Charles Baudelaire: una poesia da “I fiori del male” (Einaudi, 1992) – Postille ai testi

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Charles Baudelaire verso il 1860 (Foto: Gaspard-Félix Tournachon, detto Nadar)

di Gianluca D’Andrea

Charles Baudelaire: una poesia da I fiori del male (1992)

i fiori del male

Spleen – LXXVI

J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans.

Un gros meuble à tiroirs encombrés de bilans,
De vers, de billets doux, de procès, de romances,
Avec de lourds cheveux roulés dans des quittances,
Cache moins de secrets que mon triste cerveau.
C’est une pyramide, un immense caveau,
Qui contient plus de morts que la fosse commune.
– Je suis un cimetière abhorré de la lune,
Où comme des remords se traînent de longs vers
Qui s’acharnent toujours sur mes morts les plus chers.
Je suis un vieux boudoir plein de roses fanées,
Où gît tout un fouillis de modes surannées,
Où les pastels plaintifs et les pâles Boucher
Seuls, respirent l’odeur d’un flacon débouché.

Rien n’égale en longueur les boiteuses journées,
Quand sous les lourds flocons des neigeuses années
L’ennui, fruit de la morne incuriosité
Prend les proportions de l’immortalité.
– Désormais tu n’es plus, ô matière vivante !
Qu’un granit entouré d’une vague épouvante,
Assoupi dans le fond d’un Sahara brumeux ;
Un vieux sphinx ignoré du monde insoucieux,
Oublié sur la carte, et dont l’humeur farouche
Ne chante qu’aux rayons du soleil qui se couche.

*

Spleen – LXXVI

Ho dentro più ricordi che se avessi mill’anni.

Un gran mobile ingombro di verbali e romanze,
letterine d’amore, bilanci, poesie,
di grevi ciocche avvolte in ricevute,
non nasconde i segreti che nasconde
il mio triste cervello. È una cripta, una piramide
immensa, con più morti della fossa comune…
– Eccomi: un cimitero che la luna aborrisce
e dove lunghi vermi vanno, come rimorsi,
senza posa all’assalto dei morti che ho più cari;
un salotto decrepito, gremito
d’oggetti fuori moda fra le rose appassite,
i pastelli lagnosi e i pallidi Boucher
che profumano, soli, come boccette aperte.

Niente uguaglia in lunghezza quei giorni zoppicanti
che sotto i fiocchi grevi delle annate di neve
la noia, triste frutto dell’incuriosità,
prende misura d’immortalità.
– E tu ormai non sei altro, materia della vita!
che un granito assediato da un labile terrore,
immerso nella bruma d’un Sahara profondo;
vecchia sfinge obliata dal mondo indifferente
e che le mappe ignorano e soltanto
ai raggi del tramonto ferocemente canta!

(Trad. di Giovanni Raboni)


Postilla:

Il mondo dei ricordi ingombra la mente, rischiando la deformazione del soggetto – «J’ai plus de souvenirs que si j’avais mille ans». Il cervello è la tomba del passato e la sua forma labirintica, “verminosa”, è la forma di una scrittura appassita a rischio di dispersione. Proprio da questo rischio nasce la noia, “ennui” che prende l’aspetto eternizzante, non tanto della decrepitezza, ma degli abusati simboli in disfacimento: il “Sahara brumoso”, “il granito assediato” dal terrore della scomparsa, la “vecchia sfinge” che finge di essere “ignorata”, perché invece è lì dove la scrittura, in un movimento spiraliforme, à rebours, la cita, riprende rilievo e fuoriesce dal presunto oblio. L’atmosfera ipnotica, il sonno della ragione, si ribalta nella sua conclusione. Il finale del testo è chiaro: se il segno perde aderenza è perché il mondo è indifferente al suo richiamo, ma la persistenza del richiamo è la sfida che il simbolo misterico (il linguaggio) lancia continuamente al mondo, la sua necessità di restare e mantenere un legame, per quanto distorto, per quanto mostruoso, con lo stesso. Agonia e controspinta agonistica del segno, al limite della scomparsa del senso, le nuove parole, le abbrutite, le “verminose”, manifestano la trasformazione, il passaggio a un nuovo universo di significazione. Ancora “boiteuses” ma sempre in cammino, i giorni a venire, le voci a venire, faranno vibrare il loro “canto feroce”, persino negli ultimi raggi del sole tramontante. Speranza è forza nel disastro, per quanto il ricordo sia «une pyramide, un immense caveau, / Qui contient plus de morts que la fosse commune».

