Diario – Estate: 16) Nelle profondità III

Mise en page 1
Giuseppe Penone, Propagazione (1993)

Recorder Concerto in C Minor, RV 441: III. Allegro molto · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 16) Nelle profondità III

Nelle notti estive spiccava, come il brivido suscitato da un suono inaspettato, come un tentacolo abbarbicato alla pelle unta dal calore, l’urlo cantilenante della sirena. Ed era con quel sottofondo che cercavamo le nostre storie. Storie escrementizie, espulsive, perché solo attraverso il rifiuto raggiungevamo l’accoglienza, divaricando il sentiero dell’intimità. O quantomeno, riuscivamo ad attraversare una minuscola radura ospitale, un assaggio di libertà.
Eravamo all’interno, nella radura, tra ciuffi d’erba sporadici spuntavano isolate o a grappoli le piccole sfere. La merda di capra stimolava fantasie manipolatorie. Noi dovevamo riprendere fiato e cammino, presto, non potevamo attendere che ci raggiungesse la sera. Così, dopo aver sputato schegge di saliva e la nostra inerzia, ricominciammo la discesa.
La terra sembrava svanire mentre l’attraversavamo, la sua consistenza manifestava il passaggio di dei sgretolati, la loro capacità di estinguersi e riapparire sotto altre forme. L’aria s’ispessiva in blocchi grigi sparpagliati tra le pareti cavernose. Un mare aperto tra le crepe fiammeggiava, come aprendo ricordi di cui non riuscivo a focalizzare i contorni. Rimaneva un amalgama di strade, riuscii a distinguerne alcune poco prima di essere sommerso. Scandivo i cerchi concentrici della scomparsa mentre mi abbracciava l’atmosfera mutevole del profondo.
Odore di cadavere e pino marittimo, di merda di cane e appropriazione. Un senso di abbandono nella vita pulsante. Bastava attraversare un sentiero collaterale, un bivio imprevisto, per entrare nel mistero. La chioma alta e frusciante di un platano orientale e la sua solitudine d’ombra. L’oscurità in piena luce rimarcata dall’immobilità dei corpi. L’inerzia eterna e l’attesa come unici paradigmi d’azione, di ogni azione compiuta per raggiungere un’ulteriore stasi, assoluta, il marmo, la pietra. Le pose dei corpi distesi apparentemente all’erta o come in gabbia, nel minimo andirivieni che preannuncia fughe o agguati, bestie che sbranano per poi ritornare nell’inerzia. Corpi plastici e statue.
L’avvento di altre intelligenze, non umane, si faceva spazio in quel paesaggio di crepacci e ricordi presunti. La polvere e la sabbia ricoprivano porzioni di corpo. Esseri maculati che s’introducevano fuori dal confine, con un’ostinazione annaspante e animalesca. Scendevamo senza un’idea precisa del dopo, fuggivamo il buio, l’estensione dell’ombra. Così assistemmo al parto. La porzione luminescente e viscosa della placenta sulla terra, il nostro sudore e gli occhi, i nostri e delle bestie s’incrociarono fino a consumare gli sguardi, fissando l’immagine nella retina, tanto in profondo da trasfigurarla in racconto. Il mito dell’alieno che muove i primi passi sul pianeta, tra ciottoli e merda, tra allori ed euforbie, ginestre e zammari. La tribù dava nomi per fissare la scena, narrava la sopravvivenza della specie, rimescolava l’esistente rendendolo lastra, strato, lamella, fossile.
I primi passi vivono nell’estinzione, la scoperta ci bloccò fino a farci indietreggiare, era tutto finito, oltre, era già un ritorno tra ciuffi sparuti di muschio riarso e bulbi acquosi.

Diario – Estate: 15) Nelle profondità II

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Paul Delvaux, Il villaggio delle sirene (1942)

Recorder Concerto in C Minor, RV 441: II. Largo · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 15) Nelle profondità II

