Poeti italiani (9) – Spazio inediti: Marco Giovenale

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Marco Giovenale (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (9) – Spazio inediti: Marco Giovenale

Marco Giovenale

sette testi da

OSSIDIANE

[ libri 4 e 5 ]

retroverso (clac), vestito dello sbaglio, “si” avanza” nella storia, il personaggio, duecento anni dopo la morte del romanzo.

è pieno di zombie che non ci si crede. la morte dell’arte frequenta la mostra di sé al bastiglietto, l’assente italiano.

anche gli orsi sono in carcere fuori non c’è più nessuno | sono malati male

*

«Se si tratta di cosa che richieda attenzione», osservò Dupin mentre si asteneva dall’accendere il lume «potremo esaminarla con più concentrazione nel buio»
[ E.A.Poe, La lettera rubata ]

non sa di cosa è fantasma.

ha un piano | per la città delle scale.

solo se pensa alla sua | guancia sinistra.

lo zinco si deposita nei tessuti. | fa (facile): «azoto».

*

schelettra fontana di battiti | fratelli riddarissa

moins / mois / (mosè!)

——————–| ricordo che guardavo le case

i medici guardano le case

lo spazio compra le case

——————————–appartengono |           appartano | app

*

08

sack, also:

sapore-spore
biondo nel basto. questo tardava prima.
stanno di pattuglia. crimini. climi. barberini.
ready-made russia.
dust,

*

12

———————————————————————————–mimesis, 1

zo mi ha manda a prendere
paccoposta non me lo danno i sentimenti
presenta il documento
dàtelo che se
torno senza
frusta faccia

*

chimi   chemins           de (sce
d) —————————————————–[altro]out

ferro    (rim, marge, rimozione

(remoto, rem, chem-

(clem

*

tu non sai ma io non posso toccare i naturalia

(a) pietre | pierres
(b) persone | personae
(c) animati/-li | lives
(d) lac.

natura dicitur dupliciter
giardino parassitante
che in ogni suo punto fa il cieco

——————————sitis
——————————(ibis) → allora


shs1
Svein H. Skavern,  Asemic Works (Fonte: The New Post-literate)

 

Cosa la lingua in dissoluzione, cosa la lingua in ricostruzione? La serie di inediti che Marco Giovenale ci presenta continuano un percorso che non si arrende al disfacimento rimettendo in circolo l’ambiguità del segno.
La parola è un agone, un transito nell’assenza del senso per non arrendersi ma fagocitare e produrre – la produzione già vasta di Giovenale è tensione continua e propensione oggettiva alla presenza. Il soggetto a-grammaticale (de-sintattizzato) impatta i naturalia, declassandoli e deturpandoli eppure perdendosi in essi, confondendosi nel labirinto di emblemi lanciati fuori obiettivo. Ambiguità irredimibile e tentativo di conferma della stessa nel buio delle infinite immagini, come potenziale, miracoloso orientamento. Tutto si gioca su questa paradossale finzione fino alla “fantasmizzazione” dell’essente e espansione/riduzione del tempo: «moins / mois / (mosè!)», sottrazione/ indicazione/ eternità.
Le referenze saltano e non contano perché è lo strumento/lingua che si scorda e riaccorda come applicazione di un insieme di segni che colpiscono un utente non sempre capace di accoglierli: «appartengono | appartano | app». Eppure, e qui l’agone, la sfida lanciata al lettore (?), il segnale arriva, l’applicazione è fruita, anche se inconsciamente, da una nuova collettività che cerca di ricrearsi uno spazio altro: «lo spazio compra le case».
La lingua di Giovenale ci parla, per quanto indirettamente, della necessaria, ma faticosa, compravendita di un nuovo spazio vitale, di una diversa dimora. La “rimozione” del senso contiene la speranza che in questa sfida tracotante col mondo – «(ibis) → allora» – la parola, dai suoi margini originari, dal primordiale clima geroglifico, ci riconsegni un percorso, non pacificante certo, una circolazione continua, seppure sempre ambigua: ibis redibis.

(Settembre 2015)


Per informazioni dettagliate su Marco Giovenalehttps://slowforward.wordpress.com/bio/

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

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Vincenzo Frungillo (Foto di Stefano Maceo Carloni ©)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

Dismissione

Advocatus et non latro,
res miranda populo.

“Bisogna conciliare.
Non esistono prove
per una connessione di causa
tra la loro vita e la loro morte.
Dovremmo ricostruire l’ambiente
la meccanica pesante,
la strozzatura,
l’aria che manca,
dovremmo ricreare la temperatura,
l’inferno della tettoia,
la polvere che cola,
il polmone saturo,
il carcinoma,
la metastasi lungo la schiena.
Manca un testimone
per organizzare l’accusa,
nessuno vi darà ragione,
a voi la decisione,
la diretta generazione,
il ramo familiare,
la prova del sangue,
voi potreste parlare,
oppure tacere,
rispondere alla miseria
con l’istinto di sopravvivenza,
rimettere in linea lo stimolo-la risposta,
accontentarvi del poco che manca.
Perché dissotterrare tombe,
tentare le ombre?
All’uscita del Tribunale c’è un rigattiere
che compra bare usate.
Il mercato non ha limiti,
si alimenta in continuazione.
Persino i poeti finiranno
per eccesso di produzione”.

*

L’estinzione dell’orso bianco

Se queste pietre avessero pietà
per le mie ferite, io avrei ragione,
in quanto animale tra le creature,
perché l’accento che tu noti,
diciamo il dolore,
è solo memoria che si corrompe,
e, pensa bene, non vale niente.
Ora il mio modo d’avere voce,
è un rantolo che non mi appartiene,
che mi distrae dal battito del cuore.
E tu pure, dall’altra parte,
ti rassegnerai alla forza che si sprigiona
nella fase estrema della caccia,
alla preda che non si nasconde,
che si è estinta, dalla faccia della terra.

*

La casa

Vivo in una casa vuota,
ma di cosa dovrebbe essere piena una casa?

Resta solo l’utilizzo mancato
d’ogni oggetto, lo puoi vedere,
certo, strabuzzando gli occhi
come facevi da ragazzo,
fissandoti allo specchio,
il petto nudo, e tutto il resto,
spezzato nel mezzo,
un capezzolo che guardava il cielo-
l’altro l’inferno-.
In questo eri un mitico busto,
con i vestiti di tua madre
tutto intorno, la macchina da cucire
che fissava i punti alle gonne.
Allora aspettavi il padre,
l’occhio mansueto del tempo.
Di questo non puoi avere rimpianto,
nemmeno adesso,
che la rosa nel vaso
fa la muffa lungo lo stelo.
Lo dici a te stesso,
riflesso nel vetro,
“i vestiti che indosso li darò in pasto
agli zingari del centro”.

*

Il ritorno

Lei tiene un braccio attaccato alla pancia,
l’altro lo stende sul tavolo,
mi porge la mano:
“Ti ho portato dell’uva
rubata alla mensa.
C’è qualcosa di misterioso
nella frutta che mangiano i bambini.
Provala.”
Non servono lezioni sulle stagioni,
loro si spiegano da sole.
E’ tornata per l’ultima volta.
Guarda fuori.
Non guarda più me.
“Ricordi la gomena
che hai visto sul molo..?
Secondo te, cosa reggeva?”
La liquirizia che ci riempiva la bocca,
un giorno svanirà.
Sentiremo un sapore diverso,
saremo altro e altro ancora.
Rovista con le unghie in una storia comune:
“Sapessi ora cosa vedo.”

