Intervista sull’EstroVerso a cura di Marco Sonzogni e Rossella Pretto

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Foto di Dino Ignani

Oggi per Chiedimi ancora, a cura di Marco Sonzogni e Rossella Pretto, un’intervista in cui parlo di poesia, immaginazione, sovversione. Si ringrazia l’EstroVerso (Grazia Calanna) per l’ospitalità.


La poesia come demone moraleggiante e condominio solitario: Gianluca D’Andrea e Alessandro Canzian

La poesia è urgenza di comprendere il mondo e restituirlo in immagini, vite vissute che si innestino tra le pagine.
Se Gianluca D’Andrea scandaglia il mondo attraverso strumenti sociologico-filosofici che rimettono poi in gioco la capacità immaginifica della parola, Alessandro Canzian cerca di rendere la distanza volontaria e inconsapevole tra le persone partendo da un vissuto intimo per allargare lo sguardo a una più vasta porzione di realtà.
Camminano dunque entrambi in quel solco che da individuale si fa condiviso.
Buona lettura!

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

L’ultimo lavoro di Gianluca D’Andrea è Forme del tempo – (Letture 2016-2018) (Arcipelago Itaca 2019). In Postille (tempi, luoghi e modi del contatto) (L’arcolaio 2017) ha raccolto i commenti a singoli testi di poesia moderna e contemporanea, elaborati dal 2015 al 2017 in vari siti letterari. L’ultimo libro di Alessandro Canzian è Il colore dell’acqua (Samuele Editore, 2016). Condominio S.I.M. uscirà per i tipi di Stampa 2009.

CINQUE DOMANDE AI POETI: GIANLUCA D’ANDREA (1976)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Mi piace partire, per provare a rispondere a questa tua prima domanda, da un’espressione di Andrea Zanzotto, rintracciabile all’inizio di Fosfeni. Si tratta di «coagulo sacro» che, nel testo d’appartenenza (Come ultime cene), indica la transustanziazione, meglio la «materializzazione» e, quindi, l’umiliazione di qualcosa di inviolabile, separato. Ecco, per me, quel «segno» che «s’innerva» è la poesia, che arriva sempre dal basso e nel tentativo di agganciarsi al reale, se ne trova irrimediabilmente separata. S’intuisce un’urgenza, che veramente scorre nelle «mie vene» e poi defluisce nella mia scrittura: il tentativo costante di rimediare a un’assenza di fondo (anche il mottetto di Montale da te citato parla un po’ di questo). Più di cosa o chi, allora, a essere decisivo è come affrontare la relazione presenza/assenza, la scissione cardine, direi, del gesto poetico. Nel mio caso, ne sono più consapevole adesso che ho superato i quarant’anni, a diventare decisiva è una spinta agonistica. Ho proprio difficoltà ad accettare il reale per ‘quel che è’, a considerare «la trasparenza del male» (per citare un titolo celebre di Jean Baudrillard) e restare indifferente. Fu Magrelli il primo a intuire nella mia scrittura un demone moraleggiante e, quindi, una visione austera del mondo, che ne rifiuta la «perdita di realtà» (ancora Baudrillard), pur tenendo in considerazione il suo versante oscuro.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Riallacciandomi alla risposta precedente e ridefinendone il finale: non vedo oscurità, perché siamo già dentro quello «spilling dark» evocata dal grande poeta scozzese Robin Robertson. Insomma un’ombra ci è già caduta addosso, quel “rivolgimento” (Zukehr) di heideggeriana memoria, che è anche “esser-volto-verso” una costante caduta. Da quando, cioè, «la metafisica è realizzata nella fisica, adagiata nella tecno-scienza» (come diceva già nel 1988 Lyotard), ogni visuale è stravolta, schermata e, quindi, esposta nella «trasparenza totale dell’informazione» (Baudrillard). Siamo in un’oscurità totale, appunto, per eccesso di “illuminazione”, non è certo una novità. Per non sprofondare completamente nell’interfaccia che annulla definitivamente l’Altro, avverto la necessità di una fuoriuscita. A essere centrale nella mia riflessione è ancora il “come”: a mio avviso, la vera urgenza in poesia risiede nel rimettere in gioco la capacità immaginifica della parola, per ri-creare ininterrottamente il reale. Il «passaggio dallo stadio storico a uno stadio mitico», la definizione è ancora di Baudrillard, è il cruccio della mia scrittura attuale. Ne ho scritto in Transito all’ombra, libro che riconsidera la mia storia personale dentro il quadro più ampio della storia collettiva. Ora, però, la mia scrittura tenta di trasformare la necessità di ricostruzione storica in racconto immaginifico. Per entrare nuovamente in quella che Rilke definisce «la mitica miniera delle anime» (der Seelen wunderliches Bergwerk) occorre considerare il mondo nella sua caduta e riscoprire le «arterie nella sua oscurità» (als Adern durch sein Dunkel). Mi permetto di riportare un mio inedito recente, forse il modo migliore per riassumere quanto finora esposto:

Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Ne ho parlato anche in altre occasioni: il poeta che mi trasmette solidità (almeno così interpreto la «permanenza» evocata da Dylan) e, allo stesso tempo, apre vertigini di senso che danno i brividi, è Wallace Stevens. Lo rileggo per i motivi appena esposti, perché la stabilità («il mero essere») si abbina costantemente ad aperture inedite: «The leaves cry… One holds off and merely hears the cry. / It is a busy cry, concerning someone else. / And though one says that one is part of everything, // There is a conflict, there is a resistance involved; / And being part is an exertion that declines: / One feels the life of that which gives life as it is». Avverto sempre in Stevens una spinta a una nuova percezione e, infine, alla trasformazione. Allo stesso tempo, la sua poesia mi dà la consapevolezza di appartenere a un mondo unico e banale, anzi unico proprio per la sua banalità, il che implica un’accettazione dello stesso che definirei sacrale, di un’umiltà sconcertante: «The leaves cry…», «until, at last, the cry concerns no one at all», eppure continua a riguardare tutti.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Per me il poeta è sempre un sovversivo o non è. Non si tratta di comportamento o posa ma, appunto, di “energia verbale”, utilizzo “trasformativo” dello strumento linguistico. Trasformazione che investe ogni referenza, compreso il soggetto che scrive. Basti pensare a poeti che certo non ebbero una vita “movimentata”, ma non per questo meno inquieta: «E quando vicino gli passo, / al legno che trema e che canta, mi sento / mutato d’un tratto / nel sonoro strumento: / in corde metalliche tese / cambiata ogni fibra, / il corpo, percorso da brividi, / in fascio di nervi che vibra» (Camillo Sbarbaro).

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Tengo molto a un testo contenuto in Transito all’ombra. Mi è sempre piaciuto lo scarto tra il titolo altisonante e il contenuto “umile” e quotidiano. Già in questo credo risieda la vera necessità della poesia, nel suo tentativo di cambiare il contesto, anche di pochissimo, aprendolo alla relazione. Meglio, però, far parlare i versi:

Aspettavo la storia di un quadro millenario

Vedevo lo spettro nell’immagine
lenta, che rallentava gradualmente;
per un istante le figure si muovono appena:
case sullo sfondo, in un parco
bambini e famiglie, madri in maggioranza,
compiono le loro azioni.
In un pomeriggio di aprile –
dentro il quadro mia figlia e mia moglie
nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.
Aspetto ancora un po’ prima di entrare,
ho il tempo di sperare che qualcuno
colga da un altro spiraglio il quadro,
che il tempo senza tempo si ricordi
in molti modi, senza nostalgia,
senza la mia stessa speranza,
nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,
nella compassione lontana
di chi non ne sa parlare.

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Mario Benedetti (1955-2020) – poesie estratti – in memoria

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Mario Benedetti (Foto di Dino Ignani)

Estratti da Materiali di un’identità

materiali di un'identità

«Riguardo al mio morire è stato per me un difendersi, un difendersi strenuamente. Non più. Ma non faccio fatica. Come dentro un’epidemia, vivo nel casuale».

*

«La finitezza del mondo non è intesa come disvalore ma vi è un’accettazione della realtà così come essa si presenta: una compresenza di pezzi tra loro slegati, ossia che non hanno senso, che coesistono senza che si cerchino le spiegazioni delle loro relazioni reciproche».

