Dall’inizio (Vito M. Bonito)

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Vito Bonito (Foto di Dino Ignani)

Oggi su L’Estroverso il primo poeta a cimentarsi con l’autocommento per la rubrica Dall’inizio è Vito Bonito. Di seguito un estratto.


Si scrive già morti.
Si scrive ai morti, ai non-nati. Solo questo ho cercato e cerco di fare.
Chi scrive si dà a morire nella lingua e ascolta la lingua mentre muore.
Libro dopo libro, dentro questo trauma nel fuoco della scena originaria, la mia ovviamente, che è nascere alla morte. Così ci si approssima al niente della voce alla fragile infallibilità di essere niente.
Negli ultimi due libri (Soffiati via e fabula rasa) questo percorso è approdato quasi naturalmente a una revisione paradisiaca non conclusa della parola quanto più si fa teso il lato comico e patafisico, la melopea, la liturgia sacrificale, la cantatina storpia e soffocata. Così proprio quando l’estinzione si rovescia in nascita anche la consapevolezza della condizione di non-nato o già morto si fa più acuta.
«La fine è nel principio, tuttavia si continua», ci direbbe Hamm, nel beckettiano Finale di partita. Con lui, tutte le voci di Beckett ci insegnano che la parola di quei personaggi viene da chi non si capacita di non essere vivo, né morto. Quei personaggi, quelle voci – ha scritto Emil Cioran – «sono saltati dalla nascita all’agonia, senza transizioni, senza esistenza: rifiuti umani che non hanno più nulla da apprendere o da affrontare, che rimuginano – ilari o stupefatti – delle futilità e che, di tanto in tanto, lanciano per disprezzo qualche lampo, qualche oracolo. Li si capisce soltanto se si ammette che qualcosa si è irrimediabilmente spezzato, concluso, che essi appartengono non alla fine della storia ma a ciò che viene dopo, a quell’avvenire forse imminente, forse lontano, in cui il rimpicciolimento dell’uomo raggiungerà la perfezione di un’utopia capovolta».

E pertanto anche autocommentarsi diventa un’operazione strabica, una distorsione assai disturbante: obbliga a ricercare dentro di sé le intenzioni di un testo, più che il risultato di un testo. Si conosce o si crede di conoscere tutto di una poesia che si è scritta. Eppure non si conosce granché se non la cenere di ciò che è accaduto veramente, di ciò che è stato deposto sulla pagina. Meglio così.
Ma illudersi di avere ‘una’ vita e ‘una’ poetica è davvero infantile, come il frigno di colui che si ostina a far funzionare il giocattolo (senza riuscirvi) secondo la propria legge e non secondo le istruzioni del giocattolo medesimo.

Il testo con cui vorrei iniziare è quello conclusivo di Soffiati via (Il Ponte del Sale, 2015): quattro versi d’addio a nessuno, dentro una condanna a cui si è prossimi, ma già in atto mentre il testo si dipana:

non ho mai dato un bacio

ho nove anni

domani mi bruciano

viva

Una bambina dice del suo essere bruciata viva. È un sacrificio? Una condanna per una colpa? Un’esecuzione senza motivo? Un atto di pura crudeltà che non ha orizzonte di comprensione? Come tutti i testi del libro anche questo non ha alcun senso. Né primo né ultimo. Non rimanda a un inizio né a una fine. È un improvviso fiato di vento che spegne una candela (“soffiato via” resta uno dei possibili e meno infedeli intendimenti della parola nirvāna. Ogni estinzione accade come accade ogni nascita. Si consegna al mondo o al niente. Si accende e si spegne): a chiudere un giro di esili vite o non vite, di infanzie già torturate, violentate, scuoiate. Un coro di non-nati, non-vivi, né morti.
Così è, ma così non è; o non è soltanto. Il libro si apre laddove le voci dichiarano che niente muore né rimane vivo. Tutto sta o dovrebbe stare dentro questa luce opaca.

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L’esordio dell’attrazione (per un nuovo inizio)

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Da domani sulle pagine de L’EstroVerso parte la rubrica di auto commenti di alcuni poeti contemporanei curata da me e Gabriel Del Sarto. S’intitolerà Dall’inizio: qui di seguito un estratto dall’Introduzione pubblicata oggi.

E noi: spettatori sempre, in ogni dove
sempre rivolti a tutto e mai all’aperto!

Rilke

Oggi in poesia si parla troppo della fine. Fine di un sistema di valori legato ancora a un apparato ideologico trapassato e da cui è emersa in maniera ormai massiva l’attuale western way of life; fine di una dialettica che sosteneva le pressioni di un mondo inteso in maniera ambivalente, dissociata. Infine, come condizione concettuale che ammanta il pensiero occidentale dal termine del secolo scorso e si proietta sul nuovo, eterno non finire della catastrofe (in primis“antropica”, perché è l’uomo la prima minaccia per un ambiente che rischia di diventare sempre più ostile).

Non si parla, invece, dell’inizio, di una possibilità e, a nostro avviso, di un’emergenza che si fa sempre più pressante. In tale direzione, alcune poetiche sviluppatesi nelle generazioni nate tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’80 del secolo scorso, sembrano consolidare l’impasse tutta novecentesca riassumibile nel motto «in my end is my beginning» di eliotiana memoria. Insomma, la poesia italiana, per dirla in maniera spicciola, non ha ancora digerito la lezione di Montale e pare barcamenarsi tra la riproposizione della cantabilità lirica e più ardite sperimentazioni. Una terza strada (almeno a detta del poeta che l’ha individuata, vedi Mondi e superfici. Un dialogo con Guido Mazzoni, intervista a cura di Gianluigi Simonetti), che cerca di riunire le forbici estreme del recto e del verso della poesia montaliana, non sembra però ancora in grado di aprire una breccia verso una fuoriuscita dalla grande sintesi del poeta ligure e, quindi, è il sintomo di una situazione stagnante.