*

La nostra storica parte di pena

This ready flesh
no honest equal, but my accomplice now,
my assassin to be, and my name
stands for my historical share of care
for a lying self-made city,
afraid of our living task, the dying
which the coming day will ask

S’arriva ad invocare la propria parte di pena
quando in casa, l’ennesima,
si confonde la manopola dell’acqua calda
con la manopola dell’acqua fredda,

quando la città volteggia libera nell’aria
come il polline di questi pioppi in primavera;
si cerca la parola stretta nella storia,
quando la società caracolla

nel tutto si deve perché si può fare,
si resta da soli a fermare la morte
mentre la si guarda arrivare,
come la sola funzione del nostro atto vitale.

Ci si ripete, “tutta qui la scienza appresa ad arte,
l’eredità della vecchia classe materiale,
quella d’un padre che s’inabissa
mentre il mondo straripa”.

Ed ora vorresti una colpa tutta tua,
vorresti vederla fare ombra,
vorresti stanare i nomi dalla loro piega,
vorresti chiamarli fino a svanire

nel nucleo

scintillante e parziale della loro natura mortale.


In bilico tra rinascita ed estinzione. La non appartenenza e l’esclusione alienante dal sé sono le tematiche che emergono dagli inediti di Frungillo, in linea con la produzione e le scelte di poetica fin qui svolte. Solo, un’altra sacralità si diffonde dal racconto “analitico”, obiettivo, del condizionamento avvenuto. Un respiro che da sincope si fa urlo battente, più che anafora, analessi della storia o, meglio, ripristino analettico della stessa: «vorresti vederla fare ombra,/ vorresti stanare i nomi dalla loro piega,/ vorresti chiamarli fino a svanire» (vedi il richiamo a Prime in Horae Canonicae di W. H. Auden proprio nel testo dei versi appena citati, per cui le ambivalenze del respiro si ampliano nel binomio carne nascente/carnefice). Sì, il nome, la parola, il verbum che chiedono giustizia di presenza (come il motto di Sant’Ivo in epigrafe sembra richiamare), gratuità del gesto, denudamento. Allora sembra il dono “il nucleo”, certo “parziale” della nostra “natura mortale”, che può riattivare un senso ben oltre il male, la nostra colpa invadente e infinita. Toni, quelli di Frungillo, che non ammettono pause o rilassamenti – e in questo si definisce il suo stile – ma che si muovono nelle intercapedini dell’agone tra parola e mondo, nello svuotamento della dimora che può rendere percepibile la capacità di un ritorno a una storia narrabile, al filo che ci introduce nel tempo, orientandoci nel suo straripamento di passato-presente-futuro, l’uno nell’altro, l’uno sull’altro. Il nome esonda e svanisce il senso; il suo spettro proteiforme si proietta in accumulo, e noi restiamo in cerca – a caccia – per coglierne un estratto, una traccia parziale.

(Giugno 2015)


Vincenzo Frungillo nasce a Napoli nel 1973. Ha vissuto a Freiburg, a Saarbrücken (in Germania) e a Milano dove tutt’ora risiede. Si è addottorato in filosofia con una tesi dal titolo Il rischio di una reificazione del linguaggio. Selbst e perdita di Selbst in Martin Heidegger (2001). In versi ha pubblicato Fanciulli sulla via maestra (con una nota di Milo De Angelis e di Eugenio Mazzarella, Palomar, 2002), Ogni cinque bracciate. Un estratto. (finalista premio Delfini, edizioni Galleria Mazzoli, 2007), Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti (con una prefazione di Elio Pagliarani e una postfazione di Milo De Angelis, Le Lettere, 2009), Meccanica pesante (XI Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea a cura di Franco Buffoni, 2012), Terre straniere (in Registro di poesia # 5, finalista Premio Russo-Mazzacurati, edizioni d’If, 2012), Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia (Premio Russo Mazzacurati, edizioni d’If 2013), La disarmata (AA.VV. Cfr edizioni, 2014). Altri suoi testi inediti sono compresi in Hyle. Selve di poesia, (con Dvd video contenente interviste e video, 2013). È presente in diverse antologie di poesia contemporanea, tra le quali Il miele del silenzio (a cura di Giancarlo Pontiggia), Poesia dell’inizio del mondo (a cura di Nanni Balestrini). Dai suoi testi sono stati adattati due recital per la voce di Viviana Nicodemo, entrambi presso la Casa della Poesia di Milano. Per il teatro ha scritto Il cane di Pavlov. Un monologo (Premio di drammaturgia Fersen. Ottava edizione, Editoria & Spettacolo). Suoi testi di narrativa sono apparsi su riviste, altri progetti sono tuttora inediti. Ha scritto interventi saggistici sulla poesia di Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Paul Celan, Biagio Cepollaro ed altri. È redattore di Puntocritico, Absoluteville, Carteggi letterari. Suoi versi sono stati tradotti in tedesco e sono in corso di traduzione in lingua inglese-americano. Sulla sua poesia hanno scritto tra gli altri: Andrea Cortellessa, Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Giancarlo Pontiggia, Giancarlo Alfano, Giorgio Manganelli, Alberto Bertoni, Alberto Sebastiani, Luciano Mazziotta, Francesco Filia.

Poeti italiani (7) – Spazio inediti: Renata Morresi

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Renata Morresi

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (7) – Spazio inediti: Renata Morresi

Paesaggio con vecchia stazione e prime strutture del giorno

“bisogna inventarsi un volto”
F. Fusco, La Signora con l’ermellino

L’occhio rosso del sole sul mare si specchia in un milione di soli possibili.
Uno è quello vero e non puoi credere che è solo una palla di elio
che brucia nel cielo. Lungo i muscoli crudi del cielo, lungo i tendini ciechi,
lungo i gatti impestati del cosmo, lungo il nervo del dente profondo.
Sotto, i pescherecci, quasi forgiati dello stesso metallo dell’acqua,
guidati da una forza strana e uguale, eccitati d’insetto, mantide,
fegato pulsante, forza di padrone, plastica nel gozzo, così cieca,
così immane. Dal treno si fa presto a passare alla terra che monta,
alle case colorate, stabili, portoni, cassonetto, scritte, siepi, rotonda,
alle cose dei colori umani, inventati per resistere a dispetto di sole
più mare. La terra coi suoi guizzi e le sue ubbie, i suoi pali e i suoi pianciti,
centauri e scarafaggi che riecheggiano, e i mucchi di capelli che ci impigliano
nei secoli. Piloni impazziti, sensibili acciai, i cavi implacabili che tendono
tra i numeri che dicono: siamo una specie di forti, di ciechi. Testoline
secche di soffioni dopo i desideri, rimpiccioliti moncherini di tribù
subtropicali. L’aria è piena di quegli urli, desideri, cataste di piccioni
o scheletri ammansiti. Desideri, latrati, cigolare. Binari ciechi.
A volte hai il sentore che niente può ancora accadere, tanto geometriche
le misure del gabbiano, perfetto il suo peso specifico, il diritto
allo sfregio del suo volo. Lo snervamento si compie in segreto.
Non è la prima volta. Guardo i bimbi sul vagone, li guardo sempre,
non sono i primi. Vorrei sapere tutto di loro, anche se so,
dalla forma del cappello, dalla foga di manine, i nomi degli eroi di ruggine
e mercurio, so lo zucchero che li eccita ed asserva, il cobra in lattice
che non può, non può morire. E ho voglia lo stesso del suo morso,
come di tornare a esistere, eppure ci sono. Più perfetta ancora nel gabbiano,
e incredibile, è la voglia, e non ha alcuna proporzione, ché l’ha tutta,
tanto piena di se stessa che non vede quanto piena di sangue
è la sua vista, il suo volto quasi invaso, quasi rotto. Quasi solo occhio.


