Michele Mari: Estratti da “Leggenda privata” e “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” – SOTTO L’OMBRELLONE

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Michele Mari (Collage di Gianluca D’Andrea)

Michele Mari: Estratti da Leggenda privata e Cento poesie d’amore a Ladyhawke – SOTTO L’OMBRELLONE

Questa notte, in sogno, ho scoperto una cosa interessante sui Ciechi: lo sono perché, toltisi gli occhi, li hanno disposti per tutta la casa, ben nascosti in luoghi strategici. poi, a certi intervalli, fuoriescono dalla Cantina, recuperano gli occhi e se li riadattano: in questo modo vedono tutto quello che è successo nel frattempo, come la registrazione di un sistema di telecamere a circuito chiuso: ogni tanto però qualcuno si mette il bulbo di un altro, donde una serie di alterchi. Questo significa che se esplorassi accuratamente la casa e trovassi tutti quegli occhi, e li prelevassi, i Ciechi non mi vedrebbero più, ma… mi chiedo… non sarebbe ancora più spaventoso? Essere nel loro buio voglio dire, essere cercato da chi vuole indietro qualcosa? Nel dubbio, meglio non contrarre debiti…

(da Leggenda privata, 2017, p. 35)

La marca di gelati alternativa e per noi bimbi persino trasgressiva (non fosse per l’audacia di sfidare l’impero-Motta), era Algida (fondata 1945), forte del suo Cremino (omologo del Montanello) e del prepotente Cornetto: dunque, perché le Bergonzi smerciavano prodotti Motta sotto l’insegna della concorrenza? Era una frode calcolata” E che figura ci facevo, io, a chiedere qualcosa di più vecchio dell’offerta commerciale? Poi, sotto il famoso pergolato delle Mutande della Serva, una folgorazione mnemonica, intensissima e vivida: un bimbo che insiste, «Posso dire una parola?» e reinsiste più volte, finché i Rokes concedono: «E dilla!», e quello: «C’è un Algida laggiù che mi fa gola!», al che corrono tutti laggiù, Shel Shapiro compreso. È troppo, pensare che in momenti come questi si celi più storia e più religione che nell’Iliade, nel Mahābhārata, nel Beowulf? D’altronde, «C’è un Algida laggiù che mi fa gola» è un perfetto endecasillabo, Dante avrebbe potuto metterlo in bocca a Mastro Adamo, quando rimpiange i ruscelletti del Casentino…

(da Leggenda privata, 2017, p. 43)


Testi da Cento poesie d’amore a Ladyhawke (2007)

Chi eri nel mondo dei vivi
chiese il passero allo spaventapasseri

Un uomo
che non suscitò in chi amava l’amore
per questo ti posi impunemente
sulla mia manica vuota

*

Se aveva ragione Cavalcanti
nel dir ch’ogni sospiro è un nostro spiritello
che tremulo e perplesso
si mette in viaggio
alla ricerca della persona amata
e giunto al suo cospetto sbigottisce
che resta ormai di me
sputnik
che ha esaurito i suoi messaggi
per il pianeta Terra?

*

Per più di trent’anni
ti ho abusata
fingendoti secondo dittava il mio capriccio
e come cera molle ti ho plasmata
e rifusa e riplasmata

Ma adesso che mi hai offerto
specimina precisi dei tuoi giorni
opponi resistenza
e imbrigli il mio delirio

Così il solipsismo si fa impuro
ed il romanzo uggioso
onta suprema
per chi da sempre nei romanzi aborre
il manzoniano vero

*

Coincidere con chi si è diventati
credendo sia saggezza
è il più facile dei tradimenti
perché il suo castigo è nella pace

*

La fiaba degli amanti
cui un maleficio tolse
d’incontrarsi
———(donna di notte lei
——————————e con la luce falco
———lui con la luce uomo
—————————-e nottetempo lupo)
ci piacque tanto che per un bel pezzo
ci siamo firmati Knightwolf e Ladyhawke
finché capimmo
l’inutilità della speranza di ritrovarci insieme
nell’umano
il nostro più ambizioso traguardo
essendo di confondere
il pelo con le piume

*

Il tuo silenzio
dici
è pieno di me

Così so
come si sentono i morti
pensati dai vivi

*

Il nostro fidanzamento è morto

Adesso lo imbalsamo
poi mi iscrivo a un corso da ventriloquo
e come Norman Bates
apro un motel

*

I poeti latini
avevano una splendida espressione
per indicar le stelle che cadono in estate:
labentia signa
cioè segni scivolanti

Tale mi sembra il tempo
in cui ci siam baciati
scia luminosa
passata troppo in fretta

L’astrofisica insegna tuttavia
che quel teatro
caro ai bambini ed agli innamorati
non è caduta e non è scivolamento
ma solamente morte

*

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
ed il commento dice
due imbecilli

*

Avendo la testa montata all’indietro
non so cosa mi aspetta
ma quando cadrò nel vuoto
starò certamente ammirando
la sinossi di tutti i nostri incontri

Le narrazioni: a cura di Daniele Greco – FULVIO ABBATE, “Roma vista controvento”, BOMPIANI 2015

