Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

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Gabriel Del Sarto

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

Il tempo e la vita

Quando di nuovo abbiamo parlato di quel giorno
l’acqua mista al sangue – ti ascoltavo
e immaginavo il ferro e l’ossigeno
nelle emoglobine, il destino cambiare – e il dolore
che niente ha cancellato, ho saputo
come la natura si concentri nel tempo
di ciascuno: un’assoluta
ed armonica compossibilità di volti
e sofferenza.
…………   (Esiste quasi
da sempre anche l’Anticlinale,
…………………………è una piega
delle rocce, una struttura
dove gli strati sono convessi
verso l’alto e puoi trovare, dicono,
dal basso a salire, l’acqua
che satura tutti i pori, gli idrocarburi liquidi, il gas
che si accumula all’apice della piega. Ancora
azioni e parole. La contraddizione
che governa ogni cosa.)

Ogni tanto ancora un cenno. Fa parte
di noi, di questa storia ricordata.
Può bastare un articolo o un post
in rete letto a voce alta dentro
le stanze che abitiamo, il silenzio
dopo, uno sguardo al posto di ogni cosa,
leggere contrazioni, siamo noi,
è la vita, quando la prima morte
è quella della parola che manca.

(da Il grande innocente, Aragno, Torino, 2017)


È subito in scena un dialogo in questo testo d’esordio dell’ultima raccolta di Gabriel Del Sarto. In tutto Il grande innocente – ho avuto modo di parlarne in maniera più diffusa qui – il pathos del linguaggio si scontra con la «compossibilità» di relazioni non più mediate da alcuna sovrastruttura, per cui l’Io (il soggetto, il “primo rispetto ai concetti”, nell’interpretazione deleuziana di Benveniste), linguisticamente si pone come intermediario del rapporto e, quindi, strategicamente “dentro” un senso. Tale posizione del soggetto non è più marginale ma interrelata e in “ascolto”: «ti ascoltavo / e immaginavo».
Sin da questo punto testuale s’intravede una rinnovata fiducia, perché l’ascolto dell’altro (reale, cioè dentro il piano dove scorre il linguaggio, in un avvallamento) “cambia” il destino – particolare – dell’interlocutore, suscitando un percorso immaginifico. Ognuno è qualcosa (aliquid, il banale che non poggia su alcuna infrastruttura che non sia il linguaggio) con un senso. La forzatura che intromette questa diversa dimensione del tempo testuale è strategica, dicevamo, in funzione di una poetica, non so quanto consapevole, dell’accostamento. Accostamento che, però, non colma il “mancamento” del senso, ma si lascia trasportare dalla necessità del racconto, senza affabulare, senza fingere una mitologia che blocchi nuovamente la parola alla sola ricezione passiva, ma, al contrario, riattivi costantemente «la vita, quando la prima morte / è quella della parola che manca».


Tema della voce

Ecco il mondo, e questa è una città, questa una bambola
che soffre il mal di gola. Potremmo insieme
offrirle della gommose alla menta, che poi
finirai tu, sul divano o nel letto
di quella camera d’albergo davanti alla stazione.

Può bastare il cammino che abbiamo percorso
fra le calli di Venezia dopo Natale
per osservare i volti, alcuni acuti, e capirne in silenzio
le pedagogie assolute. Le parli
e la bambola smette di tossire. Ecco un’altra
città, un mondo già diverso, proprio quando scende
la sera.
———-– Ricordo il dolore di portarti sulle spalle
e poi te sotto al letto con un libro.

Possiamo farlo: l’esercizio
di un’estensione della luna, a due voci,
su un mondo scollato, un puzzle
senza ribellione – e poi tornare
al nostro abbraccio, al calore della spalla
solo tua, a te, sotto il letto, con un libro,
che disegni quello che siamo
nella tua mente contorni
di alberi, rami di queste parole.

(Inedito)


Il dialogo, con l’acquisizione della prima persona plurale, il noi che emerge come una neo-formazione dal testo pubblicato, manifesta un accostamento più profondo in questo inedito.
Intanto, la voce narrante è uguale a quella che nel precedente componimento stava in ascolto (l’Io è ancora «primo, perché fa iniziare la parola», direbbe Deleuze). Questa stessa voce presenta adesso il suo racconto a un essere (nessuna entità, ma «l’essere come verbo “essere”» seguendo Nancy) evidentemente più “piccolo”, in fase di crescita (i referenti sono evidenti e non nascondono, semmai velano di pudore: «bambola», «gommose alla menta», ecc.). Quella che viene raccontata è la storia di «un mondo già diverso», un mondo in trasformazione nel suo essere la stessa trasformazione, senza trascendenze, ma nell’evidenza che si può essere «insieme» in un’offerta di sé che arricchisce il soggetto che si dis-pone all’altro.
Sul piano del linguaggio, però, questa commistione (la «compossibilità» del testo precedente “concretata” in questo inedito) ha bisogno – ancora necessità, e, quindi, evento puro – di uno slittamento di senso (nel caso specifico del testo, il soggetto delega al suo oggetto, il “tu” rimpicciolito – quasi forma desiderante del soggetto stesso – la scoperta di un nuovo linguaggio). Per questo dall’«abbraccio» l’essere si distanzia, per ritrovare quella “vacanza” di senso, appunto, che permette di disegnare “nuovamente” «quello che siamo»: «contorni / di alberi, rami di queste parole», cioè un’altra lingua rinnovata nella continuità che, incessantemente, si sviluppa.

(Ottobre 2017)


Gabriel Del Sarto (1972) ha pubblicato le raccolte poetiche I viali (2003), Sul vuoto (2011, Premio Apuane 2015 e finalista Premio Carducci 2013), Il grande innocente (2017) ed è presente in diverse antologie fra cui L’opera comune (1999) e Nuovissima poesia italiana (2004). È autore di saggi sull’uso della narrazione nelle pratiche educative, fra cui Raccontare storie (con Federico Batini, 2007) e In un inizio di mattina (2012). Sue poesie sono tradotte in portoghese e spagnolo.

Poeti italiani (12) – Spazio inediti: Fabiano Alborghetti

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Fabiano Alborghetti

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (12) – Spazio inediti: Fabiano Alborghetti

Il canto muto della distanza

C’è una stanza. E’ arredata da ombre
qualche azione. Forse un nome. Ha un odore.
———————————————-Moltissimo è perduto
o sopravvive per frammenti:
vi si aggrappa come fossero presenti. Ogni giorno
si domanda quanto manca per tornare.

E’ in prestito, ancora oggi, dopo anni.
Forse qui dovrà morire. E in quale terra
——————————————-andrà il suo corpo?
Riportarlo dove è nato
dove noi siamo gli assenti o fargli un torto
e seppellirlo dove noi siamo i presenti?

