Gianni D’Elia – Poesie da “Fiori del mare” (Einaudi 2015)

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Giancarlo Cazzaniga, La luce, dalla luce, nella luce (2006)

Fiori del mare – Nota di Gianluca D’Andrea

«J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans»

C. Baudelaire

Memoria, ritorni ai luoghi e ai tempi di una storia privata che si poteva illudere di appartenere a valori morali condivisi. Scene immaginate e compiute attraverso un paesaggio reale ma sfumato, di continuo, nel ritmo disteso su tonalità note, in qualche modo rassicuranti (endecasillabi e strofe e suoni in funzione di un gusto del classico ma affranto dall’incomprensibilità – o il rifiuto? – del presente. Ma è proprio la forza cantilenante del ritmo a congiungerci col sogno del ritorno: nostos e noia, ma anche accensioni di un’umanità che nelle parole del poeta emergono, ogni tanto, dalla dispersione che tempo e spazio (una volta Storia e Natura) sempre producono.


Gianni D’Elia – Fiori del mare (testi scelti)

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Presenza

E lo sguardo, lo sguardo dato,
ridato e distolto di quella
bambina, per cui tu non sei che uno
dei tanti avventori del pianeta,

in una sera ormai non più estiva,
ai tavolini di un bar pizzeria
dove la gente mangia, passa, e se ne va…
E verso il mare camminando, alla riva

dei tuoi giorni sorpresi ormai
soltanto sorpresi, senza un’intuizione,
colpiti così da un poco d’avara emozione,
vuoi dirmi in una carta, – in lei,

in te, resterà?…

*

Lontano

Cosa c’era di bello in questa vita,
ormai fuggita dalla sala buia?…
Oh, pena, abbandono, furia tradita…
Parlavano nel bar, amico e amica,

con le specchiere e con le piante finte…
Parlavano un amore, amico e amica,
più doloroso dell’amore ed era,
era l’amore un poco folle e mite…

Confuso anche l’amore a lite,
ma quanto mite lite era nel cuore
di non saperlo dire: lira ed amore
d’amore ed ira e smanie altrove unite…

*

Fiore del mare

O un senso oscuro, di parole illuso,
chiare, come ciuffi d’aria gelida;
qui, dove il mare steso un panno azzurro
sbatte a un filo; qui, dove l’erba

verde segue muri serpeggiando e
volti d’ossido gassano i passanti;
quel senso strano che ci prende,
a volte, di passare sulla terra,

sotto il cielo, solo una volta,
di non poterlo dire o tacere;
come un fiore silente sulla sponda,
stordito dal brusco delle riviere,

nel profumo che spuma, pensosa onda,
la sua fragile presenza, dalle ere…

*

L’onda dei morti

Questi corpi spiaggiati, tra i bagnanti
delle coste e delle isole famose,
ci ricordano che arrivano i migranti,
il mar dei vivi, sull’onda più atroce…

Mediterraneo, sei tu la gran tomba
di questi fiori, che l’Africa cuoce
al sole di guerra e fame profonda,
gettati dalle barche e dalla croce…

Le ragazzine rom urtano i pasti,
le sieste delle belle e riunte spose,
gli yacht alla fonda e i grandiosi fasti
degli ebbri ricchi e delle troie in pose…

Onda dei morti, alla pietà non basti…
Gentile Estate, spuma tra i cadaveri,
ondeggia per ognuno che veniva
con la speranza gelata nei baveri,

cullali dolcemente alla deriva,
accompagnali Tu all’ultima riva…

*

Fiori del mare

Quante volte, passando tra i rifiuti
su questa striscia tra rotaie e mare,
abbiamo visto e nominato, muti,
le cose del deserto passeggiare…

Al brusio delle onde, i gabbiani, il monte,
la riva lucida e obliqua all’andare,
la luce di foschia sull’orizzonte,
la ghiaia di conchiglie, e il suo cricchiare…

Che oggetti d’uso, abbandonati e folti,
un pettine, una ciabatta, un flacone,
quanti fiori di plastica sepolti,
stampi di stelle, per quei giochi al sole…

Fiori del nostro mare, aspro e gentile,
confesse brame, memorie imbandite,
urbane schiume di una storia ostile,
di un gran sogno sconfitto in mille vite…

Raccoglie il flâneur i resti di molti,
testa di manichino, efebo fiore,
se si cammina alla resa dei conti,
mare sommerso da un mondo che muore…

Com’è votiva, quest’arte che muove
sul verdazzurro che spumeggia fondi,
cogliendo a volte, già fatte e scolpite,
le forme ardite dei sogni profondi…

Tra la risacca di legge smarrite
dopo ogni burrasca, sotto i due Monti,
come trincee rialzate, in gomme trite,
ecco natura e storia, strette e unite

nella sordina, che ci culla e intride
verso le ripe degli arcani mondi,
tra il nero asfalto e la scarpata gialla,
dove profuma l’arenaria d’alga…

Tra le cataste delle mareggiate,
tronchi e rami, grandi ossa sbiancate,
anche noi ci sentiamo in riva all’Ade,
cose tra cose, strappate e buttate…

Oh, soltanto in questa musica viva,
sul pentagramma delle crespe sciolte
come solchi di marea contadina,
trovano pace le note sconvolte,

se niente è dolce come l’andar vano,
stupiti da ogni bello a fior di mano…

*

La Poesia

-Ma a cosa serve, poi, la Poesia?…
-Oh, Lei, Penelope d’un lungo disfare,
a tessere la tela in empatia,
a sentire, a pensare, e più a filare,

fissando il mare, l’orecchio alla via,
cantando, nell’attesa più esiziale,
a fare e a rifare l’ordito d’eufonia,
celandone la trama più essenziale…

Oh, Lei, la dolce strega Poesia,
può fare a meno, sì, di chi fa a meno
di Lei, in questo Barnum di follia,
nel grande vuoto e frastuono del pieno…

Fragilità e potenza d’animale,
titania scienza, tecnica impotenza,
incubo al carbonio, shock nucleare,
minaccia e guerra a tutta l’esistenza…