È il mondo ad apparire nell’inedito di Renata Morresi. Un mondo in costruzione, rinnovabile per accumulo e desiderio estremo di nominazione. L’occhio si sofferma e la mano dipinge la favola del sole che apre alle mille possibilità del giorno. Un racconto lungo, incorniciato da un soggetto che riscopre attenzione e spennella impressioni, manifestando la sua presenza, inizialmente esterna, poi gradualmente sempre più immersa nella sensazione dell’appartenenza. La comprensione del quadro attraverso la vista crea desiderio di contatto, sentore primigenio, per questo l’autrice guarda «i bimbi sul vagone», li riscopre nella finzione della prima volta, perché già li conosce come tutta la carrellata di esseri intravisti o immaginati nel viaggio fa intuire. Percorso di affabulazione, dicevamo, tentativo estremo di riattivare la voglia irrefrenabile e «tornare a esistere», andando oltre l’evidenza innegabile di essere. Viaggio o tentativo mimetico, dunque, in bilico tra la trascendenza di sé e la totale immersione nel quadro, nell’incontenibile smisuratezza dell’esistenza. Ma, come compressa, la visuale teme di farsi visione «quasi solo occhio» nella perdita opposta che può “spaccare” il soggetto, osservazione rispecchiante di un’impressione rotta al contatto, in esubero sull’alterità, violenta.

(Giungno 2015)


Renata Morresi è nata a Recanati nel 1972. Traduce, scrive saggistica e poesia, insegna lingua e traduzione inglese all’università di Macerata. Di recente sono apparsi due volumi di sue traduzioni della poeta americana Rachel Blau DuPlessis: Dieci bozze (Vydia, 2012), con introduzione critica, e Bozza 111: Arte povera (Arcipelago). Tra i suoi libri: Cuore comune (peQuod 2010, Premio Metauro 2011), Bagnanti (Giulio Perrone Editore, 2013). Collabora a riviste, cartacee e on-line (Nazione indiana, Punto critico, Argo, ecc.).

Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

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Andrea Inglese

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

Tutto questo, tutte queste forme prese dalla natura muta, è tutto terribile e insieme assurdo, scoraggiante, e però vive, si abbellisce, continua.

F. Ponge

… nell’area particellare di ciò che nasce…

G. D’Andrea

Potenze del mondo, nonostante. Il tempo sembra diventare ossessione nei due inediti di Andrea Inglese. La bomba biologica tenta di rinnovare – secondo la poetica del risveglio insita nel materialismo fenomenologico di Francis Ponge – la dimensione generazionale, l’apporto “informativo” (“choses entre les choses”) della nascita della figlia, nell’apparenza del distacco, riflette non tanto la “trasmissione” dei messaggi (a-referenzialità vs contrazione del senso) ma, con più vigore, la forza centripeta del corpo infantile, il vero carico gravitazionale per chi genera. Tutto in attesa della conflagrazione di quello stesso corpo, che sconvolgerà – forse, in un futuro e stavolta con carica opposta, centrifuga – la vita di chi è presso. Epifania della distruzione del tempo, della sua linearità, in una nuova deformazione – eternamente presente – per cui «Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere». E soprattutto ombre.

***

La bomba biologica

Di Andrea Inglese

L’informazione che mia figlia, viva da un solo mese, ha portato fino a me è questa: il futuro non conta più, non conta più per me, seppure con difficoltà debba prenderne atto, malgrado alcune fasi più critiche della mia esistenza, io come ogni essere umano mediamente illuso, abitato da fantasmi di felicità, ho voluto credere che il futuro fosse la mia garanzia, un’assicurazione nei confronti del presente, quel presente non organizzato, lacunoso, fitto di mancanze, di recuperi, quel presente così povero, ripetitivo, ma il futuro – mi dice mia figlia – non esiste più, non ha più risorse, giacimenti segreti, santuari in cui assistere all’ultima teofania, il futuro è consumato, esso prepara crateri, isolamenti, demenza, e il mio cadavere. Quindi ciò che mia figlia mi dice, quando riversa a pancia in su, con gli occhi appena spiritati, la bocca socchiusa, scuote senza controllo le gambe, è questo: il presente – dice – è tutto quello che ti resta, poiché io sono colei che è venuta a distruggerlo, io sopravvivrò al tuo presente, esso lascerà qualche traccia in me, troppo debole, perché io mi ricordi come mio padre viveva, nei minuti iniziali del giorno, o in quelli finali, o in qualsiasi altra piega diurna.
Mia figlia viene per incendiare, con il suo possente oblio, tutto quanto io ho raccolto, adibito a orizzonte, sistema, ambiente. Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere.
Mia figlia, d’altra parte, malgrado noi – sua madre ed io – la si voglia addomesticare con nomignoli affettuosi, con dolciastri vezzeggiativi, lei, la cosiddetta carotina, ranocchiona, la Louskj Malouskj, la Louloutte, è in realtà, sotto i suoi divini sorrisi, una semplice bomba biologica, la vita si carica lì dentro, nel suo pancino, nelle gambette gonfie come pneumatici, nella sua potente pompa-boccale, che tutto risucchia verso un pozzo invisibile, nelle manine da puttina rinascimentale. La sua bomba biologica è già ovviamente esplosa, ma si tratta di un’esplosione prolungata, con una protervia autoasseverativa che si rinnova ogni mattina, lei è lì, attrezzata a portare avanti il suo programma minimo ma ferreo: agitare gli arti periferici, succhiare il ciuccio per ore, ingoiare i suoi 150 grammi di latte sei o sette volte al giorno, cacare e pisciare a dovere, ruttare, tirare testate a destra e a manca, senza alcuno scampo, tregua, ripensamento. Il suo è un programma minimo, ma non negoziabile, e cresce complicandosi di giorno in giorno: non s’interrompe mai, varia e si arricchisce, moltiplica i suoi punti di sfondamento, i suoi accessi sul reale, è un’invasione disinvolta e imprudente. La bomba biologica non possiede i caratteri dell’indugio, né un’organizzazione rinunciataria, ritrattile; lei, dal margine circoscritto da cui compie la sua esplosione, è sempre pronta ad affrontare tutto: il bagnetto, il cambio di pannolini, lo spostamento dentro e fuori il passeggino, la denudazione e il vestimento, le creme sul sedere, le siringate di vitamine in bocca.
Se da un lato questa bomba biologica a scoppio continuato e crescente rade al suolo il mio futuro, me lo risucchia negli interstizi di una cura ripetitiva, giorno per giorno, dall’altro, e in modo contraddittorio, spara fuori un getto potentissimo di futuro, lo ricrea ogni notte, e me lo ripresenta al risveglio, mia figlia emette futuro, a raggi ampi, d’intensità sempre maggiore, e pone me, sua madre, le nonne, tutti quanti in affanno: come riusciremo a stargli dietro, chi potrà seguire, per ogni tornante il suo futuro? Chi sarà in grado di tenersi in piedi, in equilibrio mentale, con un bilancio economico in attivo, un’energia erotica non episodica, fino a che lei avrà prodotto, e di conseguenza bruciato, una quota significativa del suo futuro?
Chi sarà all’altezza del suo futuro rinnovabile?


