IL CASO: ONDE

einstein piccolo principe

Il caso: La bellezza di stare da soli – ONDE

Il caso che anche su più dimensioni, anche con i piedi fissati sull’armonico equilibrio gravitazionale, ci relazioniamo con la nostra beata solitudine, con la beota coincidenza di un caso. E la bellezza casuale che qualcosa provenga dalla fusione dei corpi celesti, il loro scontro/collusione/confusione. Il caso che questa “grande bellezza” ci vuole sempre più piccoli, piccoli fino a un’assoluta scomparsa.


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ONDE

Le deformazioni della metrica
dello spaziotempo (cit.)… Misuriamo
i nomi Albert e acceleriamo
fino a cadere nell’imprevisto.
Imprevisto perché inguardabile,
il pudore siderale
si esprime in suoni. L’agglomerato
spaziotempo è un’allucinazione
sonica, cose e rumori andrebbero
percepiti insieme in un globo
sinestetico, in apprensione.
Sfere diverse, ambivalenze,
liscia membrana a-dialettica
e spunto relazionale, necessità.
Dopo la notizia – ahi Pisa, vituperio… –
la nostra percezione
si accomuna allo straordinario
e ne sentiamo il sapore dentro,
al centro, tra gola e corde vocali
produciamo l’eco di quel suono.
Risuonano EGO, LIGO, VIRGO fino
al sibilo infinitesimale, NASA, ESA, LISA.
Bella la storia degli acronimi,
le nuove parole dal vertice iniziale
alla caduta nella neoformazione.
La deformazione della misura
è adesso, nell’attesa che dall’allucinazione
sonora, dal dondolio cosmico,
emerga un’immagine, si mostri
la forma aberrante che ci riunisce
alla nostra spettabile, spettacolare,
spettatoriale assenza.

Gianluca D’Andrea


NOTA

Il testo riflette sulla conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali. Albert è, chiaramente, Albert Einstein.
Sinestesia: il procedimento retorico per cui è possibile associare due parole riferite a sfere sensoriali diverse; nel linguaggio medico indica una confusione di tipo allucinatorio tra diverse stimolazioni sensorie (per lo più udito/vista).
EGO è il laboratorio European Gravitational Observatory ; LIGO, Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (osservatorio interferometro laser delle onde gravitazionali); VIRGO, è un rivelatore interferometrico di onde gravitazionali del tipo interferometro di Michelson, con bracci lunghi 3 km, situato nel comune di Cascina (PI), in località Santo Stefano a Macerata; NASA, acronimo di National Aeronautics and Space Administration (in italiano Ente Nazionale per le attività Spaziali e Aeronautiche), è, notoriamente, l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d’America e della ricerca aerospaziale; ESA, l’Agenzia Spaziale Europea (acronimo inglese di European Space Agency); LISA, (LISA Pathfinder, precedentemente denominata SMART-2) è una missione dell’Agenzia Spaziale Europea il cui lancio, previsto inizialmente nel 2011, è avvenuto il 3 dicembre 2015, cercherà di individuare prove sperimentali dell’esistenza di onde gravitazionali e di utilizzare tali onde per lo studio di fenomeni quali buchi neri e sistemi binari (Fonti: Wikipedia).
“Ahi Pisa, vituperio delle genti” (Dante, Inferno, XXXIII, v. 79).


Foto: Onde gravitazionali, l’universo canta e Einstein aveva ragione (Fonte: left.it).

Spazio Inediti (17): Luigi Carotenuto

 

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Luigi Carotenuto

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (17): Luigi Carotenuto

Aria
preferivo chiamarti
quasi fossi uno spiritello nordico
un’entità dal dna mitologico
la mia compagna di giochi
e dispetti
la bicicletta che tante volte mi ha lasciato
a piedi


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Kim Dong-Kyu, ‘his room’ after ‘the bedroom’ by vincent van gogh, 1888 (2013). Fonte ART X SMART BY KIM DONG-KYU)

Una strana leggerezza traspira da questo componimento del catanese Carotenuto. Strana, perché il tocco lieve sembra mascherare un sostrato di alienazione, indizio di un rapporto tutt’altro che pacificato con l’alterità. L’oggetto – forse “la bicicletta” – referente di un messaggio “apotropaico”, in linea con lo sconvolgimento del nominare e con le potenzialità “distruttive” dell’etichettamento. L’oggetto comune, compagno dei movimenti del soggetto, è “battezzato” e personificato – così mi spiego il riferimento al “dna mitologico” – nel tentativo di produrre una “simpatia”, che sembra, però, negata beffardamente dalla disillusione sottintesa alla risposta («la bicicletta che tante volte mi ha lasciato/ a piedi»). Notevoli, se l’osservazione è giusta, le implicazioni che scaturirebbero dal tentativo assertivo di nomi-dominare il reale, tentando una “confidenza” che è anche modifica strutturale. La leggerezza, che sembrava dominare l’atmosfera, apparentemente banale del testo, si trasforma così nel teatro in cui lingua e mondo, da sempre, inscenano lo spettacolo, tante volte conflittuale, della relazione.


Luigi Carotenuto è nato il 16 agosto 1981 a Giarre (CT), dove tuttora risiede. Educatore, ha lavorato nell’ambito socio-pedagogico. Si occupa di critica letteraria per il periodico culturale l’EstroVerso (www.lestroverso.it), diretto da Grazia Calanna; cura la rubrica di poesia In conto letture, per la rivista Lunarionuovo, diretta da Mario Grasso (www.lunarionuovo.it). Ha pubblicato le sillogi L’amico di famiglia (edizioni Prova d’Autore, Catania, 2008) e Vi porto via (edizioni Prova d’Autore, Catania, 2011).ine

Spazio Inediti (16): Francesco Iannone

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Francesco Iannone (foto di Gerardo Grimaldi)

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (16): Francesco Iannone

Qualcosa si adagia sul fondo
sul piano di tutte le tristezze
qualcosa di umano dorme
nella casa delle mani dove il bene
si impasta con la fatica delle nocche.

Il primo figlio scalcia.
Il secondo figlio dubita.
Il terzo si appoggia
agli uominialberi che a guardarli è una vittoria.

