Poeti italiani (2) – Spazio inediti: Laura Liberale

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Laura Liberale

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (2) – Spazio inediti: Laura Liberale

Che cosa ti mostro io del cielo
puntandolo con la parola cielo?
Forse t’inscatolo a falde, tutt’insieme,
azzurri, grigi, arancioni, rosa,
lilla, viola, bianchi, neri,
nuvole, acqua, ghiaccio, neve,
venti, stelle, sole, luna, pianeti,
uccelli, lampi, tuoni, aerei ed eclissi?
T’insegno che nell’uno ci sta il molto
(e deve starci)?
Eppure a volte ho come l’impressione
che a dirla a te si riconquisti, la parola
si riconsegni a una necessità
perda la realtà di convenzione.
E se al tuo orecchio bisbiglio cielo
– sostando col respiro sul dittongo –
mi sembra che sia l’unica possibile
pienissima parola, straboccante.
La dico, guarda
e già ne sbuca fuori un uccellino
pronto al volo.

(da Sari (poesie per la figlia), Edizioni d’If, Napoli, 2009)


Il primo testo sfrutta appieno le potenzialità di trasmissione della parola. Suona, nell’andamento riflessivo e ondulante, una melodia in due tempi. L’inspirazione per accumulo della prima parte si coagula nelle interrogazioni ribadite, per cui la parola, indicando, preannuncia, pur nel dubbio, la propria possibilità di contenitore polisemico. Fino al verso 10, la volontà e il desiderio di trasmettere creano conglomerati, il dubbio asintotico dei primi due versi espone la distanza tra il cielo “effettivo” e il cielo “verbale” e scivola nell’elencazione per asindeto; il respiro si rilascia espellendo l’illusione del tutto, che poi è il dovere imposto da una comunicazione didascalica. Così, nella seconda parte (dal verso 11 in poi), il dire ragionativo, senza più zavorre “convenzionali”, diventa sempre più fluido, riesce a “riconsegnare” la parola alla sua “necessità” d’apertura, alla sua libertà ri-creante. Solo negli ultimi versi, la poesia, secondo il tragitto esposto, si dona, o meglio dona la fuoriuscita di un senso che si rinnova ripetendosi, anticonvenzionale perché comune. Gli artifici si spengono, l’apparente banalità del gesto finale illumina facendo vibrare i sensi: la madre è finalmente libera di offrire alla figlia il mondo, la sua “infima” evidenza; la sua parola indica, appunto, senza il vincolo dell’ammaestramento, l’appartenenza al mondo stesso, l’elencazione lascia il posto all’analogia, l’abbraccio essenziale tra le cose: come la bimba, da “quel” cielo «sbuca fuori un uccellino/ pronto al volo».


Ti porto
come il più necessario dei pesi
il più caro
il più doloroso
soma d’inerme bellezza
che mai più, mai più.
Sulle spalle ti porto
sono un uomo piegato
che strazia i punti cardinali
con la tua esposizione
un dio deposto
che ti lascerà cadere
frammentata in meteore
a fecondare la terra
su cui ora strisciano le fronti.
E cadranno i tuoi occhi
irraggiando cupole e vicoli di nerezza
cadranno le tue gambe
moltiplicando tumuli e altari
cadrà il velo dei tuoi capelli
su ogni operosità e ogni rinuncia
cadrà il tuo ventre
l’humus del sesso
a colmare i solchi perimetrali
cadrà anche la chiostra dei tuoi denti
ad azzannare l’aria del precipizio
e spalancare i templi.
Il tuo corpo smembrato
fonderà città e territori.
Il tuo corpo smembrato
edificherà la topografia del lutto.

(Inedito)


L’inedito sembra prendere spunto da quella versione del mito induista di Sati e Śiva, secondo la quale quest’ultimo – a seguito del sacrificio della moglie causato dagli insulti rivolti dal padre di costei nei confronti dello stesso Śiva – in preda alla follia, prende sulle spalle il corpo della moglie, cominciando a danzare. Altre divinità, al cospetto di questa scena, preoccupate per le eventuali conseguenze negative, decidono di invocare Viśnu, il quale smembra il corpo di Sati, le cui parti, cadute in svariati punti del territorio indiano, costituiscono, a tutt’oggi, dei luoghi sacri.
La conferma, o meno, di tale ipotesi non ostacola la necessità di nominazione che muove la scrittura della Liberale. Se nel primo testo si avvertiva il peso del dubbio – specialmente nella prima parte, come abbiamo visto – sulle capacità ri-creanti della parola, adesso lo stesso dubbio è risolto nella fiducia (o fede) “affabulatoria”. Il μῦϑος, risalendo il suo corso etimologico, è racconto, parola, origine sonora, l’azione di dar fiato alla bocca è matrice dello sviluppo successivo della trasformazione di un gesto in possibilità di comprensione. Le comunità hanno i loro miti da cui si è poi biforcata la Storia. Ancora accumuli di memoria e di senso ci permettono di svolgere la trama testuale: il climax discendente negli attributi presenti nei versi 2-5, “necessario”, “caro”, “doloroso”, “inerme”, fino alla scomparsa, «mai più, mai più» (v. 6). Il racconto della vicenda, poi, ha un ritmo scandito e quasi sincopato in versi di misura breve, concentrati, il respiro è contratto, incalzante. In poesia, il racconto non ha bisogno della prosa ma di un ritmo, in questa direzione l’inedito della Liberale manifesta l’evoluzione di una parola che, nell’essenziale, ha la sua forza, anche quando la necessità del dire, nella sua incombenza, cerca di farsi exemplum. La sensazione è che, dalla relazione intima con la figlia del primo componimento, si sia passati a una fase di confronto educativo più ampio ed “esterno”, per questo la scrittura poetica, adesso, sembra confrontarsi con quelle capacità affabulatorie e di trasmissione che, comunque già nel primo testo, erano avvertite come necessità e dovere.
Un ultimo appunto sulla conclusione dell’inedito: nei miti il sacrificio, oltre ad offrire funzioni catartiche, liberatorie (anche la fede in una parola che è in grado di esporre il proprio mythos è liberazione, della parola stessa dal dubbio di non poter nominare, come abbiamo osservato più volte), è fulcro di un riconoscimento comunitario nell’accettazione della norma. Il rischio è sempre in agguato nell’evidenza e Liberale lo sa: «Il tuo corpo smembrato/ fonderà città e territori./ Il tuo corpo smembrato/ edificherà la topografia del lutto» (vv. 28-31). Nel mito cui facevamo cenno all’inizio, il suicidio di Sati potrebbe essere all’origine di quella pratica funeraria chiamata Mahasati, la grande sati, o la Sahagamana, la dipartita congiunta, cioè l’antica usanza indù di cremare viva la vedova sulla pira funebre del marito morto.

