Verità della democrazia (Jean-Luc Nancy) – Pensieri del fine settimana

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Jean-Luc Nancy (Foto di Corinna Hackel ©)

Verità della democrazia (Jean-Luc Nancy) – Pensieri del fine settimana

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Estratti da Verità della democrazia di Jean-Luc Nancy (Cronopio, Napoli 2009, trad. di R. Borghesi e A. Moscati).

(La suddivisione in paragrafi è una scelta del curatore del post)


I

«il capitalismo, nel quale o con il quale, se non addirittura come il quale, la democrazia ha avuto origine, è innanzitutto, nel suo principio, la scelta di un modo di valutazione: mediante l’equivalenza. Il capitalismo proviene dalla decisione di una civiltà: il valore è nell’equivalenza. La tecnica che si è sviluppata all’interno e per effetto di quella decisione – mentre il rapporto tecnico col mondo è propriamente e originariamente umano – è una tecnica sottomessa all’equivalenza: a quella di tutti i suoi fini possibili, e anche, in modo almeno altrettanto patente che nell’ambito del denaro, a quella dei fini e dei mezzi.
La democrazia può perciò diventare tendenzialmente il nome di un’equivalenza ancora più generale di quella di cui parla Marx: fini, mezzi, valori, sensi, azioni, opere e persone tutti interscambiabili, perché tutti ricondotti a niente che li possa distinguere, tutti rapportati a uno scambio che, ben lungi dall’essere una “partizione” nel senso ricco di questa parola, non è altro che sostituzione dei ruoli o scambio dei posti.
Il destino della democrazia è legato alla possibilità di una trasformazione del paradigma dell’equivalenza. Introdurre una nuova inequivalenza che, ovviamente, non sia quella del dominio economico (il cui fondamento resta l’equivalenza), quella dei feudi e delle aristocrazie, né quella dei regimi dell’elezione divina e della salvezza, e neppure quella delle spiritualità, degli eroismi e degli estetismi, questa è la sfida. Non si tratterà di introdurre un altro sistema di valori differenziali: si tratterà di trovare, di conquistare un senso della valutazione, dell’affermazione valutativa che offra a ciascun gesto di valutazione […] la possibilità di non essere già misurato in anticipo da un sistema dato, ma di essere invece ogni volta, l’affermazione di un “valore” – o di un “senso” – unico, incomparabile, insostituibile».

II

«Solo questo permette di uscire dal nichilismo: non la riattivazione dei valori, ma la manifestazione di tutti su uno sfondo in cui il “niente” significa che tutti valgono incommensurabilmente, assolutamente e infinitamente.
L’affermazione del valore incommensurabile può apparire un pio idealismo. Ma bisogna invece intenderla come un principio di realtà: non è una fantasticheria, non è la proposta di un’utopia e nemmeno di un’idea regolatrice, ma l’affermazione che è da questo valore assoluto che bisogna partire. Mai da un “tutto si equivale” […] ma sempre da un “niente si equivale”. […] Contemporaneamente, però, l’uguaglianza rigorosa è il regime in cui si condividono questi incommensurabili».

III

«E non c’è neppure un altro primo motore economico che non sia il capitale o la sua crescita, almeno finché l’economia stessa continuerà a essere pensata come motrice della politica e di tutto il resto, per via dell’effetto della scelta che valorizza l’equivalenza valorizzando l’idea di un “progresso” che avrebbe il compito di moralizzare l’indifferenza di questa equivalenza.
Ed è proprio perché questa scelta profonda – che si è prodotta dal Rinascimento fino al XIX secolo – ha esaurito le sue virtù e rivela il suo esaurimento che non c’è più “sinistra”, sebbene ci siano sempre più motivi di quanti ne occorrano per arrabbiarsi e lottare, per denunciare ed esigere.
[…] Oggi è anche possibile che questa scelta prosegua altrimenti. È possibile che l’uomo non desideri in fondo nient’altro che il “male”: non il “ben vivere” di Aristotele, che richiede un sempre nuovo supplemento della “vita”, un’espansione al di là della sua necessità, ma quell’altro supplemento e quell’altra espansione che possono venire dall’annientamento di se-stessi e degli altri, e dal comune ridotto alla comune carbonizzazione».

IV

«Questa possibilità conduce a un’evidenza infuocata la questione insistente di ciò che io qui chiamo “comunismo” in quanto verità della democrazia: perché nulla è più comune della comune polvere alla quale siamo promessi. Niente realizza meglio l’equivalenza e la sua entropia definitiva. Niente è più comune della pulsione di morte – e il punto non sta nel capire se le politiche tecnologiche di Stato che hanno permesso Auschwitz e Hiroshima abbiano scatenato pulsioni di questo genere, ma piuttosto nel capire se l’umanità ormai appesantita dai suoi milioni di anni non abbia scelto da qualche secolo la via del proprio annientamento.
Ma questo nulla è un nulla sostanziale: è meno “cosa comune” (res publica communis) che “comune in quanto cosa, cosificata” (e quindi già, almeno fino a un certo punto, “merce”). Se è questo che vogliamo, dobbiamo sapere anche che cosa questo volere significa: non già che “Dio è morto”, ma che la morte diventa il nostro Dio».