Non Rosa altera, ma Lima severa,
l’umanità ritrova la sua scía
contro la forza e l’idiozia dell’Era,
perché s’affini il gusto al giusto, e sia…

Oh, luminosa inerzia di Sirena,
Lei, Rima canora dell’ecceità,
con l’onda che rema fino alla rena
la musica, che soli e insieme si fa…

Ricomincia così, la Poesia,
in quel lento riandare per la strada,
nello stupore e nella gran magia
d’ogni comune e più vuota giornata,

nell’umile baleno della via,
nell’arso dubbio, che si fa eresia…
Lei viene a visitarci nella sera
come una madre dal bacio leggero,

lasciandoci nel cuore che dispera
il fior del verde e l’ascolto del vero…
Ma nel Regno di Prosa, che qua impera,
sempre più lenta ormai si dà la Rosa,

ebbra costanza, nella notte nera,
il vino di Orfeo nel libro posa…
Stessa veduta, che il pittore vuole,
la dipinge il poeta con parole,

schiuma l’avanguardia, onda la tradizione,
pensiero, ardore, arte, rivoluzione,
pure se impazza la Restaurazione
e non ci resta che la Traduzione,

il verso scandito dall’emozione,
dal nome al mondo, sì, dal mondo al nome…

*

La tristezza d’Italia

Quando scende la sera sull’Italia,
e ci pare che mai quieta tristezza
possa essere disgiunta dalla varia
antica nostra servitù e bellezza,

questa sera dei secoli s’impania
allo scuro fulgore dell’altezza
delle piante sui tetti, oltre l’aria
di lavoro finito e d’infermezza…

Per sempre questo senso di bassezza,
di Video e Casino, Duce e Papalia,
tra nuovo fascismo e vecchia immoralia,
Teatro, Ospedale, Caserma, Mal’aria…

Tristezza e collera, doppio che si specchia,
quando dentro di te senti l’Italia,
mai popolo, mai patria, sottofondo,
splendido luogo e faziosa contrada,

genio di pochi e stoltezza di fondo,
Gran Circo dei Furbi e dell’Egolatria…
Così, si va dentro l’indaco fondo,
scordando la bruttezza che ci latra,

tra la noia e il pericolo profondo,
oh economia politica ladra,
mentre dalla finestra sul tramonto
la sera accesa è notte sull’Italia,

e vien la cara brezza della Baia,
l’Ave struggente dell’aria ternaria…

*

Dal boccaporto

Contro il grigio dell’aria, il nero velo
di catrame d’altane, è l’asfaltato
manto che sale, dalle strade al cielo,
dove batte il lampo del volo grato…

La luce scocca con l’ala di bianco,
che frulla veloce come il pensiero,
passando nell’aria grigia un incanto,
che si rinnova, di sorpresa, intero…

Di caro nella vita c’è nient’altro
che questo stare a lato del mistero,
quando mutato in slancio è il triste canto
di natura e di storia, pari al vero…

Il volo d’un piccione batte il pianto
su questa barca di mansarda al cielo,
dove sottocoperta, sgrondi od arda,
andando avanti e indietro nella stanza,

seduto o disteso, ammazzo il mio Evo,
per l’infinito, che ci gela e avvampa,
qui, dal boccaporto del luminello,
questa lente del cosmo e del cervello…

E come fissa, dietro a grigie sbarre,
sempre lo stesso quadro il carcerato,
ecco, al tramonto, quel rosso da estrarre,
il fuoco vivo al nostro preso stato…

E pare d’essere sopra un vetrino,
cellula sotto l’occhio del destino,
nel viavai della cavia che, girando,
qualcuno va scrutando e sorvolando,

tra i barconi dei tetti, in un barchino,
sul Mar degli Anni, che non dà mai scampo…

 

Marilena Renda: due testi da “Arrenditi Dorothy!”

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Turdus merula (fonte, JuzaPhoto)

A febbraio è uscito per L’orma editore Arrenditi Dorothy!, il nuovo libro di Marilena Renda. Si propongono due testi.


cover-renda-solo-fronte-hd-208x300In bilico tra attrazione e repulsione relazionale i due testi scelti da Marilena Renda dal suo ultimo libro, Arrenditi Dorothy! (L’orma, 2015). Il primo è in cerca di un nuovo orizzonte di lettura del mondo, attraverso la fluidità immaginifica del mare, le prospettive si confondono, si sfumano e la dimensione percettiva, pur aspirando alla simmetria delle linee, sfalda la visuale e il soggetto perde nuovamente l’orientamento, deludendo l’illusione di essere giunto a un approdo.
Il secondo s’innesta sulle apparizioni “affabulatorie” di un protagonista, il merlo, che funge da vettore simbolico di nuove prospettive. Uno sguardo altro, un rinnovamento che solo il desiderio porta per un attimo a compimento.