 

IL CASO: ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

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Barcone di migranti

di Gianluca D’Andrea

Il caso: La bellezza di stare da soli – ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

Il caso che l’attesa è finita e il conteggio no. Presenti e assenti risucchiati in un unico ciclone. Il caso che non esiste un ciclo ma un continuum, però quanto ci piace la coincidenza, la datazione e il riscontro fatale nella fine… degli altri.


Repubblica.it – Palermo

Repubblica.it


ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

noi a noi stessi morire
e ci rinnova il silenzio

Federico Hindermann

Forma ciclonica della morte
e ciclica che ripeti le date
per riprodurti e rigenerarti
senza bisogno di nuove invocazioni
hai evitato le preghiere di tanti
hai disciolto altre quattro centinaia (?)
di cuori nella zuppa salmastra
del nostro mare tra le terre.
Numero tondo (?) se aggiungiamo 800
e spostiamo di un anno il 18.
Grazie gioco maligno che ritorni
e dissolvi l’attesa esasperante che avrebbe
atteso queste anime che trovano
giusta requie al loro cammino selvaggio,
imposto. A quanto ammonti il numero dei morti
non smonta il numero esondante dei sopravvissuti
in attesa di osservare con svelto stupore
e dare un nome al prossimo ciclone.

Gianluca D’Andrea


NOTA

18 aprile 2015, naufragio di un barcone di migranti nelle acque libiche, sono stati stimati almeno 800 morti; 18 aprile 2016, si scopre che il 12 dello stesso mese un barcone di migranti africani affonda al largo delle coste egiziane, stimate 400 vittime.

Una nota su “La città che c’entra” di Roberto Minardi, Zona, 2015

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La città che c’entra (nota di Gianluca D’Andrea)

la cittàÈ un’atmosfera apparentemente ingenua, il tono sincopato di chi si aggrappa a una lingua semiperduta, a imbastire La città che c’entra di Roberto Minardi. Il poeta ragusano ordisce e organizza, con risultati non sempre convincenti in questa prima fase (si vedano anche gli inediti che preparano la presente raccolta, qui), una poetica che chiamerei della “dissonanza”, traducendo il proprio desiderio di accoglienza dal basso degli eventi. I toni “umorali” – ma anche umoristici – oscillano tra un polo solare – che si spinge nei recessi del caricaturale («il sole si ritira/ come un contrasto che/ la dice lunga o forse/ non dice niente e si offre alla vista/ di chi dal finestrino/ in questa ora di punta/ forse neppure osserva,/ mentre in silenzio giudico/ le smorfie, i gesti…», La città che c’entra, p. 13), per cercare epifanie di senso – e il polo dell’ubertà prosciugata in un’ironia che stempera il giudizio sul mondo: «Lasciate ogni baldanza e cantate/ lasciate che si stacchi ogni umore/ gli occhi volgete verso i buchini/ l’acqua massaggerà le palpebre/ se esce, se ne sarà restata/ fuori vi è il mondo e non ci crediamo» (La doccia e oltre, p. 65). Si crea un registro dissociato, spaesante, la cui presunta debolezza emerge nell’impossibile dissolvenza dei due modi, o mancata pacificazione. La forma esuberante nasconde la chiarezza, la forma prosciugata scivola nel macchiettismo: «… lasciamo stare/ e per ora si affida a un turbine/ la spirale dell’ugola/ com’è bello scrutare l’interno/ le interiora ci fanno un po’ schifo/ asciugare col fono la cute/ è un piacere segreto…» (Tornando al discorso, p. 68).
Eppure, è nel discrimine tra i due poli che si riesce a rintracciare il messaggio di una mutazione avvenuta, proprio quando Minardi riesce a incastrare ed equilibrare al meglio le due tensioni, allora l’aderenza totale alla “surrealtà” del vivente invischia la parola e la trasporta all’accettazione dello stesso esistere: «… il potere di cogliere in flagrante/ il gioco di chi tira i fili/ la fede appartiene a chi la fabbrica/ la femmina della giraffa urina in bocca al maschio/ che dal gusto del liquido/ capirà se lei è in calore/ è parso anche a voi di sentire un richiamo/ la voglia lacerante/ di vivere fino a morire?» (Prima di diventare padre, p. 70).


