, della identità e reciproca reversibilità, o meglio perpetua oscillazione, di divenire ed essere, mutamento e identità, tempo ed eternità”. La prima metà di Per il battesimo dei nostri frammenti si svolge appunto nel segno di questa assillante e lacerata richiesta di senso, un senso oscurato, invisibile ma presente, che pur sotterraneo ed esiliato pervade ogni cosa. È l’attesa della parusìa, l’invocazione al “Dieu caché” con cui si apre il libro: “Così quasi si estingue, / così cova l’incendio / l’immemorabile evangelio…”. Un termine ricorrente in queste pagine è quello di “interregno”, chiamato a designare l’orribile, interminabile vacanza del Dio, il suo essersi ritratto dal mondo. Sul fondamento di questa mancanza, la riflessione si organizza intorno ad alcuni motivi conduttori quali la memoria, il passato, dilapidato, il futuro incipiente, in una parola, l’“infratempo”. Un simile concetto (curiosamente affine alle nozioni di Zwischenwelten o Ungleichzeitigkeit formulate da Ernst Bloch, anche se in un orizzonte teorico completamente diverso) opera in modo analogo a quella spia grammaticale che Mengaldo indicò nella preposizione “tra”, tipica del Luzi maturo. Ma a tale sigla stilistica, trasposta nei prefissi “infra” e “inter”, se ne aggiunge ora un’altra, profondamente significativa: “ultra”. Tutto l’ultimo volume è percorso da questo segnale trascendente, che si ritrova nella “teologale ultrasuperbia”, nella “terra terrosa […] ultraterrena”, nel “nero ultraceleste”, nell’“ultratrepidante annuncio”, nello “sguardo ultramarino”, nella “ultramutevole apparenza”, oppure, variato appena, nella “superinfusa piana». In certo modo l’intera opera di Luzi è racchiusa in questo gesto di fede, nel rinvio ad una dimensione ulteriore che eccede l’àmbito mondano. La storia dell’uomo viene così inserita all’interno di un imperscrutabile ordine divino, teologicamente proiettata verso il sacro compimento dei tempi. Come si è detto, il problema etico occupa in prevalenza la prima parte della raccolta. Nella seconda, si assiste infatti ad una decisa svolta tematica: all’universo della morale subentra l’universo della natura, alla storia, l’arcana presenza del paesaggio. Superfluo precisare quanto questo paesaggio sia intimamente permeato di un sentimento religioso, in certi casi addirittura mistico. Ciò che conta, piuttosto, è l’energia simbolica che il poeta sa fare scaturire dalle immagini, di per sé “neutre”, di una qualsiasi veduta campestre. Certe insistenze esplicite, certi appesantimenti che ostacolano a volte la dizione di Luzi quando il soggetto è quello nobilissimo e scottante dell’ingiustizia, del male, della miseria sociale, spariscono di fronte alla straziante, implicita bellezza del creato. Straziante appunto perché implicita, inesplicata, nuda, muta, irraggiante, raccolta nel suo semplice essere. Qui si ritrova l’idea del mutarnento, ma per così dire stilizzata, intravista nell’apparire dei monti, dei fiumi, del cielo, oppure delle rondini, che “sgorgano / una dall’altra” traboccando, autorigenerandosi, come figure della metamorfosi. Il continuo ricorso all’avverbio o all’interiezione “ecco”, accentua il valore epifanico di questi versi. La natura è scrutata come luogo di rivelazione, promessa di un’imminente primavera spirituale. La panica, plenaria solennità di certe descrizioni (che sembrano ispirarsi a Hölderlin) percorre poesie straordinarie quali Il mai perfetto, oppure Montagne?… non sa se luce o marmo, per culminare in due tra i testi più felici del libro: Pernice e Trota in acqua. Immersi nel loro spazio come vettori in campo di forze, i due animali sono chiamati a rappresentare l’enigma stesso dell’esistenza umana, “quell’inebriante infuso / di libertà e necessità”, “quei filanti paradisi / di libertà e d’obbedienza”. È come se L’anguilla di Montale si mostrasse in una luce nuova, simile al pesce gnostico, al Cristo che discende negli abissi di cui parlò Supervilles in una Chanson tradotta, o meglio, trasformata da Paul Celan.

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Valerio Magrelli


Poesie da Per il battesimo dei nostri frammenti di Mario Luzi

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Mario Luzi (1987)