V

«Democrazia vuol dire che né la morte né la vita valgono in se stesse, ma che vale soltanto l’esistenza condivisa in quanto si espone alla sua assenza di senso ultimo come al suo vero – e infinito – senso d’essere».

VI

«Il kratein democratico, il potere del popolo, è innanzitutto il potere di mettere in scacco l’archia e poi di prendersi carico, tutti e ognuno, dell’apertura infinita che è stata così messa in luce.
Farsi carico di quest’apertura significa rendere possibile l’iscrizione finita dell’infinito. Da questa scelta fondamentale […] risulta l’annullamento inevitabile dell’equivalenza generale, che è l’indefinito perpetuato al posto della differenza affermativa, la tolleranza al posto del confronto, il grigio al posto dei colori.
Penetrare in questo pensiero è già agire, è essere nella prassi per mezzo della quale si produce un soggetto trasformato piuttosto che un prodotto conformato, un soggetto infinito piuttosto che un oggetto finito.

Questa prassi è la sola […] che possa intraprendere più di una contestazione e più di una rivolta: distruggere lo zoccolo dell’equivalenza generale e metterne in discussione la falsa infinità».

VII

«la democrazia è aristocrazia egualitaria».

VIII

«L’iperbole merita di essere sviluppata».


Ma da chi in Europa? e da quale consapevolezza?

(Gianluca D’Andrea)

JOHN WICK

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Una scena dal film JOHN WICK

di Francesco Torre

JOHN WICK

Regia di Chad Stahelski. Con Keanu Reeves (John Wick), Michael Nyqvist (Viggo Tarasov), Willem Dafoe (Marcus).
Usa 2014, 100’.

Distribuzione: M2 Pictures.

Simbolismo cromatico, fotografia antinaturalistica, divertito uso del lettering diegetico e sonorità immersive che spaziano dal punk all’elettronica. Con lucidità formale e gusto iconoclasta, Chad Stahelski (trascorsi da stuntman, qui alla prima regia) gioca con i generi costruendo e decostruendo le fondamenta di un thriller prima e di un action poi, approdando infine nei territori – accidentati e metacinematografici – del western urbano post-contemporaneo.
Il motore della storia è la vendetta. La vendetta di John Wick, professionista del crimine in “pre-pensionamento”, nei confronti di un giovane boss della mala russa che ha profanato il ricordo della moglie recentemente scomparsa.
Strutturalmente didascalico, narrativamente inverosimile, psicologicamente privo di sfumature, il film cerca (e trova) nella bidimensionalità del protagonista e nella fumettistica rappresentazione del contesto metropolitano in cui si svolge la vicenda riconoscibili strumenti di un’esplicita quanto ironica indagine semiotica.
Non a caso vorticoso è il valzer citazionista nel quale fluttuano Tarantino e i fratelli Wachowski, Frank Miller e John Woo, ma soprattutto Michael Mann e Nicolas Winding Refn. Stahelski, infatti, sembra ereditare da “Collateral” l’immaginario della nuova frontiera metropolitana (lì era Los Angeles, qui New York), che dall’alto dei grattacieli, con le sue luci e il suo dinamismo compulsivo e astratto, si mostra insieme labirinto di possibilità condivise e spazio finito per la conquista della libertà individuale. Del regista di “Drive”, invece, aldilà di una più che casuale adesione alla prassi della messa in scena, si condivide il sentimento del tempo, l’etica della violenza, l’indifferenza sociale, la proposizione di valori neoromantici. Non l’aura mitica di autorialità, però, verso la cui irriverente demistificazione il film lancia la sua carta forse più convincente.

Davide Castiglione – 6 poesie inedite

audiocassettaA caratterizzare questi inediti di Castiglione è un rinnovato senso della memoria. La parola è trattata con una sensibilità ritmica che il primo libro del poeta piemontese, Per ogni frazione (Campanotto, 2010), aveva già evidenziato, ma che adesso si fa direzione stilistica. L’andamento è ondulatorio, quasi cantilenante, eppure il tono è risoluto e ci accompagna con decisione a una ri-scoperta: l’io della poesia, con i grandi riferimenti lirici novecenteschi alle spalle (sui modelli di Castiglione ho già parlato in altra occasione, vedi qui), si apre a se stesso attraverso il ricordo e l’alterità (il sé giovane nient’altro è se non una ricostruzione dell’alterazione e la conservazione di un tragitto ancora possibile, come la bellissima poesia Festa di classe ci mostra: «ricordo le musicassette trasparenti come acqua di sorgente./ Sono serio, che ridete. Mentre/ l’entropia sgretola a partire da quella vernice».