(Giugno 2014)


Laura Liberale è laureata in Filosofia e dottore di ricerca in Studi Indologici. Dal 2006 tiene corsi e seminari di scrittura creativa. Ha ottenuto riconoscimenti in svariati premi di poesia e narrativa. Suoi testi sono apparsi su riviste e antologie. Ha pubblicato, oltre ad alcuni saggi indologici, i romanzi Tanatoparty (Meridiano Zero, 2009) e Madreferro (Perdisa Pop, 2012); le raccolte poetiche Sari – poesie per la figlia (d’If, 2009) e Ballabile terreo (d’If, 2011). È inoltre tra gli autori di Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012). È co-curatrice dell’antologia Sogni senza Frontiere (Edizioni dell’Arco, 2013) e curatrice dell’antologia Père-Lachaise. Racconti dalle tombe di Parigi (Ratio et Revelatio, 2014).

Riflessioni sulla lingua, 2 inediti di Nino De Vita

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Nino De Vita

Riflessioni sulla lingua, 2 inediti di Nino De Vita

… e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso…

G. Leopardi

In un recentissimo intervento sulla poesia italiana contemporanea, Franco Buffoni ha parlato della «caduta libera della poesia dialettale» (F. Buffoni, Dialogo con Franco Buffoni, in L’Ulisse, Rivista di poesia, arti e scritture, 17 – Mappe del nuovo. Percorsi nella poesia contemporanea, p. 58). Colpisce il dato che, pur partendo da un resoconto limitato alla compilazione dei Quaderni di poesia contemporanea, accende un’altra riflessione sulla lingua e i suoi presunti destini. Forse lo “spostamento” linguistico è un indizio del mutamento prospettico che, sul piano concettuale, è stato espresso più e più volte e che è sotto gli occhi di tutti, riassumibile in un termine utilizzato dal filosofo francese Jean-Luc Nancy: mondializzazione. La mondializzazione, intesa in termini di arte e linguaggio, «ha, dunque, l’incarico di attestare il mondo in quanto mondialità che toglie, allontana, o sottrae, tanto l’unità di un cosmo o di un mondo-oggetto (di una “natura”), quanto di un mondo-soggetto (una “storia”)» (J. L. Nancy, L’arte di fare un mondo, in Prendere la parola, Moretti&Vitali, Bergamo, 2013, p. 203). Per questo, a mio avviso, il dialetto, rischiando l’estinzione, è l’esempio macroscopico di una resistenza testimoniale, l’ultimo baluardo di un approccio “storico” del soggetto che si dispone frontalmente rispetto al mondo. La visuale (non la visione!) collaterale nel dialetto è impossibile proprio a causa della sua pregnanza testimoniale, nella tensione resiliente che si oppone a una scomparsa. Il dialetto guarda negli occhi un mondo che non si guarda ma si pertiene. Richiamando ancora Buffoni: come «Il soggetto: è il soggetto – quello che “mi detta dentro” – a far sì che si possa scrivere in modi tanto diversi. Personalmente non sono né un fautore della sparizione dell’io […], né un fautore della presenza dell’io» (F. Buffoni, Dialogo con Franco Buffoni, cit., p. 63), così il dialetto, è il dialetto con la sua specificità localizzata, in qualche modo separata, a far sì che si possa scrivere “per altri versi”. L’ibridazione, di cui si parla anche nell’intervista più volte citata, è un fenomeno che riguarda più le lingue nazionali che, a loro volta, sembrano prendere la strada del dialetto, laddove la “mescolanza”, dovuta anche agli spostamenti antropici oltre che alla possibilità di accesso “multilinguistico” per mezzo della rete, sostituisce ogni “purezza”, cioè il residuo archeologico della lingua. Andrei più a fondo: se qualunque lingua è, in “potenza”, residuo, allora non si tratta soltanto di lasciarsi andare all’ascolto del soggetto ma anche rapprendersi nella sua “forza” di valutazione: «Si tratta del valore che non dipende da alcuna proiezione, ma dalla forza della valutazione per la quale il “soggetto” è esso stesso dentro al suo “progetto”, ma non a titolo di “pro” della proiezione: a titolo di “gettar-si” dentro, o meglio di “essere-gettato” dentro» (J. L. Nancy, L’arte di fare un mondo, in Prendere la parola, cit., p. 200).