Mario Luzi nasce a Sesto Fiorentino nel 1914 da genitori originari di Samprugnano nella zona del Monte Amiata. A Samprugnano Mario passerà le vacanze fino al 1940. Insieme con il borgo di Castello vicino a Sesto Fiorentino, Samprugnano è per lui luogo di ispirazione, legato a una cultura agricola, del villaggio e soprattutto legato alla madre, Margherita Papini. La madre, “figura malinconica anche se serena e mansueta”, avrà sul giovane Mario un’influenza importante soprattutto per l’idea di religione, molto interiorizzata e poco di chiesa. Il padre era un tipo pragmatico, meno incline a capire le scelte del figlio. Tuttavia in seguito, quando vide che Mario ne traeva sostentamento e piacere, non ebbe problemi ad accettare le sue scelte. Una famiglia serena, che influenzò positivamente la sua crescita, avvenuta in luoghi tranquilli, nonostante la guerra. Negli anni 20 il giovane Mario frequenta le scuole a Castello e si fa notare per la sua bravura e la sua maturità. A 9 anni aveva già letto Pinocchio e i classici del tempo, e addirittura i Promessi Sposi. I primi tentativi poetici sono del 1924. Frequenta il ginnasio al Galileo di Firenze per poi andare a Milano e a Siena, trasferimenti dovuti al lavoro del padre, ferroviere. A Siena completò gli studi ginnasiali. Il periodo di Siena è un periodo importante, il periodo della scoperta delle ragazze, dell’amore e dell’arte. L’arte senese lasciò in lui un segno indelebile. Gli anni intorno al 30 vedono il giovane Mario alle prese con le letture di base per la sua formazione, la delusione della filosofia, di cui riusciva ad apprezzare solo i greci, per la semplicità del pensiero, e l’ammirazione per i “filosofi” dell’età contemporanea, Joyce, Proust, Mann. In seguito ebbe una folgorazione per Nietzsche e per le opere Al di là del bene e del male e Così parlò Zarathustra. Gli anni 30 sono gli anni degli studi universitari, a Lettere, a Firenze. Sono gli anni in cui conosce gli amici di una vita, Oreste Macrì, Piero Bigongiari e Piero Bargellini, Romano Bilenchi e Carlo Bo. Si introduce nella vita intellettuale della città e prende contatti con le riviste dell’epoca, Solaria, L’Italia letteraria, Il Frontespizio. Fra gli editori, nessuno ancora pubblicava poesia contemporanea. L’unica casa editrice era Vallecchi e poi Guanda, una casa editrice di gusti alternativi. L’amicizia con Betocchi, cominciata in questi anni, è un’amicizia fondata sull’interesse per la poesia e la letteratuta. Insieme leggono Mauriac, Rimbaud e i poeti francesi. Si laurea nel 1936 con una tesi su Mauriac pubblicata nel 1938 da Guanda con il titolo L’opium chrétien. Comincia a insegnare a scuola e a pubblicare per Il Frontespizio e per Letteratura di Bonsanti, conosce Tommaso Landolfi e in seguito Montale, che faceva parte del gruppo del caffè delle Giubbe Rosse dove si inserì e dove conobbe pure Aldo Palazzeschi, Vittorini, Gatto e Ottone Rosai per cui scriverà il suo primo pezzo di critica d’arte. Si avvicina la guerra e Luzi continua la sua attività di scrittore e di critico. Per motivi di salute viene riformato. Collabora anche alla prestigiosa rivista Prospettive di Curzio Malaparte e a febbraio esce per Vallecchi Avvento Notturno in cui il presentimento per un’epoca oscura che si andrà purtroppo realizzando di lì a poco, appare con grande chiarezza. Sono anni di grande inquietudine interiore che si riflette nella sua poesia e nella sua vita, pur ricca di incontri con scrittori e poeti dell’epoca. A Roma, dove risiede tre giorni a settimana per lavoro (presso il Ministero di Educazione Nazionale e Cultura Popolare), frequenta Pratolini, già conosciuto a Firenze, Gadda, Calamandrei e Giorgio Caproni. Nel 1942 si sposa con Elena Monaci e nel 1943 alla caduta di Mussolini ripara con la moglie nel Valdarno ma non lavora, visto il momento critico e particolarmente buio, che lo preoccupa per il futuro. Nell’ottobre del 1943 nasce il figlio Gianni. Nel 1945, alla fine della guerra, fu sconvolto, rientrando in città, dalla devastazione di Firenze dove Luzi ritorna per riabbracciare i genitori. Anche la sua casa è stata distrutta. Comincia ad insegnare al Liceo Scientifico in via Masaccio 223, dove rimarrà diciotto anni e dove avrà come colleghi Lanfranco Caretti e Eugenio Garin. In questi anni fonda una rivista, Società in collaborazione con Vittorini e Bilenchi. Pubblica varie poesie e scrive molto, anche di critica e di saggistica, relativa soprattutto alla letteratura francese, collabora alla rivista Letteratura, che però lo delude, e a La Chimera diretta e stampata da Vallecchi, cui collaborano anche Carlo Bo, Betocchi, Bigongiari e Parronchi. Insegna sempre ed è spesso commissario di maturità in varie città d’Italia. Nel 1955 viene chiamato a Scienze Politiche per la cattedra di Lingua e cultura francese. Nel 1960 dopo la morte della carissima madre, riesce a pubblicare il corpus delle sue poesie con il titolo Il giusto della vita. Nel 1959 aveva vinto il premio Marzotto per la poesia ex aequo con Saba. Negli anni 60 cominciano le collaborazioni con l’Università di Urbino dove sarà chiamato negli anni 70 a tenere dei corsi di letteratura francese, e intanto pubblica Nel magma per Vallecchi. Dal 1966 inizia a viaggiare: in Russia e in Georgia poi in India, Ungheria, Romania, dove le sue poesie cominciano ad essere tradotte, poi nel 1974 negli Stati Uniti. Inizia a scrivere per i quotidiani, per il Corriere della Sera, dove scrive articoli sulla letteratura latino – americana e per Il Giornale di Indro Montanelli con il quale collabora fino ai primi anni novanta. Nel 1979 escono le sue poesie presso la Garzanti, Tutte le poesie. (In due volumi). Viaggia sempre molto, Parigi, i paesi scandinavi, la Cina, e nel 1980 partecipa a un meeting di poesia in cui partecipano poeti italiani contemporanei (Sereni, Fortini, Zanzotto, Sanguineti …) e poeti americani. Nel 1981 ha luogo all’Università di Siena il primo convegno di studi sulla sua opera e nel 1982 vince la cattedra di ordinario di Letteratura Francese a Magistero a Firenze. Negli anni 80, Mario Luzi pubblica molte delle sue opere, viaggia e scrive saggistica varia. Sono anche gli anni in cui perde due dei suoi più cari amici: Carlo Betocchi e Romano Bilenchi. Collabora anche come scrittore di teatro con Hystrio, del 1987, e più tardi con Io, Paola, la commediante e altri testi che saranno pubblicati in un volume della Garzanti Teatro. Nel 1990 interviene a più riprese contro la Guerra del Golfo e in seguito saranno sempre più frequenti i suoi interventi di stampo politico. Molte sono state le manifestazioni per celebrare i suoi 80 anni. Negli anni 90, preoccupato per la situazione politica italiana, rafforza il suo impegno e i suoi interventi avvicinandosi all’Ulivo nelle elezioni del 1996. Nel 1997 ha ricevuto la Legione d’Onore dal Presidente della Repubblica Francese e in occasione dei suoi 90 anni nell’ottobre del 2004, è stato nominato senatore a vita dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi. Si è spento qualche mese dopo, il 28 febbraio del 2005 a Firenze. Ha avuto funerali solenni ed è sepolto nel cimitero di Castello.

 

BIBLIOGRAFIA

POESIA

La barca, Modena: Guanda, 1935 Avvento notturno, Firenze: Vallecchi, 1940 La barca, 2 edizione modificata e accresciuta, Firenze: Parenti, 1942 Biografia a Ebe, Firenze, 1942. Prosa poetica Un brindisi, Firenze: Sansoni, 1946 Quaderno gotico, Firenze: Vallecchi, 1947 Primizie del deserto, Milano: Szhwarz, 1952 Onore del vero, Venezia: Neri Pozza, 1957 Il giusto della vita, Milano: Garzanti, 1960. Tutte le poesie fino al 1960 Nel magma, Milano: All’Insegna del Pesce d’Oro, 1963. Nuova edizione accresciuta, Milano: Garzanti, 1966 Dal fondo delle campagne, Torino: Einaudi, 1965 Su fondamenti invisibili, Milano: Rizzoli, 1971 Al fuoco della controversia, Milano: Garzanti, 1978 Tutte le poesie, 2 voll, (Vol 1. Il giusto della vita; vol 2: Nell’opera del mondo Milano: Garzanti, 1979 Reportage, un poemetto seguito dal Taccuino di viaggio in Cina, Milano: All’Insegna del pesce d’Oro, 1980 Per il battesimo dei nostri frammenti, Milano: Garzanti, 1985 Tutte le poesie, Milano: Garzanti, 1988 (Il giusto della vita; Nell’opera del mondo; Per il battesimo dei nostri frammenti. Edizione accresciuta e comprendente anche con le Semiserie ovvero versi per posta, 1970-1987) Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, Milano: Garzanti, 1994 Sia detto, in “Annuario della fondazione Schlesinger”, Lugano, Milano, New York, 1995 (10 poesie) Tutte le poesie, Milano: Garzanti, 1998 (Edizione accresciuta e comprendente La cordigliera delle Ande e altri versi tradotti. Frasi e incisi di un canto salutare. Viaggio celeste e terrestre di Simone Martini) Diana, risveglio sotto specie umana, Milano, 1999 Dottrina dell’estremo principiante, Milano, 2004 Lasciami, non trattenermi. Ultime poesie, Milano: Garzanti, 2009.

TEATRO

Ipazia, Milano: All’insegna del Pesce d’Oro, 1973 Libro di Ipazia, Introduzione di G. Pampaloni, Milano: Rizzoli, 1978 Rosales, Introduzione di G. Raboni, Milano: Rizzoli, 1983 Hystrio, Milano: Rizzoli, 1987 Corale per la città di Palermo per S. Rosalia, Genova: S. Marco dei Giustiniani, 1989 Il Purgatorio, la notte lava la mente, Genova: Costa&Nolan, 1990 Io, Paola, la commediante, Milano: Garzanti, 1992 Teatro, Milano: Garzanti, 1993 (raccoglie i testi precedenti) Pietra oscura, Porretta Terme: I Quaderni del Battello Ebbro, 1994 Felicità turbate, Milano: Garzanti, 1995 Ceneri e ardori, Milano: Garzanti, 1997.

