Diario – Primavera: 6) Geografia del dominio

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Francis Bacon, Studio per un accovacciato nudo (1952)

Intavolatura di liuto, Book 5: Capriccio cromatico · Luca Pianca · Pietro Paolo Melli

Diario – Primavera: 6) Geografia del dominio¹

Si parlava di dimensione, quindi di un nuovo spazio. Un luogo che si conformi e confermi dopo la scomparsa, dopo i non luoghi di cui è costellato l’immaginario presente.
Fuori dal dominio e dalla clausura del capitale, e non parlo dell’emergenza in cui ci siamo trovati a vivere, ma di una norma che ci vuole nello spazio del consumo. Moneta di scambio dal margine di ogni postazione. Postazione isolata che ci attorciglia a noi, anzi a un Noi-Io ancora più “individualizzato”, alienato e “assoggettato” proprio quando il soggetto ha raggiunto la sua scomparsa.
La massa informe dell’uomo-moneta, dell’uomo-dato monetizzabile, è solo uno degli aspetti problematici del nostro presente. Su un versante, se è possibile ancora più drammatico, si muovono le ombre di carne di chi non ha accesso alla stessa mercificazione: la massa semiviva, il monstrum ridotto a rimasticare gli scarti, desiderante l’accesso al mondo da cui è escluso e che lo aspetta solo a condizione di riciclarlo e riplasmarlo.
Il luogo dell’adesso è un arcipelago di gabbie con dentro subissi di sofferenze, considerando anche il deterioramento ambientale che le circonda.
È difficile orientarsi in questo nuovo spazio, nel dominio plastico di un capitale che rimpasta ogni alfabeto, che trasforma un soggetto ridotto a ombra di se stesso, pura astrazione accessoria, scomparsa nel flusso di dati, scia d’uomo, trappola:

Qualcuno di notte aveva cucito nel
dolore: un bordo raccolto che ci stringeva, chiudeva.
La paura si trascinava e frullava come farebbe l’ala
di un uccello in trappola, come noi siamo in trappola.

(R. Robertson, Camera obscura)


Nota:
¹ Il titolo riprende quello di una raccolta di saggi di David Harvey.

Pitture rupestri e visioni di poetica in Bortolotti, D’Andrea, Di Dio, Mari

Oggi su Poetarum Silva un articolo di Andrea Accardi (che qui ringrazio) parla di pitture rupestri e visioni, analizzando opere recenti di Bortolotti, Di Dio, Mari e il sottoscritto (nello specifico Nuovo Inizio). Qui di seguito l’estratto che mi riguarda e il rimando all’intero articolo. Buona lettura.


