Poesie dall’inizio – 06) Enzensberger

Ora che il futuro si fa presente, finisce ogni attesa. Siamo sempre dentro l’irrisolto, nell’inappartenenza che ci conforma. Siamo dentro la possibilità della scomparsa come sempre. Il futuro è sempre il presente, ovvero “non è mai”, “non è”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 06) Enzensberger

Enzensberger

Musica del futuro

Lei che non possiamo attendere
ce l’insegnerà.

Risplende, è incerta, remota.

Lei che lasciamo venire a noi
non ci attende,
non viene anoi,
di noi non cura,
rimane nell’irrisolto.

Non ci appartiene,
di noi non chiede, di noi
non si sovviene,
con noi non parla,
non ci è dovuta.

Non era,
non è per noi,
non è mai stata,
non è mai,
non è.

(Hans Magnus Enzensberger, Musica del futuro, Torino, 1997 – Traduz. di Anna Maria Carpi)

*

Zukunftsmusik

Die wir nicht erwarten können,
wirds lehren.

Sie glänzt, ist ungewiß, fern.

Die wir auf uns zukommen lassen,
erwartet uns nicht,
kommt nicht auf uns zu,
nicht auf uns zurück,
steht dahin.

Gehört uns nicht,
fragt nicht nach uns,
will nichts von uns wissen,
sagt uns nichts,
kommt uns nicht zu.

War nicht,
ist nicht für uns da,
ist nie dagewesen,
ist nie da,
ist nie.

Poesie dall’inizio – 05) Insana

L’estratto da La parabola del cuore (all’interno di quell’opera bellissima che è La clausura) ci porta a riflettere sulla memoria e il dissenso. Anche svegliandoci da qualunque “piccolo inferno” , “riaffacciarsi” sarà un compito da equilibristi nel nostro essere “insieme” senza “complicità”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 05) Insana

Insana

da La parabola del cuore

non c’è pensiero né memoria
e dico basta di questa prova per valutare il lutto
sottraendo all’altro la profondità anche del piacere

dissalata e decurtata mi oppongo al piccolo inferno
e sarà bello riaffacciarsi al bordo di un insieme
senza nessuna complicità
per lunghissimi e immobili istanti

(Jolanda Insana, La clausura, Milano, 1987)

Poesie dall’inizio – 04) Wilcock

La poesia Risveglio è un monito, un promemoria per lo stupore dell’esserci. Senza sentimentalismi, ma nella sorpresa sempre nascente di ciò che è.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 04) Wilcock

wilcock

Risveglio

Già, possiamo stupirci di essere ancora vivi!
Ogni mattina il sonno che ci aveva sommersi
come un lago prosciugato si ritira
e ancora umidi ci lascia sulle sponde,
davanti al bosco o fabbrica o luna park
o cimitero di una nuova giornata.

(J. Rodolfo Wilcock, Poesie, Milano, 1980)

Poesie dall’inizio – 03) Bachmann

Con la poesia Giorni nel bianco, entriamo nei territori dell’eros (come risulta evidente dalle immagini “lattescenti” presenti nella seconda strofa). Si tratta di un amore “incandescente”, che quindi desidera bruciare utopisticamente fino al candore e all’innocenza. Il desiderio di contatto, però, è frustrato da una distanza, dall’assenza che sembra spegnere la speranza in una scissione irrimediabile tra Io e mondo, in una tremenda veste di morte (ahi, quanta attualità in quel “Schwanengesang”!).

Gianluca


Poesie dall’inizio – 03) Bachmann

Bachmann

Giorni nel bianco

Con le betulle mi alzo in questi giorni
e ciocche di frumento mi ravvio
dinanzi a uno specchio di ghiaccio.

Intriso al mio respiro,
il latte si aggruma in fiocchi.
Facilmente di buon’ora spumeggia.
E dove appanno il vetro, lì appare,
dipinto da un dito infantile,
ancora il tuo nome, innocenza!
Dopo gran tempo, ormai.

Non mi addolora in questi giorni
ch’io possa dimenticare
dovendo ricordare.

Io amo. Sino all’incandescenza
amo e con saluti inglesi ringrazio.
Li ho appresi al volo.

All’albatro ripenso in questi giorni,
con cui mi sollevai
transitando
in un paese ancor vergine.

All’orizzonte intuisco,
splendido nel declino,
il mio continente di favola,
laggiù, che mi congedò
nel sudario.