La vita confusa sottolinea il disagio. Non più neutrale, il soggetto vive la dissoluzione della linea temporale. Cronos morto, resta la luce fiacca del disorientamento, quella dell’ultimo Wallace Stevens, cadente: «Weaker and weaker, the sunlight falls/ In the afternoon». Eppure nella caduta a vortice di tempi diminuiti, di uomini incompiuti (o in continua mutazione, che è lo stesso), è possibile la selezione, anzi indispensabile la scelta, barlume di una volontà disillusa che presenzia la sua stessa disillusione «nella scaduta grandiosità dell’annichilimento» (ancora Stevens). Niente di nuovo oltre il cammino che ricrea la «grande noncuranza del camminare».

***

La vita confusa

Di Andrea Inglese

Per alcuni anni è come se la mia vita fosse stata molto confusa, e questa confusione della vita dura ancora, ma io credo di meno, ed è per questa diminuzione della confusione che mi sono imposto, da qualche tempo, e con aiuti esterni, di fare ordine, e sopratutto ordine temporale, perché la confusione non è solamente spaziale, ma è del tempo. I giorni non si capisce bene per che verso passino, perché come i mesi o gli stessi minuti, anche i giorni, con la loro durata media, bonaria, debbono passare, ed effettivamente si muovono, ma non so mai bene per quale verso, se io sia in una fase di ritorno da qualche giornata, o se stia andandomene via da qualche giornata, le giornate hanno strani modi di avvolgersi o di ritirarsi, di venire incontro, di cercare l’impatto, ma non si sa mai se si è dentro la loro bonaria durata, sulla via del ritorno, o se stiamo andando davvero altrove.
È evidente che io avrei bisogno di scendere nei fatti della mia vita, perché è in qualche modo certo che questi fatti esistano, ed esistano come fatti della mia vita, ed essi – io lo immagino con facilità – sono connessi variamente, magari non tutti, nessun fatto è connesso con tutti gli altri, anche se a volte immagino che sia così, cioè immagino che nella mia vita quello che non va dipenda da un’eccessiva connessione di tutti i fatti tra di loro, e sento come questa iperconnessione maniacale dei fatti tra di loro non possa portare nulla di buono, o possa al massimo portare qualcosa di molto intricato, e che questo intrico lo si può portare, poi, solo per qualche tempo, intendo dire portare avanti, farlo evolvere, perché l’intrico suggerisce un problema inerziale, un eccesso di nodi e spigoli, e tutto questo annodamento e intreccio non può che rallentare fino quasi al raffreddamento e alla quiete malsana il cammino. Ma è per mia fortuna, io credo, che i fatti della mia vita siano collegati tra di loro in modo incompleto, in modo massicciamente incompleto e approssimativo, tant’è che più che un intreccio problematico, piuttosto che l’inerzia, il problema del mio cammino è quello del disorientamento, poiché nulla tiene nulla all’interno della mia vita, e il movimento è talmente facile, che esso assomiglia a uno scivolare quasi senza attrito, ad un glissare, o forse addirittura ad un cadere.
La confusione temporale della mia vita, che ad essere precisi è una confusione sia temporale che spaziale, dipende senza dubbio dalla difficoltà di tenere i fatti della mia vita uniti, agganciati tra di loro, abbastanza uniti e agganciati almeno, senza per forza mirare all’iperconnessione molto pericolosa di tutti i fatti con ogni altro, anche perché quel tipo di massiccia e pervasiva connessione non può che portare ad un incremento di senso, ogni fatto risuonerebbe con ogni altro, e così simultaneamente catene di fatti risuonerebbero tra loro producendo un immenso frastuono nella mia testa, è quindi bene che solo alcuni fatti ed alcuni altri possano essere tra loro solidali, ossia agganciati l’uno all’altro, in modo da resistere a quelle pressioni che la mente confusa produce, a quelle spinte alla divaricazione, alla dispersione, a quelle spinte che, insomma, portano ogni fatto alla deriva rispetto ad ogni altro, creando questa grande noncuranza del camminare, poiché si cammina così facilmente al di fuori di qualsiasi tessuto di fatti, seppure parziale e provvisorio, si cammina così bene, che sembra alla fine di correre, di scivolare via, di cadere nel vuoto.

(Aprile 2015)

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Hans Grundig, “The Sign of the Future”, 1935 (Pushkin Gallery)

Andrea Inglese (1967) vive a Parigi. È poeta, saggista, traduttore. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Tra i suoi libri di poesia: Inventari (Zona 2001), Colonne d’aveugles (Le Clou Dans Le Fer, 2007), La distrazione (Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009), il prosimetro Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011; premio Ciampi), Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, nell’edizione italiana (Italic Pequod, 2013) e francese (NOUS, 2013), e La grande anitra (Oèdipus, 2013). Tra i testi in prosa: Prati / Pelouses (La Camera Verde, 2007) in parte confluiti nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009), Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001 (La Camera Verde, 2011) Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazioneindiana. È nel comitato di redazione di “alfabeta2”. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per una itinerante & collettiva installazione poetica.

Poeti italiani (5) – Spazio inediti: Corrado Benigni

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Corrado Benigni (Foto di Viviana Nicodemo, 2014)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (5) – Spazio inediti: Corrado Benigni

Non sarà più così – distanza tolta dallo spazio –
per noi deciderà una luce inerme
arata dal destino, ma intanto
quale appello invocare a colui che non ritorna?

Chi legifera ha una bocca rapace
contumace nel bianco delle parole
che illumina chi si persuade.

(da Tribunale della mente, Interlinea, Novara, 2012)


La riflessione poetica di Corrado Benigni è ossessione linguistica che si basa sulle potenzialità etiche della parola. La semantica relazionale, la “comunione” dello strumento linguistico in quanto significante, è incenerita in una ricerca, quasi archeologica, del “codex”, della radice stessa di una “norma” che sia ancora condivisibile. Il linguaggio si raccoglie nella pratica-habitus di un segno monitorabile ma non per questo statico. In Tribunale della mente (la raccolta del 2012 in cui troviamo il testo qui presentato), un senso di sconsolato smarrimento intride la riflessione sull’”invocazione”, residuo di senso di una parola intesa come originaria (di uno status, di un habitus e, quindi, di una società). La chiamata attraverso quella «luce inerme», che appare nel secondo verso, è quasi il manifesto di una poetica “in levare”, per cui la fragilità del verbum è tutta la debolezza di un mondo in dissoluzione.
La protervia del segno che diventa “codice” è il messaggio che arriva dalla forza neutralizzante delle parole, nella loro dimensione ambivalente di senso/non senso, l’unico valore di una comunicazione che si fa coerente solo per chi «si persuade» della loro effettiva “significazione”.
Una fiducia ridotta all’osso, in una fase storica di mutamento antropologico la parola sembra trasformarsi in geroglifico (segno sacro e allo stesso tempo incomprensibile, quasi esclusivo perché escluso dal diverso mondo linguistico incipiente) di luce.