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Fulvio Abbate

di Daniele Greco

FULVIO ABBATE, ROMA VISTA CONTROVENTO, BOMPIANI 2015

roma-vista-controvento-647341_tnCon Roma vista controvento (Bompiani, 2015) a Fulvio Abbate è riuscito quanto solo in parte capitò di fare, in vita, allo sfortunato Boris Vian: ritrarre in maniera enciclopedica, originale, e ironica la propria città d’elezione. Si può ipotizzare, infatti, che se Vian non fosse mancato così presto, avrebbe donato ai suoi lettori una edizione riveduta e ampliata del suo mitico Manuale di Saint-Germain des Pres – La Parigi degli esistenzialisti (Editori Riuniti, 1998).
Abbate aveva già pubblicato un libro simile anni fa, Roma. Guida non conformista alla città (Cooper, 2007), ma nelle 700 pagine del nuovo lavoro aggiorna e in parte riscrive i capitoli di un catalogo sterminato di leggende, quartieri, strade, portinerie, mode, tic, miti d’oggi, monumenti, architetti, maestri, artisti, letterati, sportivi, musicisti, cazzi celebri, bar, trattorie, premi letterari, attori, jeanserie, rivendite d’auto, ristoranti, negozi di modellismo, librerie, ex voto, graffiti, epigrafi, statue e tanto, tanto altro.
Nel suo penultimo libro, il romanzo Intanto anche dicembre è passato (Baldini & Castoldi, 2014), Abbate aveva composto la sinfonia del tempo perduto della sua famiglia, gli Abbate-Politi: palermitani trapiantati a Roma negli anni sessanta, che sono vissuti nel pieno del boom economico, consentendo al piccolo Fulvio di scorgere nella “città eterna” un mondo di sogno, che egli ha ritratto in maniera lirica e struggente. Ma è qualcosa da lasciarsi subito alle spalle, in Roma vista controvento, per seguire un percorso singolare che fin dal primo capitolo mette in chiaro le cose e, anzi, può valere come dichiarazione di poetica di quello che sarà il “punctum” di questo volume.
Se il Gustav von Aschenbach di Morte a Venezia lamentava il proprio esecrabile accesso alla città lagunare per mezzo del treno, dalla stazione –, “come entrare in un palazzo per la porta di servizio”, scrive Thomas Mann – anziché dalla nave e per mare, Abbate sceglie di farci accedere a Roma proprio dalla più celebre porta di servizio: il nastro trasportatore dell’aeroporto di Fiumicino. Ed è proprio lì dove un tempo le cronache hanno narrato dei controllori intenti a trafugare oggetti nelle valige – in un mix di pressappochismo e cialtronaggine che, superato il trafiletto di cronaca, non va oltre gli aedi orali dell’epica aeroportuale – che l’autore ritiene si debba iniziare a ragionare di quello che resta della presunta magnificenza della capitale.
Il suo mulino filosofico macina ogni aspetto materiale e immateriale della romanità, usando un registro apparentemente svagato, in alcuni tratti volutamente liquidatorio ed evasivo – a via del Corso, per dire, sono dedicate solo cinque righe, ma bisognerebbe leggerle per capire meglio – al solo fine di esercitare il fiero diritto a rifiutare qualsiasi forma di riconoscenza verso la città in cui egli ha iniziato a lavorare come critico d’arte, prima, e come giornalista e scrittore, poi. Anzi, se c’è un sentimento che pervade il libro è presto detto: è l’orrore e il disincanto di vivere una capitale che ha perso, o forse non ha mai avuto, lo slancio cosmopolita e colto di altre città europee.
Al lettore che da sempre magnifica la città di Roma – come è accaduto anche al sottoscritto, reo di credere che per le strade tra via Frattina, piazza del Popolo e via della Croce aleggiasse ancora il fantasma dell’amato scrittore di un solo libro, il Salvatore Bruno de L’allenatore –, a questo tipo di lettore toccherà l’agnizione per cui la bimillenaria Roma è sempre più straniera a qualsiasi forma di afflato artistico, ma, semmai, nella costruzione narrativa dell’autore, è diventata una miniatura, un diorama del provincialismo cinico e paraculo che, forse, riesce a superare i propri confini locali, ma solo per assurgere ad autobiografia dell’intera nazione.
E non è un caso se quanti riusciranno a salvarsi dalla acuta perfidia di Abbate siano semi sconosciuti o dimenticati ai più, come – per fare solo alcuni nomi – l’attore Antonio Trezza, il conduttore Massimo Marino, il fotografo Umberto Pizzi, l’architetto Renato Nicolini, il pugile Mario Romersi, il cantante Claudio Villa, l’artista Mario Schifano, il latinista e scrittore Luca Canali. Di costoro Abbate esalta la natura di veri e propri pezzi unici, scevri da qualsiasi contagio morale o estetico, dai barocchismi e dalle artefatte profondità di superficie del demi-monde romano, per i quali la conquista dell’originalità, dell’anticonformismo e del guizzo intellettuale non ha riguardato altro che non fosse l’autentica e sincera ricerca finalizzata a diventare – come diceva il filosofo – nient’altro che ciò che si è.

Marilena Renda: due testi da “Arrenditi Dorothy!”

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Turdus merula (fonte, JuzaPhoto)

A febbraio è uscito per L’orma editore Arrenditi Dorothy!, il nuovo libro di Marilena Renda. Si propongono due testi.


cover-renda-solo-fronte-hd-208x300In bilico tra attrazione e repulsione relazionale i due testi scelti da Marilena Renda dal suo ultimo libro, Arrenditi Dorothy! (L’orma, 2015). Il primo è in cerca di un nuovo orizzonte di lettura del mondo, attraverso la fluidità immaginifica del mare, le prospettive si confondono, si sfumano e la dimensione percettiva, pur aspirando alla simmetria delle linee, sfalda la visuale e il soggetto perde nuovamente l’orientamento, deludendo l’illusione di essere giunto a un approdo.
Il secondo s’innesta sulle apparizioni “affabulatorie” di un protagonista, il merlo, che funge da vettore simbolico di nuove prospettive. Uno sguardo altro, un rinnovamento che solo il desiderio porta per un attimo a compimento.

