Dall’inizio (Marilena Renda)

Dall’inizio (Marilena Renda)
Marilena Renda

Su L’Estroverso Luciano Neri per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Il battito d’ali del disastro

Anni fa c’era un’immagine che non voleva saperne di uscirmi dalla testa, un fotogramma da road movie in cui una donna parte per un viaggio insieme ad alcuni amici. La donna vuole trovare una ma’ara, in siciliano una maga, una di quelle figure della Sicilia arcaica che compivano azioni magiche tipo far innamorare un uomo o proteggere persone e bambini dagli spiriti o dalle fatture in cui la vittima dell’incantesimo è come “legata” da un intervento esterno e non riesce più ad agire liberamente.
La donna del mio fotogramma ha intenzione di chiedere alla ma’ara di aiutarla ad avere un bambino, e gli amici sono lì per sostenerla. Tuttavia, ognuno di loro nasconde un difetto originario; il luogo da cui provengono è stato colpito molti anni prima da un evento traumatico di cui, come in un libro di Krasznahorkai, non sappiamo nulla: un evento che ha fatto sì che questi amici si trasformassero, ognuno in modo diverso, in creature incapaci di trovare una direzione.
Nel 2007 ho scritto un libro che rievocava il trauma della mia famiglia, ovvero il terremoto del Belìce del 1968; da allora sono passati diversi anni, ma la metafora della terra che si spacca e inghiotte le vite degli esseri umani – in generale, direi, la metafora del disastro (da qualche parte sento sempre la voce di Blanchot che sussurra: Il disastro si prende cura di tutto) – è ancora quella che mi contiene in modo più completo, nonostante la baraccopoli non esista più e il terreno sia apparentemente solido sotto i miei piedi.
Nel frattempo, la nostalgia non ha fatto che espandersi invece che ridursi; con gli anni ho capito che l’isola è una madre con cui ho un conto in sospeso, e per pagare questo conto ho fatto il giusto spazio per infilarci sia la nostalgia per un luogo dell’immaginazione che quella per una madre abbracciata troppo poco. L’isola è al tempo stesso una cattiva madre che ti nutre poco e male, lasciandoti insoddisfatta a elemosinare nutrimento per il mondo, e un miraggio dalla forma e dai contorni incerti, un miraggio che immagini debba essere bellissimo, una volta raggiunto, e non dubiti che prima o poi lo raggiungerai. In alcuni romanzi di scrittori siciliani (Bonaviri, a cui è dedicato il testo che segue, Consolo, Vittorini) è ben presente il topos dell’attraversamento del paesaggio; i personaggi viaggiano per arrivare da qualche parte, come i pastori di Vittorini, o per portare a termine un compito metafisico (i viandanti di Bonaviri, per esempio, che attraversano le campagne attorno a Mineo per innestare il corpo di un neonato in un albero, sperando così di ridare vita al corpo morto del padre del protagonista). Il paesaggio siciliano, nella realtà, è composito, antropizzato sulle coste, quasi deserto al suo interno. È una madre dal passato mitico che è stata molto maltrattata nei secoli; aveva molti doni da offrire, e adesso i suoi figli lamentano una povertà che possono addebitare solo a se stessi. In un codice del 1390 circa è raffigurata una pianta di mandragora dalla forma di bambino. È un homunculus, radice dalla forma vagamente umana che nel Medioevo si credeva avesse dei poteri magici e potesse, tra le altre cose, sconfiggere il malocchio e la sterilità. Questo bambino-pianta, potente e notturno, possiede un doppio segno, potendo essere utilizzato sia per la magia bianca che per quella nera, ma rappresenta ogni madre e ogni bambino, perché madre e bambino desiderano sia la simbiosi che la separazione.
Quando iniziai a pensare a un libro di viaggio in Sicilia, il bambino-pianta rappresentava l’ambivalenza della terra in cui può germinare ogni sorta di creatura: è il dominio dell’indifferenziato, in cui può nascere letteralmente tutto, per questo il personaggio di Notti sull’altura di Bonaviri si illude che la forza che l’ha generato possa rinascere ancora:

Raccontami di nuovo la storia del bambino
che al tramonto strapparono alla madre
per innestare il suo corpo nel carrubo,
perché dalla circolazione di linfe e succhi
gli uomini ricavassero nuovo nutrimento.
È il padre che deve cibarsi dei frutti di questa pianta,
mangiare carne giovane mescolata a foglie,
in modo da tornare dalla morte al figlio che lo cerca.
Raccontami ancora come il figlio si illuse
di riportare il padre sulla terra e ribaltare le leggi di natura,
di come la madre si trovò perduta, in mezzo alla terra,
perduta, e poi che trovò il figlio-pianta sul punto della morte,
lo abbracciò dimenticandosi tutta l’altra vita.

