Esordi: Marco Furnari

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Il vulcano Erta Ale nel Triangolo di Afar (Etiopia)

Pubblichiamo alcuni testi dalla raccolta inedita Isola di Marco Furnari (Barcellona Pozzo di Gotto). Una voce spiazzante per una lingua in costruzione. Giocare con le parole per trovare un nuovo alfabeto, un proprio codice. Attimi surreali dall’Isola, nel magma che fuoriesce e s’impasta, s’incanala e impatta il mondo.

Gianluca D’Andrea


Testi (da Isola, inedito)

Le ceneri d’argento sulle zampe dei grilli
fuoco restio a scomparire del tutto in un fuuuffete
la voce che non esce lunare passinforme circosospetto
sarebbe inutile sgolarsi verso il calore luminoso della casa
lo dicevo che erano guai a farsi sognare dall’isola
da buon antenato sotteratinvolato rumoreggio dal culo spiritato
ammonisci spaventa guida le rincasanti scorribande dei curiosi
gatto ci cova merlo si arma topo si scava fronda ci fruscia erba si scosta
coniglio ci trotta
barbagianni piomba
un’ombra richiude la tenda del calore luminoso che all’altra stanza si
sposta
un pitito e scompaio davvero.

*

Isolarvamaca dondolandoci frasi perpetue in uno scirocco vai dicendo
che negli occhi di una metamorfosi non hai visto
non una farfalla non una mantide
non ho vissuto per questo pomeriggio che vedo passare
allora quale
metamorfosidentificandosi in una non premura
metamorfosidentico a prima di ora
iride scienza di guardiamoci veniamoci a dire
la qualunque cosa da una pigra figura su amaca dondolentamente
prendi una bottiglia di acqua fresca la scodella di fichi d’india.

*

mi dici sei una isola impervia che spini le dita degli arrampicatori
ti dico di una scorciatoia per entroterra di aria a refoli bisbigliante i
muri di geco
un braccio una mano oh issa che spunta
una rientranza di ombra sorpresa in nodi fiocchi di pergola
scruti la mappa ch’è un continente di carta fasulla rifiati
l’isola su cui proprio ora siedi con il portamento di tartaruga ti spinge
seco
tocchi la terra il guscio a cui bussi dicendo son fermo allora la prego si
fermi.

*

le ventilate emozioni di un cortile si riappendono a lungo ciò che
trovano
alla portata di una anguria spaccata volevo provare che non l’avevo mai
fatto
di infilarci il cazzetto duro teso
a vedermi davo forse l’impressione di una di quelle isole che sguazzano
nei propri corporali effetti vulcanici
da considerarne gli effetti dell’anguria che non potevo più mangiare
il moscio elefantino ortaggioroso si è nascosto in uno dei posti dove si
voleva dimenticare
ma una mezzorata di trascorsi venti scorrinienti (ma comunque
accatastatori spingenti le cose di là su una linea di un tempo che a
ripensarci sono un tuttuno che già si stacca in or ora domattini) me lo
facevano ricordare ridendone.

*

“Il pititIo sarebbe lo scorreggìo delle alcove che ci avverte che si sono
fatte le ore
un silenzio solvente da rumore che era ora spirito nuvola si infila fino
al cuore della narice
non ha più niente dell’ aroma di cosa è stato fagocitato?mette un po’ di
spavento come un ricordo malsano
un bambino in un campo può dire pititIo sei tu non son io
un bambino in giardino può dire pititIo vienmi comunque vicino
un adulto sovviene che bisogna prestargli un orecchio
un grandadulto già vede trafitto lo specchio
una cosa importante è fare assieme una risata grande quanto una
accogliente barricata”

*

una isola su due piedi che dicevi sono saldo scivolando di un secondo
lungo una passeggiata di sole ponente un piccolo alato coda di ruggine
in discesa da palo di legno
scivolando di un secondo alla volta anche alcuni code ballerine amano
le pozzanghere fra la spiaggia e la strada
se mantici soffiano dal vuoto i segni di vento nel vento verbalizzano i
cespugli la salita tappezzata
solamente il vento è
invisibile e nutriti di muscoli i soffiati minuscoli fiori come me solo
visibili
scivolando con il tempo caro amico del vento.

*

si divertono a migrare i pensieri viaggiatori con la scusa di portarti
ti abbandonano in un punto e raggiungono la meta a riparo dal tuo
corpo
fino a essere le cose nel lontano fuori e altro tempoluogo.

Esordi: Riccardo Frolloni

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Torino, Via Stelvio (fonte: La Repubblica di Torino)

languide-istPubblichiamo alcuni testi dal primo libro di Riccardo Frolloni (Macerata, 1993).
Languide istantanee polaroid (Affinità elettive, Ancona, 2015), il cui titolo ci aveva lasciati piuttosto perplessi, è un testo composto da brevi frammenti. Fragili, molli, al limite della capacità di dire, non so se per timidezza o per volontà di ridurre il testo all’essenza. Perché sembra svilupparsi proprio questa necessità di dire poco di una realtà in esubero, come se una volontà estranea, aerea, scivolasse nella nominazione, per volere del tutto solo quello che conta: Storia, si arrischia, al posto di storia – che sia un sintomo?

Gianluca D’Andrea


Testi

Io sono la città
sono le case
e i fornelli accesi
sono gli avi
nei secoli dei secoli
sono tutte le mani
di chi mi ha toccato
mia madre: mio padre
sono il sangue dei miei figli
e dei figli dei miei figli
che ancora non sono.

Tutto ciò
io sono
che sembra un destino
accettare la Storia
per intero.

*

È l’inizio ancora dall’inizio,
importa solo il primo
e l’ultimo battito

È la strada che ritorna
sempre uguale a sé stessa
e mai uguale

Che porta dove non si porta:
nel ritorno che vive d’assenza,
nell’assenza che vive senza di te.

*

Qualcosa sta morendo.
Qualcosa
che non trovo il nome,
che porta con sé tutto un silenzio
che senti il silenzio
che pulsa che batte
nelle orecchie
e nelle orecchie ancora.
Qualcosa
muore col suo rumore
ed assomiglia a qualcosa
ma non trovo il nome
non trovo
casa mia
la strada
la sera.

*

La zona pedonale uccide
se non stringi una mano.

Cammino veloce
per scaldare i piedi
per raggiungere posti
i più deserti binari
dove i treni son già partiti
coi bagagli di chi sta fermo.

*

Il tempo è una luce nella testa
che sfonda le finestre dei ricordi
e lascia geometrie
di figure in controluce
cui consuma anche la voce.

Ascolta queste bocche
cui avanza solo il movimento
in un continuo soffocarsi
di voler dure tutto
e tutto il bene
che vorresti sentire ancora,

ma non dice niente
e poi niente
ed è silenzio due volte.

*

Non aprire la porta
che entra il tempo.

Restiamo in fuga
stesi a letto
restiamo sotto
che è più caldo.

Non ha senso
cercare un senso
se a quest’ora
non esiste ora.


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Riccardo Frolloni

Riccardo Frolloni è nato nel 1993 a Macerata. Nel 2010 vince il concorso di poesia “Voci Nostre – Città di Ancona”; nel 2012 compaiono alcune sue poesie nell’antologia Viaggi in Versi diretta da Elio Pecora per “Pagine”. Dal 2014 collabora con la rivista romana “Tafter” e con il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna, dove studia attualmente Lettere Moderne.

 

Elio Tavilla – Poesie da “La cometa” (Gallo&Calzati Editori, 2005)

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I Faraglioni di Acitrezza (Elio Tavilla)

Elio Tavilla, La cometa (testi scelti)

la-cometaÈ la forza, un fuoco che scalda o incendia nel dissesto di un verbo che si schianta sul mondo. Il resto è uno spazio che si sciampia dall’attrito, si fa “campo visivo” o “campi di dominio” nella battaglia della lingua con un’ostruzione, originaria, e poi civile, fino a un silenzio che ci percuote da troppo tempo. La lingua di Tavilla è un’assenza profonda, come “il nulla accecante di certe/ giornate di sole in meridione” per cui ci aspettiamo il sussulto. Su una tessitura a volte scabra, altre traboccante, necessaria nella sua vitalità, si scardina ogni strettura. L’impalcatura classica, rigorosa, crea blocchi da cui scivolano sentenze, l’imbarazzo gnomico – alla fine delle composizioni qui presentate – riesce a stemperarsi nell’ironia di altre chiusure, costruendo un impianto minerale e viscerale insieme, un nucleo magmatico sempre sul punto di sgorgare. Adesso vorrei leggere questa serie da La cometa (e cos’è questo corpo in caduta, scia di un attimo, brillio nel nulla, se non la parola), immaginando il poeta a scrivere i suoi futuri, indispensabili versi, la sua voce folgorante che ci attira. Buona lettura.