Gianluca D’Andrea


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La democrazia del mare

Mentre stiamo in acqua siamo due corpi che navigano allo stesso livello; guardandoci da lontano non si vedrebbe nessuna differenza tra me e te. Nuotiamo appaiati su una linea che comincia e finisce solo dove ci fermiamo; lì dove c’è la fatica c’è anche il limite della nostra corsa, e tanto basta. Questa simmetria sei tu che me l’hai insegnata, il giorno che mi hai fatto capire con i gesti e con le parole, e con gli occhi soprattutto, che una qualche forma di uguaglianza, per te, nel mondo, si dava solo nel mare, quando uno era in acqua e a guardarlo non era diverso dagli altri, né nano né gigante, né grasso né magro.
Galleggiavi senza sforzo, anche tu. Nuotavi più o meno elegantemente, come tutti. Io invece ho violato la democrazia del mare. Un giorno, con questa mania degli scogli. Alti dovevano essere, sempre più alti. Adesso non dire che sono stata io per prima ad avere l’idea, lo sai benissimo che sei stato tu a spingermi, tu mi hai detto: Tuffati, e io mi sono issata sullo scoglio (non c’era ancora vento, il tempo era magnifico, almeno questo te lo ricorderai), ho preso equilibrio sui piedi, messo le mani avanti e dopo qualche incertezza mi sono buttata.
La tua versione dei fatti è che ho voluto innalzarmi sullo scoglio nonostante la tua preoccupazione; sostieni addirittura che siccome lo scoglio era troppo alto la gente in spiaggia mi guardava con curiosità e una vaga apprensione, ma questo non è sicuramente vero. Ricordo perfettamente che lo scoglio era molto basso, che ci ho messo del tempo a decidere di lanciarmi, e che tu mi incoraggiavi dicendo che mi avresti sostenuto. E salvato anche, se necessario.
Quell’estate ho continuato a buttarmi ogni giorno, da scogli sempre più alti. Sei rimasto sempre giù a guardarmi, senza provare nessuna animosità. In fondo eri tu quello a cui piacevano i tuffi e io facevo quello che tu avresti voluto fare. Pensavo che sarebbe stato naturale da parte tua avercela con me, dopo tutto avevo preso in prestito un tuo desiderio e ne facevo quello che mi pareva: di pancia, di culo, di testa, un abbraccio col mare in tutte le sue variazioni e direzioni mentre ridevi e ridevi con solo un’ombra d’invidia negli occhi.
È stato allora che ho capito. Io non ero solo io, ma ero anche l’ipotenusa del triangolo; senza di me, i cateti non potevano mai arrivare a toccarsi.
Tutto quello che volevo quell’estate era spingerti giù da uno scoglio, dimostrare che ero capace di portarti dove volevo io, e dove però volevi arrivare pure tu: nel punto in cui uno combacia con se stesso e guarda il fondale del mare senza spaventarsi dell’ombra che lui stesso proietta giù, sulla sabbia, oppure senza paura di cadere in un punto troppo basso, talmente basso da farsi male alle ginocchia.
Invece, quando eravamo tutti e due allo stesso livello, ci sbucciavamo la pelle sì, ma inutilmente. Sbattevamo contro gli scogli per ritornare a riva, urtavamo contro spuntoni e muschi morbidi solo in apparenza, inciampavamo contro pietre di cui non ci eravamo accorti.
Con me che pensavo: non funziona questo meccanismo, è da un’altra parte che ti volevo portare, in un posto dove davvero non sei mai stato.

*

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L’uomo e il merlo

Ci sono un uomo e un merlo. Il merlo si è posato sulle finestre della casa dell’uomo un giorno che pioveva una pioggia sottile e appiccicaticcia e da dietro i vetri si vedeva una donna sdraiata, circondata da candele.
Solo lei non apre la bocca: attorno a lei la aprono tutti. La pioggia è grigia, e ognuno è separato dagli altri da un muro.
La padrona era bella, anche durante la malattia era rimasta bella. Portava la sua tosse come un cappello non intonato alle scarpe, e nella stanza di quel giorno ci sono persone che la ricorderanno per molto tempo ancora e ne parleranno a lungo. In un angolo c’è il ragazzo a cui lei un giorno aveva prestato un ombrello, e il ragazzo mormora agli altri: Ma io sto tanto male oggi, durerà a lungo questo male?, ma nessuno può dargli una risposta sicura. Chi dice: Settimane, chi: Anni.
Da quel momento in poi il padrone e il merlo portano il lutto per settimane, per mesi, per anni, senza smettere mai di piangere. La padrona con le sue labbra rosse abita nella loro mente e non ne esce mai.
Il padrone pensa che non smetterà mai di piangere questo dolore: quando piange si sente trasformato fino alla radice di se stesso, pensa che sta cambiando giù fino alle fibre, che non sarà più l’uomo che porgeva lo specchio, quello che mentre lei si metteva il rossetto le diceva: Le donne che si truccano rifanno ogni mattina il mondo.
Quando si sveglia la notte sente che tutte le sue cellule si sono trasformate o sono morte, e di quelle sopravvissute non ne resta nessuna che sia rimasta intatta o uguale in forma, spessore e colore a com’era prima.
Per distrarlo, il merlo si posa sulla scatola dei gioielli della donna, la becchetta, la apre, tira fuori una collana di finto corallo, degli orecchini smaltati, o in filigrana, li afferra col becco, li sparge per la casa, sul lavello, davanti alla finestra. Il merlo batte il becco sulla porta, vuole uscire, è deluso che nessuno dall’altra parte gli apra. Decide allora di tornare in salotto: in una scatola ci sono ancora oggetti della donna, di quelli che si comprano e poi si dimenticano: un nastro nero, delle calze marrone, una penna verde, delle monete, un portachiavi. Non si può dire fossero oggetti che lei adoperava spesso.
Il merlo disseppellisce gli oggetti e nessuno gli dà retta, il merlo e il padrone sono diversi nel portare il lutto, l’uomo piange, il merlo si agita, l’uomo sta fermo, il merlo vuole muoversi, partire. Finché un giorno il merlo si stanca di piangere e di essere addolorato. Non vuole più rubacchiare di qua e di là i ricordi, spargere nastri e cappelli per casa come se fossero scaglie di cenere: si è stufato di non cambiare mai umore, è stanco che per lui non arrivi mai il caldo e il bel tempo, mentre il tempo e la natura, loro cambiano eccome, arrivano, se ne vanno, portano cose che lui riesce solo a immaginare.
Il merlo fugge e il padrone, che si era abituato a lui e non ne può più fare a meno, piange e si dispera. La primavera arriva di nuovo. Il merlo torna, portando dei semi in bocca. Sono piccoli, di colore giallo: li depone nel portagioielli della moglie e ci si posa sopra. Passa una settimana e il merlo, che era stato tutto il tempo sopra la scatola, si sposta e la apre con il becco.
Dentro è spuntato un fiore rosso: il padrone lo vede e sorride.


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Marilena Renda

Marilena Renda è nata a Erice, ha vissuto a Roma e Palermo e attualmente vive a Milano, dove insegna e scrive. Nel 2010 ha pubblicato per Gaffi la monografia: Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano, nel 2012 per dot.com press il poema Ruggine. Nel febbraio del 2015 è uscito per l’Orma edizioni Arrenditi Dorothy!. Una nuova raccolta di versi, La sottrazione, è in corso di pubblicazione per Transeuropa.