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VOCI DALL’INIZIO (1) – STEFANO MODEO

Stefano Modeo

Il primo capitolo della mia rubrica Voci dall’inizio per Nuova Ciminiera

da La Terra del Rimorso:

  
I. 

La piazza semivuota del tuo cuore.
Hai percorso la piazza.
Hai smesso di guardare il passo tuo nella piazza:
tra la gente cercavi la tua gente.
Scarpe e volti nella piazza mattutina.
Le parole sono tante le idee sono poche.
Sei tornato a casa e hai scritto una poesia:
la leggeremo in piazza, risuonerà alta:
nella piazza semivuota del tuo cuore.

III.

[Caro mio,]
tua moglie ha dei figli dello Stato.
Tra di noi non ce lo diciamochiniamo la testa – non ci guardiamo
della paura di morire che abbiamo
che quasi è una vergogna.
Niente è giusto (qui)
tua madre lo sa
i tuoi figli lo sanno
le bestie lo sanno.
Eppure dopo giorni si pacifica tutto
rimane la luna nel mare dipinta e
[Caro mio,]
dimentica di te [di me, di lei, di noi]
neppure il vento freddo delle parole testimoni
i volti fotografati nei cortei disorganizzati.
Salutami tutti, abbraccia quei cari.

 

Inedito:

 Tempo solenne

 
Tu conosci il tempo solenne
delle dediche al bene degli altri.
Sai che sottrarsi è fare un torto
alla tristezza della morte, il suo
avvicinarsi lenta dal cielo fumoso.
Nessuno può capire il tuo capire,
al contrario: appari asciutta e fredda
smunta dalla cima dolomitica
Vedi? La nuova casa. –
dove i tuoi avi e le tue pene ricordano
i dolori delle mani arrampicate.
Per questo anche accogli il silenzio,
il vuoto di chi guarda l’abisso.
Ora guarda questo crollo della fede
i balconi come vengono giù sulla terra
guarda gli uomini e le donne trafitti
dalla loro incertezza. Non sanno che fare.
Ma noi non possiamo toccare questo dolore
non ne abbiamo il diritto e neppure la voce.
Possiamo soltanto essere accanto,
dirci presenti fino alla conclusione
del buio locale, della maledizione sortita.
Tu conosci questo tempo solenne
non averne fastidio, è resistenza
a un potere indecifrabile. Forse presto
nascerà l’antidoto, un segnale definitivo di fuga
allo scricchiolio perenne del nostro presente

 

 

di Gianluca D’Andrea

Nei testi di Stefano Modeo è in evidenza un ampliamento dello spazio. Sin dal primo componimento, una certa “platealità” in funzione della nominazione emerge proprio dalla ripetizione del sostantivo “piazza”. Un desiderio di fuoriuscita e di riappropriazione del linguaggio per una nuova agnizione – “tra la gente cercavi la tua gente” – che sembra lanciare una sfida all’autoreferenzialità, al circolo vizioso della parola chiusa su se stessa (vedi, a tal proposito, incipit ed explicit del componimento, margini di un cammino da ri-verificare, ma che crea un collegamento stretto tra le due piazze: la reale ed esterna e quella intima e metaforica del “cuore”).

Il secondo testo si apre riaffermando una volontà comunicativa: la forma epistolare è segnale evidente di un’urgenza, che, però, sembra disillusa. Alcuni segnali – lo “Stato” al secondo verso e l’anticlimax dei versi 7-10 – ci indirizzano a questa ipotesi, per cui la plausibilità di una “giustizia” collettiva (ancora una volontà “desiderante” sembra muovere la penna di Modeo), è risucchiata in una disorganizzazione basilare e nell’indifferenza statale (in tal senso, essere “figli dello Stato” è sintomo di una subordinazione o, meglio, sottomissione a qualcosa di più grande, che si sposta dalla dimensione civile verso qualcosa di più ampio, metafisico).

