IL CASO: ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

Dal sito Carteggi Letterari

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Il caso: La bellezza di stare da soli – ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

Il caso che l’attesa è finita e il conteggio no. Presenti e assenti risucchiati in un unico ciclone. Il caso che non esiste un ciclo ma un continuum, però quanto ci piace la coincidenza, la datazione e il riscontro fatale nella fine… degli altri.


Repubblica.it – Palermo

Repubblica.it


ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

noi a noi stessi morire
e ci rinnova il silenzio

Federico Hindermann

Forma ciclonica della morte
e ciclica che ripeti le date
per riprodurti e rigenerarti
senza bisogno di nuove invocazioni
hai evitato le preghiere di tanti
hai disciolto altre quattro centinaia (?)
di cuori nella zuppa salmastra
del nostro mare tra le terre.
Numero tondo (?) se aggiungiamo 800
e spostiamo di un anno il 18.
Grazie gioco maligno che ritorni
e dissolvi l’attesa esasperante che avrebbe
atteso queste anime che trovano
giusta requie al loro cammino selvaggio,
imposto. A quanto ammonti il numero dei morti
non smonta il numero esondante dei sopravvissuti
in attesa di osservare con svelto stupore
e dare un nome al prossimo ciclone.

Gianluca D’Andrea


NOTA

18 aprile 2015, naufragio di un barcone di migranti nelle acque libiche, sono stati stimati almeno 800 morti; 18 aprile 2016, si scopre che il 12 dello stesso mese un barcone di migranti africani affonda al largo delle coste egiziane, stimate 400 vittime.


Foto: barcone di migranti.

IL CASO: IDOMENI

Dal sito Carteggi Letterari

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Il caso: La bellezza di stare da soli – IDOMENI

Il caso che per tutti è garantita una casa, meglio una tenda da condividere con una massa di persone che condivide la stessa tragica condizione: fuggire dalla propria casa perché non c’è più nulla da condividere, se non il tentativo disperato di illudersi e sperare nella salvezza. Il caso che un filo spinato ci separa tutti dal desiderio di riconoscerci in un luogo che immaginiamo più accogliente, ma poi non lo è; il caso che la vita è tragica quando dipende dalle scelte degli altri e gli altri scelgono sempre mentre noi profughi non abbiamo un briciolo di possibilità di scelta. Il caso che la potenza è un derivato della possibilità e della speranza e noi non possediamo che il riflesso del meccanismo. Il caso che alcuni bambini dormano su binari che sostituiscono una casa e i loro genitori combattono e sono asfissiati dal dovere di trovare LA CASA.


La protesta di Idomeni – Internazionale


IDOMENI

«È più facile sbarazzarsi d’una macchia di grasso
che di una foglia morta; almeno la mano non trema»
diceva un poeta, ma qui a tremare è tutto,
un sistema d’indecisione, indifferenza o l’indulgenza
pietosa per una sindrome di cui si preferiscono ritardare
le conseguenze. Si chiama Idomeni
il limbo, la stasi infinita di chi attende
l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.
Tutti a proteggere e accarezzare i confini
fino all’esplosione impotente e ancora arginata.
UE, UNHCR e medici senza frontiere
laddove le frontiere subiscono un blocco asfissiante.
Le facce tirate dal dentifricio
che evitano l’aria aperta, l’area Schengen,
per tentare di raggiungere un lontanissimo nord
con una mossa avventata su una scacchiera di scacchi viventi
(Alice gioca e “perde” in undici mosse).
Nell’attesa sommosse nella valletta rigogliosa:
«Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo…» ma nell’ora
«che si fiacca» da «mille odori»
sorge lo sfiato dei lacrimogeni.
Il paradiso dei profughi è quell’odore invisibile di
ortoclorobenzalmalononitrile
che istantaneamente spacca l’attesa
perché i Balcani sono prodromi
e la Grecia l’origine di tutto
il male europeo.