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Concludo con Gianluca D’Andrea e con il suo Nuovo inizio, che non è materialmente un libro, ma un poema ipermediale in due parti, che mischia versi, prosa, immagini, video, un progetto molto ambizioso e suggestivo, fruibile per intero sul sito dell’autore. Anche qui troviamo una sorta di cornice fantascientifica, la strana situazione in cui si trova l’io lirico protagonista: «Nella capsula, l’aria viziata/ non era stata ancora incanalata/ nel tubo di espulsione./ Guardavo in apprensione/ eppure con distacco/ l’acqua intoccabile dopo/ che l’ultimo strato si era dissolto./ Fuori dalla piccola sfera/ non avrei sopportato l’aria/ se non per qualche ora» (I, I). Molti frammenti dopo, scopriamo però che si era trattato piuttosto di un qualche esperimento psichico: «Al risveglio non mi sentivo frastornato, perché il ciclo di ottanta minuti, se non disturbato da imprevisti esterni, come nella fase REM, si conclude senza traumi. Lo psicologo è subito pronto a riattivare il dialogo che, nella percezione del soggetto, sembra interrotto da anni» (I, XL). Il tutto si configura come uno sprofondamento nella mente e nella memoria, dove ricordi, associazioni, visioni personali emergono comunque da una dimensione collettiva stridente e totalizzante, che va dalle tragedie della Storia al pop più scanzonato. Durante il tragitto incrociamo quindi il record di Ben Johnson, l’architettura razionalista, il Trittico delle delizie e l’incubo di Füssli, MasterChef, IKEA, le ombre di Hiroshima stampate sui muri dal flash dell’esplosione, le canzoni di Fiordaliso che accompagnano tramonti che uniscono «la luce aranciata […] allo strato fuligginoso dell’atmosfera» (I, XIV), e poi il discorso di Martin Luther King e la dichiarazione di guerra di Mussolini, Sinéad O’Connor, David Bowie, il secondo tragico Fantozzi, la visita di Primo Levi ad Auschwitz, e molto altro ancora. Nella seconda parte, con il ritorno a casa, il protagonista ha come un’allucinazione nel salotto, che si riempie di pitture rupestri: «Riflettevo su realtà e rappresentazione perché le ombre sulle pareti assumevano forme sempre meno vaghe. Immaginavo o vedevo animali stilizzati? Scene di caccia preistoriche, come in quei graffiti negli anfratti antichi delle grotte. I predecessori sono il baratro in cui sono risucchiati gli orrori, le ferite e i traumi, i sogni morbosi di ombre che vengono incontro, le forze esterne pronte ad annientarci. La paura di essere niente ha prodotto ogni macchinazione. Cadevo dalla superficie delle pareti dentro le ombre» (II, IV). È come se ogni avvenimento del passato nella memoria si rapprendesse in una scena violenta, incontrollata e misteriosa, come se queste immagini stilizzate non fossero che il precipitato nella mente di tutte quelle altre, senza un centro, un asse che le organizzi insieme («tutti i mostri sfilano/ da epoche numerose, da crepe spalancate», II, XL). Da quel momento in poi attraversiamo un incubo più tradizionale, senza mediazione, dentro spazi aperti, «un lago viscoso […] dentro cui sciamavano/ frotte di moscerini a stento visibili» (II, V), una donna enorme che «avanzava guidando un enorme triciclo» (II, VI), una porta di calcio «disegnata su una parete ricoperta di edera e crepe» e un bambino che incide il pallone «con un falcetto» (II, XVI), la casa di una vecchia zoppa, le alghe del lago appese ai cembri di un sentiero, e la sensazione che ogni evento della vita non abbia «alcuna connessione con ciò che ci ostiniamo a chiamare reale» (II, XXXVI). Questa strana opera ci dice molto insomma sulla nostra mente all’epoca della medialità esplosa, e lo fa in modo mimetico, si fa essa stessa capsula ridondante, scorribanda di immagini, e continua come un percorso in levare verso il proprio sé, che risulta però schermato, fino all’ultimo, perfino negli affetti privati, contro «la paura di essere niente» (chiude infatti la traccia audio di Senza Fine, Gino Paoli, come l’ennesimo contrappunto ironico).

Per leggere l’articolo completo clicca qui

Gianluca D’Andrea racconta Nuovo inizio – Biblioteca San Giorgio Pistoia

Oggi sul canale YouTube della Bibilioteca San Giorgio di Pistoia per l’iniziativa La San Giorgio a porte chiuse – Videomessaggi di autori, traduttori ed editori a tutti i lettori della San Giorgio, presento e leggo alcuni estratti da Nuovo Inizio – Un poema in versi, prosa e altri media, fruibile gratuitamente al link https://www.gianlucadandrea.eu/ipertesto/

Un grazie grande a Martino Baldi per l’ospitalità e a Francesco Terzago per il lavoro d’impaginazione.

Diario – Primavera: 5) Scalare la montagna equivale a rubarne l’identità

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Gabriele Münter, Il viale davanti alla montagna (1909)

Concerti Ecclesiastici: Sonata à 4 · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Giovanni Paolo Cima · Ensemble 1700