Gianluca D’Andrea


Davide Castiglione – 6 poesie inedite

In te è vera la stretta che ripara i cuccioli
perché in quel mentre quasi la stessa
la sente che tortura dentro abitati
agli antipodi; e vero l’albero, nel bene, alla pari
con la fila di formiche su per il tronco. Dove stavi
il corso è di vasche, ma per te niente sfiatatoi,
niente: netta e risoluta e insensata
l’amica ti aveva presa e incurvata nel ventre. Di
peso, se torna ancora,
di necessità ancora
cadi indietro
nell’inerzia di un momento senza altalena,
in un tremore da retroscena forse pensi
eppure chi vuole bene e basta
ha una freschezza, poche aspettative.

*

Stava come un’attenta protesta, silenziosa e che fotografava
dei ritrovati su bancarelle nell’entroterra recente,
più avanti il porto, qui oggettistica offuscata;
o su dalle scale di un molo o dal cavalcavia come la ragazza delusa
in After Life, il film orientale
di chi censisce e soppesa devoto
il poco da tenere, la medietà in eccesso da scordare
di persone venute a mancare senza dramma – allo stesso modo
stava lì lei e dall’obbiettivo
se era di altri si tagliava via
con l’accortezza di quando il suo aveva incluso il resto,
cattedrali gotiche e sagome sotto gli ombrelli;
via, si tagliava via perché l’immateriale
più è vicino e più perdura negli altri, credeva.

*

Festa di classe

sospesa la musica
nel gioco delle sedie a cerchio il play
rilasciato come lo slancio del bambino di sempre,
di dove, del giardino con la molla verniciata di un giallo scuola
a ogni tornata elettorale. C’era questo sempre in fase di forse
nel gioco delle sedie a cerchio
le sedie erano troppo uguali
la vertigine prendeva dal basso ma restavo fermo come un radar
spazzavo via il tempo, altro che foglie,
del giardino del compagno
di una classe più su
ricordo le musicassette trasparenti come acqua di sorgente.
Sono serio, che ridete. Mentre
l’entropia sgretola a partire da quella vernice.

*

Visita turistica

Un santuario dimenticabile queste sale da gioco
dove cadono in disgrazia con ben poco rumore.
È questione di educazione se delle macchinette
visito i pulsanti luminosi un po’ volgari
su cui le impronte si affollano strato su strato
come la Troia di Schliemann, altrettanto sconfitte.
Non saluto nessuno entrando non so quale italiano usare.
È per educazione se chiedo del bagno e non del loro passato.

*

Un ferragosto

La lezione con Sagniek finisce alle quattro
esco e l’analisi di testo si dissolve
grazie al sole sul sobborgo e che altro,
luce sui residenti. Luce di cui ho dovuto dirti
per come perfezionava le pozzanghere
nelle buche trascurate e la madre in attesa
del tram davanti al Deli, ciuffo arancio e sigaretta
gettata contro il malva dominante dei mattoni
benevolo dopo la luce, cinque secondi fa.
Il mio è un ritorno brioso, da formicolio.
Il ventenne con sei birre sottobraccio è ricettivo
pure lui ai corpuscoli grondanti sulle paraboliche.

*

Transito

Ho lasciato: conferenza, un vuoto, un quarto
alle otto. C’è un che di nostrano in questo baretto
aperto all’attesa, e i binari:
due, soli, sovraesposti
a me che non so
che fare. Stazioncina, contea del Kent.
Stordimento esotico e paura calda,
non tardate. Parte della notte ho sognato una struttura.
Azzurra, probabilmente complessa,
ancorata
ma galleggiante, come se meditasse.
Il resto è stato tempo dormito secco dimentico
e diramato sul materasso
che ha segni d’usura, e va cambiato.
La mattina le barchette, mentre remote e senza garbo
le canoe, oceaniche. La conoscenza delle persone,
la conoscenza del tutto, cosa è più distante.
È stato comunque gentile l’uomo delle pulizie
a non chiedermi subito di andare.


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Davide Castiglione

Davide Castiglione (Alessandria, 1985). Nel 2010 si è laureato all’Università di Pavia (tesi: Sereni traduttore di Williams). Attualmente vive a Nottingham (UK), dove conduce un dottorato di ricerca in poesia contemporanea e stilistica. Suoi saggi accademici sono usciti su «Strumenti critici» e sul «Journal of Literary Semantics». Cura il sito personale http://www.castiglionedav.altervista.org, ha co-fondato il progetto collettivo di critica poetica www.inrealtalapoesia.com e recensisce regolarmente per vari siti. Per la poesia, ha vinto ai concorsi «I poeti laureandi» e «Subway» (2008) e pubblicato Per ogni frazione (Campanotto, 2010), segnalata al Premio Lorenzo Montano (2011).