Tu resta col morso sul dorso
della corteccia nel lavorio dei
tronchi che sventrano la terra
perché domani il calco del buio deflagrerà
in superficie e il corpo rinchiuso nel suo
sigillo brillerà come a volte brillano le stelle.


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Giuseppe Penone, Sculture di linfa (2007)

Il tragitto è un’ascesa. Mi chiedo dove nasca questa fede, questa speranza, e arrivo al conteggio dei figli, immagino la pazienza dell’accudimento e la curiosità nei gesti che ripetendosi si riattivano. L’assiduità, ribadita dalla scansione anaforica di quei versi centrali, è forse un segreto? certo è un’azione cieca che emerge fingendo la sua presenza. Chi sono gli “uominialberi”, questi esseri neo-genetici, un po’ troppo sospinti a una naturalità desiderata, al miraggio di una commistione vegetale, a strettissimo contatto con una nuova origine. Certo la simbologia sembra abusata, e un po’ ingenua, e la movenza dell’ultima strofa non fa che confermarlo, cantilenante, come una nenia, una ninnananna. La caduta nel buio si risolverà in un risveglio “brillante”, l’attaccamento alle radici, nel sacrificio, sarà il dono che ci congiungerà alle stelle? Il rimbalzo liquido (le consonanti liquide della terza strofa sono un segnale) deriva da una frana, il salto di un corpo misterioso, “rinchiuso nel suo sigillo”, non ancora avvistabile, che dal “calco del buio” (la copia del senso, la scrittura?) esploderà verso un nuovo significato, eppure sempre uguale nella transitorietà della sorpresa, la solita: il brillio distante di qualcosa a stento percepibile e solo in alcuni momenti, come le stelle o i figli. In una parola, l’alterità.


Francesco Iannone è nato a Salerno il 22 luglio 1985, dove vive. Suoi testi suono apparsi su numerose riviste (La clessidra, Semicerchio, Clandestino) e inclusi nelle antologie Al di là del labirinto (L’arca felice, 2010), Raccolta di poesie 2011 (Subway-Letteratura, 2011), La generazione entrante (Ladolfi, 2011, a cura di Matteo Fantuzzi). Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011, è il suo primo libro.

Spazio Inediti (15): Jacopo Ricciardi

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Jacopo Ricciardi

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (15): Jacopo Ricciardi

L’ultimo mondo (Sonetti)

*

Sapete di mentire voi che dite
“Amo” per innamoramento. Alta
Divina meraviglia delle vite
Di un mondo ove tutto vive e risalta

Sembra amore da angelica pirite
Generato per tutti come malta
Come incontrata palta o malachite
Verdeggiante che tutto qui ribalta.

L’essere umano e l’essere sé spaccano
Per noi l’amore in una valle fosca
Dove a tastoni si trova l’alpacca.

Sempre prima che tu mi riconosca
Accade l’amore mio, dolce sandracca,
Mentre non sei che fiera matriosca.

Tornando in lingua osca:
L’amore è mente ma sacra biologia
O amore mente e massacra biologia.

*

Il poco è forse vero annientamento?
Il quotidiano sai si erode lento,
E la visione è nonostante l’uomo,
Due volte, nel vedere, nell’essere,

E chi la ha avuta le sopravvive,
Nella sua scia come di cometa.
La nostra camera è materia oscura.
Sorto tra le tue braccia, dai, balliamo!

Ahimé, l’immagine umana richiede,
Un tempo lungo che ci fa suoi servi
E mentre si prepara, attendiamo,

Moriamo amiamo con la sola parte
Di una vita incompleta che rasenta
Il canto alto in guerra del poeta.

*

Sul tetto dei mari tutta la gente
Va, mentre il sole nei giorni alto splende,
Sull’enorme pietra dura vivente,
Camminando ormai magri senza tende,

Nella pianura che a loro mai mente,
Verso la notte che nel mentre scende
Quando ancora là nulla si sente.
In un lager di luce si rapprende

L’umanità di oggi, lunga fuga
Di morti. Resto accanto alla città
Irrequieta, con nel piatto la lattuga,

Alla finestra la mia serietà,
Il vessillo rosso che al vento ruga
Il vuoto cittadino dell’Età.

*

Guerra vergine, guerra nascitura,
Ma prima, guerra sfuggita alla vita,
Da te chi resta avrà gloria futura
Ma perdona se non ti invoco inclita;

Incredulo pensando, la paura
Genera amore che subito è vita
Poi morte sospesa in semplice abiura,
E temo dei due gemelli le dita.

Le iridi marroni mie nel caos
Volgo ai due amanti giganti e schivi
Nella penombra della stanza, i naos

Perduti, e quando una finestra aprivi,
Per sdraiarsi nel palmo oro del Laos,
Fu già l’acropoli morta dei vivi.

*

Curioso Tu che sei sostanza ironica
Che non sei vivo ma esisti in canonica.
Quando son’ vivo da me sai dipendere
E io dipendo sai dal tuo dipendere.

Ma meglio potrò capirti da morto
Sì come nella notte dentro a un porto.
Tutto quanto fatto è già stato fatto
E Dio è un acciambellato gatto.

Il non rispondere è colmante e meglio
Dopo la morte che non è risveglio.
Dio sei ogni parola dentro e fuori;

Il mio sonetto sta qui per i cuori.
Dio, è la morte della persona;
Da lì, Dio, è il niente che suona.


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Jacopo Ricciardi, Mirage 1

Scrivere nella forma alta della tradizione in tempi d’ibridazione dei linguaggi potrebbe sembrare scelta retriva o, il che è peggio, “reattiva”. Non c’è reazione in Ricciardi, che in passato ha fatto della sperimentazione fonte di ricerca assidua, si ricordino almeno i titoli Poesie della non morte (Scheiwiller, 2003), Colosseo (Anterem, 2004) e Plastico (Il Melangolo, 2006), tra i più significativi del modo di agire del poeta romano. La forma, infatti, una volta “plastica”, magmatica, si pietrifica negli inediti e tende a raggiungere la pulizia dell’origine, a segnare, però, una fine: il transito si interrompe in questa maniera fossile, forse nell’intenzione di eludere ogni dialettica, per dare sfogo a un’evidenza (per questo la chiarezza): «Fu già l’acropoli morta dei vivi», cioè l’immagine monumentale del corpo – e della lingua – fa parte dei residui, e delle archiviazioni, di una vita ormai perduta. Morte che “suona” nonostante il niente e un bisogno spirituale (ideale) che si proietta fuori dal tempo, reperto mobile che si vuole eterno.