Gianluca D’Andrea


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La democrazia del mare

Mentre stiamo in acqua siamo due corpi che navigano allo stesso livello; guardandoci da lontano non si vedrebbe nessuna differenza tra me e te. Nuotiamo appaiati su una linea che comincia e finisce solo dove ci fermiamo; lì dove c’è la fatica c’è anche il limite della nostra corsa, e tanto basta. Questa simmetria sei tu che me l’hai insegnata, il giorno che mi hai fatto capire con i gesti e con le parole, e con gli occhi soprattutto, che una qualche forma di uguaglianza, per te, nel mondo, si dava solo nel mare, quando uno era in acqua e a guardarlo non era diverso dagli altri, né nano né gigante, né grasso né magro.
Galleggiavi senza sforzo, anche tu. Nuotavi più o meno elegantemente, come tutti. Io invece ho violato la democrazia del mare. Un giorno, con questa mania degli scogli. Alti dovevano essere, sempre più alti. Adesso non dire che sono stata io per prima ad avere l’idea, lo sai benissimo che sei stato tu a spingermi, tu mi hai detto: Tuffati, e io mi sono issata sullo scoglio (non c’era ancora vento, il tempo era magnifico, almeno questo te lo ricorderai), ho preso equilibrio sui piedi, messo le mani avanti e dopo qualche incertezza mi sono buttata.
La tua versione dei fatti è che ho voluto innalzarmi sullo scoglio nonostante la tua preoccupazione; sostieni addirittura che siccome lo scoglio era troppo alto la gente in spiaggia mi guardava con curiosità e una vaga apprensione, ma questo non è sicuramente vero. Ricordo perfettamente che lo scoglio era molto basso, che ci ho messo del tempo a decidere di lanciarmi, e che tu mi incoraggiavi dicendo che mi avresti sostenuto. E salvato anche, se necessario.
Quell’estate ho continuato a buttarmi ogni giorno, da scogli sempre più alti. Sei rimasto sempre giù a guardarmi, senza provare nessuna animosità. In fondo eri tu quello a cui piacevano i tuffi e io facevo quello che tu avresti voluto fare. Pensavo che sarebbe stato naturale da parte tua avercela con me, dopo tutto avevo preso in prestito un tuo desiderio e ne facevo quello che mi pareva: di pancia, di culo, di testa, un abbraccio col mare in tutte le sue variazioni e direzioni mentre ridevi e ridevi con solo un’ombra d’invidia negli occhi.
È stato allora che ho capito. Io non ero solo io, ma ero anche l’ipotenusa del triangolo; senza di me, i cateti non potevano mai arrivare a toccarsi.
Tutto quello che volevo quell’estate era spingerti giù da uno scoglio, dimostrare che ero capace di portarti dove volevo io, e dove però volevi arrivare pure tu: nel punto in cui uno combacia con se stesso e guarda il fondale del mare senza spaventarsi dell’ombra che lui stesso proietta giù, sulla sabbia, oppure senza paura di cadere in un punto troppo basso, talmente basso da farsi male alle ginocchia.
Invece, quando eravamo tutti e due allo stesso livello, ci sbucciavamo la pelle sì, ma inutilmente. Sbattevamo contro gli scogli per ritornare a riva, urtavamo contro spuntoni e muschi morbidi solo in apparenza, inciampavamo contro pietre di cui non ci eravamo accorti.
Con me che pensavo: non funziona questo meccanismo, è da un’altra parte che ti volevo portare, in un posto dove davvero non sei mai stato.