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Dall’inizio (Luciano Neri)

Dall’inizio (Luciano Neri)
Luciano Neri

Su L’Estroverso Luciano Neri per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Luciano Neri, Il gioco a mancare

“Ci vogliono tanti luoghi dentro di sé per imparare a vivere” (Pontalis)

 

Fin dalle prime raccolte poetiche, ad oggi incompiute, ho atteso quell’urgenza di umanità per tornare a una luce. Quella luce che è del Mediterraneo, e che cerco, per schiuderla ad altre immagini e altre logiche. Non una luce simbolica, ma una luce reale, che non obbedisce a nessuna descrizione fino a che non la si vede. In quel periodo, che coincideva con le stesure di Lettere nomadi e Figure mancanti (usciti nel 2010 e nel 2104), partivo dalle mie mancanze come ricerca rivolta a quanto l’uomo fosse stato espropriato della sua esperienza e a come, questa espropriazione, se ne fosse impossessata e ora ne disponesse. L’incapacità di un’esperienza biografica significativa era in effetti quanto mi sentivo di aver ereditato dalle generazioni precedenti e ciò si trasferiva in una riflessione che non poteva che essere del negativo. Dunque assecondavo una forma frammento del testo nell’instabilità di una scrittura senza possibilità di unità, in quella non-fissazione che aveva annunciato lo smarrimento di un soggetto cresciuto negli anni’80, dopo i tentativi falliti di costruire una società migliore. Una società, quella italiana, che non aveva mai saputo ospitare il proprio “straniero” al fine di operare in opposizione ai valori identitari dominanti, alquanto poveri e scontati, dai quali mi ritenevo escluso e affrancato. Se tra la scrittura e il ruolo passivo di una generazione esisteva una relazione, essa già conteneva in sé il presupposto della cancellazione, l’estenuazione di un soggetto. Eppure, se di speranza si può ancora parlare, nel divenire storico “qualcosa che non si compie giunge tuttavia come se fosse sempre già sopraggiunto (…) – scrive Blanchot ne La scrittura del disastro. Se “i frammenti rappresentano separazioni incompiute (…), il loro essere incompleti, insufficienti (…), lasciano che si sparpaglino i segni con cui il pensiero raffigura degli insiemi furtivi che (…) dischiudono l’assenza d’insieme (…), non trovano ciò che li fa terminare, ma ciò che li prolunga , o che li fa entrare in attesa di ciò che li prolungherà, li ha già prolungati” – dice ancora Blanchot; che significa, nel mio caso, entrare in contatto con le promesse mancate, nella prossimità di uno spazio amicale.
Da qui il tema del viaggio, che garantiva alla scrittura quell’imprevisto avventuroso, attraverso il Mediterraneo, quale pretesto e testo, per accorgermi alla fine che di viaggio non si era trattato, ma piuttosto di una fuga, perché quella scrittura in viaggio continuava a cancellarsi scrivendosi, continuava a mancare. Appartenere al Mediterraneo significava appartenere al viaggio e quella appartenenza mi avrebbe dovuto condurre, così pensavo, a un’apertura che si chiama accoglienza. Era “il fuoco del viaggiatore ai tempi del grande freddo della solitudine, l’occhio di chi non teme di assistere alla tragedia, di esserne testimone, nella speranza di preservarne l’umano” (M. Bennis). Viaggiare dunque presupponeva il mio rifiuto nei confronti dei dispositivi di potere dominanti e della lotta sociale ormai al capolinea insieme ai suoi paradigmi, gli anni in cui ero nato e cresciuto, lasciando terreno alla dispersione e alla deriva di cui oggi scorgiamo gli effetti. Per qualcuno dei miei coetanei ha significato svuotare uno spazio dando vita a un conflitto estetico, per altri si è trattato come di un risveglio apparente. Per altri ancora dell’installazione di una scena tramite una lingua, in continuità con il passato. Per altri, ed io tra questi, di aprirsi alla contraddizione di forme di vita cristallizzate nel loro scorrere, e questo rappresenterebbe il dramma dell’uomo contemporaneo, non potendo conciliare, l’una con l’altra, una forma con una vita, in sintesi un’unità. Per qualcuno si è trattato di entrare con coraggio nella frattura di un’epoca al fine di guardare, come anti-dispersivo, il volto dell’oscurità. Ognuno dunque ha cercato il proprio modo di traslocare nelle forme che per natura si negano nella loro transitorietà. Per me è stato il viaggio il motivo dell’oggetto di “redenzione”, nello sforzo di recuperare quel relitto di figure nella storia blindato in ciascuno che tenta di sconfinare laddove non gli è concesso. Nel corpo, nella lingua e nel tempo. Ladro in tal senso, per costrizione e apnea. Così appare in Lettere nomadi, in un breve testo riscritto:

 

Qualche attrezzo
del fallimento all’angolo
c’è il rimorso legato
a un ponte a vista
sul passato
il disincanto nel coraggio
il vuoto bianco
di una pagina
più dell’altro la voce
a traccia del fallito
nella parte scomparsa
il meno illuminato

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Dall’inizio (Laura Pugno)

Dall’inizio (Laura Pugno)
Laura Pugno

Su L’Estroverso Laura Pugno per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.

Per parlare di alcuni testi del mio libro L’alea, in libreria da poco per Giulio Perrone, vorrei partire da un’idea che Orso Tosco, scrittore e poeta, ha speso in occasione della presentazione che si è tenuta a ottobre scorso a BookPride. Si riferisce alla natura de L’alea come libro composto di due libri precedenti, di cui uno è La mente paesaggio, uscito per la stessa casa editrice una decina di anni fa.

Quando in una casa si aggiungono parti nuove e parti vecchie, ha detto Orso, c’è sempre qualche crepa di assestamento, una convivenza di pareti un po’ sforzata: si vede, spesso a occhio nudo, dove la costruzione è stata ampliata. Questo non accade nel libro – a suo dire, bontà sua – e non accade con la vegetazione, il vegetale, gli innesti delle piante, cose vive.

Quest’immagine de L’alea come di un intrico di rami, di intelligenza tra specie vegetali diverse, o come una grande casa composta di parti vecchie e nuove, con stanze in cui forse non si entra da qualche anno, e che la vegetazione lentamente invade e ricopre, mi è piaciuta molto, e mi ha fatto pensare all’immaginario paese abbandonato di Stellaria nel mio romanzo La ragazza selvaggia (Marsilio). Un abitato che il bosco intorno richiama a sé, ricoprendo le antiche case, trasformandole in qualcos’altro che possiamo pensare intelligente e vivo, ampliando qui la definizione comune di intelligenza e di vita. Non so se è quello che Orso intendeva dire, è quello che ho compreso io. Ma è da qui che mi piacerebbe partire per rispondere alla richiesta di questa rubrica.

Il caso e le cause in scrittura si mescolano come intrecci di piante, come rampicanti intorno al corpo di un albero. L’occasione – casuale, causata – di ripubblicare La mente paesaggio, per volontà del suo primo editore, ha dato origine a un libro nuovo, mettendomi davanti a quel processo per cui nel tempo i libri si riscrivono rispetto a chi li ha scritti, e tra sé, anche senza che una sola parola sia stata alterata: entrano in riverbero, in risonanze, in giochi di rimandi.

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Dall’inizio (Federico Italiano)

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Federico Italiano

Su L’Estroverso Federico Italiano per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.