Gianluca D’Andrea


Tutto e subito

TUTTO E SUBITO, a nulla servono gli errori
appollaiati sul filo della roba stesa
contro il sole. Contro tutto e tutti
hai combattuto ed oggi esiti e smetti
di dolerti per il caro incontro con i detti
popolari,
—————–rischi nella vuota conoscenza
che avevi della vita, quindi cieca
è la quintessenza della tua declinazione

una volubile meteora sfuggiva
dal campo visivo dell’estate

*

IL MALE, PROPRIAMENTE, non esiste.
Si semplifica da sé, vistosamente apre
le ali sui fiori dell’infanzia ma dimentica
l’enormità inscalfibile dell’anima che stacca
il suo accordo la e la ritorna come fanno
le voci rievocate tra gole di montagna, un muro
di camelie indemoniate negli amori. Cupo
e disdicevole sarebbe se la scia che portentosa
lascia dissolvendosi, dei corpi mutilati
dalla guerra non si armasse e non dicesse
tutta l’esattezza dell’oro e della luce

*

CALDO ITALIANO DEL DUE GIUGNO, il mio
ricordo contro il tuo che ti tenevi stretto
su per il corrimano degli uffici dello stato
uno indivisibile e
———————————-repubblicano. Amavi
ed ami quel segno sigillato sulle carte
trasmesso come eterno indiscutibile elemento
dei popoli riuniti sotto
giuramento. Grufola
il cinghiale senza alcun timore
resta il barbagianni a sorvegliare un
cimelio d’autocarro nella polvere, tra i tassi

*

E INVECE NO, uno ha la fretta
di andare a vedere. Qualcuno si annulla
nell’accatto, una pena improvvisa
arranca sui cuori e vola come volano
i balestrucci sopra i fumi neri, questa
è la vita
—————-oppure il diversivo
degli obici sui terrazzi, lo avrebbe
schiantato d’emblée e niente scherzi
se alla sera rivoltavano i corpi
per scrutarne almeno i nomi. Non convince
dei gerani l’odore ripudiabile, uno
ha chiesto di finire processato
sotto i denti aguzzi
dei bagliori dell’estate

*

L’APPARENZA CHE LE REGOLE DETTAVA ai nostri
oggettivati campi di dominio, un corpo a corpo
delineato senza infingimento: io dovevo, tu
dovevi, un noi stremato dalle facoltà
di agire senza fiele e l’evidenza che appannava
la coscienza. Un tu per tu che sempre
avevi dominato mentre ora ai passi della sera
fai altri passi verso un cuore
di esperita conoscenza della notte

*

PER QUESTO GIRAVANO A LARGO, per
questo hanno visto assieparsi
figure, ad una ad una cadevano forme
impossibili di trasmutato fuoco
nel candore interiore che si accende
se si muore. Tutto era calmo e fissato
come si fissa l’entropia se portata
al grado termico di zero che a pensarlo
niente è più di un assoluto zero.
Non volevo dirlo ma continuano
a scambiarsi febbre con febbre
e noi con loro, potrebbe

*

QUESTO CHE NEL NULLA rivolgeva
la sua giaculatoria contro il cielo
l’oro fino dei discorsi belli, i tempi
andati come vanno dentro ai bar
le consumazioni verso il fine
loro stabilito
————————–una cosa che, per dire
si arricciava tutta e dipendeva
dalle ali in fiamme se volevi prendere
la decisione giusta oppure no.

I treni che scompaiono per niente
al mondo affiderebbero il potente
decisivo assunto della Firenze-Pisa
in un giorno di morente estate

*

NEL BUIO ACCADEVANO COSE che quasi
erano bagliore, il nulla accecante di certe
giornate di sole in meridione.
—————————————————————Nel buio così
come apparivi dispàri, amavi ed ami
così come solo nei lampi notturni puoi

il crepitare delle interiori fiamme
fa il resto: l’inferno fantasmatico
che temevi. Ai bivî del cuore non devi
dire no, sussurra la sassifraga e si sperde
nel desiderio erratico, perenne
di crescere no

*

TIRA VIA CARRETTO alla deriva stanno
i mostri dell’infanzia, un tuo Cariddi
di suprema ingenuità che aveva
le sembianze della pura verità
e si frangeva
sfaceva su scogliera e fonte
di ogni comprensibile portento.
Lo vedi come passa e scorre
e che rincorre il fortunale appresso
sai, su tutte si rischiarano le armi
destinate principalmente a inganni

*

VORRESTI AVER RAGIONE, la pretendi
tutta interamente, distaccata dall’origine profonda
delle motivazioni vere che hanno assunto
forma d’angeli e corone. È pertanto
che lassù si sfanno le chimere, una idea
che ti viene a visitare sul da farsi
e nella sera, tu che dici un quarto
di quello che vorresti avere detto
e pentirtene nel mentre

———————————————————–basta riconoscere
le ombre che si cibano di ombre che si
nutrono di ombre come un punto alimentato
da una folla di anime dolenti

*

L’AMERICA PASSA, il resto scantona
via dalle passeggiate a mare suburbane
una folata serrata di vento e via
a correre dietro a un berretto di barbiere
lo stalliere tiene dietro ai suoi cavalli e pure
tu che lo trafiggi con lo sguardo hai tempo
per immergerti nel mezzo dell’acqueo vapore
nel reparto più interiore del mercato

certo sai che a mezzo
di costanti ed innevate piste sei
deciso all’imboscata mascolina che anche
non ti aspetti, saturi nel tempo
la vicenda di noi due impressionati
dalle lastre

———————-corre per vincere dicevi
e lo facevi vincere apposta quasi quasi

*

MANTENGONO, MORENDO, le promesse della
buonanotte, un martirologio di minuscoli
eroi saltati in aria per la benedizione
dei sognatori. Cento, mille riduttive
conseguenze dello stare al mondo, vedi
come urge la presenza necessaria dei messia
come i brani di alleluia si confondono nel mucchio
della messinscena generale. Unicamente
il tram serale ti riaccende di speranza
un che di frainteso vitalismo
sulle bocche tatuate degli indiani.


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Elio Tavilla

Elio Tavilla. Nato a Messina, nel 1957, vive e lavora a Modena, dove insegna Storia del diritto italiano presso la Facoltà di Giurisprudenza. È stato fondatore e redattore della rivista “Gli immediati dintorni. Rassegna di poesia contemporanea” e di “Frontiera”. Dopo aver stampato alcuni libri, che lo hanno immediatamente segnalato alla critica più attenta come 24 poesie (edizione privata, Messina 1980), Il cubo e l’assenza, con prefazione di Maria Luisa Spaziani (Premio internazionale per l’inedito Eugenio Montale 1983; Società di Poesia, Milano 1984), Concetti semplici, con prefazione di Rosita Copioli (Prova d’Autore, Catania 1989; finalista al Premio Alfonso Gatto 1989), Piccola antologia (I Quaderni di Rossopietra, Modena 1990), Fiori & Configurazioni, con postfazione di Salvatore Jemma (Quaderni del Masaorita, Bologna 1996, 100 copie numerate a mano), L’amore di due, con postfazione di Alberto Bertoni (Book Editore, Castel Maggiore 1999; Premio Dario Bellezza 2000; finalista al Premio San Pellegrino Terme 2000), La cometa, con nota introduttiva di Giampiero Neri e postfazione di Emilio Rentocchini (Gallo&Calzati editori, San Giovanni Persiceto 2005; Premio Sandro Penna 2005), ha preferito continuare a pubblicare i suoi versi raccogliendoli in piccole, preziose plaquettes stampate al computer. Suoi testi sono apparsi sulle riviste “Discorso Diretto”, “Steve”, “L’Ozio Letterario”, “Lunarionuovo”, “Anterem”, “Lengua”, “Poetica”, “Gli Immediati Dintorni”, “Frontiera”, “Tellus”, “Omero”, “IBC”, “Origini”, “Colophon”.