PROSA

Biografia a Ebe, Firenze: Vallecchi, 1942 Trame, Milano: Rizzoli, 1982 (contiene anche volumi precedenti a partire dal 1963) De quibus, Montichiari: Zainetto, 1991 Toscanità, Montichiari: Zainetto, 1993 Mari e monti, Firenze: Il ramo d’oro, 1997 Taccuino di viaggio in India e altri inediti di Mario Luzi, Firenze: Polistampa, 1998.

SAGGI

L’Opium chrétien, Parma: Guanda, 1938 Un’illusione platonica e altri saggi, Firenze: Edizioni di Rivoluzione, 1941 e a cura di M. Boni, Bologna, 1972 L’inferno e il limbo, Firenze: Marzocco, 1949 e Milano: Il Saggiatore, 1964 (edizione accresciuta) e Milano: SE, 1997 Aspetti della generazione napoleonica e altri saggi di letteratura francese, Parma: Guanda, 1956 Tutto in questione, Firenze: Vallecchi, 1965 Vicissitudine e forma, Milano: Rizzoli, 1974 Discorso naturale, Milano: Garzanti, 1984 Cronache dell’altro mondo, Genova: Marietti, 1989 Scritti, Venezia: Arsenale, 1989 Le parole agoniche della poesia, Macerata: Alfabetica, 1991 Dante e Leopardi o della modernità, Roma: Editori Riuniti, 1992 Naturalezza del poeta. Saggi critici, Milano: Garzanti, 1995 Sperdute nel buio. 77 critiche cinematografiche, Milano: Blu cobalto, 1995 Vero e verso: scritti sui poeti e sulla letteratura, 2002.

SCRITTI D’ARTE

Nuovamente venuto Rosai, Firenze: Pananti, 1984 (300 esemplari) Venturino Venturi, Firenze: Pananti, 1991 15 superfici bianche di Enrico Castellani, Pordenone, a cura della Zanussi Italia, 1994 Luzi critico d’arte, Firenze: LoGisma editore, 1997.

Mario Luzi è stato anche curatore e traduttore di opere letterarie dal francese e dall’inglese (v. il volume Mario Luzi, L’opera poetica, Milano: Mondadori, 1998 (I meridiani). Molte le interviste pubblicate riguardanti la poesia e la figura del poeta, per le quali si rimanda al volume citato sopra, come per le traduzioni della sua poesia in francese, inglese, spagnolo, in tedesco, in russo, bulgaro, croato, polacco e greco, svedese. Molto interessante la produzione che coniuga le poesie di Mario Luzi e produzioni artistiche, di cui riportiamo alcuni esempi: Una poesia di Mario Luzi e quattro serigrafie di Michel Tissot, Firenze: L’Upupa, 1985 Padri dei padri, una poesia di M. Luzi cinque acqueforti di F. Ghitti, Milano: Naquane, 1985 La barca, tavole di N. Pino, Messina: Il Gabbiano, 1991 Poeti e pittori, di M. Luzi e E. Marco, Massa Carrara: ed. ENT, [1992?] Tra terra e cielo, versi di M. Luzi, musica di C. Crivelli, Roma: Aeditio Princeps (200 esemplari) In extremis, 18 poesie di M. Luzi di cui sei inedite, tecniche miste di P. Dorazio con CD allegato delle poesie lette dall’auotre, St. Gallen: Erker Verlag, 1995 Tre poeti per Morandi, Udine: Campanotto, 1996.

Per il fine settimana – Arturo Mazzarella suggerisce Gilda Policastro

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Christian Boltanski Menschlich, 1994 ca. 1200 Schwarzweißfotografien, Gesamtmaß variabel Sammlung Kunstmuseum Wolfsburg Ausstellung: Galerie Kewenig, Frechen, 1996 Foto: Helge Mundt © VG Bild-Kunst, Bonn 2013

Per il fine settimana, Arturo Mazzarella suggerisce Gilda Policastro. Buona Lettura.

Gianluca D’Andrea


La necessità di continuare a intrecciare – nel solco delle più innovative esperienze poetiche del secondo Novecento – l’ingarbugliata matassa di fili che legano la poesia alla prosa – si presenta nei termini di un’esigenza imprescindibile per chiunque voglia attingere all’indefinito arco di risorse offerte dal linguaggio poetico. Risorse che si dimostrano sempre più ardite nella “perturbante” sovrapposizione – direbbe Freud – tra una quotidianità completamente scabra, dimessa, e la pluralità di voci narrative che tentano invano di afferrarne il senso.
Sono proprio queste le polarità entro cui si svolge, con un estro stilistico pari al rigore concettuale, Non come vita, la raccolta che Gilda Policastro ha pubblicato nel 2013 per Aragno, da cui sono tratti i testi che seguono.

Arturo Mazzarella

Poesie – Gilda Policastro

Fili

a chi parlano la gente ai telefoni————– a chi dice, lei
sei come un domatore: prima la frusta e poi lo zuccherino
a quali fili sono appesi quando si muovono nella danza
quelli che aspettano —————-treni che volano aerei lontani
com’è inspiegabile i fili che tengono insieme ————-che ti staccano
gli altri
certi, vivono di comunicati arrivi e partenze ————–e interferenze
ho fatto il numero per sapere come stavi,
ma ho messo giù perché se c’eri non lo davi a –
quelli che non ci sono telefonano di continuo
a tutte le ore hanno bisogno di dire
pensavo che non ce l’avresti fatta a sopravvivere
ti faccio le mie condoglianze
ti sei rifatto una vita, meno male
coi morti per essere buoni
bisogna essere duri ——–dentro
al telefono le pause sono mortali quando si parla ——di noi
non dire niente agli altri, non capirebbero

*

Posti

il gruppo di autocoscienza delle rumene
la signora con le gambe macchiate
sotto i pantaloni alla zuava (forse picchiata
e sono lividi)
l’africana riccia se la portava via il tassista
i venditori giallini hanno introiettato Il capitale
ti vendono gli accendini e non ti vogliono, per dire,
recitare una poesia

-non mi aspettavo che per scrivere di cultura tu volessi dei soldi
-nemmeno io che li volessero da me per comperarmi il pane
sto barattando libertà con solitudine:
loro al parco almeno si parlano
– ma il problema – ho detto camminando verso san carlino
allo scrittore noto
– non è tanto il mio brutto carattere
e di come ti maltratto l’ambulante,
piuttosto quello di chi ha comprato accendini e cd pirata
perché noi siamo nati
dalla parte buona del mondo
loro da quella sbagliata
-un ricatto pietoso-, ha detto allora lo scrittore noto:
-a mio figlio, se scordo la merenda, non ne compro due: gli chiedo scusa

la ragazza riccia coi seni palestrati
la ragazza magra con gli slip in evidenza
la ragazza del libro brava e bella
la ragazza ch’ero quando mi ha vista e ha detto:
non pensavo ch’eri tu, quanto diversa sei
diventata e come mi piaci di più adesso che non sei come prima

al parco è lecito se di sesso diverso
sdraiarsi uno sull’altra e parlarsi all’orecchio in evidente strofinio
la rumena del gruppo si è spostata
accanto a un uomo
solo
che sfoglia un giornale
meglio reietti ————oggi
che una vita normale

*

Prossimità

per A.