Io vivo e da lontano ascolto il suo canto del cigno!

(Ingeborg Bachmann, Invocazione all’Orsa Maggiore, Milano, 2002 – Traduz. di Luigi Reitani)

*

Tage in Weiß

In diesen Tagen steh ich auf mit den Birken
und kämm mir das Weizenhaar aus der Stirn
vor einem Spiegel aus Eis.

Mit meinem Atem vermengt,
flockt die Milch.
So früh schäumt sie leicht.
Und wo ich die Scheibe behauch, erscheint,
von einem kindlichen Finger gemalt,
wieder dein Name: Unschuld!
Nach so langer Zeit.

In diesen Tagen schmerzt mich nicht,
daß ich vergessen kann
und mich erinnern muß.

Ich liebe. Bis zur Weißglut
lieb ich und danke mit englischen Grüßen.
Ich hab sie im Fluge erlernt.

In diesen Tagen denk ich des Albatros’,
mit dem ich mich auf-
und herüberschwang
in ein unbeschriebenes Land.

Am Horizont ahne ich,
glanzvoll im Untergang,
meinen fabelhaften Kontinent
dort drüben, der mich entließ
im Totenhemd.

Ich lebe und höre von fern seinen Schwanengesang!

Poesie dall’inizio – 02) Fortini

Se il testo precedente di Hölderlin mostrava i segni della fine (“il sole dello spirito, il mondo più bello, è tramontato”) in una lotta che si faceva universale, lotta tra elementi (“E nella notte glaciale gli uragani si scontrano”), in questo di Fortini, il mondo è già “stretto”, rimpicciolito, ma non per questo la parola, che si fa speranza (lo “spirito”?) nonostante il mutamento in atto, smette di “viaggiare”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 02) Fortini

Fortini paesaggio

Come si è stretto il mondo…

Come si è stretto il mondo. I paesi lontani
sono in fondo al giardino
dove la sera sulla neve
la sera chiusa fra rami con neve
allude ad altro secolo
e alla lunga natura che fu.
E macchie gialle e arancio
oltre i rami, delle macchine
da costruzioni, delle gru
che oggi sabato non vanno.
Oltre il nero dell’orto l’Asia
e i suoi deserti. Più in là colorata di luci
al vento si piega South Kensington.
Di luna in luna si copre la spiaggia del Baltico.
Nella casa vicina qualcuno
accende le lampade. La cabina
in silenzio viaggia.

(Franco Fortini, Paesaggio con serpente, Einaudi, 1984)

Poesie dall’inizio – 01) Hölderlin

“Stare sulla soglia dell’altro”, questa bellissima frase, pronunciata da Gianluca Garrapa nel corso di un’intervista,  si adatta perfettamente a questi tempi drammatici, di transito. Suggerisce che “raccontarci” è un mantenerci all’erta, con le antenne puntate sull’alterità, sul diverso, che poi è l’unico modo perché l’arte, e la parola della poesia con essa, possa trovare ancora spazio o, con le parole assai più congrue di Fortini, “luogo a procedere”, per cui, cioè, possa emergere la speranza di una ancora plausibile trasmissione e di una “diversa possibile codificazione del reale e del linguaggio”. Questi giorni di clausura necessaria ci permettano di comprendere l’urgenza e captare la trasformazione per rilanciarla, perché “il mio futuro non è che il presente di un altro” (ancora Fortini), per rendere finalmente il tempo “redimibile”.

Per questo motivo abbiamo bisogno della parola e, una volta di più, della parola di poesia. Sulla scia di altre iniziative di lettura, allora, utilizzerò lo spazio del mio sito per pubblicare ogni giorno un componimento e diffonderlo attraverso i social. Buona lettura.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 01) Hölderlin

Hölderlin

Diotima

Vieni, tu che un tempo riconciliasti gli elementi,
Delizia della Musa celeste, e placa per me il caos del tempo,
Risolvi la lotta che infuria con celesti suoni di pace
Finché nel petto mortale si ricongiunga ciò che è diviso,
Finché l’antica natura dell’uomo, grande, tranquilla,
Serena e possente si levi dal tempo in fermento.
Torna nei miseri cuori del popolo, bellezza vivente!
Torna alla mensa ospitale, torna nel tempio!
Perché Diotima vive come le tenere gemme in inverno,
Ricca di spirito proprio, e tuttavia cerca il sole.
Ma il sole dello spirito, il mondo più bello, è tramontato
E nella notte glaciale gli uragani si scontrano.

(Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche, Milano, 2001 – Traduz. di Luigi Reitani)

Intervista sull’EstroVerso a cura di Marco Sonzogni e Rossella Pretto

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Foto di Dino Ignani

Oggi per Chiedimi ancora, a cura di Marco Sonzogni e Rossella Pretto, un’intervista in cui parlo di poesia, immaginazione, sovversione. Si ringrazia l’EstroVerso (Grazia Calanna) per l’ospitalità.


La poesia come demone moraleggiante e condominio solitario: Gianluca D’Andrea e Alessandro Canzian

La poesia è urgenza di comprendere il mondo e restituirlo in immagini, vite vissute che si innestino tra le pagine.
Se Gianluca D’Andrea scandaglia il mondo attraverso strumenti sociologico-filosofici che rimettono poi in gioco la capacità immaginifica della parola, Alessandro Canzian cerca di rendere la distanza volontaria e inconsapevole tra le persone partendo da un vissuto intimo per allargare lo sguardo a una più vasta porzione di realtà.
Camminano dunque entrambi in quel solco che da individuale si fa condiviso.
Buona lettura!

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

L’ultimo lavoro di Gianluca D’Andrea è Forme del tempo – (Letture 2016-2018) (Arcipelago Itaca 2019). In Postille (tempi, luoghi e modi del contatto) (L’arcolaio 2017) ha raccolto i commenti a singoli testi di poesia moderna e contemporanea, elaborati dal 2015 al 2017 in vari siti letterari. L’ultimo libro di Alessandro Canzian è Il colore dell’acqua (Samuele Editore, 2016). Condominio S.I.M. uscirà per i tipi di Stampa 2009.

CINQUE DOMANDE AI POETI: GIANLUCA D’ANDREA (1976)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Mi piace partire, per provare a rispondere a questa tua prima domanda, da un’espressione di Andrea Zanzotto, rintracciabile all’inizio di Fosfeni. Si tratta di «coagulo sacro» che, nel testo d’appartenenza (Come ultime cene), indica la transustanziazione, meglio la «materializzazione» e, quindi, l’umiliazione di qualcosa di inviolabile, separato. Ecco, per me, quel «segno» che «s’innerva» è la poesia, che arriva sempre dal basso e nel tentativo di agganciarsi al reale, se ne trova irrimediabilmente separata. S’intuisce un’urgenza, che veramente scorre nelle «mie vene» e poi defluisce nella mia scrittura: il tentativo costante di rimediare a un’assenza di fondo (anche il mottetto di Montale da te citato parla un po’ di questo). Più di cosa o chi, allora, a essere decisivo è come affrontare la relazione presenza/assenza, la scissione cardine, direi, del gesto poetico. Nel mio caso, ne sono più consapevole adesso che ho superato i quarant’anni, a diventare decisiva è una spinta agonistica. Ho proprio difficoltà ad accettare il reale per ‘quel che è’, a considerare «la trasparenza del male» (per citare un titolo celebre di Jean Baudrillard) e restare indifferente. Fu Magrelli il primo a intuire nella mia scrittura un demone moraleggiante e, quindi, una visione austera del mondo, che ne rifiuta la «perdita di realtà» (ancora Baudrillard), pur tenendo in considerazione il suo versante oscuro.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Riallacciandomi alla risposta precedente e ridefinendone il finale: non vedo oscurità, perché siamo già dentro quello «spilling dark» evocata dal grande poeta scozzese Robin Robertson. Insomma un’ombra ci è già caduta addosso, quel “rivolgimento” (Zukehr) di heideggeriana memoria, che è anche “esser-volto-verso” una costante caduta. Da quando, cioè, «la metafisica è realizzata nella fisica, adagiata nella tecno-scienza» (come diceva già nel 1988 Lyotard), ogni visuale è stravolta, schermata e, quindi, esposta nella «trasparenza totale dell’informazione» (Baudrillard). Siamo in un’oscurità totale, appunto, per eccesso di “illuminazione”, non è certo una novità. Per non sprofondare completamente nell’interfaccia che annulla definitivamente l’Altro, avverto la necessità di una fuoriuscita. A essere centrale nella mia riflessione è ancora il “come”: a mio avviso, la vera urgenza in poesia risiede nel rimettere in gioco la capacità immaginifica della parola, per ri-creare ininterrottamente il reale. Il «passaggio dallo stadio storico a uno stadio mitico», la definizione è ancora di Baudrillard, è il cruccio della mia scrittura attuale. Ne ho scritto in Transito all’ombra, libro che riconsidera la mia storia personale dentro il quadro più ampio della storia collettiva. Ora, però, la mia scrittura tenta di trasformare la necessità di ricostruzione storica in racconto immaginifico. Per entrare nuovamente in quella che Rilke definisce «la mitica miniera delle anime» (der Seelen wunderliches Bergwerk) occorre considerare il mondo nella sua caduta e riscoprire le «arterie nella sua oscurità» (als Adern durch sein Dunkel). Mi permetto di riportare un mio inedito recente, forse il modo migliore per riassumere quanto finora esposto:

Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Ne ho parlato anche in altre occasioni: il poeta che mi trasmette solidità (almeno così interpreto la «permanenza» evocata da Dylan) e, allo stesso tempo, apre vertigini di senso che danno i brividi, è Wallace Stevens. Lo rileggo per i motivi appena esposti, perché la stabilità («il mero essere») si abbina costantemente ad aperture inedite: «The leaves cry… One holds off and merely hears the cry. / It is a busy cry, concerning someone else. / And though one says that one is part of everything, // There is a conflict, there is a resistance involved; / And being part is an exertion that declines: / One feels the life of that which gives life as it is». Avverto sempre in Stevens una spinta a una nuova percezione e, infine, alla trasformazione. Allo stesso tempo, la sua poesia mi dà la consapevolezza di appartenere a un mondo unico e banale, anzi unico proprio per la sua banalità, il che implica un’accettazione dello stesso che definirei sacrale, di un’umiltà sconcertante: «The leaves cry…», «until, at last, the cry concerns no one at all», eppure continua a riguardare tutti.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Per me il poeta è sempre un sovversivo o non è. Non si tratta di comportamento o posa ma, appunto, di “energia verbale”, utilizzo “trasformativo” dello strumento linguistico. Trasformazione che investe ogni referenza, compreso il soggetto che scrive. Basti pensare a poeti che certo non ebbero una vita “movimentata”, ma non per questo meno inquieta: «E quando vicino gli passo, / al legno che trema e che canta, mi sento / mutato d’un tratto / nel sonoro strumento: / in corde metalliche tese / cambiata ogni fibra, / il corpo, percorso da brividi, / in fascio di nervi che vibra» (Camillo Sbarbaro).

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Tengo molto a un testo contenuto in Transito all’ombra. Mi è sempre piaciuto lo scarto tra il titolo altisonante e il contenuto “umile” e quotidiano. Già in questo credo risieda la vera necessità della poesia, nel suo tentativo di cambiare il contesto, anche di pochissimo, aprendolo alla relazione. Meglio, però, far parlare i versi:

Aspettavo la storia di un quadro millenario

Vedevo lo spettro nell’immagine
lenta, che rallentava gradualmente;
per un istante le figure si muovono appena:
case sullo sfondo, in un parco
bambini e famiglie, madri in maggioranza,
compiono le loro azioni.
In un pomeriggio di aprile –
dentro il quadro mia figlia e mia moglie
nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.
Aspetto ancora un po’ prima di entrare,
ho il tempo di sperare che qualcuno
colga da un altro spiraglio il quadro,
che il tempo senza tempo si ricordi
in molti modi, senza nostalgia,
senza la mia stessa speranza,
nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,
nella compassione lontana
di chi non ne sa parlare.

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Mario Benedetti (1955-2020) – poesie estratti – in memoria

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Mario Benedetti (Foto di Dino Ignani)

Estratti da Materiali di un’identità

materiali di un'identità

«Riguardo al mio morire è stato per me un difendersi, un difendersi strenuamente. Non più. Ma non faccio fatica. Come dentro un’epidemia, vivo nel casuale».

*

«La finitezza del mondo non è intesa come disvalore ma vi è un’accettazione della realtà così come essa si presenta: una compresenza di pezzi tra loro slegati, ossia che non hanno senso, che coesistono senza che si cerchino le spiegazioni delle loro relazioni reciproche».