Spazio inediti – “Pasti” (5 componimenti inediti per Carteggi Letterari) di Roberto Minardi

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Pasti

(5 componimenti inediti) di Roberto Minardi

Sfuggono i testi di Minardi. Il poeta ragusano, trasferitosi in Inghilterra 15 anni fa, presenta flussi che impastano i registri, dall’alto al basso, realizzando una tonalità stridente, dissonante, come se a dover incidere sia lo spaesamento, il disorientamento di una lingua ironica mescolata ad accensioni dal basso, dove umile è il terreno. Humour o umore, la pressione limite che sale da riferimenti comuni, quotidiani, per irrompere e, infine, esplodere, alla fine dei componimenti, in un climax che tende a distruggere la norma, il senso comune, l’incastro del mondo: «…è l’ora / della mansione diaria, del peto / segreto fra le vie della città».

Gianluca D’Andrea


Fonte della salute

Un luccichio gli imperla la fronte.
Spiega come si può, con i pianeti,
sapere chi siamo e assaggia
i vari tipi di formaggio, cava
dal pane la mollica. Predice
che sarà il sindaco di un capoluogo.
Sono per la falena, gli schiaffi
tirati all’aria, per cacciarla via,
e sono possidenti morti
a offrire la visione sullo sfondo;
il castello, corredato di torre, di luna
che ammalia tanto da parere finta.
I sottostanti commentano e fanno
girare i piatti e la caraffa –
uno mi dà una pacca sulla spalla.
Si sposa ogni dettaglio alle minuzie,
a seghettare la storia ci pensano
le voci o l’ammiccare. Ci si perde
nel tintinnio del vetro, negli echi
stridenti dell’acciaio e nel fumo
che si dirada e tinge
lo sfondo terso con riccioli bianchi.
Colui che intrattiene, preme
il filtro fra le labbra,
il resto della sigaretta balla.
Nessuno sospetta la voglia
di battere la pietra erosa e lucida
di una parete antica
con la fronte e con gioia
per calcare i pensieri castrati,
perché le minchionate più poetiche
possano incidere il proprio volume.
Nessuno immagina, immagino io,
la smania di elargire e di ricevere
abbracci sudaticci o profumati.

*

Commedia al caffè

Ridono con fragore
e succhiano frappé con le cannucce.
Da parte mia consumo una tartina,
osservo le briciole
che si raccolgono dentro il piattino
e non può importare
se è meno estenuante ritirarsi
dentro un locale, impregnarsi del tanfo
di grasso cucinato, dell’odore
dei chicchi torrefatti di caffè.
Di là della vetrina si affastellano,
dei piccioni, beccano
le macerie di un sandwich
sparse sul marciapiede,
ma un uomo passa rapido,
mette in allarme, svolazzano,
il pasto in aria esplode.
Non viene di ragionare;
un giovane strofina i tavolini
con nonchalance,
i suoni emersi dagli scontri
del vasellame e le posate
vanno dal tenero all’acuto, accompagnano
la penuria di slanci, non fosse che
col cucchiaino raschio
il fondo della tazza e ne sollevo
il rimasuglio cremoso,
unica gloria da immagazzinare,
coronamento di un tempo morto
benché la clientela pulsi
e il personale pure,
non si prevedono colpi di scena,
a meno che nel finale non venga
arrotondato il conto per lasciare
la mancia sopra il vassoietto.
Lo schermo della videocamera
di sicurezza, rivela senza tinte
il corpo potenziale del reato
nonché le santità insediatesi
in forma di calvizie. È logico
che lacrimi il bebè,
cioè dire non mi sembra strano,
non servirà cullarlo fra le braccia,
bisogna quantomeno attendere
che sia passato l’autoambulanza
e la sirena cessi di assordare.

*

La meraviglia asciuga

Perdonino le olive per il male
che insceniamo quando le infilziamo
con lo stecchino. Un sorso di vino
fresco, rosé, dal lato giusto il sole
batte su ogni idea e la rallenta.
Ma quando passa la nuvola, l’ombra
raffredda l’ottimismo, è solo maggio,
dice, non ci si può aspettare tanto –
non si può dire sia eccezionale
quell’agio procurato dalla felpa…
Ma quale superuomo, qui l’impegno
è nel rubare lo sguardo a una donna,
provando a non deluderne il bambino
quando si gira e vuole attenzione
con delle smorfie per farlo sorridere.

*

La puntualità dell’acquazzone

La cresta oscuramente rossa, ritta –
il gallo ostenta il verso e non si cura
delle preghiere a palpebre in giù,
di quei ringraziamenti per il pane
e i piatti sistemati sulla tavola.
Lo stesso gallo impegnato a umiliare
il galletto, ha detto il capofamiglia,
di cui in seguito ha annunciato
l’esecuzione imminente, mentre
durante il pasto ripassava l’indice
fra le gengive e ne cacciava fuori
quell’ossicino che s’era impigliato…
Le foglie del banano si piegano
e un tuono annuncia la pressione;
spostiamo il tavolo sotto lo zinco.

*

Da portare

Con una pasta involtata
ed una tazza di carta che fuma,
senza pensare al lenzuolo sudato,
giustamente, ci si avvia, è l’ora
della mansione diaria, del peto
segreto fra le vie della città.


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Roberto Minardi

Roberto Minardi (Ragusa, 1977). Nel 1999 si è trasferito in Inghilterra. Dal 2005 al 2006 ha vissuto a Panama dove ha pubblicato la sua prima plaquette di poesie in versione bilingue. Nell’aprile 2007 la Archilibri di Comiso (RG) ha pubblicato la silloge Note dallo sterno. Suoi testi sono apparsi in riviste letterarie (Tratti, Semicerchio, La Mosca di Milano, Prospektiva, Il foglio clandestino), in rete (Atti impuri, Poem Shot Vol. I), su alcune antologie di concorsi (Poesie al mondo, Tapirulan, Premio Anna Osti) e sull’archivio multimediale Phonodia. La sua raccolta inedita Nel senso che è stata segnalata al Premio Lorenzo Montano nel 2011. Nell’aprile 2014 viene premiato con la pubblicazione della silloge Il bello del presente dalla Edizioni Tapirulan. A settembre 2015 uscirà la silloge La città che c’entra per Zona Contemporanea. Gestisce, insieme ad altri, il blog e le attività di dopotutto [una poesia italiana fuori]. Risiede a Londra dove lavora come insegnante di lingue.

Gianni D’Elia – Poesie da “Fiori del mare” (Einaudi 2015)

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Giancarlo Cazzaniga, La luce, dalla luce, nella luce (2006)

Fiori del mare – Nota di Gianluca D’Andrea

«J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans»

C. Baudelaire

Memoria, ritorni ai luoghi e ai tempi di una storia privata che si poteva illudere di appartenere a valori morali condivisi. Scene immaginate e compiute attraverso un paesaggio reale ma sfumato, di continuo, nel ritmo disteso su tonalità note, in qualche modo rassicuranti (endecasillabi e strofe e suoni in funzione di un gusto del classico ma affranto dall’incomprensibilità – o il rifiuto? – del presente. Ma è proprio la forza cantilenante del ritmo a congiungerci col sogno del ritorno: nostos e noia, ma anche accensioni di un’umanità che nelle parole del poeta emergono, ogni tanto, dalla dispersione che tempo e spazio (una volta Storia e Natura) sempre producono.