 

“Paura degli occhi” di Carmen Gallo (L’arcolaio, Forlì 2014)

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Cave di Apricena (foto di Sergio Campione © 2011)

Paura degli occhi – Nota di Gianluca D’Andrea

paura-degli-occhi-copertine-pauradegliocchiLibro che mette in scena la tensione relazionale e le ambivalenze di un soggetto che ne ricerca il senso. Carmen Gallo, alla sua prima pubblicazione organica (avevamo avuto modo di apprezzarne la scrittura qui), riesce a riprodurre la dimensione di uno smarrimento effettivo, per cui il linguaggio è in cerca di un nuovo ordine, spazio ri-creante e sofferente che non si accomoda a un contesto di realtà dato per acquisito. Il mondo è ancora davanti, non raggiunto e, per questo, non facilmente definibile. A conferma di quanto espresso occorre leggere la teoria di infiniti iussivi e, infine, desiderativi, che costellano l’intera raccolta, che agiscono per confermare il movimento oscillatorio, mai pacificato, che ricostruisce la possibilità di un dialogo con l’alterità.
I testi che proponiamo sono composti in un linguaggio plastico, tendente alla propagazione di uno spazio “agonistico”, un’impalcatura teatrale che ripete la necessità dell’incontro. L’evento è sotto proiezione, la luce flebile di quell’occhio – richiamato in esergo nella citazione da Paul Celan – che aspira all’alterità ma si ritrae per non invaderne il campo, perché il soggetto abbia la “giusta” visuale e la parola non esondi in visione. Per quanto la precarietà del nostro sguardo sul mondo si chiuda nell’umile necessità di un richiamo alla nostra stessa presenza, restiamo innominabili, a margine del testo compare la lieve traccia di una «terra non chiamata / invocazione senza nome / distanza da percorrere sottovoce». La nostra cecità è il nostro vero approdo.

Testi

Come avere paura degli occhi
come sapere che tutte le bocche
professeranno il falso
e per prima la tua
dirà cose che non vuole
vedrà cose che non sa
ma il vero più del falso
resta nelle parole che non riconosco
perché non hanno la tua forma
la calce bianca dei tuoi sensi
deformati per l’occasione
parole annerite, scartavetrate
cercano rifugio tra le mie
ma non trovano
che una pace fatta di spilli
di mura che non tengono
di soldati che non parlano la tua lingua

*

Ancora e di nuovo
trattenere a stento la pelle
tra pareti che cadono dall’alto
poi le linee scure, trame che non ricordo
avevano maglie troppo larghe
per ricucire le finestre
e giocare a battaglia navale fra le nuvole
perdevi sempre tu –
come ora, nella casa in disparte
dove non sono più giochi
i nostri finti suicidi
ci siamo finiti davvero
tra le luci di un altro

*

Camminare sull’acqua
senza mai guardare
i passi falsi, le foglie usate
l’orizzonte appena steso
salutare la folla che acclama
e distinguere tra due rive identiche
vene vertebre e vocali
sembrano tutte al loro posto
come prima, prima di cosa
prima che le separazioni
fossero festa nazionale
prima che fosse di moda
lasciare spazi tra i punti
e passeggiarci sopra
senza i tuoi occhi

*

Non restare buchi neri
fondi fedeli al vuoto
affilare la lama che separa
i lati bianchi della strada
nel paese che nasconde
il cielo nelle cave
essere terra non chiamata
invocazione senza nome
distanza da percorrere sottovoce

*

Prima degli occhi, al posto degli occhi
le palpebre al muro
e la sfilata delle ciglia divelte
poi i capelli da incendiare all’alba
dei nostri migliori propositi
contarsi in segreto le dita
incollando i palmi
alle regioni dei vivi
prima degli occhi, al posto degli occhi
dividere le mani
in vagoni da espatriare

*

Non basteranno gli anni
gli involucri di vuoto
in cui affondano le braccia
per ogni parola
che resta in gola e che si fa
alone umido intorno agli occhi
e sguardo cavo
nel petto ancora umano

*

Abitarsi nelle mani e addormentarsi
a poche bocche di distanza
al riparo della corteccia
della sua forma improvvisata
c’è un vento che ci ascolta
arrivare da lontano
da dove è profondo e non si tocca
da dove si resta vivi a guardare
a largo, ancora più a largo ci teniamo
la terra si fa grido fermo, e non ci vede
noi soli la sentiamo
nelle sere che non riempiamo
nelle facce che risalgono il fondo
crespo di ogni superficie
la luce ci sorprenderà estranei
da ciò che non abbiamo scelto
nella perdita degli occhi
tutto sembrerà inseguirci
ma noi impareremo a vivere
a essere senza di noi
polmoni pieni d’aria
sotto il vetro dell’acqua

*

E mai più cercare ragione del torto
perché il torto lo portiamo al collo
come una pietra levigata nella stretta
un silenzio da osservare da vicino
allentare la presa non è ancora
respirare ma entra l’aria lo senti
nelle spalle che accolgono il colpo
nelle braccia liberate in dispersione
come se gli occhi fossero finalmente
da un’altra parte come se la fronte
non stesse lì a dividere il soffitto dalla gola
e la caduta è rivendicazione silenziosa
di ogni cosa al di qua della visione
una domanda che scende dagli occhi
e non si riempie e non si svuota

*

Nella gravità delle cose
che non cadono
sostenere lo sguardo
del disastro

*

Come svegliarsi nella luce intera


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Carmen Gallo

Carmen Gallo è nata a Napoli, il 6 gennaio 1983. Attualmente vive a Napoli, dove lavora come assegnista di ricerca in letteratura inglese. È stata due volte finalista al premio Mazzacurati-Russo per la poesia (2009-2010; 2011-2012), e alcuni testi sono stati pubblicati su blog (Poetarum Silva, Poesia di Luigia Sorrentino, Carteggi Letterari) e antologie (Registro di Poesia #3, 2010 e Registro di Poesia #5, 2012, Edizioni D’If, Napoli). Con Tommaso Di Dio, Alessandra Frison, e Domenico Ingenito cura gli incontri di letture di giovani poeti “Fuochi sull’acqua”.
Paura degli occhi è la sua prima raccolta.