Dorme, e la inonda
di tiepido umore
Distesa—- l’arma bianca
per tagliare come al ristorante,
gettare minutaglie, i resti che non servono,
della mattanza
Si lavano i camici bianchi,
si tolgono i guanti
pieni

Un unico varco,
distesa la inonda di umore rappreso
si lavano i camici bianchi, si tolgono i guanti
si gettano via gli avanzi

Apre alla voglia
e lo stesso umore
la inonda

Il corpo di lei,
svuotato

*

Primo amore

La signoria sul corpo della vita
è sola dilazione:
in rovescio per sottrazione di resistenza
levigando il ventre come tavola di marmo
senza rialzi
e incavando l’occhio nei neri fossi
del peso forma

Un uomo uccide una donna dopo cena
e poi s’impicca
in una villa al mare

Una donna e un uomo al ristorante:
lei verdi foglie,
lui funghi prataioli

Il solo modo della riduzione perfetta
delle due in una e, nella stessa,
del cuore e della testa
Non si danno in natura che rapporti
reversibili
Brama sbarre la vittima
non sa di essere
carnefice ———-chiama
carneficina
di coltellate solitamente quattordici,
per l’anonima ragazza di Calabria
o la moglie famosa

Dell’amore finito in morte
solo dilazione
in prolungata agonia
da farmaco
che corrode, non guarisce
come una cura
all’incontrario, farlo
sparire

*

D’estate

Sugli autobus la gente estiva è una donna
dai seni enormi e bianchi
un matto che parla da solo e puzza
un ragazzo con la mappa della città
e la maglietta di cuba
la gente estiva è poca
ma la gente del mondo è troppa
gli ascolti i discorsi telefonici che urlano
certi non li rivedi mai,
di quasi tutti hai la mail

Negli ospedali la gente estiva ha i pigiami
d’inverno, a righe
i figli leggono nella sala d’aspetto
la moglie del vicino non parla ma porta
una boccetta di profumo
la gente va negli ospedali per poco,
lei crede,
a molti potrebbe succedere
ma a tutti no, meno male

Nei posti estivi la ragazza è bella
da morire
un turista francese ha percosso la figlia
a morte, sull’altare
cuocersi al sole incrementa i melanomi
i motoscafi decapitano l’amico
ma questo non vuol dire, sono casi
tutti ci siamo divertiti da giovani,
al mare
e t’avessero sculacciata di più, da piccola

Nel silenzio estivo si sentono i tasti
mentre le macchine, poche, vanno fuori
la vicina ha chiuso le imposte e non chiede
le cose che faccio, o i fidanzati,
le studentesse tornano in Calabria
che d’estate bisogna riposare
cuocersi al sole, annegare
nell’acqua galleggiata da escrementi o da bolle
d’olio dei motoscafi
Ho un tavolo sotto il pergolato
e una barchetta di legno,
mi vieni a trovare

Ma no, rimango a Roma, prendo il pullman
il padre è in ospedale,
lo andiamo a visitare
Il medico di guardia ha smesso il turno
è domenica
ci sono solo infermieri abbronzati
nei corridoi e i malati
che camminano col trespolo,
con le flebo di medicinali
mossi da bollicine pare d’acqua minerale
Dico papà che presto esci,
e lui mi guarda come me da piccola
con smorfie di ribrezzo o di spavento
bambino adesso è lui su quel triciclo
che vuole farsi tutto il corridoio,
di corsa, uscire fuori,
andare al mare

*

I cari altri

Gli altri sono:
mangiare il panino a morsi,
gridare al telefono e
sputare
mentre lo fanno

I gesti che non durano,
la bambina dire ciao dalla porta,
e lui che ci hai dormito, una notte,
la mattina non ne sai il nome più
– ma non è come pensi

Gli altri sono:
il ventre che spinge
sotto le calze, e sopra i seni
le mani,
ma pensare che non resiste,
e ochéi, ci sentiamo domani

Un’unica forma, o misura, ha il fare,
il resto è represso
dal vestito di madre,
dal divieto,
e più chiedono, gli altri, più ingombrano,
meno ci stai

con gli altri sono:
i figli, morire, tu-figlia-loro-morti,
e le coperte, e il velo
e i pigiami e le giacche,
gli altri le porteranno, li butteremo,
e quel giorno non verrai
nel sogno a rimproverare

non come vita, ma più di dormire o meno,
adesso non ricordare, non dire il nome, che non sai
degli altri, che a te chiedono, loro,
di non andartene

e che hanno paura,
non vanno a letto, non si sdraiano come d’amore,
eppure non passa, non va-e-non-viene, e sono a metà

*

La cottura del pesce

ti odiano perché sei viva
le ottantenni delle amiche, in eurostar, e
a una certa età tutto è invidiabile, aggiunge, mentre
dei figli si raccontano poi o del pesce, che va bollito
nella sua stessa acqua, per insaporire:
le ascoltiamo ne ridiamo,
continuiamo lui a leggere io a dormire,
guardando i prati, le montagne, i porti
coi primi bagnanti al sole di pasqua

abbiamo cercato le tracce
nei conti da pagare, nei soliti fiori,
li metti tu, che ho sfondato la sedia, l’ultima volta,
poi dalle cartelline sono emersi
i romanzi, che iniziava quell’anno,
mentre i parenti debitori sono in vacanza, al mare,
e, ci sentiamo, state tranquilli, la prossima volta

sei stai bene è peggio, perché fai la tua vita
vuota di ombre,
e se male ti ci pare di sprecarla, proprio perché,
il prete dice, non si vive per poco e si muore per sempre
ma il contrario, o ci si rincontra, e quasi
vien da sperare di no, per loro
che potrebbero ricominciare a litigare,
dei parenti debitori, o dei romanzi

ti odieranno finché sei vivo o vorranno
sentire della musica, ballare perfino
(lui va a scuola di tango)
oppure smettere le corse, i romanzi
e andare a vivere dove non siamo che nati,
ricomprare la sedia, bollire il pesce nella sua stessa acqua,
leggere coi cugini ch’è morta la vecchia, bruciata
mentre era fuori per la spesa la badante, e
dire che è tutto inutile, le scelte, quando il destino bussa,
e passa


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Gilda Policastro

Gilda Policastro ha esordito con la silloge Stagioni e altre apparsa nel Decimo quaderno italiano di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Ha preso parte a festival e rassegne (Romapoesia e RicercaBo); ha vinto ex aequo il Premio “Mazzacurati-Russo” con La famiglia felice (d’if, 2010) e il Premio “Antonio Delfini” con Antiprodigi e passi falsi (Transeuropa, 2011). Ha scritto due romanzi: Il farmaco (Fandango, 2010) e Sotto (Fandango, 2013). Critica letteraria e saggista, ha collaborato con i supplementi culturali del “Manifesto” e del “Corriere della Sera”. Ha pubblicato, inoltre, saggi su Dante, Leopardi, Sanguineti e la critica militante contemporanea.

 

 

 

Per il fine settimana – Fabio Pusterla suggerisce Giorgio Orelli

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Giorgio Orelli (1998)

Questa settimana Fabio Pusterla suggerisce alcuni testi significativi di Giorgio Orelli, uno dei maestri della poesia, e non solo, del Novecento. Per ricordare con amicizia e trasporto l’autore svizzero e in attesa della pubblicazione dell’imminente Oscar Mondadori. Buona lettura.

Gianluca D’Andrea


Poesie – Giorgio Orelli
(scelte da Fabio Pusterla)

da L’ora del tempo (1962)

SERA A BEDRETTO

Salva la Dama asciutta. Viene il Matto.
Gridano i giocatori di tarocchi.
Dalle mani che pesano
cade avido il Mondo,
scivola innocua la Morte.