*

«Essere effimeri, transitori, perituri, caduchi significa più particolarmente vivere in modo affrettato e irresoluto, caotico, multiforme, ossia in modo incompiuto. Noi siamo in rapporto con le cose e per ciò stesso vogliamo compenetrarci con esse, vogliamo essere una analogia, in equilibrio con l’esterno. Ma il nostro cuore, il nostro sentire, ci eccede».

*

Non erano tuoi gli occhi,
luce indurita in viso, mani.
mi chiedi qualcosa e non sei qui
maglia come sandali, e altro.
Come tutto è finito
ora che mi avvicino ai colori e non a te.

*

Ecco l’azzurro.
Due, siete stati, diverrete, diverrò.
Ecco l’azzurro.
Darvi la vita, darmi la vita.
Dillo.

Estratti da Pitture nere su carta

pitture nere su carta

E questi altri colori,
fiato maculato da corpo a corpo.

La pelle che hanno voluto, data,
per vivere. Ora hanno i tuoi occhi.

E il rosso, il blu, l’arancio, il viola.

Sai l’odore,
dove richiamata corri. Sempre.

Infinite mattine, infinite notti.
Va dolce il nulla,

il dolcissimo nulla.

*

Ammassi globulari, ammassi aperti.
Occhi codificati nel giallo, nel viola, nel nero.

Spirali del pianeta descritte dai cicloni.
Aberrazioni ottiche, di sfericità.

Amigdala su lava, amigdala in quarzite,
amigdala in calcare, su osso di elefante.

Oh fulmine, alone del sole, alone della luna.

*

Una faccia fra molte è la faccia che ho,
le mie dita sono fra molte.

Spasmi estrogenici, androgenici.

Corpo, quale opaca felicità,

illusa dal Titano, ci dai. Sono strazio
i volti. O magia di una scienza

le microparticelle del nulla, del nulla.

Tutti i cammini possibili. Amore. Invisibile.

Quanto sento? e come, dove,
onda del mio stare qui e stare via.

*

Lo scheletro del tarso
si allunga e si restringe.

Steli di capelvenere,
steli di viola farfalla.

Steli di erica, licheni,
licheni abbarbicati.

Estratti daTersa morte

tersa morte

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete una voce qualunque.

*

Le parole non sono per chi non c’è più.
Si commuovono e possono dire il viso morto.
Gli occhi erano quelli che mostrava,
il vestito sepolto quello visto altre volte.
Vedere che non ci sei più, non dire niente.

*

Il sosia guarda, la vita ha deciso.
Vede gli ultimi giorni, si vergogna di scriverlo.
È avvolta nella coperta sui piedi,
il figlio senza lo stomaco mangia i pezzetti di trota
sulle scatole dello yogurt medicinale.
Giocato a carte nel bar del paese. Non visto il due.
Bevuto il caffè con la diarrea refrattaria.
È una storia per tutti questa morte.
Nella casa il sosia tocca le dita della madre
dicendole che il figlio è morto. Dopo la pleurite
un mese prima di compiere gli anni lei
ha detto: anch’io e la nostra casa non ci siamo più.

*

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la sera più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

*

Nella grotta del bosco Làndri

La frana di braci si alza sulle foglie di acero
e in basso la grappa con il tabacco da fiuto,
i cartocci delle pannocchie per le sporte da fare:
notte fatta di attimi, pereti che si scuotono,
pensieri che si divincolano e si addormentano.
E torna la domanda. Non saprai di essere morto,
non sarai, quel nulla che nella vita diciamo
non sarai, non ci sarai più, non saprai di te.
Perfetta assenza. Non distrarti, non eludere
la pura inconcepibile assenza, non distrarti.

*

Come testimoniare i morti,
vivere come lo fossimo,
morire come lo siamo. Per la vita
è la scoperta
della morte e della vita.

*

Dai del tu ai morti, stai al posto di te, anche.
Ma il viso ghiacciato è sempre qui, il viso
che non parla, che non si muove. E ogni vita
era questo: interezza create continuamente
per un dopo che non ci sarà più o è già stato.

DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI DI GIANLUCA D’ANDREA su Poesia del nostro tempo

Su Poesia del nostro tempo, alcuni miei inediti accompagnati da una nota di Daniela Pericone.

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Gianluca D’Andrea (Foto di Dino Ignani)

Dentro le ombre per farne semi di Gianluca D’Andrea – Nota critica di Daniela Pericone

Uno scarto in avanti della coscienza è la direzione impressa dalla poesia di Gianluca D’Andrea nel suo Transito all’ombra (Marcos y Marcos 2016), un libro che unisce visione individuale e racconto collettivo, ricordi personali e memoria epocale. La vicenda dell’io è colta nel suo essere al centro e nel contempo separata dal mondo, poiché l’uomo si definisce in base alla relazione con il suo spazio e il suo tempo. Ecco che, in un’ampia erranza di riferimenti (da Dante a Campana, da Mandel’štam a Krüger), la scrittura di D’Andrea si orienta sulla poetica di Wallace Stevens tra piena adesione e mimesi. Anche il titolo Transito all’ombrasembra giungere per condensazione dai versi del poeta statunitense, “Non è nelle premesse che la realtà / Sia solida. Forse è un’ombra che attraversa / La polvere, una forza che attraversa un’ombra.” (Una sera qualunque a New Haven).

Da qui il motivo dell’ombra e del movimento trasborda nelle prove successive di D’Andrea, esplorazioni e approfondimenti di un cammino ben definito, se il titolo che accompagna gli inediti, Dentro le ombre per farne semi, non fa che ribadire il campo d’azione e dilatare le prospettive. L’esigenza conoscitiva è ambiziosa, il pensiero tenta di abbracciare non più e non solo la storia del singolo e della comunità, ma l’intera genesi universale, laddove l’uomo non è che un tardivo e irrisorio accidente delle conflagrazioni siderali. Il balzo non è da poco, occorre immaginare “la favola senza focus, senza uomo, / nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte” (Il lievito della trasparenza), spingere il linguaggio nei territori della fisica e della biologia, tra spore e membrane, tra fruscii e vibrazioni, arrivare dove siano concepibili solo “lastre / galleggianti nella materia / liquida dei primi pensieri” (Artico dei primi passi). Gli scenari hanno un’evidenza apocalittica, raffigurano una condizione primigenia, ma anche una rasura da catastrofe postindustriale.

(…)

da DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI

VII. Artico dei primi passi

Erano costellazioni di ghiaccio
i primi animali a essere immaginati,
non pianeti o organismi ma lastre
galleggianti nella materia
liquida dei primi pensieri.
La guaina esplose nella sensazione
confortevole di quell’abbandono.
Le lastre della preghiera riflettono
l’occhio che rifiutiamo di svegliare.
Ecco che scappano al lavoro
che li dimentica e succhia.
I primi orsi lungo tutti i passi
che sappiamo e decantiamo.

*

Ferita

Come non esistesse eziologia,
forse non esiste davvero nulla
oltre una fragilità congenita
che vorrebbe dire eredità, trasmissione,
geni antichi, incroci cellulari,
un’intrusione che arriva da un altro
tempo, un tempo-ombra
come le scorrerie e le razzie di sconosciuti
che scopriamo, sempre dopo, essere prossimi.

Così arriva il dolore, un giorno
mentre lavori, imprevisto,
imprevedibile e non è un’origine
ma un percorso che ci attraversa, da cui emerge
un’onda che s’increspa e può arenarsi
fino a bloccare il tempo.

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Helter Shelter (case in quarantena) su ANTINOMIE (una foto)

Una mia foto tra le 18 scelte da Maria Teresa Carbone per Antinomie (22/03/2020). Sulla visione casalinga al tempo del coronavirus

Le diciotto immagini che seguono sono state scelte tra le migliaia postate su Instagram nella prima settimana della quarantena da coronavirus. Il criterio di selezione è semplice: le fotografie sono state tutte scattate nello stesso arco di tempo, tra il 10 e il 17  marzo 2020, e sono state tutte scattate all’interno di una casa (anche se alcune si affacciano verso l’esterno).

