Vincenzo Nibali

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Vincenzo Nibali (foto Famiglia Nibali)

Vincenzo Nibali

A Messina

Sarà il vento o i monti alle spalle
la striscia sottile di costa
e la pelle salina, crosta
di terra fatta d’incroci.

Peloro, mostro di Annibale,
per cui nulla è veramente maestoso
ma comune come la gioia sentita,
il senso di libertà presunto,
la sintonia del corpo umano
col supporto della locomozione.

Quel giorno, già dopo Barcellona,
lo Stretto divenne coagulo,
gli incroci e l’aria si restrinsero
votandoti alla Toscana,
la storia banale di un uomo
che aneli e ambisca a se stesso,
trasfigurandosi come la nostra lingua,
per l’attrazione impressa in ogni relazione.

Calcide e Peloponneso deformati
dal viaggio, appianati nell’accoglienza;
luce e temperatura possono forgiare
anomalie, pelorie, i mostri
che tutti sappiamo di essere.
Ma come indirizzarci? riempire
la strada, orientarla a un traguardo.
Meta non c’è oltre il limite di ogni tappa.

Più che aspro, lo squalo è deciso,
si muove e limita la sua necessità.
Quindi ancora il confine, il controllo
delle asperità è la frequenza di un traguardo,
il battito che si adatta al desiderio.
Il mostro peloro valica altri passi,
si trasfigura nel controllo, Hautacam,
stazione invernale, in cui un giovedì di luglio,
Pirene è infilzata da un Eracle in tutina attillata,
dal mostro Annibale che valica i tempi.
Le due ruote e le due gambe,
l’energia scatenata e gestita
su terra e pietra e asfalto,
esemplari di un tragitto che andrà sempre percorso.

Gianluca D’Andrea
(Inedito, Luglio 2014)

LA RELIGIONE DELLA LEGGE: “Tribunale della mente” di Corrado Benigni, Interlinea, Novara 2012

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Corrado Benigni

LA RELIGIONE DELLA LEGGE: Tribunale della mente di Corrado Benigni, Interlinea, Novara 2012.

tribunale_menteLa fede, poiché secondo la Legge tutti sono maledetti.

G. Calvino

Tribunale della mente è un libro religioso. Le concrezioni verbali che i testi della raccolta sono, mettono in scena l’anelito, la tensione “sacerdotale” verso un nuovo responso. Sacro, avvinto al seguito di una maledizione che la storia novecentesca ha scoperchiato e squadernato, capovolgendo ogni orientamento etico, rendendone inevitabile il ripensamento. Tribunale della mente si svolge proprio in questo disorientamento, costatando la rottura dell’alleanza dell’azione umana col mondo e, visto che di poesia e scrittura si tratta, meditando su un “verbo” che ha perso l’aderenza del contatto, la possibilità di nominare:

I

Nulla è segnato e un’alleanza si rompe
dove in principio era il verbo.
Rimetti al cielo i tuoi debiti
come l’invisibile li rimette a te.
– Questi testimoni a colmare bocche
di nessuna verità, un rito di toghe rinvii -.
Accetta questo disordine, luogo che non ha luogo,
da un punto decrepito qualcuno ascolterà.

II

Consegna tu il colpevole all’errore,
se il sonno qui ci divide le mani
e l’aria ha molte crepe,
libera questi nomi sulle pietre,
riporta esattamente i fatti
sillaba su sillaba, forma tu la ragione,
inconsapevole delle leggi che la negano.

(p. 9).

L’atmosfera del libro, occorre evidenziarlo, non è condensata in un rigore lucido e asettico, nessuna geometria progettuale ne conforma i lineamenti, bensì un respiro contenuto, il soffio del pensiero che è anelito a una nuova chiarezza: il desiderio di perforare la nebulosa del nichilismo, per cui è valido tutto e il contrario di tutto, in termini etici.
Lo stile di Benigni si fa interrogativo, l’intera prima sezione, Onere della prova, è costellata di punti di domanda, nella retorica della stessa che si apre alla reticenza di qualunque risposta, che è, appunto, il vuoto della nominazione. Atarassia d’infingimento messa in campo da chi ha digerito un codice, cioè la fissazione di una norma.