Testi da La città che c’entra

La città che c’entra

Le pulegge, le carrucole, le gru,
impalcature e pettorine – la
capacità di esibire un lavoro
senza nessun pudore –
a fianco sfilano binari senza
un fine, arrugginiti, insomma una
tensione non da poco,
quando con discrezione
il sole si ritira
come un contrasto che
la dice lunga o forse
non dice niente e si offre alla vista
di chi dal finestrino
in questa ora di punta
forse neppure osserva,
mentre in silenzio giudico
le smorfie, i gesti, i giornali gratuiti
e le riviste che vengono lette,
o le conversazioni di chi siede
accanto al posto mio, perché chi giudica
si crede un’isola più pittoresca
e quanto più lo fa più si dimentica
di cosa soffrono le tempie oppure
qualsiasi punto che appartiene al corpo
e che vorrebbe mettersi a gridare
come un bambino petulante,
alquanto insopportabile,
esageratamente insoddisfatto.

*

Accadrà e farà caldo

La poesia più bella arriverà e sarà
come bruciare tutto mentre il corpo gravita,
sotto luci che scrutano la postura di un uomo
che si scioglie ed aspira mentre vivo, in balcone,
se ne sta a torso nudo, appoggiato, e trasogna…
Basterà un niente e gli occhi arrossiranno,
come quando ti immagino – nella foto hai tre anni
e la tua canottiera è di un rosso sbiadito –
a rincorrere un cane tra le palme e il fogliame,
tra galline che saltano e sbattono le ali,
con la grazia terrena dei tuoi piccoli piedi,
con l’innocenza che hanno i sandali di gomma,
mentre nell’aria oscilla il piccolo rametto
che tieni in una mano, come per comandare.

*

A capo

La grinta si consuma
con l’esercizio delle elezioni,
col gesto inesistente di versare
i contributi per la pensione,
con la preoccupazione
di chiudere la porta a più mandate
e anche coi paletti.
Ridursi a un colpo di tosse dietro l’altro
non per amor dell’arte
ma perché non si può
fare a meno che stridere…
Ed ogni punto che sospende insieme agli altri
ricorderà la cicatrice che vive
su questa parte di pelle, proprio qui
dove accarezzo e rifiuto
di venire toccato,
di essere chiamato
per nome o per titolo
giacché non sono altro
che un verso in più
nella politica infinita dei monologhi…
La caffettiera brontola, è vero,
e il desiderio aumenta,
quello di essere un genio
o un canarino,
anche solo l’artefice
di un motivo che riesca a redimere
i fumi scaricati
i venti opposti, diametralmente,
e le intenzioni derise dal tempo,
quelle nel tempo annegate
con la solita scusa del tempo.

*

A fuoco lento

saranno i nostri debiti
a renderci immortali

Quaggiù si scardina di tutto
e tanti hanno gli occhi asciutti
la paura del buio allumato
nelle ore, le zone regresse
appartiene alle classi appropriate
la luce arancio
delle giornate che si allungano
non la si può inquadrare
e addolcisce e irrita
e fa venire la malinconia
e la spavalderia attorno
ci appartiene a momenti
alla fermata della corriera
batteva la pioggia sulla tettoia
e non era la domanda da porsi
ma in mezzo a stillicidi e scarchi
saremo in grado di eseguire i passi
con onestà, muniti, come siamo
di dita che picchiettano sui legni
quando ci rintaniamo? nell’attesa
ecco che l’acqua condensa, emoziona
quando risale dalla casseruola
l’olio scoppietta e l’aglio dora
fatta da parte l’estasi olfattiva
a dirla con politica passione
l’unica regina che serva è un’ape
abbiate dunque presente la strage
dei corpi neri, pelosi, dorati
e frequentate un corso
per impollinatori.

