IL CASO: ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

Dal sito Carteggi Letterari

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Il caso: La bellezza di stare da soli – ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

Il caso che l’attesa è finita e il conteggio no. Presenti e assenti risucchiati in un unico ciclone. Il caso che non esiste un ciclo ma un continuum, però quanto ci piace la coincidenza, la datazione e il riscontro fatale nella fine… degli altri.


Repubblica.it – Palermo

Repubblica.it


ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

noi a noi stessi morire
e ci rinnova il silenzio

Federico Hindermann

Forma ciclonica della morte
e ciclica che ripeti le date
per riprodurti e rigenerarti
senza bisogno di nuove invocazioni
hai evitato le preghiere di tanti
hai disciolto altre quattro centinaia (?)
di cuori nella zuppa salmastra
del nostro mare tra le terre.
Numero tondo (?) se aggiungiamo 800
e spostiamo di un anno il 18.
Grazie gioco maligno che ritorni
e dissolvi l’attesa esasperante che avrebbe
atteso queste anime che trovano
giusta requie al loro cammino selvaggio,
imposto. A quanto ammonti il numero dei morti
non smonta il numero esondante dei sopravvissuti
in attesa di osservare con svelto stupore
e dare un nome al prossimo ciclone.

Gianluca D’Andrea


NOTA

18 aprile 2015, naufragio di un barcone di migranti nelle acque libiche, sono stati stimati almeno 800 morti; 18 aprile 2016, si scopre che il 12 dello stesso mese un barcone di migranti africani affonda al largo delle coste egiziane, stimate 400 vittime.


Foto: barcone di migranti.

IL CASO: IDOMENI

Dal sito Carteggi Letterari

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Il caso: La bellezza di stare da soli – IDOMENI

Il caso che per tutti è garantita una casa, meglio una tenda da condividere con una massa di persone che condivide la stessa tragica condizione: fuggire dalla propria casa perché non c’è più nulla da condividere, se non il tentativo disperato di illudersi e sperare nella salvezza. Il caso che un filo spinato ci separa tutti dal desiderio di riconoscerci in un luogo che immaginiamo più accogliente, ma poi non lo è; il caso che la vita è tragica quando dipende dalle scelte degli altri e gli altri scelgono sempre mentre noi profughi non abbiamo un briciolo di possibilità di scelta. Il caso che la potenza è un derivato della possibilità e della speranza e noi non possediamo che il riflesso del meccanismo. Il caso che alcuni bambini dormano su binari che sostituiscono una casa e i loro genitori combattono e sono asfissiati dal dovere di trovare LA CASA.


La protesta di Idomeni – Internazionale


IDOMENI

«È più facile sbarazzarsi d’una macchia di grasso
che di una foglia morta; almeno la mano non trema»
diceva un poeta, ma qui a tremare è tutto,
un sistema d’indecisione, indifferenza o l’indulgenza
pietosa per una sindrome di cui si preferiscono ritardare
le conseguenze. Si chiama Idomeni
il limbo, la stasi infinita di chi attende
l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.
Tutti a proteggere e accarezzare i confini
fino all’esplosione impotente e ancora arginata.
UE, UNHCR e medici senza frontiere
laddove le frontiere subiscono un blocco asfissiante.
Le facce tirate dal dentifricio
che evitano l’aria aperta, l’area Schengen,
per tentare di raggiungere un lontanissimo nord
con una mossa avventata su una scacchiera di scacchi viventi
(Alice gioca e “perde” in undici mosse).
Nell’attesa sommosse nella valletta rigogliosa:
«Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo…» ma nell’ora
«che si fiacca» da «mille odori»
sorge lo sfiato dei lacrimogeni.
Il paradiso dei profughi è quell’odore invisibile di
ortoclorobenzalmalononitrile
che istantaneamente spacca l’attesa
perché i Balcani sono prodromi
e la Grecia l’origine di tutto
il male europeo.

Gianluca D’Andrea


NOTA

I primi due versi sono una citazione letterale da André Breton, Les champs magnétiques (1920), dal testo Officina.
Idomeni è la località al confine tra Grecia e Macedonia in cui dal 2014 confluiscono i rifugiati siriani, ma non solo, che cercano di raggiungere il Nord Europa. Dal 2015, a seguito della decisione macedone di pattugliare le frontiere meridionali, e limitare gli ingressi, Idomeni si è trasformata in un campo profughi. Le condizioni del campo, che nel frattempo non riesce ad ospitare la quantità di rifugiati sempre maggiore, sono peggiorate quando nel marzo 2016 le frontiere sono state definitivamente chiuse. Il 10 aprile dello stesso anno si sono verificati scontri tra militari macedoni e profughi. Con ogni probabilità il desiderio di cambiamento sarà, ancora una volta, un’illusione da osservare per un attimo attraverso un filo spinato.
UNCHR, cioè United Nations High Commissioner for Refugees, è l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della gestioni dei rifugiati.
L’Area Schengen comprende 26 Stati europei che hanno abolito i passaporti e i controlli doganali alle frontiere comuni. I profughi preferiscono evitarla e scelgono di seguire la cosiddetta “rotta balcanica” perché in caso di arresto verrebbero “dirottati” al confine croato o ungherese, cioè più vicini alla tanto agognata Germania.
«Alice gioca…» è una citazione ribaltata da L. Carroll (incipit di Attraverso lo specchio, quando l’autore spiega il piano dell’opera attraverso lo schema degli scacchi).
La «valletta rigogliosa» richiama, ma quanto amaramente, la “valletta dei principi” del Canto VII del Purgatorio, citato a “piene mani” nei versi successivi.