 

“Figure mancanti” di Luciano Neri, Transeuropa, Massa 2014

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Luciano Neri

Su Figure mancanti (di Gianluca D’Andrea)

figure luciano-neriChe sia la scrittura la testimonianza che diventa racconto di un’evidenza. La morte e la vita sconfinano l’una nell’altra, Figure mancanti è pietas descritta nell’avvenimento del viaggio, ma ricostruita come impressione o “impressione” che si stende per fare fondamento a una nuova costruzione. Il viaggio del ricordo imprime alle tappe una dimensione assoluta, svincolata dal contingente, aria mitica da una zona continentale in dissoluzione e assurdamente vitale. I quadri balcanici, le recenti devastazioni sociali in Grecia, assumono lo statuto del cambiamento, simboli di diversità dissolte. L’immagine emergente è il fantasma, complesso delle vicende e dei luoghi; il “reportage” impatta sequenza su sequenza lo scioglimento della scena complessiva, le figure sfumano nell’unica realtà della memoria: l’accenno.
Eppure lo stesso accennare, che la poesia di Luciano Neri persegue, è comprensione del mutamento sociale che sembra sgretolare il Vecchio Continente, forse la constatazione di una caduta inevitabile e funzionale all’apertura di una nuova collettività, non ancora visibile eppure necessitante del ricordo e del richiamo di una parola non estetica ma vibrante della sua stessa fine. “L’angelo malinconico” appare in uno dei primi testi della raccolta e, non so quanto questo fosse presente nelle intenzioni di Neri, riesce a ricondurci, attraverso il richiamo all’incisione di Dürer (il riferimento è a Melancolia I, la celebre opera del 1514), alla sospensione estatica da cui ogni opera d’arte – anche quella di linguaggio – prende avvio, sentendo l’esigenza dell’origine. Il ritmo è scandito dagli eventi, ma gli eventi sono allegoria di un’arte che tende alla ricreazione degli stessi: l’artefatto è questo circolo immaginifico che non può interrompere la mobilitazione del reale, anzi spinge per vivificarne il ritorno.
Le figure «scomparivano in silenzio» (Emir Suljagić in esergo alla raccolta) come i segni di scrittura: «come erano esistiti».

TESTI

(…)

(Le figure ormai vuote dell’esperienza
le attraversava chiunque senza curarsi
della loro nudità indifesa – forme impresse
ad ogni confine
e ora nel bagaglio del viaggiatore)

°

(…)

(l’incisore e il cieco di Urfa)

Nell’angelo malinconico la censura
sul bene più grande – estraneo
al viaggio dopo una settimana di mutismo
quando la bocca è piena d’acqua –
le bende sfilacciate agli arrivi traghettano
figure il massimo di luce sopportabile
a riparo degli occhi, al suo interno.

°

(…)

A B.

Preda nel movente dei lupi
nelle tagliole sotto le foglie del bosco
interamente ricoperto di garze…
Bastava che il soldato muovesse
le labbra, facesse un cenno.
Così ti è mancato un soffio
al dirupo degli invisibili (la sorte
appesa a un telefono da campo…):
l’unica strada quella minata
delle campagne, intorno solo l’ignoto,
invalicabile ad ogni incontro.

°

(…)

(Risvegli in casa Zekate)

I due custodi aprono la porta
e fanno segno di entrare
in una corte.
Poi un altro segno
senza oltrepassare la linea
che divide il giardino
dall’ingresso della dimora.
Lo scricchiolio del legno
ad ogni gradino
fino alla stanza
degli amanti – illuminata.
Per il resto luce
tra i disegni delle vetrate
via via più fredda
e lontana… –
fino al brusio
delle stanze superiori
gli incontri puerili.

Parlano solo ai loro simili
davanti a ogni presenza
un dormitorio fantasma.

°

(…)

(partita a scacchi)

Per il genere di male
inaspettato e impensabile
nel bianco di una voce.
E il passaggio delle stagioni
in punta di piedi su quel dolore
autoimmune… –
un quadrato a grandezza d’uomo
al centro del parco.
Panchine affollate e tribune,
file su file, indietro
di pochi anni: soldati e civili.
Lungo il binario macerie
fino al tunnel, colate
di cemento… – le mosse
dei fanti nel pensiero comune
di ogni giocatore, faccia a faccia
nel cifrario degli scomparsi – il rancore sepolto.

°

(…)

(la figlia della signora K.)

Non ha più motivo di cercarlo
tra gli affissi di Marșala Tita
o al padiglione delle culture.
Ora che lei ha saputo
degli insepolti l’iride si svuota
all’arrivo di ogni straniero –
Poi un bisogno di aiuto
cambia reticolo alle memorie
(la implora una voce a custodia
di quella vita…) e nel soggiorno
uno seduto, in carne ed ossa,
sconfinato.

°

(…)

(museo di Sarajevo)

Ad A.

Senza un inizio né una fine
nella camera oscura
del fotoreporter: le mani immerse
nell’acqua piovana. È l’immagine
della dissoluzione – la prima. Esce
dal costato di un uomo
(a figura intera). È accaduto. A Višegrad.

Nessuno ci credeva.

Un altro immaginario si riapriva
dalle sue interiora… –
il fantasma ottico a controllo
del testimone (il soggetto
messo a fuoco, sottosopra) –
come da un’acqua rubata
lo fissava.

°

(…)

(dopo Knin)

Cecchini fantasma ancora concentrati
su ogni piccola boccata, l’attraversamento
a piedi di una città svuotata, anonima –
l’incontro del simile fino alla voce
di uno che sembra resuscitato – poi allo straniero
senza fiato terre svanite, pagine rigide
e fasciate – disabitate.

°

II.

