Gianluca D’Andrea – “Prossima fermata S. F.” (inedito)

metamorfosi angelo ruta
Illustrazione di Angelo Ruta © (rielaborazione di Gianluca D’Andrea)

 

di Gianluca D’Andrea

Prossima fermata S. F.

Il capitale circolante, per definizione,
non è una linea retta o la finzione
di una deriva classica in mezzo al tormento
del mercato, la tormenta barocca, lo spavento
derivante da un approdo insicuro.
Per questo scelgo Parigi e abbandono Londra al futuro,
in un velocissimo e trasvolante bacio mi lascio
alle spalle ogni chiusura, mi apro, sfascio
ogni rapporto ancestrale, tribale, familiare
e solco i confini: io europeo, pronto a innovare.
Io non sono stanziale ma credo
in un approdo sicuro e credo
che macronauti lasceranno a maggio
una base in disuso per raggiungere,
con un po’ di coraggio residuo,
il silenzio in cui si trova la radice.
Ma a quale profondità dell’essere
si situa un sito d’approdo alle nostre start-up?


NOTA

Il testo nasce dalla lettura di un’intervista a Roxanne Varza, direttrice di “Station F”, a Parigi, il più grande incubatore di start-up del mondo (“La Lettura” #293, 9 luglio 2017).

Nel testo sono presenti citazioni da Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi, 2017, p. 15 e Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, 2015, p. 213.

Gianluca D’Andrea – un inedito (per A. Kiefer)

exposition KIEFER RODIN au musee Rodin
Exposition Kiefer-Rodin

di Gianluca D’Andrea

Al signor K.: “non mi interessa l’art pour l’art

Mentre annotavo i miei pensieri e studiavo / i miei classici da comodino, / mi accorsi che una sorta di misticismo / può scaturire dalle fessure delle pareti, / intercapedini che non reggono e sbavano / dal silenzio la loro rovina. / E lo pensavo, perché le sue opere signor K. / stanno a dimostrarlo, mentre osservavo / la tela e la cadente genetica al Rodin. / Mi dicono anche che l’artista è immerso / nella creazione, penso a lei che scrive / ogni giorno una paginetta di diario, / per formare uno scartafaccio inconcluso, / una cenere d’opera o qualcosa che sembri / un’ombra, un abbozzo o una crosta. / Immerso in una creazione azzurra / e leggera e violenta, un abbraccio / screpolato che accoglie il demone / della fine o dell’impossibile partenza. / Il suo non fermarsi, signor K., non amare / la sosta, è forse quella voglia costante / d’illuminarsi ancora una volta? / Rinnovare l’atto di creazione per sempre / nell’intima tragedia del finire, / nell’esito barbarico di ogni transito. / Caro signor K., volevo solo dirle / che pensavo a lei mentre cadevo / nell’estraneità suprema e impenetrabile / di ogni atto umano.

“Infine capovolti”, un inedito

11.03

Infine capovolti

“Let be be finale to seem”
Wallace Stevens

I piedi e la testa capovolti,
provando a profetizzare sul mondo
ci si trova scorticati e rovesciati
sul pavimento della storia.
Per questo vedo parrucche biondo
platino sfrecciare nei cieli notturni,
sbandierando un esotismo
che non vuole resistenza. Sherazad
sarà la storia o queste parole
a raccontarcela per dire che resistere
è questo sogno orientale e interessante,
fatto di sottosuoli sfruttabili, incroci
mercificati e scambi a fibre ottiche.
Perché non ti guardo straniero
che non voglio conoscere per il rischio
della diversità. Ma amo indossare
l’uniforme della mia mediocrità,
assiso sul mondo, sulla virtù
che ha sostituito con un cenno
la possibilità di condividerci.
Scià, presidente, spettro del reale.

(Gianluca D’Andrea, inedito)

IL CASO: ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

Dal sito Carteggi Letterari

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Il caso: La bellezza di stare da soli – ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

Il caso che l’attesa è finita e il conteggio no. Presenti e assenti risucchiati in un unico ciclone. Il caso che non esiste un ciclo ma un continuum, però quanto ci piace la coincidenza, la datazione e il riscontro fatale nella fine… degli altri.


