Sulla presenza, un manifesto: inedito

Le tue mani

Questa sera, tra le sensazioni che ancora provo a definire,

le intrusioni e la stanchezza dura di chi compie tanto oltre versi e teorizzazioni.

Se dico “tanto” è perché ancora possiedo una relazione col mio corpo,

con la sua fatica, ed è ancora un mezzo che brucia energia

non solo desiderio protesico e stanziale.

Lei è qui, con i suoi pianti e le sue esigenze che non hanno nulla di neutro,

ma sono vita che si espone nel tentativo di esistere ed essere.

Che l’essere sia nulla vorrei chiederlo alle sue mani

che accarezzano le mie dopo la cena e il latte confortante della sera,

per sentirsi al sicuro tra le braccia che la nutrono.

A Sofia

Gianluca D’Andrea, Gennaio 2012

Jean-Luc Nancy e il linguaggio filosofico infranto

VOCI FLUIDE COME FUOCO: “Narrazioni del fervore – Il desiderio, il sapere, il fuoco” di Jean-Luc Nancy. Moretti&Vitali, Bergamo, 2007

Scartafaccio IX

Intemporanea
(riflessione sull’eterno presente)

Sul nostro mondo“non è più sostenibile la
vecchia separazione tra «dentro» e «fuori» o,
potremmo dire tra «centro» e «periferia»”.

Zygmunt Bauman

Il Popolo non è più una classe sociale (distinzione tra Popolo e popolo, vedi Giorgio Agamben: Homo Sacer). Il Popolo è l’umanità – l’appartenenza e il riferimento.
Popolo = Umanità, nell’equazione si sottintende che sta per realizzarsi il messaggio di Marx (in parte anche quello di Adorno): l’avvento del comunismo appare come la neutralizzazione di una coscienza e l’assoluta inerzia rispetto alla materia (il cui paradigma è rappresentato dal capitale). Non vi sarebbe allora distinzione, o scissione, nel pensiero di Marx, per il quale solo con la realizzazione assoluta del sistema capitalistico a livello globale (globalizzazione “negativa”) si può concretizzare l’essere in comune del Popolo (sarebbe riduttivo, da quanto detto, ritornare ad una distinzione di “classe”, poiché proletariato e borghesia, per quel che è accaduto attraverso il modello occidentale capitalistico nel mondo dagli anni ’60 del novecento ad oggi, sono stati livellati nella “neutralizzazione” dei valori; il nichilismo compiuto infatti non distingue tra valori veri o falsi).
Il comunismo è dunque avvenuto (sta finendo di avvenire) attraverso la frammentazione glocale del Valore Assoluto (la materia), ciò consolida la sua affermazione, metonimicamente, altrimenti non esisterebbe la stessa dialettica dell’Ab-soluto (lo Spirito Assoluto è sempre avvenuto – Hegel – con Marx siamo diventati consapevoli dell’ineluttabilità della nostra presenza in comune anche nella prassi).
Se, come sembra, l’umanità è immersa nel suo avvento, resta nuovamente alla coscienza decidere fino a che punto sia possibile spingersi nel post-umano, senza confondere le sue diverse esigenze con un’incombente dis-umanizzazione; il presente si incontra col futuro e si proietta, costituendo il nostro ulteriore presente: l’Eterno presente in cui non sembrano più occorrere altre dinamiche e strutture. La tecnica fonda, dalle origini, la condizione precaria del post-umano e, in tal senso, l’uomo è sempre stato postumo: emancipazione e/è salvaguardia, libertà e/è protezione.
Mentre essere dis-umanizzati conduce all’autodistruzione (campi, di concentramento e non), essere consapevoli della post-umanizzazione, sempre avvenuta, comporta una verifica dell’impossibilità di azione, sposta l’asse decisionale sul terreno “mortuario” dell’impotenza. L’umiliazione dell’azione limita lo stesso volontarismo del Potere, neutralizza la potenza dis-armandola.
La post-umanità, essendo assoluta, all’evidenza della sua stessa definizione rende sempre dialettica la questione del miglioramento. Dopo l’umano, l’umano dopo l’umano è pur sempre una “determinazione” (la scelta, il clinamen) a-prioristica.
L’indeterminazione non conduce a nient’altro che a ristabilire il processo dialettico, perché non può che rinunciare, data l’incommensurabilità di ogni sistema, alla stabilizzazione totale dei sistemi stessi, per questo restiamo fermi all’assolutizzazione, senza interno o esterno, di un insieme consustanziale al proprio fuori-insieme: la meta-dialettica in cui consiste il post-umano nella sua ineffettività. La speranza, impercettibile metafisica, decontestualizzata da ogni atteggiamento dogmatico e attivistico, sembra rappresentare “l’infimo inizio” dell’ulteriore procedimento dialettico.
La stessa indeterminazione allora ci determina e ci assimila ulteriormente (la lenta deriva di un tempo cosmico non è paragonabile alla relatività di un tempo umano) all’Ecosistema (ovviamente il mondo, non più la tribù e forse neppure il pianeta), l’insieme di appartenenza che si dimentica a causa – nella determinazione – dell’indeterminazione.
Contribuire alla salvaguardia del mondo, di una vita nello stesso mondo, perché la coappartenenza continui a verificare la reversibilità del rapporto vita/morte. Non vivere il capovolgimento (come ancora in Marx avviene nella sua sfida dialettica con Hegel) ma la sua neutralizzazione, essere per il fatto stesso di essere perché siamo il sistema nella sua salvaguardia, lasciarsi andare all’impotenza, la libertà stessa dell’Ecosistema.

