Scartafaccio V

NEL POCO DELLA DERIVA

Strana (perché nuova) la sensazione di vivere in un mondo anaffettivo, in sussistenza ipertrofica per un benessere frainteso. Che forma ha il presente? struzzo-serpente, un pensiero nascosto in se stesso. Il “nostro” luogo è un ecosistema di relazioni ineludibili, forse anche a causa di questo limite rischiamo l’inerzia che sembra disegnare un abisso sommerso. Senza resilienza (che è capacità di fare attrito pur restando elastici, possibilità che richiede esercizio, sacrificio) a questa stessa inerzia, fattore che ha contribuito a formare l’individuo durante la curva di storia della nostra vita associata, nelle nostre prime relazioni “tribali”, non resterebbero che i frantumi, i relitti astratti di quello stesso individuo, monadi atomiche al posto di uomini-in-relazione.

Piccola Favola: C’era una volta la religione, i precetti, la violenza; reclusi ad artificio e bestie predatrici, violenti contro se stessi e il prossimo… C’era una volta e c’è, laddove persiste volontà, la voglia di suicidio che nasconde definitivamente il dolore. C’era una volta il dolore, che non è una ricerca ma una possibilità, il desiderio di non desiderare ma di resistere e adorare.

A proposito di “Guerra”

Guerra – Buffoni

Sul Soggetto poetico

Sul Soggetto in “Le Parole e le cose”:

Maria Grazia Calandrone: “Io da tempo ho iniziato a coltivare una allergia nei confronti dell’io narrante (specialmente nella contemporaneità: non la trovo una assunzione di responsabilità bensì una conferma politica di solitudine)”.

Gianluca D’Andrea: “il soggetto poetico non è immerso in un “mondo” ma resta fuori da ogni “campo” d’azione e si limita ad essere mero chiosatore degli avvenimenti (niente di male nel mondo “claustrale” in cui ci troviamo a vivere”

Alessandro Broggi: il critico Benjamin Buchloch definiva l’artista un “sapiente/filosofo/artigiano” che consegna alla società “i risultati del suo lavoro”. A parer suo, questa figura succede a quella dell’artista come “soggetto medianico e trascendentale”.

Mario Benedetti: “io sono Soggetto in quanto responsabile della parola, della forma versale e strofica, dei suoi silenzi; di questa poesia e non di un’altra. Senza umiltà e senza orgoglio in questi tempi oltremodo bui e per certi versi senz’altro nuovi”.

per approfondire [qui]

Scartafaccio IV

NON COSTRUIRE MONDI SOTTO DOMINIO

Aria nella scrittura (Manganelli): continuare ad approfondire, dalla superficie del campo, lo spettro immaginifico. L’immaginazione (Stevens) rischia di evaporare nell’attenzione al reale, ma il reale è la base (la superficie del campo) per una costruzione che ha bisogno di una fantasia forte. Realizzare l’immaginazione è l’altro polo di immaginare la realtà: il poema necessita di questo percorso. Non si può perdere, a questo punto, la vita in una credenza ma è il credo che avviene in vita, esiziale abbraccia tutto il raggio di un’esistenza che si muove per essere il più possibile concreta, che conservi la propria anima nelle trasformazioni che toccano la materia. Il tragitto che, dall’infanzia, porta alla “maturazione” nel dovere (la tresca sociale): i clienti-zombies sull’uscio, la persona che ne farebbe a meno ma non può che nutrirsene: dinamica di Potere. La possibilità resta infantile ed è cieca per un suo limite che, restando tale, annulla l’accrescimento, “umiliandola” e rendendola così “crescente”, vitale nell’esplorazione del suo contenimento, in diminuzione: spogliata, nuda.

“Plastico” di Jacopo Ricciardi

COME FLUIRE DELLA VITA

Lebensweisheitspielerei

Wallace Stevens

Lebensweisheitspielerei

(Traduzione e nota di
Gianluca D’Andrea)

Segue la traduzione di “The Snow Man”: in qualche modo conclude la temperie della percezione del vuoto di realtà e dell’identificazione inglobante tra io e mondo presente in quel testo (e nella raccolta Harmonium in generale) e ri-apre alla distinzione che crea relazione in una fase esistenziale (The Rock è la raccolta senile) che pare aggrapparsi agli estremi bagliori del contatto.
Per le motivazioni del traduttore non c’è molto da aggiungere a quanto espresso nel cappello introduttivo di “The Snow Man” al quale rimando (Quaderno di traduzioni – Poesia, in Testo a fronte, N° 41 – II semestre 2009, pp. 172, 173); semmai, in accordo ulteriore con le scelte stilistiche di Stevens, mi preme precisare che la pregnanza retorica degli esordi è sostituita da un dettato più asciutto e discorsivo seguendo il quale mi sono orientato.

Lebensweisheitspielerei

Weaker and weaker, the sunlight falls
In the afternoon. The proud and the strong
Have departed.

Those that are left are the unaccomplished,
The finally human,
Natives of a dwindled sphere.

Their indigence is an indigence
That is an indigence of the light,
A stellar pallor that hangs on the threads.

Little by little, the poverty
Of autumnal space becomes
A look, a few words spoken.

Each person completely touches us
With what he is and as he is,
In the stale grandeur of annihilation.

*

Lebensweisheitspielerei

Sempre più fiacca la luce del sole cala
nel pomeriggio. I superbi ed i forti
sono svaniti.