*

Prima di diventare padre

Voglio stendere un velo mediamente pietoso
sui nervi che testimoniano
in un pianeta fuori dalla portata
viaggiano le radici
vanno a cercare nutrimento
l’intera storia nei cerchi
voglio morire il più tardi possibile
per essere in grado di vivere
prima o poi
si chiederanno che vorrò dire e lo faranno
se non avranno intuito
perfino quello che non c’era da comprendere
è ficcante il potere di cogliere in flagrante
il gioco di chi tira i fili
la fede appartiene a chi la fabbrica
la femmina della giraffa urina in bocca al maschio
che dal gusto del liquido
capirà se lei è in calore
è parso anche a voi di sentire un richiamo
la voglia lacerante
di vivere fino a morire?
to be looking like nothing
to be looking nothing like

l’assenza di volti gentili è spossante
signore con tintura all’henné indossa
giubbotto in finta pelle
il calcagno delle scarpe è liso
sorride mentre scende dall’autobus
ma non si sa perché né a chi
e molti altri curvi individui
solo lavoro è la vita
disse il poeta con piglio banale
dopo abbondanti sorsi di vino
il sonno è disturbato
la pancia già ingrassa
sono tutti bravi così, ci vuole poco
pensa qualcuno ma non mette in atto
come progetto su due piedi
eviterei le fiumane di gente
le dita che al vento si distraggono
il discorso non piega
è sicuro
sicure sono le stesse mani
l’unico modo di andare avanti è deciso
fuori di me però non solo
la storia viene impastata
da chi è conciato meno bene
con varie espulsioni, emulsioni
la musica non sappiamo da dove arriva
sui pensieri la nebbia si affaccia
le industrie belliche falliranno
avercela col male non è facile
stupenda creatura a me ignota
il male non tange il più delle volte
credo nel verde e nel marrone
della campagna
nell’oleosa proprietà del mare
vi voglio bene e non vi voglio
penso alla schiuma
al pianoforte che non so suonare
chiunque tu sia
sono dalla tua parte
ma fino a un certo punto
nella stupenda sorpresa olfattiva
di quando torno a essere umano
un movimento d’aria sbalordito
ti dico che amo ed è così
difficile accettare dei miracoli.

Cesare Viviani – 6 poesie da “Osare dire” (Einaudi 2016)

vedenti
Composizione fotografica di Ruggero Pellegrin e Marta Gambazza: Vedenti © (Fonte: Notizie comuni italiani)

osare_direTra lo gnomico e il didascalico, Osare dire, di Cesare Viviani, impone un senso di inaderenza che toglie fiato. Già a partire da Silenzio dell’universo, il tentativo “esistenziale” dell’autore toscano imprime, e proprio nella direzione mistico-contemplativa agognata, un eccessivo distacco dalle “lordure” materiche. Così la lingua, proprio per via del distacco, si semplifica fino all’appiattimento, non sorprende “criticamente” il mondo lasciandolo vibrare nella totale indistinzione. La poetica, stucchevole ormai, del distacco identitario non si rinnova e non aggredisce linguisticamente la sponda negativa del reale, ma si lascia trascorrere nello stesso flusso indistinto, rilevando – senza strumenti di setaccio convincenti – soltanto la stessa indistinzione. Ma oggi, in tempi postumi e non semplicemente post-identitari, è veramente necessario lasciarsi andare alle cosiddette “cose ultime” o mantenere quel “riserbo” spacciato per valore, il cui unico azzardo, però, è l’allontanamento dai fatti?
In questo smorto paesaggio, che abbonda in autoreferenza, salviamo dei testi che, almeno sul piano concettuale, mantengono in piedi la spoglia del vero.

Gianluca D’Andrea


Cesare Viviani – Osare dire (6 testi)

Quando il cielo si tinge di nero,
a buio,
gli affaticati che ottengono
un giusto riposo a casa
non siamo noi,
affannati a smontare
e a rimontare il vero.

*

Cresceva il non essere.
E chi l’avrebbe fermata l’onda celeste
che scendeva dal cielo a portare il vuoto
e lo diffondeva nell’aria,
e allora c’era chi reagiva
con il sollevamento pesi o con gli addominali,
chi scaraventandosi dal primo cliente
a insistere
per concludere un contratto,
chi si indebitava per comprare una macchina suv,
chi correva in chiesa a supplicare Dio
d rimediare a tutto.