Poesie: Daniele Mencarelli da “Bambino Gesù”

 

***

(padiglione Pio XII)

 

Una mattina come tutte le altre
sole e piccioni freschi in cielo,
“prima o poi doveva capitarti,”
così gli altri operai mi dissero.
Non ho ricordi ad aiutarmi
tranne il tavolo d’acciaio bucherellato,
gli arnesi riposti nelle vetrate
l’odore pungente della formalina.
Ancora pago quell’attimo
quell’unico attimo d’innata curiosità,
ricordo barattoli e niente altro,
più che altro niente voglio raccontarti,
se non lo specchio al lato della stanza
che rifletteva uno frenetico a spazzare
a finire il prima possibile il suo dovere,
sudato zuppo con gli occhi vitrei allucinati.

 

***

 

(padiglione S. Onofrio)

Lode al più grande artista vivente
al suo genio alla sua opera immortale,
lode a quel ragazzino o ragazzina
che ha trasformato in arte pura
gli strumenti della quotidiana sua tortura,
un cielo fatto di azzurre mascherine
le nuvole di garza e ovatta idrofila,
le verdi chiome degli alberi
con il cotone della camera opartoria,
creati con tubicini trasparenti e colorati
gli uomini le case gli steccati.
Lode a te che davvero patisci la tua arte
non nei pensieri ma nel male della carne,
il tuo capolavoro è appeso fuori la cappella.

 

***

(padiglione S. Onofrio)

Avevo un pavimento da lavare
io che prendo tutto come una missione
anche questo lavoro da tanti disprezzato,
affrettai ancora di più la marcia
sul corridoio di marmo lucidato.
Andavo incontro a due ragazzi
il figlio in braccio mi dava le spalle
loro ci giocavano e lui rideva,
gli fui davanti proprio mentre si girava,
perdonami per la durezza delle parole,
di un bambino aveva il corpo
ma il viso quello di un mostro
sotto gli occhi niente naso niente bocca
solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte
la pietà o forse il disgusto,
quasi correndo abbassai la testa,
ma già avevo la certezza
che di lì a poco l’avrei rivisto
per quel passaggio a me obbligato.
Persi tanto tempo nelle mie faccende
prima di andare mi augurai la loro assenza
poi via sul corridoio di marmo lucidato;
il caso me lo presentò ancora di spalle
ancora preso dai suoi giochi divertiti,
a farlo ridere così di gusto
non erano stavolta i genitori
ma un’anziana suora
distante un palmo dall’orribile viso,
vidi il sorriso di lei e le sue parole:
“Ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio
non riuscivo a crederla bugiarda,
poi una chiarezza si fece strada,
quegli occhi opachi di vecchia devota
guardavano un punto oltre l’orrore,
lì c’era solo un bambino che giocava.

 

***

 

(castello dei giochi)

Al minimo cenno ti sorridono
il viso già segnato dalla sindrome,
se non sapessi della malattia
li farei di qualche asiatico paese
remoto a noi di queste terre,
per via degli orientali lineamenti
la poca passione per la lingua,
certi loro modi e atteggiamenti
da altra civiltà ancora sconosciuta,
ma è dal gioco che accerti l’umanità
dal riso uguale a ogni altro figlio,
dalla curiosità per il verde elefantino.

 

***

 

Due camere da letto e per ognuna
due corpi presi dalla notte,
quant’è piccolo o almeno sembra l’universo.
E’ tutto qui e io vi guardo
mentre parole dalle viscere salgono,
salgono fino al respiro che si affanna
alle mani che ballano una frenetica danza,
e ritrovarsi quelle due o tre frasi
tutta la preghiera che latri al cielo,
fai del loro battito ti prego
il motore che muove l’infinito
il cuore delle stelle appena nate.
Poi prendere la via del letto
sapendo che domani mi rivedrò a guardare
come ogni sera, come ogni tempo.

 

Scartafaccio VIII

(Teorizzazione apparsa in «Ali», 4, primavera 2010, pp. 75-77, con un titolo differente)

REGGERE piuttosto Resilienza

LINGUA

Il punto di rottura o collasso, l’intercapedine non regge, a reggere sarà la rottura, posizione o invasione.

Strati di dati incastrati a formare relazioni, connessioni, connettivi ravvicinati, messaggi lanciati in distanze, un campo magnetico, forze, bilanciamenti.