Questa storia è poca cosa
————è vicenda personale.
Quante ossa, indossate dalla terra, sono ora fuori posto?
Chi è tornato porta avanti una memoria
—————————————————-parla, almeno:
ha qualcosa che appartiene. Non è ospite, né intruso.
E i figli? Quelli nati nell’altrove?
C’è qualcuno a cui non pesa: altra vita, passaporto
poi gli amori. Altri
aspettano irrisolti e ogni bacio è una frontiera.


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Lucas Samaras, Room No.2, o ‘Mirror Room’ (1966)

Incede per scatti – piccoli nuclei di senso che cercano di ricomporsi – l’inedito di Fabiano Alborghetti. Come preannunciato nel climax dei primi due versi, scandito da punteggiatura forte: «C’è una stanza. È arredata da ombre/ qualche azione. Forse un nome. Ha un odore». Con un’andatura ritmica incistata in blocchi (la tendenza anapestica isolata in ogni gradino del climax) si confondono i termini di un lamento per qualcosa di perduto che vuole rinascere, almeno nella memoria. E infatti: «Ogni giorno/ si domanda quanto manca per tornare». La “stanza”, scarto metonimico di una dimora in sospensione, crea il tempo dell’attesa; ombre e corpi cadaverici (corpo testuale?), assenze e presenze che rimescolano i luoghi e, quindi, la disposizione stessa dei corpi in cui il soggetto scava in cerca di un frammento di “comunità”. È la vicenda “personale” e de-localizzata di un organismo (quello linguistico?) che «… Non è ospite, né intruso». Eppure con tutte le sue ambivalenze, il testo in questione sembra aprirsi a un nuovo orizzonte di senso, proprio analizzando la storia della scissione dell’io. Il margine, l’orlo, la «frontiera» sono i canali di fuga che tentano di indirizzare un nuovo edificio, dispositivo che intravede in altri («E i figli?»), nel loro “altrove”, un’«altra vita»; un «passaporto» diverso, per attraversare, infine, il limite di chi è ancora fermo ad aspettare (il soggetto stesso), “irrisolto”.

(Maggio 2016)


Fabiano Alborghetti (1970), vive in Canton Ticino (Svizzera) Ha pubblicato 6 libri e la sua poesia è stata tradotta in più di 10 lingue.
Grazie alla Fondazione Svizzera per le Arti Pro Helvetia ha rappresentato la Svizzera in numerosi festival nel mondo. Il suo sito è all’indirizzo: www.fabianoalborghetti.ch

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Poeti italiani (11) – Spazio inediti: Franca Mancinelli

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Franca Mancinelli (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (11) – Spazio inediti: Franca Mancinelli

Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Non è il tuo respiro. È freddo come qualcosa che viene dall’aperto. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito, la prima volta che ti ho dormito accanto, non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando porti il tremore lucente della tua ironia – uno specchio d’acqua di meraviglie. O quando uno dopo l’altro nella tua voce passano uccelli d’alta quota segnando una rotta nel cielo limpido. La faglia è in te, continua a portare aria fredda, si allarga. Del fuoco acceso in un bivacco, ha lasciato carboni. Avremmo potuto ritrovarne ognuno un riflesso chiaro, nel cerchio dell’iride una fiamma che ci guida ancora. E invece è il soffio di freddo che ti attraversa le costole e ti sta scomponendo, lentamente. Non hai più un orecchio. Il tuo collo è svanito. Tra una spalla e l’altra si apre il buio popolato di fremiti, di richiami da ramo a ramo, su un pendio scosceso a dirotto, non attraversato da passi umani.


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Dacia Manto, N Est 111’ 7 Jardin Planétaire #10, 2008, grafite, frottage e olio

C’è il cammino percettivo della trasformazione in questa prosa ritmica che Franca Mancinelli ha proposto per Carteggi Letterari. Da una mancanza (la “faglia” è richiamo a un assestamento lontano dall’essere raggiunto) a un’altra: la scomparsa dell’uomo che emerge dalla trasfigurazione del vicino, di ciò che è più prossimo, proiettandosi in un paesaggio sì naturale, ma immaginato per mezzo di evocazioni sensuali. Una sensualità latente, che allude più che limitarsi a descrivere l’assenza. Fabula, o meglio, rappresentazione di una fine. La relazione, sotto il segno della mancanza abbiamo visto, inscena il suo teatro di ombre, frammenta e discioglie la materia, all’interno della quale s’insinua un «buio popolato di fremiti», di segnali, richiami. E il linguaggio può cogliere dal freddo proprio questi richiami, diversi, incomprensibili ma comunicanti, per quanto in caduta, inumani.

(Gennaio 2016)


Franca Mancinelli è nata nel 1981 a Fano dove vive. Ha pubblicato Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno, 2013). È inclusa in diverse antologie, tra cui Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (interlinea, 2009), La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta (Ladolfi editore, 2011) e Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora con riviste e periodici letterari tra cui «Poesia».

Poeti italiani (10) – Spazio inediti: Luigi Socci

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Luigi Socci (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (10) – Spazio inediti: Luigi Socci

Ci sono certi bui
che non ricordi gli occhi
se sono o no aperti:
bui cosiddetti pesti
tra i cui contorni incerti
vedi o credi di farlo,
ignaro se quel nero sia il primario
colore delle tenebre
o il retro delle palpebre.


monocromo
Un monocromo nero di Gao Xingjian ©

Il ritmo in poesia costruisce la forma. E questa, che Socci presenta per Carteggi Letterari, ha un aggancio “popolaresco” evidente. Tra lo strambotto e il madrigale (confine quasi indecifrabile tra i due modelli tradizionali), come la quasi-rima baciata (più che altro una simil-assonanza atona, per restare nel clima umile suggerito dal testo) nel finale parrebbe suggerire, il componimento inscena la “burla” della relazione percettiva. Questa prima persona che, per un attimo (primi tre settenari), si auto-rivolge la parola, ne è sintomo. Autoreferenzialità che viene scavalcata dal suono buffo di rime e assonanze “aperte”, dal gioco dello scambio non serioso, sempre di matrice popolare. La suggestione fonica confonde le idee, la referenza si sfalda e da percezione si fa credenza, cioè illusione: «vedi o credi di farlo». L’ignoranza – o impossibilità percettiva del reale -, pur sembrando cialtronesca noncuranza, è fantasma del limite, oscura la dimensione scherzosa del testo (l’unico endecasillabo della serie ha il compito di esplicitare il dramma del “disaccordo” col contesto: «ignaro se quel nero sia il primario»), per aggiungere all’atmosfera scanzonata, quindi, solo in apparenza, una pennellata tragica: cos’è che realmente percepiamo? l’altro o una parte nascosta di noi stessi. In tal caso, il rovescio della referenza sarebbe il semplice ripetersi di un riflesso, un abisso di senso che solo il gioco ci può restituire in azione, senza scopo, se non quello performativo, ancora una volta, che ricrea la forma.