Le capre, giunte quasi sulla soglia
dell’osteria,
si guardano lunatiche e pietose
negli occhi,
si provano la fronte
con urti sordi.

*

FRAMMENTO DELLA MARTORA


A quest’ora la martora chi sa
dove fugge con la sua gola d’arancia.
Tra i lampi forse s’arrampica, sta
col muso aguzzo in giù sul pino e spia,
mentre riscoppia la fucileria.

*

PASSO DELLA NOVENA

A mezzo d’uno di quei giorni di primo settembre
che per cinti, selle e bocchette tiran fuori
dalla tana le finte pigre
marmotte e le addormentano sui sassi,
nel mio paese d’origine è ancora
tempo da fieno, tace
la madreperla della fisarmonica.
E lasciato l’ospizio (la donna dagli occhi
troppo azzurri, le teste dei camosci
da gran tempo caduti:
vita rappresa come dentro un quarzo!),
s’invecchia quanto più rari si fanno
gli alberi, quanto più il fiume
ringiovanisce.

Io e mio padre quando fu che bevemmo
la prima volta a questa fonte?
Già notturna è l’ombra
da cui risale il pastore a cacciare
le vacche ai cespi estremi.
E giunge con la riga del suo fischio
un uccello, s’arresta, gli trema
accanto l’erba mutellina.

Poi, sul passo, guardare, stancarsi di guardare,
chiudersi nel rumore fitto d’elitre,
scoscendere colà
dove al camoscio ultimo nato e incerto
volga gli occhi la madre,
soave per lo scoglio sconcio ed erto.

*

A UN GIOVANE POETA CACCIATORE

Ma se lo scoiattolo muore
con la nocciuola in bocca e lo raggiunge
nel folto del mattino un sole
come appena risorto, accendendolo
un attimo che durerà non meno d’un rimorso
(non un filo di sangue, e quel trambusto
per cui ti volgi invano, e, di là, nella radura,
quelle palate, non d’uccelli); se quella che ti passa accanto
nel silenzio che succede allo sparo
non sai di chi nell’alto del calanco,
pernice troppo pesa, ferita,
che precipita sì che tu la vedi
scendere vicinissima in un vuoto
concesso dalle pietre, zampettare, tacere…

***

da Sinopie (1977)

A GIOVANNA, SULLE CAPRE

No che non sono cattivose le capre di Dalpe.
Più che la voglia ingorda e l’anima vagabonda
saggezza le sospinge nei luoghi
più solivi della nostra conca
quando l’inverno è quasi senza neve,
e in giorni come questo luminosi,
vedi, non hanno corpo, non sono che macchie
nere sul greppo; e quella, immota contro il cielo,
potremo attraversarla tenendoci per mano.

Presto esulti, le chiami, gli porti fili d’erba,
lasci che l’una o l’altra ti venga a trovare,
e mentre t’annusa le tocchi il piccolo campano
che suona leggero ma franco più delle campanelle
dell’albero di Natale.

Guardala bene negli occhi, osserva
la tenace pupilla, e come (non piangere, vanno)
a una giusta distanza ci circondano
e pregano per noi.

*

A LUCIA, POCO OLTRE I TRE ANNI

«Di chi è questo odore?» «Questo odore
è del sambuco.» «Del san cosa?» «Del sambuco,
d’una pianta diversa dal pino sotto cui siamo passati
tante volte in questa falsa estate;
coi fiori del sambuco la nonna, la nonna Maria,
faceva la gazosa.» «Sì, è morta.»
Dura l’odore del sambuco, così diverso da quello del pino,
l’odore fresco del sambuco, parente
della robinia, qui, dove rane e immondizie
esagerano, e il sole
sembra affliggerti, figlia
nemica di ciascun crudele, che a volte mi guardi come sapessi
la vita che noi morti qui viviamo.

*

DAL BUFFO BUIO

Dal buffo buio
sotto una falda della mia giacca
tu dici: «Io vedo l’acqua
d’un fiume che si chiama Ticino
lo riconosco dai sassi
Vedo il sole che è un fuoco
e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
Devo dire una cosa alla tua ascella
una cosa pochissimo da ridere
Che neve bizantina
Sento un rumore un odore di strano
c’è qualcosa che non funziona?
forse l’ucchetto, non so
ma forse mi confondo con prima
Pensa: se io fossi una rana
quest’anno morirei»

«Vedo due che si occhiano
Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchi
Vedo un fiore che c’era il vento
Vedo un morto ferito
Vedo il pennello dei tempi dei tempi
il tuo giovine pennello da barba
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato»

«E poi?»
«Vedo una cosa che comincia per GN»
«Cosa?»
«Gnente»

(«Era solo per dirti che son qui,
solo per salutarti»)

*

QUADERNETTO DEL BAGNO SIRENA

I

Calmo e limpido il mare
che prende e dà memoria
e a te darà sopra tutto salute.

Il cielo in qualche zona
ha l’azzurro nutrito dal ferro
delle ortensie sul Ceneri.

«Vieni», dici, «fa’ il morto,
è così facile». A me
che appena il vivo so fare.

II

«C’era davvero il duca? e perché non è morto
vecchio? Gli è capitato qualcosa?
Perché ha il naso così? Perché era ricco
e aveva così tante stanze? Perché suo figlio
non ha avuto neanche un figlio? E queste scale
perché non gliele fanno anche alla nonna?»

«C’era, c’era davvero. Te lo racconterà
la mamma. Io quel che posso dirti,
adesso, è che quel duca, quel Federico, era come
il re di picche, viveva di profilo.
Gli altri duchi ce l’avevano intera,
la faccia, ma valevano la metà.

Col brutto tempo, al mare,
in una pensione gonfia di bambini.
Qualcuno dei nostri vicini d’ombrellone, due madri,
l’una figlia dell’altra, avevano deciso
di andare a Predappio, o meglio, lo aveva deciso
il marito (di quale?), industriale del nord.
Lo dissero, invitandola, a mia moglie.

«Predappio?», fa la poverina, «a Predappio a far che?»
«Ma a Predappio c’è il duce», dice la madre giovane.
«Sai, la signora è svizzera», dice la madre anziana.
«Pure», insinua la giovane, «ci sono
simpatizzanti anche lassù.»

E così, mentre quelli andavano a Predappio,
non certo a meditare sul nodo e la catastrofe,
sì per fortificare
il mito,
io, mia moglie e le due figliuole viaggiammo in una valle
stupendamente pezzata, sparsa di
lingotti d’oro bianco, finché, tra due colline,
là dove i bambini nei loro disegni mettono il sole,
scorgemmo, rosa vecchio, Urbino.

Dentro, profanavano l’ostia, flagellavano il Cristo.

III

Come viene la sera che sa mai
perché non tornano da tanto le rondini
a disegnare assenze di pensieri
che lasciassero tracce colorate
che sa che Pollok (con i pali blu).

Come viene la sera la Graziella
e la Lucia si lasciano gridando
ciao con echi di terra
e di mare che sembrano d’uccelli
fin che non s’odono più.

IV

Se n’è andato il tedesco di origine croata
con senza una gamba (dum dum
di partigiani iugoslavi).
La nonna che guardando
l’aquilone inciampava in se stessa.
La milanese, l’eterna altrui cara consorte
cui garbìno ritarda le cose.
Adesso Gino (prigioniero
quattro anni degli inglesi in Egitto)
può raschiare la spiaggia del Bagno Sirena
e il gabbiano misurare lampeggiando
lungo tratto di cielo prima di scomparire.