La scarpata (il linguaggio al momento dell’avvio) è incisa dall’impulso, tanto è esposta la corteccia cerebrale, le difese ancora fragili. L’età di un trapasso invasivo, invasione che sostiene uno stile (una personalità). Vaso incrinato che scopre le sue ferite, crepe dilatate, vuoto-fisima della zona infranta. Area di Broca tempestata di impulsi incomprensibili, giocabili.

Lingua è fisima, scarpata perenne. Mi affaccio, m’imposto al mondo esponendo la mia fragilità cerebrale, strutturale, semplice. La rete neurale, non labirintica piuttosto leggibile nella sua ormai constatata semplicità, converge sul punto ferito, dove l’invasione è scoperta – area compresa nel dolore inferto dalla lingua in momenti sociali distruttivi (presa di coscienza di un esterno, estraneo, alieno) – l’Area di Broca è sbrecciata e diviene punto di convergenza di una sofferenza (fisima = gonfiore). Niente è naturale, piuttosto difensivo e dunque artificiale (un lavoro di costruzione, una muratura). Occorre una ramificazione comunitaria per inficiare forze avverse all’equilibrio di sostentamento, la purezza del lavoro (muri, fossati, argini, limiti invalicabili sostenuti da una concezione morale impaurita, difensiva, identitaria). Saremo liberi nel momento dell’autoafflizione o più semplicemente dell’invasione condivisa.

La ferita indirizza, brucia nel momento in cui avviene e il dolore diviene una struttura sistematica delle esperienze. Una reazione affettiva si distingue rendendo l’estraneità. L’alienazione muta la prospettiva e l’implicazione morale si trasforma in difesa sociale, inibisce le sfaccettature molteplici degli organismi. Il corpo è, chiaramente, la residenza (precaria) di numerosissimi elementi. L’impulso ad una diversificazione collettivizzante è la sola prospettiva visibile. L’alienità è il sé e solo il sé realizza, è reale.

Reggere è resistenza all’autodifesa (il processo continua sistematicamente, reticolarmente ma muta prospettiva e la visuale è nient’altro che la visione morale). Non essere è la plausibilità rispetto ad ogni preconcetto legato alla parola vita. Ogni simbologia si sviluppa dove il corpo riflette l’offesa in maniera irreversibile, per potenza d’impatto. La ferita è un nucleo palpitante, rimarginarla richiede la pazienza di un ritorno irrealizzabile, la mutazione, il taglio sono definitivi. Autismo collegato a un’iperemotività, la rovina è il fraintendimento, il volo è un rischio reale.

Colpire il dolore è lo stesso colpo e nessun’altra implicazione. Siamo assestati in una modificazione. Rendere modale la non effettività del nostro essere, paura di attendersi in quanto sparizione.

UN PENSIERO

Come per la vita, la lingua si impone dove è più esposto il dolore. L’estraneità sentita, il diverso come continuazione per soluzione. Nessun’altra conferma che la nostra difformità rispetto ad ogni presa di coscienza. Lingua, libertà neutra e aggressiva (come in Zanzotto la polarizzazione Artaud/Mallarmé tende all’unificazione), formalismi ed esplosioni magmatiche del materiale linguistico tendono alla naturale ricomposizione, ma in relazione alla scienza delle reti secondo i risultati della quale ogni gerarchia cognitiva s’installa in un circuito non polarizzato ma intersecantesi, mantenendo la propria individualità, ogni connessione è fondamentale in quanto inevitabile e decade il senso stesso di ricostituzione. Abbattute le gerarchie totalizzanti, ogni circuito presenta lievi modificazioni (cortocircuiti). Verificatasi l’effettività del limite o fragilità percettiva di un organismo, resta da constatare (vista l’impossibilità d’interferenza sostanziale del singolo) la libertà – anche manipolatoria – all’interno del circuito, fino a ribaltare moralmente l’invenzione del nostro “essere” e realizzare la constatazione del nostro “non essere”.

L’invasione costituisce la nostra naturalità (sin dall’espulsione materna, un processo organico installa messaggi sul tessuto corticale, da quel momento in poi è un susseguirsi di ramificazioni informative).

In poesia: sembra stabilirsi uno schema di lettura provocatorio della realtà (connessione infinita), nessuna divinazione, ovviamente, ma l’aver sperimentato l’interconnessione basilare ed ordinata di ogni sistema (in cui l’ordine è confermato dalla casualità di alcuni collegamenti), ecco che la lingua diviene una rete, un piccolo mondo (ECOSISTEMA) in cui occorre notare il collegamento necessario e percepibile (anche se assente una mappatura) tra le varie lingue (ramificazioni dialettali, idiomatiche comprese). Anche l’eventualità di affermazione planetaria di un unico sistema linguistico (inglese) risulterebbe inficiata dall’insorgenza di numerose variazioni all’interno del macrosistema linguistico (come è già accaduto nelle molteplici dislocazioni geografiche dello stesso inglese). Appare plausibile, più come ipotesi fantastica anche se non decisamente irrealizzabile, in quanto possibilità unificante, la traduzione in tempo reale (senza voler considerare la possibilità d’inserzione tecnica, o la regressione – presunta – al vagito o richiamo amoroso).