Diario – Primavera: 5) Scalare la montagna equivale a rubarne l’identità¹

L’estraneità è solo una nuova localizzazione, con tutto il peso che lo spostamento comporta. La divaricazione sempre più estrema tra dimorare e deambulare introduce a una scelta: da una parte, seguendo Sloterdijk, abbiamo «il design spaziale» che «ha a che fare, come l’architettura, con l’aspetto inquietante dell’appartenere […] a un ambiente completamente modellato dall’essere umano» (P. Sloterdijk, L’imperativo estetico – Scritti sull’arte); dall’altra, l’essere umano “in cammino”, che aspira a una solitudine diversa dall’appartenenza. Se gli «impianti d’immersione», sempre Sloterdijk, sono solo «proposte di schiavizzazione per i consumatori di rifrazioni preformate» (Ibid.), questi stessi “ambienti artificiali” rappresentano un rifugio per chi è ancora nel picco del “contagio”: il commercio degli umani. Il “campo del demoniaco” di questi ambienti interni porta all’evocazione, vero e proprio fantasma del moderno, di Baudelaire e del suo Spleen. «Horrible vie! Horrible ville!» il che conduce al desiderio di una solitudine di tenebra che fungerebbe da riscatto alla giornata “cattiva” passata in mezzo agli uomini.
Tra disprezzo e accoglienza interessata si dibatteva l’uomo all’origine del “moderno”, cioè di quell’oggi di cui adesso viviamo il tramonto. Un secolo e mezzo per puntellare il sempre ultimo rifugio, eppure il desiderio di una via di fuga verso un’estraneità compiuta è ancora avvertito. Più del comfort come «gradita sottomissione a un ambiente artificiale» (P. Sloterdijk, cit.), occorrerebbe ricominciare un cammino, fuori dal commercio degli uomini, nella sua prossimità.
A tramontare dovrebbe essere la necessità del rifugio, nell’insorgenza di un cammino che non chiede il suo fine, fuori dalla dimensione alienante e ossessiva del progresso e della vetta, anche se lo dico da una postazione interna, dall’interno della bolla di comfort che è il mio rifugio. Il mondo “inferiore” che coincide con quello che “disprezzo”.


Nota:
¹ Il titolo è una frase tratta dal film L’ignoto spazio profondo di Werner Herzog.

Diario – Primavera: 4) Il cuore estraneo

banksy
Banksy, Boy With Heart
Location: Clerkenwell, London
Painted: 2006, Salvaged: 2009

Partite sopra diverse sonate: Passa Galli · Ensemble 1700 · Giovanni Battista Vitali

Diario – Primavera: 4) Il cuore estraneo

La lingua si è fermata, siamo sull’orlo: «Quando tutto ormai vacilla ed è minacciato, dove più niente va da sé, né vale alcun diritto, dove si è espropriati di tutto, si tratta di capovolgere l’Esodo, il “cammino del fuori”, nel suo contrario: ribaltare l’Esilio e sfidarlo. È questo il potere dell’ ”intimità”» (F. Jullien, Sull’intimità).
Ecco che il margine può diventare “azione” se sblocca la relazione, se si “approssimano” i corpi in una sempre possibile ribellione all’aggressione, non del mondo, ma di “un” mondo del Fuori che ha cancellato la pur «minima intesa interiore» (Ibid.).
Un’azione, si diceva, che deve sbloccare la relazione che, allo stesso tempo, non può svelarne il mistero, il velo dell’intimità, parola velata:

«Una gran quantità di segreti della mia vita si trova inviluppata in questo nuovo futuro, e mi restano qui da assolvere dei compiti che si possono assolvere solo con l’azione».

(F. Nietzsche, Epistolario)

Nuovo inizio, “nuovo futuro”, è il rischio del margine, un cammino che apre e chiude tra parvenza e reale – immagine e mondo – il mondo dell’immagine («fin dal principio la parvenza ha finito quasi sempre per diventare la sostanza, e come sostanza agisce!», F. Nietzsche, La gaia scienza) o il mondo che si immagina, infatti «non dimentichiamo neppure questo: che basta creare nuovi nomi e valutazioni e verosimiglianze per creare, col tempo, nuove “cose”» (F. Nietzsche, Ibid.). E qui è tutto il rischio della parola che riattiva il suo cammino, nella scelta da compiere s’incaglia il mistero dell’ambivalenza dell’essere, la sua “intimità”, appunto.
È un cuore estraneo quello dell’uomo, «ci si deve rassegnare […] al fatto che non esiste una “natura” dell’uomo priva di ambiguità, dato che […] egli non è di per sé né buono né cattivo» (H. Jonas, Il principio responsabilità), ed è questa “estraneità” l’unico valore: l’altro accolto nell’intimo, la capacità di accogliere l’estraneo/estremo, appunto, è la ribellione, non tanto all’ambivalenza dell’esistente e del segno che prova a indicarlo, quanto alla mancata compenetrazione tra uomo e mondo. Ecco, il segno può essere lo strumento per manifestare la presenza dell’estraneità fondante, il mistero che sempre riappare quando ci approssimiamo al mondo, riconoscendoci dentro il suo cuore estraneo, contemplandone le forme sempre rinnovate, le sempre nuove visioni.