I

«Antigone, è vero quello che dicono? È vero?
Dove sono le prove?»
Non si trova la formula, non si trova,
per non avere commesso il fatto,
siamo comunque responsabili
in questo non luogo a procedere;
chi decide ha occhi bendati
e l’ombra di una mano chiede pietà.
«Chi torna indenne dall’orto degli ulivi?»

II

Cos’è questa verità che ci arriva
in piena fronte come un’accusa?
Osserva, nulla è difeso,
esci dal sonno di quest’acqua lentissima,
c’è una parola che schiude le crepe
e scava verso l’esterno; seguila
fino al volto bendato, dove
non è scritto ancora il verdetto
e clandestini chiedono il conto.
Non ha proroga questo termine,
vittime senza innocenza,
dentro un grande paradigma
tutto sarà riscattato.

(pp. 11-12).

Ma la reticenza stessa, l’impossibile risposta, coincidono in quel vuoto che si apre alla ri-creazione, attraverso cui sarà inevitabile rintracciare altre norme verso un nuovo «grande paradigma», appunto, in cui «tutto sarà riscattato».
L’insieme di regole, di codici, non ha altro modello se non lo scardinamento della norma. La giustizia deve riconoscersi fuori dalla giustizia, rischiando la sua fine, come in Dürrenmatt, la figura di Traps – personaggio sintomatico perché giudicato fuori dall’aula, sul palcoscenico della vita – sembra dimostrare: «Traps non era un delinquente, ma una vittima del nostro tempo, della nostra civiltà occidentale che, ahimè!, era venuta perdendo a poco a poco la fede […], il cristianesimo, i valori universali, ed era caduta nel caos: il singolo non aveva più una stella che lo guidasse, non si vedevano che disordine e abbrutimento, violenza e immoralità» (F. Dürrenmatt, La panne, Adelphi, Milano 2014, p. 78). Il singolo non ha una «stella» a guidarlo, la stella della cabala che, come in Nerval, non è che la poesia, cioè l’alfabeto che ne compone la struttura. Tutto il percorso di Benigni è ricerca di questo nuovo alfabeto, partendo dalla costrizione di chi deve testimoniare le ceneri del vecchio, cioè la tradizione (il titolo della precedente raccolta è indicativo in tal senso: Alfabeto di cenere). Così «Una lingua ammutolita si fa strada tra le parole» (come recita l’incipit del testo a p. 13), cercando nella sacralità (la maledizione) la sua origine.
Anche il rigore metrico è in funzione di una riformulazione (ri-forma) dei valori, cioè la ri-formazione del testo. In questa direzione, l’impatto linguistico, metrico e formale riflettono l’impronta territoriale d’appartenenza: la Lombardia non può essere slegata dalle ripercussioni riformistiche di radice calvinista e l’area bergamasca non è esclusa da un impianto culturale eticamente rigoroso e, in senso ancora etico, conservatore (in questo modo potremmo riconsiderare l’economia testuale di Tribunale della mente, la sua sobrietà spicciola, la ruvidità nell’utilizzo di pochi termini e semplici, nonché la linearità della sintassi, in direzione di un appianamento delle asperità, a volte affioranti nel dettato).
Tornerei, adesso, alla tensione “sacrale” del libro, all’evidenza, cioè, di un’ambivalenza che produce le Sententiae della seconda sezione. Il modo “sensibile” del dire che, dal singolo – dall’opinione individuale – si trasforma in “sentire” comune, in una parola, norma. Il percorso in direzione del senso, attraversando il pensiero, può comunicarsi solo “responsabilizzando” la parola:

Il giudice legge la sentenza: «Pena sospesa». Eppure nessuna udienza è tolta, nessun verbale è redatto. Il cancelliere ha una mano invisibile e trascrive immobile le nostre parole. Che cos’è la verità, giudice? Questa corteccia che brucia ancora. Il dolore è verità, tutto il resto è dubbio. La verità riposa nella calce, animale rapace. «Prima bugie, poi pressione, poi ancora bugie, ancora pressione, quindi il crollo, e alla fine la verità», sentenzia il pubblico ministero. È così che si arriva alla verità? La parola ora ci consegna all’evidenza.

(p. 21).