*

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L’uomo e il merlo

Ci sono un uomo e un merlo. Il merlo si è posato sulle finestre della casa dell’uomo un giorno che pioveva una pioggia sottile e appiccicaticcia e da dietro i vetri si vedeva una donna sdraiata, circondata da candele.
Solo lei non apre la bocca: attorno a lei la aprono tutti. La pioggia è grigia, e ognuno è separato dagli altri da un muro.
La padrona era bella, anche durante la malattia era rimasta bella. Portava la sua tosse come un cappello non intonato alle scarpe, e nella stanza di quel giorno ci sono persone che la ricorderanno per molto tempo ancora e ne parleranno a lungo. In un angolo c’è il ragazzo a cui lei un giorno aveva prestato un ombrello, e il ragazzo mormora agli altri: Ma io sto tanto male oggi, durerà a lungo questo male?, ma nessuno può dargli una risposta sicura. Chi dice: Settimane, chi: Anni.
Da quel momento in poi il padrone e il merlo portano il lutto per settimane, per mesi, per anni, senza smettere mai di piangere. La padrona con le sue labbra rosse abita nella loro mente e non ne esce mai.
Il padrone pensa che non smetterà mai di piangere questo dolore: quando piange si sente trasformato fino alla radice di se stesso, pensa che sta cambiando giù fino alle fibre, che non sarà più l’uomo che porgeva lo specchio, quello che mentre lei si metteva il rossetto le diceva: Le donne che si truccano rifanno ogni mattina il mondo.
Quando si sveglia la notte sente che tutte le sue cellule si sono trasformate o sono morte, e di quelle sopravvissute non ne resta nessuna che sia rimasta intatta o uguale in forma, spessore e colore a com’era prima.
Per distrarlo, il merlo si posa sulla scatola dei gioielli della donna, la becchetta, la apre, tira fuori una collana di finto corallo, degli orecchini smaltati, o in filigrana, li afferra col becco, li sparge per la casa, sul lavello, davanti alla finestra. Il merlo batte il becco sulla porta, vuole uscire, è deluso che nessuno dall’altra parte gli apra. Decide allora di tornare in salotto: in una scatola ci sono ancora oggetti della donna, di quelli che si comprano e poi si dimenticano: un nastro nero, delle calze marrone, una penna verde, delle monete, un portachiavi. Non si può dire fossero oggetti che lei adoperava spesso.
Il merlo disseppellisce gli oggetti e nessuno gli dà retta, il merlo e il padrone sono diversi nel portare il lutto, l’uomo piange, il merlo si agita, l’uomo sta fermo, il merlo vuole muoversi, partire. Finché un giorno il merlo si stanca di piangere e di essere addolorato. Non vuole più rubacchiare di qua e di là i ricordi, spargere nastri e cappelli per casa come se fossero scaglie di cenere: si è stufato di non cambiare mai umore, è stanco che per lui non arrivi mai il caldo e il bel tempo, mentre il tempo e la natura, loro cambiano eccome, arrivano, se ne vanno, portano cose che lui riesce solo a immaginare.
Il merlo fugge e il padrone, che si era abituato a lui e non ne può più fare a meno, piange e si dispera. La primavera arriva di nuovo. Il merlo torna, portando dei semi in bocca. Sono piccoli, di colore giallo: li depone nel portagioielli della moglie e ci si posa sopra. Passa una settimana e il merlo, che era stato tutto il tempo sopra la scatola, si sposta e la apre con il becco.
Dentro è spuntato un fiore rosso: il padrone lo vede e sorride.


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Marilena Renda

Marilena Renda è nata a Erice, ha vissuto a Roma e Palermo e attualmente vive a Milano, dove insegna e scrive. Nel 2010 ha pubblicato per Gaffi la monografia: Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano, nel 2012 per dot.com press il poema Ruggine. Nel febbraio del 2015 è uscito per l’Orma edizioni Arrenditi Dorothy!. Una nuova raccolta di versi, La sottrazione, è in corso di pubblicazione per Transeuropa.

 

UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori ("Gli sdraiati" di Michele Serra)

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UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori (Gli sdraiati – di Michele Serra)

Siamo davvero tanto maturi da avere il coraggio di scoprire come appariamo agli occhi di chi ha vissuto più a lungo di noi?
Rimaniamo immobili a scrutarli, interloquiamo, a volte tentiamo di immaginarli nel fiore della loro giovinezza. Ma davvero ci curiamo di quello che pensano di noi?
Loro sono “I parenti”, coloro che hanno l’obbligo di amarci, nonostante il pessimo trattamento che riserviamo loro. Quelli che, secondo la nostra concezione, non possono né mai potranno ripudiarci.
Eppure, nonostante il menefreghismo e l’ostilità che riusciamo a riservargli, vogliamo loro bene.
Come il figlio di Michele Serra vuole bene a lui, nonostante preferisca chiudersi in una buia stanza ascoltando musica chiassosa piuttosto che ammirare la decadenza testimoniata dal mare in tempesta in compagnia del padre.
Ne Gli sdraiati, l’autore esordisce con la descrizione della vita di un adolescente, come solo un padre può fare.
Mi riconosco nei tanto odiati comportamenti descritti?
Sì. Siamo pigri, schiavi della tecnologia e apparentemente asettici di fronte a qualsiasi elemento che non emetta una luce artificiale.
Almeno quando gli occhi dei nostri genitori sono vigili.
Perché? Per cercare di dissociarci dalla catena familiare, di trovare la nostra identità senza farci influenzare da quella dei nostri avi, pronti a contaminare l’unicità che cerchiamo. Per dimostrare che non siamo la copia di chi ci ha preceduto.
Ciò che i genitori sono lungi dal capire e che nel processo di crescita dei figli vi è un punto oltre il quale il loro intervento risulta eccessivo.
Non hanno più il potere di interferire con la vita della loro progenie e devono considerare che ogni divieto da loro pronunciato verrà preso come qualcosa da fare almeno una volta se si vuole vivere a pieno il proprio tempo.
Eppure Michele Serra non parla degli adolescenti, ma dei padri: le loro insicurezze, i loro complessi di inferiorità, l’amara ironia con cui cercano di dimostrare di non essere i classici genitori “rompicoglioni”.
Ma come far comprendere al proprio figlio che lo si vuole educare non per dispetto o narcisismo, ma per amore?
Si cerca di rendere ironici i rimproveri, magari provando a sembrare giovani, nonostante le rughe che segnano il volto dicano il contrario. E’ forse meglio diventare aguzzi pezzi di ghiaccio pronti a procurare profonde ferite alla loro vittima ogni volta che questa commette anche il più piccolo errore?
Preferisco il primo esempio. Perché, anche se può sembrare assurdo, noi figli comprendiamo gli sforzi dei nostri genitori, la loro voglia di insegnarci, la buffa e romantica ostinazione del voler andare in gita in montagna insieme.
Lo stile di Serra può non piacere a tutti, è diretto e personale, la lettura può anche risultare difficile, soprattutto per chi preferisce dedicarsi ai libri di narrativa.
Nonostante ciò, sono riuscita a comprendere il pensiero dell’autore, dandogli il volto di mio padre e notando più di un’affinità con quello descritto da Serra.
Questa critica, velata dai frammenti di un’ipotetica battaglia tra generazioni, il cui esito non fa altro che confermare la simpatia di Serra nei confronti della fazione nemica, i figli, è spietata quanto dolce.
E il messaggio che rivolge al figlio e non solo a lui, non è altro che questo: vivi.
“A modo tuo, ma vivi. Lascia che io invecchi”.