*

Chi non si impegna
resta nella fossa, tale e quale
l’hanno calato.
Chi invece vuole acquisire
uno stato migliore, si dà da fare,
cerca il pertugio per arrivare
al buio più profondo,
all’assoluta quiete,
all’eterno immutabile.

*

Immagine resisti, resisti,
non mi privare della speranza
che un giorno tu possa essere vera,
scoperta dal puro sentire.
Un peso secolare grava
sull’organo del cuore.
E ora non c’è più presenza,
ma tante assenze
che si richiamano
all’insaputa di tutti.

*

E se fossimo noi luce del giorno,
e non il sole?
Acquietarci nel nostro essere vero,
finalmente trovato, essere noi
anche portatori di tenebre,
col tremolio del riposo e del sogno.
E se il tempo fosse solo pensiero?
Ma dall’universo provengono
le alterazioni del corpo
e la febbre.

*

È passata la vita,
e non ce ne siamo accorti.

IL CASO: IDOMENI

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Un’immagine dagli scontri del 10 aprile

Il caso: La bellezza di stare da soli – IDOMENI

Il caso che per tutti è garantita una casa, meglio una tenda da condividere con una massa di persone che condivide la stessa tragica condizione: fuggire dalla propria casa perché non c’è più nulla da condividere, se non il tentativo disperato di illudersi e sperare nella salvezza. Il caso che un filo spinato ci separa tutti dal desiderio di riconoscerci in un luogo che immaginiamo più accogliente, ma poi non lo è; il caso che la vita è tragica quando dipende dalle scelte degli altri e gli altri scelgono sempre mentre noi profughi non abbiamo un briciolo di possibilità di scelta. Il caso che la potenza è un derivato della possibilità e della speranza e noi non possediamo che il riflesso del meccanismo. Il caso che alcuni bambini dormano su binari che sostituiscono una casa e i loro genitori combattono e sono asfissiati dal dovere di trovare LA CASA.


La protesta di Idomeni – Internazionale


IDOMENI

«È più facile sbarazzarsi d’una macchia di grasso
che di una foglia morta; almeno la mano non trema»
diceva un poeta, ma qui a tremare è tutto,
un sistema d’indecisione, indifferenza o l’indulgenza
pietosa per una sindrome di cui si preferiscono ritardare
le conseguenze. Si chiama Idomeni
il limbo, la stasi infinita di chi attende
l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.
Tutti a proteggere e accarezzare i confini
fino all’esplosione impotente e ancora arginata.
UE, UNHCR e medici senza frontiere
laddove le frontiere subiscono un blocco asfissiante.
Le facce tirate dal dentifricio
che evitano l’aria aperta, l’area Schengen,
per tentare di raggiungere un lontanissimo nord
con una mossa avventata su una scacchiera di scacchi viventi
(Alice gioca e “perde” in undici mosse).
Nell’attesa sommosse nella valletta rigogliosa:
«Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo…» ma nell’ora
«che si fiacca» da «mille odori»
sorge lo sfiato dei lacrimogeni.
Il paradiso dei profughi è quell’odore invisibile di
ortoclorobenzalmalononitrile
che istantaneamente spacca l’attesa
perché i Balcani sono prodromi
e la Grecia l’origine di tutto
il male europeo.

Gianluca D’Andrea


NOTA

I primi due versi sono una citazione letterale da André Breton, Les champs magnétiques (1920), dal testo Officina.
Idomeni è la località al confine tra Grecia e Macedonia in cui dal 2014 confluiscono i rifugiati siriani, ma non solo, che cercano di raggiungere il Nord Europa. Dal 2015, a seguito della decisione macedone di pattugliare le frontiere meridionali, e limitare gli ingressi, Idomeni si è trasformata in un campo profughi. Le condizioni del campo, che nel frattempo non riesce ad ospitare la quantità di rifugiati sempre maggiore, sono peggiorate quando nel marzo 2016 le frontiere sono state definitivamente chiuse. Il 10 aprile dello stesso anno si sono verificati scontri tra militari macedoni e profughi. Con ogni probabilità il desiderio di cambiamento sarà, ancora una volta, un’illusione da osservare per un attimo attraverso un filo spinato.
UNCHR, cioè United Nations High Commissioner for Refugees, è l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della gestioni dei rifugiati.
L’Area Schengen comprende 26 Stati europei che hanno abolito i passaporti e i controlli doganali alle frontiere comuni. I profughi preferiscono evitarla e scelgono di seguire la cosiddetta “rotta balcanica” perché in caso di arresto verrebbero “dirottati” al confine croato o ungherese, cioè più vicini alla tanto agognata Germania.
«Alice gioca…» è una citazione ribaltata da L. Carroll (incipit di Attraverso lo specchio, quando l’autore spiega il piano dell’opera attraverso lo schema degli scacchi).
La «valletta rigogliosa» richiama, ma quanto amaramente, la “valletta dei principi” del Canto VII del Purgatorio, citato a “piene mani” nei versi successivi.