V

Dixit fascista: «Domani è bel tempo,
la bora continua a soffiare,
le stelle ci sono al settantacinque per cento».
La suocera disse che il vento era un altro
anche sul molo,
non poteva essere quello buono.
E aggiunse: «La bambina ha mal di stomaco,
cosa le diamo?»
«Niente», disse il fascista. Poi, dopo insistenze
dell’avversaria: «Se ha mal di stomaco
deve bere il bicarbonato
e basta».
L’amico del fascista ha fatto un gran girare.
Disse: «L’Europa ormai l’ho vista bene,
in qualunque luogo io vada so già cosa mi aspetta.
Chi sa dove mi allargo adesso».
E il fascista: «Parigi è una grande città».
«Come monumentalità», disse l’amico,
«Londra al confronto fa schifo. Del resto, escluso Piccadilly,
che è poi il luogo delle puttane,
Londra sembra il deserto. Eh no, Parigi è diversa,
è più accogliente. Però la città che mi piace
più di tutte è Venezia.»
«A me Roma»,
disse il fascista. «Napoli»,
disse l’amico, «la conosco, si tratta di viverci
pericolosamente».
«Buonanotte.»
«Buonanotte.» L’amico del fascista:
«Mi consolo pensando che domani
sarà bel tempo».

VI

Così piccola, e fragile… Ma Franco
(il Caudillo) sta meglio, torna a casa.
L’ha el cul che s’ul mett da la finestra
ai fa e nid i rundanàin.

VII

Lucia ha un po’ di febbre, resta a letto
e giuoca con due bambole piatte.
Una la chiama Paola, l’altra Sandra.
Le fa conversare col sole.
Dice la Paola: che me ne importa
se sono già morta.
La Sandra: è un sogno.

VIII
(Infallibilità. Buchi. Talidomide)

Venuta la canicola. Ne
profitta il Sant’Uffizio
per mettere i puntini sugl’i
dell’infallibilità. Per fortuna,
salvo qualche indulgente pidocchio,
non gli insetti che conoscemmo
le prime estati in due
varianti parimenti dogmatiche.

La motonave Leonardo da Vinci
annuncia che a più di trenta chilometri
dalla spiaggia operai
italiani, tedesche, francesi
e americani giorno e notte stanno
lavorando, perforando il fondo
marino alla ricerca del metano.

Si perdono bambini. Si ritrovano.
Poco fa Nunzia. «I loro genitori
possono ritirarla al Bagno Meridiano.»
Ma è tale, domineddio, la piccola germanica,
che né mani né piedi potrà mai
levare al cielo.

IN MEMORIA

È bastato un uccello che fuggisse
di sotto ai rami schietti di un sambuco
e un attimo radesse l’acqua verde
per ripensare a te, convinto
com’eri che “una fine con spavento
è meglio d’uno spavento senza fine”
(ancora annominatio, disco rotto).

Ma ecco avvampa nel suo training rosso
l’ex allieva che non ricorda nulla
e si ritempra col PERCORSO VITA.
Di stazione in stazione
eccola che s’arresta: flette, tende
il tronco, alza le braccia in alto,
le bilancia in avanti, poi cerchi,
salti accosciati, costali
sugli ostacoli, senza trascurare
le ginocchia, le anche,
fino al ponte
dove ti ritrovarono.

*

SINOPIE

(…)
mentre in disparte l’umiltà dei vinti
(…)
C.Rebora, Framm. XXXIV

Ce n’è uno, si chiama, credo, Marzio,
ogni due o tre anni mi ferma che passo
adagio in bicicletta, dal marciapiede mi chiede
se Dante era sposato e come si chiamava sua moglie.
“Gemma”, dico, “Gemma Donati”. “Ah sì, sì, Gemma”,
fa lui, con suo sorriso, “grazie, mi scusi.”
Un altro,
più vecchio, che incontro più spesso, son sempre io a salutarlo
per primo, e penso: forse si ricorda
d’avermi aiutato una notte di pioggia e di vento ch’ero uscito
per medicine, a rimettermi in sesto con suoi ferri (a quell’ora!)
una ruota straziata dall’ombrello.
Un terzo, quasi centenario, sordo, per solito
se appena mi vede grida: “Uheilà, giovinotto”, e dal gesto
si capisce
che mi darebbe, se potesse, una pacca paterna sulla spalla,
ma talora si limita a sorridermi, o, ad un tratto, eccitato
esclama: “Ha visto! La camelia è sempre la prima a fiorire”,
o altro, secondo la stagione.
D’altri
pure vorrei parlare, che sono già tutti sinopie
(senza le belle beffe dei peschi dei meli)
traversate da crepe secolari.

*

RICORDI DI M.

“La Franca Valvassori adesso
avrà la tua età.
Avevo cinque anni quando venne dai miei.
Mi ricordo il vestito giallo arancio
coi quadretti marroni.
Da piccola (mi raccontava) credeva che i ricchi
e i preti non facessero la cacca
non avessero neanche il culo
finché non ha visto un figlio di ricchi
fare la cacca nella vigna.
Lei certo non mi ha detto né cacca né culo, parole
che non giravano per casa.
Domestica, prima che da noi, in una città con un fiume grandissimo,
rifiutava d’uscire col figlio del padrone
perché figlio di ricchi
studente in medicina che un giorno
toccandola le disse: “Vedi Franca,
queste sono le mammelle, e questi
i capezzoli…”
Confidenze che non mi turbavano, invece mi terrorizzava
il racconto (ancora al suo paese)
del nonno che tornava di notte nella stanza
e lasciava impronte della mano
nere bruciate sul guanciale.
Dove sarà la Franca Valvassori?
Veniva da un paese dal nome
bellissimo: Foresto Sparso.”

*

FORATURA A GIUBIASCO

I

Nessuno che raggiusti biciclette?
Da un muro all’altro In gremio Matris sedet
sapientia Patris. L’immigrato
manovra seriamente le occlusive
dense della sua bella: ah che Carlo! ah che Porta!
Qui CELLE DI CONGELAZIONE, DO
IT YOURSELF CON TAPPETI,
là misericordine (giusto adesso
che, cauto, m’avvicino, scatta
la serratura dell’ingresso),
ed ecco DA QUI MOSSE I PRIMI PASSI
BERTA EDOARDO (amico
del Chiesa,
Chiesa Francesco, però:
un sì, un no ch’esitano sull’onda)
PER LE VIE LUMINOSE DELL’ARTE.
Ah, LAVASOL con signora Scerpella.
Uno schianto? Ma l’occhio della vecchia
dalla panchina mi guarda, le ortensie
hanno raggiunto tutto il loro blu.

II

Per dire in contropelo lo strazio
patito da una piazza
fra le più miti del mondo: ampio prato in pendìo
che tra castagni d’India e platani (danno ombra
ora a vuote automobili) allontanava
dolcemente le case verso i monti,
paese da scomporre e ricomporre
come un Bruegel, ad ogni stagione;
ed ora bello come un cesso nuovo,
una di quelle belle soluzioni
definitive
che i cervelli asfaltati dei nostri Consigli Comunali
trovano senza ombre di dubbi
nel sozzobosco dell’incultura.
E allora tu, cagnino, alza l’anca, irrora a lungo il frivolo
tappeto verde.

III

“Desidèri?” sospira
un’altra vecchia, “i miei desideri son quelli
della partenza. Ma senta il sogno che ho fatto stanotte.
Ero morta, e credevo d’andare, ma sì, in paradiso,
e vedo davanti a una casa, come là, verdina,
San Pietro che faceva
zoccole, ed io gli ho detto che avevo freddo, e gli ho chiesto
se la strada era quella, e San Pietro mi ha detto: “torna indietro,
che è più corta”, e mi sono svegliata”.