Il mondo dell’opinione, della sentenza, pur contribuendo al legame collettivo, va oltrepassato. Si manifesta, anche in questa sezione, la tensione del linguaggio a una “religiosità”, a un rinforzo del legame che superi la norma costituita, rifacendosi al perenne inesprimibile, cioè la saggezza reticente che non giudica ma si limita a testimoniare un fatto. Come ebbe modo di affermare Simone Weil: «Ogni spirito prigioniero del linguaggio è capace soltanto di opinioni. Ogni spirito divenuto capace di cogliere pensieri inesprimibili a causa della moltitudine di rapporti che vi si combinano, seppure più rigorosi e luminosi rispetto a quanto il linguaggio più preciso esprime, ogni spirito pervenuto a questo punto abita già nella verità» (S. Weil, La persona e il sacro, Adelphi, Milano 2012, p. 42), la verità cui anche Tribunale della mente aspira, così come, attraversando un altro passo de La persona e il sacro, ci è possibile intuire la necessità del rigore linguistico (quindi morale) che si fa tensione all’alterità: «Il linguaggio enuncia relazioni. Tuttavia ne enuncia poche, giacché si svolge nel tempo. Se è confuso, vago, poco rigoroso, privo di ordine, e se lo spirito che lo emette o lo ascolta possiede una debole capacità di tenere presente un pensiero, è vuoto o pressoché svuotato di ogni reale contenuto di relazioni. Se è perfettamente chiaro, preciso, rigoroso, ordinato; se si rivolge a uno spirito capace, una volta concepito un pensiero, di tenerlo presente mentre ne concepisce un altro, di tenere poi entrambi presenti mentre ne concepisce un terzo e così via; in tal caso il linguaggio può essere relativamente ricco di relazioni» (S. Weil, cit., p. 40).
Il linguaggio di Benigni è in cerca di relazioni, di ristabilire il contatto in un legame assiduo in cui la parola, aprendosi al suo vuoto (crepa e piega, concetti così cari al pensiero secondo novecentesco), riattiva la verità del mondo in tutta la sua “nientità”:

Nessuna colpa ricadrà sui figli, perché le parole come il tempo sono contate e la natura non sa attendere. Acqua che beve se stessa. Come placare questa sete? Non c’è altra misura, non c’è altro peso, più del corpo. Universo e niente. Dentro l’evidenza della materia non è persa ancora la possibilità di una crepa, geometria di una promessa. Ogni nome nasce da una legge che lentamente dice chi siamo, mentre una luce si estingue per tornare nel giudizio di ciò che è già stato.

(p. 31).

Se è corretta l’accennata conversione del libro in direzione relazionale, è spiegabile anche l’apparizione di Figure, nella terza sezione, ovvero degli attori della scena processuale. Si mostra, ancora in termini di neo-formazione, la finzione maneggiabile dal «tribunale all’interno dell’anima» (ancora Weil; cfr. la prossimità etimologica esistente tra anima e mente, la quale converge sul concetto di spirito. Il soffio del legame tanto potente perché imponderabile come, d’altronde, la sua possibile scomparsa).

Il giudice

Non c’è colpevolezza senza prova, qui
dove assoluzione e delitto hanno lo stesso movente.
Reato o peccato, siamo tutti parte. Comunque.
Tutto è già stato
e ci chiama,
mentre un giudice impone il suo nome.
Qualcuno completerà il nostro gesto.
Tempo senza voce che scrivi la sentenza,
nulla corregge nulla.
Un vizio di forma forse ci salverà.

(p. 38).