Gianni D’Elia – Fiori del mare (testi scelti)

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Presenza

E lo sguardo, lo sguardo dato,
ridato e distolto di quella
bambina, per cui tu non sei che uno
dei tanti avventori del pianeta,

in una sera ormai non più estiva,
ai tavolini di un bar pizzeria
dove la gente mangia, passa, e se ne va…
E verso il mare camminando, alla riva

dei tuoi giorni sorpresi ormai
soltanto sorpresi, senza un’intuizione,
colpiti così da un poco d’avara emozione,
vuoi dirmi in una carta, – in lei,

in te, resterà?…

*

Lontano

Cosa c’era di bello in questa vita,
ormai fuggita dalla sala buia?…
Oh, pena, abbandono, furia tradita…
Parlavano nel bar, amico e amica,

con le specchiere e con le piante finte…
Parlavano un amore, amico e amica,
più doloroso dell’amore ed era,
era l’amore un poco folle e mite…

Confuso anche l’amore a lite,
ma quanto mite lite era nel cuore
di non saperlo dire: lira ed amore
d’amore ed ira e smanie altrove unite…

*

Fiore del mare

O un senso oscuro, di parole illuso,
chiare, come ciuffi d’aria gelida;
qui, dove il mare steso un panno azzurro
sbatte a un filo; qui, dove l’erba

verde segue muri serpeggiando e
volti d’ossido gassano i passanti;
quel senso strano che ci prende,
a volte, di passare sulla terra,

sotto il cielo, solo una volta,
di non poterlo dire o tacere;
come un fiore silente sulla sponda,
stordito dal brusco delle riviere,

nel profumo che spuma, pensosa onda,
la sua fragile presenza, dalle ere…

*

L’onda dei morti

Questi corpi spiaggiati, tra i bagnanti
delle coste e delle isole famose,
ci ricordano che arrivano i migranti,
il mar dei vivi, sull’onda più atroce…

Mediterraneo, sei tu la gran tomba
di questi fiori, che l’Africa cuoce
al sole di guerra e fame profonda,
gettati dalle barche e dalla croce…

Le ragazzine rom urtano i pasti,
le sieste delle belle e riunte spose,
gli yacht alla fonda e i grandiosi fasti
degli ebbri ricchi e delle troie in pose…

Onda dei morti, alla pietà non basti…
Gentile Estate, spuma tra i cadaveri,
ondeggia per ognuno che veniva
con la speranza gelata nei baveri,

cullali dolcemente alla deriva,
accompagnali Tu all’ultima riva…

*

Fiori del mare

Quante volte, passando tra i rifiuti
su questa striscia tra rotaie e mare,
abbiamo visto e nominato, muti,
le cose del deserto passeggiare…

Al brusio delle onde, i gabbiani, il monte,
la riva lucida e obliqua all’andare,
la luce di foschia sull’orizzonte,
la ghiaia di conchiglie, e il suo cricchiare…

Che oggetti d’uso, abbandonati e folti,
un pettine, una ciabatta, un flacone,
quanti fiori di plastica sepolti,
stampi di stelle, per quei giochi al sole…

Fiori del nostro mare, aspro e gentile,
confesse brame, memorie imbandite,
urbane schiume di una storia ostile,
di un gran sogno sconfitto in mille vite…

Raccoglie il flâneur i resti di molti,
testa di manichino, efebo fiore,
se si cammina alla resa dei conti,
mare sommerso da un mondo che muore…

Com’è votiva, quest’arte che muove
sul verdazzurro che spumeggia fondi,
cogliendo a volte, già fatte e scolpite,
le forme ardite dei sogni profondi…

Tra la risacca di legge smarrite
dopo ogni burrasca, sotto i due Monti,
come trincee rialzate, in gomme trite,
ecco natura e storia, strette e unite

nella sordina, che ci culla e intride
verso le ripe degli arcani mondi,
tra il nero asfalto e la scarpata gialla,
dove profuma l’arenaria d’alga…

Tra le cataste delle mareggiate,
tronchi e rami, grandi ossa sbiancate,
anche noi ci sentiamo in riva all’Ade,
cose tra cose, strappate e buttate…

Oh, soltanto in questa musica viva,
sul pentagramma delle crespe sciolte
come solchi di marea contadina,
trovano pace le note sconvolte,

se niente è dolce come l’andar vano,
stupiti da ogni bello a fior di mano…

*

La Poesia

-Ma a cosa serve, poi, la Poesia?…
-Oh, Lei, Penelope d’un lungo disfare,
a tessere la tela in empatia,
a sentire, a pensare, e più a filare,

fissando il mare, l’orecchio alla via,
cantando, nell’attesa più esiziale,
a fare e a rifare l’ordito d’eufonia,
celandone la trama più essenziale…

Oh, Lei, la dolce strega Poesia,
può fare a meno, sì, di chi fa a meno
di Lei, in questo Barnum di follia,
nel grande vuoto e frastuono del pieno…

Fragilità e potenza d’animale,
titania scienza, tecnica impotenza,
incubo al carbonio, shock nucleare,
minaccia e guerra a tutta l’esistenza…

Non Rosa altera, ma Lima severa,
l’umanità ritrova la sua scía
contro la forza e l’idiozia dell’Era,
perché s’affini il gusto al giusto, e sia…

Oh, luminosa inerzia di Sirena,
Lei, Rima canora dell’ecceità,
con l’onda che rema fino alla rena
la musica, che soli e insieme si fa…

Ricomincia così, la Poesia,
in quel lento riandare per la strada,
nello stupore e nella gran magia
d’ogni comune e più vuota giornata,

nell’umile baleno della via,
nell’arso dubbio, che si fa eresia…
Lei viene a visitarci nella sera
come una madre dal bacio leggero,

lasciandoci nel cuore che dispera
il fior del verde e l’ascolto del vero…
Ma nel Regno di Prosa, che qua impera,
sempre più lenta ormai si dà la Rosa,

ebbra costanza, nella notte nera,
il vino di Orfeo nel libro posa…
Stessa veduta, che il pittore vuole,
la dipinge il poeta con parole,

schiuma l’avanguardia, onda la tradizione,
pensiero, ardore, arte, rivoluzione,
pure se impazza la Restaurazione
e non ci resta che la Traduzione,

il verso scandito dall’emozione,
dal nome al mondo, sì, dal mondo al nome…

*

La tristezza d’Italia

Quando scende la sera sull’Italia,
e ci pare che mai quieta tristezza
possa essere disgiunta dalla varia
antica nostra servitù e bellezza,

questa sera dei secoli s’impania
allo scuro fulgore dell’altezza
delle piante sui tetti, oltre l’aria
di lavoro finito e d’infermezza…

Per sempre questo senso di bassezza,
di Video e Casino, Duce e Papalia,
tra nuovo fascismo e vecchia immoralia,
Teatro, Ospedale, Caserma, Mal’aria…

Tristezza e collera, doppio che si specchia,
quando dentro di te senti l’Italia,
mai popolo, mai patria, sottofondo,
splendido luogo e faziosa contrada,

genio di pochi e stoltezza di fondo,
Gran Circo dei Furbi e dell’Egolatria…
Così, si va dentro l’indaco fondo,
scordando la bruttezza che ci latra,

tra la noia e il pericolo profondo,
oh economia politica ladra,
mentre dalla finestra sul tramonto
la sera accesa è notte sull’Italia,

e vien la cara brezza della Baia,
l’Ave struggente dell’aria ternaria…

*

Dal boccaporto

Contro il grigio dell’aria, il nero velo
di catrame d’altane, è l’asfaltato
manto che sale, dalle strade al cielo,
dove batte il lampo del volo grato…

La luce scocca con l’ala di bianco,
che frulla veloce come il pensiero,
passando nell’aria grigia un incanto,
che si rinnova, di sorpresa, intero…

Di caro nella vita c’è nient’altro
che questo stare a lato del mistero,
quando mutato in slancio è il triste canto
di natura e di storia, pari al vero…

Il volo d’un piccione batte il pianto
su questa barca di mansarda al cielo,
dove sottocoperta, sgrondi od arda,
andando avanti e indietro nella stanza,

seduto o disteso, ammazzo il mio Evo,
per l’infinito, che ci gela e avvampa,
qui, dal boccaporto del luminello,
questa lente del cosmo e del cervello…

E come fissa, dietro a grigie sbarre,
sempre lo stesso quadro il carcerato,
ecco, al tramonto, quel rosso da estrarre,
il fuoco vivo al nostro preso stato…

E pare d’essere sopra un vetrino,
cellula sotto l’occhio del destino,
nel viavai della cavia che, girando,
qualcuno va scrutando e sorvolando,

tra i barconi dei tetti, in un barchino,
sul Mar degli Anni, che non dà mai scampo…

 

Marilena Renda: due testi da “Arrenditi Dorothy!”