L’auto-commento è genere proclive all’inciampo, spesso imbarazzante, per la sua natura egotistica, a volte indisponente. Uno scrittore, inoltre, rimane tale anche nella glossa alla propria creazione – e anche di quella dovrà rispondere in futuro, esteticamente, politicamente, umanamente. Cui bono? Verrebbe da chiedersi… Eppure, c’è qualcosa che d’istinto reputiamo utile nel parlare dei nostri testi, qualcosa più simile a un viatico che a un’analisi, più racconto che spiegazione, più indizio che giudizio. Mi limiterò qui a introdurre alcune poesie tratte da L’invasione dei granchi giganti, un libro scritto tra il 2004 e il 2009, pubblicato presso Marietti nel 2010, abbastanza datato, dunque, perché ne possa parlare con un certo distacco – ma ancora sufficientemente prossimo da nutrire nei suoi confronti un senso quasi fisico di responsabilità.
—–Tempo fa, un poeta mi chiese se i granchi de L’invasione dei granchi giganti appartenessero a una specie particolare, oppure discendessero da un’idea di granchio, dalla figura archetipica di un decapode. A prescindere ora dalle pericolose illusioni della referenzialità, un granchio preciso l’avevo sì in mente: il Paralithodes camtschaticus(TILESIUS 1815), ossia il Granchio gigante, detto anche il Re Granchio della Kamčatka. Era il 2005. Me ne stavo comodo e già sonnacchioso sul divano di casa, a Monaco di Baviera, quando dallo scatolone nero della tivù emerse il carapace arancio-porpora di un granchio immenso. Una voce lenta, delicatamente rauca, involontaria macchina del sonno, raccontava di giganteschi granchi rossi, provenienti dallo stretto di Bering, che stavano mettendo seriamente a repentaglio la pesca al largo delle coste nordorientali della Norvegia. Spiegava che erano i pronipoti di granchi che i sovietici avevano trapiantato nella Baia di Murmansk anni addietro, per sfruttare al meglio il commercio della loro “carne acidula”. Tra plumbee inquadrature su mari gelidi e lunghi primi piani sui volti induriti dal sale di pescatori norvegesi, mi addormentai nel giro di pochi minuti, ma il giorno seguente avevo già metà della poesia in testa prima di colazione.

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Dall’inizio (Maria Grazia Calandrone)

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Maria Grazia Calandrone

Su L’Estroverso Maria Grazia Calandrone per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.


Comincio da una delle soluzioni più recenti, un traguardo provvisorio, che sarà il seme probabile di una serie futura. Si tratta di una commissione, una poesia scritta per il quotidiano «il Messaggero» e, per di più, per la ricorrenza di San Valentino. La sfida è, come sempre, scrivere cose nuove sul mille volte già scritto e mille volte consunto.
Sebbene la poesia, come affermava, con la nota passione, Pasolini, sia «merce inconsumabile».

Il testo è stato composto in un’ora, esito già maturo di un’ossessione lunga, risultato di una riflessione che dura da anni, come testimonia il video dello scorso aprile di «Repubblica TV», durante il quale la linguista Valeria Della Valle risponde in maniera ironica, accurata e intelligente a una mia provocatoria domanda circa la possibilità che la nostra lingua così «letteraria» ed esausta (ometto di replicare qui l’aggettivo «asfittica», per non dispiacere la simpaticissima interlocutrice) venga “rinfrescata” dall’ingresso di nuove lingue, portate da quelli che al momento definiamo «migranti», come una terra spaccata dall’arido viene alleviata dalla prima pioggia.

L’arido che spacca l’Occidente al quale apparteniamo è la solitudine. Come nazioni e lingue. Una solitudine che alcuni addirittura pretendono. E la chiamano “Patria”. Credo, al contrario, che la nostra lingua e la nostra cultura abbiano bisogno di aprire le finestre e far entrare l’aria, di mescolarsi al nuovo – che non è solo la tecnologia, già abusata in poesia e che, del resto, echeggia solo la nostra voce e la nostra mercanzia – ma il nuovo di un presente che, con la pazienza del giorno che succede al giorno, spero diventi il futuro.

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Dall’inizio (Giovanna Frene)

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Giovanna Frene (Foto di Dino Ignani)

Su L’Estroverso Giovanna Frene per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.


La storia è il monolite nero che improvvisamente appare tra le scimmie, non appena una di loro ha per la prima volta usato con intelligenza un osso come arma, in 2001 Odissea nello spazio di Kubrick. Attorno al monolite, impenetrabile e nero, regna un grande silenzio, quasi fosse un non-luogo che assorbe tutto il tempo, lo spazio, i suoni, i colori, mentre la scoperta dell’intelletto da parte della prima scimmia-uomo, e del suo legame inscindibile con la violenza, viene sottolineata dal fragoroso crescendo della musica di Strauss. È significativo che quando la scimmia-uomo prende per la prima volta coscienza di sé appaiano assieme, nell’ordine, la violenza (soppressione degli inermi già morti, tramite le loro stesse ossa), la sopravvivenza (soppressione dell’altro per garantire il pasto del clan delle scimmie), la sopraffazione (soppressione del più debole per imporre il potere del più forte, con divisione del clan in vincenti e perdenti), tutto sotto l’occhio cieco del monolite-storia. Il monolite, dunque, sembra essere un’allegoria della storia, testimone muto, cioè estraneo, e insieme imprescindibilmente legato all’attività intelligente dell’uomo-scimmia. Per sua stessa natura, la storia, intesa nel senso di narrazione, è la creazione dell’uomo che la affianca alle sue azioni, le commenta oppure le precede; ma è anche qualcosa di metafisico, se inteso come l’insieme degli accadimenti ovunque accaduti in ogni tempo, una sorta di buco nero dove tutto è sempre presente e sempre passato. Un tutto-sempre.