 

E poi c’è la memoria? (Nel vero anno zero di sempre)

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Auschwitz

NEL VERO ANNO ZERO (di Vittorio Sereni)

Meno male lui disse, il più festante: che meno male c’erano tutti.
Tutti alle Case dei Sassoni – rifacendo la conta.
Mai stato in Sachsenhausen? Mai stato.
A mangiare ginocchio di porco? Mai stato.
Ma certo, alle case dei Sassoni.
Alle Case dei Sassoni, in Sachsenhausen, cosa c’è di strano?
Ma quante Sachsenhausen in Germania, quante case.
Dei Sassoni, dice rassicurante
caso mai svicolasse tra le nebbie
un’ombra di recluso nel suo gabbano.
No non c’ero mai stato in Sachsenhausen.

E gli altri allora – mi legge nel pensiero –
quegli altri carponi fuori da Stalingrado
mummie di già soldati
dentro quel sole di sciagura fermo
sui loro anni aquilonari…dopo tanti anni
non è la stessa cosa?

Tutto ingoiano le nuove belve, tutto –
si mangiano cuore e memoria queste belve onnivore.
A balzi nel chiaro di luna s’infilano in un night.


Sachsenhausen è il nome di un quartiere di Francoforte sul Meno; ma anche una località a una ventina di chilometri da Berlino nella quale, già nel ’33, fu allestito il primo campo di concentramento nazista.

(Sachsenhausen è anche il nome di un ristorante a cui Sereni viene invitato da un conoscente. Case dei Sassoni ne è la traduzione).

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Vittorio Sereni

BIG EYES

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Una scena dal film BIG EYES

di Francesco Torre

BIG EYES

Regia di Tim Burton. Con Amy Adams (Margaret), Christoph Waltz (Walter), Terence Stamp (Canaday), Jason Schwartzman (Ruben).
Usa 2014, 106’.

Distribuzione: Lucky Red.

“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. Ottanta anni dopo la pubblicazione del geniale saggio sulle trasformazioni che nuove tecnologie, totalitarismi e società dei consumi impongono ai sistemi di produzione e fruizione dell’arte contemporanea, Tim Burton mette in scena la vita della pittrice Margaret Keane dimostrando in immagini la consistenza di molti dei postulati teorizzati da Walter Benjamin: l’ormai inutile contrapposizione tra falso e autentico; la perdita dell’aura; la sostituzione dello spettatore con il pubblico, della fruizione con il consumo; il problema della paternità artistica (vedi alla voce diritti d’autore) e l’anonimato come unica salvezza per la salvaguardia della dignità ontologica dell’opera d’arte.
L’analisi è approfondita, meditata e anche avvincente nel modo con cui penetra all’interno delle strutture narrative imposte dalla fiction. La vicenda privata e pubblica della Keane e dei suoi ritratti – caratterizzati dalla presenza di occhi «grandi come frittelle» – si presenta al regista come un paradigma teorico e una fonte inesauribile e proteiforme di spunti estetici, sociali e linguistici. E se la metafora non riesce a celare del tutto il proprio contenuto morale (la possibilità di un riscatto per l’arte – cinema compreso – corrotta dalla società dei consumi), l’onestà intellettuale dell’autore è massima nell’evitare con coraggio l’apologia d’artista (anzi, si insinua più di un dubbio sul valore assoluto dell’opera della Keane) e nel desiderio/esigenza di ricondurre ogni riflessione estetica ai propri classici elementi di poetica.

Non è difficile, così, leggere il personaggio di Margaret Keane – pittrice vissuta in un’epoca in cui «le donne non vendono» – come l’ennesimo di un’infinita galleria di “diversi”, socialmente disallineati, destinati alla marginalità e allo sfogo creativo nei misteriosi territori dell’inconscio. E cosa rappresenta invece Walter Keane – bugiardo seriale che ha costruito un impero degno della Factory di Warhol attorno ai quadri dipinti dalla moglie, ma vendendoli come fossero suoi – se non quell’insidiosa, ambivalente figura di mentor/opponent cui l’autore ha dedicato quasi con atto di sottomissione uno dei capitoli più sofisticati e intimi della propria carriera d’artista, ovvero Big Fish?

Formalmente eccepibile (sia per la cornice che dà vita alla narrazione esterna, la cui voce non sembra mai avere caratteristiche di urgenza, sia per la meccanicità di scene e dialoghi che strizzano l’occhio alla commedia brillante, soprattutto nella prima parte), Big Eyes risalta per autenticità degli intenti, per coerenza stilistica, per raffinatezza d’indagine psicologica. Pregi, questi, che al film derivano grazie al mimetismo interpretativo di Amy Adams, che rende possibili continui passaggi di tono e sfumature e altrimenti ridicole fughe nei territori dell’animazione digitale. L’intera sequenza nel tribunale hawaiano, costruita come un processo al concetto stesso di falsità, è poi da antologia.

La citazione: “L’arte è personale”.

Poesie per il fine settimana: William Butler Yeats (The Second Coming)

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William Butler Yeats

Poesie per il fine settimana: William Butler Yeats (The Second Coming e un pensiero di Žižek da Le parole e le cose)

THE SECOND COMING

Turning and turning in the widening gyre
The falcon cannot hear the falconer;
Things fall apart; the centre cannot hold;
Mere anarchy is loosed upon the world,
The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere
The ceremony of innocence is drowned;
The best lack all conviction, while the worst
Are full of passionate intensity.