Gianluca D’Andrea


NOTA

I primi due versi sono una citazione letterale da André Breton, Les champs magnétiques (1920), dal testo Officina.
Idomeni è la località al confine tra Grecia e Macedonia in cui dal 2014 confluiscono i rifugiati siriani, ma non solo, che cercano di raggiungere il Nord Europa. Dal 2015, a seguito della decisione macedone di pattugliare le frontiere meridionali, e limitare gli ingressi, Idomeni si è trasformata in un campo profughi. Le condizioni del campo, che nel frattempo non riesce ad ospitare la quantità di rifugiati sempre maggiore, sono peggiorate quando nel marzo 2016 le frontiere sono state definitivamente chiuse. Il 10 aprile dello stesso anno si sono verificati scontri tra militari macedoni e profughi. Con ogni probabilità il desiderio di cambiamento sarà, ancora una volta, un’illusione da osservare per un attimo attraverso un filo spinato.
UNCHR, cioè United Nations High Commissioner for Refugees, è l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della gestioni dei rifugiati.
L’Area Schengen comprende 26 Stati europei che hanno abolito i passaporti e i controlli doganali alle frontiere comuni. I profughi preferiscono evitarla e scelgono di seguire la cosiddetta “rotta balcanica” perché in caso di arresto verrebbero “dirottati” al confine croato o ungherese, cioè più vicini alla tanto agognata Germania.
«Alice gioca…» è una citazione ribaltata da L. Carroll (incipit di Attraverso lo specchio, quando l’autore spiega il piano dell’opera attraverso lo schema degli scacchi).
La «valletta rigogliosa» richiama, ma quanto amaramente, la “valletta dei principi” del Canto VII del Purgatorio, citato a “piene mani” nei versi successivi.


In copertina: un’immagine dagli scontri del 10 aprile.

La noia

Dal sito Carteggi Letterari

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La noia è un caldo panno grigio, rivestito all’interno di una fodera di seta dai più smaglianti colori. In questo panno ci avvolgiamo quando sogniamo. Allora siamo di casa negli arabeschi della fodera. Ma sotto quel panno il dormiente sembra grigio e annoiato. E quando poi al risveglio vuol narrare quel che ha sognato, non comunica in genere che questa noia. E chi mai potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure ricordare dei sogni non significa altro che questo.
W. Benjamin

CERVELLO GLOBALE

Una notte immaginai
la vita. Nello schermo
vidi la mia realtà digitale
sfumare in un paradiso di pensieri.
Senza attriti, non usavo le dita
ma il desiderio, i desideri come
onde d’olio. Io era più quadri
sovrapposti e in uno si dormiva.
Nessuno ascoltava i messaggi
ma era necessario continuare
a produrli, senza sforzo.
Infine mi accorsi che anche gli altri
io dormivano allo stesso modo.
Ogni individuo era il centro – campo
o serra – di una concatenazione,
come in un immenso cervello (?).
Senza dita ero sereno
come un primate che raccoglie
da solo la sua prima banana.


E più che sereno, annoiato, cioè marchiato dall’esubero, dalla calma accomodante, ingombrante della raggiungibilità. Tocco lo schermo, la mia immagine riflessa, mi accarezzo nella distanza da me stesso. Certo, il moderno faceva i conti con l’irreversibilità, o meglio, l’impossibilità del gesto del desiderio. Il nostro tempo, invece, è già “ribaltato” nella sua posteriorità, ha esaurito la capacità del desiderio perché è in grado di “toccare” (digitare) l’immagine, il vero desiderio appunto, cioè la nostra passiva, noiosissima inconsistenza. Questo l’esubero, il tempo ha esondato dagli argini della propria fertilità, trascinando nel suo fluire una ormai inaccettabile percezione dello spazio. Non rimpiango, né ho nostalgia per la nostra precedente individuabilità, anzi ho in odio proprio ogni presunzione individuante. Non è l’obiettivo, l’uscita al termine del labirinto, a riconoscerci in quanto liberati dalla paura del disorientamento, ma il riconoscimento all’interno dello stesso disorientamento a liberarmi da me. Eppure c’è come un risentimento che agisce su questa coscienza abbattuta, la sensazione che lasciandoci andare totalmente al flusso non si riconosca più il rischio «che noi gonfiamo e divegnamo superbi, e non ricapiendo in noi, e non essendo a’ nostri termini contenti, essondiamo» (Boccaccio), cioè ricadiamo nella nostra scomparsa. Ora, può sembrare piacevole aver “rivoltato la fodera del tempo”, ma dietro ormai non c’è un semplice arabesco ma la riproposizione del “colore” esondante il colore, un “grigio” riproposto nelle tonalità del desiderio, un’immagine che nel suo esubero, nella sua spettacolarizzazione, nella sua illusione “prensile” – digitale – ci rigetta addosso tutta l’impotenza di agire oltre il nostro riflesso, ci vomita addosso la nostra zona d’ombra, la nostra sagoma spettrale.