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NUOVI INIZI: Fabio Pusterla, ‘Cenere, o terra’, Marcos y Marcos, Milano, 2018 – su L’EstroVerso

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Sulla crisi e il mutamento si fonda Cenere, o terra, l’ultimo libro di Fabio Pusterla, pubblicato da Marcos y Marcos.  E su ritualità penitenziali e di passaggio evidenziate sin dal titolo, il cui rimando è al canto IX del Purgatorio, si apre questa nuova operazione. Il nono canto, dicevamo, che è sempre, nelle strategie compositive della Commedia, un luogo di transito, rappresentato da soglie via via – dall’Inferno al Paradiso – più sfumate. E la soglia è ormai figura topica di tutta l’opera di Pusterla, quasi aggancio metonimico e ancoraggio nella precarietà di un tempo percepito nella sua inesorabile scomparsa.
La percezione transeunte del tempo ha, sin dalle origini, condotto il nostro poeta a confrontarsi con l’archeologia del segno, nella prospettiva/speranza che la conoscenza del passato potesse aprire brecce nel presente, in direzione di un futuro possibilmente luminoso. A sottolineare quest’urgenza di poetica, sono segni tematici e retorici che attraversando l’intera opera sembrano consolidarsi proprio in Cenere, o terra.
Partendo, allora, dal concetto di soglia suggerito dal richiamo alla Commedia, possiamo da subito individuare il nucleo tematico che, con ogni probabilità, guida il cammino di recupero e contemporaneo rilancio etico di Pusterla: l’umiltà.
«Cenere, o terra che secca si cavi, / d’un color fora col suo vestimento», così Dante descrive la veste, praticamente un saio, dell’angelo custode all’entrata del Purgatorio, ed è la tensione all’unità, attraverso un ultimo splendore che riattivi la relazione – io/altro, parola/mondo – a spingere il poeta verso una successiva, forse estrema, riflessione sui valori tradizionali.

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Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

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Gabriel Del Sarto

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (13) – Spazio inediti: Gabriel Del Sarto

Il tempo e la vita

Quando di nuovo abbiamo parlato di quel giorno
l’acqua mista al sangue – ti ascoltavo
e immaginavo il ferro e l’ossigeno
nelle emoglobine, il destino cambiare – e il dolore
che niente ha cancellato, ho saputo
come la natura si concentri nel tempo
di ciascuno: un’assoluta
ed armonica compossibilità di volti
e sofferenza.
…………   (Esiste quasi
da sempre anche l’Anticlinale,
…………………………è una piega
delle rocce, una struttura
dove gli strati sono convessi
verso l’alto e puoi trovare, dicono,
dal basso a salire, l’acqua
che satura tutti i pori, gli idrocarburi liquidi, il gas
che si accumula all’apice della piega. Ancora
azioni e parole. La contraddizione
che governa ogni cosa.)

Ogni tanto ancora un cenno. Fa parte
di noi, di questa storia ricordata.
Può bastare un articolo o un post
in rete letto a voce alta dentro
le stanze che abitiamo, il silenzio
dopo, uno sguardo al posto di ogni cosa,
leggere contrazioni, siamo noi,
è la vita, quando la prima morte
è quella della parola che manca.

(da Il grande innocente, Aragno, Torino, 2017)


È subito in scena un dialogo in questo testo d’esordio dell’ultima raccolta di Gabriel Del Sarto. In tutto Il grande innocente – ho avuto modo di parlarne in maniera più diffusa qui – il pathos del linguaggio si scontra con la «compossibilità» di relazioni non più mediate da alcuna sovrastruttura, per cui l’Io (il soggetto, il “primo rispetto ai concetti”, nell’interpretazione deleuziana di Benveniste), linguisticamente si pone come intermediario del rapporto e, quindi, strategicamente “dentro” un senso. Tale posizione del soggetto non è più marginale ma interrelata e in “ascolto”: «ti ascoltavo / e immaginavo».
Sin da questo punto testuale s’intravede una rinnovata fiducia, perché l’ascolto dell’altro (reale, cioè dentro il piano dove scorre il linguaggio, in un avvallamento) “cambia” il destino – particolare – dell’interlocutore, suscitando un percorso immaginifico. Ognuno è qualcosa (aliquid, il banale che non poggia su alcuna infrastruttura che non sia il linguaggio) con un senso. La forzatura che intromette questa diversa dimensione del tempo testuale è strategica, dicevamo, in funzione di una poetica, non so quanto consapevole, dell’accostamento. Accostamento che, però, non colma il “mancamento” del senso, ma si lascia trasportare dalla necessità del racconto, senza affabulare, senza fingere una mitologia che blocchi nuovamente la parola alla sola ricezione passiva, ma, al contrario, riattivi costantemente «la vita, quando la prima morte / è quella della parola che manca».


Tema della voce

Ecco il mondo, e questa è una città, questa una bambola
che soffre il mal di gola. Potremmo insieme
offrirle della gommose alla menta, che poi
finirai tu, sul divano o nel letto
di quella camera d’albergo davanti alla stazione.