Quelli rimasti sono gli incompiuti,
i finalmente umani,
nativi di un cielo scemato.

Loro indigenza è un’indigenza
che è indigenza della luce,
un pallore stellare che pende dai fili.

A poco a poco, la povertà
dell’autunnale spazio diventa
sembianza, pronuncia di alcune parole.

Ogni persona completamente ci tocca
con quel che è e poiché è,
nella scaduta grandiosità dell’annichilimento.

Scartafaccio III

RINCORRERE, RENDERE

Nelle mutazioni si incontra una possibilità. Strutturalmente adusi alla possibilità del dolore che viene a coincidere col nostro riconoscimento. Senza la ferita non ci sarebbe l’umano, esiste anche questo: il dolore come scelta (vedi Il suicidio e l’anima). Riconoscimento e rigenerazione si affiancano e sembrano essere le figure di un passaggio, l’attraversamento che, se considerato e reso consapevole, conduce ad una nuova maturità. Non esiste maturità senza scelta decisa del dolore. Morte non significherà nient’altro che scelta della vita ed evenienza della sua possibilità. Nessun simbolo, nessuna incompiutezza, sempre metamorfosi continua dell’ente nella sua necessità entropica. L’attraversamento non può non essere edificante se non nella prospettiva della sua riduzione fino al presunto annientamento. L’accrescimento non è dell’ente, che ha il coraggio della consapevolezza della sua “nientità”, ma è del potente che ha la propria salvaguardia come obiettivo e che, per questo motivo, vive nel terrore.

INTERMEZZI E INTERMITTENZE

Intermezzi e intermittenze

L’Editoria di qualità parte anche da qui

L’Arcolaio

Questo slideshow richiede JavaScript.

“Sesto Sebastian” di Marco Simonelli, Lietocolle, 2004

… affondare lo sguardo nella meraviglia del corpo esposto, il divenire feticcio della materia carnale,  soprattutto nella “diversità” che è semplicità dispositiva dell’essere, inevitabilità identitaria.
L’ostensione del corpo-lingua diventa simbolo esiziale, pasto gettato teatralmente sul lettore a stimolarne i sensi, la sensualità-sessualità del corpo martoriato. Teatralità barocca, gaudente della lingua che si espone senza indugi, a rischio di fracassarsi sotto lo sguardo, che si suppone stupito, dello spettatore. Ma l’apertura sessuale è speranza incongrua perché esposta, lanciata: l’ostia di un sacro dettato che è gioia della nostra corporalità, senza remore: “lo sballo in cui mi porti e mi conforti/ l’intervallo del mio corpo con tua pelle, i rapporti/ i carnali rapporti che tacesti, da me li avesti“. “Il tormento dell’amore” non conosce ripensamenti, è proiettato globalmente e punito per la sua spudoratezza, per la paura che il “testo” del mondo venga sovvertito ed i rinvii fonici, le allitterazioni aeree esplodano la nostra asfissia economica, un linguaggio azzoppato, conservatore, che risparmi sull’effusione di carne. Sesto Sebastian è l’enunciazione volatile di parole che non si preservano: “è questa la mia faccia, la mia freccia,/ la voglia rara/ per voi a me donata“, così il personaggio ritrova la sua faccia, la sua identità, getta la maschera nello scoppio infinito di frecce. Così si ostende la lingua come corpo sacrificale che produce comunicazione ardita, sanguigna. Essere oggetto dell’altro, “arnese” d’amore è una scoperta che proprio a causa del suo ardimento è mortificata dalla pioggia aguzza degli sguardi, dall’occhio comune e giudicante. In questa operazione la parola s’irrobustisce e non ha paura di giocare, esponendosi in metafore e metonimie performative, transformative: il soggetto poetico acquisisce sicurezza, non teme il supplizio dell’esposizione anzi va oltre, va all’espropriazione perché il suo messaggio è “attivato da verbo fatto nerbo/ che nelle vene mie mi scorre/ che nelle pene mie discorre” ovvero è parte di un sé diverso (privazione di sé), è fibra e dunque imprescindibile.
Si tenta una riformulazione di valori; lo spirito pare assorbito nel godimento sensuale, una terrena pienezza è disillusa solo nella concrezione dell’abbandono, separazione che lacera la rotondità del rapporto e che spinge la lingua a piangere un canto di passione, perché ha avvertito l’assenza del corpo dell’amato: “perché mai non concepisci/ il motivo aberrante (nocivo deterrente)/ che mi lega a te importante?“.
C’è la riflessione raccolta sul tema dell’omosessualità come condizione e non certo colpa, nonostante la rappresentazione teatralizzante parrebbe suggerire il contrario. Gradualmente Sebastiano-Simonelli si scopre: “pensarsi scisso”, “venga dentro di me”, “sentire che io più non mi appartengo, che pongo/ tutto
me sopra un vassoio”, “mi professo senza permesso nel processo/ sottomesso al sesso, al Suo possesso/ e genuflesso adesso mi confesso”, “l’umano,/ sempre vostro/ Sebastiano”; e questa umanità totalmente esposta, martoriata, è mitizzata e il corpo sessuale gaudente sarà l’adorazione della folla, la nuova meraviglia d’amore, l’orgoglio di una “divergenza” in amore nella rivoluzione concettuale del corpo che è nostra religione, legame…