Viviamo il tempo dell’ibridazione, è vero, ma solo in termini di potenzialità che è possibilità di non utilizzo di un sistema (nel nostro caso, linguistico). Il non-utilizzo di una lingua nazionale, e la non-scelta di un linguaggio “retrocesso” come il dialetto, non è più azione ideologica ma è il modo di trascinare, come direbbe Jean-Cristophe Bailly, «il paese al di là di sé, rendendolo in qualche modo infinito», cioè non originario, eppure ugualmente “testimoniale”. La “caduta” del dialetto, allora, è la “caduta” della lingua nella sua, questa sì “eterna”, divisibilità. In tal caso, è impossibile definire una lingua se non per preconcetti nazionalistici o accademici – che vogliono dire “il russo, il cinese, il giapponese”, se non l’etichettatura delle potenzialità che la lingua offre? «La partizione (partage) delle lingue è la condizione del linguaggio: gli idiomi sono i limiti sui quali si apre il silenzio, sempre che non si tratti di glossolalia. Neanche la poesia può rientrare in un’assegnazione di stampo quasi nazionalista o identitario in generale (in base, per esempio, al nome dell’autore)» (J. L. Nancy, Il sistema, ieri e oggi, in Prendere la parola, cit., p. 151).
Mi piace concludere questa piccola riflessione, prima di passare ai testi “dialettali”, gentilmente concessi dal poeta siciliano Nino De Vita, con un breve estratto dallo Zibaldone che ci parla di quella “varietà” indispensabile, perché effettiva, che il linguaggio possiede, il senso dell’alterità che attiva il divenire, l’esistente, nello scambio tra soggetto e mondo:
«La gran libertà, varietà, ricchezza della lingua greca, ed italiana, (siccome oggi della tedesca) qualità proprie del loro carattere, oltre le altre cagioni assegnatene altrove, riconosce come una delle principali cause la circostanza contraria a quella che produsse le qualità contrarie nella lingua latina e francese; cioè la mancanza di capitale, di società nazionale, di unità politica, e di un centro di costumi, opinioni, [2127] spirito, letteratura e lingua nazionale. Omero e Dante (massime Dante) fecero espressa professione di non volere restringere la lingua a veruna o città o provincia d’Italia, e per lingua cortigiana l’Alighieri, dichiarandosi di adottarla, intese una lingua altrettanto varia, quante erano le corti e le repubbliche e governi d’Italia in que’ tempi. Simile fu il caso d’Omero e della Grecia a’ suoi tempi e poi. Simile è quello dell’Italia anche oggi, e simile è stato da Dante in qua. Simile pertanto dev’essere assolutamente la massima fondamentale d’ogni vero filosofo linguista italiano, come lo è fra’ tedeschi. (19. Nov. 1821.)», aggiungo solo che l’ibridazione tanto discussa, non ha altro valore se non l’accoglienza del diverso, fuori dal concetto di confine nazionale, perché ognuno di noi è già confine.

Gianluca D’Andrea


2 inediti di Nino De Vita

ADDINI
(Galline)

’U STRALLÀSCITU

Sti cusuzzi chi ggìranu, ri notti,
nichi p’attornu ô lumi,
trùzzanu, cci nni sunnu
nna tàvula sminnati,
abbruciati pi ddintra
ô tubbu.

’A ciamma stava
ferma. Si l’ammicciavu
cchiù nchiccu m’addunavu
ammeci chi trimava.

Vinni una straquatina
ru puddaru. Vuciaru, svulazzaru
l’addini – carcariau
quarcuna – e si zzitteru.
Stesi, allarmatu, ’a testa
aisata ri nno libbru,
a sèntiri.

E arreni ddu strallàscitu,
’i vuci ri l’addini.
Mi cafuddai annunca
pi ffora.

’A porta ru puddaru era attangata.
’Un vitti vurpi e mmancu
bbaddòttula fuìri.
P’addabbanna
ra rriti, l’addini ( aisi
un peri – accura – e ’u posi; e ddoppu, tisa,
l’àvutru) araciu chi
muvìanu.
Currì a pigghiari ’u lumi,
nna cucina e turnai.
Tirai ’u firriggiaru.

Dda stramera chi cc’era
ri pinni stravuliati.
Avia un’addina ’a testa
ascippata. Sbizziati
ri cca, ri dda, ri sangu
’n terra….

Onnumani me’ matri
spinnau l’addina morta e ’a fici a bbroru.
Eu, pi ddavanti ô piattu
chi purtau, mi mussiavu.
“ ’Un cci pinzari” rissi
me’ patri. “ ’Un cci pinzari.
Mancia, ch’è bbonu, mancia, ’un cci pinzari ”.
E ddoppu, seriu: “E pènzacci”
mi rissi.