(Novembre 2015)


Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966. Ha scritto un centinaio di poesie circa. Alcune si possono leggere, volendolo, nella plaquette Freddo da palco (d’if, 2009) e nelle antologie VIII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2004) e Samiszdat (Castelvecchi, 2005), ma anche in rete, in riviste o dove si preferisca. Alcune sono state tradotte in russo, spagnolo, inglese e serbocroato. Altre no. È direttore artistico, ad Ancona, del festival di poesia “La Punta della Lingua”. Nel 2013 ha pubblicato Il rovescio del dolore (Italic Pequod).

Franco Buffoni: LA CRAVATTA DI SERENI – Niccolò Scaffai, “Il lavoro del poeta. Montale, Sereni, Caproni” (Carocci, Roma 2015)

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Montale, Sereni, Caproni (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

di Franco Buffoni

LA CRAVATTA DI SERENI

il-lavoro-del-poetaHo avuto occasione, il 5 ottobre scorso, di presentare alla Casa delle letterature di Roma il bel saggio di Niccolò Scaffai Il lavoro del poeta, edito da Carocci. Particolarmente incentrato sulle figure di Montale, Sereni e Caproni, il libro può definirsi complessivamente un’indagine sul sistema di relazioni, incontri, occasioni che motiva la scrittura e le dà sostanza. O, come più prosaicamente ha sintetizzato nella sua recensione al volume Raffaele Manica sul Manifesto, “su che cosa passa per la testa dei poeti quando fanno poesia, e dunque sul perché si faccia poesia”.
Confesso d’essere un appassionato lettore di epistolari. L’estate scorsa ho letto integralmente quello tra Vittorio Sereni e Luciano Anceschi curato per Feltrinelli da Beatrice Carletti con prefazione di Niva Lorenzini (epistolario richiamato anche da Scaffai nel suo lavoro, in particolare con riferimento alla lunga lettera di rifiuto da parte di Sereni del concetto di Linea lombarda); in seguito ho lungamente compulsato anche il carteggio tra Luciano Erba, Piero Chiara e lo stesso Anceschi, uscito per le cure di Serena Contini presso Nuova Editrice Magenta di Varese. Ricordo anche come sia stata illuminante per me qualche anno fa la lettura dell’epistolario Sereni-Bertolucci, e in particolare quella considerazione a margine del mio maestro Giovanni Raboni sulle vite militari dei due poeti. Sereni – di estrazione piccolo-borghese, osservava Raboni – si applicò seriamente al corso per allievi ufficiali, conseguendo il grado di sottotenente, con successiva responsabilità bellica di centinaia di giovani uomini ai suoi ordini. Bertolucci, grande borghese, fece il soldato semplice, imboscandosi subito, in pratica evitando il fronte. Perché, per Sereni, quella divisa con le stellette, quei gradi, lo stipendio che conseguiva, rappresentavano anche una promozione sociale; per Bertolucci non significavano nulla. Al riguardo, ricordo che Piero Bigongiari – altro grande borghese – in quegli anni restò nascosto in campagna a tradurre Ronsard. E certamente non era cagionevole di salute.
Dedica ampio spazio ai carteggi Niccolò Scaffai nella sua trattazione. Per esempio raffrontando come, differentemente da Ungaretti (che sovente anticipa nelle lettere versi e/o concetti poi centrali nelle poesie: per esempio scrive a Papini “c’è una pena che si sconta, vivendo, la morte”), Montale sveli ben poco dei suoi versi nell’epistolario. Per questo resta significativa la poesia “Eastbourne”, anticipata – per quanto concerne il riferimento cronologico all’August Bank Holiday – in una lettera a Irma Brandeis. Ebbi pertanto buon gioco, nel corso della presentazione, ricordando per analogia come Raboni raccontasse con disappunto di una cena con Montale tra i commensali, nel corso della quale l’autore delle Occasioni non seppe parlare se non di pensioni, anni da riscattare, prebende da riscuotere.
Perché è così: c’è la poesia, ma ci sono anche i poeti, e con loro c’è la vita con la sua volgarità, il suo cinismo. Ricordo l’espressione di divertito stupore che si dipinse sul volto di un giovanissimo Guido Mazzoni nel 1993 a Milano nella storica sede della Fondazione Corrente, dove presentammo il III Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea. Era presente Maria Luisa Bonfanti, alias la signora Sereni, invitata a intervenire da Treccani in persona, alla quale chiedemmo di che cosa parlassero Sereni e Anceschi quando s’incontravano. “Di calcio…”, rispose serissima.
Ma che importanza dava Vittorio Sereni ai suoi avantesti, a tutti quei documenti che gli studiosi delle generazioni successive poi compulsano con religiosa attenzione? Si legga questa lettera dello stesso Sereni a Maria Corti, riprodotta da Scaffai a p 133: “Un quaderno dove mettevo i miei appunti abbastanza sistematicamente intorno al 1960, l’ho consegnato all’arch. Gio. Vercelloni che me l’aveva dato del tutto vergine come augurio di fine anno. E’ giusto che se lo tenga”. Dunque, secondo Sereni, poiché l’arch. Vercelloni gli aveva regalato a Natale un bel notes nuovo, era giusto che se lo riprendesse con tutte le preziose annotazioni, abbozzi di poesie, considerazioni e quant’altro.
Roba davvero da far tremar le vene ai polsi, se si pensa che oggi a villa Hüssy a Luino, sede della biblioteca comunale, chiunque può salire all’ultimo piano dove è stato ricostruito lo studio di Sereni con i mobili originali e i libri negli scaffali come li lasciò il poeta nel 1983. Disposti rigorosamente per collane.
Il paragrafo dedicato da Scaffai a Sereni e “il giovane Erba” è quello che maggiormente mi ha “intrigato” da un punto di vista strettamente poetico. Erba fu allievo di Sereni (di nove anni maggiore di età) al liceo Manzoni di Milano nel 1938, e ancora negli anni cinquanta il rapporto tra i due non era “alla pari”, tanto che – come ricorda Scaffai – in un passaggio della famosa lettera ad Anceschi vs Linea lombarda, Sereni annota di malumore che Erba “non sa parlargli d’altro” che delle recensioni “che di volta in volta lui vede del libro”.
Fortunatamente, sulle “beghe” personali, alla fine prevale la poesia, pur se non senza qualche polemica difficoltà. Nella raccolta Linea Kdel 1951 (per incidens: l’espressione Linea lombarda riesce ad Anceschi fondendo Linea K di Erba a Canzone lombarda di Sereni) la poesia “Tabula rasa?” presenta i versi: “Ho una cravatta crema, un vecchio peso / di desideri”.
Se l’espressione tabula rasa, come ci ricorda Scaffai, era già stata usata da Erba nella lettera inviata a Sereni da Parigi il 9 febbraio del 1948, “di mito della cravatta” parla Sereni in una lettera in cui il “professore” dapprima tratta malissimo l’ex allievo: “Ho ripensato spesso a te e anche alle tue cose: le quali, a furia di trovarmele sotto il naso, han finito coll’interessarmi nettamente di più che all’inizio”. Poi finisce quasi con l’abbracciarlo: “Infatti, se mi dà fastidio sentirti parlare di mito della cravatta, proprio la poesia in cui se ne parla nel modo più persuasivo m’è tornata alla mente assai spesso, tanto da farmi desiderare di averla scritta a suo tempo”.
Decisi pertanto di concludere la mia presentazione leggendo a Scaffai e al pubblico due poesie dedicate a Sereni: una recentissima (appare in Avrei fatto la fine di Turing, Donzelli, ottobre 2015), l’altra risalente alla morte di Sereni. E di mio padre: pure lui ufficiale di fanteria e prigioniero dal 43 al 45. Una generazione di uomini che la cravatta su camicia bianca la mettevano anche la domenica per andare allo stadio.