Relazione, rete testuale, rami minimi (vascolari) o tronchi, rete nodulare anche la lingua.

SU ECOSISTEMI – NERVI

Se sporcare il testo, sporcare un vuoto, riempire un’assenza è spinta pertinente ad ogni forma artistica ed ogni forma artistica è gesto vivente – o, ribaltando la prospettiva, ogni gesto diventa forma artistica, differenziandosi per il modo, e non tanto per l’intensità, in cui è “toccata” la materia – la scrittura esprime un desiderio d’incisione, geroglifico desiderante, una ritualità.

Osservando i segni impressi e le strutture testuali formatesi in una qualunque stratificazione comunicativa, fondante qualsiasi tradizione linguistica, ci si accorge di come all’opera presuntamene compiuta in realtà manchi qualcosa di sostanziale, la sua formazione, la descrizione realizzante di ogni testo.

In poesia: tratti paradigmatici di un’esclusività fondata sul pudico rispetto del silenzio circuitante attorno al testo. Il movimento fantasmatico del vuoto testuale nasconde l’omissione o scelta negativa di ogni altra possibilità, eppure tutti gli scrittori e in particolare i poeti sanno quanto peso abbia la scelta esclusiva, la violenza implicita in una decisione distintiva.

Si rende palese l’ineffettività della stessa scelta distintiva o distanziante; la constatazione di una vera possibilità di concretizzare una testualità fantasmatica, in cui ogni spazio vuoto rappresenterebbe un’astensione dal segno che invece vive nella mente (si esprime per mezzo del segno – non comunica ma esige la propria esistenza), è inficiata dalla presunzione che riguarda la modalità di proiezione testuale: la tendenza a porre barriere al passaggio o trasmissione dell’informazione. Ostacoli morali derivanti da un limite ormai non più effettivo ma estremamente resistente: la fragilità organica. La nostra natura non ci permette una sicurezza totale di sussistenza e non sappiamo come reagire a questa che presumiamo essere carenza primordiale o legge fissa. Non abbiamo raggiunto il necessario coraggio di smascherare la vergogna e considerare la nostra stessa fragilità o debolezza come “unica” possibilità di sussistenza. L’accoglimento di una sostanzialità debole del nostro essere, l’assenza di essere, non solo ha complicato l’eventuale presenza ma ha deformato la vera provvisorietà di una sostanza autostrutturatasi secondo un sistema precario nel suo costante equilibrismo (basti pensare al moto dei corpi celesti, alla deriva dei continenti o alla disposizione cellulare o, ancora, alla struttura di un albero). Occorre lasciar essere l’assenza.

In poesia: nella formazione di un testo, la composizione vive della propria assenza se include ciò che pretestuosamente (metafisicamente?) aveva in precedenza escluso. Ciò è stato da sempre considerato extratesto. Quei nodi di segni e nervi di parole che a volte sono recuperate o riciclate come riflessioni poetiche (poetica o pensiero applicato al testo), esplicitazione di una scelta, segni grafici, cancellature, graffi estorti alla violenza procreativa di ogni singola parola. Seguendo questa traccia contaminante s’approssima evidentemente una maggiore esaustività ermeneutica nonché una più schietta possibilità comunicativa. L’onestà paurosamente spossata di una vera riproduzione o meglio proiezione testuale (il più possibile riuscire a produrre e a rendere a sua volta produttivo, in funzione di una fruizione collettiva, un prodotto altamente sterile e insensatamente contagioso). Il contagio ha sempre reso possibile la trasmissione e di conseguenza la tradizione. La sussistenza, infatti, è assicurata da una trasmissione che si stabilizza in tradizione, un centro irradiante che gradualmente perde intensità e, pur non estinguendosi, non ha più funzione di nodo propulsivo, (la tradizione disloca la sua energia – campo magnetico); nel tentativo di raggiungere ulteriore equilibrio, una sistemazione più comoda, stacco e riposo della tensione, si verifica un trasferimento di dimora.

Anche in poesia (l’unico grande esempio novecentesco, ovviamente su basi trainanti e propulsive, in questa direzione è quello di Zanzotto) occorre operare un trasloco. Ogni presunzione (oserei dire tracotanza) auratica ha perso consistenza, la paura primordiale, presuntamene eterna, della debolezza organica cade nel terreno accidentato di una testualità sistemica, più espansa, maggiormente disposta all’accoglienza – anche della propria fragilità (e sappiamo che accettare il limite implica una già pacata prospettiva del dolore, una minore repressione d’energia, l’impossibilità di un’esplosione violenta, un vero mutamento prospettico, una diminuzione dell’attrito che potrebbe, chissà, portare alla totale estinzione di ogni soglia). Il sistema reticolare (una designazione simbolica può contribuire all’acquisizione di altre ben più fondanti certezze) della testualità rinforza la consapevolezza dell’organismo poetico (ma non solo), la sua presenza diversamente orientata (dopo il dis-orientamento). Accettare la condizione è già possibilità di un assestamento dislocato, il trasloco necessario come conseguenza della presa di coscienza di un’inevitabile disgregazione della vecchia dimora. La nuova casa sarà più ricca solo a condizione di un risveglio della volontà di salvaguardia dell’acquisito e anche della necessità di eliminare l’invadenza dell’eccessivo (inutilizzato).