Jacopo Ricciardi è nato nel 1976 a Roma, dove vive e lavora. Vincitore di diversi premi, ha pubblicato sette libri di poesie – Intermezzo IV (Campanotto, 1998), Ataraxia (Manni, 2000), Atòin (Campanotto, 2000), Scultura (con Teodosio Magnoni; Exit, 2002), Poesie della non morte (con Nicola Carrino; Scheiwiller, 2003), Colosseo (Anterem, 2004), Plastico (Il Melangolo, 2006), Scheggedellalba (con Pietro Cascella; Cento amici del libro, 2008). Ha ideato e curato dal 2001 al 2006, per Aeroporti di Roma, il progetto culturale “PlayOn” e ha diretto l’omonima collana presso Scheiwiller. Ha pubblicato due romanzi, Will (Campanotto, 1997) e Amsterdam (PlayOn, 2008). È presente nell’antologia “Nuovissima poesia italiana” (Mondadori, 2005) curata da Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi.

Poeti italiani (9) – Spazio inediti: Marco Giovenale

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Marco Giovenale (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (9) – Spazio inediti: Marco Giovenale

Marco Giovenale

sette testi da

OSSIDIANE

[ libri 4 e 5 ]

retroverso (clac), vestito dello sbaglio, “si” avanza” nella storia, il personaggio, duecento anni dopo la morte del romanzo.

è pieno di zombie che non ci si crede. la morte dell’arte frequenta la mostra di sé al bastiglietto, l’assente italiano.

anche gli orsi sono in carcere fuori non c’è più nessuno | sono malati male

*

«Se si tratta di cosa che richieda attenzione», osservò Dupin mentre si asteneva dall’accendere il lume «potremo esaminarla con più concentrazione nel buio»
[ E.A.Poe, La lettera rubata ]

non sa di cosa è fantasma.

ha un piano | per la città delle scale.

solo se pensa alla sua | guancia sinistra.

lo zinco si deposita nei tessuti. | fa (facile): «azoto».

*

schelettra fontana di battiti | fratelli riddarissa

moins / mois / (mosè!)

——————–| ricordo che guardavo le case

i medici guardano le case

lo spazio compra le case

——————————–appartengono |           appartano | app

*

08

sack, also:

sapore-spore
biondo nel basto. questo tardava prima.
stanno di pattuglia. crimini. climi. barberini.
ready-made russia.
dust,

*

12

———————————————————————————–mimesis, 1

zo mi ha manda a prendere
paccoposta non me lo danno i sentimenti
presenta il documento
dàtelo che se
torno senza
frusta faccia

*

chimi   chemins           de (sce
d) —————————————————–[altro]out

ferro    (rim, marge, rimozione

(remoto, rem, chem-

(clem

*

tu non sai ma io non posso toccare i naturalia

(a) pietre | pierres
(b) persone | personae
(c) animati/-li | lives
(d) lac.

natura dicitur dupliciter
giardino parassitante
che in ogni suo punto fa il cieco

——————————sitis
——————————(ibis) → allora


shs1
Svein H. Skavern,  Asemic Works (Fonte: The New Post-literate)

 

Cosa la lingua in dissoluzione, cosa la lingua in ricostruzione? La serie di inediti che Marco Giovenale ci presenta continuano un percorso che non si arrende al disfacimento rimettendo in circolo l’ambiguità del segno.
La parola è un agone, un transito nell’assenza del senso per non arrendersi ma fagocitare e produrre – la produzione già vasta di Giovenale è tensione continua e propensione oggettiva alla presenza. Il soggetto a-grammaticale (de-sintattizzato) impatta i naturalia, declassandoli e deturpandoli eppure perdendosi in essi, confondendosi nel labirinto di emblemi lanciati fuori obiettivo. Ambiguità irredimibile e tentativo di conferma della stessa nel buio delle infinite immagini, come potenziale, miracoloso orientamento. Tutto si gioca su questa paradossale finzione fino alla “fantasmizzazione” dell’essente e espansione/riduzione del tempo: «moins / mois / (mosè!)», sottrazione/ indicazione/ eternità.
Le referenze saltano e non contano perché è lo strumento/lingua che si scorda e riaccorda come applicazione di un insieme di segni che colpiscono un utente non sempre capace di accoglierli: «appartengono | appartano | app». Eppure, e qui l’agone, la sfida lanciata al lettore (?), il segnale arriva, l’applicazione è fruita, anche se inconsciamente, da una nuova collettività che cerca di ricrearsi uno spazio altro: «lo spazio compra le case».
La lingua di Giovenale ci parla, per quanto indirettamente, della necessaria, ma faticosa, compravendita di un nuovo spazio vitale, di una diversa dimora. La “rimozione” del senso contiene la speranza che in questa sfida tracotante col mondo – «(ibis) → allora» – la parola, dai suoi margini originari, dal primordiale clima geroglifico, ci riconsegni un percorso, non pacificante certo, una circolazione continua, seppure sempre ambigua: ibis redibis.

(Settembre 2015)


Per informazioni dettagliate su Marco Giovenalehttps://slowforward.wordpress.com/bio/

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

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Vincenzo Frungillo (Foto di Stefano Maceo Carloni ©)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (8) – Spazio inediti: Vincenzo Frungillo

Dismissione

Advocatus et non latro,
res miranda populo.