All’interno di questi parametri sono state escluse dalla galleria due categorie di immagini, pur molto numerose, dedicate rispettivamente alla confezione di cibi e alle pagine o alle copertine di libri in lettura. Per quanto all’apparenza molto diverse fra loro, entrambe contengono un elemento promozionale che, sebbene non privo di interesse, non si intendeva approfondire qui. Al centro dell’attenzione c’è invece lo sguardo sulla casa, sui suoi spazi, sui suoi oggetti, nel momento in cui questi spazi e questi oggetti rappresentano l’unico orizzonte che abbiamo a disposizione. E può essere interessante notare due elementi ricorrenti, che potremmo sintetizzare come il focolare e la finestra.

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Dall’inizio (Francesca Serragnoli)

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Francesca Serragnoli

Su L’Estroverso Francesca Serragnoli per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

È tutta questione di visibilità.20
Una mini intervista e qualche (spero) luogo comune.

Perché continuo a scrivere?

Per entrare nella storia della letteratura? Chiudendo gli occhi, riesco a immaginarmi tutta la gloria possibile, tutti i riconoscimenti, i like, i followers, le foto, l’espressione appesa a quel ché di misterioso cenno, in equilibrio fra un’ipotesi di densità di conferme e una miseria desolante. E scendendo dallo sgabello, riconoscere intorno la stanza dell’inizio, lo stesso pallore. Scrivere è ricominciare da capo ogni volta. Che razza di realizzazione o traguardi sono quelli offerti dalla scrittura? Un elenco di libri, magari molti, un via vai di relazioni, treni, festival, videocamere, premi Nobel? Non vorrei però diventare una volpe davanti all’uva.
Ora, che sto sistemando un prossimo libro, ho le preoccupazioni di tutti e non me ne vergogno: qualcuno lo leggerà? Qualcuno ne parlerà? E qualcuno rimarrà colpito da quello che ho scritto, si commuoverà etc?
Qualsiasi cosa possa accadere, anche mettessi in campo tutte le strategie possibili per “venderlo”, non potrei aggiungere o modificare un verso. Questo è il lato più drammatico: accettare la propria altezza (165 cm ad esempio).
Sono due ora le visibilità in campo, quella dell’autore e quella dell’opera. Il guaio è quando appaiono mischiate. Scrivere per essere visibili come persone (mors tua vita mea? o tutti visibili alla pari?), non fa venir voglia di aggiungere strategie di comunicazione, semmai fa venir voglia di mollare, di lasciare la trincea. Non può essere questa, la guerra per essere una persona, per esistere.
Eppure soffro come tutti per la mancanza di attenzione e, se capita, confondo il disinteresse verso l’opera (presupponendo che ci sia) con il disinteresse verso di me. (Sparare sull’opera e non beccare anche l’autore oggi è un colpo da professionisti).
Pensare che l’amicizia di una persona dipenda o meno dalla qualità del libro che ho scritto equivale, non a incensarsi, ma ad abbassare il proprio valore di persone. È il contrario dell’egocentrismo, è la paura di sé nudi e crudi. “Valgo qualcosa perché ho scritto un libro”, anche belloccio, è una riduzione dell’umano che siamo a ciò che facciamo. Credo sia una trappola, non mi convince. Essere importanti che significa? Tenersi stretti l’opera per essere chiamati con i microfoni, attraversando la vita su un tappeto, fra i viventi anonimi?
Quando tutti salgono su un palcoscenico il pubblico scappa perché si sente sfigato: come… tutti importanti e io non sono nessuno? Ma il libro non parlava dell’orologiaio, del falegname, dell’operaio…il protagonista è chiunque, non l’autore in quanto dotato di talento letterario. Il protagonista (o colui di cui si parla, il tu) non ha talenti letterari. La letteratura scritta da questo punto di vista è democratica e portatrice di giustizia: a ognuno il suo (dignitoso pezzo di vita da vivere).
Per fortuna si scivola quotidianamente dall’essere autori all’essere lettori. Capisco che devo essere più lettrice che autrice, per salvarmi dal gorgo della realizzazione attraverso le opere. Non sto parlando di Lutero o di Dio che alla fine conta i libri e li valuta. Povero Dio, se dovesse capitare. Inoltre sarebbe una gara fra scrittori. E perché? Eppure invidie, frustrazioni, sentirsi in periferie, spesso mangiano il tempo.
Sulla moralità dell’artista poi non mi pronuncio, come non mi pronuncio sulla moralità di nessuno. Leggo le poesie dei carcerati, la cui qualità non credo dipenda dalle condanne. La moralità dell’opera è un tasto più delicato.
Cercare di dare visibilità al proprio lavoro non è segno di auto-referenzialità, ma solo indica che il libro è nato per essere letto. Raggiungere il lettore è oggi davvero complicato e si usano soprattutto i social. Una volta intaccato il lettore, la poesia viaggia sotto terra, non si appoggia agli altri media, è per se stessa un manufatto già equipaggiato per fare il suo giro. Tempo fa pensavo a Facebook come al grande inceneritore perché, accanto alle cazzate, faceva vedere il meglio della produzione letteraria italiana scivolare via, con quella triste vita giornaliera. Ora penso che la poesia viaggi entrando nella misteriosa e misericordiosa quotidianità di qualcuno ed è solo lì che diventa visibile, forse stabile. La moria di versi, minuto dopo minuto, sui social è una morte apparente. Anche se qui mi viene in mente la frase che disse, ormai vecchio, San Tommaso sulla sua immensa opera: “mi sembra paglia”.
Ma il disinteresse verso la poesia credo abbia radici più profonde e non sia da sottovalutare o risolvere come puro meccanismo psicologico. Prima ho parlato della dolorosa frase “tu non mi interessi” travasata, per osmosi, dal disinteresse verso quello che si scrive, e ho parlato della necessità di individuare cosa ci permetta di dirci persone. Ma il disinteresse verso il libro potrebbe essere comunque visto come un disinteresse verso la persona? Per via indiretta credo di sì. Io intravedo un disinteresse verso l’altro. Non l’altro, l’autore, l’altro di cui parlano i versi (il pastore errante, Laura, Silvia etc), che potrebbe essere anche l’autore, ma diventa altro comunque. In questo intravedo un segno di disgregazione del tessuto sociale. Qualcuno mi dirà: lascia perdere la letteratura come chiave di lettura della società. Ci hanno già pensato i naturalisti e può risultare una vecchia e noiosa crisi laterale e poco centrata rispetto alla grandezza di un’opera e ai suoi tentacoli circolari.