Repubblica.it – Palermo

Repubblica.it


ITERAZIONE E NOIA NEL CICLO DELLA MORTE (TRATTATO)

noi a noi stessi morire
e ci rinnova il silenzio

Federico Hindermann

Forma ciclonica della morte
e ciclica che ripeti le date
per riprodurti e rigenerarti
senza bisogno di nuove invocazioni
hai evitato le preghiere di tanti
hai disciolto altre quattro centinaia (?)
di cuori nella zuppa salmastra
del nostro mare tra le terre.
Numero tondo (?) se aggiungiamo 800
e spostiamo di un anno il 18.
Grazie gioco maligno che ritorni
e dissolvi l’attesa esasperante che avrebbe
atteso queste anime che trovano
giusta requie al loro cammino selvaggio,
imposto. A quanto ammonti il numero dei morti
non smonta il numero esondante dei sopravvissuti
in attesa di osservare con svelto stupore
e dare un nome al prossimo ciclone.

Gianluca D’Andrea


NOTA

18 aprile 2015, naufragio di un barcone di migranti nelle acque libiche, sono stati stimati almeno 800 morti; 18 aprile 2016, si scopre che il 12 dello stesso mese un barcone di migranti africani affonda al largo delle coste egiziane, stimate 400 vittime.


Foto: barcone di migranti.

IL CASO: IDOMENI

Dal sito Carteggi Letterari

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Il caso: La bellezza di stare da soli – IDOMENI

Il caso che per tutti è garantita una casa, meglio una tenda da condividere con una massa di persone che condivide la stessa tragica condizione: fuggire dalla propria casa perché non c’è più nulla da condividere, se non il tentativo disperato di illudersi e sperare nella salvezza. Il caso che un filo spinato ci separa tutti dal desiderio di riconoscerci in un luogo che immaginiamo più accogliente, ma poi non lo è; il caso che la vita è tragica quando dipende dalle scelte degli altri e gli altri scelgono sempre mentre noi profughi non abbiamo un briciolo di possibilità di scelta. Il caso che la potenza è un derivato della possibilità e della speranza e noi non possediamo che il riflesso del meccanismo. Il caso che alcuni bambini dormano su binari che sostituiscono una casa e i loro genitori combattono e sono asfissiati dal dovere di trovare LA CASA.


La protesta di Idomeni – Internazionale


IDOMENI

«È più facile sbarazzarsi d’una macchia di grasso
che di una foglia morta; almeno la mano non trema»
diceva un poeta, ma qui a tremare è tutto,
un sistema d’indecisione, indifferenza o l’indulgenza
pietosa per una sindrome di cui si preferiscono ritardare
le conseguenze. Si chiama Idomeni
il limbo, la stasi infinita di chi attende
l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.
Tutti a proteggere e accarezzare i confini
fino all’esplosione impotente e ancora arginata.
UE, UNHCR e medici senza frontiere
laddove le frontiere subiscono un blocco asfissiante.
Le facce tirate dal dentifricio
che evitano l’aria aperta, l’area Schengen,
per tentare di raggiungere un lontanissimo nord
con una mossa avventata su una scacchiera di scacchi viventi
(Alice gioca e “perde” in undici mosse).
Nell’attesa sommosse nella valletta rigogliosa:
«Oro e argento fine, cocco e biacca,
indaco, legno lucido e sereno,
fresco smeraldo…» ma nell’ora
«che si fiacca» da «mille odori»
sorge lo sfiato dei lacrimogeni.
Il paradiso dei profughi è quell’odore invisibile di
ortoclorobenzalmalononitrile
che istantaneamente spacca l’attesa
perché i Balcani sono prodromi
e la Grecia l’origine di tutto
il male europeo.

