Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

La dimora del tempo sospeso

Leggo Nuovo Inizio di Gianluca D’Andrea come un ambizioso, coraggioso poema contemporaneo, come un multiforme progetto, come una rischiosa proposta. E dico subito che quel mio leggo possiede già un difetto, perché esso fa pensare alla lettura di un testo almeno lineare, di un testo composto secondo la tradizionale scansione in versi e in pagine, scansione che continua, spesso, ad accomunare pubblicazioni “in rete” e pubblicazioni cartacee. E, invece, Nuovo Inizio è sì un poema, ma è anche un esperimento e, dicevo, una rischiosa proposta perché Gianluca, che ha già all’attivo pubblicazioni in volume di notevole valore e la cui poetica è estremamente consapevole e avvertita, ben lontana da qualunque intimismo e vezzo letterario, ha voluto, direi ha accettato il rischio di comporre quello ch’egli stesso definisce ipertesto e l’ha fatto coerentemente con lo sviluppo delle sue riflessioni e, appunto, della sua poetica.

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Diario – Estate: 11) Colei che brucia le navi

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William Mcgregor Paxton, Nausicaa (entro il 1937)

La Senna festeggiante, RV 693, Sinfonia: I. Allegro · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 11) Colei che brucia le navi

Sempre in attesa di un ritorno, ritorno per non tornare.
La collina dove iniziava l’esplorazione era stata scavata per costruire le nostre abitazioni. Molte volte cercò di riprendersi il suo spazio. Pioggia e smottamenti che fecero evacuare alcune famiglie, ma quel condominio enorme, arroccato nel suo cuore, è ancora lì, decrepito e agghiacciante, in contrasto col sole assoluto che lo colpiva nelle stagioni preadolescenziali ancora vive nei miei ricordi.
Un giorno aspettavo di riprendere la scalata interrotta, riprodurmi ancora «nel cammino glorioso del giorno» (W. Shakespeare, cit.), così ruppi l’attesa e con un gruppo di amici raggiungemmo il sentiero in salita che ci proiettava in uno spazio altro, un territorio vergine che solo noi avremmo potuto esplorare, svelandone gli incredibili misteri.
Aspettavamo «che le vesti asciugassero al raggio del sole» (Odissea, VI) dopo l’ascesa. Sedevamo tra rocce in una piccola radura circondata da euforbie rinsecchite e allori. Distanti sul mare le imbarcazioni s’appoggiavano alla luce stanca delle isole¹, la nostra pelle sempre più bruna ci illudeva della fine dell’infanzia, proprio quando, sicuri del nostro vigore (Odissea, Ivi), non potevamo capirne la fine effettiva.
Eravamo il mondo ma dovevamo salvarci da lui, fummo salvati ma non siamo più il mondo. Nella relazione non esisteva salvaguardia. Ora la sicurezza è l’unico obiettivo delle nostre esistenze, dal 2001 è preventiva, quindi fondante, lo straniero è il malvisto e, per questo, l’escluso. Nessuna ripercorrenza, nessuna agnizione, l’identità è per sempre reclusa a causa dell’esclusione dello straniero. Nessuna seconda vita, nessuna opportunità.

Non posso riportare intatto nulla di ciò.
La mia faccia è fumo, il mio corpo acqua,
le mie orme sono fatte di neve.

(R. Robertson, Esitazione)

Eppure quella luce selvaggia era vera, nonostante incombesse la fine, eravamo fuori, sciolti nel paesaggio, impastati nella terra ascendente, in quelle radure che permettevano pascoli vaganti, ritrovamenti alieni, un mondo vecchio che si attorcigliava sotto i nostri passi. Pochi presagi, me scomparso nella terra, «tutto svanito, lasciando solo questo filo fantasma, / questi passi di vetro sottili come ostie» (R. Robertson, Ibid.).


Nota:
¹ Le Eolie? Il brano richiama i primi versi della poesia Uve di mare di Derek Walcott.

Dos poemas de Gianluca D’Andrea

Dos poemas de Gianluca D’Andrea

Traducción de Diego Estévez

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III

El petirrojo y el pichón dividían

los cuadros de espacio en el patio.

El alimento son los manteles revueltos,

el aire alacena y todas aquellas briznas

que vuelan, mientras un tufo desde el sur

me recuerda la calle de los desperdicios,

su almacenaje en costales,

incubados, producidos, jamás procesados.

Desde el mar, después, la brisa llega tenue,

en el rostro la caricia se transforma,

desde atrás, fastidioso, golpeaba

el lebeche y el respirar, que se torna

infecto, ahora podía devolver

el lejano mensaje de la cañería

que, silente y grávida, vomita en el mar.

 

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