Abbiamo accennato, riferendoci alla prima sezione del libro, Onere della prova, all’esigenza interrogante di Benigni. Se la domanda è alle origini del percorso che ogni soggetto avvia, esponendosi al mondo, l’ultima sezione, Giustizia, ha toni iussivi, nel senso implicito della giunzione, del vincolo che il singolo richiede per legarsi all’alterità, in una relazione che tenti di colmare la crepa, evento che si verifica solo abbandonandosi a essa. Per questo, forse, pur non potendo «riparare/ una voce spezzata, ripristinare/ il bianco della domanda» (Scrivi la sentenza – giudice –, p. 65, vv. 6-8), occorre insistere su «Quel che rimane […] diviso», senza facili consolazioni, perché l’unica possibilità “comunitaria” risiede, come monito reciso, proprio in quel «nulla» che non «ha più riparo» (tutte le citazioni testuali sono in Quel che rimane è diviso, nulla ha più riparo, p. 66, v. 1).
A proposito della poesia di Franco Fortini, Mengaldo ebbe a dire: «Il senso tragico della storia – in cui l’ipotesi rivoluzionaria non nasce dall’ottimismo del progressista ma dalla contemplazione inorridita della negatività» (P. V. Mengaldo, introduzione a F. Fortini, Poesie scelte (1938-1973), Mondadori, Milano 1974). Chi tenti di avvicinarsi al mondo attraverso le parole, oggi, non può non confrontarsi con la negatività, cioè con il rischio che il mondo non sia accessibile attraverso la nominazione. Parte costituente la verità di un mondo giunto a maturazione solo dopo aver attraversato l’immane esperienza del dolore novecentesca, la negatività non è punto di arresto, ma, come lo stesso Fortini ci ricorda, «una fine che sia anche un principio» (F. Fortini, Extrema ratio. Note per un buon uso delle rovine, Garzanti, Milano 1990, cit. in B. Frabotta, Composita solvantur. Le ultime verità di un poeta, in «L’illuminista», n. 12, a. IV, settembre – dicembre 2004, pp. 75 – 108). Per giungere alla pienezza dell’esistere, è necessario affrontare il dolore, la concrezione momentanea degli elementi fino al rilascio della gioia:

La gioia avvenire

Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo.

Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere.

Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto.

Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte.
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.

(F. Fortini, in Foglio di via e altri versi, Einaudi, Torino 1946).

Anche dalla scomparsa, dalla negatività, la verità, dunque, è questo il messaggio che le nuove generazioni accolgono e che Tribunale della mente rilancia, tendendo a una parola che si elevi alla seconda potenza, che superi in modo maturo l’illusione d’innocenza del nominare, portando sempre su di sé il fardello della falsificazione, sempre pressante, del dato (cfr. ancora il titolo della terza sezione, Figure appunto):

Nessuna verità è interamente verità
se ogni colpa custodisce il segreto di un giudizio
e non c’è redenzione fuori dall’attesa,
rinuncia alla regola della certezza
una parete bianca riconoscerà i nostri volti,

intanto

voce contro voce, la materia della parola
è la sola forza che abbiamo,
nel sonno che sorveglia,
il bene di non essere innocenti.

(p. 79).

Proprio in quel «bene di non essere innocenti», abbiamo visto, abita tutta la potenzialità dell’esistere, con i suoi timori e tremori, poiché continuando a sostare nella vecchia «Legge, esclusi da ogni benedizione, […] avvolti nella maledizione» (G. Calvino, Istituzione della religione cristiana, Mondadori, Milano 2009, p. 958), affermando passivamente l’alleanza col mondo, non giungeremo mai al legame ulteriore offertoci dalla capacità del mondo stesso di ritrarsi davanti alle nostre parole, alla crepa, allo «scisma» che può, in ogni momento, frantumare la fede, la comunità.

Leggi nella cenere,
nessun filo qui garantisce il ritorno
e dal freddo innocenti chiamano a salvarli –

Lingue affilate assolvono lo scempio, scavano nel buio
mentre il buio ingrossa dentro le parole –

Non giurare sul silenzio, non giurare, nulla ti è estraneo,

quello che cede ti appartiene, è tuo
nelle vene, giudicati da uno scisma.

(p. 80).

Tribunale della mente si richiude sulla separazione, dopo essersi interrogato sulla plausibilità del silenzio. Eppure le parole («la materia della parola») mantengono fede al patto della relazione e se, «voce contro voce», resistono alla tentazione del silenzio, tentano a loro volta di innalzarsi, se non per cantare il mondo, almeno per ri-nominarlo: «Maledetto chi non mantiene in vigore le parole di questa legge, per metterla in pratica!» (Deuteronomio, XXVII, 26).