Può bastare il cammino che abbiamo percorso
fra le calli di Venezia dopo Natale
per osservare i volti, alcuni acuti, e capirne in silenzio
le pedagogie assolute. Le parli
e la bambola smette di tossire. Ecco un’altra
città, un mondo già diverso, proprio quando scende
la sera.
———-– Ricordo il dolore di portarti sulle spalle
e poi te sotto al letto con un libro.

Possiamo farlo: l’esercizio
di un’estensione della luna, a due voci,
su un mondo scollato, un puzzle
senza ribellione – e poi tornare
al nostro abbraccio, al calore della spalla
solo tua, a te, sotto il letto, con un libro,
che disegni quello che siamo
nella tua mente contorni
di alberi, rami di queste parole.

(Inedito)


Il dialogo, con l’acquisizione della prima persona plurale, il noi che emerge come una neo-formazione dal testo pubblicato, manifesta un accostamento più profondo in questo inedito.
Intanto, la voce narrante è uguale a quella che nel precedente componimento stava in ascolto (l’Io è ancora «primo, perché fa iniziare la parola», direbbe Deleuze). Questa stessa voce presenta adesso il suo racconto a un essere (nessuna entità, ma «l’essere come verbo “essere”» seguendo Nancy) evidentemente più “piccolo”, in fase di crescita (i referenti sono evidenti e non nascondono, semmai velano di pudore: «bambola», «gommose alla menta», ecc.). Quella che viene raccontata è la storia di «un mondo già diverso», un mondo in trasformazione nel suo essere la stessa trasformazione, senza trascendenze, ma nell’evidenza che si può essere «insieme» in un’offerta di sé che arricchisce il soggetto che si dis-pone all’altro.
Sul piano del linguaggio, però, questa commistione (la «compossibilità» del testo precedente “concretata” in questo inedito) ha bisogno – ancora necessità, e, quindi, evento puro – di uno slittamento di senso (nel caso specifico del testo, il soggetto delega al suo oggetto, il “tu” rimpicciolito – quasi forma desiderante del soggetto stesso – la scoperta di un nuovo linguaggio). Per questo dall’«abbraccio» l’essere si distanzia, per ritrovare quella “vacanza” di senso, appunto, che permette di disegnare “nuovamente” «quello che siamo»: «contorni / di alberi, rami di queste parole», cioè un’altra lingua rinnovata nella continuità che, incessantemente, si sviluppa.

(Ottobre 2017)


Gabriel Del Sarto (1972) ha pubblicato le raccolte poetiche I viali (2003), Sul vuoto (2011, Premio Apuane 2015 e finalista Premio Carducci 2013), Il grande innocente (2017) ed è presente in diverse antologie fra cui L’opera comune (1999) e Nuovissima poesia italiana (2004). È autore di saggi sull’uso della narrazione nelle pratiche educative, fra cui Raccontare storie (con Federico Batini, 2007) e In un inizio di mattina (2012). Sue poesie sono tradotte in portoghese e spagnolo.

Poeti italiani (12) – Spazio inediti: Fabiano Alborghetti

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Fabiano Alborghetti

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (12) – Spazio inediti: Fabiano Alborghetti

Il canto muto della distanza

C’è una stanza. E’ arredata da ombre
qualche azione. Forse un nome. Ha un odore.
———————————————-Moltissimo è perduto
o sopravvive per frammenti:
vi si aggrappa come fossero presenti. Ogni giorno
si domanda quanto manca per tornare.

E’ in prestito, ancora oggi, dopo anni.
Forse qui dovrà morire. E in quale terra
——————————————-andrà il suo corpo?
Riportarlo dove è nato
dove noi siamo gli assenti o fargli un torto
e seppellirlo dove noi siamo i presenti?

Questa storia è poca cosa
————è vicenda personale.
Quante ossa, indossate dalla terra, sono ora fuori posto?
Chi è tornato porta avanti una memoria
—————————————————-parla, almeno:
ha qualcosa che appartiene. Non è ospite, né intruso.
E i figli? Quelli nati nell’altrove?
C’è qualcuno a cui non pesa: altra vita, passaporto
poi gli amori. Altri
aspettano irrisolti e ogni bacio è una frontiera.


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Lucas Samaras, Room No.2, o ‘Mirror Room’ (1966)

Incede per scatti – piccoli nuclei di senso che cercano di ricomporsi – l’inedito di Fabiano Alborghetti. Come preannunciato nel climax dei primi due versi, scandito da punteggiatura forte: «C’è una stanza. È arredata da ombre/ qualche azione. Forse un nome. Ha un odore». Con un’andatura ritmica incistata in blocchi (la tendenza anapestica isolata in ogni gradino del climax) si confondono i termini di un lamento per qualcosa di perduto che vuole rinascere, almeno nella memoria. E infatti: «Ogni giorno/ si domanda quanto manca per tornare». La “stanza”, scarto metonimico di una dimora in sospensione, crea il tempo dell’attesa; ombre e corpi cadaverici (corpo testuale?), assenze e presenze che rimescolano i luoghi e, quindi, la disposizione stessa dei corpi in cui il soggetto scava in cerca di un frammento di “comunità”. È la vicenda “personale” e de-localizzata di un organismo (quello linguistico?) che «… Non è ospite, né intruso». Eppure con tutte le sue ambivalenze, il testo in questione sembra aprirsi a un nuovo orizzonte di senso, proprio analizzando la storia della scissione dell’io. Il margine, l’orlo, la «frontiera» sono i canali di fuga che tentano di indirizzare un nuovo edificio, dispositivo che intravede in altri («E i figli?»), nel loro “altrove”, un’«altra vita»; un «passaporto» diverso, per attraversare, infine, il limite di chi è ancora fermo ad aspettare (il soggetto stesso), “irrisolto”.