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Turdus merula (fonte, JuzaPhoto)

A febbraio è uscito per L’orma editore Arrenditi Dorothy!, il nuovo libro di Marilena Renda. Si propongono due testi.


cover-renda-solo-fronte-hd-208x300In bilico tra attrazione e repulsione relazionale i due testi scelti da Marilena Renda dal suo ultimo libro, Arrenditi Dorothy! (L’orma, 2015). Il primo è in cerca di un nuovo orizzonte di lettura del mondo, attraverso la fluidità immaginifica del mare, le prospettive si confondono, si sfumano e la dimensione percettiva, pur aspirando alla simmetria delle linee, sfalda la visuale e il soggetto perde nuovamente l’orientamento, deludendo l’illusione di essere giunto a un approdo.
Il secondo s’innesta sulle apparizioni “affabulatorie” di un protagonista, il merlo, che funge da vettore simbolico di nuove prospettive. Uno sguardo altro, un rinnovamento che solo il desiderio porta per un attimo a compimento.

Gianluca D’Andrea


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La democrazia del mare

Mentre stiamo in acqua siamo due corpi che navigano allo stesso livello; guardandoci da lontano non si vedrebbe nessuna differenza tra me e te. Nuotiamo appaiati su una linea che comincia e finisce solo dove ci fermiamo; lì dove c’è la fatica c’è anche il limite della nostra corsa, e tanto basta. Questa simmetria sei tu che me l’hai insegnata, il giorno che mi hai fatto capire con i gesti e con le parole, e con gli occhi soprattutto, che una qualche forma di uguaglianza, per te, nel mondo, si dava solo nel mare, quando uno era in acqua e a guardarlo non era diverso dagli altri, né nano né gigante, né grasso né magro.
Galleggiavi senza sforzo, anche tu. Nuotavi più o meno elegantemente, come tutti. Io invece ho violato la democrazia del mare. Un giorno, con questa mania degli scogli. Alti dovevano essere, sempre più alti. Adesso non dire che sono stata io per prima ad avere l’idea, lo sai benissimo che sei stato tu a spingermi, tu mi hai detto: Tuffati, e io mi sono issata sullo scoglio (non c’era ancora vento, il tempo era magnifico, almeno questo te lo ricorderai), ho preso equilibrio sui piedi, messo le mani avanti e dopo qualche incertezza mi sono buttata.
La tua versione dei fatti è che ho voluto innalzarmi sullo scoglio nonostante la tua preoccupazione; sostieni addirittura che siccome lo scoglio era troppo alto la gente in spiaggia mi guardava con curiosità e una vaga apprensione, ma questo non è sicuramente vero. Ricordo perfettamente che lo scoglio era molto basso, che ci ho messo del tempo a decidere di lanciarmi, e che tu mi incoraggiavi dicendo che mi avresti sostenuto. E salvato anche, se necessario.
Quell’estate ho continuato a buttarmi ogni giorno, da scogli sempre più alti. Sei rimasto sempre giù a guardarmi, senza provare nessuna animosità. In fondo eri tu quello a cui piacevano i tuffi e io facevo quello che tu avresti voluto fare. Pensavo che sarebbe stato naturale da parte tua avercela con me, dopo tutto avevo preso in prestito un tuo desiderio e ne facevo quello che mi pareva: di pancia, di culo, di testa, un abbraccio col mare in tutte le sue variazioni e direzioni mentre ridevi e ridevi con solo un’ombra d’invidia negli occhi.
È stato allora che ho capito. Io non ero solo io, ma ero anche l’ipotenusa del triangolo; senza di me, i cateti non potevano mai arrivare a toccarsi.
Tutto quello che volevo quell’estate era spingerti giù da uno scoglio, dimostrare che ero capace di portarti dove volevo io, e dove però volevi arrivare pure tu: nel punto in cui uno combacia con se stesso e guarda il fondale del mare senza spaventarsi dell’ombra che lui stesso proietta giù, sulla sabbia, oppure senza paura di cadere in un punto troppo basso, talmente basso da farsi male alle ginocchia.
Invece, quando eravamo tutti e due allo stesso livello, ci sbucciavamo la pelle sì, ma inutilmente. Sbattevamo contro gli scogli per ritornare a riva, urtavamo contro spuntoni e muschi morbidi solo in apparenza, inciampavamo contro pietre di cui non ci eravamo accorti.
Con me che pensavo: non funziona questo meccanismo, è da un’altra parte che ti volevo portare, in un posto dove davvero non sei mai stato.

*

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L’uomo e il merlo

Ci sono un uomo e un merlo. Il merlo si è posato sulle finestre della casa dell’uomo un giorno che pioveva una pioggia sottile e appiccicaticcia e da dietro i vetri si vedeva una donna sdraiata, circondata da candele.
Solo lei non apre la bocca: attorno a lei la aprono tutti. La pioggia è grigia, e ognuno è separato dagli altri da un muro.
La padrona era bella, anche durante la malattia era rimasta bella. Portava la sua tosse come un cappello non intonato alle scarpe, e nella stanza di quel giorno ci sono persone che la ricorderanno per molto tempo ancora e ne parleranno a lungo. In un angolo c’è il ragazzo a cui lei un giorno aveva prestato un ombrello, e il ragazzo mormora agli altri: Ma io sto tanto male oggi, durerà a lungo questo male?, ma nessuno può dargli una risposta sicura. Chi dice: Settimane, chi: Anni.
Da quel momento in poi il padrone e il merlo portano il lutto per settimane, per mesi, per anni, senza smettere mai di piangere. La padrona con le sue labbra rosse abita nella loro mente e non ne esce mai.
Il padrone pensa che non smetterà mai di piangere questo dolore: quando piange si sente trasformato fino alla radice di se stesso, pensa che sta cambiando giù fino alle fibre, che non sarà più l’uomo che porgeva lo specchio, quello che mentre lei si metteva il rossetto le diceva: Le donne che si truccano rifanno ogni mattina il mondo.
Quando si sveglia la notte sente che tutte le sue cellule si sono trasformate o sono morte, e di quelle sopravvissute non ne resta nessuna che sia rimasta intatta o uguale in forma, spessore e colore a com’era prima.
Per distrarlo, il merlo si posa sulla scatola dei gioielli della donna, la becchetta, la apre, tira fuori una collana di finto corallo, degli orecchini smaltati, o in filigrana, li afferra col becco, li sparge per la casa, sul lavello, davanti alla finestra. Il merlo batte il becco sulla porta, vuole uscire, è deluso che nessuno dall’altra parte gli apra. Decide allora di tornare in salotto: in una scatola ci sono ancora oggetti della donna, di quelli che si comprano e poi si dimenticano: un nastro nero, delle calze marrone, una penna verde, delle monete, un portachiavi. Non si può dire fossero oggetti che lei adoperava spesso.
Il merlo disseppellisce gli oggetti e nessuno gli dà retta, il merlo e il padrone sono diversi nel portare il lutto, l’uomo piange, il merlo si agita, l’uomo sta fermo, il merlo vuole muoversi, partire. Finché un giorno il merlo si stanca di piangere e di essere addolorato. Non vuole più rubacchiare di qua e di là i ricordi, spargere nastri e cappelli per casa come se fossero scaglie di cenere: si è stufato di non cambiare mai umore, è stanco che per lui non arrivi mai il caldo e il bel tempo, mentre il tempo e la natura, loro cambiano eccome, arrivano, se ne vanno, portano cose che lui riesce solo a immaginare.
Il merlo fugge e il padrone, che si era abituato a lui e non ne può più fare a meno, piange e si dispera. La primavera arriva di nuovo. Il merlo torna, portando dei semi in bocca. Sono piccoli, di colore giallo: li depone nel portagioielli della moglie e ci si posa sopra. Passa una settimana e il merlo, che era stato tutto il tempo sopra la scatola, si sposta e la apre con il becco.
Dentro è spuntato un fiore rosso: il padrone lo vede e sorride.