LO SCHIAMAZZO. Queste cosette che girano, di notte,/ piccole attorno al lume,/ sbattono contro il vetro, ce ne sono/ sul tavolo ferite,/ bruciate dentro/ il tubo.// La fiamma stava/ ferma. Se la guardavo/ più fisso mi accorgevo/ invece che tremava.// Giunse uno starnazzare/ dal pollaio. Vociarono, svolazzarono/ le galline – qualcuna/ chiocciò – e si zittirono./ Rimasi, allarmato, la testa/ sollevata dal libro,/ ad ascoltare.// E di nuovo quello schiamazzo,/ la voce delle galline./ Mi precipitai allora/ fuori.// La porta del pollaio era serrata./ Non vidi volpe né/ donnola fuggire./ Dall’altro lato/ della rete, le galline (alzi/ un piede – attenta – e lo poggi; e dopo, tesa,/ l’altro) lente che si/ muovevano./ Corsi a prendere il lume/ nella cucina e tornai./ Spostai il chiavistello.// La massa che c’era/ di penne sparpagliate./ Aveva una gallina la testa/ staccata. Gocce/ di qua, di là, di sangue/ per terra….// L’indomani mia madre/ spennò la gallina morta e la fece in brodo./ Io, davanti al piatto/ che portò, tentennavo./ “Non ci pensare” disse/ mio padre. “Non ci pensare./ Mangia, che è buono, mangia, non ci pensare”./ E dopo, serio: “E pensaci”/ mi disse.

°

’A PERPÈTUA

Ma chi putiti viatri
capiri, mancu vi
passa p’a ciricòppula,
socch’éni chi l’addina,
nnall’ariuni, facia.
Jittava ncapu un ciancu,
addizzava e abbuccava
nnall’àvutru, caria
e si susia; nnavanti
jia, pu nnarrè, firriava
pi ntunnu, sdivacava
aggabballaria, pi
morta.
Ma ’unn’era morta.
Abbiava e truppicava
nna nnenti, tummuliava,
s’abbaffava. Rapia
’u bbeccu, addumannava
acqua, chi sacciu, l’aria pi campari…

Ciccinu, c’u bbiccheri
ri perpètua nne manu
“Aggàrrala” mi rissi
“chi cci nni ramu ancora
tanticchia. Vegna, aggàrrala,
ràpicci ’a vucca, aiùtami”.
“E no” cci rissi “làssala.
Mi sentu tramazzatu, ’a testa cci haiu
nnacquariata… ’Unn’u viri
comu si mazzulìa.
Prima chicchiriddiava,
ora è làccana, è foddi,
nfuscata, pari chi
cci fìciru una cosa
tinta, chi fa, chi vvoli,
è senza sicuranzia,
scamina, cci havi ’u trèmulu,
scancedda. Signuruzzu
portala tu a dunn’havi
a gghiri…”

Ciccinu m’ammicciau,
schifiànnumi pi tuttu
ddu ranni mutuperiu
ri palori ch’avia
rittu.
“ Cu mmia ’un mmeni cchiù
a gghiucari” mi rissi
“picciriddu ngangà”.

IL VINO VECCHIO. Ma che potete voi/ capire, nemmeno vi/ passa per la testa,/ quello che la gallina,/ nel cortile, faceva./ Sbandava su di un lato,/ si drizzava e abbatteva/ sull’altro, cadeva/ e si rialzava; avanti/ andava, indietro, girava/ attorno a sé, crollava/ con le zampe in aria, come/ morta./ Ma non era morta./ Si avviava e incespicava/ su niente, stramazzava,/ si accovacciava. Apriva/ il becco, domandava/ acqua, che so, l’aria per campare…// Ciccino, con il bicchiere/ di vino vecchio in mano/ “Afferrala” mi disse/ “che ce ne diamo ancora/ un poco. Avanti, afferrala,/ aprigli la bocca, aiutami”./ “E no” gli dissi “lasciala./ Sono confuso, la testa ho/ smarrita… Non lo vedi/ come si dibatte./ Prima chiocciava,/ ora è floscia, è pazza,/ senza la ragione, pare che/ le abbiano fatto un/ maleficio, che fa, che vuole,/ non ha più certezza,/ vaga, è presa dal tremito,/ il cammino sconosce. Signuruzzu/ portala tu sulla sua/ via…// Ciccino mi fissò,/ disprezzandomi, per tutta/ quella quantità/ di parole che avevo/ detto./ “Con me non vieni più/ a giocare” mi disse/ “bambino appena nato”.


Nino De Vita è nato a Marsala nel 1950, dove vive e lavora. È autore di “Fosse Chiti” (Milano, 1984) e della trilogia pubblicata da Mesogea composta da “Cutusìu” (2001), “Cùntura” (2003) e “Nnòmura” (2005). Nel 2011, sempre con Mesogea, è uscito “Òmini”, il suo quarto libro in dialetto (Premio della Giuria Viareggio-Rèpaci 2012). È autore anche di diverse raccolte di versi pubblicate in edizioni a tiratura limitata. Riconosciuto come una delle voci più interessanti e rigorose della poesia contemporanea, nel 1996 ha ottenuto il Premio Alberto Moravia per la letteratura italiana, nel 2002, il Premio Mondello “Ignazio Buttitta”, nel 2004, il Premio Napoli e, nel 2009, il Premio Tarquinia Cardarelli per la poesia. Nel catalogo dell’Editore Orecchio Acerbo di Roma tre suoi racconti per ragazzi: “La casa sull’altura” illustrato da Simone Massi (2011), “Il racconto del lombrico” illustrato da Francesca Ghermandi (2007) e “Il cacciatore” illustrato da Michele Ferri (2006).