(Maggio 2016)


Fabiano Alborghetti (1970), vive in Canton Ticino (Svizzera) Ha pubblicato 6 libri e la sua poesia è stata tradotta in più di 10 lingue.
Grazie alla Fondazione Svizzera per le Arti Pro Helvetia ha rappresentato la Svizzera in numerosi festival nel mondo. Il suo sito è all’indirizzo: www.fabianoalborghetti.ch

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Poeti italiani (11) – Spazio inediti: Franca Mancinelli

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Franca Mancinelli (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (11) – Spazio inediti: Franca Mancinelli

Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Non è il tuo respiro. È freddo come qualcosa che viene dall’aperto. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito, la prima volta che ti ho dormito accanto, non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando porti il tremore lucente della tua ironia – uno specchio d’acqua di meraviglie. O quando uno dopo l’altro nella tua voce passano uccelli d’alta quota segnando una rotta nel cielo limpido. La faglia è in te, continua a portare aria fredda, si allarga. Del fuoco acceso in un bivacco, ha lasciato carboni. Avremmo potuto ritrovarne ognuno un riflesso chiaro, nel cerchio dell’iride una fiamma che ci guida ancora. E invece è il soffio di freddo che ti attraversa le costole e ti sta scomponendo, lentamente. Non hai più un orecchio. Il tuo collo è svanito. Tra una spalla e l’altra si apre il buio popolato di fremiti, di richiami da ramo a ramo, su un pendio scosceso a dirotto, non attraversato da passi umani.


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Dacia Manto, N Est 111’ 7 Jardin Planétaire #10, 2008, grafite, frottage e olio

C’è il cammino percettivo della trasformazione in questa prosa ritmica che Franca Mancinelli ha proposto per Carteggi Letterari. Da una mancanza (la “faglia” è richiamo a un assestamento lontano dall’essere raggiunto) a un’altra: la scomparsa dell’uomo che emerge dalla trasfigurazione del vicino, di ciò che è più prossimo, proiettandosi in un paesaggio sì naturale, ma immaginato per mezzo di evocazioni sensuali. Una sensualità latente, che allude più che limitarsi a descrivere l’assenza. Fabula, o meglio, rappresentazione di una fine. La relazione, sotto il segno della mancanza abbiamo visto, inscena il suo teatro di ombre, frammenta e discioglie la materia, all’interno della quale s’insinua un «buio popolato di fremiti», di segnali, richiami. E il linguaggio può cogliere dal freddo proprio questi richiami, diversi, incomprensibili ma comunicanti, per quanto in caduta, inumani.

(Gennaio 2016)


Franca Mancinelli è nata nel 1981 a Fano dove vive. Ha pubblicato Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno, 2013). È inclusa in diverse antologie, tra cui Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (interlinea, 2009), La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta (Ladolfi editore, 2011) e Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora con riviste e periodici letterari tra cui «Poesia».

Poeti italiani (10) – Spazio inediti: Luigi Socci

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Luigi Socci (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (10) – Spazio inediti: Luigi Socci

Ci sono certi bui
che non ricordi gli occhi
se sono o no aperti:
bui cosiddetti pesti
tra i cui contorni incerti
vedi o credi di farlo,
ignaro se quel nero sia il primario
colore delle tenebre
o il retro delle palpebre.


monocromo

Un monocromo nero di Gao Xingjian ©

Il ritmo in poesia costruisce la forma. E questa, che Socci presenta per Carteggi Letterari, ha un aggancio “popolaresco” evidente. Tra lo strambotto e il madrigale (confine quasi indecifrabile tra i due modelli tradizionali), come la quasi-rima baciata (più che altro una simil-assonanza atona, per restare nel clima umile suggerito dal testo) nel finale parrebbe suggerire, il componimento inscena la “burla” della relazione percettiva. Questa prima persona che, per un attimo (primi tre settenari), si auto-rivolge la parola, ne è sintomo. Autoreferenzialità che viene scavalcata dal suono buffo di rime e assonanze “aperte”, dal gioco dello scambio non serioso, sempre di matrice popolare. La suggestione fonica confonde le idee, la referenza si sfalda e da percezione si fa credenza, cioè illusione: «vedi o credi di farlo». L’ignoranza – o impossibilità percettiva del reale -, pur sembrando cialtronesca noncuranza, è fantasma del limite, oscura la dimensione scherzosa del testo (l’unico endecasillabo della serie ha il compito di esplicitare il dramma del “disaccordo” col contesto: «ignaro se quel nero sia il primario»), per aggiungere all’atmosfera scanzonata, quindi, solo in apparenza, una pennellata tragica: cos’è che realmente percepiamo? l’altro o una parte nascosta di noi stessi. In tal caso, il rovescio della referenza sarebbe il semplice ripetersi di un riflesso, un abisso di senso che solo il gioco ci può restituire in azione, senza scopo, se non quello performativo, ancora una volta, che ricrea la forma.