Surely some revelation is at hand;
Surely the Second Coming is at hand.
The Second Coming! Hardly are those words out
When a vast image out of Spiritus Mundi
Troubles my sight: somewhere in sands of the desert
A shape with lion body and the head of a man,
A gaze blank and pitiless as the sun,
Is moving its slow thighs, while all about it
Reel shadows of the indignant desert birds.
The darkness drops again; but now I know
That twenty centuries of stony sleep
Were vexed to nightmare by a rocking cradle,
And what rough beast, its hour come round at last,
Slouches towards Bethlehem to be born?

(William Butler Yeats, 1919)


IL SECONDO AVVENTO

Girando e girando nella spirale che si allarga
il falco non può udire il falconiere;
le cose cadono a pezzi; il centro non regge più;
sul mondo dilaga mera anarchia,
l’onda fosca di sangue dilaga, e in ogni luogo
sommerge il rito dell’innocenza;
i migliori difettano d’ogni convinzione, i peggiori
sono colmi d’appassionata intensità.

Di sicuro è vicina qualche rivelazione;
di sicuro è vicino il Secondo Avvento.
Il Secondo Avvento! Appena pronunciate le parole
un’immagine possente affiorata dallo Spiritus Mundi
mi turba la vista: in qualche luogo tra le sabbie del deserto
una forma con corpo di leone e testa d’uomo,
lo sguardo vuoto e impietoso come il sole,
muove lenta le cosce, e tutto intorno roteano le ombre
degli indignati uccelli del deserto.
Il buio scende nuovamente; ma ora io so
che venti secoli di sonno di pietra furono
ridotti a un incubo dal dondolio d’una culla,
e quale mai rozza bestia, giunta alla fine la sua ora,
arranca verso Betlemme per venire alla luce?

(Trad. di Ariodante Marianni)


«Noi in Occidente siamo gli Ultimi Uomini nietzschiani, immersi in stupidi piaceri quotidiani, mentre i musulmani radicali sono pronti a rischiare tutto, impegnati nella lotta fino all’autodistruzione. Il secondo avvento di William Butler Yeats sembra rendere a pieno la nostra situazione attuale: «I migliori sono privi di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità». È un’eccellente descrizione della frattura tra i liberali anemici e i fondamentalisti appassionati: “i migliori” non hanno più la capacità di impegnarsi interamente; “i peggiori” si impegnano in un fanatismo razzista, religioso, sessista.

Ma i terroristi fondamentalisti corrispondono veramente a questa descrizione? Ciò di cui sono privi è un tratto che si ritrova facilmente in tutti i fondamentalisti veri, dai buddisti tibetani agli Amish americani: l’assenza di risentimento e invidia, la profonda indifferenza verso lo stile di vita dei non-credenti. Se i cosiddetti fondamentalisti di oggi davvero credessero di aver trovato la loro via per la Verità, perché dovrebbero sentirsi minacciati dai non-credenti, perché dovrebbero invidiarli? Quando un buddista incontra un edonista occidentale, a malapena lo condanna: si limita a notare con benevolenza che la ricerca di felicità dell’edonista si sconfigge da sola. A differenza dei veri fondamentalisti, i terroristi pseudo-fondamentalisti sono profondamente turbati, intrigati, affascinati dalla vita peccaminosa dei non-credenti. È facile intuire che, combattendo l’altro peccaminoso, combattano in realtà la loro stessa tentazione.

È qui che la diagnosi di Yeats non è all’altezza della situazione attuale: l’intensità passionale dei terroristi testimonia una mancanza di vera convinzione. Quanto dev’essere fragile la fede di un musulmano se si sente minacciata da una stupida caricatura in un settimanale di satira? Il terrore fondamentalista non si fonda sulla certezza della propria superiorità e sul desiderio di salvaguardare l’identità religiosa e culturale dall’assalto della civiltà consumistica globale. Il problema dei fondamentalisti non è che noi li consideriamo inferiori, ma che loro stessi si sentono segretamente tali. Ecco perché le nostre rassicurazioni condiscendenti e politicamente corrette li rendono solo più furiosi, e nutrono il loro risentimento. Il problema non è la differenza culturale (il loro sforzo di preservare la propria identità), ma praticamente l’opposto: i fondamentalisti sono già come noi; segretamente hanno già introiettato i nostri parametri, alla luce dei quali misurano se stessi».

Slavoj Žižek

(estratto da I fondamentalisti e gli Ultimi Uomini, Le parole e le cose, 12 gennaio 2015)


Yeats non è all’altezza della situazione attuale ma più in alto, nella spirale che continua ad allargarsi. Chi è all’altezza della situazione attuale?