PIXEL

Come suoni nelle pietre le parole nascondono
luoghi e cellule, respiri e ore contate
che dicono chi siamo,
mentre tutto scorre in un atto di luce e rovina
attraversando il groviglio. Pixel di voci affiorano sulla pagina,
disegnano volti tra le lettere di un alfabeto perduto:
i bambini che sulle rive del Nilo vendono fossili,
Dike sul banco degli imputati, mio padre, Ulisse senza Itaca
in un’era glaciale.
Domani tutto sarà cancellato.
Ma la strada è una lingua che ci vede
e sotto la terra un bosco – immobile – aspetta di nascere.

(Inedito)


L’inedito richiama – in-voca? – la trasformazione emersa nel testo precedente, rendendola evidente. Si aggiunge come tappa di un’evoluzione linguistica che, dalle discendenze “normative” della condivisione verbale, accenna uno scarto di speranza nell’ineluttabilità della scomparsa.
Parole come «suoni nelle pietre» che fanno pensare al silicio, alla mineralizzazione della comunicazione di massa in un anfratto di pixel, di elementi disegnati nella luce, segni puntiformi di una nuova “visione”, aggrovigliata nel suo stesso mostrarsi. Ma cosa sarà questo nuovo segno, questa traccia geroglifica, appunto («i bambini che sulle rive del Nilo vendono fossili» ne rappresentano il richiamo lontano, archeologico, creando un ponte tra le epoche, comunque sia, una memoria), che sembra spingerci all’estinzione ma non nega una plausibile rinascita?
Nessuna risposta in nessun luogo, oppure qualcosa balugina nella stessa possibilità di cancellazione del segno. L’impronta è sempre la “lingua”, la manifestazione di «un atto di luce», il groviglio di segni, la “selva” che sempre e sempre «aspetta di nascere», malgrado noi, strumenti della sua legge.

(Marzo 2015)


Corrado Benigni è nato nel 1975 a Bergamo, dove vive. Ha pubblicato nel 2012 il libro di poesie Tribunale della mente (Interlinea); nel 2010 la sua silloge Giustizia è stata inclusa nel Decimo Quaderno italiano (Marcos y Marcos, a cura di Franco Buffoni); del 2005 è la sua prima raccolta in versi: Alfabeto di cenere (Lietocolle).

Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

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Italo Testa

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

non sembrano
mai farti caso
proseguono
e niente li distoglie
s’avviano
semplicemente
ognuno alla sua meta
ma simili
e sempre più numerosi
s’avvistano
lungo le strade
si incrociano
in ogni luogo
ovunque tu cammini
camminano

(da I camminatori), Valigie Rosse, Livorno, 2013)


«Girando e girando nella spirale che si allarga».

W. B. Yeats

Avevamo lasciato la poesia di Italo Testa impegnata sugli scatti attenuati di una nuova fase relazionale rappresentata da I camminatori (qui).
La strategia del contatto con l’alterità si chiudeva sulle cadenze oscillatorie (il ritmo ternario e la scivolosità sdrucciola) del movimento e dello spostamento in aree “antropizzate” ma segnate dalla scomparsa della stessa figura umana. L’essere prosegue un cammino senza scopo individuabile, nella coerenza disorientante della necessità. L’unico aggancio per la relazione è l’assenza di un approdo, la caduta anti-nostalgica e l’impossibilità di un ritorno alla dimora dell’essere. Gli enti evocati dal testo qui presentato – l’ultimo de I camminatori – vivono nella distrazione dall’alterità e sembrano impigliarsi nel circolo senza sbocchi dell’incomunicabilità o dell’astrazione. Eppure questi personaggi manifestano, o meglio inscenano, una finzione: lo spettacolo del reale né estatico né statico che turbina ed espande le sue possibilità comunicative. Il contatto si perde nella finzione del contatto (oltre a un movimento di luoghi concreti, si può pensare allo pseudo o neo movimento dello scambio d’informazioni attraverso i canali social della rete). La grande metafora del cammino, del tragitto percorribile si scioglie nella costatazione del movimento intuibile, e addirittura osservabile, attraverso le finestre deformanti dei nostri schermi. La mutazione antropica in atto è ravvisabile proprio nell’illusoria moltiplicazione dei punti d’osservazione, l’accesso ai quali è sostanzialmente inibito dalla sensazione di clausura derivante dalla reale dimensione d’accesso alle informazioni: la semi-immobilità davanti allo schermo stesso. La finzione di cui sopra rispecchia questo atteggiamento dell’osservatore, quasi alienato dal contesto eppure necessariamente investito da un flusso.


perché sono arrivati e ci chiamano
dalle cascine sparse nella neve
e nel dicembre luminoso affondano
dietro le quinte mobili del giorno;
ho provato a fermarli: non ascoltano,
camminano sugli argini, proseguono
stringendo le spalle contro il vento
si piegano in avanti, a passi lenti
raggiungono il cofano innevato,
l’auto lasciata in mezzo al campo;
ho provato a chiamarli: non guardano
in nessuna direzione, si inoltrano
sulla pianura estesa, nel chiarore
da cui sono arrivati infine tornano.

(Inedito)


La messa in scena continua anche nell’inedito presentato, il quale è evidentemente in stretta continuità con l’operazione in precedenza realizzata da I camminatori. «Dietro le quinte mobili del giorno» è un verso esplicativo nel senso esposto poco sopra della nuova dimensione del movimento, in cui il reale è plausibile se percepito nello svelamento scenografico del campo visivo. La parola dice i lacerti, i trucioli di reale osservabili da un soggetto immerso nell’azione, narratore in prima persona di un reportage e di una scena dai sensi molteplici, privo o disinteressato al giudizio di ciò che accade: «proseguono/ stringendo le spalle contro il vento/ si piegano in avanti, a passi lenti/ raggiungono il cofano innevato,/ l’auto lasciata in mezzo al campo».
Eppure, rispetto al componimento precedente, in quest’ultimo si notano mutazioni rilevanti. In primo luogo la forma compositiva richiama il sonetto e quindi lo slancio amoroso del ritorno in una direzione riconoscibile (probabilmente il «chiarore» del penultimo verso riattiva la possibilità di una dimensione d’approdo, la chiusura del ciclo dell’apparizione dell’Altro nella sua dissolvenza). Ritorno, dunque, privo di nostalgia a un luogo indefinito che l’osservatore evoca partendo dal dato concreto, la «pianura estesa». Questa stessa evocazione risveglia nel soggetto la possibilità di cogliere, ancora distrattamente, alla fine del componimento, le infime epifanie del reale. L’apparizione, per quanto avvenuta in una dimensione “spettrale”, provoca l’accensione del soggetto e la probabilità che un’appartenenza al «campo» in cui si verifica la scena esista proprio nell’attraversamento, proprio dove la nostra attenzione si scopre nella sua fragilità d’accoglienza.

(Gennaio 2015)


Italo Testa, poeta e saggista piacentino classe ’72. Autore delle raccolte di poesia Luce d’alianto, inserita nel Decimo quaderno di poesia italiana della Marcos y Marcos del 2010, La divisione della gioia, sempre del 2010 e pubblicata da Transeuropa, l’e-book Non ero io uscito nel 2009 per il progetto culturale Gammm, Canti ostili pubblicato nel 2007 per Lietocolle e I camminatori per Valigie Rosse nel 2013. Tra le altre cose Testa è vincitore di numerosi premi letterari, tra cui i prestigiosi Premi Montale e Dario Bellezza.