*

«Essere effimeri, transitori, perituri, caduchi significa più particolarmente vivere in modo affrettato e irresoluto, caotico, multiforme, ossia in modo incompiuto. Noi siamo in rapporto con le cose e per ciò stesso vogliamo compenetrarci con esse, vogliamo essere una analogia, in equilibrio con l’esterno. Ma il nostro cuore, il nostro sentire, ci eccede».

*

Non erano tuoi gli occhi,
luce indurita in viso, mani.
mi chiedi qualcosa e non sei qui
maglia come sandali, e altro.
Come tutto è finito
ora che mi avvicino ai colori e non a te.

*

Ecco l’azzurro.
Due, siete stati, diverrete, diverrò.
Ecco l’azzurro.
Darvi la vita, darmi la vita.
Dillo.

Estratti da Pitture nere su carta

pitture nere su carta

E questi altri colori,
fiato maculato da corpo a corpo.

La pelle che hanno voluto, data,
per vivere. Ora hanno i tuoi occhi.

E il rosso, il blu, l’arancio, il viola.

Sai l’odore,
dove richiamata corri. Sempre.

Infinite mattine, infinite notti.
Va dolce il nulla,

il dolcissimo nulla.

*

Ammassi globulari, ammassi aperti.
Occhi codificati nel giallo, nel viola, nel nero.

Spirali del pianeta descritte dai cicloni.
Aberrazioni ottiche, di sfericità.

Amigdala su lava, amigdala in quarzite,
amigdala in calcare, su osso di elefante.

Oh fulmine, alone del sole, alone della luna.

*

Una faccia fra molte è la faccia che ho,
le mie dita sono fra molte.

Spasmi estrogenici, androgenici.

Corpo, quale opaca felicità,

illusa dal Titano, ci dai. Sono strazio
i volti. O magia di una scienza

le microparticelle del nulla, del nulla.

Tutti i cammini possibili. Amore. Invisibile.

Quanto sento? e come, dove,
onda del mio stare qui e stare via.

*

Lo scheletro del tarso
si allunga e si restringe.

Steli di capelvenere,
steli di viola farfalla.

Steli di erica, licheni,
licheni abbarbicati.

Estratti daTersa morte

tersa morte

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete una voce qualunque.

*

Le parole non sono per chi non c’è più.
Si commuovono e possono dire il viso morto.
Gli occhi erano quelli che mostrava,
il vestito sepolto quello visto altre volte.
Vedere che non ci sei più, non dire niente.

*

Il sosia guarda, la vita ha deciso.
Vede gli ultimi giorni, si vergogna di scriverlo.
È avvolta nella coperta sui piedi,
il figlio senza lo stomaco mangia i pezzetti di trota
sulle scatole dello yogurt medicinale.
Giocato a carte nel bar del paese. Non visto il due.
Bevuto il caffè con la diarrea refrattaria.
È una storia per tutti questa morte.
Nella casa il sosia tocca le dita della madre
dicendole che il figlio è morto. Dopo la pleurite
un mese prima di compiere gli anni lei
ha detto: anch’io e la nostra casa non ci siamo più.

*

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la sera più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

*

Nella grotta del bosco Làndri

La frana di braci si alza sulle foglie di acero
e in basso la grappa con il tabacco da fiuto,
i cartocci delle pannocchie per le sporte da fare:
notte fatta di attimi, pereti che si scuotono,
pensieri che si divincolano e si addormentano.
E torna la domanda. Non saprai di essere morto,
non sarai, quel nulla che nella vita diciamo
non sarai, non ci sarai più, non saprai di te.
Perfetta assenza. Non distrarti, non eludere
la pura inconcepibile assenza, non distrarti.

*

Come testimoniare i morti,
vivere come lo fossimo,
morire come lo siamo. Per la vita
è la scoperta
della morte e della vita.

*

Dai del tu ai morti, stai al posto di te, anche.
Ma il viso ghiacciato è sempre qui, il viso
che non parla, che non si muove. E ogni vita
era questo: interezza create continuamente
per un dopo che non ci sarà più o è già stato.

DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI DI GIANLUCA D’ANDREA su Poesia del nostro tempo

Su Poesia del nostro tempo, alcuni miei inediti accompagnati da una nota di Daniela Pericone.