AMERICAN SNIPER

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Una scena dal film AMERICAN SNIPER

di Francesco Torre

AMERICAN SNIPER

Regia di Clint Eastwood. Con Bradley Cooper (Chris), Sienna Miller (Taya Renae).
Usa 2014, 134’.

Distribuzione: Warner Bros.

Sguardo dritto sull’azione, con rare concessioni allo spettacolo estetizzante della guerra e alla soggettivazione delle immagini, l’ultimo film di Clint Eastwood sembra rifarsi dal punto di vista estetico e linguistico a modelli cinematografici abbastanza lontani dal suo consueto stile neoclassico. Ma se la messinscena tradisce ambizioni naturalistiche e antiretoriche (rimandando agli esempi di Kathryn Bigelow o di Paul Greengrass), pure la struttura drammatica utilizzata per tradurre sullo schermo la vera avventura umana di Chris Kyle – cecchino soprannominato “The Legend” per aver ucciso in Iraq 160 nemici accreditati e morto negli States per mano di un reduce di guerra con disturbo post-traumatico da stress – sembra corrosa da fondamentalismo ideologico e costruita secondo i più convenzionali schemi della tragedia contemporanea: la rappresentazione del mito fondatore (l’infanzia, la rigida schematizzazione sociale impartita dal padre, il primo approccio col fucile); la consapevolezza di responsabilità superiori (la difesa della patria) e di doti straordinarie da mettere al servizio della causa; l’intima angoscia per un destino di sacrificio e rinunce; la fine violenta.
Bidimensionale e affrettato, il risultato esibito è la selezione antologica (ma senza analisi critica) della vita di un soldato (non così) semplice secondo il più classico dei paradigmi reazionari: “Dio, patria e famiglia”. Come già in Mystic River, però, il finale recupera con forza l’immagine della bandiera stars and stripes, abbandonando il profilo universale e laico dei significati per legare indissolubilmente l’avventura umana del protagonista al destino di una singola nazione. Un destino glorioso e tragico insieme, sembra suggerire Clint Eastwood, confermandosi portavoce di una prospettiva interventista qui peraltro teorizzata con la metafora zoologica, esposta dal padre di Chris Kyle quasi all’incipit del racconto, della suddivisione della società in «pecore, lupi e cani da pastore». Uno schema talmente statico e conformista da far tornare alla memoria le parole di un più fine pensatore partenopeo, il quale a chi gli chiedeva di scegliere tra “1 giorno da leoni e 100 da pecora” rispondeva: «Non si può fare 50 da orsacchiotto»?

La citazione: “E’ il paese più bello del mondo e farei di tutto per proteggerlo”.


Articolo pubblicato su “Il Quotidiano di Sicilia”, del 15.01.2015

UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori ("1Q84" – di Haruki Murakami)

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Abbiamo il piacere e, lo sappiamo, la grande responsabilità di presentare ai lettori una piccola rubrica ideata da una giovane e appassionata lettrice. Le nuove generazioni leggono e lo fanno con una voracità impressionante. La curatrice (nonché autrice) di “Undercorner” è nata nel 2001 e preferisce utilizzare uno pseudonimo per firmare i suoi articoli-recensione. La responsabilità di tutti i contenuti presenti ricade unicamente sul sottoscritto.

Gianluca D’Andrea


UNDERCORNER – Rubrica per giovani lettori (1Q84 – di Haruki Murakami)

1Q84, accolto in Giappone come il capolavoro di Murakami, può essere definito come un Alice nel Paese delle Meraviglie rivisitato in chiave moderna, con l’aggiunta di un pizzico di violenza, di politica e di amore. Che questo libro sia o no il migliore della produzione di Murakami è irrilevante ma 1Q84 dà sicuramente una visione complessiva del modo in cui l’autore vede la vita. La storia è divisa in tre libri (Libro 1, Libro 2 e Libro 3) ed è narrata da due punti di vista: quello di Aomane, una donna che vendica su commissione altre donne vittime di violenza, servendosi solo di un rompighiaccio, e quello di Tengo, un ghost writer che si trova a riscrivere il romanzo di una bellissima diciassettenne chiamata Fukaeri. I capitoli alternano le due storie come si trattasse di una danza nella quale le due ballerine, avvicinandosi, sfiorandosi, ma non entrando mai in contatto, non toccandosi mai, appaiono impaurite dalle conseguenze imprevedibili che quell’unione avrebbe potuto provocare. Trovo azzeccatissima questa costruzione che mette le due storie sullo stesso piano temporale, permettendoci di capire quanto le realtà vissute da due persone legate in modo inesorabile possano essere diverse ed estranee. Un esempio di questa netta distinzione può essere il primo capitolo di ciascuno dei due punti di vista: Aomane è bloccata nel traffico della tangenziale, a bordo di un taxi, ascoltando la Sinfonietta di Leóš Janáček, Tengo invece parla con il suo editor, Komatsu, all’interno di un caffè. Due azioni apparentemente normali e prive di similitudini, che svolgeranno però un ruolo di perno per la trama di tutti i libri e per la storia che legherà i due. Sono una grande ammiratrice di Murakami da quando, quest’estate, ho preso in mano Tokyo Blues (Norwegian Wood). Ho pensato, mentre leggevo, di essermi imbattuta nell’equivalente letterario di Hayao Miyazaki, il maestro d’animazione giapponese autore di celebri anime come La principessa Mononoke, La città incantata o Il castello errante di Howl.