Gianluca D’Andrea
(Luglio 2014)

Approcci al dialetto: 5 poesie di Pasquale Salvatore

Sull’importanza del dialetto abbiamo accennato nel post RIFLESSIONI SULLA LINGUA, 2 INEDITI DI NINO DE VITA del 29 giugno scorso. Adesso proponiamo ai lettori alcuni autori dialettali messinesi del novecento, semi-sconosciuti o dimenticati. Atto dovuto, la semplice riattivazione dei testi con una traduzione basilare, adatta alla comprensione. Buona lettura.


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De Kooning, Willem. Donna seduta, c. 1940, olio e carboncino su masonite, 137.2 x 91.4 cm. Philadelphia Museum of Art

Pasquale Salvatore (nato a Messina nel 1885. In gioventù collaborò ad alcuni periodici messinesi del tempo: Il telefonoIl marchesinoIl gazzettino rosa. Nel 1908, anno del terremoto, si trovava a Milano, dove lavorava nell’Amministrazione delle Poste. Fece ritorno a Messina nel 1920 e vi rimase fino alla morte, nel 1958. Pubblicazioni: Tràstuli, Messina 1949; Lu buttiscu – Idillio in dialetto messinese, Roma 1978).


5 poesie

LISSA

(da Tràstuli)

La lissa chi mi smancia, o amica duci,
è vermu vilinusu e senza paci.
Rùsica notti e gghiornu, e m’arriduci
vacanti, com’a certi bucalaci.

Strìnciu li denti pi non fari vuci;
cu tantu friddu, non dumannu braci:
campu a lu scuru: non ni vogghiu luci;
vardu a cu’ vola, e iò restu ramaci.

Cc’è quannu m’addumannu: iò chi fici
pi sòffriri sta pena chi mi coci?
pirchì non cercu d’éssiri filìci?

Ma chì! Li ciuri li struncò la fôci,
spirìu lu suli; lu celu di pici:
sulu cc’è lissa, lissa chi mi scoci.

NOIA
La noia che mi rode, o dolce amica,/ è verme velenoso e senza pace./ Rosicchia notte e giorno, e mi riduce/ vuoto, come certe chiocciole.// Stringo i denti per non gridare:/ con tanto freddo, non domando fuoco:/ vivo al buio:/ non ne voglio luce;/ guardo chi vola, ed io resto a terra.// C’è quando mi chiedo: che ho fatto/ per soffrire questa pena che mi scuoce?/ perché non cerco di essere felice?// Macché! I fiori li ha stroncati la falce,/ è scomparso il sole; il cielo è di pece:/ c’è solo noia, noia che mi scuoce.

°

‘NVERNU

(da Tràstuli)

Chi maligna jurnata di frivaru!
La campagna è accurata di la nigghia.
Tutta la chiana è un gelu paru paru:
jetta lu ‘nvernu la so’ purvirigghia.

Senza cchiù fogghi, l’àrburi aggrancaru;
e suli non cci nn’è mi l’arrispigghia.
Gelu cc’è puru ‘ntra stu cori amaru,
senza cunfortu di ‘na lamparigghia.

Passu affunnannu ‘ntra la terra modda:
lu fangu è troppu, e la scarpa mi pisa.
Cchiù mi strascinu, e cchiù ‘nterra s’incodda.

Si cadu, non cc’è nuddu chi mi isa…
Forza, allura! Arrivari haju a la Codda!
Ddà cc’è genti, cc’è casi e cc’è ginisa.

INVERNO
Che maligna giornata di febbraio!/ La campagna è afflitta dalla nebbia./ Tutta la pianura è un gelo paro paro:/ getta l’inverno la sua polverina.// Senza più foglie, gli alberi sono intirizziti;/ e sole non ce n’è per risvegliarli./ Gelo c’è pure nel cuore angosciato,/ senza conforto di una lampada.// Passo affondando nella terra molle:/ il fango è troppo, e la scarpa mi pesa./ Più mi trascino, e più in terra si attacca.// Se cado, non c’è nessuno che mi sollevi…/ Forza, allora! Debbo arrivare sui monti!|/ là c’è gente, ci sono case e c’è carbonella.

°

LU CHIUPPU

(da Tràstuli)

Crisci lu chiuppu, pi lu so’ distinu,
‘nta li vadduni o arrantu a li ciumari.
Vidi lu suli quannu già è matinu,
prestu ogni sira lu vidi cuddari.