«Che ci dovessimo diventare estranei è una legge sopra di noi: proprio per questo dobbiamo anche divenire più degni di noi!»

(F. Nietzsche, La gaia scienza)

Diario – Primavera: 3) Il mondo cresceva, il primo luogo si allargava

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Il’ja Efimovič Repin, La mendicante (ragazza pescatrice) (1874)

Canzoni overo sonate concertate per chiesa e camera, Op. 12, No. 20: Ciaconna · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Tarquinio Merula · Jeremy Joseph

Diario – Primavera: 3) Il mondo cresceva, il primo luogo si allargava¹

Una nuova vita, allora, ma dal profondo, dove s’inabissa la coscienza, niente luce, un labirinto di ombre:

Dall’inizio distante di ogni corpo…

Nell’incoscienza che l’opera provoca, la scoperta di un approdo non è consolatoria, si sprigiona una tenerezza imprevista per l’essere umano. L’ingenuità dell’opera, del viaggio senza fine, è l’ultima memoria di un essere bambino, inerme.

Quando i bambini ti parlano
dapprincipio non si capisce niente.
È un brusio di testicoli d’insetto e
ossicini in scosse cavità di terracotta

(A. Ceni, Mattoni per l’altare del fuoco)

L’incomprensione, l’incoscienza rimangono alla base dell’opera. È vero che è possibile si formuli un progetto, ma quella semplice traccia si trasforma nel cammino, ecc.
Non credo che l’opera d’arte abbia altra coscienza se non il suo cammino.
Amore, di pietra amore, «tu vedi» l’uomo (il dominus, il “donno”) «la tua vertù non cura in alcun tempo» (Dante, Rime per la donna Pietra), c’è bisogno di un’anima bambina, un’anima che si riconosca figlia:

Mia figlia salpa sulle sue parole
e svolgendosi dal nodo di refe che lega
la buia anella del mio immobile idioma viene
e mi parla, ma come a qualcuno
che non è già più lì.

(A. Ceni, op. cit.)


Nota:
¹ Il titolo è la traduzione di un verso di Seamus Heaney.

QUALCOSA ANCORA DA COGLIERE. POESIA, TERZO PAESAGGIO? UN DIALOGO CON GIANLUCA D’ANDREA

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Foto di © Sally Gall, Tailwind, 2015 (particolare)
     Poesia, terzo paesaggio?, rubrica a cura di Laura Pugno

[Questa rubrica, o meglio inchiesta, Poesia Terzo Paesaggio?, nasce dal desiderio di entrare in dialogo con altri poeti, scrittori e chissà, in futuro, anche artisti, chiamati a rispondere a un identico questionario.

La conversazione ha per cuore l’analogia tra la poesia in Italia oggi e il concetto di Terzo Paesaggio, che si deve al paesaggista francese Gilles Clément.

Analogia che ho tratteggiato nelle ultime pagine del mio saggio In territorio selvaggio (Nottetempo), riportate qui, e a cui rimando per approfondimenti.

L’analogia è appunto un’analogia, un’intuizione, non una tesi sistematica – come del resto anche l’idea stessa di Terzo Paesaggio sembra essere. Allo stesso tempo, ha qualcosa di vero. Di quel vero che è delle intuizioni, delle immagini. Spaventoso e allo stesso tempo confortante (uso non a caso questo aggettivo).

Terzo Paesaggio è una definizione che, precisa Clément, rimanda “a Terzo Stato, non a Terzo Mondo. Uno spazio che non esprime né potere, né sottomissione al potere.” Ma il Terzo Paesaggio è anche “uno spazio comune del futuro”.

Può questo oggi aiutarci a pensare la poesia? Potere non ne ha. Cerca sottomissione al potere? Qual è il suo spazio comune nel futuro? (Laura Pugno)].

Immaginiamo di essere nello stesso posto e che questa conversazione avvenga in un luogo. Metto qui, in questo spazio, un’analogia, allo stesso tempo precisa e imperfetta come tutte, che la situazione della poesia italiana e non solo italiana oggi abbia qualcosa in comune con quello che il paesaggista francese Gilles Clément denomina Terzo Paesaggio. Cosa te ne sembra? La senti vera? Cosa ti fa ulteriormente immaginare?