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Gianluca D’Andrea (Foto di Dino Ignani)

Dentro le ombre per farne semi di Gianluca D’Andrea – Nota critica di Daniela Pericone

Uno scarto in avanti della coscienza è la direzione impressa dalla poesia di Gianluca D’Andrea nel suo Transito all’ombra (Marcos y Marcos 2016), un libro che unisce visione individuale e racconto collettivo, ricordi personali e memoria epocale. La vicenda dell’io è colta nel suo essere al centro e nel contempo separata dal mondo, poiché l’uomo si definisce in base alla relazione con il suo spazio e il suo tempo. Ecco che, in un’ampia erranza di riferimenti (da Dante a Campana, da Mandel’štam a Krüger), la scrittura di D’Andrea si orienta sulla poetica di Wallace Stevens tra piena adesione e mimesi. Anche il titolo Transito all’ombrasembra giungere per condensazione dai versi del poeta statunitense, “Non è nelle premesse che la realtà / Sia solida. Forse è un’ombra che attraversa / La polvere, una forza che attraversa un’ombra.” (Una sera qualunque a New Haven).

Da qui il motivo dell’ombra e del movimento trasborda nelle prove successive di D’Andrea, esplorazioni e approfondimenti di un cammino ben definito, se il titolo che accompagna gli inediti, Dentro le ombre per farne semi, non fa che ribadire il campo d’azione e dilatare le prospettive. L’esigenza conoscitiva è ambiziosa, il pensiero tenta di abbracciare non più e non solo la storia del singolo e della comunità, ma l’intera genesi universale, laddove l’uomo non è che un tardivo e irrisorio accidente delle conflagrazioni siderali. Il balzo non è da poco, occorre immaginare “la favola senza focus, senza uomo, / nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte” (Il lievito della trasparenza), spingere il linguaggio nei territori della fisica e della biologia, tra spore e membrane, tra fruscii e vibrazioni, arrivare dove siano concepibili solo “lastre / galleggianti nella materia / liquida dei primi pensieri” (Artico dei primi passi). Gli scenari hanno un’evidenza apocalittica, raffigurano una condizione primigenia, ma anche una rasura da catastrofe postindustriale.

(…)

da DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI

VII. Artico dei primi passi

Erano costellazioni di ghiaccio
i primi animali a essere immaginati,
non pianeti o organismi ma lastre
galleggianti nella materia
liquida dei primi pensieri.
La guaina esplose nella sensazione
confortevole di quell’abbandono.
Le lastre della preghiera riflettono
l’occhio che rifiutiamo di svegliare.
Ecco che scappano al lavoro
che li dimentica e succhia.
I primi orsi lungo tutti i passi
che sappiamo e decantiamo.

*

Ferita

Come non esistesse eziologia,
forse non esiste davvero nulla
oltre una fragilità congenita
che vorrebbe dire eredità, trasmissione,
geni antichi, incroci cellulari,
un’intrusione che arriva da un altro
tempo, un tempo-ombra
come le scorrerie e le razzie di sconosciuti
che scopriamo, sempre dopo, essere prossimi.

Così arriva il dolore, un giorno
mentre lavori, imprevisto,
imprevedibile e non è un’origine
ma un percorso che ci attraversa, da cui emerge
un’onda che s’increspa e può arenarsi
fino a bloccare il tempo.

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Helter Shelter (case in quarantena) su ANTINOMIE (una foto)

Una mia foto tra le 18 scelte da Maria Teresa Carbone per Antinomie (22/03/2020). Sulla visione casalinga al tempo del coronavirus

Le diciotto immagini che seguono sono state scelte tra le migliaia postate su Instagram nella prima settimana della quarantena da coronavirus. Il criterio di selezione è semplice: le fotografie sono state tutte scattate nello stesso arco di tempo, tra il 10 e il 17  marzo 2020, e sono state tutte scattate all’interno di una casa (anche se alcune si affacciano verso l’esterno).

All’interno di questi parametri sono state escluse dalla galleria due categorie di immagini, pur molto numerose, dedicate rispettivamente alla confezione di cibi e alle pagine o alle copertine di libri in lettura. Per quanto all’apparenza molto diverse fra loro, entrambe contengono un elemento promozionale che, sebbene non privo di interesse, non si intendeva approfondire qui. Al centro dell’attenzione c’è invece lo sguardo sulla casa, sui suoi spazi, sui suoi oggetti, nel momento in cui questi spazi e questi oggetti rappresentano l’unico orizzonte che abbiamo a disposizione. E può essere interessante notare due elementi ricorrenti, che potremmo sintetizzare come il focolare e la finestra.

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