L’uomo una scrittura che ha vissuto pienamente

può riferirla a un futuro in uno spazio bianco

ma la fatica è dura il rischio è alto e nel vissuto

vive – morendo vive… – fa un giro pieno

ma senza tempo si fa presente e con il dono

di chi ha capito come dice A. nei suoi paesaggi

tenuti (a stento) (in vita) sebbene morti sepolti

senza parole senza pagine


Luciano Neri (1970) vive a Genova, dove lavora come insegnante. Ha pubblicato Dal cuore di Daguerre (Gazebo, 2001), con prefazione di Mariella Bettarini, La spedizione del controtempo (in Nono quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2007), a cura di Franco Buffoni e con introduzione al testo di Fabio Pusterla e Lettere nomadi (Puntoacapo, 2010), con postfazione di Tiziano Pacchiarotti.
Suoi testi poetici sono stati pubblicati, in questi anni, sulle principali riviste italiane di poesia. Ha ideato e curato, inoltre, cinque edizioni di “Succursale mare” (spazio periferico permanente), rassegna di approfondimenti culturali e di incontro tra le arti e le forme di scrittura.

Poesie da “Fughe e ritorni” di Enrico Marcucci, L’arcolaio, Forlì, 2014 – Prefazione di Filippo Davòli

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Enrico Marcucci

Fughe e ritorni (nota di Gianluca D’Andrea)

fugheeritorniIl verbo del “trasalire”, le epifanie di Marcucci hanno relazione col basso del quotidiano, la terra è il primo passo di un rapporto che aspira a trascendere, che tende a spostare su un altro piano il desiderio.
Innalzamenti e sospensioni, capacità tensiva e volontà di indirizzarsi al legame, costruendo – con le parole – ponti.
La dimensione dell’approdo forma queste poesie, la vertigine che aspira a colmare la distanza col mondo e poi travalicarla, far riscoprire l’unicità di un’appartenenza che accolga senza scissioni e fraintendimenti.
Marcucci è nato nel 1992, i suoi versi sono sintomo di un’esigenza, che altri autori giovanissimi condividono, di ricostruzione dell’alterità, una spiritualità che tenti di elevarsi dalla piatta dimensione terrena, che cerchi una nuova forma, un ideale.

Testi da Fughe e ritorni

I

Come brezza disinfesta la corrente
(la malattia che aspettavo da ore)
la memoria dimentica di ricordarti, infila
da qualche parte
su rami alti le isometrie dei nostri nomi.

Inutile cercare impraticabili anagrammi.

°

VIII

Cerchi riparo in me.
Al collo ho la tua fronte mentre apro
stretto il braccio alle spalle
sotto al tremito che intirizzisce il seno,
con una carezza sottile
un bacio all’orecchio.
Ti risistemo i capelli. Sciogliendosi
il rame negli occhi un soffio
non manovrato trasale dalla furia.

C’è un disegno di pioggia
sui nostri giorni,
un respiro più alto.

°

IX

La lontananza assomiglia all’eco
di un colpo d’occhio che si moltiplica,
si disperde nell’aria.
Sebbene divisi, forse in questo istante
noi due distanti saremo più vicini, quasi
petto a petto, ripetendo sottovoce al filo
del telefono o al vuoto delle righe
che un giorno altrove senza disegni o carte
geografiche ci ritroveremo presi dal sopravvento

(i giri attorno
le coagulazioni,
gli occhi chiusi
e ancora un attimo mancato)

ritorti sulla possibilità che un’ora intensa
resti fino a dopo o quasi la polvere.

°

XIV

Disseminati nella fitta oscurità che si racconta,
approdiamo di nuovo su golfi insabbiati appena
in matrimoni magnifici, lo Spirito Santo in quell’istante.

Tutto sembra imporre che sia sbagliato non confidare,
non innalzare ponti ancora, congedarsi in definitiva.
Rimescolandoti il volto a quello degli arcangeli da distanze
recenti un sorriso lascia riemergere le immagini di copertina
di incunaboli perduti che di te non sanno.

Poi avviene l’ennesima sospensione.
Una promessa.

°

XX

Si perde peso come una corsa
dietro pratiche d’appartenenza
nella distanza delle stelle
nel tentativo d’arrivarle.

Una forte vertigine frontale.

°

XXIV

Muovendo pochi passi come i primi
su assi oblique, tra gli spigoli del doppio
e del più o meno s’offuscano i profili
con un gesto sottinteso, confondono
i corpi nel non detto e di chi sono.
Nella sintesi d’un numero
restiamo linee immobili di spalle,
nere e silenziose, al confine

(come se il due fosse l’unico
e non due volte uno).

°

XXX

Ovunque fuggirai ci troveremo un giorno
ai confini dei canali intrapresi di ritorno
dai reflussi, mescoleremo fumo ai volti
come a schiarirli, avanzeremo considerazioni
su vecchi disegni d’assoluto e proporremo
affrettati di traverso conclusioni inedite
da interpretare, da intuire sottopelle.
La distanza negli occhi confonderà le direttive,
avrà nelle pupille i segni d’un incanto nuovo.

Fingeremo somiglianze,
taceremo dissensi,
produrremo conflitti…

°

XXXIII

[…] a questo punto mi chiedo
– pendolo immobile nel proprio pendolare –
che cosa resti di simulacri acefali,
corpi fuori posto
per un beffardo – banale gioco di parole

se l’ente o l’artificio,

inseguendo le tracce solite
di dèi intermittenti dalle secrete, dal labirinto
fughe e ritorni, ma più ritorni
e più fughe

dal panorama                            nella Cornice.

°

XXXVII

Sbriciolata la luce dai rami
sulle poche ossature rimaste
fiata l’odore della sera, illude
che la notte ferita da una luna
nuova farà pace con il giorno,
che per stavolta sarà un lieto finire.
Fermo, restando seminudo ai fianchi
di lei che incurante riveste, tratteggia
negli occhi l’azzurro, come in una buca
muta trattiene il battito nell’epidermide.

Fuori le corde vanno gli spasmi,
gli affanni del non detto
già e non ancora rivelato,
avvinghiati agli stipiti
simili a foglie vibrate
dal vento.