“Bisogna conciliare.
Non esistono prove
per una connessione di causa
tra la loro vita e la loro morte.
Dovremmo ricostruire l’ambiente
la meccanica pesante,
la strozzatura,
l’aria che manca,
dovremmo ricreare la temperatura,
l’inferno della tettoia,
la polvere che cola,
il polmone saturo,
il carcinoma,
la metastasi lungo la schiena.
Manca un testimone
per organizzare l’accusa,
nessuno vi darà ragione,
a voi la decisione,
la diretta generazione,
il ramo familiare,
la prova del sangue,
voi potreste parlare,
oppure tacere,
rispondere alla miseria
con l’istinto di sopravvivenza,
rimettere in linea lo stimolo-la risposta,
accontentarvi del poco che manca.
Perché dissotterrare tombe,
tentare le ombre?
All’uscita del Tribunale c’è un rigattiere
che compra bare usate.
Il mercato non ha limiti,
si alimenta in continuazione.
Persino i poeti finiranno
per eccesso di produzione”.

*

L’estinzione dell’orso bianco

Se queste pietre avessero pietà
per le mie ferite, io avrei ragione,
in quanto animale tra le creature,
perché l’accento che tu noti,
diciamo il dolore,
è solo memoria che si corrompe,
e, pensa bene, non vale niente.
Ora il mio modo d’avere voce,
è un rantolo che non mi appartiene,
che mi distrae dal battito del cuore.
E tu pure, dall’altra parte,
ti rassegnerai alla forza che si sprigiona
nella fase estrema della caccia,
alla preda che non si nasconde,
che si è estinta, dalla faccia della terra.

*

La casa

Vivo in una casa vuota,
ma di cosa dovrebbe essere piena una casa?

Resta solo l’utilizzo mancato
d’ogni oggetto, lo puoi vedere,
certo, strabuzzando gli occhi
come facevi da ragazzo,
fissandoti allo specchio,
il petto nudo, e tutto il resto,
spezzato nel mezzo,
un capezzolo che guardava il cielo-
l’altro l’inferno-.
In questo eri un mitico busto,
con i vestiti di tua madre
tutto intorno, la macchina da cucire
che fissava i punti alle gonne.
Allora aspettavi il padre,
l’occhio mansueto del tempo.
Di questo non puoi avere rimpianto,
nemmeno adesso,
che la rosa nel vaso
fa la muffa lungo lo stelo.
Lo dici a te stesso,
riflesso nel vetro,
“i vestiti che indosso li darò in pasto
agli zingari del centro”.

*

Il ritorno

Lei tiene un braccio attaccato alla pancia,
l’altro lo stende sul tavolo,
mi porge la mano:
“Ti ho portato dell’uva
rubata alla mensa.
C’è qualcosa di misterioso
nella frutta che mangiano i bambini.
Provala.”
Non servono lezioni sulle stagioni,
loro si spiegano da sole.
E’ tornata per l’ultima volta.
Guarda fuori.
Non guarda più me.
“Ricordi la gomena
che hai visto sul molo..?
Secondo te, cosa reggeva?”
La liquirizia che ci riempiva la bocca,
un giorno svanirà.
Sentiremo un sapore diverso,
saremo altro e altro ancora.
Rovista con le unghie in una storia comune:
“Sapessi ora cosa vedo.”

*

La nostra storica parte di pena

This ready flesh
no honest equal, but my accomplice now,
my assassin to be, and my name
stands for my historical share of care
for a lying self-made city,
afraid of our living task, the dying
which the coming day will ask

S’arriva ad invocare la propria parte di pena
quando in casa, l’ennesima,
si confonde la manopola dell’acqua calda
con la manopola dell’acqua fredda,

quando la città volteggia libera nell’aria
come il polline di questi pioppi in primavera;
si cerca la parola stretta nella storia,
quando la società caracolla

nel tutto si deve perché si può fare,
si resta da soli a fermare la morte
mentre la si guarda arrivare,
come la sola funzione del nostro atto vitale.

Ci si ripete, “tutta qui la scienza appresa ad arte,
l’eredità della vecchia classe materiale,
quella d’un padre che s’inabissa
mentre il mondo straripa”.

Ed ora vorresti una colpa tutta tua,
vorresti vederla fare ombra,
vorresti stanare i nomi dalla loro piega,
vorresti chiamarli fino a svanire

nel nucleo

scintillante e parziale della loro natura mortale.


In bilico tra rinascita ed estinzione. La non appartenenza e l’esclusione alienante dal sé sono le tematiche che emergono dagli inediti di Frungillo, in linea con la produzione e le scelte di poetica fin qui svolte. Solo, un’altra sacralità si diffonde dal racconto “analitico”, obiettivo, del condizionamento avvenuto. Un respiro che da sincope si fa urlo battente, più che anafora, analessi della storia o, meglio, ripristino analettico della stessa: «vorresti vederla fare ombra,/ vorresti stanare i nomi dalla loro piega,/ vorresti chiamarli fino a svanire» (vedi il richiamo a Prime in Horae Canonicae di W. H. Auden proprio nel testo dei versi appena citati, per cui le ambivalenze del respiro si ampliano nel binomio carne nascente/carnefice). Sì, il nome, la parola, il verbum che chiedono giustizia di presenza (come il motto di Sant’Ivo in epigrafe sembra richiamare), gratuità del gesto, denudamento. Allora sembra il dono “il nucleo”, certo “parziale” della nostra “natura mortale”, che può riattivare un senso ben oltre il male, la nostra colpa invadente e infinita. Toni, quelli di Frungillo, che non ammettono pause o rilassamenti – e in questo si definisce il suo stile – ma che si muovono nelle intercapedini dell’agone tra parola e mondo, nello svuotamento della dimora che può rendere percepibile la capacità di un ritorno a una storia narrabile, al filo che ci introduce nel tempo, orientandoci nel suo straripamento di passato-presente-futuro, l’uno nell’altro, l’uno sull’altro. Il nome esonda e svanisce il senso; il suo spettro proteiforme si proietta in accumulo, e noi restiamo in cerca – a caccia – per coglierne un estratto, una traccia parziale.