Roberto Uberti: 7 poesie da “Dei bui”, L’arcolaio, Forlì 2011

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Roberto Ubertà

Roberto Uberti
7 poesie
(da Dei bui)

dei buiDei giorni non dispari

Allora non siamo arrivati. Il percorso
è tribolato più del previsto e più
del necessario se siamo ancora
qui, a interrogarci se il sole
è diverso ogni mattina oppure se è sempre
il medesimo che va giù di sera oltre le piccole
colline dell’inganno ingrato e risale poi
dalla parte opposta, latomare. Spigoloso.

Temibile è questo scosceso vallone nel quale
siamo finiti con tutti i nostri armenti,
buoni per andare in città e non certo
per lottare dentro questa
vallaccia inutile. Da qui il mare
è una beccaccia lontana, di ali spiegate
e immense. Da qui i suoni
sono tutti lontani, e lontani gli dei.

Occorre agire? Insediarsi nella notte
è la risposta, quando, a sole spento, arrivano
le fragorose cime verniciate di buio a illuminare
i passi che si disaddomesticano. Tutto
è per davvero finto nel prossimo paese,
dove le altane indugiano intorno al cielo
e le persiane incerte si ritraggono
dentro una piccola carezza mattutina.

°

L’infinito in braccio

Mi basta allungare le braccia ed ecco
reggo chilometri di cielo sopra di me.
Se ritiro le braccia viene giù
con un boato asciutto e silenzioso.
È così facile tenere in braccio l’infinito!
Ugualmente facile è lasciarlo cadere:
come un giocattolo
non si ribella non si lamenta
tutto sopporta tutto spera.

L’infinito è leggerissimo e sa di luce
attraversato ogni tanto da dei bui.

°

Paesaggio dispari

Che cosa commemorano
i colori bagnati del cielo che sta rallentando
proprio sopra di me in alta uniforme? Io credo
stiano andando di guardia ai confini lontani
dell’universo, dove gli amanti perduti
cercano una casa di fuoco in cui spegnersi
dove i paragi si fanno distanti
dove le basse maree lasciano graffi e conchiglie.
Ecco: sbotta la luce. Pare una curva improvvisa
dentro un discorso fatto in silenzio. Un filare di olmi
è la prima fila di un pubblico tutto schierato
nell’immenso teatro qui convocato per sempre.
Ora mi osservano senza parlare. Si alzerà il vento.
Sarà il loro ondeggiare, il loro vibrare di foglie
a essermi applauso o fischio di riprovazione. Chissà.
Il cielo intanto ha ripreso il suo viaggio
verso le terre del tempo assopito. Resto
a guardare le ali di piombo del sole.

°

Abito a Medicina. Sono infelice.
Vivo in una casa con molte verità
appese alle pareti come piccoli
quadri ornamentali che nessuno guarda veramente,
che nessuno ha mai guardato veramente.
La mia porta è una bocca di fornace
dove ogni parola si accartoccia
divorata dal fuoco. Vorrei baciarti
ma mi respingi. Sempre mi hai respinto.
Di notte il mio viso è quello d’uno spettro:
la luce lattea del mio laptop lo cosparge
di vernici inesistenti, di cose tutte fuori di qui.
Ti ho scritto tante mail. Tanti messaggi.
Ho appreso ad ascoltare il lungo freddo
delle desolazione, delle disperante
aggrappate tra lo stomaco e la schiena
come neoplasie tumorali rapide e silenti.
Qualcosa non funziona nelle ricorrenze
quotidiane, soprattutto quando hanno
cadenza di secondo e sono implacabili
(e sono implacabili). Le rincorro
senza riuscire a fermarle. Loro fermano me.
Saliranno altre nubi sopra questo tetto
malandato: diverse tegole sono già cadute
frantumandosi nel cortile, come piastrelle
scivolate lungo una discesa irrevocabile.
Sotto le nubi resta soltanto una domanda,
quella che da sempre abita nel letto
dove consumo notti deformate dalla cecità.
Chi, chi sono davvero se non un soffio,
se non uno sbadiglio che qualcuno
ha distrattamente pronunciato
nella stanchezza annoiata della fame?

°

La nebbia ha ossa di cristallo
e pelle di ladro.
Ha occhi senza orizzonte
e mani in tasca.
Sono io la nebbia
quando fingo di dormire
sul tuo cuore pieno
di palpiti che non vogliono saperne
ancora di fiorire.

°

Se passeggerai sulle mie dita
troverai presto le mani di un pensiero fragile
e dopo salirai su per un braccio
sincero come una montagna
pronta all’abbraccio di pinete vergini
e infine approderai sulla mia spalla
e come sulla coffa d’una navicella
sarai per me vedetta nelle notti
ove la nebbia ringhia silenziosamente.