Gianluca D’Andrea

Poesie: Fabio Pusterla da “Corpo Stellare”

Quali compagni di strada immaginare?

Nessuna strada, per me, nessun compagno,

solitudine. Pure, da queste ghiaie sedimentarie,

corse da venti di mare e nostalgia,

affido al vento un richiamo ai fratelli mancati,

persi nell’universo: a te dolcissima Lucy,

sorella silenziosa, reginetta

di sconosciute savane, che forse agitavi nell’aria

come un ciondolo festoso un bastone e correvi

lieta verso qualcuno, madre o amante animale,

nei profumi; a te, fratello mite d’oriente,

nomade esploratore che attraversi

lo spazio verso est, seguendo i cervi,

la luce e l’acqua, un sogno o una speranza;

a voi tutti, sepolti

tra i dirupi e le gole, in mezzo ai boschi,

a voi imperfetti che conoscevate

la carezza e la sete, il calore dei corpi e la paura,

la pioggia e il sole vero, il sonno dolce, i millenni,

a voi chiedo perdono di una colpa

non mia. Ma non cercatemi, vi prego,

dietro le vostre spalle, non credetemi

parte di voi, o memoria.

Solo, se un giorno l’aria si facesse

più densa, o se nel fiume un raggio o un breve

guizzo disegnassero un’ombra, o se le fronde

più alte si muovessero improvvise come mani:

solo, ascoltate.

Qualcosa spinge avanti, che promette;

un respiro profondo vi chiama,

e chiede impegno, coraggio,

chiede amore e pazienza.

Se esistessi, vorrei essere laggiù,

dentro il vostro viaggio,

non all’origine ma verso l’orizzonte,

dietro quel mare che raccoglie l’acqua,

evapora e ricade

sulle foglie dei boschi. L’alba, la vostra alba

è in movimento, la mia, falsa,

è fissa in un passato che non c’è; dal mio deserto

di pietra e di museo, di ferro e d’odio,

guardo al vostro viaggio senza fine,

verso l’alba dell’uomo che verrà, verso quel mondo

che io non so immaginare e che risplende distante

a voi, come un’ansia di pace,

splende quando guardate

le stelle e non parlate.

Attorno ai fuochi, ascoltate. Accanto ai cani.

***

Basta un raggio di sole per accendere

i pesci e gli animali sulle rive: e come splendono

le foglioline piùchiare, e quelle pieghe

del marmo sulla smorfia dei dannati,

il bianco e le creature

d’Orvieto. Ma nel bar,

proni sopra i pulsanti, ragazzini

muovono calciatori virtuali, e ad ogni azione

s’illumina lo schermo d’un boato dagli spalti.

Anche mio figlio

è con loro stavolta; ma non sa

a cosa corrisponda il tasto verde, o quello blu,

e lo chiede lieto

ai suoi nuovi compagni. Che lo guardano

attoniti, di colpo senza voce.

Ma sei straniero, dicono, non sai

neanche come si gioca? E il loro dubbio

tecnico, non linguistico,

pare a me atroce.

***

Lettere da Babel

1

Dici di aver sognato un sogno orribile. In TV

ci vedevi morire sepolti tra macerie,

ed era lunga la scena, interminabile,

ripetuta più volte: il grande crollo della torre di

Babele, e noi là sotto, bianca polvere mediatica. Tu

venivi poi affidato a governanti severissime,

teutoniche o anglosassoni, cattive. Noi dispersi.

Aggiungi, ma non c’entra, che vorresti

forse impegnare i tuoi risparmi per un nuovo

videogioco che ha un nome sorprendente:

PANDORA TOMORROW. E siccome

non sai nulla o quasi nulla di Pandora ti racconto

l’invidia degli dèi per noi imperfetti

testardi esseri umani,

mangiatori di pane, sensibili alla bellezza.

E ancora giorni si susseguono, viaggi,

e sempre quel tuo sogno mi accompagna,

in segreto, e non capisco perché; finché guidando

nel traffico tra Modena e Bologna,

mentre uno sciame di passeri

sale su da dietro un muro come un vento di mare,

anche le immagini cominciano a volare

in una sola direzione, come i passeri,

confuse eppure unite, non senza un po’ di grazia

e di paura. C’è qualcosa

di vero nel tuo sogno, una visione

nitida che ci sfugge. E per questo ti scrivo. Perché so,

adesso so, che siamo qui davvero, io e tua madre,

e ci teniamo per mano in mezzo a tutte

queste macerie

di una cosa che non è crollata ancora, ma vacilla

e forse un giorno crollerà.

Chiamala Europa, o mondo,

o solo un altro sogno; e forse èl’ombra

di un secolo e di un vuoto

che abbiamo visto e sperato di cancellare con la gioia.