(Novembre 2015)


Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966. Ha scritto un centinaio di poesie circa. Alcune si possono leggere, volendolo, nella plaquette Freddo da palco (d’if, 2009) e nelle antologie VIII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2004) e Samiszdat (Castelvecchi, 2005), ma anche in rete, in riviste o dove si preferisca. Alcune sono state tradotte in russo, spagnolo, inglese e serbocroato. Altre no. È direttore artistico, ad Ancona, del festival di poesia “La Punta della Lingua”. Nel 2013 ha pubblicato Il rovescio del dolore (Italic Pequod).

Franco Buffoni: LA CRAVATTA DI SERENI – Niccolò Scaffai, “Il lavoro del poeta. Montale, Sereni, Caproni” (Carocci, Roma 2015)

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Montale, Sereni, Caproni (Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

di Franco Buffoni

LA CRAVATTA DI SERENI

il-lavoro-del-poetaHo avuto occasione, il 5 ottobre scorso, di presentare alla Casa delle letterature di Roma il bel saggio di Niccolò Scaffai Il lavoro del poeta, edito da Carocci. Particolarmente incentrato sulle figure di Montale, Sereni e Caproni, il libro può definirsi complessivamente un’indagine sul sistema di relazioni, incontri, occasioni che motiva la scrittura e le dà sostanza. O, come più prosaicamente ha sintetizzato nella sua recensione al volume Raffaele Manica sul Manifesto, “su che cosa passa per la testa dei poeti quando fanno poesia, e dunque sul perché si faccia poesia”.
Confesso d’essere un appassionato lettore di epistolari. L’estate scorsa ho letto integralmente quello tra Vittorio Sereni e Luciano Anceschi curato per Feltrinelli da Beatrice Carletti con prefazione di Niva Lorenzini (epistolario richiamato anche da Scaffai nel suo lavoro, in particolare con riferimento alla lunga lettera di rifiuto da parte di Sereni del concetto di Linea lombarda); in seguito ho lungamente compulsato anche il carteggio tra Luciano Erba, Piero Chiara e lo stesso Anceschi, uscito per le cure di Serena Contini presso Nuova Editrice Magenta di Varese. Ricordo anche come sia stata illuminante per me qualche anno fa la lettura dell’epistolario Sereni-Bertolucci, e in particolare quella considerazione a margine del mio maestro Giovanni Raboni sulle vite militari dei due poeti. Sereni – di estrazione piccolo-borghese, osservava Raboni – si applicò seriamente al corso per allievi ufficiali, conseguendo il grado di sottotenente, con successiva responsabilità bellica di centinaia di giovani uomini ai suoi ordini. Bertolucci, grande borghese, fece il soldato semplice, imboscandosi subito, in pratica evitando il fronte. Perché, per Sereni, quella divisa con le stellette, quei gradi, lo stipendio che conseguiva, rappresentavano anche una promozione sociale; per Bertolucci non significavano nulla. Al riguardo, ricordo che Piero Bigongiari – altro grande borghese – in quegli anni restò nascosto in campagna a tradurre Ronsard. E certamente non era cagionevole di salute.
Dedica ampio spazio ai carteggi Niccolò Scaffai nella sua trattazione. Per esempio raffrontando come, differentemente da Ungaretti (che sovente anticipa nelle lettere versi e/o concetti poi centrali nelle poesie: per esempio scrive a Papini “c’è una pena che si sconta, vivendo, la morte”), Montale sveli ben poco dei suoi versi nell’epistolario. Per questo resta significativa la poesia “Eastbourne”, anticipata – per quanto concerne il riferimento cronologico all’August Bank Holiday – in una lettera a Irma Brandeis. Ebbi pertanto buon gioco, nel corso della presentazione, ricordando per analogia come Raboni raccontasse con disappunto di una cena con Montale tra i commensali, nel corso della quale l’autore delle Occasioni non seppe parlare se non di pensioni, anni da riscattare, prebende da riscuotere.
Perché è così: c’è la poesia, ma ci sono anche i poeti, e con loro c’è la vita con la sua volgarità, il suo cinismo. Ricordo l’espressione di divertito stupore che si dipinse sul volto di un giovanissimo Guido Mazzoni nel 1993 a Milano nella storica sede della Fondazione Corrente, dove presentammo il III Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea. Era presente Maria Luisa Bonfanti, alias la signora Sereni, invitata a intervenire da Treccani in persona, alla quale chiedemmo di che cosa parlassero Sereni e Anceschi quando s’incontravano. “Di calcio…”, rispose serissima.
Ma che importanza dava Vittorio Sereni ai suoi avantesti, a tutti quei documenti che gli studiosi delle generazioni successive poi compulsano con religiosa attenzione? Si legga questa lettera dello stesso Sereni a Maria Corti, riprodotta da Scaffai a p 133: “Un quaderno dove mettevo i miei appunti abbastanza sistematicamente intorno al 1960, l’ho consegnato all’arch. Gio. Vercelloni che me l’aveva dato del tutto vergine come augurio di fine anno. E’ giusto che se lo tenga”. Dunque, secondo Sereni, poiché l’arch. Vercelloni gli aveva regalato a Natale un bel notes nuovo, era giusto che se lo riprendesse con tutte le preziose annotazioni, abbozzi di poesie, considerazioni e quant’altro.
Roba davvero da far tremar le vene ai polsi, se si pensa che oggi a villa Hüssy a Luino, sede della biblioteca comunale, chiunque può salire all’ultimo piano dove è stato ricostruito lo studio di Sereni con i mobili originali e i libri negli scaffali come li lasciò il poeta nel 1983. Disposti rigorosamente per collane.
Il paragrafo dedicato da Scaffai a Sereni e “il giovane Erba” è quello che maggiormente mi ha “intrigato” da un punto di vista strettamente poetico. Erba fu allievo di Sereni (di nove anni maggiore di età) al liceo Manzoni di Milano nel 1938, e ancora negli anni cinquanta il rapporto tra i due non era “alla pari”, tanto che – come ricorda Scaffai – in un passaggio della famosa lettera ad Anceschi vs Linea lombarda, Sereni annota di malumore che Erba “non sa parlargli d’altro” che delle recensioni “che di volta in volta lui vede del libro”.
Fortunatamente, sulle “beghe” personali, alla fine prevale la poesia, pur se non senza qualche polemica difficoltà. Nella raccolta Linea Kdel 1951 (per incidens: l’espressione Linea lombarda riesce ad Anceschi fondendo Linea K di Erba a Canzone lombarda di Sereni) la poesia “Tabula rasa?” presenta i versi: “Ho una cravatta crema, un vecchio peso / di desideri”.
Se l’espressione tabula rasa, come ci ricorda Scaffai, era già stata usata da Erba nella lettera inviata a Sereni da Parigi il 9 febbraio del 1948, “di mito della cravatta” parla Sereni in una lettera in cui il “professore” dapprima tratta malissimo l’ex allievo: “Ho ripensato spesso a te e anche alle tue cose: le quali, a furia di trovarmele sotto il naso, han finito coll’interessarmi nettamente di più che all’inizio”. Poi finisce quasi con l’abbracciarlo: “Infatti, se mi dà fastidio sentirti parlare di mito della cravatta, proprio la poesia in cui se ne parla nel modo più persuasivo m’è tornata alla mente assai spesso, tanto da farmi desiderare di averla scritta a suo tempo”.
Decisi pertanto di concludere la mia presentazione leggendo a Scaffai e al pubblico due poesie dedicate a Sereni: una recentissima (appare in Avrei fatto la fine di Turing, Donzelli, ottobre 2015), l’altra risalente alla morte di Sereni. E di mio padre: pure lui ufficiale di fanteria e prigioniero dal 43 al 45. Una generazione di uomini che la cravatta su camicia bianca la mettevano anche la domenica per andare allo stadio.