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Marilena Renda

Marilena Renda è nata a Erice, ha vissuto a Roma e Palermo e attualmente vive a Milano, dove insegna e scrive. Nel 2010 ha pubblicato per Gaffi la monografia: Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano, nel 2012 per dot.com press il poema Ruggine. Nel febbraio del 2015 è uscito per l’Orma edizioni Arrenditi Dorothy!. Una nuova raccolta di versi, La sottrazione, è in corso di pubblicazione per Transeuropa.

 

“Paura degli occhi” di Carmen Gallo (L’arcolaio, Forlì 2014)

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Cave di Apricena (foto di Sergio Campione © 2011)

Paura degli occhi – Nota di Gianluca D’Andrea

paura-degli-occhi-copertine-pauradegliocchiLibro che mette in scena la tensione relazionale e le ambivalenze di un soggetto che ne ricerca il senso. Carmen Gallo, alla sua prima pubblicazione organica (avevamo avuto modo di apprezzarne la scrittura qui), riesce a riprodurre la dimensione di uno smarrimento effettivo, per cui il linguaggio è in cerca di un nuovo ordine, spazio ri-creante e sofferente che non si accomoda a un contesto di realtà dato per acquisito. Il mondo è ancora davanti, non raggiunto e, per questo, non facilmente definibile. A conferma di quanto espresso occorre leggere la teoria di infiniti iussivi e, infine, desiderativi, che costellano l’intera raccolta, che agiscono per confermare il movimento oscillatorio, mai pacificato, che ricostruisce la possibilità di un dialogo con l’alterità.
I testi che proponiamo sono composti in un linguaggio plastico, tendente alla propagazione di uno spazio “agonistico”, un’impalcatura teatrale che ripete la necessità dell’incontro. L’evento è sotto proiezione, la luce flebile di quell’occhio – richiamato in esergo nella citazione da Paul Celan – che aspira all’alterità ma si ritrae per non invaderne il campo, perché il soggetto abbia la “giusta” visuale e la parola non esondi in visione. Per quanto la precarietà del nostro sguardo sul mondo si chiuda nell’umile necessità di un richiamo alla nostra stessa presenza, restiamo innominabili, a margine del testo compare la lieve traccia di una «terra non chiamata / invocazione senza nome / distanza da percorrere sottovoce». La nostra cecità è il nostro vero approdo.

Testi

Come avere paura degli occhi
come sapere che tutte le bocche
professeranno il falso
e per prima la tua
dirà cose che non vuole
vedrà cose che non sa
ma il vero più del falso
resta nelle parole che non riconosco
perché non hanno la tua forma
la calce bianca dei tuoi sensi
deformati per l’occasione
parole annerite, scartavetrate
cercano rifugio tra le mie
ma non trovano
che una pace fatta di spilli
di mura che non tengono
di soldati che non parlano la tua lingua

*

Ancora e di nuovo
trattenere a stento la pelle
tra pareti che cadono dall’alto
poi le linee scure, trame che non ricordo
avevano maglie troppo larghe
per ricucire le finestre
e giocare a battaglia navale fra le nuvole
perdevi sempre tu –
come ora, nella casa in disparte
dove non sono più giochi
i nostri finti suicidi
ci siamo finiti davvero
tra le luci di un altro

*

Camminare sull’acqua
senza mai guardare
i passi falsi, le foglie usate
l’orizzonte appena steso
salutare la folla che acclama
e distinguere tra due rive identiche
vene vertebre e vocali
sembrano tutte al loro posto
come prima, prima di cosa
prima che le separazioni
fossero festa nazionale
prima che fosse di moda
lasciare spazi tra i punti
e passeggiarci sopra
senza i tuoi occhi

*

Non restare buchi neri
fondi fedeli al vuoto
affilare la lama che separa
i lati bianchi della strada
nel paese che nasconde
il cielo nelle cave
essere terra non chiamata
invocazione senza nome
distanza da percorrere sottovoce

*

Prima degli occhi, al posto degli occhi
le palpebre al muro
e la sfilata delle ciglia divelte
poi i capelli da incendiare all’alba
dei nostri migliori propositi
contarsi in segreto le dita
incollando i palmi
alle regioni dei vivi
prima degli occhi, al posto degli occhi
dividere le mani
in vagoni da espatriare

*

Non basteranno gli anni
gli involucri di vuoto
in cui affondano le braccia
per ogni parola
che resta in gola e che si fa
alone umido intorno agli occhi
e sguardo cavo
nel petto ancora umano

*

Abitarsi nelle mani e addormentarsi
a poche bocche di distanza
al riparo della corteccia
della sua forma improvvisata
c’è un vento che ci ascolta
arrivare da lontano
da dove è profondo e non si tocca
da dove si resta vivi a guardare
a largo, ancora più a largo ci teniamo
la terra si fa grido fermo, e non ci vede
noi soli la sentiamo
nelle sere che non riempiamo
nelle facce che risalgono il fondo
crespo di ogni superficie
la luce ci sorprenderà estranei
da ciò che non abbiamo scelto
nella perdita degli occhi
tutto sembrerà inseguirci
ma noi impareremo a vivere
a essere senza di noi
polmoni pieni d’aria
sotto il vetro dell’acqua

*

E mai più cercare ragione del torto
perché il torto lo portiamo al collo
come una pietra levigata nella stretta
un silenzio da osservare da vicino
allentare la presa non è ancora
respirare ma entra l’aria lo senti
nelle spalle che accolgono il colpo
nelle braccia liberate in dispersione
come se gli occhi fossero finalmente
da un’altra parte come se la fronte
non stesse lì a dividere il soffitto dalla gola
e la caduta è rivendicazione silenziosa
di ogni cosa al di qua della visione
una domanda che scende dagli occhi
e non si riempie e non si svuota

*

Nella gravità delle cose
che non cadono
sostenere lo sguardo
del disastro

*

Come svegliarsi nella luce intera


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Carmen Gallo

Carmen Gallo è nata a Napoli, il 6 gennaio 1983. Attualmente vive a Napoli, dove lavora come assegnista di ricerca in letteratura inglese. È stata due volte finalista al premio Mazzacurati-Russo per la poesia (2009-2010; 2011-2012), e alcuni testi sono stati pubblicati su blog (Poetarum Silva, Poesia di Luigia Sorrentino, Carteggi Letterari) e antologie (Registro di Poesia #3, 2010 e Registro di Poesia #5, 2012, Edizioni D’If, Napoli). Con Tommaso Di Dio, Alessandra Frison, e Domenico Ingenito cura gli incontri di letture di giovani poeti “Fuochi sull’acqua”.
Paura degli occhi è la sua prima raccolta.

 

“Figure mancanti” di Luciano Neri, Transeuropa, Massa 2014

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Luciano Neri

Su Figure mancanti (di Gianluca D’Andrea)

figure luciano-neriChe sia la scrittura la testimonianza che diventa racconto di un’evidenza. La morte e la vita sconfinano l’una nell’altra, Figure mancanti è pietas descritta nell’avvenimento del viaggio, ma ricostruita come impressione o “impressione” che si stende per fare fondamento a una nuova costruzione. Il viaggio del ricordo imprime alle tappe una dimensione assoluta, svincolata dal contingente, aria mitica da una zona continentale in dissoluzione e assurdamente vitale. I quadri balcanici, le recenti devastazioni sociali in Grecia, assumono lo statuto del cambiamento, simboli di diversità dissolte. L’immagine emergente è il fantasma, complesso delle vicende e dei luoghi; il “reportage” impatta sequenza su sequenza lo scioglimento della scena complessiva, le figure sfumano nell’unica realtà della memoria: l’accenno.
Eppure lo stesso accennare, che la poesia di Luciano Neri persegue, è comprensione del mutamento sociale che sembra sgretolare il Vecchio Continente, forse la constatazione di una caduta inevitabile e funzionale all’apertura di una nuova collettività, non ancora visibile eppure necessitante del ricordo e del richiamo di una parola non estetica ma vibrante della sua stessa fine. “L’angelo malinconico” appare in uno dei primi testi della raccolta e, non so quanto questo fosse presente nelle intenzioni di Neri, riesce a ricondurci, attraverso il richiamo all’incisione di Dürer (il riferimento è a Melancolia I, la celebre opera del 1514), alla sospensione estatica da cui ogni opera d’arte – anche quella di linguaggio – prende avvio, sentendo l’esigenza dell’origine. Il ritmo è scandito dagli eventi, ma gli eventi sono allegoria di un’arte che tende alla ricreazione degli stessi: l’artefatto è questo circolo immaginifico che non può interrompere la mobilitazione del reale, anzi spinge per vivificarne il ritorno.
Le figure «scomparivano in silenzio» (Emir Suljagić in esergo alla raccolta) come i segni di scrittura: «come erano esistiti».