In copertina: un’immagine dagli scontri del 10 aprile.

Ultimi cenni del custode delle acque

La prima pubblicazione della casa editrice Carteggi Letterari
e la mia postfazione al libro

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POSTFAZIONE a Ultimi cenni del custode delle acque (quattordici frammenti) di Fabio Pusterla

La ricerca di Pusterla, sempre incentrata sul recupero e la salvaguardia, rivela, in questa serie di testi che inaugura la collana di poesia di Carteggi Letterari, un differimento. Già il titolo ci introduce a considerare l’eventualità di un cedimento, l’ultima forma di resistenza è riconoscere la trasformazione senza perdere la tensione “agonistica” con cui il linguaggio occorre si disponga al mondo.
La calma apparente della lingua di Pusterla nasconde una fiera ostilità. La tessitura nervosa, una colloquialità ambivalente, costruita, infatti, sulla persistenza degli enjambement e delle spezzature, imprime valore scalare al dettato e vira in direzione della tensione. Una struttura che s’inerpica sull’orlo del crollo e che ha avvio dalle constatazioni paesaggistiche, ma si dischiude a più ampie riflessioni etiche. Solo il fallimento accertato delle convinzioni “umanistiche” di matrice novecentesca prepara il rinnovamento: «Sprofondando nella sventura/ preparerà la luce della terra invasa/ una nuova serenità dell’alba».
Lo sfondo di ricerca della serie chiama in causa, infatti, Leonardo e due grandi “illuministi”: Parini e Cattaneo, cioè rappresentanti di fasi del pensiero fiduciose nelle capacità razionali, in direzione di un miglioramento del contesto. Nonostante la fiducia sostanziale, i tempi in cui Pusterla si trova a scrivere sembrano lontanissimi da un clima costruttivo. Le devastazioni ambientali sono compiute in nome di uno sviluppo che nasconde miseri interessi e la distruzione “comunitaria” è causa d’illusione da “magnifiche sorti e progressive”, più che un’idea, una piscosi collettiva.
Ecco, infatti, l’acqua incanalata in sistemi complessi – ma l’acqua è flusso come la scrittura – eppure sempre sottoposta a traiettorie flessibili, alterazioni, pieghe incontrollabili. La custodia è questo sforzo continuo di arginamento, cioè ricognizione delle potenzialità di una forza, nonostante tutto, misteriosa. Segreto che dovrebbe restare velato nella misurazione, nella norma condivisa. Come la parola, che si appressa al suo oggetto con pudore, per conservarne il senso. Allora la casa del custode delle acque è la dimora dell’aderenza tra segno e mondo, l’accordo che tiene a distanza il nulla. Eppure, abbiamo visto, la stessa casa è sguarnita e i “cenni” del custode sono “ultimi”, per meglio dire postumi, già erosi. Siamo, dicevamo, sull’orlo della caduta, «senza nessuna speranza» l’acqua è comunque in cerca di «un nuovo corso».
La palude per quanto bonificata può sempre ritornare ad essere un miscuglio di umidori “primitivi”, ricordiamo che lo “spunto” paesaggistico è lombardo – in nota scopriamo che la “Casa del Custode delle acque” è un toponimo nei pressi di Vaprio d’Adda – non per niente una zona del nostro paese in cui la gestione razionale delle acque ha condotto oltre che a un progressivo benessere, a uno sfruttamento spesso sconsiderato delle risorse, fino ai casi recenti d’inquinamento delle falde acquifere. Si comprendono così i riferimenti, in primo luogo agli studi di Leonardo, che proprio a Vaprio, prima della costruzione della casa, aveva dipinto alcune vedute dell’Adda per l’eventuale costruzione di un canale, poi a Parini e Cattaneo che sull’acqua “lombarda” hanno scritto versi e trattati.
Il mutamento che interessa Pusterla coinvolge la stessa percezione del soggetto. L’impostazione “illuministica”, la centralità razionale in direzione del progresso, si trasforma in degrado paesaggistico, territoriale, etico. La devastazione occupa il posto dell’accoglienza trascinando nell’isolamento e nella paura: «Sul confine della nostra solitudine/ si guarda all’altra riva/ con paura e sgomento. Inflessibili», e nell’acqua, stavolta marina, affondano barconi di clandestini, uomini e donne non richiesti e per questo “razionalmente” non necessari.
La sensazione costante di un rivolgimento pronto a rendersi concreto, per quanto non del tutto comprensibile, sposta il ragionamento sul piano della fiducia, dell’abbandono: «Deve andare lontano, verso il mare./ È un’acqua dolce, molte lacrime salse/ la gonfieranno.// Si prepara al viaggio travolgendo/ chi la guarda e se stessa. Ma/ devi fidarti ancora, dice, devi/ abbandonarti».
La serie si chiude proprio sull’abbandono alla fiducia, così il custode/soggetto non si nasconde dietro l’acquisito, dietro la costruzione, per quanto motivata, del già compiuto, ma si rinnova lasciando che ogni risultato rischi la cancellazione. Allo stesso modo la poesia non si arresta e può rilanciarsi attraversando la distruzione. Come la salamandra leggendaria richiamata nel primo testo che prova a resistere cantando «nel fuoco», il custode, pur essendo per definizione colui che difende e nasconde, non ha più nulla da proteggere e regolare, niente di “sacro”, neanche se stesso: «e mi fido di te/ anche quando minacci, e ti gonfi/ anche quando porti via/ tutto con te.// I giorni, i ponti, i tetti./ E anche me».