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Dall’inizio (Vito M. Bonito)

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Vito Bonito (Foto di Dino Ignani)

Oggi su L’Estroverso il primo poeta a cimentarsi con l’autocommento per la rubrica Dall’inizio è Vito Bonito. Di seguito un estratto.


Si scrive già morti.
Si scrive ai morti, ai non-nati. Solo questo ho cercato e cerco di fare.
Chi scrive si dà a morire nella lingua e ascolta la lingua mentre muore.
Libro dopo libro, dentro questo trauma nel fuoco della scena originaria, la mia ovviamente, che è nascere alla morte. Così ci si approssima al niente della voce alla fragile infallibilità di essere niente.
Negli ultimi due libri (Soffiati via e fabula rasa) questo percorso è approdato quasi naturalmente a una revisione paradisiaca non conclusa della parola quanto più si fa teso il lato comico e patafisico, la melopea, la liturgia sacrificale, la cantatina storpia e soffocata. Così proprio quando l’estinzione si rovescia in nascita anche la consapevolezza della condizione di non-nato o già morto si fa più acuta.
«La fine è nel principio, tuttavia si continua», ci direbbe Hamm, nel beckettiano Finale di partita. Con lui, tutte le voci di Beckett ci insegnano che la parola di quei personaggi viene da chi non si capacita di non essere vivo, né morto. Quei personaggi, quelle voci – ha scritto Emil Cioran – «sono saltati dalla nascita all’agonia, senza transizioni, senza esistenza: rifiuti umani che non hanno più nulla da apprendere o da affrontare, che rimuginano – ilari o stupefatti – delle futilità e che, di tanto in tanto, lanciano per disprezzo qualche lampo, qualche oracolo. Li si capisce soltanto se si ammette che qualcosa si è irrimediabilmente spezzato, concluso, che essi appartengono non alla fine della storia ma a ciò che viene dopo, a quell’avvenire forse imminente, forse lontano, in cui il rimpicciolimento dell’uomo raggiungerà la perfezione di un’utopia capovolta».

E pertanto anche autocommentarsi diventa un’operazione strabica, una distorsione assai disturbante: obbliga a ricercare dentro di sé le intenzioni di un testo, più che il risultato di un testo. Si conosce o si crede di conoscere tutto di una poesia che si è scritta. Eppure non si conosce granché se non la cenere di ciò che è accaduto veramente, di ciò che è stato deposto sulla pagina. Meglio così.
Ma illudersi di avere ‘una’ vita e ‘una’ poetica è davvero infantile, come il frigno di colui che si ostina a far funzionare il giocattolo (senza riuscirvi) secondo la propria legge e non secondo le istruzioni del giocattolo medesimo.

Il testo con cui vorrei iniziare è quello conclusivo di Soffiati via (Il Ponte del Sale, 2015): quattro versi d’addio a nessuno, dentro una condanna a cui si è prossimi, ma già in atto mentre il testo si dipana:

non ho mai dato un bacio

ho nove anni

domani mi bruciano

viva

Una bambina dice del suo essere bruciata viva. È un sacrificio? Una condanna per una colpa? Un’esecuzione senza motivo? Un atto di pura crudeltà che non ha orizzonte di comprensione? Come tutti i testi del libro anche questo non ha alcun senso. Né primo né ultimo. Non rimanda a un inizio né a una fine. È un improvviso fiato di vento che spegne una candela (“soffiato via” resta uno dei possibili e meno infedeli intendimenti della parola nirvāna. Ogni estinzione accade come accade ogni nascita. Si consegna al mondo o al niente. Si accende e si spegne): a chiudere un giro di esili vite o non vite, di infanzie già torturate, violentate, scuoiate. Un coro di non-nati, non-vivi, né morti.
Così è, ma così non è; o non è soltanto. Il libro si apre laddove le voci dichiarano che niente muore né rimane vivo. Tutto sta o dovrebbe stare dentro questa luce opaca.