Poeti italiani (3) – Spazio inediti: Marco Simonelli

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Marco Simonelli

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (3) – Spazio inediti: Marco Simonelli

La somma dei miei mali opprime il plesso
ostruendo le vene e poi l’arterie;
questo male la testa ha compromesso,
ridotta in condizione più che serie.
Il sesso è quella cosa ch’apre e chiude
il respiro, il coraggio addormentato
che, sveglio, salta, corre e non delude
qual cucciolo di cane appena nato.
Ma quando poi si fa licantropia,
mensile vocazione a distruzione
allarme accende, pulsa rossa spia
a segnalar di mente distrazione.
Non è bussola questo strano cuore
ma timer, ordigno, contatore.

(da Will – 24 sonetti, Edizioni d’If, Napoli, 2009)


 

«Intendo parlare d’un turbamento elementare,
la cui essenza è il disordine, il travolgimento».

G. Bataille

La serie amorosa dei sonetti, da cui il testo è estrapolato, immette al trasporto relazionale. Il componimento presentato, in particolare, è il sintomo della traslazione affettiva che l’individuo compie e proietta all’esterno, evidenziando con l’esposizione della propria libido, la pulsione erotica che sembra rappresentare la vita delle società: il fondo mortuario o caotico della libera espressione estatica, concentrata sul versante dionisiaco della contemplazione. Lontano da ogni concezione “estetizzante”, l’arte (di cui il sesso è allegoria nel testo presentato), manifesta le ambivalenze necessarie dell’esistenza, la sua potenza «ch’apre e chiude/ il respiro» e che si accompagna alla «vocazione a distruzione» dello stesso esistere. Il quadro costruttivo/distruttivo si espande, con uno sforzo etico tendente all’emancipazione del genere sessuale, altra maschera di libertà espressiva e verità, quasi gnoseologica, del fare poetico.
A un passo dall’esplosione s’interrompe l’ordigno testuale, la cui conflagrazione, sempre possibile, annienterebbe la facoltà artistica del linguaggio di sviluppare nuove apparizioni estatiche, nuove prospettive o epifanie d’esperienza ovvero di continuare il percorso ritmico dell’esistere, il respiro.
Il ciclo dei sonetti, la forma chiusa tradizionale dell’amore, non fa che rilevare il carattere necessario e concluso di una tappa esperienziale del soggetto, come in un resoconto memoriale. Anche la formazione circostanziale del ciclo sarà inevitabilmente sottoposta alla necessità successiva del travolgimento, del nuovo inizio.


Il diciassette barrato, la pioggia di novembre
ci sorprende sui viali deserti all’improvviso.
Sale, lui, completamente asciutto
e senza ombrello, sfavato, sfasato
e tuttavia scafato, abituato
ai malefìci urbani durante questi freddi.

Con tutti i posti liberi si siede accanto a me
(e sono più che certo sia salito
sprovvisto di biglietto). Si direbbe
un bel ragazzo, davvero, uno di noi
un altro sconosciuto sopra il bus
che cerca solo di tornare a casa.

Con le cuffiette bianche dell’iPod,
il piercing ovviamente al sopracciglio
un’incoscienza giovane e beota di tamarro
pronto a credersi il più figo della terra,
coi suoi calzini bianchi da sportivo
che coprono odorosi lo zoccolo caprino.

(Inedito)


Nuovo inizio che l’inedito qui offerto preannuncia sin dall’esordio, in cui l’ambientazione in uno spazio comune, pubblico, ha la funzione di turbare l’artefatto formale del primo testo, l’impostazione estetica residua di un genere. Si ha la rielaborazione (e riabilitazione) della forma nelle possibilità di sfasatura rispetto a un dettato che si fa “normale” e riesce a cancellare le tracce manieristiche o, se si vuole, post-moderne, artate, osservate in precedenza. Gli artifici presenti – come le paronomasie «sfavato», «sfasato», «scafato» – in questo caso, introducono la riscoperta epifanica del mondo attraverso un’esperienza, abbiamo visto assai banale: i «malefici urbani» sono il campo magico d’attrazione di un soggetto all’erta, che riesce a intravedere nell’alterità una comunione d’obiettivi («uno di noi/ un altro sconosciuto sopra il bus/ che cerca solo di tornare a casa»). Il luogo comune della maschera, nell’ambito dell’inedito, non va “smascherato”, come invece avveniva nel sonetto precedente, poiché l’esposizione esibita del proprio sé – per quanto martoriato – può offrire solo ulteriori conferme allo scandalo dell’esistere, alla sua sovrastimata mostruosità, che rischia di restare in questo modo inafferrabile, non rinnovabile, concluso nella sua maniera inerte.
Abbassandosi all’ambiente il soggetto trova la sua espansione e scopre il vero sotto il reale, l’estasi d’origine: «Con le cuffiette bianche dell’iPod,/ il piercing ovviamente al sopracciglio/ un’incoscienza giovane e beota di tamarro/ pronto a credersi il più figo della terra,/ coi suoi calzini bianchi da sportivo/ che coprono odorosi lo zoccolo caprino».
Il percorso di Simonelli sembra attestarsi sulla comprensione degli eventi comuni, è in procinto di riscoprire una nuova umiltà; l’esibizione del corpo testuale, avvertita come necessaria nelle prime prove, si scioglie nell’immersione contestuale, si accinge ad abbandonare il testo unico della teatralità a favore di un testo multiforme (o “multitesto”) della collettività.

(Settembre 2014)


Marco Simonelli, poeta, traduttore e performer. È nato nel 1979 a Firenze, dove vive. Ha esordito col racconto in versi Memorie di un casamento ferroviere del ’66. Del 2004 è il poemetto drammatico Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste riscrittura omoerotica del martirio di San Sebastiano: dal testo è stata tratta una performance vocale. Nel 2007 è uscito Palinsesti – Canzoniere Catodico. Nel 2009 vince il premio Russo – Mazzacurati con Will – 24 sonetti. Per Massimo e Pierce di Black Sun Productions ha scritto i testi di Hotel Oriente, poema per voce ed elettronica. Nel 2011 è uscito L’estate sta finendo e nel 2012 Firenze Mare è apparso in Poesia Contemporanea. Undicesimo Quaderno Italiano.

Poeti italiani (2) – Spazio inediti: Laura Liberale

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Laura Liberale

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (2) – Spazio inediti: Laura Liberale

Che cosa ti mostro io del cielo
puntandolo con la parola cielo?
Forse t’inscatolo a falde, tutt’insieme,
azzurri, grigi, arancioni, rosa,
lilla, viola, bianchi, neri,
nuvole, acqua, ghiaccio, neve,
venti, stelle, sole, luna, pianeti,
uccelli, lampi, tuoni, aerei ed eclissi?
T’insegno che nell’uno ci sta il molto
(e deve starci)?
Eppure a volte ho come l’impressione
che a dirla a te si riconquisti, la parola
si riconsegni a una necessità
perda la realtà di convenzione.
E se al tuo orecchio bisbiglio cielo
– sostando col respiro sul dittongo –
mi sembra che sia l’unica possibile
pienissima parola, straboccante.
La dico, guarda
e già ne sbuca fuori un uccellino
pronto al volo.