Vittorio Sereni ballava benissimo

Vittorio Sereni ballava benissimo
Con sua moglie e non solo.
Era una questione di nodo alla cravatta
E di piega data al pantalone,
Perché quella era l’educazione
Dell’ufficiale di fanteria,
Autorevole e all’occorrenza duro
In famiglia e sul lavoro,
Coi sottoposti da proteggere
E l’obbedienza da ricevere
Assoluta: “E’ un ordine!”,
Riconoscendo i pari con cui stabilire
Rapporti di alleanza o assidua
Belligeranza.
Ordinando per collane la propria libreria.

*

Di quando la giornata è un po’ stanca

Di quando la giornata è un po’ stanca
E cominciano le nuvole a tardare
Invece del nero all’alba che promette
Costruzione di barche a Castelletto con dei legni
Morbidi alla vista, già piegati.
Non con la ragione ma con quella
Che in termini di religione militante
E’ la testimonianza
Ti dico: tornerai a San Siro,
Sotto vetro la cravatta a strisce nere
Sul triangolo bianco del colletto
Come nella fotografia del cimitero.

Poeti italiani (9) – Spazio inediti: Marco Giovenale

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Marco Giovenale (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (9) – Spazio inediti: Marco Giovenale

Marco Giovenale

sette testi da

OSSIDIANE

[ libri 4 e 5 ]

retroverso (clac), vestito dello sbaglio, “si” avanza” nella storia, il personaggio, duecento anni dopo la morte del romanzo.

è pieno di zombie che non ci si crede. la morte dell’arte frequenta la mostra di sé al bastiglietto, l’assente italiano.

anche gli orsi sono in carcere fuori non c’è più nessuno | sono malati male

*

«Se si tratta di cosa che richieda attenzione», osservò Dupin mentre si asteneva dall’accendere il lume «potremo esaminarla con più concentrazione nel buio»
[ E.A.Poe, La lettera rubata ]

non sa di cosa è fantasma.

ha un piano | per la città delle scale.

solo se pensa alla sua | guancia sinistra.

lo zinco si deposita nei tessuti. | fa (facile): «azoto».

*

schelettra fontana di battiti | fratelli riddarissa

moins / mois / (mosè!)

——————–| ricordo che guardavo le case

i medici guardano le case

lo spazio compra le case

——————————–appartengono |           appartano | app

*

08

sack, also:

sapore-spore
biondo nel basto. questo tardava prima.
stanno di pattuglia. crimini. climi. barberini.
ready-made russia.
dust,

*

12

———————————————————————————–mimesis, 1

zo mi ha manda a prendere
paccoposta non me lo danno i sentimenti
presenta il documento
dàtelo che se
torno senza
frusta faccia

*

chimi   chemins           de (sce
d) —————————————————–[altro]out

ferro    (rim, marge, rimozione

(remoto, rem, chem-

(clem

*

tu non sai ma io non posso toccare i naturalia

(a) pietre | pierres
(b) persone | personae
(c) animati/-li | lives
(d) lac.

natura dicitur dupliciter
giardino parassitante
che in ogni suo punto fa il cieco

——————————sitis
——————————(ibis) → allora


shs1
Svein H. Skavern,  Asemic Works (Fonte: The New Post-literate)

 

Cosa la lingua in dissoluzione, cosa la lingua in ricostruzione? La serie di inediti che Marco Giovenale ci presenta continuano un percorso che non si arrende al disfacimento rimettendo in circolo l’ambiguità del segno.
La parola è un agone, un transito nell’assenza del senso per non arrendersi ma fagocitare e produrre – la produzione già vasta di Giovenale è tensione continua e propensione oggettiva alla presenza. Il soggetto a-grammaticale (de-sintattizzato) impatta i naturalia, declassandoli e deturpandoli eppure perdendosi in essi, confondendosi nel labirinto di emblemi lanciati fuori obiettivo. Ambiguità irredimibile e tentativo di conferma della stessa nel buio delle infinite immagini, come potenziale, miracoloso orientamento. Tutto si gioca su questa paradossale finzione fino alla “fantasmizzazione” dell’essente e espansione/riduzione del tempo: «moins / mois / (mosè!)», sottrazione/ indicazione/ eternità.
Le referenze saltano e non contano perché è lo strumento/lingua che si scorda e riaccorda come applicazione di un insieme di segni che colpiscono un utente non sempre capace di accoglierli: «appartengono | appartano | app». Eppure, e qui l’agone, la sfida lanciata al lettore (?), il segnale arriva, l’applicazione è fruita, anche se inconsciamente, da una nuova collettività che cerca di ricrearsi uno spazio altro: «lo spazio compra le case».
La lingua di Giovenale ci parla, per quanto indirettamente, della necessaria, ma faticosa, compravendita di un nuovo spazio vitale, di una diversa dimora. La “rimozione” del senso contiene la speranza che in questa sfida tracotante col mondo – «(ibis) → allora» – la parola, dai suoi margini originari, dal primordiale clima geroglifico, ci riconsegni un percorso, non pacificante certo, una circolazione continua, seppure sempre ambigua: ibis redibis.

(Settembre 2015)


Per informazioni dettagliate su Marco Giovenalehttps://slowforward.wordpress.com/bio/

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

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Vincenzo Frungillo (Foto di Stefano Maceo Carloni ©)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

Dismissione

Advocatus et non latro,
res miranda populo.