(Giugno 2015)


Vincenzo Frungillo nasce a Napoli nel 1973. Ha vissuto a Freiburg, a Saarbrücken (in Germania) e a Milano dove tutt’ora risiede. Si è addottorato in filosofia con una tesi dal titolo Il rischio di una reificazione del linguaggio. Selbst e perdita di Selbst in Martin Heidegger (2001). In versi ha pubblicato Fanciulli sulla via maestra (con una nota di Milo De Angelis e di Eugenio Mazzarella, Palomar, 2002), Ogni cinque bracciate. Un estratto. (finalista premio Delfini, edizioni Galleria Mazzoli, 2007), Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti (con una prefazione di Elio Pagliarani e una postfazione di Milo De Angelis, Le Lettere, 2009), Meccanica pesante (XI Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea a cura di Franco Buffoni, 2012), Terre straniere (in Registro di poesia # 5, finalista Premio Russo-Mazzacurati, edizioni d’If, 2012), Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia (Premio Russo Mazzacurati, edizioni d’If 2013), La disarmata (AA.VV. Cfr edizioni, 2014). Altri suoi testi inediti sono compresi in Hyle. Selve di poesia, (con Dvd video contenente interviste e video, 2013). È presente in diverse antologie di poesia contemporanea, tra le quali Il miele del silenzio (a cura di Giancarlo Pontiggia), Poesia dell’inizio del mondo (a cura di Nanni Balestrini). Dai suoi testi sono stati adattati due recital per la voce di Viviana Nicodemo, entrambi presso la Casa della Poesia di Milano. Per il teatro ha scritto Il cane di Pavlov. Un monologo (Premio di drammaturgia Fersen. Ottava edizione, Editoria & Spettacolo). Suoi testi di narrativa sono apparsi su riviste, altri progetti sono tuttora inediti. Ha scritto interventi saggistici sulla poesia di Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Paul Celan, Biagio Cepollaro ed altri. È redattore di Puntocritico, Absoluteville, Carteggi letterari. Suoi versi sono stati tradotti in tedesco e sono in corso di traduzione in lingua inglese-americano. Sulla sua poesia hanno scritto tra gli altri: Andrea Cortellessa, Elio Pagliarani, Milo De Angelis, Giancarlo Pontiggia, Giancarlo Alfano, Giorgio Manganelli, Alberto Bertoni, Alberto Sebastiani, Luciano Mazziotta, Francesco Filia.

Poeti italiani (7) – Spazio inediti: Renata Morresi

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Renata Morresi

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (7) – Spazio inediti: Renata Morresi

Paesaggio con vecchia stazione e prime strutture del giorno

“bisogna inventarsi un volto”
F. Fusco, La Signora con l’ermellino

L’occhio rosso del sole sul mare si specchia in un milione di soli possibili.
Uno è quello vero e non puoi credere che è solo una palla di elio
che brucia nel cielo. Lungo i muscoli crudi del cielo, lungo i tendini ciechi,
lungo i gatti impestati del cosmo, lungo il nervo del dente profondo.
Sotto, i pescherecci, quasi forgiati dello stesso metallo dell’acqua,
guidati da una forza strana e uguale, eccitati d’insetto, mantide,
fegato pulsante, forza di padrone, plastica nel gozzo, così cieca,
così immane. Dal treno si fa presto a passare alla terra che monta,
alle case colorate, stabili, portoni, cassonetto, scritte, siepi, rotonda,
alle cose dei colori umani, inventati per resistere a dispetto di sole
più mare. La terra coi suoi guizzi e le sue ubbie, i suoi pali e i suoi pianciti,
centauri e scarafaggi che riecheggiano, e i mucchi di capelli che ci impigliano
nei secoli. Piloni impazziti, sensibili acciai, i cavi implacabili che tendono
tra i numeri che dicono: siamo una specie di forti, di ciechi. Testoline
secche di soffioni dopo i desideri, rimpiccioliti moncherini di tribù
subtropicali. L’aria è piena di quegli urli, desideri, cataste di piccioni
o scheletri ammansiti. Desideri, latrati, cigolare. Binari ciechi.
A volte hai il sentore che niente può ancora accadere, tanto geometriche
le misure del gabbiano, perfetto il suo peso specifico, il diritto
allo sfregio del suo volo. Lo snervamento si compie in segreto.
Non è la prima volta. Guardo i bimbi sul vagone, li guardo sempre,
non sono i primi. Vorrei sapere tutto di loro, anche se so,
dalla forma del cappello, dalla foga di manine, i nomi degli eroi di ruggine
e mercurio, so lo zucchero che li eccita ed asserva, il cobra in lattice
che non può, non può morire. E ho voglia lo stesso del suo morso,
come di tornare a esistere, eppure ci sono. Più perfetta ancora nel gabbiano,
e incredibile, è la voglia, e non ha alcuna proporzione, ché l’ha tutta,
tanto piena di se stessa che non vede quanto piena di sangue
è la sua vista, il suo volto quasi invaso, quasi rotto. Quasi solo occhio.


È il mondo ad apparire nell’inedito di Renata Morresi. Un mondo in costruzione, rinnovabile per accumulo e desiderio estremo di nominazione. L’occhio si sofferma e la mano dipinge la favola del sole che apre alle mille possibilità del giorno. Un racconto lungo, incorniciato da un soggetto che riscopre attenzione e spennella impressioni, manifestando la sua presenza, inizialmente esterna, poi gradualmente sempre più immersa nella sensazione dell’appartenenza. La comprensione del quadro attraverso la vista crea desiderio di contatto, sentore primigenio, per questo l’autrice guarda «i bimbi sul vagone», li riscopre nella finzione della prima volta, perché già li conosce come tutta la carrellata di esseri intravisti o immaginati nel viaggio fa intuire. Percorso di affabulazione, dicevamo, tentativo estremo di riattivare la voglia irrefrenabile e «tornare a esistere», andando oltre l’evidenza innegabile di essere. Viaggio o tentativo mimetico, dunque, in bilico tra la trascendenza di sé e la totale immersione nel quadro, nell’incontenibile smisuratezza dell’esistenza. Ma, come compressa, la visuale teme di farsi visione «quasi solo occhio» nella perdita opposta che può “spaccare” il soggetto, osservazione rispecchiante di un’impressione rotta al contatto, in esubero sull’alterità, violenta.