Vittorio Sereni ballava benissimo

Vittorio Sereni ballava benissimo
Con sua moglie e non solo.
Era una questione di nodo alla cravatta
E di piega data al pantalone,
Perché quella era l’educazione
Dell’ufficiale di fanteria,
Autorevole e all’occorrenza duro
In famiglia e sul lavoro,
Coi sottoposti da proteggere
E l’obbedienza da ricevere
Assoluta: “E’ un ordine!”,
Riconoscendo i pari con cui stabilire
Rapporti di alleanza o assidua
Belligeranza.
Ordinando per collane la propria libreria.

*

Di quando la giornata è un po’ stanca

Di quando la giornata è un po’ stanca
E cominciano le nuvole a tardare
Invece del nero all’alba che promette
Costruzione di barche a Castelletto con dei legni
Morbidi alla vista, già piegati.
Non con la ragione ma con quella
Che in termini di religione militante
E’ la testimonianza
Ti dico: tornerai a San Siro,
Sotto vetro la cravatta a strisce nere
Sul triangolo bianco del colletto
Come nella fotografia del cimitero.

Poeti italiani (9) – Spazio inediti: Marco Giovenale

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Marco Giovenale (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (9) – Spazio inediti: Marco Giovenale

Marco Giovenale

sette testi da

OSSIDIANE

[ libri 4 e 5 ]

retroverso (clac), vestito dello sbaglio, “si” avanza” nella storia, il personaggio, duecento anni dopo la morte del romanzo.

è pieno di zombie che non ci si crede. la morte dell’arte frequenta la mostra di sé al bastiglietto, l’assente italiano.

anche gli orsi sono in carcere fuori non c’è più nessuno | sono malati male

*

«Se si tratta di cosa che richieda attenzione», osservò Dupin mentre si asteneva dall’accendere il lume «potremo esaminarla con più concentrazione nel buio»
[ E.A.Poe, La lettera rubata ]

non sa di cosa è fantasma.

ha un piano | per la città delle scale.

solo se pensa alla sua | guancia sinistra.

lo zinco si deposita nei tessuti. | fa (facile): «azoto».

*

schelettra fontana di battiti | fratelli riddarissa

moins / mois / (mosè!)

——————–| ricordo che guardavo le case

i medici guardano le case

lo spazio compra le case

——————————–appartengono |           appartano | app

*

08

sack, also:

sapore-spore
biondo nel basto. questo tardava prima.
stanno di pattuglia. crimini. climi. barberini.
ready-made russia.
dust,

*

12

———————————————————————————–mimesis, 1

zo mi ha manda a prendere
paccoposta non me lo danno i sentimenti
presenta il documento
dàtelo che se
torno senza
frusta faccia

*

chimi   chemins           de (sce
d) —————————————————–[altro]out

ferro    (rim, marge, rimozione

(remoto, rem, chem-

(clem

*

tu non sai ma io non posso toccare i naturalia

(a) pietre | pierres
(b) persone | personae
(c) animati/-li | lives
(d) lac.