“Bisogna conciliare.
Non esistono prove
per una connessione di causa
tra la loro vita e la loro morte.
Dovremmo ricostruire l’ambiente
la meccanica pesante,
la strozzatura,
l’aria che manca,
dovremmo ricreare la temperatura,
l’inferno della tettoia,
la polvere che cola,
il polmone saturo,
il carcinoma,
la metastasi lungo la schiena.
Manca un testimone
per organizzare l’accusa,
nessuno vi darà ragione,
a voi la decisione,
la diretta generazione,
il ramo familiare,
la prova del sangue,
voi potreste parlare,
oppure tacere,
rispondere alla miseria
con l’istinto di sopravvivenza,
rimettere in linea lo stimolo-la risposta,
accontentarvi del poco che manca.
Perché dissotterrare tombe,
tentare le ombre?
All’uscita del Tribunale c’è un rigattiere
che compra bare usate.
Il mercato non ha limiti,
si alimenta in continuazione.
Persino i poeti finiranno
per eccesso di produzione”.

*

L’estinzione dell’orso bianco

Se queste pietre avessero pietà
per le mie ferite, io avrei ragione,
in quanto animale tra le creature,
perché l’accento che tu noti,
diciamo il dolore,
è solo memoria che si corrompe,
e, pensa bene, non vale niente.
Ora il mio modo d’avere voce,
è un rantolo che non mi appartiene,
che mi distrae dal battito del cuore.
E tu pure, dall’altra parte,
ti rassegnerai alla forza che si sprigiona
nella fase estrema della caccia,
alla preda che non si nasconde,
che si è estinta, dalla faccia della terra.

*

La casa

Vivo in una casa vuota,
ma di cosa dovrebbe essere piena una casa?

Resta solo l’utilizzo mancato
d’ogni oggetto, lo puoi vedere,
certo, strabuzzando gli occhi
come facevi da ragazzo,
fissandoti allo specchio,
il petto nudo, e tutto il resto,
spezzato nel mezzo,
un capezzolo che guardava il cielo-
l’altro l’inferno-.
In questo eri un mitico busto,
con i vestiti di tua madre
tutto intorno, la macchina da cucire
che fissava i punti alle gonne.
Allora aspettavi il padre,
l’occhio mansueto del tempo.
Di questo non puoi avere rimpianto,
nemmeno adesso,
che la rosa nel vaso
fa la muffa lungo lo stelo.
Lo dici a te stesso,
riflesso nel vetro,
“i vestiti che indosso li darò in pasto
agli zingari del centro”.

*

Il ritorno

Lei tiene un braccio attaccato alla pancia,
l’altro lo stende sul tavolo,
mi porge la mano:
“Ti ho portato dell’uva
rubata alla mensa.
C’è qualcosa di misterioso
nella frutta che mangiano i bambini.
Provala.”
Non servono lezioni sulle stagioni,
loro si spiegano da sole.
E’ tornata per l’ultima volta.
Guarda fuori.
Non guarda più me.
“Ricordi la gomena
che hai visto sul molo..?
Secondo te, cosa reggeva?”
La liquirizia che ci riempiva la bocca,
un giorno svanirà.
Sentiremo un sapore diverso,
saremo altro e altro ancora.
Rovista con le unghie in una storia comune:
“Sapessi ora cosa vedo.”

*

La nostra storica parte di pena

This ready flesh
no honest equal, but my accomplice now,
my assassin to be, and my name
stands for my historical share of care
for a lying self-made city,
afraid of our living task, the dying
which the coming day will ask

S’arriva ad invocare la propria parte di pena
quando in casa, l’ennesima,
si confonde la manopola dell’acqua calda
con la manopola dell’acqua fredda,

quando la città volteggia libera nell’aria
come il polline di questi pioppi in primavera;
si cerca la parola stretta nella storia,
quando la società caracolla

nel tutto si deve perché si può fare,
si resta da soli a fermare la morte
mentre la si guarda arrivare,
come la sola funzione del nostro atto vitale.

Ci si ripete, “tutta qui la scienza appresa ad arte,
l’eredità della vecchia classe materiale,
quella d’un padre che s’inabissa
mentre il mondo straripa”.

Ed ora vorresti una colpa tutta tua,
vorresti vederla fare ombra,
vorresti stanare i nomi dalla loro piega,
vorresti chiamarli fino a svanire

nel nucleo

scintillante e parziale della loro natura mortale.


In bilico tra rinascita ed estinzione. La non appartenenza e l’esclusione alienante dal sé sono le tematiche che emergono dagli inediti di Frungillo, in linea con la produzione e le scelte di poetica fin qui svolte. Solo, un’altra sacralità si diffonde dal racconto “analitico”, obiettivo, del condizionamento avvenuto. Un respiro che da sincope si fa urlo battente, più che anafora, analessi della storia o, meglio, ripristino analettico della stessa: «vorresti vederla fare ombra,/ vorresti stanare i nomi dalla loro piega,/ vorresti chiamarli fino a svanire» (vedi il richiamo a Prime in Horae Canonicae di W. H. Auden proprio nel testo dei versi appena citati, per cui le ambivalenze del respiro si ampliano nel binomio carne nascente/carnefice). Sì, il nome, la parola, il verbum che chiedono giustizia di presenza (come il motto di Sant’Ivo in epigrafe sembra richiamare), gratuità del gesto, denudamento. Allora sembra il dono “il nucleo”, certo “parziale” della nostra “natura mortale”, che può riattivare un senso ben oltre il male, la nostra colpa invadente e infinita. Toni, quelli di Frungillo, che non ammettono pause o rilassamenti – e in questo si definisce il suo stile – ma che si muovono nelle intercapedini dell’agone tra parola e mondo, nello svuotamento della dimora che può rendere percepibile la capacità di un ritorno a una storia narrabile, al filo che ci introduce nel tempo, orientandoci nel suo straripamento di passato-presente-futuro, l’uno nell’altro, l’uno sull’altro. Il nome esonda e svanisce il senso; il suo spettro proteiforme si proietta in accumulo, e noi restiamo in cerca – a caccia – per coglierne un estratto, una traccia parziale.