Cunfortu so’ è lu ciumi, ddavicinu,
che cci pïaci di parracïari;
o, certi notti, lu cantu divinu
d’un rusignolu ammenzu a li pignari.

Lu sulità non è lu so’ scuntentu:
anzi, ringrazzïannu cu firvuri,
li brazza dilicati isa a li stiddi.

E si lu bacia po’ ciatu di ventu,
li fogghi si stracàncianu p’amuri:
pàrunu argentu e mànnanu spisiddi.

IL PIOPPO
Cresce il pioppo, per il suo destino,/ nelle valli o lungo le fiumare./ Vede il sole quando è già mattino,/ presto ogni sera lo vede tramontare.// Conforto suo è il fiume, là vicino,/ e gli piace parlottare;/ o, certe notti, il canto divino/ d’un usignolo in mezzo ai pini.// La solitudine non è la sua infelicità:/ anzi, ringraziando con fervore,/ le braccia delicate alza alle stelle.// E se lo bacia poi alito di vento,/ le foglie cambiano colore per amore:/ sembrano argento e mandano scintille.

°

A GIUVANNI PASCOLI
pi la so’ puisia «La cavallina storna»

(da Tràstuli)

O vera palummedda senza feli,
Puëta di li cosi duci e santi!
Era lu cori to’ zùccaru e meli,
chi non odiasti mancu a li birbanti.

Forsi vardavi di li setti celi
lu munnu nostru cu li so’ ‘gnuranti,
quannu, senza ammucciàrila cu veli,
tu ‘na gran verità passasti avanti.

Si ‘nzertu un nomu, tu fammi un signali –
dissi la mamma to’ a ddu cavadduzzu.
E arrispunnìu, ‘bbramannu, dd’animali!…

Cuntannu chistu cu la to’ mudestia,
tu non vidi la luna ‘ntra lu puzzu;
ma vidi chi ‘na bestia non è bestia.

A GIOVANNI PASCOLI (per la sua poesia «La cavallina storna»)
O vera palombella senza fiele,/ poeta delle cose dolci e sante!/ Era il cuore tuo zucchero e miele,/ tu che non odiasti nemmeno i briganti.// Forse guardavi dai sette cieli/ il nostro mondo con i suoi ignoranti,/ quando, senza nasconderla con veli,/ una grande verità passasti avanti.// – Se azzecco un nome, fammi un segnale! -/ disse tua mamma al cavallino./ E rispose, nitrendo, l’animale!…// Raccontandolo con la tua modestia,/ tu non vedi la una nel pozzo;/ ma vedi che una bestia non è bestia.

°

[NI VINNI SONNU]

(da Lu buttiscu)

Nni vinni sonnu; ed accussì abbrazzati,
stèsimu ancora qualche quarto d’ura.
Nni svigghiò ‘n scalambru, pi vintura,
chí li spaddi uni avìumu bagnati:
era acqua, chi vinìa di la quartara
china ‘nzinu a la bucca;
e fu furtuna e a tempu dea svigghiata.
«Prestu! lu suli abbucca!»
dissi Grazia surgènnusi.
Cu ‘na pezza, appuntata a la cintura,
si ‘ntrìccia la cuddura
e si la para ‘ntesta. La quartara
l’ammutta, e, cu ‘na brevi
smorfiedda pi lu sforzu,
ddassupra si la para.

Passammu all’umbra di lu castagnitu,
‘nchianammu, annannu allèggiu, la trazzera.
A la sipala, unn’era
la ficarazza, la strada spartìa;
e ddà nni salutammu.

[CI VENNE SONNO]
Ci venne sonno; e così abbracciati,/ stemmo ancora qualche quarto d’ora./ Ci svegliò un calabrone, per fortuna,/ perché le spalle le avevamo bagnate:/ era acqua, che veniva dalla brocca/ piena sino alla bocca;/ e fu fortuna e a tempo quel risveglio./ «Presto! il sole scende!»/ disse Grazia alzandosi./ Con una pezza, appuntata alla cintura,/ s’intreccia la corona/ e se la para in testa. La brocca/ se la carica, e, con una piccola/ smorfia per lo sforzo,/ lassù se la para.// Passammo all’ombra del castagneto,/ salimmo, andando piano, lungo il viottolo./ Alla siepe, dov’era/ l’alta pianta di fico, la strada si divideva;/ e là ci salutammo.