All’arrivo un’attesa ulteriore ad attenderci. Agavi che circondavano come eco un piccolo strapiombo. Lo stretto era un’immagine che si spianava in tutta la sua estensione, ma come un’immagine, appunto, del luogo che avevamo attraversato e che non era più se non impresso nella retina. La falce s’inarcava a proteggere i porti, mentre la striscia di mare tra le sponde serpeggiava tra vapori e alti incendi.
Ci rifugiammo in un boschetto di sughere per trovare refrigerio. Dopo un’ultima sorsata ci guardammo intorno e ripartimmo. Nubi di rapaiole ci volteggiavano tra le braccia, le gambe; gli stinchi e le caviglie si ricoprivano di incisioni sanguigne scarabocchiate dai cardi. Avanzavamo, ma era come retrocedere, impressioni sulla retina.
Mostri portentosi, o meglio i loro scheletri ripuliti e lucenti al sole; recinzioni di filo spinato ci risucchiavano mentre ci inoltravamo verso l’interno, verso «mari deserti e lontani» (H. Melville, Moby Dick), verso luoghi e voci remote dove una “massa” indistinta e incombente «rollava […] come un’isola» (Ibid.). Un’isola delle profondità che si sfrangiava in voci e canti, riducendo in frammenti la nostra capacità di recepirne il senso, un’isola esplosa. Dal magma si diffondevano suoni freddi ma pastosi e tutt’altro che spiacevoli. Era come se avessimo varcato una piega del paesaggio. Intimoriti proseguimmo:

«Mi piacevano quelle voci che entravano, non un vero canto, ma voci tagliate che si ripetevano, che cantavano in modo freddo. Era come una sirena proibita».

(Burial, in M. Fisher, Spettri della mia vita)

Diario – Estate: 14) Nelle profondità I

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Caspar David Friedrich, Burrone roccioso nelle montagne di arenaria dell’Elba (1822-23)

Recorder Concerto in C Minor, RV 441: I. Allegro non molto · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 14) Nelle profondità I

Poi si aprirono burroni. Le chiamavamo gebbie, anche se si trattava di un errore. La vasca rettangolare per la raccolta dell’acqua nei periodi di siccità, era stata trasformata in una forra prosciugata in cui rischiavamo di precipitare. Avevamo rimescolato i linguaggi raggiungendo un nuovo senso: arabo, greco bizantino e longobardo in un’unica concrezione a foggiare la lingua della tribù. E in questa veste sempre nuova ci apprestavamo a penetrare la terra, aggrappandoci alla parete di una di queste gole. Per «cotali scale» (Inferno, XXXIV, 82), discendevamo in un abisso, temendo il «cammino […] malvagio» (Ibid., 95) o l’arrivo di «spiriti maligni che vagano sulla terra alla ricerca di bambini sani e bellissimi» (O. Vuong, Brevemente risplendiamo sulla terra) come credevamo essere, e imperterriti, perché la scoperta era l’unica attrazione, l’inaudito il solo stimolo alla nostra immaginazione.
Occorre un altro passo. E un altro ancora. Parole le scale di questo cammino reale per quanto immaginifico, di questa discesa nella terra della tribù che si fa ponte, riferimento a un mondo trapassato che ci lancia un’ultima domanda:

Quale piacere troveremmo nella vita […],
se la chiudessimo all’azione e all’avventura?

(W. Shakespeare, Cimbelino)

Intervista su “Transito all’ombra” – Il posto delle parole

Una bella discussione tra me e Livio Partiti su Transito all’ombra per Il posto delle parole

A questo link il podcast. Buon ascolto.

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Diario – Estate: 13) Lo sputo del dio

 

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Salvador Dalí, Paesaggio con ragazza che salta la corda (1936)

La Senna festeggiante, RV 693, Sinfonia: III. Allegro molto · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 13) Lo sputo del dio

Eccoci nell’entroterra, dove si erge la serpe. Ai margini della sua colonna vertebrale è il bubbone perennemente sgorgante. Le protuberanze fumose aprono al profondo. Annusiamo la pancia della terra, le zaffate escrementizie, la fine fertile dell’interno. Ma il cammino è appena all’inizio. Procediamo a balzi tra rocche boscose e pianure desertiche, un paesaggio di contrasti che si consuma in spazi brevissimi. Eppure, i luoghi si dilatano e con essi i tempi «e il mondo delira» (G. Leopardi, Ad Arimane).
E il delirio cerca l’oblio, riparo a tanto vagare e variare. Allo stremo l’esistenza fragile in tutto il suo travaglio, raccolta in un’isola, nello sputo triangolare di una divinità di passaggio, dentro gli umori che ora la circondano ricolmi di morte e viaggi, ritorni che avvengono o mai compiuti, approdi sognati e appelli inascoltati. Isola funesta e noiosa, mutevole e radiosa, m’inoltro in te.
Dalla collina, oltre il mare, si scorgevano appezzamenti e un forte umbertino che molte volte rappresentò il limite ultimo del viaggio. Attraversato il gregge, scomparso il bosco, bramavamo la prima ombra e, una volta raggiunta, la divoravamo immergendoci con tutte le membra. Dopo, assaporavamo il riposo sentendone la potenza come in un’allucinazione sonora, ipnotica, intrusiva. Eravamo totalmente appagati:

Che quiete!
Penetra nella roccia
il canto delle cicale.

