Per il week-end: La lingua italiana II

A ciascun’alma presa e gentil core
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente,
salute in lor segnor, cioè Amore.

Già eran quasi che atterzate l’ore
del tempo che onne stella n’è lucente,
quando m’apparve Amor subitamente,
cui essenza membrar mi dà orrore.

Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.

Poi la svegliava, e d’esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.

[Vita Nuova, III, 10-12]

prima che vegna la prima vivanda voglio mostrare come mangiare si dee

il-convivio

Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete,
udite il ragionar ch’è nel mio core,
ch’io nol so dire altrui, sì mi par novo.
El ciel che segue lo vostro valore,
gentili creature che voi sete,
mi tragge ne lo stato ov’io mi trovo.
Onde ‘l parlar de la vita ch’io provo,
par che si drizzi degnamente a vui:
però vi priego che lo mi ‘ntendiate.
Io vi dirò del cor la novitate,
come l’anima trista piange in lui,
e come un spirto contra lei favella,
che vien pe’ raggi de la vostra stella.

Suol esser vita de lo cor dolente
un soave penser, che se ne gia
molte fiate a’ pie’ del nostro Sire,
ove una donna gloriar vedia,
di cui parlava me sì dolcemente
che l’anima dicea: «Io men vo’ gire».
Or apparisce chi lo fa fuggire
e segnoreggia me di tal virtute,
che ‘l cor ne trema che di fuori appare.
Questi mi face una donna guardare,
e dice: «Chi veder vuol la salute,
faccia che li occhi d’esta donna miri,
sed e’ non teme angoscia di sospiri».

Trova contraro tal che lo distrugge
l’umil pensero, che parlar mi sole
d’un’angela che ‘n cielo è coronata.
L’anima piange, sì ancor len dole,
e dice: «Oh lassa a me, come si fugge
questo piatoso che m’ha consolata!»
De li occhi miei dice questa affannata:
«Qual ora fu che tal donna li vide!
e perchè non credeano a me di lei?
Io dicea: ‘Ben ne li occhi di costei
de’ star colui che le mie pari ancide!’
E non mi valse ch’io ne fossi accorta
che non mirasser tal, ch’io ne son morta».

«Tu non se’ morta, ma se’ ismarrita,
anima nostra, che sì ti lamenti»
dice uno spiritel d’amor gentile;
«chè quella bella donna che tu senti,
ha transmutata in tanto la tua vita,
che n’hai paura, sì se’ fatta vile!
Mira quant’ell’è pietosa e umile,
saggia e cortese ne la sua grandezza,
e pensa di chiamarla donna, omai!
Chè se tu non t’inganni, tu vedrai
di sì alti miracoli adornezza,
che tu dirai: ‘Amor, segnor verace,
ecco l’ancella tua; fa che ti piace’.»

Canzone, io credo che saranno radi
color che tua ragione intendan bene,
tanto la parli faticosa e forte.
Onde, se per ventura elli addivene
che tu dinanzi da persone vadi
che non ti paian d’essa bene accorte,
allor ti priego che ti riconforte,
dicendo lor, diletta mia novella:
«Ponete mente almen com’io son bella!»

Capitolo I.

1. Poi che proemialmente ragionando, me ministro, è lo mio pane ne lo precedente trattato con sufficienza preparato, lo tempo chiama e domanda la mia nave uscir di porto; per che, dirizzato l’artimone de la ragione a l’òra del mio desiderio, entro in pelago con isperanza di dolce cammino e di salutevole porto e laudabile ne la fine de la mia cena. Ma però che più profittabile sia questo mio cibo, prima che vegna la prima vivanda voglio mostrare come mangiare si dee.

2. Dico che, sì come nel primo capitolo è narrato, questa sposizione conviene essere litterale e allegorica. E a ciò dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi. 3. L’uno si chiama litterale, [e questo è quello che non si stende più oltre che la lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti. L’altro si chiama allegorico,] e questo è quello che si nasconde sotto ‘l manto di queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice Ovidio che Orfeo facea con la cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sè muovere; che vuol dire che lo savio uomo con lo strumento de la sua voce fa[r]ia mansuescere e umiliare li crudeli cuori, e fa[r]ia muovere a la sua volontade coloro che non hanno vita di scienza e d’arte: e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna sono quasi come pietre. 4. E perchè questo nascondimento fosse trovato per li savi, nel penultimo trattato si mosterrà. Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti che li poeti; ma però che mia intenzione è qui lo modo de li poeti seguitare, prendo lo senso allegorico secondo che per li poeti è usato.

5. Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare appostando per le scritture, ad utilitade di loro e di loro discenti: sì come appostare si può ne lo Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi, che de li dodici Apostoli menò seco li tre; in che moralmente si può intendere che a le secretissime cose noi dovemo avere poca compagnia.