Un pezzetto di gioia per ciascuno:

era questo il disegno,

niente di complicato. Un poco a tutti.

Da qui ti scriviamo,

e siamo in molti, segnati da riso e mestizia.

Altri parlavano

delle grandi vittorie, di rinascite. Noi sappiamo

da tempo: la sconfitta,

questo era il vero punto di partenza.

Dovere di memoria e di speranza,

diritto alla felicità sempre negata, sempre

da costruire. E la vergogna,

anche, da non dimenticare:

tutto ciò che era stato, e non doveva

essere mai, mai più. Ieri la voce

più alta di Sarajevo diceva, la mano sul cuore:

sono stato

parte di una speranza collettiva, era un progetto

da oceano a steppa, vasto come il vento,

ed è crollato. Posso solo

alzare la mano sinistra, nera di tristezza,

la destra non si apre più, chiusa in un grido

che salda le unghie alla carne,

la Bosnia all’Europa che cade.

***

2

Qui ci sono terrazze,

balaustre a cui appoggiarsi, carissimo figlio,

sporte sulla pianura;

guardiamo le strade uguali, monocordi,

il flusso ordinato del traffico e dei giorni, il tuo futuro,

e non siamo sicuri di niente. Ma speriamo.

Assurdamente, speriamo. Il fuoco è acceso.

Dita come farfalle

corrono sopra le corde di molte chitarre,

strane lingue s’incrociano

bisticciano e si sfiorano, canzoni

passano lente o veloci attraverso i cieli,

il vino è buono.

Adesso siamo seduti su un ponte fra rive invisibili,

sopra un fiume che luccica e canta, e si sorride.

Domani, poco prima dell’alba,

quando affiorano i pesci

e guizzano sull’acqua luminosi,

con un battito d’ali Pandora

scivolerà dal letto, seminuda e dolcissima,

confusa nel chiarore.

La seguiranno col fiato sospeso

gli dèi del cordoglio e dell’ira,

la sbircerà fra le ciglia il povero Epimeteo,

l’abbagliato,

e sulle vette del Caucaso le aquile

solleveranno i loro becchi insanguinati. Vai, ragazza,

dice l’alba che arriva leggera, una seconda volta

e non temere, guarda come la luce

circonda ora la terra, è una carezza,

e tu continua, con pazienza

avvicinati a te stessa, a quel destino che salva

o che condanna. L0 sai: TOMORROW IS NOW,

per te e per tutti.

Babele dorme,

sogna nelle sue lingue la gioia intraducibile.

***

I gesti del lavoro

E poi talvoltadai gesti opachi del lavoro

scivola fuori il motivo di una danza.

Allora le mani accarezzano l’aria

le braccia diventano i rami di un melo che si aprono

verso la luce, e salutano qualcosa.

E gli altri sono qui, tutti qui insieme:

tutti nel gesto, tutti nel movimento

di una mano che attraversa ere biologiche,

stringe una sabbia lontanissima,

un cacciavite, un martello, un amo, una lama di selce,

la pelle tiepida di un animale scomparso,

un sasso caldo di fuoco,

un sesso vivo.

Allora è grano, semi di cereali, vento

che muove i passi, e canta: sotto i piedi

ci sono le grandi pianure, le pietre bianche

di strade bianche di strade che portano al mare,

feste di stagione.

Allora seguo le oche selvatiche, i branchi di pesci,

so tutti gli odori del bosco, i percorsi dell’acqua,

risalgo la schiena d’erba delle montagne,

le valli del cielo.

Perché talvolta dai poveri gesti del mio lavoro

scivola fuori il motivo di una danza.

Allora non ho più peso, e sono libero

in fondo al mio segreto quotidiano.

E se la luce si fa più lontana

ne custodisco l’assenza.

***

Corpo stellare

Mi segui con un pensiero, sei un pensiero

che non devo nemmeno pensare, come un brivido

mi strini piano la pelle, muovi gli occhi

verso un punto chiaro di luce. Sei un ricordo

perduto e luminoso, sei il mio sogno

senza sogno e senza ricordi, la porta che chiude

e apre sulla corrente di un fiume impetuoso. Sei una cosa

che nessuna parola può dire e che in ogni parola

risuona come l’eco di un lento respiro, sei il mio vento

di foglie e primavere, la voce che chiama

da un posto che non so e riconosco e che è mio.

Sei l’ululato di un lupo, la voce del cervo

vivo e ferito a morte. Il mio corpo stellare.

***

Le cose degli occhi

Cosa dicono gli occhi cosa possono dire

le cose che le parole non riesconoa esprimere

luce dell’aria e dell’acqua

vento che si smarrisce s’incunea per valli e pianure

l’apertura dei tempi quello che fugge e che chiama

l’urto del sangue il grido del sangue

i futuri più vaghi

la certezza e la morte dei corpi

ciò che divampa e brucia

ciò che splende:

queste sono le cose che dicono e tacciono gli occhi

e altre moltissime ancora mute preghiere

bestie che nuotano o volano

baci carezze laghi verticali

cascate miniere.