°

Ti dedico ogni singola
goccia della pioggia che orgogliosamente
raspa il tetto dell’ombrello sotto il quale
ci cammina il marciapiede. Guarda come
le nostre parole rimbalzano dentro questa
cupolina di teleplastica azzurra
tornandosi e ritornandosi più volte
ripetendosi a se stesse, reiterandosi
nei nostri padiglioni auricolari-cerebrali.
Cosa utile, in verità, perché
in questo modo esse non vanno
disperse
disperse
disperse nel solito vento
dell’oblio inascoltato
come avviene quando non abbiamo modo
di conversare sotto un ombrello
che più che ripararci della pioggia
ripara le parole dall’andare disperse.

 

Pierre Lepori: 6 poesie da “Strade bianche”, Interlinea, Novara 2013

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Pierre Lepori

Pierre Lepori
6 poesie
(da Strade Bianche)

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Tutto ormai a pezzi,
come un gioco che gioco non è. La solitudine chiama
talmente in alto sui cancelli
che nessuno più la sente.

Tra le luci tornate invernali,
quando il sole è orizzontale e quasi acceca,
è ancora il corpo a chiedere
e la tragedia, lontana, può restare
nella piega del ginocchio.

°

Questa attesa così vasta.

È luce che svanisce lenta in lembi;
sopra, sempre, il coperchio del cielo,
rattrappita la mano, stanchi gli occhi,
la vita non afferra.

Dentro il calore umido,
i filamenti della stanchezza che tutto ha raccolto
nel torpore dei giorni.

Ma non è il tempo
che fa paura, né la morte
col suo gioco di specchi e desideri,
è questo rarefarsi dell’oggi,
a mano a mano che ieri si raccoglie
nell’imbuto delle parole. Un lutto immenso,
e non c’è nemmeno un volto amico,
tra i morti o tra i viventi.

A piedi nudi si va, in un altro deserto.

°

Chiazze di luce, coni d’ombra:
anche se dietro ogni volto ci sono
scale che scendono a picco
o salgono torcendosi nell’odio o nel sognare.

La luce gialla
sulla campagna.

°

Questo ridere ha picchi e vallate,
punti di vista e strettoie inaspettate,
romba e scoppia s’ingolfa e strattona,
sono gole dischiuse strofinate, un corpo solo,
sono corpi molteplici e arditi e soltanto una voce.

Talvolta è un’accalmìa, luminoso tacere,
e nel tacere lo stazzonare dei tessuti, il clangore dei tacchi.

°

Dentro l’alba alta
la notte è il capriolo fuggito ai primi rumori,
calda e suadente come un ventre di madre
la sua traccia è rimasta nell’erba.

Ma la traccia non ricorda,
il sole la scalda e si riassorbe in silenzio.

°

CHIUSA SUL MARE DEL NORD

Sabbia dura, conchiglie piccolissime
incrostate, vento forte a sorsi grandi,
lenti e bianchi sulla linea del grigio,
bassa l’acqua sulla spiaggia per chilometri,
nell’alba di sale.

Siamo arrivati qui,
ai quattro venti raccolti in sogno dalla notte
tra il gridare dei gabbiani,
dopo anni a protendere le mani
verso il fuoco. Ora bandiere che schioccano stridono
ripetendo il grido,
un mare che lava a morsi di vento
anche i pensieri più pacati.

È il piede che parla qui, ghiacciato
nella frusta del settembre
alla finestra del mare del nord,
come una schiuma liberata finalmente
dai sottintesi del linguaggio.

E sui blocchi di cemento
il miracolo delle scaglie d’acqua salata
che colpiscono in fronte senza far male
e un sole che compare e scompare
nel ritmo dolce che macera l’udito,
come se tutto fosse
da sempre sospeso
e fremente in questa forza che sovrasta,
la volontà s’alza e scompare
come un surfer che ha trovato la mano
che lo solleva e lo porta
tra le tante direzioni incostanti
e i colori a migliaia del mare.

Il cielo è così largo
che gli occhi possono
tuffarsi. Qui, dice un dispaccio marittimo,
stamani: «Trovato il Nord».

Le nuvole si spostano,
le forme non importano,
non si leggono più, non sono auspici,
ma matrici della luce che cambia,
rapida anch’essa, in un continuo trasfigurarsi,
gioco d’ombre dominato
dalla marea.


Pierre Lepori, nato a Lugano nel 1968, vive a Losanna. Giornalista radiofonico, ha fondato la rivista queer “Hétérographe, revue des homolittératures ou pas” ed è traduttore dal francese (per Interlinea ha curato le opere del poeta svizzero Gustave Roud). Ha pubblicato due romanzi (Grisù e Sessualità), due saggi di storia del teatro e la raccolta di poesie Qualunque sia il nome (Casagrande, Bellinzona 2003, premio Schiller). I suoi libri sono tradotti in tedesco e francese.

Per il week-end: La lingua italiana II

A ciascun’alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.

Già eran quasi che atterzate l’ore
del tempo che onne stella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.

Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.

[Vita Nuova, III, 10-12]

prima che vegna la prima vivanda voglio mostrare come mangiare si dee

il-convivio

Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete,
udite il ragionar ch’è nel mio core,
ch’io nol so dire altrui, sì mi par novo.
El ciel che segue lo vostro valore,
gentili creature che voi sete,
mi tragge ne lo stato ov’io mi trovo.
Onde ‘l parlar de la vita ch’io provo,
par che si drizzi degnamente a vui:
però vi priego che lo mi ‘ntendiate.
Io vi dirò del cor la novitate,
come l’anima trista piange in lui,
e come un spirto contra lei favella,
che vien pe’ raggi de la vostra stella.