TESTI

(…)

(Le figure ormai vuote dell’esperienza
le attraversava chiunque senza curarsi
della loro nudità indifesa – forme impresse
ad ogni confine
e ora nel bagaglio del viaggiatore)

°

(…)

(l’incisore e il cieco di Urfa)

Nell’angelo malinconico la censura
sul bene più grande – estraneo
al viaggio dopo una settimana di mutismo
quando la bocca è piena d’acqua –
le bende sfilacciate agli arrivi traghettano
figure il massimo di luce sopportabile
a riparo degli occhi, al suo interno.

°

(…)

A B.

Preda nel movente dei lupi
nelle tagliole sotto le foglie del bosco
interamente ricoperto di garze…
Bastava che il soldato muovesse
le labbra, facesse un cenno.
Così ti è mancato un soffio
al dirupo degli invisibili (la sorte
appesa a un telefono da campo…):
l’unica strada quella minata
delle campagne, intorno solo l’ignoto,
invalicabile ad ogni incontro.

°

(…)

(Risvegli in casa Zekate)

I due custodi aprono la porta
e fanno segno di entrare
in una corte.
Poi un altro segno
senza oltrepassare la linea
che divide il giardino
dall’ingresso della dimora.
Lo scricchiolio del legno
ad ogni gradino
fino alla stanza
degli amanti – illuminata.
Per il resto luce
tra i disegni delle vetrate
via via più fredda
e lontana… –
fino al brusio
delle stanze superiori
gli incontri puerili.

Parlano solo ai loro simili
davanti a ogni presenza
un dormitorio fantasma.

°

(…)

(partita a scacchi)

Per il genere di male
inaspettato e impensabile
nel bianco di una voce.
E il passaggio delle stagioni
in punta di piedi su quel dolore
autoimmune… –
un quadrato a grandezza d’uomo
al centro del parco.
Panchine affollate e tribune,
file su file, indietro
di pochi anni: soldati e civili.
Lungo il binario macerie
fino al tunnel, colate
di cemento… – le mosse
dei fanti nel pensiero comune
di ogni giocatore, faccia a faccia
nel cifrario degli scomparsi – il rancore sepolto.

°

(…)

(la figlia della signora K.)

Non ha più motivo di cercarlo
tra gli affissi di Marșala Tita
o al padiglione delle culture.
Ora che lei ha saputo
degli insepolti l’iride si svuota
all’arrivo di ogni straniero –
Poi un bisogno di aiuto
cambia reticolo alle memorie
(la implora una voce a custodia
di quella vita…) e nel soggiorno
uno seduto, in carne ed ossa,
sconfinato.

°

(…)

(museo di Sarajevo)

Ad A.

Senza un inizio né una fine
nella camera oscura
del fotoreporter: le mani immerse
nell’acqua piovana. È l’immagine
della dissoluzione – la prima. Esce
dal costato di un uomo
(a figura intera). È accaduto. A Višegrad.

Nessuno ci credeva.

Un altro immaginario si riapriva
dalle sue interiora… –
il fantasma ottico a controllo
del testimone (il soggetto
messo a fuoco, sottosopra) –
come da un’acqua rubata
lo fissava.

°

(…)

(dopo Knin)

Cecchini fantasma ancora concentrati
su ogni piccola boccata, l’attraversamento
a piedi di una città svuotata, anonima –
l’incontro del simile fino alla voce
di uno che sembra resuscitato – poi allo straniero
senza fiato terre svanite, pagine rigide
e fasciate – disabitate.

°

II.

L’uomo una scrittura che ha vissuto pienamente

può riferirla a un futuro in uno spazio bianco

ma la fatica è dura il rischio è alto e nel vissuto

vive – morendo vive… – fa un giro pieno

ma senza tempo si fa presente e con il dono

di chi ha capito come dice A. nei suoi paesaggi

tenuti (a stento) (in vita) sebbene morti sepolti

senza parole senza pagine


Luciano Neri (1970) vive a Genova, dove lavora come insegnante. Ha pubblicato Dal cuore di Daguerre (Gazebo, 2001), con prefazione di Mariella Bettarini, La spedizione del controtempo (in Nono quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2007), a cura di Franco Buffoni e con introduzione al testo di Fabio Pusterla e Lettere nomadi (Puntoacapo, 2010), con postfazione di Tiziano Pacchiarotti.
Suoi testi poetici sono stati pubblicati, in questi anni, sulle principali riviste italiane di poesia. Ha ideato e curato, inoltre, cinque edizioni di “Succursale mare” (spazio periferico permanente), rassegna di approfondimenti culturali e di incontro tra le arti e le forme di scrittura.

Poesie da “Fughe e ritorni” di Enrico Marcucci, L’arcolaio, Forlì, 2014 – Prefazione di Filippo Davòli

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Enrico Marcucci

Fughe e ritorni (nota di Gianluca D’Andrea)

fugheeritorniIl verbo del “trasalire”, le epifanie di Marcucci hanno relazione col basso del quotidiano, la terra è il primo passo di un rapporto che aspira a trascendere, che tende a spostare su un altro piano il desiderio.
Innalzamenti e sospensioni, capacità tensiva e volontà di indirizzarsi al legame, costruendo – con le parole – ponti.
La dimensione dell’approdo forma queste poesie, la vertigine che aspira a colmare la distanza col mondo e poi travalicarla, far riscoprire l’unicità di un’appartenenza che accolga senza scissioni e fraintendimenti.
Marcucci è nato nel 1992, i suoi versi sono sintomo di un’esigenza, che altri autori giovanissimi condividono, di ricostruzione dell’alterità, una spiritualità che tenti di elevarsi dalla piatta dimensione terrena, che cerchi una nuova forma, un ideale.

Testi da Fughe e ritorni

I

Come brezza disinfesta la corrente
(la malattia che aspettavo da ore)
la memoria dimentica di ricordarti, infila
da qualche parte
su rami alti le isometrie dei nostri nomi.

Inutile cercare impraticabili anagrammi.

°

VIII

Cerchi riparo in me.
Al collo ho la tua fronte mentre apro
stretto il braccio alle spalle
sotto al tremito che intirizzisce il seno,
con una carezza sottile
un bacio all’orecchio.
Ti risistemo i capelli. Sciogliendosi
il rame negli occhi un soffio
non manovrato trasale dalla furia.

C’è un disegno di pioggia
sui nostri giorni,
un respiro più alto.

°

IX

La lontananza assomiglia all’eco
di un colpo d’occhio che si moltiplica,
si disperde nell’aria.
Sebbene divisi, forse in questo istante
noi due distanti saremo più vicini, quasi
petto a petto, ripetendo sottovoce al filo
del telefono o al vuoto delle righe
che un giorno altrove senza disegni o carte
geografiche ci ritroveremo presi dal sopravvento

(i giri attorno
le coagulazioni,
gli occhi chiusi
e ancora un attimo mancato)

ritorti sulla possibilità che un’ora intensa
resti fino a dopo o quasi la polvere.

°

XIV

Disseminati nella fitta oscurità che si racconta,
approdiamo di nuovo su golfi insabbiati appena
in matrimoni magnifici, lo Spirito Santo in quell’istante.

Tutto sembra imporre che sia sbagliato non confidare,
non innalzare ponti ancora, congedarsi in definitiva.
Rimescolandoti il volto a quello degli arcangeli da distanze
recenti un sorriso lascia riemergere le immagini di copertina
di incunaboli perduti che di te non sanno.

Poi avviene l’ennesima sospensione.
Una promessa.

°

XX

Si perde peso come una corsa
dietro pratiche d’appartenenza
nella distanza delle stelle
nel tentativo d’arrivarle.

Una forte vertigine frontale.

