UN NUOVO AUTORE ENTRA IN CASA ARCOLAIO. E’ LUCIANO NERI CON IL SUO “DISCORSO A DUE”. COLLANA PHI DIRETTA DA DIEGO CONTICELLO E GIANLUCA D’ANDREA.

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Un nuovo poeta viene a visitarci; si tratta di Luciano Neri, genovese e già noto a livello nazionale. Siamo felici di poterlo ospitare, nell’ambito della bella collana “phi“, diretta dagli amici Gianluca D’Andreae Diego Conticello. Diamo la parola a D’Andrea, che ha firmato la quarta di copertina con queste sue righe, che qui sotto pubblichiamo.

Benvenuto, Luciano!

Speriamo tu possa rimanere un bel po’ con noi.

Discorso a due di Luciano Neri è un libro maturo e necessario: maturo perché la matrice “relazionale” che lo contraddistingue sul piano tematico ha raggiunto un alto grado di accessibilità; necessario perché riesce nella difficile operazione di coagulare una materia concettuale densa in un apparato formale lucido e che non si lascia mai andare a derive di senso.

Il tentativo di ricomporre il dialogo tra mondo e individuo sembra trovare un riscatto nel tempo, a questo punto assoluto, di…

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Dall’inizio (Vito M. Bonito)

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Vito Bonito (Foto di Dino Ignani)

Oggi su L’Estroverso il primo poeta a cimentarsi con l’autocommento per la rubrica Dall’inizio è Vito Bonito. Di seguito un estratto.


Si scrive già morti.
Si scrive ai morti, ai non-nati. Solo questo ho cercato e cerco di fare.
Chi scrive si dà a morire nella lingua e ascolta la lingua mentre muore.
Libro dopo libro, dentro questo trauma nel fuoco della scena originaria, la mia ovviamente, che è nascere alla morte. Così ci si approssima al niente della voce alla fragile infallibilità di essere niente.
Negli ultimi due libri (Soffiati via e fabula rasa) questo percorso è approdato quasi naturalmente a una revisione paradisiaca non conclusa della parola quanto più si fa teso il lato comico e patafisico, la melopea, la liturgia sacrificale, la cantatina storpia e soffocata. Così proprio quando l’estinzione si rovescia in nascita anche la consapevolezza della condizione di non-nato o già morto si fa più acuta.
«La fine è nel principio, tuttavia si continua», ci direbbe Hamm, nel beckettiano Finale di partita. Con lui, tutte le voci di Beckett ci insegnano che la parola di quei personaggi viene da chi non si capacita di non essere vivo, né morto. Quei personaggi, quelle voci – ha scritto Emil Cioran – «sono saltati dalla nascita all’agonia, senza transizioni, senza esistenza: rifiuti umani che non hanno più nulla da apprendere o da affrontare, che rimuginano – ilari o stupefatti – delle futilità e che, di tanto in tanto, lanciano per disprezzo qualche lampo, qualche oracolo. Li si capisce soltanto se si ammette che qualcosa si è irrimediabilmente spezzato, concluso, che essi appartengono non alla fine della storia ma a ciò che viene dopo, a quell’avvenire forse imminente, forse lontano, in cui il rimpicciolimento dell’uomo raggiungerà la perfezione di un’utopia capovolta».

E pertanto anche autocommentarsi diventa un’operazione strabica, una distorsione assai disturbante: obbliga a ricercare dentro di sé le intenzioni di un testo, più che il risultato di un testo. Si conosce o si crede di conoscere tutto di una poesia che si è scritta. Eppure non si conosce granché se non la cenere di ciò che è accaduto veramente, di ciò che è stato deposto sulla pagina. Meglio così.
Ma illudersi di avere ‘una’ vita e ‘una’ poetica è davvero infantile, come il frigno di colui che si ostina a far funzionare il giocattolo (senza riuscirvi) secondo la propria legge e non secondo le istruzioni del giocattolo medesimo.

Il testo con cui vorrei iniziare è quello conclusivo di Soffiati via (Il Ponte del Sale, 2015): quattro versi d’addio a nessuno, dentro una condanna a cui si è prossimi, ma già in atto mentre il testo si dipana:

non ho mai dato un bacio

ho nove anni

domani mi bruciano

viva

Una bambina dice del suo essere bruciata viva. È un sacrificio? Una condanna per una colpa? Un’esecuzione senza motivo? Un atto di pura crudeltà che non ha orizzonte di comprensione? Come tutti i testi del libro anche questo non ha alcun senso. Né primo né ultimo. Non rimanda a un inizio né a una fine. È un improvviso fiato di vento che spegne una candela (“soffiato via” resta uno dei possibili e meno infedeli intendimenti della parola nirvāna. Ogni estinzione accade come accade ogni nascita. Si consegna al mondo o al niente. Si accende e si spegne): a chiudere un giro di esili vite o non vite, di infanzie già torturate, violentate, scuoiate. Un coro di non-nati, non-vivi, né morti.
Così è, ma così non è; o non è soltanto. Il libro si apre laddove le voci dichiarano che niente muore né rimane vivo. Tutto sta o dovrebbe stare dentro questa luce opaca.

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L’esordio dell’attrazione (per un nuovo inizio)

THE-SACRIFICE-Dall-inizio

Da domani sulle pagine de L’EstroVerso parte la rubrica di auto commenti di alcuni poeti contemporanei curata da me e Gabriel Del Sarto. S’intitolerà Dall’inizio: qui di seguito un estratto dall’Introduzione pubblicata oggi.

E noi: spettatori sempre, in ogni dove
sempre rivolti a tutto e mai all’aperto!

Rilke

Oggi in poesia si parla troppo della fine. Fine di un sistema di valori legato ancora a un apparato ideologico trapassato e da cui è emersa in maniera ormai massiva l’attuale western way of life; fine di una dialettica che sosteneva le pressioni di un mondo inteso in maniera ambivalente, dissociata. Infine, come condizione concettuale che ammanta il pensiero occidentale dal termine del secolo scorso e si proietta sul nuovo, eterno non finire della catastrofe (in primis“antropica”, perché è l’uomo la prima minaccia per un ambiente che rischia di diventare sempre più ostile).

Non si parla, invece, dell’inizio, di una possibilità e, a nostro avviso, di un’emergenza che si fa sempre più pressante. In tale direzione, alcune poetiche sviluppatesi nelle generazioni nate tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’80 del secolo scorso, sembrano consolidare l’impasse tutta novecentesca riassumibile nel motto «in my end is my beginning» di eliotiana memoria. Insomma, la poesia italiana, per dirla in maniera spicciola, non ha ancora digerito la lezione di Montale e pare barcamenarsi tra la riproposizione della cantabilità lirica e più ardite sperimentazioni. Una terza strada (almeno a detta del poeta che l’ha individuata, vedi Mondi e superfici. Un dialogo con Guido Mazzoni, intervista a cura di Gianluigi Simonetti), che cerca di riunire le forbici estreme del recto e del verso della poesia montaliana, non sembra però ancora in grado di aprire una breccia verso una fuoriuscita dalla grande sintesi del poeta ligure e, quindi, è il sintomo di una situazione stagnante.

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Libreria Zabarella (Padova), per la rassegna “Il sabato dei villaggi”

con Andrea Breda Minello e Stefano Modeo

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