(Bashō, Il sentiero dell’Oku)

Cammino nella metà della luce – 7 non-prose inedite su Nazione Indiana

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Hal Morey, Grand Central Terminal (1930)
Sette mie prosette su Nazione Indiana oggi. Suggerimenti e scelte di Renata Morresi che ringrazio. Per chi volesse leggerne.


Cammino nella metà della luce

di Gianluca D’Andrea

 

I. Risveglio

Dentro la storia dei bulbi noi andammo e volevamo alzarci e andare liberi tra gli stracci arborei e le tundre, tra le entità astratte e le belve, nel fulgore delle selve, negli anditi tra i bagolari e le curve dei sassi. Perché il mondo è un astro astratto dondolante e attraversare le sue linee cunicolari fu scelto nottetempo da un convoglio sintetico riunito su ceppi ramati. Eppure, tra gli strani mostri antichi, emersero parole tonitruanti

e cascate d’immagini e l’onnipotenza circolare delle forme. La notizia iniziò a circolare stentata per i sentieri di un mondo senza miti se non gioiosi e senza forza. Afriche e meridioni insormontabili in cronache oculari di sempre ulteriori coloni. Quindi partimmo sulle tracce minime lasciate dai luoghi, in ascesa sui crinali dei vecchi venti condizionati. Tremanti per la fame cominciammo, udimmo la voce lontana e gli odori acerbi del nostro incerto risveglio.

 

II. L’ente scimmia

I suoi arti scoordinati e fumosi, il pelo impolverato, fulvo e fragile. L’altro ente, quello da lui rinato, ha tutte le forme che gli ha dato, in tutti gli spazi in cui ha provato a nascondere il suo brutto muso, per sciogliere da sé, sé. Ora vaga senza legami in cerca di qualcosa che si ostina a scivolare come sabbia tra le pigre ondulazioni del cervello. No, non è mai stato bello e neppure intelligente da quando acchiappando il primo pasto non ha intuito la macchinazione dentro la manipolazione – almeno così dicono. Si sforma di continuo e si trasforma e scorda il dolore di non essere nient’altro che l’altro dentro sé, quella forma appena liscia di cui ha sfiorato il senso. Quasi acqua tra le mani sono io, sono oblio e il mio manto e il mio grugno.

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Diario – Estate: 12) Dentro l’isola

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Anselm Kiefer,  ()

La Senna festeggiante, RV 693, Sinfonia: II. Andante molto · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 12) Dentro l’isola

Terra ti troverò solo quando sarò veramente in cammino. Sarò i tuoi colori.
Terra fruttifera, di mulattiere e trazzere, residui di agguati, terra di filari sparuti e boschi rigogliosi.
Terra immaginaria che molte volte vidi tramontare.
Terra che si spinge sempre più a sud, di cui assaporo ogni ciottolo e crepa.
Terra di vecchi sacrifici che sibili il ritorno e nascondi la tua gabbia.
La tristezza spoglia gli alberi in questo luglio di risacche e lampi inaspettati che il cielo ci vomita addosso. Siamo dentro, come sempre, ripuliamo e smaltiamo gli escrementi delle bambine:

Fiori come pietre – mirabili! –
Che intorno ai duri ovari biondi
Mostrino amigdale gemmose!

(A. Rimbaud, Ciò che si dice al poeta a proposito di fiori)

Così consolidiamo la casa, puntellandola di infissi robusti! Merde che diventano fiori, pietre, il mio sogno di mettermi in cammino e tracciare una costellazione di resoconti – merde, fiori, pietre, piedi!
Così possiamo dire il mondo, se non siamo sempre in cammino, se non si spegne il futuro, non può accendersi un nuovo sentiero. Aspetto, è ora di farlo. Il valore della guardia è sapersi esploratrice.
Fioriture gemmose mentre sprofondo nell’isola. Come non esistesse sono dentro, come sempre.
Dentro la terra grama.
Dentro la terra grassa. Lugubre e luminosa.
Dentro la terra che necessita sentirsi dentro.

«Per trovare il modo di penetrare nell’isola, bisogna porre come principio […] la possibilità, anzi la necessità di penetrarvi».