IV

Nell’ultimo sole non dico
Un fiore! ma Xuan Loc e vedo
– lucertola impazzita sull’asfalto
caldo ancora d’estate –
una ragazza che non sa dove andare
col fratellino in braccio
e gira gira su se stessa

V

Da qui,
da questo suolo tra i più intrisi di sangue,
si vede bene la nostra
bella zona di resistenza alla noia,
“chiave dei passi alpini”,
“roccaforte”… di che?
toppa patrizia dove
ci si risparmia,
si economizzano le proprie forze
in attesa di meglio o di peggio.
Troppo tardi ormai per guardare
con calma l’uva più bella
di cui la terza vecchia mi ha parlato
senza invidia mostrandomi un povero grappolo
della sua, straziata dal maltempo.
Quel poco che posso adocchiare
non mi sembra né greve né leggero.
Ma giusto alla mia altezza s’è accesa una stanza,
una donna si toglie la collana,
l’affida lentamente ad un astuccio.
Sorpresa, senza denti, risponde
(grilli per attimi gridano)
al mio saluto attento al cane
(all’ovvio, all’oppio, al cancro, al rincaro).

1975

***

da Spiracoli (1989)

da Quadernetto del mare

VII

Due di Spoleto in viaggio di nozze da un mese
in questa tappa a un tratto si sono seduti
sulla sabbia a nemmeno due passi da me.
Lei da molto che piange per cose che sembrano da nulla
e fanno il nulla davanti e di dietro, lui certo maldestro
anche nel rabbonirla, per poi lasciarla sola
a fare una pietosa barricata di sé,
col seme d’un disgusto già quasi insopportabile,
ed entrare lentissimamente nell’acqua, dove non nuota
e, piantato il tozzo corpo irsuto poco discosto dal palo
di sorveglianza, tanto si spruzza strofina la faccia
che pure lei sorride, ma no, non sorride,
in fretta salutandomi afferra la borsa s’accampa
lontano da me quanto basta per aspettare più sola
il ritorno dell’orso. Che a un cenno più franco
lentamente s’avvìa, ma sulla battigia s’arresta
e, storto, le mani sui fianchi: “Che ora è” quasi grida.
“Le sette” risponde la donna con calma incredibile,
lui senza dir niente si volta, entra di nuovo in acqua,
di nuovo si spruzza friziona con forza la faccia.
Quando infine decide di tornare
e di asciugarsi, un asciugatoio non basta,
lei gliene allunga tranquilla un altro col quale
si può insistere minuti e minuti nelle orecchie.

***

da Il collo dell’anitra (2001)

SULLA SALITA DI RAVECCHIA

“La vera comicità consiste in questo, che
l’infinito può trovarsi in un uomo senza
che nessuno, proprio nessuno, lo possa scoprire in lui”

Sören Kierkegaard, Postilla conclusiva non scientifica

Chi è questo che viene, che solo di vista conosco,
con senza spolverino di tinta neutra
e strani segni in faccia
e adesso che spingo a mano la bici in breve odore
di glicine mi segue da vicino e fa come volesse parlarmi
e prima di giungere in cima all’onesta salita,
sotto il cavalcavia dove nonni e bambini
si fermano a fare cucù: “Scusi”, mi dice toccandosi
svelto il cappello di falda severa,
“la borsa cade”.
“Grazie, è la solita storia, lasciamola
andare dove vuole”, sorrido, “tanto cadendo si avvita
al portapacchi, vede?, e lì certo starebbe
fino al Giudizio Universale; grazie,
comunque”.
(Sembra chiaro chiarissimo perché
tra gole stupite di merli
un ragazzo l’abbia fatta di corsa
questa mite salita, ma dove la strada pianeggia
cammini senza fretta;
sembra chiaro chiarissimo perché
d’un tratto una bambina sia andata fuori di casa
con un cuscino del letto sul capo sebbene non piova)

E lui, quasi fraterno, quasi mosso
da comprensione ironica di sé:
“Lei non conosce me, io svizzero tedesco di Zurigo,
io non tanti anni in Ticino, noi già
visti più d’una volta a Bellinzona
ma non parlato mai insieme, io testimone
di Geova, sa lei
che la fine del mondo è vicina e tutti i capri
saranno separati dai pecori, lei sa?”
“Lo so, ne ho sentito parlare sul treno del sabato
da una sua consorella”, rispondo e intanto
neri gallini cresciuti con fretta
per il gran compimento, becchi alzati
in nome della Legge, di profilo
ci guardano da un orto, “lo so perché anch’io sono oriundo
dell’aldilà”.

*

da Estive

A sinistra un leghista attempato
alla moglie: “Li metto nella borsa
gli occhiali?”. Lei: “Diocristo nella sacca!”
A destra una nonna baffuta che non si spoglia mai
e picchia il nipote dicendo “è solo un acconto”; e lui:
“Vacca!”, e giulivo tira fuori la lingua,
si accovaccia nell’ombra della sdraio a scavare nel naso.


 

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Giorgio Orelli a Prato Leventina, in una foto di Vincenzo Vicardi ©

Giorgio Orelli. Poeta e critico svizzero di lingua italiana (Airolo 1921 – Bellinzona 2013). Laureatosi all’università di Friburgo, dove ebbe tra i suoi maestri G. Contini, e stabilitosi (1945) a Bellinzona, si è dedicato all’insegnamento e all’attività letteraria, collaborando a numerose riviste (Il Verri, Paragone, Strumenti critici). Vicino ai modi della “linea lombarda” individuata da L. Anceschi, ma soprattutto sensibile, agli esordi, alla lezione di G. Pascoli e di E. Montale, e capace di recuperare con naturalezza gli echi più suggestivi della tradizione poetica italiana (da Dante ad A. Manzoni), ha privilegiato nella sua poesia il mondo circoscritto (il “cerchio familiare”) della sua patria svizzera, orientandosi, nelle ultime raccolte, verso cadenze più esplicitamente narrative. Ha pubblicato: Né bianco né viola (1944); Prima dell’anno nuovo (1952); Poesie (1953); Nel cerchio familiare (1960); L’ora del tempo (1962), in cui confluiscono con nuovi testi le precedenti raccolte; Sinopie (1977); Spiracoli (1989); Il collo dell’anitra (2001). Autore anche di un libro di racconti (Un giorno della vita, 1960), ha tradotto poesie di J. W. Goethe e pubblicato saggi letterari (Accertamenti verbali, 1978; Quel ramo del lago di Como e altri accertamenti manzoniani, 1982, nuova ed. 1990; Accertamenti montaliani, 1984; Il suono dei sospiri: sul Petrarca volgare, 1990; Foscolo e la danzatrice: un episodio delle Grazie, 1992).

(Fonte: “Enciclopedia Treccani”)

 

Per il fine settimana – Franco Buffoni suggerisce Constantinos Kavafis

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Ritratto di Constantinos Kavafis (fonte: Maya Angelou).

La rubrica “Per il fine settimana” è un suggerimento. Alcuni autori sceglieranno i versi di poeti amati. L’unica direzione della parola è quella della sua riattivazione attraverso la lettura, questo ne fa la storia. E questo è il nostro unico augurio. Oggi Franco Buffoni suggerisce Constantinos Kavafis.

Gianluca D’Andrea


Poesie – Constantinos Kavafis

In chiesa

Amo la chiesa con i suoi labari, con i suoi
amboni e le sue luci, e le immagini, e i suoi
candelabri, e l’argento dei vassoi.