6. Lo quarto senso si chiama anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una scrittura, la quale ancora [sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa de le superne cose de l’etternal gloria sì, come vedere si può in quello canto del Profeta che dice che, ne l’uscita del popolo d’Israel d’Egitto, Giudea è fatta santa e libera. 7. Chè avvegna essere vera secondo la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s’intende, cioè che ne l’uscita de l’anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in sua potestate. 8. E in dimostrar questo, sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello ne la cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere a li altri, e massimamente a lo allegorico. 9. È impossibile, però che in ciascuna cosa che ha dentro e di fuori, è impossibile venire al dentro se prima non si viene al di fuori: onde, con ciò sia cosa che ne le scritture [la litterale sentenza] sia sempre lo di fuori, impossibile è venire a l’altre, massimamente a l’allegorica, sanza prima venire a la litterale. 10. Ancora, è impossibile però che in ciascuna cosa, naturale ed artificiale, è impossibile procedere a la forma, sanza prima essere disposto lo subietto sopra che la forma dee stare: sì come impossibile la forma de l’oro è venire, se la materia, cioè lo suo subietto, non è digesta e apparecchiata; e la forma de l’arca venire, se la materia, cioè lo legno, non è prima disposta e apparecchiata. 11. Onde con ciò sia cosa che la litterale sentenza sempre sia subietto e materia de l’altre, massimamente de l’allegorica, impossibile è prima venire a la conoscenza de l’altre che a la sua. 12. Ancora, è impossibile però che in ciascuna cosa, naturale ed artificiale, è impossibile procedere, se prima non è fatto lo fondamento, sì come ne la casa e sì come ne lo studiare: onde, con ciò sia cosa che ‘l dimostrare sia edificazione di scienza, e la litterale dimostrazione sia fondamento de l’altre, massimamente de l’allegorica, impossibile è a l’altre venire prima che a quella.

13. Ancora, posto che possibile fosse, sarebbe inrazionale, cioè fuori d’ordine, e però con molta fatica e con molto errore si procederebbe. Onde, sì come dice lo Filosofo nel primo de la Fisica, la natura vuole che ordinatamente si proceda ne la nostra conoscenza, cioè procedendo da quello che conoscemo meglio in quello che conoscemo non così bene: dico che la natura vuole, in quanto questa via di conoscere è in noi naturalmente innata. 14. E però se li altri sensi dal litterale sono meno intesi – che sono, sì come manifestamente pare -, inrazionabile sarebbe procedere ad essi dimostrare, se prima lo litterale non fosse dimostrato. 15. Io adunque, per queste ragioni, tuttavia sopra ciascuna canzone ragionerò prima la litterale sentenza, e appresso di quella ragionerò la sua allegoria, cioè la nascosa veritade; e talvolta de li altri sensi toccherò incidentemente, come a luogo e a tempo si converrà.

[Convivio, II, I]

Per il week-end: La lingua italiana

Dialetto

Bisogna farli parlare.
Non la risposta alle interrogazioni, ma quello che sentono e dicono tra loro è prezioso sapere.
Mi volto alle parole più concitate di qualche gruppo, e provo a chiedere: cosa?; ma sorridono e si ritirano rispettosi.
Bisogna imparare il dialetto, unica lingua dei loro pensieri.
Far presto a imparare questo dialetto, anzi lingua veneta, così armoniosa e sensitiva.
Io che vorrei sapere tutti i dialetti d’Italia, anziché il dialetto toscano dei letterati.
Ogni dialetto rappresenta una terra e un sangue che deve trovar luogo così nella patria come nella lingua italiana.
E che potenza e che varietà di creazione i dialetti di questo popolo ramingo, che ha un piede sui ghiacci dell’Alpi e uno sulle lave dei vulcani!
Unità della lingua vuol dir questa contribuzione.

(Piero Jahier, Con me e con gli alpini, 1918).

promessi-sposi-1827
Frontespizio dell’edizione Ferrario (1827)

«To’,» disse Renzo: «è un poeta costui. Ne avete anche qui dei poeti: già ne nasce da per tutto. Ne ho una vena anch’io; e qualche volta ne dico delle belle… ma quando le cose vanno bene.»
Per comprendere questa inezia del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancor più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano, che nei discorsi e nei fatti abbia più dell’arguto, e del nuovo e del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far loro dire le cose più lontane e disparate dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, che ha a fare poeta con cervello balzano?

(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, 1827 – cap. XIV).

«To’,» disse Renzo: «è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’ poeti: già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta ne dico delle curiose… ma quando le cose vanno bene.»
Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano, che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?

(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, 1840, – cap. XIV).