«Si orienta la selva ed è giardino»

A. Zanzotto

Che viviamo un mondo immaginifico, una costante ricreazione di immagini che fatichiamo a focalizzare e fissare. Che queste immagini provengono da crepe sgorganti sempre nuovi umori, relazioni, crasi potenziali.
Eppure quanto espresso è da verificare perché lo è l’idea stessa che abbiamo di “paesaggio” che esula, probabilmente, da una prospettiva specificamente topologica. Me lo fa pensare l’analogia da te proposta, perché la poesia è un fenomeno non circoscrivibile e, quindi, incollocabile dal punto di vista spaziale. Anzi, è possibile che quella della poesia sia la parola della dis-locazione, la manifestazione del transito di una presenza.

Partirei, allora, da un tentativo di ridefinizione che riattivi lo spunto da te proposto tramite il saggio di Clément. Credo che oggi sia poco necessaria una classificazione per tipologie paesaggistiche; ritengo, inoltre, che l’uomo e il pianeta con esso abbiano attraversato definitivamente il limite che li rende – e li arrende – alla loro stessa marginalità. Questo il saggio di Clément lo dice quando accenna al mondo come giardino planetario, nella sua finitezza o, seguendo Nancy, mondializzazione (un concetto ibrido tra mondanità e globalizzazione). L’essere immersi nell’immanenza fattuale del mondo, dell’unico mondo possibile, ne dispiega la “periferizzazione” ma non ne annulla le capacità germinative. Di più, è estinta de facto qualunque distinzione tra centro e periferia perché sono decaduti i fondamenti dialettici che la sostenevano. La parola della poesia, nella sua ostinata ricerca di verità, prendendo atto della destituzione dialettica appena citata, apre alla diversificazione rizomatica. In questa dimensione, poesia e mondo possono istituire connessioni molteplici e produttive in qualsiasi direzione. Il rischio di isotropia che può derivare dall’interscambiabilità delle direzioni è lo stesso che corre la parola in un mondo in continua trasformazione ma economicamente omogeneo (la globalizzazione di cui sopra, appunto. Ma proverò ad approfondire rispondendo alla tua terza domanda).

E la poesia: e la letteratura, l’arte più in generale? Che tipo di paesaggio occupano intorno a questo incolto, residuo, friche?

Mi piace pensare a questo “incolto” in prospettiva futura: come qualcosa ancora da cogliere. Una “pregnanza”, direbbe François Jullien, che è dimensione ambientale e che “promuove” il paesaggio.
Prioritariamente si tratta di cogliere in poesia un’insorgenza, dal margine che è la poesia stessa (e l’arte in generale) una nuova gemmazione. In questi termini essa è evocazione di un nuovo paesaggio, lo preannuncia. Attraverso la parola della poesia si accerta una scomparsa per consentire una presenza (in questo si avverte una forte similitudine con la fotografia). Poesia e paesaggio suscitato sono segnali di resistenza della vita nell’attraversamento della fine.
La poesia, mi ripeto, non occupa nessuno spazio, perché in quanto parola nel mondo, nella verità sempre nascente del mondo, è raccolta potenziale di ciò che avviene. Ogni arte risiede nell’incolto che il mondo è prima di germogliare rinnovandosi. Si corre sempre e soltanto il rischio di mancare l’appuntamento con l’insorgenza, con l’evento.

In cammino dentro il mondo è la parola che ne accoglie la necessità e che si fa capace di correre il pericolo insito nella stessa accoglienza: l’abbandono. Un’urgenza della parola – nel nostro mondo messo al bando da ogni trascendenza, sacro perché bandito nella sua mondanità (Agamben) – è la denuncia di una possibile scomparsa. In questo modo interpreto la tua domanda in maniera più estesa: una volta assodato l’abbandono fattuale del mondo a se stesso, occorre considerare la sua fattività. Nessuna epochè temporale, nessuna attesa che qualcosa avvenga, perché tutto costantemente avviene. L’arte, la parola della poesia nello specifico, dovrebbero ricostituire modalità d’intervento su un terreno intensamente sfruttato e allo stesso tempo residuale (il terzo paesaggio di Clément, per me il mondo nella sua globalità). Perché, lasciando da parte qualsiasi catastrofismo, ma anche certo lassismo attendista, il mondo oggi come ieri è dentro un abisso. Nessuna connotazione moralistica in questo termine certamente abusato, ma la mera constatazione etimologica del “senza-fondo” che il mondo da sempre è. Solo che la nostra attualità esige una riformulazione etica del limite, anche perché, se non si rispondesse a questa necessità, le potenzialità liberatorie del senza fondo (e del senza-confine) si ridurrebbero, come storicamente è stato, agli abusi di un soggetto (uomo) su un oggetto (mondo-paesaggio).