natura dicitur dupliciter
giardino parassitante
che in ogni suo punto fa il cieco

——————————sitis
——————————(ibis) → allora


shs1

Svein H. Skavern,  Asemic Works (Fonte: The New Post-literate)

 

Cosa la lingua in dissoluzione, cosa la lingua in ricostruzione? La serie di inediti che Marco Giovenale ci presenta continuano un percorso che non si arrende al disfacimento rimettendo in circolo l’ambiguità del segno.
La parola è un agone, un transito nell’assenza del senso per non arrendersi ma fagocitare e produrre – la produzione già vasta di Giovenale è tensione continua e propensione oggettiva alla presenza. Il soggetto a-grammaticale (de-sintattizzato) impatta i naturalia, declassandoli e deturpandoli eppure perdendosi in essi, confondendosi nel labirinto di emblemi lanciati fuori obiettivo. Ambiguità irredimibile e tentativo di conferma della stessa nel buio delle infinite immagini, come potenziale, miracoloso orientamento. Tutto si gioca su questa paradossale finzione fino alla “fantasmizzazione” dell’essente e espansione/riduzione del tempo: «moins / mois / (mosè!)», sottrazione/ indicazione/ eternità.
Le referenze saltano e non contano perché è lo strumento/lingua che si scorda e riaccorda come applicazione di un insieme di segni che colpiscono un utente non sempre capace di accoglierli: «appartengono | appartano | app». Eppure, e qui l’agone, la sfida lanciata al lettore (?), il segnale arriva, l’applicazione è fruita, anche se inconsciamente, da una nuova collettività che cerca di ricrearsi uno spazio altro: «lo spazio compra le case».
La lingua di Giovenale ci parla, per quanto indirettamente, della necessaria, ma faticosa, compravendita di un nuovo spazio vitale, di una diversa dimora. La “rimozione” del senso contiene la speranza che in questa sfida tracotante col mondo – «(ibis) → allora» – la parola, dai suoi margini originari, dal primordiale clima geroglifico, ci riconsegni un percorso, non pacificante certo, una circolazione continua, seppure sempre ambigua: ibis redibis.

(Settembre 2015)


Per informazioni dettagliate su Marco Giovenalehttps://slowforward.wordpress.com/bio/

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

frungillo

Vincenzo Frungillo (Foto di Stefano Maceo Carloni ©)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

Dismissione

Advocatus et non latro,
res miranda populo.

“Bisogna conciliare.
Non esistono prove
per una connessione di causa
tra la loro vita e la loro morte.
Dovremmo ricostruire l’ambiente
la meccanica pesante,
la strozzatura,
l’aria che manca,
dovremmo ricreare la temperatura,
l’inferno della tettoia,
la polvere che cola,
il polmone saturo,
il carcinoma,
la metastasi lungo la schiena.
Manca un testimone
per organizzare l’accusa,
nessuno vi darà ragione,
a voi la decisione,
la diretta generazione,
il ramo familiare,
la prova del sangue,
voi potreste parlare,
oppure tacere,
rispondere alla miseria
con l’istinto di sopravvivenza,
rimettere in linea lo stimolo-la risposta,
accontentarvi del poco che manca.
Perché dissotterrare tombe,
tentare le ombre?
All’uscita del Tribunale c’è un rigattiere
che compra bare usate.
Il mercato non ha limiti,
si alimenta in continuazione.
Persino i poeti finiranno
per eccesso di produzione”.

*

L’estinzione dell’orso bianco

Se queste pietre avessero pietà
per le mie ferite, io avrei ragione,
in quanto animale tra le creature,
perché l’accento che tu noti,
diciamo il dolore,
è solo memoria che si corrompe,
e, pensa bene, non vale niente.
Ora il mio modo d’avere voce,
è un rantolo che non mi appartiene,
che mi distrae dal battito del cuore.
E tu pure, dall’altra parte,
ti rassegnerai alla forza che si sprigiona
nella fase estrema della caccia,
alla preda che non si nasconde,
che si è estinta, dalla faccia della terra.

*

La casa

Vivo in una casa vuota,
ma di cosa dovrebbe essere piena una casa?

Resta solo l’utilizzo mancato
d’ogni oggetto, lo puoi vedere,
certo, strabuzzando gli occhi
come facevi da ragazzo,
fissandoti allo specchio,
il petto nudo, e tutto il resto,
spezzato nel mezzo,
un capezzolo che guardava il cielo-
l’altro l’inferno-.
In questo eri un mitico busto,
con i vestiti di tua madre
tutto intorno, la macchina da cucire
che fissava i punti alle gonne.
Allora aspettavi il padre,
l’occhio mansueto del tempo.
Di questo non puoi avere rimpianto,
nemmeno adesso,
che la rosa nel vaso
fa la muffa lungo lo stelo.
Lo dici a te stesso,
riflesso nel vetro,
“i vestiti che indosso li darò in pasto
agli zingari del centro”.

*

Il ritorno

Lei tiene un braccio attaccato alla pancia,
l’altro lo stende sul tavolo,
mi porge la mano:
“Ti ho portato dell’uva
rubata alla mensa.
C’è qualcosa di misterioso
nella frutta che mangiano i bambini.
Provala.”
Non servono lezioni sulle stagioni,
loro si spiegano da sole.
E’ tornata per l’ultima volta.
Guarda fuori.
Non guarda più me.
“Ricordi la gomena
che hai visto sul molo..?
Secondo te, cosa reggeva?”
La liquirizia che ci riempiva la bocca,
un giorno svanirà.
Sentiremo un sapore diverso,
saremo altro e altro ancora.
Rovista con le unghie in una storia comune:
“Sapessi ora cosa vedo.”