°

XLIII

Qui, dove gli spazi nascondono i contorni
alla voce segreta dell’acqua e dei colori,
abitano sospese creature sottili serrate
in strane forme d’assenza, non concepite,
che sanno di trementina e carte bruciate,
che sanno la lingua invisibile del tempo
e delle fasi lunari, previsioni obsolete da corolle
di nebbia sterile, pose leggere senza nome
che vagano sole all’indietro nella corsa d’un istante.
Sono molecole di clorofilla, rigirate all’incontrario,
non proprio vegetali (sebbene simili ai fiori), disperse
dal vento in non luoghi privati, sconosciuti.
Sono un soffio di bianco che sfuma lontano,
pratiche di silenzio, ambiguità e dicotomie
come gesti di assensi e capi reclini, uscite improvvise
dal diorama dal contesto dalla scena,
dal doppio senso e dal non detto;
che non salutano nessuno prima di andare
che non hanno nessuno da salutare
a parte gli insetti, ma quelli tanto
restano stretti alle radici.


Enrico Marcucci (Ancona, 1992) è redattore della rivista di arti comparate e cultura “Quid Culturae” (www.qculturae.it). Studente di Lettere moderne all’Università di Macerata, suoi versi sono apparsi in varie riviste. Fughe e ritorni è la sua opera prima.

Poesie da “Cotone” di Martina Campi, buonesiepi libri, 2014

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Martina Campi

Cotone (nota di Gianluca D’Andrea)

copertina-cotone-ritagliataCotone è il seme e l’avventura del ricordo; ad appianarsi dopo aver reso lo strappo della parola, la sua esplosione prima della fioritura del senso, il segnale germogliante.
C’è anche l’odore di biancheria, tensione al pulito, al sublime che discende nel quotidiano, mistura di memoria e desiderio d’avveramento.
Molti testi giocano sulla sperimentazione lieve, un capovolgimento del testo: la tessitura candida nella crepitazione/trepidazione dell’avvenire.
Fiocchi volano, respirano e si depositano – queste parole – come un preavviso, l’attesa di un nuovo approdo.

Testi da Cotone

Tutte le persone

oggi avevano caldo
e scarpe aperte

dalla maglietta e dallo zaino
residui del giovedì.

Aria, un profumo
ch’è ricordo;

si parte da qui
che c’è la luce giusta.

Mah. Dipende da come
si alza il sole, mi hanno detto.

°

Non è per piacere.
Non è per dolore.
Non è per spezzare
il corpo in due –

Ci interroghiamo sugli esiti,
come rondini stonate
all’arrivo dell’estate.

Ed è per sentire
fino a dove si può sentire

ed è guardare -misurare,
quanto piccola e sottile-

la circonferenza che raccoglie
la differenza,

tra l’esserci o svanire.

°

Il silenzio delle finestre
ha parole d’altri spazi,
interstizi sottili illuminati di bianco,
decori del buio.

Immaginavi di percorrere
le rugosità pallide della parete.

Le tende sono lontane dal divano.
Non dirò niente.

Non posso dire che gli spazi.
Piani che volano su altri piani.
I miei piani di non dire niente.

La donna urla da lontano, in un’altra sera
che è calda, grossa, rossa,
sopra la biancheria, sopra la televisione
fatta a pezzi, oltre la finestra, pezzi di vetro dalle finestre

sudore e strappi esplodono, ridono, scalciano
-oltre la piazza, i blocchetti, la meridiana-
piani su piani del silenzio piani, su piani. Lampioni

divani lontani, lenti, sudati, su piani.
Così, a venire, dragare brezze notturne,
murare sospetti, rossetti scorretti,
vestaglie apparse appassite. Arse.

(Disegnata contro la notte)

°

Questa è l’ora
dei buchi nel muro.
Ora di pioggia e cotone
l’amore immortale alla parete
regge il buio, inghiotte i rumori.
Sonnecchiano i cuscini brillanti
sonnecchiano vicini

e le persone
si rigirano,
si ritagliano

le ore sottili
sotto gli ombrelli,
a chilometri di distanza

chilometri di corridoio
chilometri di sogni
e chilometri d’altri sogni
chilometri di sveglie
chilometri di stanchezze
chilometri di corridoi.

Forse il deserto ci somiglia.

(Corridoi sotto gli ombrelli)

°

Nell’aria un respiro vola
e insieme alla cenere si deposita.

Poi ti vedono dalla finestra
che ti rifiuti di collaborare,
tra pollini e gas di scarico

come una polena.

(Voci)

°

Ed eravamo acqua
ed eravamo fatte a spigoli,
poi tutto sarebbe cambiato.

Una gamba se ne volava via,
per la strada rotolando,
alla velocità di frecce.

(Decadi)

°

I

Una luce nebbia
si nutre di questa via.
Le persone sussurrano
gli scricchiolii delle ossa,
tornandosene a casa.

II

Su scalini scolpiti nel bianco
si accalcano ginocchia.

Bisogna uscire di qui! E restare vivi.

III

Poi, di mattina presto
la luce è sorgente
rifratta

ma davanti a me
tra case fatiscenti
non c’è un’anima.

IV

Ci accadiamo lievi
neve dal cielo,
foglie dai rami.

(Una Preghiera)

°

IX

E poi perché ci vuole la calma,
sapete ci vuole la sorrisa,
la.. stortura ci vuole
mentre si fa il bucato, il seitan
il seitan, poi sbadigli enormi,
feroci balsamici o no, falò…

loro lo sanno e nella notte
si danno consiglio
con le ninne nanne,
con i bucati freschi salgono
ti baciano e t’abbracciano e chi sei
chi continui a dire perché
nell’armadio ce n’è uno uguale
nuovo nuovo uno perfetto nuovo nuovo
e tu sarai nuovo anche tu
presto questo freddo anche tu.

Il freddo, il freddo è il saio
il tuo saio per dormirci
stanotte sai per tradurti
ciò che sai tu lo sai
tu lo sei ciò che sei.