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NUOVO INIZIO – Estratti (Gianluca D’Andrea)

Estratti dal poema ipermediale NUOVO INIZIO su L’l’EstroVerso con un grande ringraziamento a Grazia Calanna

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NUOVO INIZIO – Estratti

(https://www.gianlucadandrea.eu/ipertesto/)

In copertina Gianluca D’Andrea, foto Dino Ignani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla I PARTE – LO SPETTACOLO DELLA FINE

 

I.

Nella capsula, l’aria viziata
non era ancora stata incanalata
nel tubo di espulsione.
Guardavo in apprensione
eppure con distacco
l’acqua intoccabile dopo
che l’ultimo strato si era dissolto.
Fuori dalla piccola sfera
non avrei sopportato l’aria
se non per qualche ora.
Due o tre, secondo i dati acquisiti
alla console. L’acidità dell’atmosfera
era visibile all’orizzonte; la nebulosa
gialla copriva metà della visuale
e gradualmente la prospettiva
si restringeva, diminuiva l’opacità.

Un senso di spossatezza accompagnava
la curiosità di vedere ogni evento –
solo con la giusta attenzione
avrei avuto la possibilità
di ricostruire i particolari
nella memoria. Dal vivo,
per così dire, senza il filtro
dello schermo se avessi registrato.
Mi addormentai comunque. Al risveglio,
dopo qualche ora, potei constatare
che l’evento era ancora in corso.
Mi feci ricadere sul letto rigido
posto dietro la console, come
in ogni capsula, e provai a ricordare
l’origine dei fatti.

 

IV.

Un ottantanove infinito, un ottantotto…
il nastro girava sulla stessa scena:
Ben Johnson batteva Carl Lewis,
Carl Lewis battuto da una bomba
mai esplosa. No, occorre osservare
bene, ricominciare (dalla console
nella mia capsula): Ben Johnson
abbatte il record del mondo,
la creazione dell’uomo supera l’uomo,
lo spirito olimpico è in esubero, lo spirito.
Giunge al tracollo lo spirito.
La realtà dice di polizie scientifiche
e di controlli scientifici e risultati scientifici, ecc.
Osservo lo scatto della scienza,
lo sprint della chimica, l’impatto organico
sulla linea della sostanza, sull’organon
risonante di tempo che sposta il traguardo
e lo oltrepassa. Il corpo sacro dello sport
è superato, nasceranno altri fenomeni
come fulmini e ultimi scenari
della storia. La storia della fine
inaugurata dal figlio della sfortuna
a discapito del figlio del vento,
con un’audacia che rende merito all’assenza,
all’adattamento, alla selezione
innaturale dei nuovi vincitori.

Seul 1988 – Finale 100 metri: https://www.youtube.com/watch?v=_SKlNUbyhwA

 

VII.

«È spaventoso pensare che mio papà impugnasse gli elettrodi per la tortura con le stesse mani con cui mi accarezzava», racconta Analía, 34 anni, figlia di Eduardo Kalinec. Per tutti era Dottor K, uno dei più feroci aguzzini, condannato all’ergastolo nel 2010. «All’inizio non sapevo, poi non volevo vedere, alla fine ho aperto gli occhi», spiega Analía.

Questo era su Dagospia del primo dicembre duemiladiciassette ed era un rimbalzo da un articolo di Filippo Femia per “La Stampa”.