(Giungno 2015)


Renata Morresi è nata a Recanati nel 1972. Traduce, scrive saggistica e poesia, insegna lingua e traduzione inglese all’università di Macerata. Di recente sono apparsi due volumi di sue traduzioni della poeta americana Rachel Blau DuPlessis: Dieci bozze (Vydia, 2012), con introduzione critica, e Bozza 111: Arte povera (Arcipelago). Tra i suoi libri: Cuore comune (peQuod 2010, Premio Metauro 2011), Bagnanti (Giulio Perrone Editore, 2013). Collabora a riviste, cartacee e on-line (Nazione indiana, Punto critico, Argo, ecc.).

Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

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Andrea Inglese

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (6) – Spazio inediti: Andrea Inglese

Tutto questo, tutte queste forme prese dalla natura muta, è tutto terribile e insieme assurdo, scoraggiante, e però vive, si abbellisce, continua.

F. Ponge

… nell’area particellare di ciò che nasce…

G. D’Andrea

Potenze del mondo, nonostante. Il tempo sembra diventare ossessione nei due inediti di Andrea Inglese. La bomba biologica tenta di rinnovare – secondo la poetica del risveglio insita nel materialismo fenomenologico di Francis Ponge – la dimensione generazionale, l’apporto “informativo” (“choses entre les choses”) della nascita della figlia, nell’apparenza del distacco, riflette non tanto la “trasmissione” dei messaggi (a-referenzialità vs contrazione del senso) ma, con più vigore, la forza centripeta del corpo infantile, il vero carico gravitazionale per chi genera. Tutto in attesa della conflagrazione di quello stesso corpo, che sconvolgerà – forse, in un futuro e stavolta con carica opposta, centrifuga – la vita di chi è presso. Epifania della distruzione del tempo, della sua linearità, in una nuova deformazione – eternamente presente – per cui «Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere». E soprattutto ombre.

***

La bomba biologica

Di Andrea Inglese

L’informazione che mia figlia, viva da un solo mese, ha portato fino a me è questa: il futuro non conta più, non conta più per me, seppure con difficoltà debba prenderne atto, malgrado alcune fasi più critiche della mia esistenza, io come ogni essere umano mediamente illuso, abitato da fantasmi di felicità, ho voluto credere che il futuro fosse la mia garanzia, un’assicurazione nei confronti del presente, quel presente non organizzato, lacunoso, fitto di mancanze, di recuperi, quel presente così povero, ripetitivo, ma il futuro – mi dice mia figlia – non esiste più, non ha più risorse, giacimenti segreti, santuari in cui assistere all’ultima teofania, il futuro è consumato, esso prepara crateri, isolamenti, demenza, e il mio cadavere. Quindi ciò che mia figlia mi dice, quando riversa a pancia in su, con gli occhi appena spiritati, la bocca socchiusa, scuote senza controllo le gambe, è questo: il presente – dice – è tutto quello che ti resta, poiché io sono colei che è venuta a distruggerlo, io sopravvivrò al tuo presente, esso lascerà qualche traccia in me, troppo debole, perché io mi ricordi come mio padre viveva, nei minuti iniziali del giorno, o in quelli finali, o in qualsiasi altra piega diurna.
Mia figlia viene per incendiare, con il suo possente oblio, tutto quanto io ho raccolto, adibito a orizzonte, sistema, ambiente. Lei viene per bruciare, per dirmelo, affinché io lo sappia, nessuna cosa vale, esiste, che non sia il presente, questo qui, che ho addosso, in particole, frammenti, ombre, polvere.
Mia figlia, d’altra parte, malgrado noi – sua madre ed io – la si voglia addomesticare con nomignoli affettuosi, con dolciastri vezzeggiativi, lei, la cosiddetta carotina, ranocchiona, la Louskj Malouskj, la Louloutte, è in realtà, sotto i suoi divini sorrisi, una semplice bomba biologica, la vita si carica lì dentro, nel suo pancino, nelle gambette gonfie come pneumatici, nella sua potente pompa-boccale, che tutto risucchia verso un pozzo invisibile, nelle manine da puttina rinascimentale. La sua bomba biologica è già ovviamente esplosa, ma si tratta di un’esplosione prolungata, con una protervia autoasseverativa che si rinnova ogni mattina, lei è lì, attrezzata a portare avanti il suo programma minimo ma ferreo: agitare gli arti periferici, succhiare il ciuccio per ore, ingoiare i suoi 150 grammi di latte sei o sette volte al giorno, cacare e pisciare a dovere, ruttare, tirare testate a destra e a manca, senza alcuno scampo, tregua, ripensamento. Il suo è un programma minimo, ma non negoziabile, e cresce complicandosi di giorno in giorno: non s’interrompe mai, varia e si arricchisce, moltiplica i suoi punti di sfondamento, i suoi accessi sul reale, è un’invasione disinvolta e imprudente. La bomba biologica non possiede i caratteri dell’indugio, né un’organizzazione rinunciataria, ritrattile; lei, dal margine circoscritto da cui compie la sua esplosione, è sempre pronta ad affrontare tutto: il bagnetto, il cambio di pannolini, lo spostamento dentro e fuori il passeggino, la denudazione e il vestimento, le creme sul sedere, le siringate di vitamine in bocca.
Se da un lato questa bomba biologica a scoppio continuato e crescente rade al suolo il mio futuro, me lo risucchia negli interstizi di una cura ripetitiva, giorno per giorno, dall’altro, e in modo contraddittorio, spara fuori un getto potentissimo di futuro, lo ricrea ogni notte, e me lo ripresenta al risveglio, mia figlia emette futuro, a raggi ampi, d’intensità sempre maggiore, e pone me, sua madre, le nonne, tutti quanti in affanno: come riusciremo a stargli dietro, chi potrà seguire, per ogni tornante il suo futuro? Chi sarà in grado di tenersi in piedi, in equilibrio mentale, con un bilancio economico in attivo, un’energia erotica non episodica, fino a che lei avrà prodotto, e di conseguenza bruciato, una quota significativa del suo futuro?
Chi sarà all’altezza del suo futuro rinnovabile?