(da Sari (poesie per la figlia), Edizioni d’If, Napoli, 2009)


Il primo testo sfrutta appieno le potenzialità di trasmissione della parola. Suona, nell’andamento riflessivo e ondulante, una melodia in due tempi. L’inspirazione per accumulo della prima parte si coagula nelle interrogazioni ribadite, per cui la parola, indicando, preannuncia, pur nel dubbio, la propria possibilità di contenitore polisemico. Fino al verso 10, la volontà e il desiderio di trasmettere creano conglomerati, il dubbio asintotico dei primi due versi espone la distanza tra il cielo “effettivo” e il cielo “verbale” e scivola nell’elencazione per asindeto; il respiro si rilascia espellendo l’illusione del tutto, che poi è il dovere imposto da una comunicazione didascalica. Così, nella seconda parte (dal verso 11 in poi), il dire ragionativo, senza più zavorre “convenzionali”, diventa sempre più fluido, riesce a “riconsegnare” la parola alla sua “necessità” d’apertura, alla sua libertà ri-creante. Solo negli ultimi versi, la poesia, secondo il tragitto esposto, si dona, o meglio dona la fuoriuscita di un senso che si rinnova ripetendosi, anticonvenzionale perché comune. Gli artifici si spengono, l’apparente banalità del gesto finale illumina facendo vibrare i sensi: la madre è finalmente libera di offrire alla figlia il mondo, la sua “infima” evidenza; la sua parola indica, appunto, senza il vincolo dell’ammaestramento, l’appartenenza al mondo stesso, l’elencazione lascia il posto all’analogia, l’abbraccio essenziale tra le cose: come la bimba, da “quel” cielo «sbuca fuori un uccellino/ pronto al volo».


Ti porto
come il più necessario dei pesi
il più caro
il più doloroso
soma d’inerme bellezza
che mai più, mai più.
Sulle spalle ti porto
sono un uomo piegato
che strazia i punti cardinali
con la tua esposizione
un dio deposto
che ti lascerà cadere
frammentata in meteore
a fecondare la terra
su cui ora strisciano le fronti.
E cadranno i tuoi occhi
irraggiando cupole e vicoli di nerezza
cadranno le tue gambe
moltiplicando tumuli e altari
cadrà il velo dei tuoi capelli
su ogni operosità e ogni rinuncia
cadrà il tuo ventre
l’humus del sesso
a colmare i solchi perimetrali
cadrà anche la chiostra dei tuoi denti
ad azzannare l’aria del precipizio
e spalancare i templi.
Il tuo corpo smembrato
fonderà città e territori.
Il tuo corpo smembrato
edificherà la topografia del lutto.

(Inedito)


L’inedito sembra prendere spunto da quella versione del mito induista di Sati e Śiva, secondo la quale quest’ultimo – a seguito del sacrificio della moglie causato dagli insulti rivolti dal padre di costei nei confronti dello stesso Śiva – in preda alla follia, prende sulle spalle il corpo della moglie, cominciando a danzare. Altre divinità, al cospetto di questa scena, preoccupate per le eventuali conseguenze negative, decidono di invocare Viśnu, il quale smembra il corpo di Sati, le cui parti, cadute in svariati punti del territorio indiano, costituiscono, a tutt’oggi, dei luoghi sacri.
La conferma, o meno, di tale ipotesi non ostacola la necessità di nominazione che muove la scrittura della Liberale. Se nel primo testo si avvertiva il peso del dubbio – specialmente nella prima parte, come abbiamo visto – sulle capacità ri-creanti della parola, adesso lo stesso dubbio è risolto nella fiducia (o fede) “affabulatoria”. Il μῦϑος, risalendo il suo corso etimologico, è racconto, parola, origine sonora, l’azione di dar fiato alla bocca è matrice dello sviluppo successivo della trasformazione di un gesto in possibilità di comprensione. Le comunità hanno i loro miti da cui si è poi biforcata la Storia. Ancora accumuli di memoria e di senso ci permettono di svolgere la trama testuale: il climax discendente negli attributi presenti nei versi 2-5, “necessario”, “caro”, “doloroso”, “inerme”, fino alla scomparsa, «mai più, mai più» (v. 6). Il racconto della vicenda, poi, ha un ritmo scandito e quasi sincopato in versi di misura breve, concentrati, il respiro è contratto, incalzante. In poesia, il racconto non ha bisogno della prosa ma di un ritmo, in questa direzione l’inedito della Liberale manifesta l’evoluzione di una parola che, nell’essenziale, ha la sua forza, anche quando la necessità del dire, nella sua incombenza, cerca di farsi exemplum. La sensazione è che, dalla relazione intima con la figlia del primo componimento, si sia passati a una fase di confronto educativo più ampio ed “esterno”, per questo la scrittura poetica, adesso, sembra confrontarsi con quelle capacità affabulatorie e di trasmissione che, comunque già nel primo testo, erano avvertite come necessità e dovere.
Un ultimo appunto sulla conclusione dell’inedito: nei miti il sacrificio, oltre ad offrire funzioni catartiche, liberatorie (anche la fede in una parola che è in grado di esporre il proprio mythos è liberazione, della parola stessa dal dubbio di non poter nominare, come abbiamo osservato più volte), è fulcro di un riconoscimento comunitario nell’accettazione della norma. Il rischio è sempre in agguato nell’evidenza e Liberale lo sa: «Il tuo corpo smembrato/ fonderà città e territori./ Il tuo corpo smembrato/ edificherà la topografia del lutto» (vv. 28-31). Nel mito cui facevamo cenno all’inizio, il suicidio di Sati potrebbe essere all’origine di quella pratica funeraria chiamata Mahasati, la grande sati, o la Sahagamana, la dipartita congiunta, cioè l’antica usanza indù di cremare viva la vedova sulla pira funebre del marito morto.

(Giugno 2014)


Laura Liberale è laureata in Filosofia e dottore di ricerca in Studi Indologici. Dal 2006 tiene corsi e seminari di scrittura creativa. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e narrativa. Suoi testi sono apparsi su riviste e antologie. Ha pubblicato, oltre ad alcuni saggi indologici, i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009) e Madreferro (Perdisa Pop, 2012); le raccolte poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009) e Ballabile terreo (d’If, 2011). È inoltre tra gli autori di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012). È co-curatrice dell’antologia Sogni senza Frontiere (Edizioni dell’Arco, 2013) e curatrice dell’antologia Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi (Ratio et Revelatio, 2014).

Poeti italiani (1) – Spazio inediti: Tiziana Cera Rosco

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Tiziana Cera Rosco

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (1) – Spazio inediti: Tiziana Cera Rosco

Se tu mi incantassi i capelli
e come serpi si issassero a funi
e da essi salissero o scendessero scimmie
le forre che riservo a te dopo il candore
– lo credi bianco
ma è una margherita architettata a labirinto
è un corvo che becca le tue vocali –
Se tu non avessi gli abbracci logici degli amanti nominali
e nella bocca ti incendiasse il fiato
e me lo vampassi sottolingua
quando mi muovo come un’ardesia
mi inoltrassi al cielo,
oltre ai figli
i molluschi neri di questo ventre salato
vedresti la mia predilezione per le scale.
Se tu dimenticassi le cose che sai di me
e mi lasciassi fare prati
con quei peli mischiati dallo sperma
e mangiassi alla vulva zuppe di miracoli
e il lenzuolo non salpasse come un polmone aperto
con me annegata sotto
e invece di tuffarti tu stessi
sul dorso del mare
leggero come al sagrato di una chiesa
ed io fossi per te pane
sapresti che sono punita dal sole
che Proserpina cambia dolore sulla crosta
che premo e prego su tronchi di pioggia
quando scendono anime a colonne d’acqua
e la mia bocca ha sete
della linfa segreta dei viventi.