(Giugno 2015)


Vincenzo Frungillo nasce a Napoli nel 1973. Ha vissuto a Freiburg, a Saarbrücken (in Germania) e a Milano dove tutt’ora risiede. Si è addottorato in filosofia con una tesi dal titolo Il rischio di una reificazione del linguaggio. Selbst e perdita di Selbst in Martin Heidegger (2001). In versi ha pubblicato Fanciulli sulla via maestra (con una nota di Milo De Angelis e di Eugenio Mazzarella, Palomar, 2002), Ogni cinque bracciate. Un estratto. (finalista premio Delfini, edizioni Galleria Mazzoli, 2007), Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti (con una prefazione di Elio Pagliarani e una postfazione di Milo De Angelis, Le Lettere, 2009), Meccanica pesante (XI Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea a cura di Franco Buffoni, 2012), Terre straniere (in Registro di poesia # 5, finalista Premio Russo-Mazzacurati, edizioni d’If, 2012), Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia (Premio Russo Mazzacurati, edizioni d’If 2013), La disarmata (AA.VV. Cfr edizioni, 2014). Altri suoi testi inediti sono compresi in Hyle. Selve di poesia, (con Dvd video contenente interviste e video, 2013). È presente in diverse antologie di poesia contemporanea, tra le quali Il miele del silenzio (a cura di Giancarlo Pontiggia), Poesia dell’inizio del mondo (a cura di Nanni Balestrini). Dai suoi testi sono stati adattati due recital per la voce di Viviana Nicodemo, entrambi presso la Casa della Poesia di Milano. Per il teatro ha scritto Il cane di Pavlov. Un monologo (Premio di drammaturgia Fersen. Ottava edizione, Editoria & Spettacolo). Suoi testi di narrativa sono apparsi su riviste, altri progetti sono tuttora inediti. Ha scritto interventi saggistici sulla poesia di Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Paul Celan, Biagio Cepollaro ed altri. È redattore di Puntocritico, Absoluteville, Carteggi letterari. Suoi versi sono stati tradotti in tedesco e sono in corso di traduzione in lingua inglese-americano. Sulla sua poesia hanno scritto tra gli altri: Andrea Cortellessa, Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Giancarlo Pontiggia, Giancarlo Alfano, Giorgio Manganelli, Alberto Bertoni, Alberto Sebastiani, Luciano Mazziotta, Francesco Filia.

Poeti italiani (7) – Spazio inediti: Renata Morresi

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Renata Morresi

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (7) – Spazio inediti: Renata Morresi

Paesaggio con vecchia stazione e prime strutture del giorno

“bisogna inventarsi un volto”
F. Fusco, La Signora con l’ermellino

L’occhio rosso del sole sul mare si specchia in un milione di soli possibili.
Uno è quello vero e non puoi credere che è solo una palla di elio
che brucia nel cielo. Lungo i muscoli crudi del cielo, lungo i tendini ciechi,
lungo i gatti impestati del cosmo, lungo il nervo del dente profondo.
Sotto, i pescherecci, quasi forgiati dello stesso metallo dell’acqua,
guidati da una forza strana e uguale, eccitati d’insetto, mantide,
fegato pulsante, forza di padrone, plastica nel gozzo, così cieca,
così immane. Dal treno si fa presto a passare alla terra che monta,
alle case colorate, stabili, portoni, cassonetto, scritte, siepi, rotonda,
alle cose dei colori umani, inventati per resistere a dispetto di sole
più mare. La terra coi suoi guizzi e le sue ubbie, i suoi pali e i suoi pianciti,
centauri e scarafaggi che riecheggiano, e i mucchi di capelli che ci impigliano
nei secoli. Piloni impazziti, sensibili acciai, i cavi implacabili che tendono
tra i numeri che dicono: siamo una specie di forti, di ciechi. Testoline
secche di soffioni dopo i desideri, rimpiccioliti moncherini di tribù
subtropicali. L’aria è piena di quegli urli, desideri, cataste di piccioni
o scheletri ammansiti. Desideri, latrati, cigolare. Binari ciechi.
A volte hai il sentore che niente può ancora accadere, tanto geometriche
le misure del gabbiano, perfetto il suo peso specifico, il diritto
allo sfregio del suo volo. Lo snervamento si compie in segreto.
Non è la prima volta. Guardo i bimbi sul vagone, li guardo sempre,
non sono i primi. Vorrei sapere tutto di loro, anche se so,
dalla forma del cappello, dalla foga di manine, i nomi degli eroi di ruggine
e mercurio, so lo zucchero che li eccita ed asserva, il cobra in lattice
che non può, non può morire. E ho voglia lo stesso del suo morso,
come di tornare a esistere, eppure ci sono. Più perfetta ancora nel gabbiano,
e incredibile, è la voglia, e non ha alcuna proporzione, ché l’ha tutta,
tanto piena di se stessa che non vede quanto piena di sangue
è la sua vista, il suo volto quasi invaso, quasi rotto. Quasi solo occhio.


È il mondo ad apparire nell’inedito di Renata Morresi. Un mondo in costruzione, rinnovabile per accumulo e desiderio estremo di nominazione. L’occhio si sofferma e la mano dipinge la favola del sole che apre alle mille possibilità del giorno. Un racconto lungo, incorniciato da un soggetto che riscopre attenzione e spennella impressioni, manifestando la sua presenza, inizialmente esterna, poi gradualmente sempre più immersa nella sensazione dell’appartenenza. La comprensione del quadro attraverso la vista crea desiderio di contatto, sentore primigenio, per questo l’autrice guarda «i bimbi sul vagone», li riscopre nella finzione della prima volta, perché già li conosce come tutta la carrellata di esseri intravisti o immaginati nel viaggio fa intuire. Percorso di affabulazione, dicevamo, tentativo estremo di riattivare la voglia irrefrenabile e «tornare a esistere», andando oltre l’evidenza innegabile di essere. Viaggio o tentativo mimetico, dunque, in bilico tra la trascendenza di sé e la totale immersione nel quadro, nell’incontenibile smisuratezza dell’esistenza. Ma, come compressa, la visuale teme di farsi visione «quasi solo occhio» nella perdita opposta che può “spaccare” il soggetto, osservazione rispecchiante di un’impressione rotta al contatto, in esubero sull’alterità, violenta.

(Giungno 2015)


Renata Morresi è nata a Recanati nel 1972. Traduce, scrive saggistica e poesia, insegna lingua e traduzione inglese all’università di Macerata. Di recente sono apparsi due volumi di sue traduzioni della poeta americana Rachel Blau DuPlessis: Dieci bozze (Vydia, 2012), con introduzione critica, e Bozza 111: Arte povera (Arcipelago). Tra i suoi libri: Cuore comune (peQuod 2010, Premio Metauro 2011), Bagnanti (Giulio Perrone Editore, 2013). Collabora a riviste, cartacee e on-line (Nazione indiana, Punto critico, Argo, ecc.).

Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

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Andrea Inglese

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

Tutto questo, tutte queste forme prese dalla natura muta, è tutto terribile e insieme assurdo, scoraggiante, e però vive, si abbellisce, continua.

F. Ponge

… nell’area particellare di ciò che nasce…

G. D’Andrea

Potenze del mondo, nonostante. Il tempo sembra diventare ossessione nei due inediti di Andrea Inglese. La bomba biologica tenta di rinnovare – secondo la poetica del risveglio insita nel materialismo fenomenologico di Francis Ponge – la dimensione generazionale, l’apporto “informativo” (“choses entre les choses”) della nascita della figlia, nell’apparenza del distacco, riflette non tanto la “trasmissione” dei messaggi (a-referenzialità vs contrazione del senso) ma, con più vigore, la forza centripeta del corpo infantile, il vero carico gravitazionale per chi genera. Tutto in attesa della conflagrazione di quello stesso corpo, che sconvolgerà – forse, in un futuro e stavolta con carica opposta, centrifuga – la vita di chi è presso. Epifania della distruzione del tempo, della sua linearità, in una nuova deformazione – eternamente presente – per cui «Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere». E soprattutto ombre.