Note di setaccio (preparazione a un piccolo saggio su Durs Grünbein e Guido Mazzoni)

Tommaso Landolfi, nello stupefacente racconto Le due zittelle, ci lascia una delle più lucide e toccanti invettive sulla fine della metafisica occidentale della nostra letteratura, nelle parole di padre Alessio: «Quante volte mi son sorpreso in ginocchio davanti a un gatto che si lava la faccia, davanti a uno scoiattolo […] che mangia una noce, davanti a un rospo al sole che, allarmato, resta a metà passo, con una zampa stesa ancora indietro e, immobile guarda e ascolta!  O davanti a qualunque altra cosa, davanti a un filo d’erba come davanti alla casa di un uomo, davanti alle stelle del cielo come ai rifiuti di un corpo vivente. Ecco, mi dico, questo gatto è così e non può essere che così, ed è perfetto […]. L’uomo pecca soltanto perché non può non peccare; ma poi non pecca. Né può essergli il male più gradito o necessario del bene, anzi non può essergli neppure necessario; perché è, come il bene, lui stesso. Ed è lui stesso perché è Dio stesso».

(Tommaso Landolfi, Le due zittelle, Adelphi, Milano 1992, pp. 82-83).

 

***

 

In provincia 4

 

Campania

 

Come crocifissa giaceva questa rana

schiacciata sull’asfalto ardente

della provinciale. A bocca aperta,

arcuata verso il cielo, essiccata dal sole,

di lontano sembra una suola da scarpe

l’anfibio delle più antiche ere della terra

finito, mentre saltava, sotto le ruote.

Non c’è risurrezione altro che in larve

di mosche – già mature domani.

Per dove mai può fuoriuscire il sogno?

 

(Durs Grünbein – da: Dopo le satire – 1999, in A metà partita, Einaudi, Torino 1999).

 

***

 

AZ 626

Ora che le nubi ci lasciano vedere
per intero la curva della terra, nella forma
dei sobborghi senza forma dove dovremo vivere,
ascolto il flusso del sangue nella cuffia alla fine della musica
guardando i mondi degli altri che si incrociano col mio, le loro reti
di paura e desiderio dentro il tubo fragilissimo –

o i gesti che li legano al presente
quando fissano il ghiaccio sul lago inverosimile,
la nostra vita umana otto chilometri più in basso.
Ora so che non ha senso rompere
la miopia che ci fa esistere, vedo diversamente
le monadi che ci proteggono, le loro trame nel disordine;
seguo le macchie di luce che il sole
getta sul paesaggio, il cielo puro e indifferente.

 

Guido Mazzoni, I mondi,  Donzelli, Roma 2010)

 

Vecchie poesie in linea con una rinnovata visuale del reale (2003) – Classico-minimalista

GIANLUCA D’ANDREA – INEDITI (2003)

 

***

 

Una fuga,

un’astrazione pura,

una semplice rivolta

comportano un peso.

Un lasciapassare

distrutto.

 

***

 

È arrivato un nuovo gatto in casa mia.

Lo accarezzo una volta. Ossa

secche, distanti, col pelo arruffato.

Vive con noi dei giorni

in cui l’abitudine piace

ed i nostri polpastrelli

sono pronti a tastare

ogni osso distante.

 

***

 

La tua pelle,

tutte le particelle

delle tue ossa ascolto

scricchiolare ed ascolto

tutto del mondo che tieni nascosto

sotto il velo inscrutabile

della tua pelle.

Questo tuo muro

timoroso, indipendente

non chiede occhi addosso,

scorre rapido la libertà

che ami, difendi.

 

Non gli occhi ma l’udito

ha testato

le membra del bimbo

che mangiò dall’esperienza

e non seppe

l’innocenza stravolta, papà.

 

***

 

Ho guardato le dita di mio padre.

I polpastrelli del pollice

logorati, consunti dal lavoro.

Ho immaginato il fastidio

dell’accentuata sensibilità.

Nessun accendino a rotella,

per accendere un’altra sigaretta

può usare solo un accendino a scatto.

 

***

 

Ti fermi, spegni, scendi,

imbuchi, spingi, estrai.

Riaccendi, parti e intanto

l’uomo finestra scassina il tuo regno.

In ottanta secondi un’azione,

uno sguardo e un pensiero intaccano

il tuo soliloquio. Svogliatamente

analitico, quell’uomo ha contato

i tuoi gesti. Pure importa quel viso

e il movimento sprigiona

l’appartenenza comune a un istante

che distante dilegua.

 

***

 

Oggi è la festa

del viaggio della carne,

tonfo morbido spalle al letto,

rotule pavimento scricchiolio,

la dispersione il ciglio sull’occhiaia

l’umida sferzata il pene le labbra,

lo scalpiccio le suole

dal seme mattonella

al seme gomma dura,

tra capelli peli pubici e polvere

lo scontrino della coop

è un cartoccino

e ci gioca il gatto.