Gianluca D’Andrea

La noia

Dal sito Carteggi Letterari

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La noia è un caldo panno grigio, rivestito all’interno di una fodera di seta dai più smaglianti colori. In questo panno ci avvolgiamo quando sogniamo. Allora siamo di casa negli arabeschi della fodera. Ma sotto quel panno il dormiente sembra grigio e annoiato. E quando poi al risveglio vuol narrare quel che ha sognato, non comunica in genere che questa noia. E chi mai potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure ricordare dei sogni non significa altro che questo.
W. Benjamin

CERVELLO GLOBALE

Una notte immaginai
la vita. Nello schermo
vidi la mia realtà digitale
sfumare in un paradiso di pensieri.
Senza attriti, non usavo le dita
ma il desiderio, i desideri come
onde d’olio. Io era più quadri
sovrapposti e in uno si dormiva.
Nessuno ascoltava i messaggi
ma era necessario continuare
a produrli, senza sforzo.
Infine mi accorsi che anche gli altri
io dormivano allo stesso modo.
Ogni individuo era il centro – campo
o serra – di una concatenazione,
come in un immenso cervello (?).
Senza dita ero sereno
come un primate che raccoglie
da solo la sua prima banana.


E più che sereno, annoiato, cioè marchiato dall’esubero, dalla calma accomodante, ingombrante della raggiungibilità. Tocco lo schermo, la mia immagine riflessa, mi accarezzo nella distanza da me stesso. Certo, il moderno faceva i conti con l’irreversibilità, o meglio, l’impossibilità del gesto del desiderio. Il nostro tempo, invece, è già “ribaltato” nella sua posteriorità, ha esaurito la capacità del desiderio perché è in grado di “toccare” (digitare) l’immagine, il vero desiderio appunto, cioè la nostra passiva, noiosissima inconsistenza. Questo l’esubero, il tempo ha esondato dagli argini della propria fertilità, trascinando nel suo fluire una ormai inaccettabile percezione dello spazio. Non rimpiango, né ho nostalgia per la nostra precedente individuabilità, anzi ho in odio proprio ogni presunzione individuante. Non è l’obiettivo, l’uscita al termine del labirinto, a riconoscerci in quanto liberati dalla paura del disorientamento, ma il riconoscimento all’interno dello stesso disorientamento a liberarmi da me. Eppure c’è come un risentimento che agisce su questa coscienza abbattuta, la sensazione che lasciandoci andare totalmente al flusso non si riconosca più il rischio «che noi gonfiamo e divegnamo superbi, e non ricapiendo in noi, e non essendo a’ nostri termini contenti, essondiamo» (Boccaccio), cioè ricadiamo nella nostra scomparsa. Ora, può sembrare piacevole aver “rivoltato la fodera del tempo”, ma dietro ormai non c’è un semplice arabesco ma la riproposizione del “colore” esondante il colore, un “grigio” riproposto nelle tonalità del desiderio, un’immagine che nel suo esubero, nella sua spettacolarizzazione, nella sua illusione “prensile” – digitale – ci rigetta addosso tutta l’impotenza di agire oltre il nostro riflesso, ci vomita addosso la nostra zona d’ombra, la nostra sagoma spettrale.

vanitas
Pieter Claesz, Vanitas (1630)

Gianluca D’Andrea
(Aprile 2016)


In copertina: Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie, particolare, 1480-1490.