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Pieter Claesz, Vanitas (1630)

Gianluca D’Andrea
(Aprile 2016)


In copertina: Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie, particolare, 1480-1490.

Carteggio XXIX: Ritorno (?) o altra memoria

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Lucio Fontana, Concetto Spaziale, Attese, 1965 (Photo: Sotheby’s)

di Gianluca D’Andrea

Questa è un’immagine – non un testo – della memoria. Altro 25 aprile, altro.

Ritorno (?)

Ancora oggi? Per questo mi disoriento, ogni statistica giornaliera torna a zero, grandine, muoiono i tempi nelle ore di transito e perdo ogni giorno.
Nessuna foto? un poeta che legge alla festa del libro, oh liberazione, mentre la nazione festeggia per festeggiare, a passeggio, sono lette cose per gioco, per nessuno.
Le statistiche incombono su idee illusorie di crescite e nuovo sviluppo, quantità da ridistribuire in reti, in collegamenti da spedire attraverso contenitori automatici, numerosi.
La virtù è un ritorno continuo, un rimando, una crepa, mentre salgo (nello spazio, fuori del tempo), ah la Verna (sull’Adda)! che sia la fine di ogni pellegrinaggio è escluso nonostante le cataratte deflagrino in mani che emergono dai mari – ma il racconto, qui, finge la sua apocalissi.
Eppure la terra è statica in milioni di anni senza noi, ci raggiunge e vomita.
Sibilo della fine e resistenza, un filo che passa e non cuce questi laghi, la Val d’Aosta, il cammino che si sposta un po’ più in alto dei suoi passi, non reggo l’impercettibile inaderenza alle origini che chiama e frulla i ricordi.
O ritorno, o Beatrice che spieghi le lune al pellegrino, la mia navicella percepisce, ma alla lontana, il piccolo fruscio – sarà un boato? – della cascata.
Salgo.

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Paradiso, Canto II. Dante and Beatrice observe the moon and Cancer

NOTE

Durante la composizione hanno agito due ricordi letterari:

La Verna di Dino Campana (cui si deve anche il titolo in riferimento al primo testo di quella sezione dei Canti orfici) e il secondo canto del Paradiso, in cui Beatrice prova a spiegare al pellegrino l’origine metafisica – o immaginifica – delle macchie lunari.

(Aprile 2015)

Carteggio XXVIII: Braccare lo spazio, Giotto

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Cappella degli Scrovegni (interno)

di Gianluca D’Andrea

Braccare lo spazio, Giotto

Questo gioco, quello della verità, ha come regola che il distinto, il determinato, il separato – l’individuo, la coscienza, il cucito, il punto a filo doppio – non si distingua più nel chiaro intrico del merletto, il quale, anch’esso, si mescola ai velluti o alla seta che orna e che ne sono lo sfondo.

Jean-Luc Nancy

 

Sono state vacanze rapide ma intense quelle di Pasqua 2015. La micro-famiglia in 5 giorni è stata in 4 città. Nonostante le monellerie della piccola o, anzi, accompagnati dal ritmo, a volte estenuante ma vitale, del “teatro” educativo che si modifica tentando sempre nuovi approcci per diventare efficace, abbiamo braccato lo spazio, frazionando il tempo.
Istantanee e parole hanno fissato alcune sensazioni, ancorato il flusso, riportandolo al passato, rilanciando il futuro – come si diceva una volta – disturbando l’eterno presente.
Mi piace condividere con voi immagini e versi perché strategicamente si fondono in un unico metodo che salvaguarda lo “spazio” (il mondo, se volete) soffermandosi, solo per istanti è vero, sulla sua implacabile trasformazione.
Restiamo all’erta, la caccia e il desiderio sono la spinta per captare e “proteggere” la mutevolezza.

trieste
Trieste

Trieste, Lubiana

Nella sintesi i nomi romani
scompaiono con la luce magmatica
dei secoli. Odore di crauti sul fiume
e, in cerca dell’odore, il nostro
dimorare padano annusa l’ombra
marina. Illude Trieste, non vede –
Saba, Cattafi – il novecento morto
nell’assimilazione presente.
Topografia e conformazione nascoste
nella memoria, carsica, inavvistabile.
C’era Roma, l’Austria, la Jugoslavia,
ora un’altra stellina
in moneta risuona d’ordine
neoslavo, altre lingue si mischiano,
altre facce. Mia figlia urla
per le strade, dal castello,
i salici piegati sul fiume, le bandiere ondeggiano.