Anche se i temi sono spesso differenti, l’atmosfera che viene a crearsi attraverso le immagini o le parole è molto simile.
Il punto di forza di questo romanzo, oltre all’avvincente e a tratti inquietante intreccio, sono le espressioni che emergono costantemente all’interno di due trame parallele. Molte di esse le sento vicine, questo perché la maggior parte delle frasi dei libri di Murakami rispecchia concetti ben noti ai ragazzi, persino abusati perché, spesso, quelle stesse frasi accompagnano le foto sui social network, e manifestano, ad esempio, la velata sofferenza di un amore privo di contatto fisico o il senso di vuoto provocato dalla solitudine. Quello che però Murakami fa per non cadere nella banalità è rielaborare in modo più articolato e raffinato questi concetti, adattandoli al suo mondo surreale e arricchendoli di fascino e mistero, fino a renderli irriconoscibili.
Dopo aver finito il Libro 2, mi appresto a leggere l’ultimo capitolo della serie, sicura che questa storia mi riservi ancora rivelazioni e sorprese, che non sono certo mancate nei primi due. Invito tutti a prendere in mano 1Q84 e a tuffarsi nello strano mondo con due lune, omini cantanti che escono dalla bocca di una capra morta, crisalidi tessute con fili d’aria e due innamorati che non si sono mai scambiati una parola e il cui unico contatto risale alle elementari.

Charlotte Westenra

Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

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Italo Testa

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

non sembrano
mai farti caso
proseguono
e niente li distoglie
s’avviano
semplicemente
ognuno alla sua meta
ma simili
e sempre più numerosi
s’avvistano
lungo le strade
si incrociano
in ogni luogo
ovunque tu cammini
camminano

(da I camminatori), Valigie Rosse, Livorno, 2013)


«Girando e girando nella spirale che si allarga».

W. B. Yeats

Avevamo lasciato la poesia di Italo Testa impegnata sugli scatti attenuati di una nuova fase relazionale rappresentata da I camminatori (qui).
La strategia del contatto con l’alterità si chiudeva sulle cadenze oscillatorie (il ritmo ternario e la scivolosità sdrucciola) del movimento e dello spostamento in aree “antropizzate” ma segnate dalla scomparsa della stessa figura umana. L’essere prosegue un cammino senza scopo individuabile, nella coerenza disorientante della necessità. L’unico aggancio per la relazione è l’assenza di un approdo, la caduta anti-nostalgica e l’impossibilità di un ritorno alla dimora dell’essere. Gli enti evocati dal testo qui presentato – l’ultimo de I camminatori – vivono nella distrazione dall’alterità e sembrano impigliarsi nel circolo senza sbocchi dell’incomunicabilità o dell’astrazione. Eppure questi personaggi manifestano, o meglio inscenano, una finzione: lo spettacolo del reale né estatico né statico che turbina ed espande le sue possibilità comunicative. Il contatto si perde nella finzione del contatto (oltre a un movimento di luoghi concreti, si può pensare allo pseudo o neo movimento dello scambio d’informazioni attraverso i canali social della rete). La grande metafora del cammino, del tragitto percorribile si scioglie nella costatazione del movimento intuibile, e addirittura osservabile, attraverso le finestre deformanti dei nostri schermi. La mutazione antropica in atto è ravvisabile proprio nell’illusoria moltiplicazione dei punti d’osservazione, l’accesso ai quali è sostanzialmente inibito dalla sensazione di clausura derivante dalla reale dimensione d’accesso alle informazioni: la semi-immobilità davanti allo schermo stesso. La finzione di cui sopra rispecchia questo atteggiamento dell’osservatore, quasi alienato dal contesto eppure necessariamente investito da un flusso.


perché sono arrivati e ci chiamano
dalle cascine sparse nella neve
e nel dicembre luminoso affondano
dietro le quinte mobili del giorno;
ho provato a fermarli: non ascoltano,
camminano sugli argini, proseguono
stringendo le spalle contro il vento
si piegano in avanti, a passi lenti
raggiungono il cofano innevato,
l’auto lasciata in mezzo al campo;
ho provato a chiamarli: non guardano
in nessuna direzione, si inoltrano
sulla pianura estesa, nel chiarore
da cui sono arrivati infine tornano.