(R. Daumal, Il monte analogo)

Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

La dimora del tempo sospeso

Leggo Nuovo Inizio di Gianluca D’Andrea come un ambizioso, coraggioso poema contemporaneo, come un multiforme progetto, come una rischiosa proposta. E dico subito che quel mio leggo possiede già un difetto, perché esso fa pensare alla lettura di un testo almeno lineare, di un testo composto secondo la tradizionale scansione in versi e in pagine, scansione che continua, spesso, ad accomunare pubblicazioni “in rete” e pubblicazioni cartacee. E, invece, Nuovo Inizio è sì un poema, ma è anche un esperimento e, dicevo, una rischiosa proposta perché Gianluca, che ha già all’attivo pubblicazioni in volume di notevole valore e la cui poetica è estremamente consapevole e avvertita, ben lontana da qualunque intimismo e vezzo letterario, ha voluto, direi ha accettato il rischio di comporre quello ch’egli stesso definisce ipertesto e l’ha fatto coerentemente con lo sviluppo delle sue riflessioni e, appunto, della sua poetica.

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Diario – Estate: 11) Colei che brucia le navi

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William Mcgregor Paxton, Nausicaa (entro il 1937)

La Senna festeggiante, RV 693, Sinfonia: I. Allegro · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 11) Colei che brucia le navi

Sempre in attesa di un ritorno, ritorno per non tornare.
La collina dove iniziava l’esplorazione era stata scavata per costruire le nostre abitazioni. Molte volte cercò di riprendersi il suo spazio. Pioggia e smottamenti che fecero evacuare alcune famiglie, ma quel condominio enorme, arroccato nel suo cuore, è ancora lì, decrepito e agghiacciante, in contrasto col sole assoluto che lo colpiva nelle stagioni preadolescenziali ancora vive nei miei ricordi.
Un giorno aspettavo di riprendere la scalata interrotta, riprodurmi ancora «nel cammino glorioso del giorno» (W. Shakespeare, cit.), così ruppi l’attesa e con un gruppo di amici raggiungemmo il sentiero in salita che ci proiettava in uno spazio altro, un territorio vergine che solo noi avremmo potuto esplorare, svelandone gli incredibili misteri.
Aspettavamo «che le vesti asciugassero al raggio del sole» (Odissea, VI) dopo l’ascesa. Sedevamo tra rocce in una piccola radura circondata da euforbie rinsecchite e allori. Distanti sul mare le imbarcazioni s’appoggiavano alla luce stanca delle isole¹, la nostra pelle sempre più bruna ci illudeva della fine dell’infanzia, proprio quando, sicuri del nostro vigore (Odissea, Ivi), non potevamo capirne la fine effettiva.
Eravamo il mondo ma dovevamo salvarci da lui, fummo salvati ma non siamo più il mondo. Nella relazione non esisteva salvaguardia. Ora la sicurezza è l’unico obiettivo delle nostre esistenze, dal 2001 è preventiva, quindi fondante, lo straniero è il malvisto e, per questo, l’escluso. Nessuna ripercorrenza, nessuna agnizione, l’identità è per sempre reclusa a causa dell’esclusione dello straniero. Nessuna seconda vita, nessuna opportunità.

Non posso riportare intatto nulla di ciò.
La mia faccia è fumo, il mio corpo acqua,
le mie orme sono fatte di neve.

(R. Robertson, Esitazione)

Eppure quella luce selvaggia era vera, nonostante incombesse la fine, eravamo fuori, sciolti nel paesaggio, impastati nella terra ascendente, in quelle radure che permettevano pascoli vaganti, ritrovamenti alieni, un mondo vecchio che si attorcigliava sotto i nostri passi. Pochi presagi, me scomparso nella terra, «tutto svanito, lasciando solo questo filo fantasma, / questi passi di vetro sottili come ostie» (R. Robertson, Ibid.).


Nota:
¹ Le Eolie? Il brano richiama i primi versi della poesia Uve di mare di Derek Walcott.

Dos poemas de Gianluca D’Andrea

Dos poemas de Gianluca D’Andrea

Traducción de Diego Estévez

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III

El petirrojo y el pichón dividían

los cuadros de espacio en el patio.

El alimento son los manteles revueltos,

el aire alacena y todas aquellas briznas

que vuelan, mientras un tufo desde el sur

me recuerda la calle de los desperdicios,

su almacenaje en costales,

incubados, producidos, jamás procesados.

Desde el mar, después, la brisa llega tenue,

en el rostro la caricia se transforma,

desde atrás, fastidioso, golpeaba

el lebeche y el respirar, que se torna

infecto, ahora podía devolver

el lejano mensaje de la cañería

que, silente y grávida, vomita en el mar.

 

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