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L’esordio dell’attrazione (per un nuovo inizio)

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Da domani sulle pagine de L’EstroVerso parte la rubrica di auto commenti di alcuni poeti contemporanei curata da me e Gabriel Del Sarto. S’intitolerà Dall’inizio: qui di seguito un estratto dall’Introduzione pubblicata oggi.

E noi: spettatori sempre, in ogni dove
sempre rivolti a tutto e mai all’aperto!

Rilke

Oggi in poesia si parla troppo della fine. Fine di un sistema di valori legato ancora a un apparato ideologico trapassato e da cui è emersa in maniera ormai massiva l’attuale western way of life; fine di una dialettica che sosteneva le pressioni di un mondo inteso in maniera ambivalente, dissociata. Infine, come condizione concettuale che ammanta il pensiero occidentale dal termine del secolo scorso e si proietta sul nuovo, eterno non finire della catastrofe (in primis“antropica”, perché è l’uomo la prima minaccia per un ambiente che rischia di diventare sempre più ostile).

Non si parla, invece, dell’inizio, di una possibilità e, a nostro avviso, di un’emergenza che si fa sempre più pressante. In tale direzione, alcune poetiche sviluppatesi nelle generazioni nate tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’80 del secolo scorso, sembrano consolidare l’impasse tutta novecentesca riassumibile nel motto «in my end is my beginning» di eliotiana memoria. Insomma, la poesia italiana, per dirla in maniera spicciola, non ha ancora digerito la lezione di Montale e pare barcamenarsi tra la riproposizione della cantabilità lirica e più ardite sperimentazioni. Una terza strada (almeno a detta del poeta che l’ha individuata, vedi Mondi e superfici. Un dialogo con Guido Mazzoni, intervista a cura di Gianluigi Simonetti), che cerca di riunire le forbici estreme del recto e del verso della poesia montaliana, non sembra però ancora in grado di aprire una breccia verso una fuoriuscita dalla grande sintesi del poeta ligure e, quindi, è il sintomo di una situazione stagnante.

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NUOVI INIZI: Fabio Pusterla, ‘Cenere, o terra’, Marcos y Marcos, Milano, 2018 – su L’EstroVerso

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Sulla crisi e il mutamento si fonda Cenere, o terra, l’ultimo libro di Fabio Pusterla, pubblicato da Marcos y Marcos.  E su ritualità penitenziali e di passaggio evidenziate sin dal titolo, il cui rimando è al canto IX del Purgatorio, si apre questa nuova operazione. Il nono canto, dicevamo, che è sempre, nelle strategie compositive della Commedia, un luogo di transito, rappresentato da soglie via via – dall’Inferno al Paradiso – più sfumate. E la soglia è ormai figura topica di tutta l’opera di Pusterla, quasi aggancio metonimico e ancoraggio nella precarietà di un tempo percepito nella sua inesorabile scomparsa.
La percezione transeunte del tempo ha, sin dalle origini, condotto il nostro poeta a confrontarsi con l’archeologia del segno, nella prospettiva/speranza che la conoscenza del passato potesse aprire brecce nel presente, in direzione di un futuro possibilmente luminoso. A sottolineare quest’urgenza di poetica, sono segni tematici e retorici che attraversando l’intera opera sembrano consolidarsi proprio in Cenere, o terra.
Partendo, allora, dal concetto di soglia suggerito dal richiamo alla Commedia, possiamo da subito individuare il nucleo tematico che, con ogni probabilità, guida il cammino di recupero e contemporaneo rilancio etico di Pusterla: l’umiltà.
«Cenere, o terra che secca si cavi, / d’un color fora col suo vestimento», così Dante descrive la veste, praticamente un saio, dell’angelo custode all’entrata del Purgatorio, ed è la tensione all’unità, attraverso un ultimo splendore che riattivi la relazione – io/altro, parola/mondo – a spingere il poeta verso una successiva, forse estrema, riflessione sui valori tradizionali.

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