 

Il rimbalzo conta e il fatto che resti oltre lo scandalo
la notizia e le associazioni suscitate, i fantasmi del tempo –
dell’Argentina il velo biancoceleste –
non esiste altra storia se non quella di un individuo
e la quantità di informazioni incamerate.
Dottor K, mi fa pensare a mosche e scarafaggi, scarti
reietti, eppure lui ha nome e soprannome, e gli elettrizzati?
I morti affogati e imbottiti di Pentothal (altro nome
della morte buona e pietosa) e lanciati – pesi morti – e schiantati
e disidentificati e sparpagliati e discomparsi e mancanti e anestetizzati, ecc.
Tutto gestibile ancora meglio dalla console, perché è accaduto
e ho ancora un po’ di tempo per fare le mie ricerche, aspettare
e guardare e leggere e informarmi e incamerare e quantificare
e potenziarmi, e lavorare su nuovi aggettivi, ecc.
È spaventoso pensare che il corpo svelato sia così puro e tenero
e abbia una chimica così complessa, un’emivita così prolungata…
raddoppiata e dimezzata tendente al vegetale – la forma di vita perfetta.
Alba celeste che non sorgerai più come la videro gli scomparsi di allora
o i calciatori e gli insetti, alba che finisci in un tempo che vuole
rinnovarsi e perpetuarsi in altri cicli, alba naturaleinnaturale, darwiniana
e rituale, alba che induci al canto meccanico ogni essere digitale
prima di comprendere e neutralizzare anche la scomparsa.

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Diario – Primavera: 2) Il terreno ha accumulato calore

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Vincent Van Gogh, Paesaggio a Saint-Rémy (1889)

Ricercate, passaggi et cadentie: Ricercata terza, RISM A/I: B 1229 ; RISM B/I: 1585 · Dorothee Oberlinger · Giovanni Bassano

Diario – Primavera: 2) Il terreno ha accumulato calore¹

Le parole dovrebbero rispondere sempre a un’urgenza. In questi giorni “forzati”, nell’imprecisione verbale dei comunicati, dei decreti, nonostante gli sforzi, per me sempre più distanti, di una politica boccheggiante, ogni giorno sempre più destituita dalla funzione di collante sociale, si delinea un contagio “universale”, un’assenza. Le parole non rispondono a nessuna urgenza primaria, non stabiliscono contatti, non producono “calore”. La sfera dell’infotainment ha fagocitato la capacità di soffermarsi sul messaggio, sulla lingua, sulla parola, ecc., impossibile negarlo. Eppure non risponde ad alcuna necessità, in prospettiva futura – con quello che può voler dire futuro nel quadro di tempo inesistente che ci avvolge – indugiare su questa consapevolezza, che poi, a ben vedere, è una reazione, un moralismo da bei tempi passati, ecc.
Il terreno è caldo, aperto a un nuovo racconto immaginifico, e la parola deve corrispondere: «Ecco dunque che prendo il largo, partendo dalle colonne d’Ercole, e diretto verso Occidente, col vento in poppa, mi inoltro nell’Oceano» (Luciano di Samosata, Storia vera). Provare e provare un altro racconto, trovarlo.

«Insomma noi viviamo correndo all’inseguimento della vita inappropriabile. Di quella vita che, forse, faremo infine sparire o che attraverso di noi si annichilerà – splendido bagliore, bella animazione che troverà così la sua (ri)soluzione».

(J. L. Nancy, Animalità animata)

Eppure, necessitiamo di un nuovo inizio. Questa evidenza non trova sbocchi, appare eccessiva, addirittura ambiziosa. Per uscire dall’impasse, occorre “vedere” un altro mondo, ma proprio arrischiare una visione. I segnali-segni-sensi ci sono – sono in “evidenza” – bisogna disporsi a una raccolta nel cammino.
In cammino è la visione del mondo, guardare il mondo nelle sue trasformazioni, camminare scalzi per non offendere i fermenti, mettersi da parte, contemplarlo.

Le giornate di clausura mi fanno riflettere sulla scomparsa. È un problema di disposizione e attrito: una dislocazione. Il massimo da realizzare è un minimo di osservazione da tradurre in parole: mettersi da parte, emarginarsi per contemplarlo.

Guardo il gioco di luce
il pavimento disegna altre forme
usano parole nel nulla
le scarpe vuote sono occhi.

Amenità, ecc., dalla casa nessuna illusione, proviamo a restare in equilibrio.