Testi dialettali e relative traduzioni sono in Charybdis. Poesia messinese in dialetto, a cura di G. Cavarra, Intilla editore, Messina 1995.

Fabio Pusterla: Anteprima dalla raccolta di prossima pubblicazione “Argéman”, Marcos y Marcos, Milano 2014

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Fabio Pusterla

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A Pio Fontana

I. Funicolare arrugginita

«Lungo la tratta splendevano ciclamini,
piccole braci ascendenti, impavide
nel frusciare di colubri e nel vento
della funicolare più scoscesa.

In basso, odore d’olio e d’alga, una fontana
quasi caverna scavata nel tufo, in cui scorrevano
le anguille sinuose, i barbi, le indifese
alborelle, dai riflessi argentati.

Più in là, la chiesa antica della peste,
i primi villini non si sa quanto abusivi,
talvolta qualche vipera, e poi il lago

a inabissarsi in gorghi, il vocìo di una festa,
e quel ronzare costante di vite e di vespe,
di giorni che passavano, di sussulti e di tregue.»

*

II. Carillon

«Senza saperlo si tentava qualcosa: ritornare
a vivere senza troppi pensieri, forse, dopo gli anni
inconfessati, persi nel fumo della storia. E un solo dovere:
abbandonarsi al flusso, alla vita.

Quello che si era rotto, il devastato
canto del tempo, roco o ammutolito. Tutte quelle
notti indicibili, e i morti: ora soltanto cose più leggere,
questa era la promessa. E roba nuova,

tanta. Poi la canzone si spegne si annoda
su se stessa, il dentino d’ottone si smangia,
e infine il rullo diventa un compressore,

il cilindro una bomba che esplode e che nega
ogni gioia. Ma chi ha rubato l’armonia, chi ha infranto
la promessa di gioia condivisa?»

*

III. Bambole

La prima bambola ha un’orbita cava,
con la sinistra, azzurra, fissa il vuoto,
tace e sorride mesta; l’altra, vaga,
non ha più gamba, un braccio pende immoto

come dopo uno strazio. Qui dilaga
una violenza cupa, odio remoto
di maschio non mai sazio, lama o clava
che fende e fruga grazia, nega e arrota

ogni dolcezza e fiore, ogni speranza
troppo ardua, troppo alta, troppo umana
e dunque insostenibile. La terza

canta ma senza voce, canta piano
per tutti. Per la luce e per la sferza
del male. Canta per chi l’ascolta, forse invano.

*

IV. Piccolo cavaliere rosso

Un cavaliere rosso
con un tratto d’argento sullo scudo,
alto sopra il cavallo
fremente, ardimentoso.

Ah, se questo bastasse
quando il dolore è più crudo,
la vita precipita a valle
rovinosa!

(Arsa a volte la messe,
ogni notte più rude,
le grida, nel silenzio delle celle,
tormentose.)

Un cavaliere: possa,
se mai il nero s’intruda nei tuoi giorni,
sfiorarti col guanto la spalla,
ricordarti la rosa.

Sull’erba rasa dei fossi
scivoli il vento, non strida;
la via lenta che sali verso i colli
ti chiami, luminosa.

*

V. Madrigale degli orsi

«Travolti i coniglietti
rimaniamo noi orsi,
noi, nella luce povera di corsi
e ricorsi piovosi.
Sogni di pezza siamo,
superstiti amici e restiamo
ora squarciati ora persi, pietosi
a vegliare nell’ombra.
Dall’incendio degli anni
per incubi e affanni,
quando solo un istante il cielo sgombra,
ci sentite ballare
nella foresta nera o in fondo al mare
la danza senza fine degli orsetti.»

*

VI. Gioco di società

Pedine senza testa pedoni rubati
caselle perfettamente scolorite,
ostacoli e dadi mancanti clessidre svuotate
non una cosa al suo posto istruzioni stracciate.

Tutto ripareremo
con pazienza con carità,
ma come e con chi giocheremo
se manca la società?