lubiana
Lubiana: Salici piegati sul fiume

Cane nero, Padova

Camminavamo per quei portici
brulicanti, strato su strato la storia
e la notte che si appressa.
Dentro i passi e le ruote del passeggino
ticchettano i selciati, le pietre,
Scrovegni e Gattamelata
frugano, ombre, la mia memoria,
desiderio e freschezza nel passato,
in un sogno-immagine e rami
e rami, sempre rami in città.
D’un tratto, in fondo,
un cane nero, tarkovskiano,
spunta di sbieco, al guinzaglio.
Il navigatore prosegue la sua rotta.

padova
Padova: Sempre rami in città

Venezia, Cina, Ucraina

Reticoli di autostrade e voli,
pensavo al doge, alle rotte,
a precedenti più faticosi incroci.
Entrammo in un parco a tema
dove la laguna veneta e l’Adriatico
inacidiscono in cibi approntati
da mani ucraine per dirigenze
cinesi che acquistano in contanti
un monopolio in espansione.
Come le calli prima
della Piazza gerarchica,
ispirata da troppe Bisanzio.

san marco
Venezia: San Marco
venezia bambini
Venezia: Bambini e pallone

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma prima del ritorno – in ogni viaggio s’intuiscono prospettive ma non si fissano quadri, ecco perché lo spazio è in tensione: da un lato l’apertura al diverso, dall’altro l’ancoraggio al passato, la radice non può essere braccata ma circondata e protetta, l’albero è solo i rami, i rami, reticolati il cui sfondo dall’azzurro dorato di quest’inizio primavera si trasforma nel bianco venato di grigio, nubi fratte, nubifragio di linee, di visuali in fuga, dirette a un orientamento senza scopo, senza nostalgia – si verifica un ultimo spostamento.
L’entrata alla Cappella degli Scrovegni va prenotata su internet almeno 72 ore prima della visita. Naturalmente non ne sapevo nulla così fummo costretti a rinunciare alla vista “dal vivo” di quel monumento d’arte incommensurabile. Comprai un opuscolo illustrato con particolari della Cappella. Mi dibattevo, però, nella delusione, per aver mancato un impegno urgentissimo, l’occasione di manifestare il mio rispetto per l’arte del maestro fiorentino. Giotto si dibatteva per trovare uno spazio, inventò prospettive “istintuali” perché il desiderio d’orientamento, l’inserimento di figure “vive” nei loro gesti quotidiani all’interno di uno schema iconico in cerca di simmetria e monumentalità, spezza la forma: lo spazio si rigenera realizzandosi nell’imperfezione della banalità dei gesti. Il passaggio dal luogo vivo al “textum”, al volume che intreccia e raffigura, si “eterna”, si fa stasi nel cammino, dimora che accede, involontariamente, al ritorno.

(Aprile 2015)

Carteggio XXIV – Carteggi letterari: 1 anno dopo

 

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di Gianluca D’Andrea

Carteggi letterari: 1 anno dopo

Il progetto Carteggi letterari nasce da un incontro casuale avvenuto il 28 dicembre di un anno fa. Allora si presentava un libro di poesia. In cinque ideammo un blog che, in forma epistolare, producesse, in un contesto mediatico completamente modificato – per certi versi rischioso – come la rete, riflessioni spontanee su interessi comuni, utilizzando una modalità di scrittura semi-estinta, l’epistola appunto, così intima, personale. Da quei primi approcci è stato un susseguirsi di cortocircuiti. Molte persone hanno apprezzato e condiviso quest’esperienza che intensificava gli incontri e l’ascolto. Dalla poesia – ma cos’è la poesia? – al cinema, all’opera, al teatro, le donne e gli uomini coinvolti utilizzano linguaggi diversi per convogliare nel sito la propria passione e seria dedizione alla cultura, si chiama ancora così la spinta curiosa verso l’approfondimento e la conoscenza, e certo anche la mutazione, di un contesto cui si sente di appartenere? Realtà, mondo? tutto in discussione perché i percorsi si tracciano ma non s’interrompono; cambiano rotte, equipaggi, ma la disposizione resta invariata, anzi si arricchisce di altre prospettive e continua a produrre altri incontri. Ci sembrava giusto ricordare e festeggiare il primo anno di lavoro e condividerlo. Grazie a tutti.

(Dicembre 2014)

 

Carteggio XXII – Marianne Moore

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Marianne Moore

di Gianluca D’Andrea

Marianne Moore

What Are Years?