Questo cuore – vedi? – è un amuleto
inciso, un talismano
che ne trarrai senza religione?
se ti stringi alle mie cosce
e frughi a braccio intero
e rimescoli tetto a sottosuolo.
Mi stai dentro io impalata come pesce aperto.
Ma dentro – dentro – non c’è alcova.
È danaide.

Dai miei occhi saliva inguine a pozzi.

(da Il sangue trattenere, Edizioni Atelier, Borgomanero, 2003, pp. 31, 32)


Il primo testo che presentiamo, pubblicato nel 2003, inscena un’assenza proprio dentro il discorso amoroso. La pagina è palinsesto che si accumula per raschiamento, riduce il rapporto a monologo, per giungere al fondo scabro della mancanza, unico movimento che riapra al desiderio. Desiderio che, però, nelle prime battute, scompare a causa del movimento ipotetico della sintassi, per cui l’irrealtà del contatto è ruvidamente imposta a un “tu” incapace di capire, trivellato da un dettato che l’autrice carica di aggettivazioni insolite, fughe metaforiche che non accettano «gli abbracci logici degli amanti nominali» (v. 8), per un rapporto che si vuole esigente, quasi incontentabile, estremo: «Se tu dimenticassi le cose che sai di me/ e mi lasciassi fare prati/ con quei peli mischiati dallo sperma/ e mangiassi alla vulva zuppe di miracoli» (vv. 16-19). Questa tensione espressionistica è in funzione di uno svelamento che si vuole necessariamente cruento, perché solo nel sacrificio è possibile l’iniziazione del vero rapporto che testimonia l’alterità. Mistica del martirio, appunto, che ancora non aspira a circoscriversi, non può ancora sentire l’invadenza dell’io, perché è totalmente impiegata nello scardinamento dell’Altro avvertito come pericolo, falsificazione del Vero. Questa carica è in bilico, tra la voglia di rottura linguistica, che potrebbe portare alla Visione, e un ordine raccolto, arginamento umile delle spinte. Per questo, forse, il componimento si chiude sull’assenza, sull’impossibilità d’intimità erotica, fino alla chiusura, dell’ultimo verso isolato, che sintetizza in maniera eccedente le continue traslazioni cui il linguaggio, in fuga, è costretto per non adagiarsi sulla significazione comune, banalizzante: «Mi stai dentro io impalata come pesce aperto./ Ma dentro – dentro – non c’è alcova./ È danaide.// Dai miei occhi saliva inguine a pozzi» (vv. 38-41).


E mentre cercavamo di capirci
Ecco che incontri il mio Ultimo Giorno in me
Io sono l’osso di uno scheletro di un solo osso
Uno squilibrio di presente
Che rompe le parole inutili come una statuina
Da cui stillano piccoli ori.
L’abbandono del discorso
La debole anemia del ma io ma tu ma io
La frattura della sete nel regno di tutte le mancanze
Mi dico sono solo una reazione oculare verso la luce
Assorbimi luce
Andiamocene da qui
Succhia tutta l’acqua dalla testa
E abbassa questa cenere
Il mio amore che ha già bruciato
Tutto quello che viene dal domani.

(Inedito)


L’inedito, che immaginiamo composto di recente, ci offre la possibilità di seguire lo sviluppo della poetica dell’autrice. Si avverte una fragilità più esposta all’alterità, al dialogo con la stessa. La congiunzione d’apertura è diversa, passiamo dal “se” ipotetico, in funzione di distanziamento desiderante, alla semplice “e” copulativa positiva che consente al monologo di trasformarsi in dialogo, per quanto non pacificato. Infatti, nei versi successivi, sembra ripartire il dissenso del soggetto rispetto alla «debole anemia del ma io ma tu ma io» (v. 8), al ripetersi del contrasto che non consente una definizione univoca. L’ambiguità del linguaggio in un’epoca deficitaria di senso, fa dell’io «[…] l’osso di uno scheletro di un solo osso/ Uno squilibrio di presente/ Che rompe le parole inutili […]» (vv. 3-5), nel desiderio di unità e Verità che contraddistingueva anche il testo precedente. Il segno di una continuità che si è lasciata alle spalle i parossismi più deformanti delle origini, accogliendo nella lingua le proprie ossessioni, anzi incanalandole verso la scelta plausibile dell’assimilazione, la Visione cui accennavamo nella prima nota: «Assorbimi luce/ Andiamocene da qui/ Succhia tutta l’acqua dalla testa/ E abbassa questa cenere» (vv. 11-14). Contrariamente a quanto avviene altrove, la poesia di Tiziana Cera Rosco non si arrende alla frammentazione dell’esistente, anzi, continua a lasciarsi tentare dalla fascinazione del senso, semmai i toni sono cambiati, la visione si è fatta più scabra, riesce a coagularsi senza farsi bruciante. I residui dell’incendio toccano il reale con la grazia di parole che non si arrendono al dato, alla nominazione banalizzante, ma che, dopo essersi esposte alla distruzione, possono ancora aspirare a cantare l’unicità dell’essere che sempre avviene, in assoluto, senza cedimenti di fronte alle scansioni periodizzanti imposte dall’uomo: «Il mio amore che ha già bruciato/ Tutto quello che viene dal domani» (vv. 15-16).

(Marzo 2014)


Tiziana Cera Rosco è nata a Milano nel 1973 ma cresciuta nel Parco Nazionale d’Abruzzo.
Autrice dei libri: Dio Il Macedone (ed. Lietocolle 2009); Il Compito (ed. La Vita Felice, curato da Milo De Angelis 2008); Lluvia (ed. Lietocolle 2004); Il Sangue Trattenere (ed. Atelier 2003); Calco Dei Tuoi Arti (ed. Lietocolle curato da Giuseppe Conte e Giampiero Neri, 2003).
Del videopoema: Non salvarti (Reggio FilmFestival, Reggio Emilia) con musiche di Teho Teardo.
Delle scritture per voce sola: Così poco destino nei vostri sguardi (Teatro di Monfalcone, Monfalcone 2010); Da chi vuoi ritornare? (Festival di Edimburgo, Edimburgo 2009); Segnata E Gli Idioti (Teatro Out Off in Contrasti Poetici, Milano 2009); Demonio o del perdono ( Teatro Olimpico, Vicenza 2007).
E’ in pubblicazione per Raffaelli editore la “traduzione” al Libro Dei Numeri della Bibbia (a cui seguirà un’installazione).
Autrice delle raccolte fotografiche: Cercatemi e Fuoriuscite (Tempio di Adriano, Roma 2011); The Deep (Nigredo, Roma 2010); Il Doppio (Luci Della Città, Caserta 2010) Lambs o dell’Icona Familiare (Sull’Icona, Zagabria 2009); The bed.
Sue fotografie sono apparse su diverse riviste del settore ed è l’autrice della foto di copertina del disco di Paolo Saporiti.
Ha illustrato il libro Asèt di Flavio Santi per la Barca di Babele ed.
E’ autrice della canzone Il Garofano Nero uscita nell’ultimo disco di Mauro Ermanno Giovanardi e di svariati brani del progetto Songs For Ulan.
Attualmente sta lavorando al suo primo romanzo: BiancoRh.e a due soggetti per film.
E sotto il titolo di Terapia Della Lettura tiene corsi di Umanesimo Spinto dal 2006.