*

VII. Puzzle

Qui la montagna è forata, mostra il nero
di un cielo inesistente che sarebbe
dietro di lei e non c’è.
Un ramo è caduto nel nulla,
forse sfregiando un volto ora striato
come da cicatrice. Non si vede
la fonte della luce; pure un raggio
accende l’acqua chiara di un torrente
che balza e poi scompare.
Niente ci rassicura, tutto allude
all’ordine smarrito dell’immagine.
In basso, sulla destra, l’occhio glauco
di un piccolo animale forse guarda
come in una voragine.

Nota: Ospedale del giocattolo è il nome di un’iniziativa sociale e occupazionale creata nel 1995 a Lugano; si raccolgono giocattoli usati, la cui riparazione viene affidata a un gruppo di disoccupati; in seguito i giocattoli rimessi a nuovo saranno distribuiti, tramite associazioni e enti umanitari, a bambini bisognosi di paesi in difficoltà. Devo la segnalazione a Pio Fontana, cui questa serie è dedicata, per tante ragioni e amici comuni.


SU OSPEDALE DEL GIOCATTOLO: di Gianluca D’Andrea

La serie, che qui presentiamo, vive, in particolare nei primi testi, nel segno della riattivazione formale, non regolativa però, poiché l’utilizzo del sonetto va considerato solo con la cautela di chi annoti in un sistema concluso le deviazioni allo stesso schema formale. Occorre sottolineare questo aspetto perché sintomatico di una volontà “tensiva”, in estensione tra i margini della norma e del suo “oltrepassamento”; in buona sostanza, per Pusterla, la forma non è mai problema perché superata dalla spinta del miglioramento, sovrastata dalla materia verbale. La parola che ha l’unico dovere di emanciparsi dalla struttura in cui è inserita, nell’unico sforzo, il sacrificio in vista del senso. Ecco perché, ancora in questi testi, si può scorgere quello che Jean-Luc Nancy chiama «un sistema non […] finito né infinito, […] ciò che permette l’alternanza – o la simultaneità – della chiusura […] e dell’apertura» (J. L. Nancy, Il sistema, ieri e oggi, in Prendere la parola, Moretti&Vitali, Bergamo, 2014, pp. 162-163).
Sistema, dunque, nella continuità del recupero. Pellegrini i giocattoli che sono ospitati e rimessi in circolo dopo la cura, ricomposti nel tentativo, verrebbe da dire l’anelito, di abbracciare il bisogno e ristabilire il contatto, negli uomini, attraverso la riparazione dei loro strumenti. Leggendo Ospedale del giocattolo – proprio seguendo il movimento di recupero e ripristino esercitato dalla parola, oltre che dall’iniziativa sociale omonima – ho pensato alle riflessioni compiute da Walter Benjamin sull’infanzia e i giocattoli, in termini di “collusione” storica tra oggetti e persone, cioè al dialogo della società col suo sviluppo. La presenza del reperto è memoria, la quale può essere trasmessa, oltre che nel recupero, nella riattivazione dello stesso reperto. Questo tentativo di riattivazione, conserva il breve arco di tempo della sua realizzazione, per poi scomparire: il gesto della poesia vive esattamente questa dimensione liminare, tra utopia di conservazione e realizzazione della propria scomparsa: «Un bambino non è un Robinson e inoltre anche i bambini non sono parte di una comunità isolata, ma sono parte del popolo o della classe sociale a cui appartengono. Così anche il loro giocattolo non ha una vita totalmente autonoma, ma vive piuttosto in un dialogo silente, a segni, tra esso e il popolo» (W. Benjamin, Storia culturale del giocattolo, in Figure dell’infanzia – Educazione, letteratura, immaginario, a cura di F. Cappa e M. Negri, Raffaello Cortina, Milano, 2012, p. 163).
Rimettere in comune, utopia del recupero, ri-circolazione, ri-assemblaggio, ritornare alle condizioni di un sistema sempre sull’orlo della scomparsa. La poesia di Pusterla, ancora una volta dopo Corpo stellare, sembra annunciare un mondo che si manifesta nell’unica domanda, sempre costante, sulla sua possibile sparizione. Solo interrogandosi la parola può nominare e, così, non cedere nulla della sua emergenza ricreante: «Tutto ripareremo/ con pazienza con carità,/ ma come e con chi giocheremo/ se manca la società?».

Gianluca D’Andrea
(Luglio 2014)