Ultimi cenni del custode delle acque

La prima pubblicazione della casa editrice Carteggi Letterari
e la mia postfazione al libro

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POSTFAZIONE a Ultimi cenni del custode delle acque (quattordici frammenti) di Fabio Pusterla

La ricerca di Pusterla, sempre incentrata sul recupero e la salvaguardia, rivela, in questa serie di testi che inaugura la collana di poesia di Carteggi Letterari, un differimento. Già il titolo ci introduce a considerare l’eventualità di un cedimento, l’ultima forma di resistenza è riconoscere la trasformazione senza perdere la tensione “agonistica” con cui il linguaggio occorre si disponga al mondo.
La calma apparente della lingua di Pusterla nasconde una fiera ostilità. La tessitura nervosa, una colloquialità ambivalente, costruita, infatti, sulla persistenza degli enjambement e delle spezzature, imprime valore scalare al dettato e vira in direzione della tensione. Una struttura che s’inerpica sull’orlo del crollo e che ha avvio dalle constatazioni paesaggistiche, ma si dischiude a più ampie riflessioni etiche. Solo il fallimento accertato delle convinzioni “umanistiche” di matrice novecentesca prepara il rinnovamento: «Sprofondando nella sventura/ preparerà la luce della terra invasa/ una nuova serenità dell’alba».
Lo sfondo di ricerca della serie chiama in causa, infatti, Leonardo e due grandi “illuministi”: Parini e Cattaneo, cioè rappresentanti di fasi del pensiero fiduciose nelle capacità razionali, in direzione di un miglioramento del contesto. Nonostante la fiducia sostanziale, i tempi in cui Pusterla si trova a scrivere sembrano lontanissimi da un clima costruttivo. Le devastazioni ambientali sono compiute in nome di uno sviluppo che nasconde miseri interessi e la distruzione “comunitaria” è causa d’illusione da “magnifiche sorti e progressive”, più che un’idea, una piscosi collettiva.
Ecco, infatti, l’acqua incanalata in sistemi complessi – ma l’acqua è flusso come la scrittura – eppure sempre sottoposta a traiettorie flessibili, alterazioni, pieghe incontrollabili. La custodia è questo sforzo continuo di arginamento, cioè ricognizione delle potenzialità di una forza, nonostante tutto, misteriosa. Segreto che dovrebbe restare velato nella misurazione, nella norma condivisa. Come la parola, che si appressa al suo oggetto con pudore, per conservarne il senso. Allora la casa del custode delle acque è la dimora dell’aderenza tra segno e mondo, l’accordo che tiene a distanza il nulla. Eppure, abbiamo visto, la stessa casa è sguarnita e i “cenni” del custode sono “ultimi”, per meglio dire postumi, già erosi. Siamo, dicevamo, sull’orlo della caduta, «senza nessuna speranza» l’acqua è comunque in cerca di «un nuovo corso».
La palude per quanto bonificata può sempre ritornare ad essere un miscuglio di umidori “primitivi”, ricordiamo che lo “spunto” paesaggistico è lombardo – in nota scopriamo che la “Casa del Custode delle acque” è un toponimo nei pressi di Vaprio d’Adda – non per niente una zona del nostro paese in cui la gestione razionale delle acque ha condotto oltre che a un progressivo benessere, a uno sfruttamento spesso sconsiderato delle risorse, fino ai casi recenti d’inquinamento delle falde acquifere. Si comprendono così i riferimenti, in primo luogo agli studi di Leonardo, che proprio a Vaprio, prima della costruzione della casa, aveva dipinto alcune vedute dell’Adda per l’eventuale costruzione di un canale, poi a Parini e Cattaneo che sull’acqua “lombarda” hanno scritto versi e trattati.
Il mutamento che interessa Pusterla coinvolge la stessa percezione del soggetto. L’impostazione “illuministica”, la centralità razionale in direzione del progresso, si trasforma in degrado paesaggistico, territoriale, etico. La devastazione occupa il posto dell’accoglienza trascinando nell’isolamento e nella paura: «Sul confine della nostra solitudine/ si guarda all’altra riva/ con paura e sgomento. Inflessibili», e nell’acqua, stavolta marina, affondano barconi di clandestini, uomini e donne non richiesti e per questo “razionalmente” non necessari.
La sensazione costante di un rivolgimento pronto a rendersi concreto, per quanto non del tutto comprensibile, sposta il ragionamento sul piano della fiducia, dell’abbandono: «Deve andare lontano, verso il mare./ È un’acqua dolce, molte lacrime salse/ la gonfieranno.// Si prepara al viaggio travolgendo/ chi la guarda e se stessa. Ma/ devi fidarti ancora, dice, devi/ abbandonarti».
La serie si chiude proprio sull’abbandono alla fiducia, così il custode/soggetto non si nasconde dietro l’acquisito, dietro la costruzione, per quanto motivata, del già compiuto, ma si rinnova lasciando che ogni risultato rischi la cancellazione. Allo stesso modo la poesia non si arresta e può rilanciarsi attraversando la distruzione. Come la salamandra leggendaria richiamata nel primo testo che prova a resistere cantando «nel fuoco», il custode, pur essendo per definizione colui che difende e nasconde, non ha più nulla da proteggere e regolare, niente di “sacro”, neanche se stesso: «e mi fido di te/ anche quando minacci, e ti gonfi/ anche quando porti via/ tutto con te.// I giorni, i ponti, i tetti./ E anche me».

Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (20): Antonio Lanza – di Gianluca D’Andrea

antonio lanza
Antonio Lanza

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (20): Antonio Lanza

Per il bene d’aria delle dita
per lo stremo della caviglia per tutte
le minime terminazioni
che si diramano sul materasso
e lo inzuppano e colano
dalle fiancate per tutte le invase
fessure tra mattonelle e il sudore
a schizzi il sudore giallo
negli occhi l’impasto
molle tra le gambe
visitate e tutto il piacere
che imbratta muri e specchio a schizzi
vagito a scale e la finestra
adattata alla saliva
della bocca per ogni verde
vagito di cane in cortile
il bene d’osso che intero
fa stringere infine l’orgasmo.
————————————————-Ho abitato
all’apice
tutta fino a scoppiare
la camera, ora a passetti ritorno
torno a piccoli passi
– nido caldo di foglie –
nel corpo di prima
a posarmi. E ancora muto. Germogli
i capelli. Metto
la coda. Mi allungo. Ma mi trema una corda
di basso nel cuore. L’acqua scorre
nel bagno. Un quarto
d’ora non basta. Sospetto,
non so, non ti chiamo. Poi esci nutrita
negli occhi anche tu.
Sul letto poggi incupita
un ginocchio. Mi tiri su.
«Ascolta» dici e vibra, lo sento, alla schiena
la scure del giorno –
domani la stanza occupata
altre intimità da annodare.


tre-studi-di-figure-su-letti
Francis Bacon,Tre Studi di Figure sui Letti, 1972

È una sensualità capillare a muovere l’atmosfera di questo inedito di Antonio Lanza. Si manifesta come un rincorrersi dei termini, senza pause di respiro, nella prima parte, in cui il climax è condotto sul flusso che trascina l’amplesso, quel sudore ha un impatto umorale che allucina la percezione (c’è qualcosa di selvaggio nello schizzo di «sudore giallo», non componibile, così come nel sinestetico «verde / vagito di cane»). Un’esplosione relazionale che coinvolge il circostante: la parola dirompe nel mondo e realizza per un attimo la sua pertinenza “immaginifica”, ma poi, inevitabilmente scivola nella sua caduta. Conclusa l’azione esondante, si verifica un assestamento – «a passati ritorno / torno a piccoli passi» – nel corpo comune, non eroico, che ha consumato il momento di gloria del corpo testuale, e che si ridispone all’ascolto. L’ambivalenza soggettiva crea tensione tra la sintassi “corriva” della prima parte e quella da “dopo il diluvio” della seconda, così l’accecamento iniziale si deposita su un nuovo assestamento, così necessario, nel finale. Sensualità e tensione, nel tentativo di un diverso approccio al reale, provocano lo scuotimento inquieto che ci giunge dal testo nervosissimo di Lanza.