Martina Campi è nata a Verona nel 1978. Vive a Bologna, dove ha studiato e si è laureata in Scienze della Comunicazione. Vincitrice del Premio Renato Giorgi 2012 con l’inedito Estensioni del tempo (Edizioni Le Voci della Luna Poesia, 2012).
Autrice e performer, fondatrice insieme al compositore e musicista Mario Sboarina, del progetto di musica e poesia Memorie dal SottoSuono. Nel 2014 entra a far parte della redazione della rivista Le Voci della Luna. Collabora con la rivista online L’antenna.

“Vi porto via” di Luigi Carotenuto, Prova d’Autore, Catania 2011

 

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Luigi Carotenuto

Vi porto via – Nota di Gianluca D’Andreavi-porto-via-di-lugi-carotenuto

 

La parola concettualizza l’esistente, è una parvenza che nella tensione verso la concretezza della materia, combatte la distanza, nonostante la sua ineluttabilità: questa spinta infinita alla nominazione è matrice e anelito della poesia di Vi porto via. È tutto infinito, poesia d’esordio della raccolta, non lascia dubbi: la ricerca è nella presenza/assenza, nelle potenzialità liminari della parola, risolvendosi in desideri e cadute, nonché in imperativo etico per lo sforzo di un raggiungimento. Il velo, altra soglia, è gioco di trasparenze che lascia intravedere il reale, per nasconderlo, rendendo impossibile l’accesso totale allo stesso, insinuando possibilità di fuga. L’agio oscillatorio, provocato dall’incontro/scontro col reale (evidenza di molta poesia siciliana del novecento, vedi Cattafi), origina proprio dall’impatto, tutt’altro che sereno, che il soggetto subisce e a cui tenta di reagire. Per questo alle stazioni di mancata aderenza si tenta di provvedere con uno sforzo, quasi un sacrificio, di scardinamento causato dalla tensione di centrare l’ordine delle parole nel mondo. In potenza la forza ricreante può emergere, liberandosi dagli scivolamenti e le fughe, focalizzando, e infine concretando, il proprio desiderio-imperativo; svincolando la forza etica, presente, dal moralismo, dalla caccia alla parola, dall’effetto (come in alcuni dei testi riportati avviene).

Testi

È tutto infinito

È tutto infinito con te
l’attesa
il silenzio
un bacio sospeso dal tempo
Rimescolo i dadi
sei in tutte le facce
se perdo la strada
sei dietro di me

°

Nel castello

Carità di una pioggia serale
svolazzare annebbiarsi svanire di idee
si scompagina la nostra storia personale
rinasce l’aria impolverata
dell’antico amato ripostiglio segreto
tolto il velo il veto
s’apre il castello del primo nemico…
Edipo

°

Ex novo

Rinnovarsi bambino
anima estranea al disincanto
sciogliere il cappio nel petto
in un canto

°

Blu chagall

Arcobalenante gioia lungoprato fiorito fiorente
finestra investita d’aria fresca ad altezza divina
Dove sei? Nascosta sotto la brina
nel tuo blu chagall tra tulipani viola
nodi in gola occhi lucidi lucenti
– occhi da passeggiate infinite –
consustanziale al cielo
per sempre bambina
occhi estasiati di fantasia
– c’è da perdersi in te come nel paese di Alice –
felice

°

San Nullo

San Nullo, chi ti cogita ormai?
Mortificato nel nome
Ti ho incontrato sul vetro d’un bus,
nell’urbana indifferenza,
tra i pensieri stanchi di chi torna a casa
con la tua benedizione e non lo sa.

°

Pornolenza

Madonna mia
salvami dalla pornografia

Anima d’ametista
chiudimi la rivista
eiaculatio fellatio copula crapula
come esser sazio del nulla
pur vertigo vestito?

°

La verve del verbo

Divagare divergere allestire un sole artificiale
pernottare in loco virtuoso vitale
sudare il senso universale
Fermarsi
Ripartire
dalla gioia del dire

°

La gravità del peso o il peso della gravità

Già, la pioggia.
Ogni stupida goccia
si poggia
così
priva di sensibilità
(questa è la gravità).
Tu la scruti assorta
come se avesse un’anima
un corpo a sé stante
che resista (più d’un istante)
al contatto col mondo.

È senza individualità
dura il tempo di un salto celeste
e da sola non esiste.

°

Sul selciato

Strade di pietra
orme infantili
adolescenti
primo amore mai scordato
esordio sul selciato
il mio cuore corre corre
la testa non gli tiene testa
il mio cuore fugge chi lo prende
nemmeno tu mi prendi più
ho di nuovo 15 anni
amami non vedi sono un bambino
torno sempre indietro lo sai
per chi se non per te per chi
guarda vedi come sono bravo?
vado in bici con una mano sola
però senza la tua non so entrare a scuola

°

Passo doppio

Danza sul rimorso
sulla colpa
pesta in passo doppio
quel serpente velenoso

Danza sui soprusi
sugli stupidi e gli ingrati
danza sui reati
cosa resta?
Danza che ti passa

Sciogli questo nodo di rimpianto
librati in un pianto in movimento

l’estasi è un momento

°

Virtuale

Avremo il virtuale
dove poterci ritrovare

custodirò il tuo sorriso
il caffè caldo un pensiero condiviso
come non ci fossimo mai lasciati
schermo a schermo appiccicati

la solitudine non ha più radici
sconfitta dai miei 1009 amici
Dio, il partito, la rivoluzione
il sesso, l’amore, la distrazione
tutto a portata di dito

E l’infinito?


Luigi Carotenuto è nato il 16 agosto 1981 a Giarre (CT), dove tuttora risiede. Educatore, ha lavorato nell’ambito socio-pedagogico. Si occupa di critica letteraria per il periodico culturale l’EstroVerso (www.lestroverso.it), diretto da Grazia Calanna; cura la rubrica di poesia In conto letture, per la rivista Lunarionuovo, diretta da Mario Grasso (www.lunarionuovo.it). Ha pubblicato le sillogi L’amico di famiglia (edizioni Prova d’Autore, Catania, 2008) e Vi porto via (edizioni Prova d’Autore, Catania, 2011).

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