Scartafaccio VII

IL TOTEM DALLE MILLE PIUME (I parte)

Leggendo un testo su Alce Nero e riflettendo su Massa e potere. Alce Nero parla di una vita diversa e scopro un collegamento con Manganelli (La Favola Pitagorica), so che non c’è nessuna pertinenza tra questi testi, forse il racconto in presa diretta? ma quale dei due può definirsi reale? entrambi, ma quanta differenza tra la visione di Alce Nero, tanto religiosa quanto rituale, e quella di Manganelli, tanto razionale quanto rituale. La diversità è culturale, quindi tonale: due testimonianze, storie, tragitti, eventi di mondi lontanissimi eppure aderenti; due universi dentro il multiverso di esperienze di linguaggio, quasi due storiografie. Due visuali/visioni diversissime: giovane, primordiale quella di Alce Nero, culturale, mortuaria quella di Manganelli. Paesaggi agli antipodi collegati da un cunicolo cui solo il linguaggio dona un accesso nella valenza mistificatoria del segno.

Storie di riti e veggenze che contribuiscono a edificare il Totem dalle Mille Piume dei mondi.

Poesie: Guido Mazzoni da “I mondi”

già su Facebook

I mondi

Guardavo i tetti coperti di brina e un pezzo di campagna industriale dalla finestra dell’ex-albergo in cui vivevo, mentre l’edificio sembrava girare su se stesso moltiplicando la sua parete immensa e i suoi cinquecento monolocali. Era un istante di assoluto straniamento e io cercavo di prolungarlo, perché ciò che accadeva, ciò che pensavo, quella specie di navigazione in un’estraneità che non diventava parte della mia vita, fra oggetti presi in af¬fitto che non portavano alcun segno di me, prendesse una patina nuova – e per un attimo, nello stupore di chi riconosce ciò che ha sempre saputo, ogni cosa (il battito del sangue sulla tempia appoggiata al vetro, la periferia di Londra, le persone che esistevano nel mio stesso edificio, le espe¬rienze elementari che formano il fondo di ogni vita e sfuggono alle parole) diventasse nitida e leggibile.
Avevo quasi trent’anni; di lì a poco avrei avuto un destino; delle azioni irreversibili mi avrebbero guardato dallo specchio del bagno e sarebbero state me. Intanto lottavo, come tutti, perché il mio posto nel mondo corrispondesse ai miei desideri: per rimanere in vita, per non cedere un pezzo troppo grande di me al meccanismo che ci tiene in vita, per occupare posizioni, per catturare lo sguardo degli altri, per compiacere lo sguardo degli altri, per emergere; e tutto intorno, nel movimento delle strade che si aprivano sotto la finestra, nei rumori delle cinquanta stanze che davano sul mio stesso corridoio, migliaia di esseri pullulavano nello stesso spazio: pensionati, immigrati pachistani, segretarie venute da qualche frazione della periferia a consumare il proprio presente in un monolocale mansardato. Era la vita collettiva in una grande metropoli mondiale, figura accelerata della logica di ogni sistema umano, quella che ognuno di noi ritrova quotidianamente, ma che in realtà non vede mai.
Siamo incompiuti e bisognosi. Entriamo fra le cose legati a un corpo, a un tempo, a aggregazioni di esseri che ci preesistono, popolano i nostri spazi e chiedono di appagare il vuoto di un desiderio che persiste ben oltre la conservazione di sé, slittando su oggetti diversi a seconda dei sistemi dove ognuno di noi si trova preso – corpi e beni da possedere, posizioni da occupare, equilibri da trovare nel rapporto e nel conflitto con gli altri -, fino a quando, in un momento precario della vita che forse non arriverà mai, il desiderio si trova rispecchiato nella realtà e la forza sembra placarsi un attimo, per poi ricominciare. Pensando a quante poche cose mi interessassero davvero, a quanti pochi moventi elementari reggessero la vita mia e degli altri, capivo che in queste formazioni, in questi minimi eventi si svolge la lotta per quell’equilibrio cui diamo il nome di felicità, e che oltre questo pulviscolo, oltre questa rete non c’è nulla. Ma capivo anche la profonda irrealtà di quella comprensione momentanea, la gratuità di quell’attimo di straniamento così fragile in rapporto alle forze primarie, banali, che entravano in gioco dentro le piccole sfere di vita che potevo vedere nei vetri illuminati, tutte incomparabilmente più vere della mia idea ancora giovanile che la realtà non fosse, non potesse essere solo questo. Gli ammassi delle nubi si rompono e si riformano; i gruppi di rondini si muovono fra i tetti e creano gerarchie; le cassiere di Safeway rifanno i conti e comparano le vite dei nipoti. Chiuso nel proprio territorio, ogni organismo appaga la forza che lo fa essere e modifica, per quanto può, questo piccolo intero dove ogni azione ha un significato solo locale e solo simbolico, e dove tutto tende al proprio equilibrio senza alcun disegno, senza alcuna giustificazione. Esiste solo questo.