Charlotte Westenra


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Michele Serra

Michele Serra (Roma, 10 luglio 1954) è un giornalista, scrittore, autore televisivo, e umorista italiano. Trasferitosi da Roma a Milano nel 1959, consegue la maturità classica al liceo Manzoni e, interrompendo gli studi al terzo anno di Lettere Moderne, inizia nel 1975 a lavorare per l’Unità (il giornale all’epoca organo del Partito Comunista Italiano) come semplice dimafonista (tecnico del giornale addetto alla trascrizione del pezzo che i collaboratori esterni hanno registrato al centralino) prima, e poi come redattore ed inviato sportivo. Solo più in avanti si occuperà anche di spettacoli. Michele Serra è ateo.
Al giornale raccoglie l’eredità del celebre corsivista Mario Melloni, alias Fortebraccio, e sciorina commenti corrosivi e cronache tra le più disparate: il suo repertorio spazia dalle recensioni discografiche (ad esempio Nada), alle rubriche sportive (La telefonata del martedì), agli appunti di viaggio, come nel libro Tutti al mare, un celebre giro dell’Italia costiera sulla Panda.
Si iscrive al PCI nel 1974, nel 1991 aderisce al PDS, ma ne esce deluso quasi subito, pur rimanendo fortemente legato alle ragioni della sinistra incarnate un tempo dal PCI.
Nel 1986 comincia a dedicarsi alla satira, collaborando con l’inserto satirico de l’Unità Tango, diretto da Sergio Staino. Per questa sua attività vincerà quello stesso anno il Premio Satira Politica Forte dei Marmi per la sezione “Giornalismo”.
Nel 1987 inizia a collaborare anche col settimanale della Arnoldo Mondadori Editore Epoca, ma rassegna per protesta le dimissioni quando, nel 1990, la proprietà passa a Silvio Berlusconi dopo la “Guerra di Segrate”.
Nel 1988 Tango chiude e il direttore de l’Unità Massimo D’Alema incarica Serra di dirigere un nuovo inserto satirico. Nasce così nel gennaio 1989 Cuore, che dal 1991 diventerà settimanale a sé stante. Negli stessi anni scrive i testi delle apparizioni TV e degli spettacoli di Beppe Grillo.
Viene candidato dal PCI alle elezioni europee del 1989, ma non viene eletto. Sempre nel 1989 esce il suo primo libro di racconti, Il nuovo che avanza.
Il 26 luglio del 1990 si iscrive al Partito Radicale, agli Antiproibizionisti e ai Verdi Arcobaleno, in violazione dello statuto del PCI che non permette ai propri iscritti di aderire ad altri partiti. Ma Serra lo fa come provocazione davanti a Piero Fassino per chiedere che la sinistra possa diventare “unita e antagonista”.
Nel 1990 scrive con Beppe Grillo il recital Buone notizie, debutto teatrale del comico genovese, che sarà diretto da Giorgio Gaber.
Il 7 maggio 1992 viene nominato direttore de l’Unità Walter Veltroni. Serra è contrario e annuncia battaglia, ma il 13 maggio è già pace tra i due grazie alla proposta di Veltroni di dare uno spazio quotidiano a Serra in prima pagina per i suoi corsivi. Un mese dopo (il 7 giugno) infatti nasce la rubrica Che tempo fa, condivisa con le vignette di ellekappa.
Qualche mese dopo, Serra è ospite applaudito del tradizionale meeting di Comunione e Liberazione, applausi che Serra ricambierà l’anno dopo sottoscrivendo un abbonamento al settimanale ciellino Il Sabato.
Nel 1993 partecipa al cast del programma TV Cielito lindo, varietà della seconda serata di Raitre, curato, tra gli altri, da Sergio Staino. Nel programma Serra ha una rubrica da casa dove se la prende con la pubblicità.
Nel giugno 1994 lascia la direzione di Cuore (pur restandone “garante”) a Claudio Sabelli Fioretti perché vuole dedicarsi di più alla scrittura, ma al contempo non lascia il suo spazio fisso su l’Unità.
Dal 13 novembre 1996 inizia a collaborare con la Repubblica, dove oggi, oltre a essere commentatore ed editorialista, cura una rubrica fissa, L’amaca, dove descrive con garbata ironia vizi e costumi della politica e della società italiana. Per lo stesso gruppo editoriale, collabora anche a L’espresso, sul quale cura la rubrica Satira preventiva.
Nel settembre 1997 esce, dopo tre anni di lavoro, il suo primo romanzo, Il ragazzo mucca, e due mesi dopo debutta a teatro lo spettacolo Giù al Nord, scritto per Antonio Albanese, con lo stesso ed Enzo Santin. Nel 1998 aderisce all’associazione Liberamente, presieduta da Gloria Buffo e vicina ai DS, e con questa si schiera per l’abrogazione dell’ergastolo.
Nel 1999 è autore con altri del programma TV C’era un ragazzo, condotto da Gianni Morandi in prima serata su Rai 1. Nello stesso anno scrive un adattamento de Il suicida di Nikolaj Erdman per Luca De Filippo.
Il 28 luglio 2000 chiude l’Unità e Serra reagisce infuriato dalle colonne de la Repubblica, scrivendo:
« […] la morte dell’Unità rischierebbe di passare agli archivi come il classico delitto perfetto. Non fosse che un assassino c’è, ed è la sinistra nel suo complesso, dal primo dirigente all’ultimo elettore, che ha progressivamente rinunciato, negli anni, a credere in un giornale che fu intensamente suo. E ha smesso di comprarlo»
(“Il delitto perfetto”, La Repubblica, 28 luglio 2000, pag. 1).
Il 1º novembre 2000 a Parma si tiene il concerto a più voci La tavola di Babele per sostenere la campagna FAO Cibo per tutti, e Serra figura fra gli autori.
Nel 2001 è autore con altri del programma TV 125 milioni di caz..te, condotto da Adriano Celentano su Rai 1. Il 24 novembre del 2001 si tiene la prima di Peter Uncino, rilettura del mito di Peter Pan scritta a quattro mani con Marco Tutino per Milva e David Riondino.
Nel 2002 vince il Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante per il libro Cerimonie e il Premio Gradara Ludens.[5] Dal 2003 è autore con altri del programma di Raitre Che tempo che fa, condotto da Fabio Fazio.[6] È autore di numerosi libri, la gran parte dei quali raccoglie una selezione dei suoi contributi su quotidiani e periodici.
Nel 2012 è uno degli autori del programma di Fabio Fazio e Roberto Saviano dal titolo Quello che (non) ho, in onda su La7.
Nel 2013 esce il libro “Gli sdraiati”.