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt,—
dumbly calling, deafly listening—that
in misfortune, even death,
encourages others
and in its defeat, stirs

the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.

So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.


Che cosa sono gli anni?

Che cos’è la nostra innocenza,
che cosa la nostra colpa? Tutti
sono nudi, nessuno è salvo. E donde
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
l’intrepido dubbio, –
che chiama senza voce, ascolta senza udire –
che nell’avversità, perfino nella morte,
ad altri dà coraggio
e nella sua sconfitta sprona

l’anima a farsi forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua prigionia si leva
sopra se stesso, come
fa il mare dentro una voragine,
che combatte per essere libero
e benché respinto
trova nella sua resa
la sua sopravvivenza.

Così colui che sente fortemente
si comporta. L’uccello stesso,
che è cresciuto cantando, tempra
la sua forma e la innalza. È prigioniero,
ma il suo cantare vigoroso dice:
misera cosa è la soddisfazione,
e come pura e nobile è la gioia.
Questo è mortalità,
questo è eternità.

Questa poesia così carica di saggezza mi fa ricordare il niente che siamo, che l’unica traccia è l’opera, il lavoro che sfuma nel tempo e può riaccendersi all’improvviso. Scontri, incontri, personalità che tentano di urlare o silenziosamente scomparire, ma il lavoro, il percorso è l’unico manifestarsi di una libertà sempre in sordina, perché un “Io” presume di esistere quando invece è vissuto e, a volte, subisce i pensieri che crede propri.
Il percorso, la linea non lineare, il segnale che rischia continuamente di essere perso di vista e che all’improvviso si ritrova, sono possibilità e annichiliscono definitivamente il soggetto.
Anche l’archivio è una traccia, una potenzialità che si allontana dagli individui che se ne occupano.
Tutto esiste perché scompare – “questo è mortalità, / questo è eternità”.
Nessuno esclude nessuno, anche la letteratura finisce, la “parola” può sempre riemergere, anche nel detrito, nella deriva più sconcertante, ma è sempre necessario correre il rischio della sventura. Essa – la “parola” – non ci appartiene e, come il fantasma di ogni accensione momentanea, sola “trova nella sua resa / la sua sopravvivenza”.

(Novembre 2014)

 

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Carteggio XXI – Ancora su “Jucci” in forma di epistola

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Franco Buffoni

di Gianluca D’Andrea

Ancora su “Jucci” in forma di epistola

Caro Franco,
rileggo ancora Jucci e sento l’importanza della trasfigurazione evocativa compiuta attraverso la relazione “reale” con la persona “Jucci”, il senso vitale della letteratura derivante dal “senhal”, cioè un nuovo attraversamento. Questa raccolta apre un percorso assoluto di salvazione per mezzo del rapporto.
“Vita nuova” che si espande con uno scarto minimo ma evidente rispetto alle operazioni di maniera prodotte in questi ultimi due anni, incentrate sulla dialettica vita/morte che non trova un canale di fuoriuscita dalla constatazione della fine (penso alle costruzioni “nichilistiche” di La morte moglie, Tersa morte o Il sangue amaro). Jucci va oltre questa constatazione e rilancia sull’unico bene possibile, la stessa possibilità dialettica senza rese, né tregue, con una fiducia che attraversa la sofferenza ed emerge in rinnovamento: molto sinceramente, e senza orpelli, le perdite sono stimate nella giustizia dura di un tragitto di maturazione (il che implica un distanziamento dall’accaduto proprio attraverso il ricordo dello stesso – poesia e letteratura solo in questo caso possono coincidere). Una strada adesso è tracciata: dall’aderenza all’evento alla trasformazione, tutto avviene nel movimento continuo – e tutto fisico – di attrazione/repulsione dei corpi; la meta-fisica senza verticalità è l’altro perpetuo dei nostri attraversamenti, soggetti sempre alla nostra ultima umanità.