La vita confusa sottolinea il disagio. Non più neutrale, il soggetto vive la dissoluzione della linea temporale. Cronos morto, resta la luce fiacca del disorientamento, quella dell’ultimo Wallace Stevens, cadente: «Weaker and weaker, the sunlight falls/ In the afternoon». Eppure nella caduta a vortice di tempi diminuiti, di uomini incompiuti (o in continua mutazione, che è lo stesso), è possibile la selezione, anzi indispensabile la scelta, barlume di una volontà disillusa che presenzia la sua stessa disillusione «nella scaduta grandiosità dell’annichilimento» (ancora Stevens). Niente di nuovo oltre il cammino che ricrea la «grande noncuranza del camminare».

***

La vita confusa

Di Andrea Inglese

Per alcuni anni è come se la mia vita fosse stata molto confusa, e questa confusione della vita dura ancora, ma io credo di meno, ed è per questa diminuzione della confusione che mi sono imposto, da qualche tempo, e con aiuti esterni, di fare ordine, e sopratutto ordine temporale, perché la confusione non è solamente spaziale, ma è del tempo. I giorni non si capisce bene per che verso passino, perché come i mesi o gli stessi minuti, anche i giorni, con la loro durata media, bonaria, debbono passare, ed effettivamente si muovono, ma non so mai bene per quale verso, se io sia in una fase di ritorno da qualche giornata, o se stia andandomene via da qualche giornata, le giornate hanno strani modi di avvolgersi o di ritirarsi, di venire incontro, di cercare l’impatto, ma non si sa mai se si è dentro la loro bonaria durata, sulla via del ritorno, o se stiamo andando davvero altrove.
È evidente che io avrei bisogno di scendere nei fatti della mia vita, perché è in qualche modo certo che questi fatti esistano, ed esistano come fatti della mia vita, ed essi – io lo immagino con facilità – sono connessi variamente, magari non tutti, nessun fatto è connesso con tutti gli altri, anche se a volte immagino che sia così, cioè immagino che nella mia vita quello che non va dipenda da un’eccessiva connessione di tutti i fatti tra di loro, e sento come questa iperconnessione maniacale dei fatti tra di loro non possa portare nulla di buono, o possa al massimo portare qualcosa di molto intricato, e che questo intrico lo si può portare, poi, solo per qualche tempo, intendo dire portare avanti, farlo evolvere, perché l’intrico suggerisce un problema inerziale, un eccesso di nodi e spigoli, e tutto questo annodamento e intreccio non può che rallentare fino quasi al raffreddamento e alla quiete malsana il cammino. Ma è per mia fortuna, io credo, che i fatti della mia vita siano collegati tra di loro in modo incompleto, in modo massicciamente incompleto e approssimativo, tant’è che più che un intreccio problematico, piuttosto che l’inerzia, il problema del mio cammino è quello del disorientamento, poiché nulla tiene nulla all’interno della mia vita, e il movimento è talmente facile, che esso assomiglia a uno scivolare quasi senza attrito, ad un glissare, o forse addirittura ad un cadere.
La confusione temporale della mia vita, che ad essere precisi è una confusione sia temporale che spaziale, dipende senza dubbio dalla difficoltà di tenere i fatti della mia vita uniti, agganciati tra di loro, abbastanza uniti e agganciati almeno, senza per forza mirare all’iperconnessione molto pericolosa di tutti i fatti con ogni altro, anche perché quel tipo di massiccia e pervasiva connessione non può che portare ad un incremento di senso, ogni fatto risuonerebbe con ogni altro, e così simultaneamente catene di fatti risuonerebbero tra loro producendo un immenso frastuono nella mia testa, è quindi bene che solo alcuni fatti ed alcuni altri possano essere tra loro solidali, ossia agganciati l’uno all’altro, in modo da resistere a quelle pressioni che la mente confusa produce, a quelle spinte alla divaricazione, alla dispersione, a quelle spinte che, insomma, portano ogni fatto alla deriva rispetto ad ogni altro, creando questa grande noncuranza del camminare, poiché si cammina così facilmente al di fuori di qualsiasi tessuto di fatti, seppure parziale e provvisorio, si cammina così bene, che sembra alla fine di correre, di scivolare via, di cadere nel vuoto.

(Aprile 2015)

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Hans Grundig, “The Sign of the Future”, 1935 (Pushkin Gallery)

Andrea Inglese (1967) vive a Parigi. È poeta, saggista, traduttore. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Tra i suoi libri di poesia: Inventari (Zona 2001), Colonne d’aveugles (Le Clou Dans Le Fer, 2007), La distrazione (Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009), il prosimetro Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2011; premio Ciampi), Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, nell’edizione italiana (Italic Pequod, 2013) e francese (NOUS, 2013), e La grande anitra (Oèdipus, 2013). Tra i testi in prosa: Prati / Pelouses (La Camera Verde, 2007) in parte confluiti nel volume collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009), Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001 (La Camera Verde, 2011) Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazioneindiana. È nel comitato di redazione di “alfabeta2”. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per una itinerante & collettiva installazione poetica.

Spazio Inediti (14): Stefano Pini

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Stefano Pini

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (14): Stefano Pini

Cucivamo un debito irrisolto
il trasudare delle risorgive
nei canali del secolo.
La terrina di pianura ci teneva gli occhi
come per caso: “Nessuna prosa”
dicevamo al compiersi delle tele,
primo sguardo di uomo,
il profilo delle cose in una serratura.
Niente era nostro del tutto
ma per caso.