 

(Fonte: Wikipedia).

Per il fine settimana (omaggio alla pianura) – Philippe Jaccottet

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Colli Euganei

Philippe Jaccottet – da Libretto, Scheiwiller, Milano 1995

Trad. di Fabio Pusterla

librettoDalla pianura del Po

Adesso, la dogana severa delle montagne è ormai scordata: non sono null’altro che una fumata di profumi, d’incenso, specchi velati eretti sopra zoccoli di bruma.
I pioppi, giallognoli o fulvi (dipende dagli anni, dalla loro varietà?), parlano piano attorno ai prati brillanti che delimitano, e l’aria prende i colori dell’iride.
Questa perpetua vibrazione delle foglie catturate da una leggera bruma: davvero è solo un caso, o non è forse qualcosa che in tal modo ci viene suggerito? Se non di dar loro risposta, almeno di saper vedere (ed è come un soffio di freschezza che ci ravviva un istante, un ruscello di foglie), intanto che altre, quelle vere, più furtive, si sono risvegliate anch’esse in ogni dove, brillano anch’esse, moltiplicano la luce senza peso di marzo o d’aprile.
Mi sorprendo a preferire questa pianura a quasi ogni altro paesaggio d’Italia di cui mi rammento.
Vasti recinti che le loro alte barriere non chiudono, proprio come le parole, non oscurando la pagina, collaborano a svegliarvi, o magari a stirarvisi, una figura sconosciuta.

Dalla pianura del Po, verso Bologna

Il giorno declina, il sole è dietro di noi. Un’ombra di fatica si annuncia, in cui si precisano miraggi di cibo: tutta la bellezza del mondo non ci farà saggi o angeli. Perché non siamo soli a scivolare su questo celeste pendio, perché è necessario questo vociferante, rischioso traffico di città in città, e come è possibile che qui si dia accesso a tanti rozzi stranieri? C’è forse qualcuno che sappia apprezzare, amare questo paese come noi? (Così questo principio di stanchezza suscita inezie deliranti).
Ma, rispondendo alle pergole nude di val d’Aosta, ecco i frutteti d’Emilia, già sfioriti alcuni, questi grovigli di legno tra bruno, grigio e rosa che accoglieranno, sospeso alle loro corde, ogni frutto delle Georgiche. E sulla nostra destra, da qualche tempo succede qualcosa; la pianura produce, come un vapore azzurro, delle colline, proprio nel modo in cui il sogno può a volte generare una dormiente inaccessibile: i Colli Euganei. Le fattorie hanno il colore del sangue di porco e il nobile equilibrio dei palazzi. Tra i loro pilastri squadrati si ammucchiano i lingotti della paglia.

(Là, dunque, il nostro preludio, ad ogni annuncio di primavera, ancora fresco, suonato da flauti di madreperla e spinette dorate, strumenti che forse noi soli ascoltavamo, rapidi, accompagnati da tutta l’orchestra invisibile dell’aria, al nostro servizio.
Prime battute d’argento, di bruma e di giada).


 

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Philippe Jaccottet. Photo: J. Sass © (2003)

Philippe Jaccottet (Moudon, 30 giugno 1925) è un poeta, traduttore e critico letterario svizzero. Dopo gli studi in lettere all’università di Losanna, ha vissuto a Parigi per un breve periodo, lavorando come corrispondente dell’editore Mermod. Nel 1953 si è stabilito a Grignan, nel Sud della Francia, con la moglie pittrice.
Traduttore in francese dal greco (Odissea), dal tedesco (Goethe, Hölderlin, Rilke, l’opera omnia di Robert Musil), dall’italiano (Leopardi, Carlo Cassola, Giuseppe Ungaretti, Giovanni Raboni) e dallo spagnolo (Góngora).
È oggi considerato uno dei maggiori poeti europei, più volte candidato al Premio Nobel, autore di un’opera dal lirismo asciutto, che interroga la natura, la morte, l’essere al mondo con bisogno preoccupato di rigore etico. Oltre all’opera poetica, ha pubblicato numerosi volumi in prosa, diari, riflessioni sulla poesia e sulla traduzione ed è autore di acuti articoli di critica sulla poesia francese.