***

La bomba biologica

Di Andrea Inglese

L’informazione che mia figlia, viva da un solo mese, ha portato fino a me è questa: il futuro non conta più, non conta più per me, seppure con difficoltà debba prenderne atto, malgrado alcune fasi più critiche della mia esistenza, io come ogni essere umano mediamente illuso, abitato da fantasmi di felicità, ho voluto credere che il futuro fosse la mia garanzia, un’assicurazione nei confronti del presente, quel presente non organizzato, lacunoso, fitto di mancanze, di recuperi, quel presente così povero, ripetitivo, ma il futuro – mi dice mia figlia – non esiste più, non ha più risorse, giacimenti segreti, santuari in cui assistere all’ultima teofania, il futuro è consumato, esso prepara crateri, isolamenti, demenza, e il mio cadavere. Quindi ciò che mia figlia mi dice, quando riversa a pancia in su, con gli occhi appena spiritati, la bocca socchiusa, scuote senza controllo le gambe, è questo: il presente – dice – è tutto quello che ti resta, poiché io sono colei che è venuta a distruggerlo, io sopravvivrò al tuo presente, esso lascerà qualche traccia in me, troppo debole, perché io mi ricordi come mio padre viveva, nei minuti iniziali del giorno, o in quelli finali, o in qualsiasi altra piega diurna.
Mia figlia viene per incendiare, con il suo possente oblio, tutto quanto io ho raccolto, adibito a orizzonte, sistema, ambiente. Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere.
Mia figlia, d’altra parte, malgrado noi – sua madre ed io – la si voglia addomesticare con nomignoli affettuosi, con dolciastri vezzeggiativi, lei, la cosiddetta carotina, ranocchiona, la Louskj Malouskj, la Louloutte, è in realtà, sotto i suoi divini sorrisi, una semplice bomba biologica, la vita si carica lì dentro, nel suo pancino, nelle gambette gonfie come pneumatici, nella sua potente pompa-boccale, che tutto risucchia verso un pozzo invisibile, nelle manine da puttina rinascimentale. La sua bomba biologica è già ovviamente esplosa, ma si tratta di un’esplosione prolungata, con una protervia autoasseverativa che si rinnova ogni mattina, lei è lì, attrezzata a portare avanti il suo programma minimo ma ferreo: agitare gli arti periferici, succhiare il ciuccio per ore, ingoiare i suoi 150 grammi di latte sei o sette volte al giorno, cacare e pisciare a dovere, ruttare, tirare testate a destra e a manca, senza alcuno scampo, tregua, ripensamento. Il suo è un programma minimo, ma non negoziabile, e cresce complicandosi di giorno in giorno: non s’interrompe mai, varia e si arricchisce, moltiplica i suoi punti di sfondamento, i suoi accessi sul reale, è un’invasione disinvolta e imprudente. La bomba biologica non possiede i caratteri dell’indugio, né un’organizzazione rinunciataria, ritrattile; lei, dal margine circoscritto da cui compie la sua esplosione, è sempre pronta ad affrontare tutto: il bagnetto, il cambio di pannolini, lo spostamento dentro e fuori il passeggino, la denudazione e il vestimento, le creme sul sedere, le siringate di vitamine in bocca.
Se da un lato questa bomba biologica a scoppio continuato e crescente rade al suolo il mio futuro, me lo risucchia negli interstizi di una cura ripetitiva, giorno per giorno, dall’altro, e in modo contraddittorio, spara fuori un getto potentissimo di futuro, lo ricrea ogni notte, e me lo ripresenta al risveglio, mia figlia emette futuro, a raggi ampi, d’intensità sempre maggiore, e pone me, sua madre, le nonne, tutti quanti in affanno: come riusciremo a stargli dietro, chi potrà seguire, per ogni tornante il suo futuro? Chi sarà in grado di tenersi in piedi, in equilibrio mentale, con un bilancio economico in attivo, un’energia erotica non episodica, fino a che lei avrà prodotto, e di conseguenza bruciato, una quota significativa del suo futuro?
Chi sarà all’altezza del suo futuro rinnovabile?


La vita confusa sottolinea il disagio. Non più neutrale, il soggetto vive la dissoluzione della linea temporale. Cronos morto, resta la luce fiacca del disorientamento, quella dell’ultimo Wallace Stevens, cadente: «Weaker and weaker, the sunlight falls/ In the afternoon». Eppure nella caduta a vortice di tempi diminuiti, di uomini incompiuti (o in continua mutazione, che è lo stesso), è possibile la selezione, anzi indispensabile la scelta, barlume di una volontà disillusa che presenzia la sua stessa disillusione «nella scaduta grandiosità dell’annichilimento» (ancora Stevens). Niente di nuovo oltre il cammino che ricrea la «grande noncuranza del camminare».