Pulci e pidocchi
e un orinale
accanto al guanciale

(Bashō) e la casa divenne tempio. Ogni oggetto è spostato e cerca di tornare il più vicino possibile al posto d’origine. Brillano schermi in tutte le stanze. Non mi parlare di freddi astratti, nevi metafisiche, il caldo scioglie i corpi in questa primavera senza pioggia. Troppe favole sbagliate, troppi messaggi, troppa “socialità”, troppo vuoto a perdere, meglio un riciclo all’inizio del ciclo, quando potrebbe ancora esistere il silenzio.
Un altro mondo esiste nei gesti che cambiano collocazione agli oggetti e nel turbinio di noia che ne può scaturire. Tranquilla, pasciuta nello slime psichico dell’intrattenimento, «la nostra incapacità di proporre una visione e di innovare in modo radicale» (S. Quintarelli, Capitalismo immateriale).


Nota:
¹ Il titolo è la traduzione di un verso di Michael Krüger.

Diario – Primavera: 1) Il tempo entra ferreo nella sua ultima era

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Giorgio De Chirico, La felicità del ritorno (1915)

Sonate concertate in stil moderno, libro I: Sonata No. 1 · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Dario Castello · Jeremy Joseph

Diario – Primavera: 1) Il tempo entra ferreo nella sua ultima era

Il primo verso di una poesia di Paul Celan (P. Celan, Poesie sparse pubblicate in vita), mi porta a nuove considerazioni su tempi e luoghi della fine.

Il tempo è chiaramente sempre nella sua ultima era, non esiste. Seguendo László Krasznahorkai (Il ritorno del barone Wenckheim): «il mondo non è che un puro delirio di eventi, una frenesia di miliardi e miliardi di accadimenti, e niente è stabilito, niente è fissato, niente è delimitato, afferrabile, tutto scivola via appena cerchiamo di afferrarlo, perché non c’è tempo». Questo tempo inesistente è, paradossalmente, l’ultima possibilità di agganciarsi a qualcosa di concreto. La selezione degli eventi è già la loro rielaborazione immaginifica, sempre l’ultima possibilità/potenzialità creativa: «poiché il tempo scivola via in continuazione, essendo del resto questo il suo compito, poiché si tratta di puro svolgimento, si tratta semplicemente e meramente di miliardi di eventi […], gli eventi stessi spariscono nello stesso momento, che è a sua volta irreale» (Ibid.), proprio a causa di questo scivolamento che è perdizione si rende necessaria un’operazione di conservazione. Su miliardi e miliardi di eventi, la selezione non può essere arbitraria ma “senziente”, dettata da ricordi forti, fondanti, anche se già trasfigurati dalla concretezza “trans-formativa” della memoria (e dalla forza “cancellante” del tempo).

Su questa evidenza si basa ogni urgenza artistica e, più nello specifico, della poesia: «questo non è un concetto astratto, bensì qualcosa che finalmente astratto non è, qualcosa di talmente lontano dall’astrazione da porsi come l’unica cosa la cui esistenza possiamo veramente prendere in considerazione» (Ibid.).

Da questa osservazione ripartiamo, anche se immessi in una “ferrea ultima era”; è infatti proprio Celan a suggerire come sopraggiunga l’evento, come si fissi l’istante, come «un’ora allattata dai lupi» (P. Celan, Microliti) è il tempo in agguato prima di ogni comprensione, prima che sia fatta luce; un’ora che, sempre secondo Celan, “striscia”, prima di “saltarti addosso” (aggiungo che sempre più spesso l’agguato è velocissimo, come i miliardi di eventi che si susseguono indistintamente, ma continua a lasciare il segno). Il segno si tramuta solo allora in “senso”, quando «la scheggia di tempo penetra in te, sempre più fonda» (Ibid.).

Il dove, cioè lo spazio di collocazione dell’evento fondante, lo decide quell’ora di senso e accade quando il mondo, l’alterità, entra in contatto con l’essere. Quanto intensamente e come avvenga il contatto lo dice la poesia: se Celan nel 1953 è aggredito e assediato dal mondo, Rilke nei primi anni del ‘900 ne è accolto: «Il tuo sguardo, che accolgo / con una guancia come un tiepido cuscino, / arriverà, mi cercherà lungamente – / si poserà, al tramonto, / in grembo a pietre straniere» (R. M. Rilke, Il libro d’ore).

Tra violenza e accoglienza l’accesso al mondo può sorgere in una disponibilità sempre rinnovabile, che va sempre rinnovata; una soglia, una breccia che avvii un nuovo ritmo:

Ritmi
per separarsi,
per ripararsi
arrivando al vuoto del soggetto

(H. Michaux, da Brecce)