 

UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori (“La Bastarda di Istanbul” di Elif Şhafak)

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Elif Şhafak

UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori (La bastarda di Istanbul – di Elif Şhafak)

ShafakBASTARDA02.indd“Libertà di espressione!” è l’urlo che si innalza ormai ovunque i nostri occhi si posino.
Come si può parlare di libertà di espressione, quando ci si accanisce in massa contro chi esprime un parere differente dal proprio?
Per aver scritto questo libro ed aver violato l’articolo 301 del codice penale turco, che prevede la reclusione per chiunque osi offendere la Turchia o il suo presidente, nel 2006 Elif Şhafak ha subito un processo.
La sua colpa? Aver trattato del genocidio armeno del 1915 per mano dei turchi, non ancora riconosciuto da questi ultimi.
Al tempo della proclamazione della repubblica in Turchia vivevano infatti anche Armeni e Curdi, ai quali non veniva riconosciuta alcuna autonomia. Allo scoppio della prima guerra mondiale la comunità armena fu accusata di tradimento in favore dei nemici russi, data la religione cristiana ortodossa che condividevano. Furono organizzate dalle autorità statali dei massacri e delle deportazioni di massa.
Pulizia etnica: il primo sterminio di un popolo intero organizzato da uno stato, il primo genocidio del Novecento.
E’ questo l’episodio mai concluso della storia che accompagna La Bastarda di Instanbul, libro nel quale, secondo l’accusa, sono contenute parole che denigrano l’identità nazionale turca e sarebbero potute costare all’autrice tre anni di carcere.
La versione del genocidio trattata dalla Şhafak è sicuramente molto romanzata ma ricca di dettagli dolorosi per ogni lettore: turco, armeno o italiano che sia.
La trama gira attorno a due diciannovenni appartenenti alle due etnie e collegate da una storia a entrambe estranea.
La “bastarda” che dà il nome al romanzo è Asya, una particolare ragazza di Instanbul, amante di Johnny Cash e cliente abituale del Cafè Kundera, punto d’incontro per personaggi bizzarri dai curiosi soprannomi, come il “Fumettaro Dipsomane”, con il quale ha un’occasionale relazione amorosa, il “Poeta Eccezionalmente Privo di Talento” o lo “Sceneggiatore Non-nazionalista di Film Ultranazionalisti”. Ciò che caratterizza questo strano locale, sono i quadri appesi alle pareti, raffiguranti diverse strade del mondo, nelle quali ci si può perdere, immaginando il proprio tragitto e la meta verso la quale si sta viaggiando.
Proprio ad Instanbul, il teatro della vicenda, Asya incontrerà l’americana Armanoush, figlioccia dell’unico uomo rimasto della sua famiglia, scappato dalla Turchia per non rimanere vittima della maledizione di famiglia, che condanna ogni individuo di sesso maschile ad una morte improvvisa e prematura.
Il padre naturale di Armanoush è armeno e la ragazza, incuriosita dalle storie raccontatele dalla nonna, superstite del genocidio, decide di recarsi di nascosto nella capitale, per indagare sulle proprie radici. Armanoush è caratterialmente molto diversa da Asya: amante dei libri e del silenzio, il suo rifugio è la chat room “Cafè Costantinopolis” che in comune con il Cafè Kundera ha solo gli strani nickname dei suoi frequentatori.
L’incontro di queste due ragazze e dei mondi ai quali appartengono, così divergenti e astiosi tra loro, dà vita a questo travolgente romanzo che io, come molti altri, ho divorato in pochissimo.
Le descrizioni molto accurate della città di Instanbul e gli inusuali tratti che caratterizzano una varietà di personaggi che è raro trovare in libri che trattano argomenti storici, arricchiscono il fascino di questo lavoro. Ci basta guardare le strane zie di Asya, come la zia Banu, la maggiore delle sorelle, devota musulmana, ma anche chiaroveggente, aiutata da due entità soprannaturali che ricordano ironicamente il diavolo e l’angelo che vediamo spesso apparire sulle spalle del protagonista di qualche film comico, unica a conoscere l’identità del padre della nipote.
Questo personaggio, che potrebbe sembrare accessorio in un primo momento, è in realtà fondamentale per lo svolgimento della storia.
Si potrebbe dire che il romanzo si svolge su due piani: il passato ed il futuro, che si intrecciano fra loro fino a fondersi in un unico elemento.
La lettura inciampa unicamente negli estranei termini turchi, ma nel complesso lo stile è scorrevole e privo di elementi inutili. Le descrizioni sono molto accurate e conservano una grazia ed un’eleganza che riesce a catapultare il lettore nell’atmosfera desiderata.
Leggendo, ho potuto constatare un fatto significativo: il processo di identificazione con le due protagoniste è stato tanto forte quanto incompleto. Mi sono riconosciuta nei gusti musicali di Asya e nell’amore per i libri di Armanoush ma non mi sono mai fusa con nessuna delle due anime.
Forse noi ragazzi siamo stati educati, anche grazie all’abbattimento delle barriere spaziali creato dalla comunicazione via web, ad una visione internazionale del mondo.
Non sentiamo l’oppressiva importanza dei confini, e il nazionalismo, nella forma spiegata sui libri di storia, ci è estraneo.
Tendiamo quindi ad evitare di schierarci e a concordare su alcuni punti con una parte e su altri con la parte opposta.
Ho potuto averne la prova notando le reazioni all’attentato al Charlie Hebdo: la paura e il disprezzo verso i terroristi aumentava smisuratamente, ma vi era anche rabbia verso gli occidentali che accusavano tutti i musulmani di essere dei pazzi.
Nessun figlio del 2000 può essere solo Asya o solo Armanoush.
Ci ritroviamo ad essere dei vortici creati dall’unirsi e dal mischiarsi di quelle due anime, siamo diversi tra di noi ma mai assoluti.
Consiglio questo libro, anche a poca distanza dal giorno che ricorda la più nota pulizia etnica, tristemente conosciuta come Shoah.
Che ci si schieri dalla parte dei turchi, che pensano che il passato sia passato e che la Turchia dei giorni nostri sia totalmente distaccata dall’antico impero ottomano, o da quella degli Armeni, che considerano la memoria dei loro antenati come uno dei loro beni più preziosi o ci si ritrovi in quel confuso turbinio che unisce le due opinioni, è impossibile ignorare questo libro.