Com’entro là, nella chiesa dei Greci,
con gl’incensi fragranti, con le sue liturgie
risonanti di voci e d’armonie,
con le parvenze dignitose e pie
dei preti, il ritmo greve di gesti e movimenti,
il fulgore dei lunghi paramenti,
corre la mente all’era bizantina, alle splendide
glorie di nostra gente.

(trad. di Filippo Maria Pontani)

*

Una notte

La stanza era povera e volgare
nascosta sopra una taverna infima.
Dalla finestra si vedeva il vicolo
stretto e sporco. Da sotto
venivano le voci di operai
che giocavano a carte, si divertivano anche.

E là, su un lettuccio da poco prezzo
ebbi il corpo dell’amore, ebbi le labbra
voluttuose e rosee dell’ebbrezza –
rosee di una tale ebbrezza, che anche ora
che scrivo, dopo tanti anni!
m’inebrio nella mia casa deserta.

(trad. di Nelo Risi)

*

Lo specchio nell’ingresso

Quella casa di lusso aveva, nell’ingresso,
uno specchio grandissimo, antico
almeno d’ottant’anni.
Un ragazzo bellissimo, il commesso d’un sarto
(la domenica, atleta dilettante),
era là, con un pacco. Lo consegnò a qualcuno:
quello andò dentro per la ricevuta.
Il commesso del sarto
restò solo. Aspettava.
S’avvicinò allo specchio. Si guardava; assestava
la cravatta. Portarono, dopo cinque minuti,
la ricevuta; ed egli la prese, e se n’andò.
Ma quello specchio antico, che in così lunga vita
ne aveva viste tante
– migliaia d’oggetti, di visi –
ma quello specchio antico s’allegrava,
s’esaltava d’avere accolto in sé
– per attimi – l’armonica beltà.

(trad. di Filippo Maria Pontani)

*

E s’informava della qualità

Aveva, in quell’ufficio,
un posto trascurabile, pagato male
(circa otto lire il mese; con gl’incerti).
Uscì, finito quel lavoro squallido
che lo teneva tutto il giorno chino.
Uscì: le sette. Camminava, adagio,
bighellonava per la strada. – Bello,
e interessante: egli appariva giunto
alla resa dei sensi piú matura.
Ventinove anni aveva finito il mese prima.

Bighellonava per la strada, in quelle
viuzze miserabili che portavano a casa.
Ma, passando dinanzi a un bugigattolo
pieno di cianfrusaglie dozzinali
per operai, di basso costo, vide
là dentro un viso, vide una figura
che lo spinsero forte a entrare. Ecco: voleva
vedere fazzoletti colorati.

E s’informava della qualità dei fazzoletti
e del prezzo; con voce soffocata
e quasi spenta per il desiderio.
E cosí, le risposte:
assorte, a voce bassa,
con un consentimento tacito.

Parlavano, parlavano dell’affare – ma uno
era lo scopo: un incontro di mani
là, sopra i fazzoletti uno sfiorare
dei visi, delle labbra, come a caso:
tatto di membra, un attimo.

Furtivamente, rapidamente. Perché il padrone
non s’avvedesse, immobile in fondo al magazzino.

(trad. di Filippo Maria Pontani)

*

Giorni del 1908

Quell’anno non trovò da lavorare.
Gli davano da campare
le carte, i dadi, prestiti in denaro.

Un posto gli era stato offerto: in una
Cartoleria, per tre sterline al mese.
Ma rifiutò senza incertezza alcuna.
Non faceva per lui. Quel salario da usura
A lui, venticinquenne, e di buona cultura!

Due, tre scellini al giorno, s e no, li rimediava.
Ma con le carte e i dadi non cavava le spese,
nei caffè della sua classe, volgari
sebbene lesto al gioco, con avversari sciocchi.
Quanto ai prestiti, poco da scialare:
un tallero, più spesso mezzo; e da qualcuno
si riduceva a prendere uno scellino, e basta.

Per una settimana, o per più giorni al mese,
si rinfrescava ai bagni, nuotando nel mattino,
quando scampava ai torbidi delle notturne imprese.

Erano uno sfacelo gli abiti. Sempre uno
il vestito che aveva, color cannella chiara
che il tempo aveva fatto scolorare.

O giorni dell’estate del novecento otto! A uno a uno
vi vedo. Dall’immagine vostra sparì – per una rara
magia – l’abito stinto color cannella chiara.

Ma l’immagine vostra l’ha serbato
nell’attimo che via da sé gettava
le vesti indegne e quella biancheria rattoppata.
Restava nudo, irreprensibilmente bello: una meraviglia.
Spettinati, all’indietro, i suoi capelli;
e le carni abbronzate, appena un poco,
da quella mattutina nudità, ai bagni, e sulla riva.

(trad. di Filippo Maria Pontani)

*

Aspettando i barbari

«Sull’agora, qui in folla chi attendiamo?»
«I barbari che devono arrivare»

«E perché i senatori non si muovono?
Cha aspettano essi per legiferare?»

«E’ perché devono giungere, oggi, i Barbari.
perché dettare leggi? Appena giunti,
i Barbari, sarà compito loro »

«Perché l’Imperatore s’è levato
di buon ora ed è fermo sull’ingresso
con la corona in testa?»

«E’ che i Barbari devono arrivare
e anche l’Imperatore sta ad attenderli
per riceverne il Duce; e tiene in mano
tanto di pergamena con la quale
offre titoli e onori»

«E perché mai
sono usciti i due consoli e i pretori
in toghe rosse e ricamate? e portano
anelli tempestati di smeraldi,
braccialetti e ametiste? »

«E’ che vengono i Barbari e che queste
cose li sbalordiscono»

«E perché
gli oratori non sono qui, come d’uso,
a parlare, ad esprimere pareri?»

«E’ che giungono i Barbari, e non vogliono
sentire tante chiacchiere»

«E perché sono tutti nervosi? (I volti intorno
si fanno gravi). Perché piazze e strade
si vuotano ed ognuno torna a casa?»

«E’ che fa buio e i Barbari non vengono,
e chi arriva di là dalla frontiera
dice che non ce n’è neppure l’ombra»

«E ora che faremo senza Barbari?
(Era una soluzione come un’altra,
dopo tutto…)».

(trad. di Eugenio Montale)

*

Per quanto sta in te

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo

per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole e in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

(trad. di Nelo Risi)


konstandinos_kavafis
Constatinos Kavafis

Constantinos Kavafis nacque ad Alessandria d’Egitto nel 1863 da famiglia greca e morì nel 1933. Nel 1870, alla morte del padre, si trasferì con la famiglia in Inghilterra, per poi tornare nel 1885 ad Alessandria, dove, a parte alcuni soggiorni a Londra, Parigi e Atene, rimase per il resto della vita, lavorando come giornalista e come impiegato al ministero dei Lavori pubblici, all’epoca sotto il controllo dell’amministrazione britannica. Kavafis scriveva le sue poesie in lingua greca su fogli sparsi o fascicoletti che diffondeva solo nella ristretta cerchia dei suoi amici. Solo nel 1935, due anni dopo la sua morte, furono raccolte in volume 154 sue liriche, cui in seguito se ne aggiunsero altre da lui rifiutate. Solo a quel tempo, quando la sua opera fu conosciuta nella sua interezza, Kavafis ottenne, postuma, la fama che meritava. Cultore dell’età ellenistica ma anche del Basso Impero romano e di quello bizantino, Kavafis mostra nelle sue liriche uno spiccato senso delle stratificazioni culturali e storiche, che a distanza di secoli, secondo lui, continuano a permeare l’età presente.