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GIANLUCA D’ANDREA, PRESENT – 6 inediti per Officinapoesia NUOVI ARGOMENTI

GIANLUCA D’ANDREA, PRESENT

Pubblichiamo sei poesie di Gianluca D’Andrea, da un libro inedito.

Philippe Chancel, Datazone #12, Frontière Bulgaro-Turque et Gréco-Macédonienne, Idomeni, 2016.

 

Present

Nella terra si perde la moneta
nel laghetto, nei pressi del laghetto
giunsi per riposare
la mia fuga maratoneta.
Non oso ripetere come si svolse,
la curva s’attorse dell’infosfera
ed era sincera, la vicenda dell’uomo
col sorriso emoticon dell’ottantotto.
Contiamo ogni vent’anni e siamo nella stasi
che qualcosa avvenga nel laghetto
oltre il riflesso e la noia e il rischio
che la bomba sia fagocitata
dall’altezza e nel tragitto information
highways
per blastare e dissare
in eterno l’altro, ogni altro
utile per essere distrutto
mentre riposavi la moneta
nei pressi del laghetto.

 

Orbitale

All’intensificazione dei processi
la terra avrebbe saltato nel vuoto.
Avevano esacerbato i passi,
ma camminavano e il cammino
non era accompagnato da ulteriori
fluttuazioni. Sull’erba
residua c’erano ceppi e un principio
radicale, una radura estesa
e pochi alimenti. L’atmosfera
era segnata dalla pochezza
e dalla necessaria sobrietà dei costumi.
Tutte le abitudini mutano
anche senza sentieri da scegliere.

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