Charlotte Westenra

UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori ("1Q84" – di Haruki Murakami)

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Abbiamo il piacere e, lo sappiamo, la grande responsabilità di presentare ai lettori una piccola rubrica ideata da una giovane e appassionata lettrice. Le nuove generazioni leggono e lo fanno con una voracità impressionante. La curatrice (nonché autrice) di “Undercorner” è nata nel 2001 e preferisce utilizzare uno pseudonimo per firmare i suoi articoli-recensione. La responsabilità di tutti i contenuti presenti ricade unicamente sul sottoscritto.

Gianluca D’Andrea


UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori (1Q84 – di Haruki Murakami)

1Q84, accolto in Giappone come il capolavoro di Murakami, può essere definito come un Alice nel Paese delle Meraviglie rivisitato in chiave moderna, con l’aggiunta di un pizzico di violenza, di politica e di amore. Che questo libro sia o no il migliore della produzione di Murakami è irrilevante ma 1Q84 dà sicuramente una visione complessiva del modo in cui l’autore vede la vita. La storia è divisa in tre libri (Libro 1, Libro 2 e Libro 3) ed è narrata da due punti di vista: quello di Aomane, una donna che vendica su commissione altre donne vittime di violenza, servendosi solo di un rompighiaccio, e quello di Tengo, un ghost writer che si trova a riscrivere il romanzo di una bellissima diciassettenne chiamata Fukaeri. I capitoli alternano le due storie come si trattasse di una danza nella quale le due ballerine, avvicinandosi, sfiorandosi, ma non entrando mai in contatto, non toccandosi mai, appaiono impaurite dalle conseguenze imprevedibili che quell’unione avrebbe potuto provocare. Trovo azzeccatissima questa costruzione che mette le due storie sullo stesso piano temporale, permettendoci di capire quanto le realtà vissute da due persone legate in modo inesorabile possano essere diverse ed estranee. Un esempio di questa netta distinzione può essere il primo capitolo di ciascuno dei due punti di vista: Aomane è bloccata nel traffico della tangenziale, a bordo di un taxi, ascoltando la Sinfonietta di Leóš Janáček, Tengo invece parla con il suo editor, Komatsu, all’interno di un caffè. Due azioni apparentemente normali e prive di similitudini, che svolgeranno però un ruolo di perno per la trama di tutti i libri e per la storia che legherà i due. Sono una grande ammiratrice di Murakami da quando, quest’estate, ho preso in mano Tokyo Blues (Norwegian Wood). Ho pensato, mentre leggevo, di essermi imbattuta nell’equivalente letterario di Hayao Miyazaki, il maestro d’animazione giapponese autore di celebri anime come La principessa Mononoke, La città incantata o Il castello errante di Howl.

Anche se i temi sono spesso differenti, l’atmosfera che viene a crearsi attraverso le immagini o le parole è molto simile.
Il punto di forza di questo romanzo, oltre all’avvincente e a tratti inquietante intreccio, sono le espressioni che emergono costantemente all’interno di due trame parallele. Molte di esse le sento vicine, questo perché la maggior parte delle frasi dei libri di Murakami rispecchia concetti ben noti ai ragazzi, persino abusati perché, spesso, quelle stesse frasi accompagnano le foto sui social network, e manifestano, ad esempio, la velata sofferenza di un amore privo di contatto fisico o il senso di vuoto provocato dalla solitudine. Quello che però Murakami fa per non cadere nella banalità è rielaborare in modo più articolato e raffinato questi concetti, adattandoli al suo mondo surreale e arricchendoli di fascino e mistero, fino a renderli irriconoscibili.
Dopo aver finito il Libro 2, mi appresto a leggere l’ultimo capitolo della serie, sicura che questa storia mi riservi ancora rivelazioni e sorprese, che non sono certo mancate nei primi due. Invito tutti a prendere in mano 1Q84 e a tuffarsi nello strano mondo con due lune, omini cantanti che escono dalla bocca di una capra morta, crisalidi tessute con fili d’aria e due innamorati che non si sono mai scambiati una parola e il cui unico contatto risale alle elementari.

Charlotte Westenra