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Fiume di risorgiva Stella presso Udine

Lavoro d’intreccio che si fa desiderio, questo messaggio traspira l’inedito di Stefano Pini. L’atmosfera rarefatta annuncia, è in attesa di un avvento che risponda al negativo, forse una distrazione, forse la distrazione che conduce fuori dall’ossessione.
Il componimento attraversa, nonostante la negazione, un tragitto che non si percepisce lineare – “Nessuna prosa” – pur partendo da un sostrato riconoscibile, identificabile in un territorio di “risorgive” e “terrine”, l’umile nord residuo novecentesco di tradizione popolare e memoria per il poeta che con quel secolo sembra volersi confrontare, iniziando a captare le proprie radici. Di tessitura si parla – “Cucivamo un debito irrisolto” – e sembra già una risposta al Novecento (vedi questo attacco dell’ultimo Fortini: «Allora comincerò con un altro disegno», Il custode in Composita solvantur, 1994 o, ancora, il titolo di un libro recente di Lorenzo Mari, coetaneo di Pini, Nel debito di affiliazione, 2013), ricucitura con la tradizione come dovere da compiere, da pagare al passato per riattivare il futuro e tentare l’accesso a quel “primo sguardo di uomo” che è l’aspirazione a una nuova sorpresa, “l’altro disegno” di Fortini. Eppure si avverte l’impossibilità di un ritorno effettivo, la visuale non focalizza se non attraverso filtri, non può essere frontale, al massimo ri-accenna a una sensualità passibile di dispersione voyeuristica che il primo scorcio del nuovo secolo propone nella “socializzazione” virtuale delle esperienze (“primo sguardo di uomo,/ il profilo delle cose in una serratura”). A insinuarsi è la casualità che è impossibilità di ristabilire la simmetria con le cose, sia il passato o il futuro non resta che accertare, ancora una volta, la nostra non totale appartenenza al mondo. In un linguaggio piano ma trivellato di crepe (le “risorgive”) Pini finisce per ricordarci, come un monito, che “Niente era nostro del tutto, ma per caso”.

(Aprile 2015)


Stefano Pini è nato a Treviglio, in provincia di Bergamo, il 13 febbraio del 1983, e lì risiede. Laureato in Lettere e Filosofia, ha pubblicato Anatomia della fame (La Vita Felice, 2012 – Premio Camaiore Opera Prima). Sue poesie sono apparse nell’antologia di Subway Letteratura (2010) e su diversi siti internet. Fa parte della direzione artistica di TreviglioPoesia – Festival di poesia e video/poesia.

Poeti italiani (5) – Spazio inediti: Corrado Benigni

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Corrado Benigni (Foto di Viviana Nicodemo, 2014)

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (5) – Spazio inediti: Corrado Benigni

Non sarà più così – distanza tolta dallo spazio –
per noi deciderà una luce inerme
arata dal destino, ma intanto
quale appello invocare a colui che non ritorna?

Chi legifera ha una bocca rapace
contumace nel bianco delle parole
che illumina chi si persuade.

(da Tribunale della mente, Interlinea, Novara, 2012)


La riflessione poetica di Corrado Benigni è ossessione linguistica che si basa sulle potenzialità etiche della parola. La semantica relazionale, la “comunione” dello strumento linguistico in quanto significante, è incenerita in una ricerca, quasi archeologica, del “codex”, della radice stessa di una “norma” che sia ancora condivisibile. Il linguaggio si raccoglie nella pratica-habitus di un segno monitorabile ma non per questo statico. In Tribunale della mente (la raccolta del 2012 in cui troviamo il testo qui presentato), un senso di sconsolato smarrimento intride la riflessione sull’”invocazione”, residuo di senso di una parola intesa come originaria (di uno status, di un habitus e, quindi, di una società). La chiamata attraverso quella «luce inerme», che appare nel secondo verso, è quasi il manifesto di una poetica “in levare”, per cui la fragilità del verbum è tutta la debolezza di un mondo in dissoluzione.
La protervia del segno che diventa “codice” è il messaggio che arriva dalla forza neutralizzante delle parole, nella loro dimensione ambivalente di senso/non senso, l’unico valore di una comunicazione che si fa coerente solo per chi «si persuade» della loro effettiva “significazione”.
Una fiducia ridotta all’osso, in una fase storica di mutamento antropologico la parola sembra trasformarsi in geroglifico (segno sacro e allo stesso tempo incomprensibile, quasi esclusivo perché escluso dal diverso mondo linguistico incipiente) di luce.


PIXEL

Come suoni nelle pietre le parole nascondono
luoghi e cellule, respiri e ore contate
che dicono chi siamo,
mentre tutto scorre in un atto di luce e rovina
attraversando il groviglio. Pixel di voci affiorano sulla pagina,
disegnano volti tra le lettere di un alfabeto perduto:
i bambini che sulle rive del Nilo vendono fossili,
Dike sul banco degli imputati, mio padre, Ulisse senza Itaca
in un’era glaciale.
Domani tutto sarà cancellato.
Ma la strada è una lingua che ci vede
e sotto la terra un bosco – immobile – aspetta di nascere.

(Inedito)


L’inedito richiama – in-voca? – la trasformazione emersa nel testo precedente, rendendola evidente. Si aggiunge come tappa di un’evoluzione linguistica che, dalle discendenze “normative” della condivisione verbale, accenna uno scarto di speranza nell’ineluttabilità della scomparsa.
Parole come «suoni nelle pietre» che fanno pensare al silicio, alla mineralizzazione della comunicazione di massa in un anfratto di pixel, di elementi disegnati nella luce, segni puntiformi di una nuova “visione”, aggrovigliata nel suo stesso mostrarsi. Ma cosa sarà questo nuovo segno, questa traccia geroglifica, appunto («i bambini che sulle rive del Nilo vendono fossili» ne rappresentano il richiamo lontano, archeologico, creando un ponte tra le epoche, comunque sia, una memoria), che sembra spingerci all’estinzione ma non nega una plausibile rinascita?
Nessuna risposta in nessun luogo, oppure qualcosa balugina nella stessa possibilità di cancellazione del segno. L’impronta è sempre la “lingua”, la manifestazione di «un atto di luce», il groviglio di segni, la “selva” che sempre e sempre «aspetta di nascere», malgrado noi, strumenti della sua legge.

(Marzo 2015)


Corrado Benigni è nato nel 1975 a Bergamo, dove vive. Ha pubblicato nel 2012 il libro di poesie Tribunale della mente (Interlinea); nel 2010 la sua silloge Giustizia è stata inclusa nel Decimo Quaderno italiano (Marcos y Marcos, a cura di Franco Buffoni); del 2005 è la sua prima raccolta in versi: Alfabeto di cenere (Lietocolle).