(Novembre 2014)

Carteggio XIX: Heimat – Stimmung

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Il Palazzo dei Baci Perduti (Treviglio)

di Gianluca D’Andrea

Heimat – Stimmung

I

L’accordo della dimora con la scansione interiore del tempo si realizza dopo un assestamento fisico: corpo in scansione, scandito dal ritmo delle ore. Heimat è ovunque se Stimmung risponde al dialogo, in coscienza alla risonanza del luogo, stabilendone la necessità e presenziandone i bassi e gli alti, i vuoti e i pieni – seguendo se stessi nel luogo distanziandosi da sé, impiantandosi nei momenti di assenza, distanza di un’ombra.
Il dialogo è l’accordo con l’esterno e il dove della dimora si concretizza dove avviene l’accordo, cioè la disponibilità all’esterno, al dialogo – la disposizione giusta.
In questo movimento mutevole e ondulatorio occorre riconsiderare l’ignoto, cioè il romanticismo, cioè il mistero delle dimensioni che rende indispensabile la nominazione. Senza questa riflessione sul non noto, sul “tutto non è già stato detto” che svincoli dall’intimidazione della rassegnazione, non è auspicabile una “fuoriuscita” dal vicolo cieco del noto ma certo – nessun passaggio dai minimalismi allo slancio del pensiero.
Certo, è nel noto che si spalanca l’ignoto ma l’occhio ha il dovere di esercitarsi a una nuova visione, non può ancora presumere che “ciò che è” sia tutto, appiattendo il reale a un contratto fenomenico, descrizione-diserzione dell’evento in coordinate visibili, distanti, non intime.
Perché l’evento (il reale, il mondo) possa raggiungere il soggetto, occorre una volontà dispositiva, una necessità di contatto non inglobante ma accogliente – che si limiti nella disposizione all’ignoto, il che implica il controllo della possibile ipertrofia del soggetto “totalizzato” nell’evento (ancora il romanticismo e il soggettivismo).

LA FATICA IRTA

La strada nel piccolo parco
un sentiero curvilineo
in pietra, un piccolo percorso.

Il mio panorama è il verde minimo
nel rumore e nel silenzio
quest’anno ha la voce dello spazio
infinitesimale.

II

Circondati da un’estraneità nota-ignota. Consapevoli della circuitazione di relazioni profonde perché effimere (e viceversa) – l’evento si svolge nella propria eventualità, a rendere effettiva la potenzialità dell’evento è l’attenzione momentanea, consapevole della successiva – e irrimediabile – dimenticanza. Il ricordo è un’attenzione successiva, improvvisa, che solo l’intimità con la propria interiorità realizza e può essere fissata in un supporto (la letteratura è uno di questi supporti, certo bisogna riconoscerla ma anche il gusto è un adattamento tra buon gusto e cattivo gusto, altri passaggi ondivaghi).
Il richiamo minimo di una riabilitazione storica della memoria – o la riabilitazione di una storia attraverso l’individualità della memoria. Micro-eventi, i frammenti di memoria, il loro ritmo, la loro musica intima, sono la poesia, la ri-creazione in una messa in atto delle eventualità fissate nel ricordo – la dimora trasmessa oltre la propria interiorità: trasmissione intima. Un metodo intimo di metterci in atto nella conservazione sonora del ricordo (Stimmung) che in potenza è la nostra unica dimora: il non luogo dell’hic et nunc transeunte, trasformazione come casa (Heimat).
L’intimità stretta della nostra inafferrabilità e del mondo è dialogo della dimora (vedi Bernhard ma soprattutto Novalis).

(Agosto 2014)

Carteggio XVIII: Ricordi e attese – La storia dei ricordi (2ª parte)

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di Gianluca D’Andrea

Ricordi e attese – La storia dei ricordi (2ª parte)

Stephen si chinò in avanti e scrutò
lo specchio a lui offerto, rigato da
un’obliqua incrinatura, ritti i capelli.

J. Joyce

È il ricordo di voi, dei mesi appena trascorsi a slanciarmi nelle mie nuove piccole avventure. Rigati i miei ricordi che si trasformano in visuali, in potenze, nell’altra (sempre altra) aspettativa, l’attesa di una nuova risoluzione – visione a venire – visione.
Rigato il pavimento su cui mi chino a cancellare ogni macchia di presenze precedenti, la casa nuova dalle abitudini vecchie di altri abitatori. Lo spostamento è abitare continuamente una cancellazione – dovuta, voluta, necessaria? Evenienze che mi riguardano – ma non in tutto, non pienamente – perché ho logorato un habitus, sto ripristinando un habitus.
Voi ci siete, molti altri loro ci saranno, ci sono stati, ci risaranno nel giorno della scomparsa e ricomparsa di me rigato da un’increspatura in cui il tempo si fa specchio e costellazione, capelli, voci e riflessi di ri-creazione, uno spostamento, una membrana.

(Agosto 2014)