°

XXIV

Muovendo pochi passi come i primi
su assi oblique, tra gli spigoli del doppio
e del più o meno s’offuscano i profili
con un gesto sottinteso, confondono
i corpi nel non detto e di chi sono.
Nella sintesi d’un numero
restiamo linee immobili di spalle,
nere e silenziose, al confine

(come se il due fosse l’unico
e non due volte uno).

°

XXX

Ovunque fuggirai ci troveremo un giorno
ai confini dei canali intrapresi di ritorno
dai reflussi, mescoleremo fumo ai volti
come a schiarirli, avanzeremo considerazioni
su vecchi disegni d’assoluto e proporremo
affrettati di traverso conclusioni inedite
da interpretare, da intuire sottopelle.
La distanza negli occhi confonderà le direttive,
avrà nelle pupille i segni d’un incanto nuovo.

Fingeremo somiglianze,
taceremo dissensi,
produrremo conflitti…

°

XXXIII

[…] a questo punto mi chiedo
– pendolo immobile nel proprio pendolare –
che cosa resti di simulacri acefali,
corpi fuori posto
per un beffardo – banale gioco di parole

se l’ente o l’artificio,

inseguendo le tracce solite
di dèi intermittenti dalle secrete, dal labirinto
fughe e ritorni, ma più ritorni
e più fughe

dal panorama                            nella Cornice.

°

XXXVII

Sbriciolata la luce dai rami
sulle poche ossature rimaste
fiata l’odore della sera, illude
che la notte ferita da una luna
nuova farà pace con il giorno,
che per stavolta sarà un lieto finire.
Fermo, restando seminudo ai fianchi
di lei che incurante riveste, tratteggia
negli occhi l’azzurro, come in una buca
muta trattiene il battito nell’epidermide.

Fuori le corde vanno gli spasmi,
gli affanni del non detto
già e non ancora rivelato,
avvinghiati agli stipiti
simili a foglie vibrate
dal vento.

°

XLIII

Qui, dove gli spazi nascondono i contorni
alla voce segreta dell’acqua e dei colori,
abitano sospese creature sottili serrate
in strane forme d’assenza, non concepite,
che sanno di trementina e carte bruciate,
che sanno la lingua invisibile del tempo
e delle fasi lunari, previsioni obsolete da corolle
di nebbia sterile, pose leggere senza nome
che vagano sole all’indietro nella corsa d’un istante.
Sono molecole di clorofilla, rigirate all’incontrario,
non proprio vegetali (sebbene simili ai fiori), disperse
dal vento in non luoghi privati, sconosciuti.
Sono un soffio di bianco che sfuma lontano,
pratiche di silenzio, ambiguità e dicotomie
come gesti di assensi e capi reclini, uscite improvvise
dal diorama dal contesto dalla scena,
dal doppio senso e dal non detto;
che non salutano nessuno prima di andare
che non hanno nessuno da salutare
a parte gli insetti, ma quelli tanto
restano stretti alle radici.


Enrico Marcucci (Ancona, 1992) è redattore della rivista di arti comparate e cultura “Quid Culturae” (www.qculturae.it). Studente di Lettere moderne all’Università di Macerata, suoi versi sono apparsi in varie riviste. Fughe e ritorni è la sua opera prima.

Poesie da “Cotone” di Martina Campi, buonesiepi libri, 2014

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Martina Campi

Cotone (nota di Gianluca D’Andrea)

copertina-cotone-ritagliataCotone è il seme e l’avventura del ricordo; ad appianarsi dopo aver reso lo strappo della parola, la sua esplosione prima della fioritura del senso, il segnale germogliante.
C’è anche l’odore di biancheria, tensione al pulito, al sublime che discende nel quotidiano, mistura di memoria e desiderio d’avveramento.
Molti testi giocano sulla sperimentazione lieve, un capovolgimento del testo: la tessitura candida nella crepitazione/trepidazione dell’avvenire.
Fiocchi volano, respirano e si depositano – queste parole – come un preavviso, l’attesa di un nuovo approdo.

Testi da Cotone

Tutte le persone

oggi avevano caldo
e scarpe aperte

dalla maglietta e dallo zaino
residui del giovedì.

Aria, un profumo
ch’è ricordo;

si parte da qui
che c’è la luce giusta.

Mah. Dipende da come
si alza il sole, mi hanno detto.

°

Non è per piacere.
Non è per dolore.
Non è per spezzare
il corpo in due –

Ci interroghiamo sugli esiti,
come rondini stonate
all’arrivo dell’estate.

Ed è per sentire
fino a dove si può sentire

ed è guardare -misurare,
quanto piccola e sottile-

la circonferenza che raccoglie
la differenza,

tra l’esserci o svanire.

°

Il silenzio delle finestre
ha parole d’altri spazi,
interstizi sottili illuminati di bianco,
decori del buio.

Immaginavi di percorrere
le rugosità pallide della parete.

Le tende sono lontane dal divano.
Non dirò niente.

Non posso dire che gli spazi.
Piani che volano su altri piani.
I miei piani di non dire niente.

La donna urla da lontano, in un’altra sera
che è calda, grossa, rossa,
sopra la biancheria, sopra la televisione
fatta a pezzi, oltre la finestra, pezzi di vetro dalle finestre

sudore e strappi esplodono, ridono, scalciano
-oltre la piazza, i blocchetti, la meridiana-
piani su piani del silenzio piani, su piani. Lampioni

divani lontani, lenti, sudati, su piani.
Così, a venire, dragare brezze notturne,
murare sospetti, rossetti scorretti,
vestaglie apparse appassite. Arse.

(Disegnata contro la notte)

°

Questa è l’ora
dei buchi nel muro.
Ora di pioggia e cotone
l’amore immortale alla parete
regge il buio, inghiotte i rumori.
Sonnecchiano i cuscini brillanti
sonnecchiano vicini

e le persone
si rigirano,
si ritagliano

le ore sottili
sotto gli ombrelli,
a chilometri di distanza

chilometri di corridoio
chilometri di sogni
e chilometri d’altri sogni
chilometri di sveglie
chilometri di stanchezze
chilometri di corridoi.

Forse il deserto ci somiglia.

(Corridoi sotto gli ombrelli)

°

Nell’aria un respiro vola
e insieme alla cenere si deposita.

Poi ti vedono dalla finestra
che ti rifiuti di collaborare,
tra pollini e gas di scarico

come una polena.

(Voci)

°

Ed eravamo acqua
ed eravamo fatte a spigoli,
poi tutto sarebbe cambiato.

Una gamba se ne volava via,
per la strada rotolando,
alla velocità di frecce.

(Decadi)

°

I

Una luce nebbia
si nutre di questa via.
Le persone sussurrano
gli scricchiolii delle ossa,
tornandosene a casa.

II

Su scalini scolpiti nel bianco
si accalcano ginocchia.

Bisogna uscire di qui! E restare vivi.

III

Poi, di mattina presto
la luce è sorgente
rifratta

ma davanti a me
tra case fatiscenti
non c’è un’anima.

IV

Ci accadiamo lievi
neve dal cielo,
foglie dai rami.

(Una Preghiera)

°

IX

E poi perché ci vuole la calma,
sapete ci vuole la sorrisa,
la.. stortura ci vuole
mentre si fa il bucato, il seitan
il seitan, poi sbadigli enormi,
feroci balsamici o no, falò…

loro lo sanno e nella notte
si danno consiglio
con le ninne nanne,
con i bucati freschi salgono
ti baciano e t’abbracciano e chi sei
chi continui a dire perché
nell’armadio ce n’è uno uguale
nuovo nuovo uno perfetto nuovo nuovo
e tu sarai nuovo anche tu
presto questo freddo anche tu.

Il freddo, il freddo è il saio
il tuo saio per dormirci
stanotte sai per tradurti
ciò che sai tu lo sai
tu lo sei ciò che sei.


Martina Campi è nata a Verona nel 1978. Vive a Bologna, dove ha studiato e si è laureata in Scienze della Comunicazione. Vincitrice del Premio Renato Giorgi 2012 con l’inedito Estensioni del tempo (Edizioni Le Voci della Luna Poesia, 2012).
Autrice e performer, fondatrice insieme al compositore e musicista Mario Sboarina, del progetto di musica e poesia Memorie dal SottoSuono. Nel 2014 entra a far parte della redazione della rivista Le Voci della Luna. Collabora con la rivista online L’antenna.