Suol esser vita de lo cor dolente
un soave penser, che se ne gia
molte fiate a’ pie’ del nostro Sire,
ove una donna gloriar vedia,
di cui parlava me sì dolcemente
che l’anima dicea: «Io men vo’ gire».
Or apparisce chi lo fa fuggire
e segnoreggia me di tal virtute,
che ‘l cor ne trema che di fuori appare.
Questi mi face una donna guardare,
e dice: «Chi veder vuol la salute,
faccia che li occhi d’esta donna miri,
sed e’ non teme angoscia di sospiri».

Trova contraro tal che lo distrugge
l’umil pensero, che parlar mi sole
d’un’angela che ‘n cielo è coronata.
L’anima piange, sì ancor len dole,
e dice: «Oh lassa a me, come si fugge
questo piatoso che m’ha consolata!»
De li occhi miei dice questa affannata:
«Qual ora fu che tal donna li vide!
e perchè non credeano a me di lei?
Io dicea: ‘Ben ne li occhi di costei
de’ star colui che le mie pari ancide!’
E non mi valse ch’io ne fossi accorta
che non mirasser tal, ch’io ne son morta».

«Tu non se’ morta, ma se’ ismarrita,
anima nostra, che sì ti lamenti»
dice uno spiritel d’amor gentile;
«chè quella bella donna che tu senti,
ha transmutata in tanto la tua vita,
che n’hai paura, sì se’ fatta vile!
Mira quant’ell’è pietosa e umile,
saggia e cortese ne la sua grandezza,
e pensa di chiamarla donna, omai!
Chè se tu non t’inganni, tu vedrai
di sì alti miracoli adornezza,
che tu dirai: ‘Amor, segnor verace,
ecco l’ancella tua; fa che ti piace’.»

Canzone, io credo che saranno radi
color che tua ragione intendan bene,
tanto la parli faticosa e forte.
Onde, se per ventura elli addivene
che tu dinanzi da persone vadi
che non ti paian d’essa bene accorte,
allor ti priego che ti riconforte,
dicendo lor, diletta mia novella:
«Ponete mente almen com’io son bella!»

Capitolo I.

1. Poi che proemialmente ragionando, me ministro, è lo mio pane ne lo precedente trattato con sufficienza preparato, lo tempo chiama e domanda la mia nave uscir di porto; per che, dirizzato l’artimone de la ragione a l’òra del mio desiderio, entro in pelago con isperanza di dolce cammino e di salutevole porto e laudabile ne la fine de la mia cena. Ma però che più profittabile sia questo mio cibo, prima che vegna la prima vivanda voglio mostrare come mangiare si dee.

2. Dico che, sì come nel primo capitolo è narrato, questa sposizione conviene essere litterale e allegorica. E a ciò dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. 3. L’uno si chiama litterale, [e questo è quello che non si stende più oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti. L’altro si chiama allegorico,] e questo è quello che si nasconde sotto ‘l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice Ovidio che Orfeo facea con la cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sè muovere; che vuol dire che lo savio uomo con lo strumento de la sua voce fa[r]ia mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e fa[r]ia muovere a la sua volontade coloro che non hanno vita di scienza e d’arte: e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna sono quasi come pietre. 4. E perchè questo nascondimento fosse trovato per li savi, nel penultimo trattato si mosterrà. Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti che li poeti; ma però che mia intenzione è qui lo modo de li poeti seguitare, prendo lo senso allegorico secondo che per li poeti è usato.

5. Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti: sì come appostare si può ne lo Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi, che de li dodici Apostoli menò seco li tre; in che moralmente si può intendere che a le secretissime cose noi dovemo avere poca compagnia.

6. Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria sì, come vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne l’uscita del popolo d’Israel d’Egitto, Giudea è fatta santa e libera. 7. Chè avvegna essere vera secondo la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che ne l’uscita de l’anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in sua potestate. 8. E in dimostrar questo, sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello ne la cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico. 9. È impossibile, però che in ciascuna cosa che ha dentro e di fuori, è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori: onde, con ciò sia cosa che ne le scritture [la litterale sentenza] sia sempre lo di fuori, impossibile è venire a l’altre, massimamente a l’allegorica, sanza prima venire a la litterale. 10. Ancora, è impossibile però che in ciascuna cosa, naturale ed artificiale, è impossibile procedere a la forma, sanza prima essere disposto lo subietto sopra che la forma dee stare: sì come impossibile la forma de l’oro è venire, se la materia, cioè lo suo subietto, non è digesta e apparecchiata; e la forma de l’arca venire, se la materia, cioè lo legno, non è prima disposta e apparecchiata. 11. Onde con ciò sia cosa che la litterale sentenza sempre sia subietto e materia de l’altre, massimamente de l’allegorica, impossibile è prima venire a la conoscenza de l’altre che a la sua. 12. Ancora, è impossibile però che in ciascuna cosa, naturale ed artificiale, è impossibile procedere, se prima non è fatto lo fondamento, sì come ne la casa e sì come ne lo studiare: onde, con ciò sia cosa che ‘l dimostrare sia edificazione di scienza, e la litterale dimostrazione sia fondamento de l’altre, massimamente de l’allegorica, impossibile è a l’altre venire prima che a quella.