***

La vita confusa

Di Andrea Inglese

Per alcuni anni è come se la mia vita fosse stata molto confusa, e questa confusione della vita dura ancora, ma io credo di meno, ed è per questa diminuzione della confusione che mi sono imposto, da qualche tempo, e con aiuti esterni, di fare ordine, e sopratutto ordine temporale, perché la confusione non è solamente spaziale, ma è del tempo. I giorni non si capisce bene per che verso passino, perché come i mesi o gli stessi minuti, anche i giorni, con la loro durata media, bonaria, debbono passare, ed effettivamente si muovono, ma non so mai bene per quale verso, se io sia in una fase di ritorno da qualche giornata, o se stia andandomene via da qualche giornata, le giornate hanno strani modi di avvolgersi o di ritirarsi, di venire incontro, di cercare l’impatto, ma non si sa mai se si è dentro la loro bonaria durata, sulla via del ritorno, o se stiamo andando davvero altrove.
È evidente che io avrei bisogno di scendere nei fatti della mia vita, perché è in qualche modo certo che questi fatti esistano, ed esistano come fatti della mia vita, ed essi – io lo immagino con facilità – sono connessi variamente, magari non tutti, nessun fatto è connesso con tutti gli altri, anche se a volte immagino che sia così, cioè immagino che nella mia vita quello che non va dipenda da un’eccessiva connessione di tutti i fatti tra di loro, e sento come questa iperconnessione maniacale dei fatti tra di loro non possa portare nulla di buono, o possa al massimo portare qualcosa di molto intricato, e che questo intrico lo si può portare, poi, solo per qualche tempo, intendo dire portare avanti, farlo evolvere, perché l’intrico suggerisce un problema inerziale, un eccesso di nodi e spigoli, e tutto questo annodamento e intreccio non può che rallentare fino quasi al raffreddamento e alla quiete malsana il cammino. Ma è per mia fortuna, io credo, che i fatti della mia vita siano collegati tra di loro in modo incompleto, in modo massicciamente incompleto e approssimativo, tant’è che più che un intreccio problematico, piuttosto che l’inerzia, il problema del mio cammino è quello del disorientamento, poiché nulla tiene nulla all’interno della mia vita, e il movimento è talmente facile, che esso assomiglia a uno scivolare quasi senza attrito, ad un glissare, o forse addirittura ad un cadere.
La confusione temporale della mia vita, che ad essere precisi è una confusione sia temporale che spaziale, dipende senza dubbio dalla difficoltà di tenere i fatti della mia vita uniti, agganciati tra di loro, abbastanza uniti e agganciati almeno, senza per forza mirare all’iperconnessione molto pericolosa di tutti i fatti con ogni altro, anche perché quel tipo di massiccia e pervasiva connessione non può che portare ad un incremento di senso, ogni fatto risuonerebbe con ogni altro, e così simultaneamente catene di fatti risuonerebbero tra loro producendo un immenso frastuono nella mia testa, è quindi bene che solo alcuni fatti ed alcuni altri possano essere tra loro solidali, ossia agganciati l’uno all’altro, in modo da resistere a quelle pressioni che la mente confusa produce, a quelle spinte alla divaricazione, alla dispersione, a quelle spinte che, insomma, portano ogni fatto alla deriva rispetto ad ogni altro, creando questa grande noncuranza del camminare, poiché si cammina così facilmente al di fuori di qualsiasi tessuto di fatti, seppure parziale e provvisorio, si cammina così bene, che sembra alla fine di correre, di scivolare via, di cadere nel vuoto.

(Aprile 2015)

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Hans Grundig, “The Sign of the Future”, 1935 (Pushkin Gallery)

Andrea Inglese (1967) vive a Parigi. È poeta, saggista, traduttore. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Tra i suoi libri di poesia: Inventari (Zona 2001), Colonne d’aveugles (Le Clou Dans Le Fer, 2007), La distrazione (Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009), il prosimetro Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011; premio Ciampi), Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, nell’edizione italiana (Italic Pequod, 2013) e francese (NOUS, 2013), e La grande anitra (Oèdipus, 2013). Tra i testi in prosa: Prati / Pelouses (La Camera Verde, 2007) in parte confluiti nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009), Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001 (La Camera Verde, 2011) Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazioneindiana. È nel comitato di redazione di “alfabeta2”. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per una itinerante & collettiva installazione poetica.

Poeti italiani (5) – Spazio inediti: Corrado Benigni

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Corrado Benigni (Foto di Viviana Nicodemo, 2014)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (5) – Spazio inediti: Corrado Benigni

Non sarà più così – distanza tolta dallo spazio –
per noi deciderà una luce inerme
arata dal destino, ma intanto
quale appello invocare a colui che non ritorna?

Chi legifera ha una bocca rapace
contumace nel bianco delle parole
che illumina chi si persuade.

(da Tribunale della mente, Interlinea, Novara, 2012)


La riflessione poetica di Corrado Benigni è ossessione linguistica che si basa sulle potenzialità etiche della parola. La semantica relazionale, la “comunione” dello strumento linguistico in quanto significante, è incenerita in una ricerca, quasi archeologica, del “codex”, della radice stessa di una “norma” che sia ancora condivisibile. Il linguaggio si raccoglie nella pratica-habitus di un segno monitorabile ma non per questo statico. In Tribunale della mente (la raccolta del 2012 in cui troviamo il testo qui presentato), un senso di sconsolato smarrimento intride la riflessione sull’”invocazione”, residuo di senso di una parola intesa come originaria (di uno status, di un habitus e, quindi, di una società). La chiamata attraverso quella «luce inerme», che appare nel secondo verso, è quasi il manifesto di una poetica “in levare”, per cui la fragilità del verbum è tutta la debolezza di un mondo in dissoluzione.
La protervia del segno che diventa “codice” è il messaggio che arriva dalla forza neutralizzante delle parole, nella loro dimensione ambivalente di senso/non senso, l’unico valore di una comunicazione che si fa coerente solo per chi «si persuade» della loro effettiva “significazione”.
Una fiducia ridotta all’osso, in una fase storica di mutamento antropologico la parola sembra trasformarsi in geroglifico (segno sacro e allo stesso tempo incomprensibile, quasi esclusivo perché escluso dal diverso mondo linguistico incipiente) di luce.


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Come suoni nelle pietre le parole nascondono
luoghi e cellule, respiri e ore contate
che dicono chi siamo,
mentre tutto scorre in un atto di luce e rovina
attraversando il groviglio. Pixel di voci affiorano sulla pagina,
disegnano volti tra le lettere di un alfabeto perduto:
i bambini che sulle rive del Nilo vendono fossili,
Dike sul banco degli imputati, mio padre, Ulisse senza Itaca
in un’era glaciale.
Domani tutto sarà cancellato.
Ma la strada è una lingua che ci vede
e sotto la terra un bosco – immobile – aspetta di nascere.

(Inedito)


L’inedito richiama – in-voca? – la trasformazione emersa nel testo precedente, rendendola evidente. Si aggiunge come tappa di un’evoluzione linguistica che, dalle discendenze “normative” della condivisione verbale, accenna uno scarto di speranza nell’ineluttabilità della scomparsa.
Parole come «suoni nelle pietre» che fanno pensare al silicio, alla mineralizzazione della comunicazione di massa in un anfratto di pixel, di elementi disegnati nella luce, segni puntiformi di una nuova “visione”, aggrovigliata nel suo stesso mostrarsi. Ma cosa sarà questo nuovo segno, questa traccia geroglifica, appunto («i bambini che sulle rive del Nilo vendono fossili» ne rappresentano il richiamo lontano, archeologico, creando un ponte tra le epoche, comunque sia, una memoria), che sembra spingerci all’estinzione ma non nega una plausibile rinascita?
Nessuna risposta in nessun luogo, oppure qualcosa balugina nella stessa possibilità di cancellazione del segno. L’impronta è sempre la “lingua”, la manifestazione di «un atto di luce», il groviglio di segni, la “selva” che sempre e sempre «aspetta di nascere», malgrado noi, strumenti della sua legge.

(Marzo 2015)


Corrado Benigni è nato nel 1975 a Bergamo, dove vive. Ha pubblicato nel 2012 il libro di poesie Tribunale della mente (Interlinea); nel 2010 la sua silloge Giustizia è stata inclusa nel Decimo Quaderno italiano (Marcos y Marcos, a cura di Franco Buffoni); del 2005 è la sua prima raccolta in versi: Alfabeto di cenere (Lietocolle).