(Aprile 2016)


Antonio Lanza è nato a Paternò (CT) nel 1981, vive a Biancavilla. Laureato in Lettere Classiche, fino al 2015 ha svolto l’attività di libraio. Ha partecipato alla manifestazione “IsolaPoesia”. È stato più volte ospite nei cicli “Notte della Poesia” e “Rito della Luce”, organizzati dalla fondazione “Fiumara d’arte” di Antonio Presti. Alcune sue poesie sono apparse online su l’EstroVersoCarteggi Letterari.

Carteggio XXXIV: La noia

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In copertina: Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie, particolare, 1480-1490

di Gianluca D’Andrea

Carteggio XXXIV: La noia

La noia è un caldo panno grigio, rivestito all’interno di una fodera di seta dai più smaglianti colori. In questo panno ci avvolgiamo quando sogniamo. Allora siamo di casa negli arabeschi della fodera. Ma sotto quel panno il dormiente sembra grigio e annoiato. E quando poi al risveglio vuol narrare quel che ha sognato, non comunica in genere che questa noia. E chi mai potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure ricordare dei sogni non significa altro che questo.

W. Benjamin

CERVELLO GLOBALE

Una notte immaginai
la vita. Nello schermo
vidi la mia realtà digitale
sfumare in un paradiso di pensieri.
Senza attriti, non usavo le dita
ma il desiderio, i desideri come
onde d’olio. Io era più quadri
sovrapposti e in uno si dormiva.
Nessuno ascoltava i messaggi
ma era necessario continuare
a produrli, senza sforzo.
Infine mi accorsi che anche gli altri
io dormivano allo stesso modo.
Ogni individuo era il centro – campo
o serra – di una concatenazione,
come in un immenso cervello (?).
Senza dita ero sereno
come un primate che raccoglie
da solo la sua prima banana.


E più che sereno, annoiato, cioè marchiato dall’esubero, dalla calma accomodante, ingombrante della raggiungibilità. Tocco lo schermo, la mia immagine riflessa, mi accarezzo nella distanza da me stesso. Certo, il moderno faceva i conti con l’irreversibilità, o meglio, l’impossibilità del gesto del desiderio. Il nostro tempo, invece, è già “ribaltato” nella sua posteriorità, ha esaurito la capacità del desiderio perché è in grado di “toccare” (digitare) l’immagine, il vero desiderio appunto, cioè la nostra passiva, noiosissima inconsistenza. Questo l’esubero, il tempo ha esondato dagli argini della propria fertilità, trascinando nel suo fluire una ormai inaccettabile percezione dello spazio. Non rimpiango, né ho nostalgia, per la nostra precedente individuabilità, anzi ho in odio proprio ogni presunzione individuante. Non è l’obiettivo, l’uscita al termine del labirinto, a riconoscerci in quanto liberati dalla paura del disorientamento, ma il riconoscimento all’interno dello stesso disorientamento a liberarmi da me. Eppure c’è come un risentimento che agisce su questa coscienza abbattuta, la sensazione che lasciandoci andare totalmente al flusso non si riconosca più il rischio «che noi gonfiamo e divegnamo superbi, e non ricapiendo in noi, e non essendo a’ nostri termini contenti, essondiamo» (Boccaccio), cioè ricadiamo nella nostra scomparsa. Ora, può sembrare piacevole aver “rivoltato la fodera del tempo”, ma dietro ormai non c’è un semplice arabesco ma la riproposizione del “colore” esondante il colore, un “grigio” riproposto nelle tonalità del desiderio, un’immagine che nel suo esubero, nella sua spettacolarizzazione, nella sua illusione “prensile” – digitale – ci rigetta addosso tutta l’impotenza di agire oltre il nostro riflesso, ci vomita addosso la nostra zona d’ombra, la nostra sagoma spettrale.

vanitas
Pieter Claesz, Vanitas (1630)

(Aprile 2016)

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