(Inedito)


La messa in scena continua anche nell’inedito presentato, il quale è evidentemente in stretta continuità con l’operazione in precedenza realizzata da I camminatori. «Dietro le quinte mobili del giorno» è un verso esplicativo nel senso esposto poco sopra della nuova dimensione del movimento, in cui il reale è plausibile se percepito nello svelamento scenografico del campo visivo. La parola dice i lacerti, i trucioli di reale osservabili da un soggetto immerso nell’azione, narratore in prima persona di un reportage e di una scena dai sensi molteplici, privo o disinteressato al giudizio di ciò che accade: «proseguono/ stringendo le spalle contro il vento/ si piegano in avanti, a passi lenti/ raggiungono il cofano innevato,/ l’auto lasciata in mezzo al campo».
Eppure, rispetto al componimento precedente, in quest’ultimo si notano mutazioni rilevanti. In primo luogo la forma compositiva richiama il sonetto e quindi lo slancio amoroso del ritorno in una direzione riconoscibile (probabilmente il «chiarore» del penultimo verso riattiva la possibilità di una dimensione d’approdo, la chiusura del ciclo dell’apparizione dell’Altro nella sua dissolvenza). Ritorno, dunque, privo di nostalgia a un luogo indefinito che l’osservatore evoca partendo dal dato concreto, la «pianura estesa». Questa stessa evocazione risveglia nel soggetto la possibilità di cogliere, ancora distrattamente, alla fine del componimento, le infime epifanie del reale. L’apparizione, per quanto avvenuta in una dimensione “spettrale”, provoca l’accensione del soggetto e la probabilità che un’appartenenza al «campo» in cui si verifica la scena esista proprio nell’attraversamento, proprio dove la nostra attenzione si scopre nella sua fragilità d’accoglienza.

(Gennaio 2015)


Italo Testa, poeta e saggista piacentino classe ’72. Autore delle raccolte di poesia Luce d’alianto, inserita nel Decimo quaderno di poesia italiana della Marcos y Marcos del 2010, La divisione della gioia, sempre del 2010 e pubblicata da Transeuropa, l’e-book Non ero io uscito nel 2009 per il progetto culturale Gammm, Canti ostili pubblicato nel 2007 per Lietocolle e I camminatori per Valigie Rosse nel 2013. Tra le altre cose Testa è vincitore di numerosi premi letterari, tra cui i prestigiosi Premi Montale e Dario Bellezza.

THE IMITATION GAME

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Una scena dal film THE IMITATION GAME

di Francesco Torre

THE IMITATION GAME

Regia di Morten Tyldum. Con Benedict Cumberbatch (Alan Turing), Keira Knightley (Joan Clarke), Matthew Goode (Hugh Alexander), Charles Dance (Denniston).

GB/Usa 2014, 113’.

Distribuzione: Videa – CDE.

1939. Alan Turing prende un treno, attraversa città, campagne, cammina. La sua meta è Bletchley Park, il sito dell’unità principale di crittoanalisi del Regno Unito, e la mdp pedina l’uomo – perlopiù alle spalle e con carrellate a seguire – fino alla sua entrata nello studio del Generale Denniston, laddove si terrà il colloquio di lavoro che cambierà il destino della Seconda Guerra Mondiale.
Fin qui lo sguardo del regista norvegese Morten Tyldum su una delle figure più enigmatiche del Novecento sembra riverente e curioso. Brevi filmati di repertorio contestualizzano l’azione, il tema musicale di Desplat introduce con pathos motivi di audacia, mistero e destino, e la cornice strutturale della vicenda con la voce fuori campo del protagonista (1951, Manchester, stazione di polizia: Turing interrogato dopo un furto in appartamento perché ritenuto spia comunista), seppur di dubbia verosimiglianza prepara ad una narrazione in prima persona senza infingimenti retorici.
Varcata la prima soglia, quella che separa il confine tra storia e Storia, il terreno dell’indagine viene però ben presto abbandonato, come pure il rigore biografico. Inspiegabilmente la narrazione da interna diventa esterna (chi racconta la sequenza in ambiente scolastico del 1928?), le flebili linee interpretative sul personaggio costruiscono didascaliche metafore visive (la corsa forsennata per i campi), il montaggio alternato e anticronologico agisce con eccesso di funzionalismo all’unico fine di disvelare il presunto motivo conduttore dell’intricato mosaico esistenziale del pioniere della moderna informatica (Christopher come Rosebud?) esattamente in linea con la timeline dell’intreccio principale, ovvero nello stesso momento in cui Turing addomestica – con un’epifania degna di Indiana Jones – il dispositivo di cifratura tedesco Enigma salvando, come si evince dai cartelli finali, 14 milioni di vite.
Nonostante l’interpretazione di Cumberbatch provi a preservare ambiguità e mistero, nel biopic tutte le domande irrisolte sull’uomo e sullo scienziato, compreso l’ancora oggi insoluto rebus della morte (omicidio o suicidio?), trovano così risposte univoche e consolatorie ad uso della divulgazione per le masse, come in una moderna agiografia, risolta con eccesso di semplificazione nell’elogio della diversità.

La citazione: “Sono un uomo, una macchina, un eroe di guerra o un criminale?”.


Pubblicato sul “Quotidiano di Sicilia” del 08.01.2015