*

La nostra storica parte di pena

This ready flesh
no honest equal, but my accomplice now,
my assassin to be, and my name
stands for my historical share of care
for a lying self-made city,
afraid of our living task, the dying
which the coming day will ask

S’arriva ad invocare la propria parte di pena
quando in casa, l’ennesima,
si confonde la manopola dell’acqua calda
con la manopola dell’acqua fredda,

quando la città volteggia libera nell’aria
come il polline di questi pioppi in primavera;
si cerca la parola stretta nella storia,
quando la società caracolla

nel tutto si deve perché si può fare,
si resta da soli a fermare la morte
mentre la si guarda arrivare,
come la sola funzione del nostro atto vitale.

Ci si ripete, “tutta qui la scienza appresa ad arte,
l’eredità della vecchia classe materiale,
quella d’un padre che s’inabissa
mentre il mondo straripa”.

Ed ora vorresti una colpa tutta tua,
vorresti vederla fare ombra,
vorresti stanare i nomi dalla loro piega,
vorresti chiamarli fino a svanire

nel nucleo

scintillante e parziale della loro natura mortale.


In bilico tra rinascita ed estinzione. La non appartenenza e l’esclusione alienante dal sé sono le tematiche che emergono dagli inediti di Frungillo, in linea con la produzione e le scelte di poetica fin qui svolte. Solo, un’altra sacralità si diffonde dal racconto “analitico”, obiettivo, del condizionamento avvenuto. Un respiro che da sincope si fa urlo battente, più che anafora, analessi della storia o, meglio, ripristino analettico della stessa: «vorresti vederla fare ombra,/ vorresti stanare i nomi dalla loro piega,/ vorresti chiamarli fino a svanire» (vedi il richiamo a Prime in Horae Canonicae di W. H. Auden proprio nel testo dei versi appena citati, per cui le ambivalenze del respiro si ampliano nel binomio carne nascente/carnefice). Sì, il nome, la parola, il verbum che chiedono giustizia di presenza (come il motto di Sant’Ivo in epigrafe sembra richiamare), gratuità del gesto, denudamento. Allora sembra il dono “il nucleo”, certo “parziale” della nostra “natura mortale”, che può riattivare un senso ben oltre il male, la nostra colpa invadente e infinita. Toni, quelli di Frungillo, che non ammettono pause o rilassamenti – e in questo si definisce il suo stile – ma che si muovono nelle intercapedini dell’agone tra parola e mondo, nello svuotamento della dimora che può rendere percepibile la capacità di un ritorno a una storia narrabile, al filo che ci introduce nel tempo, orientandoci nel suo straripamento di passato-presente-futuro, l’uno nell’altro, l’uno sull’altro. Il nome esonda e svanisce il senso; il suo spettro proteiforme si proietta in accumulo, e noi restiamo in cerca – a caccia – per coglierne un estratto, una traccia parziale.

(Giugno 2015)


Vincenzo Frungillo nasce a Napoli nel 1973. Ha vissuto a Freiburg, a Saarbrücken (in Germania) e a Milano dove tutt’ora risiede. Si è addottorato in filosofia con una tesi dal titolo Il rischio di una reificazione del linguaggio. Selbst e perdita di Selbst in Martin Heidegger (2001). In versi ha pubblicato Fanciulli sulla via maestra (con una nota di Milo De Angelis e di Eugenio Mazzarella, Palomar, 2002), Ogni cinque bracciate. Un estratto. (finalista premio Delfini, edizioni Galleria Mazzoli, 2007), Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti (con una prefazione di Elio Pagliarani e una postfazione di Milo De Angelis, Le Lettere, 2009), Meccanica pesante (XI Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea a cura di Franco Buffoni, 2012), Terre straniere (in Registro di poesia # 5, finalista Premio Russo-Mazzacurati, edizioni d’If, 2012), Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia (Premio Russo Mazzacurati, edizioni d’If 2013), La disarmata (AA.VV. Cfr edizioni, 2014). Altri suoi testi inediti sono compresi in Hyle. Selve di poesia, (con Dvd video contenente interviste e video, 2013). È presente in diverse antologie di poesia contemporanea, tra le quali Il miele del silenzio (a cura di Giancarlo Pontiggia), Poesia dell’inizio del mondo (a cura di Nanni Balestrini). Dai suoi testi sono stati adattati due recital per la voce di Viviana Nicodemo, entrambi presso la Casa della Poesia di Milano. Per il teatro ha scritto Il cane di Pavlov. Un monologo (Premio di drammaturgia Fersen. Ottava edizione, Editoria & Spettacolo). Suoi testi di narrativa sono apparsi su riviste, altri progetti sono tuttora inediti. Ha scritto interventi saggistici sulla poesia di Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Paul Celan, Biagio Cepollaro ed altri. È redattore di Puntocritico, Absoluteville, Carteggi letterari. Suoi versi sono stati tradotti in tedesco e sono in corso di traduzione in lingua inglese-americano. Sulla sua poesia hanno scritto tra gli altri: Andrea Cortellessa, Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Giancarlo Pontiggia, Giancarlo Alfano, Giorgio Manganelli, Alberto Bertoni, Alberto Sebastiani, Luciano Mazziotta, Francesco Filia.