13. Ancora, posto che possibile fosse, sarebbe inrazionale, cioè fuori d’ordine, e però con molta fatica e con molto errore si procederebbe. Onde, sì come dice lo Filosofo nel primo de la Fisica, la natura vuole che ordinatamente si proceda ne la nostra conoscenza, cioè procedendo da quello che conoscemo meglio in quello che conoscemo non così bene: dico che la natura vuole, in quanto questa via di conoscere è in noi naturalmente innata. 14. E però se li altri sensi dal litterale sono meno intesi – che sono, sì come manifestamente pare -, inrazionabile sarebbe procedere ad essi dimostrare, se prima lo litterale non fosse dimostrato. 15. Io adunque, per queste ragioni, tuttavia sopra ciascuna canzone ragionerò prima la litterale sentenza, e appresso di quella ragionerò la sua allegoria, cioè la nascosa veritade; e talvolta de li altri sensi toccherò incidentemente, come a luogo e a tempo si converrà.

[Convivio, II, I]

Il Novecento: Leonardo Sciascia – 6 poesie

leonardo-sciascia
Leonardo Sciascia

6 poesie

(da La Sicilia, il suo cuore, Roma, Bardi, 1952)

LA SICILIA, IL SUO CUORE

Come Chagall, vorrei cogliere questa terra
dentro l’immobile occhio del bue.
Non un lento carosello di immagini,
una raggiera di nostalgie: soltanto
queste nuvole accagliate,
i corvi che discendono lenti;
e le stoppie bruciate, i radi alberi,
che s’incidono come filigrane.
Un miope specchio di pena, un greve destino
di piogge: tanto lontana è l’estate
che qui distese la sua calda nudità
squamosa di luce – e tanto diverso
l’annuncio dell’autunno,
senza le voci della vendemmia.
Il silenzio è vorace sulle cose.
S’incrina, se il flauto di canna
tenta vena di suono: e una fonda paura dirama.
Gli antichi a questa luce non risero,
strozzata dalle nuvole, che geme
sui prati stenti, sui greti aspri,
nell’occhio melmoso delle fonti;
le ninfe inseguite
qui non si nascosero agli dèi; gli alberi
non nutrirono frutti agli eroi.
Qui la Sicilia ascolta la sua vita.

°

IN MEMORIA

L’inverno lungo improvviso si estenua
nel maggio sciroccoso: una gelida
nitida favola che ti porta, al suo finire,
la morte – così come i papaveri
accendono ora una fiorita di sangue.
E le prime rose son presso le tue mani esangui,
le prime rose sbocciate in questa valle
di zolfo e d’ulivi, lungo i morti binari,
vicino ad acque gialle di fango
che i greci dissero d’oro. E noi d’oro
diciamo la tua vita, la nostra
che ci rimane – mentre le rondini
tramano coi loro voli la sera,
questa mia triste sera che è tua.

°

I MORTI

I morti vanno, dentro il nero carro
incrostato di funebre oro, col passo
lento dei cavalli: e spesso
per loro suona la banda.
Al passaggio, le donne si precipitano
a chiudere le finestre di casa,
le botteghe si chiudono: appena uno spiraglio
per guardare al dolore dei parenti,
al numero degli amici che è dietro,
alla classe del carro, alle corone.
Così vanno via i morti, al mio paese;
finestre e porte chiuse, ad implorarli
di passar oltre, di dimenticare
le donne affaccendate nelle case,
il bottegaio che pesa e ruba,
il bambino che gioca ed odia,
gli occhi vivi che brulicano
dietro l’inganno delle imposte chiuse.

°

APRILE

Sto a far camorra sulle cose, seduto
al sole d’aprile che in me torna
a un suo azzardo di risentimenti e di inganni.
Guardo accendersi il gioco dei ragazzi,
una rissa leggera che s’incanta
di luce, cerca un suo cuore di musica;
forse un suo cuore di pena.
Il paese, non lontano, sembra affondare
nel verde: di là da questo gioco
pieno di voci, è solo un paese di silenzio.

°

DAL TRENO, GIUNGENDO A B***

La casa splende bianca in riva al mare;
e la palma che svetta nell’azzurro,
il verde trapunto dal giallo dei limoni,
la fredda ombra sotto la trama dei rami.
I suoni stridono sul cristallo del giorno,
una barca rossa si allontana piena di voci.
La ragazza che esce sulla spiaggia
ha dimenticato i sussurrati segreti della notte;
saluta con la mano alta i clamori della barca,
l’azzurro giorno marino, il sole già alto;
poi si china armoniosa a slacciare i sandali vivaci.

°

FINE DELL’ESTATE

Dopo la raccolta, ragazzi scalzi invadono
i mandorleti: scettri di miseria
le lunghe canne tentennanti.
I loro occhi acuti
s’incrunano tra le rame, scoprono
la nuda mandorla lasciata.
Mi giunge il picchio delle canne,
il lieve tonfo sulla zolla: suoni
dell’estate che muore, dell’autunno
delle piogge e dei poveri.