Gianluca D’Andrea


NOTA

I primi due versi sono una citazione letterale da André Breton, Les champs magnétiques (1920), dal testo Officina.
Idomeni è la località al confine tra Grecia e Macedonia in cui dal 2014 confluiscono i rifugiati siriani, ma non solo, che cercano di raggiungere il Nord Europa. Dal 2015, a seguito della decisione macedone di pattugliare le frontiere meridionali, e limitare gli ingressi, Idomeni si è trasformata in un campo profughi. Le condizioni del campo, che nel frattempo non riesce ad ospitare la quantità di rifugiati sempre maggiore, sono peggiorate quando nel marzo 2016 le frontiere sono state definitivamente chiuse. Il 10 aprile dello stesso anno si sono verificati scontri tra militari macedoni e profughi. Con ogni probabilità il desiderio di cambiamento sarà, ancora una volta, un’illusione da osservare per un attimo attraverso un filo spinato.
UNCHR, cioè United Nations High Commissioner for Refugees, è l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della gestioni dei rifugiati.
L’Area Schengen comprende 26 Stati europei che hanno abolito i passaporti e i controlli doganali alle frontiere comuni. I profughi preferiscono evitarla e scelgono di seguire la cosiddetta “rotta balcanica” perché in caso di arresto verrebbero “dirottati” al confine croato o ungherese, cioè più vicini alla tanto agognata Germania.
«Alice gioca…» è una citazione ribaltata da L. Carroll (incipit di Attraverso lo specchio, quando l’autore spiega il piano dell’opera attraverso lo schema degli scacchi).
La «valletta rigogliosa» richiama, ma quanto amaramente, la “valletta dei principi” del Canto VII del Purgatorio, citato a “piene mani” nei versi successivi.


In copertina: un’immagine dagli scontri del 10 aprile.

La noia

Dal sito Carteggi Letterari

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La noia è un caldo panno grigio, rivestito all’interno di una fodera di seta dai più smaglianti colori. In questo panno ci avvolgiamo quando sogniamo. Allora siamo di casa negli arabeschi della fodera. Ma sotto quel panno il dormiente sembra grigio e annoiato. E quando poi al risveglio vuol narrare quel che ha sognato, non comunica in genere che questa noia. E chi mai potrebbe infatti con un gesto rivoltare la fodera del tempo? Eppure ricordare dei sogni non significa altro che questo.
W. Benjamin

CERVELLO GLOBALE

Una notte immaginai
la vita. Nello schermo
vidi la mia realtà digitale
sfumare in un paradiso di pensieri.
Senza attriti, non usavo le dita
ma il desiderio, i desideri come
onde d’olio. Io era più quadri
sovrapposti e in uno si dormiva.
Nessuno ascoltava i messaggi
ma era necessario continuare
a produrli, senza sforzo.
Infine mi accorsi che anche gli altri
io dormivano allo stesso modo.
Ogni individuo era il centro – campo
o serra – di una concatenazione,
come in un immenso cervello (?).
Senza dita ero sereno
come un primate che raccoglie
da solo la sua prima banana.


E più che sereno, annoiato, cioè marchiato dall’esubero, dalla calma accomodante, ingombrante della raggiungibilità. Tocco lo schermo, la mia immagine riflessa, mi accarezzo nella distanza da me stesso. Certo, il moderno faceva i conti con l’irreversibilità, o meglio, l’impossibilità del gesto del desiderio. Il nostro tempo, invece, è già “ribaltato” nella sua posteriorità, ha esaurito la capacità del desiderio perché è in grado di “toccare” (digitare) l’immagine, il vero desiderio appunto, cioè la nostra passiva, noiosissima inconsistenza. Questo l’esubero, il tempo ha esondato dagli argini della propria fertilità, trascinando nel suo fluire una ormai inaccettabile percezione dello spazio. Non rimpiango, né ho nostalgia per la nostra precedente individuabilità, anzi ho in odio proprio ogni presunzione individuante. Non è l’obiettivo, l’uscita al termine del labirinto, a riconoscerci in quanto liberati dalla paura del disorientamento, ma il riconoscimento all’interno dello stesso disorientamento a liberarmi da me. Eppure c’è come un risentimento che agisce su questa coscienza abbattuta, la sensazione che lasciandoci andare totalmente al flusso non si riconosca più il rischio «che noi gonfiamo e divegnamo superbi, e non ricapiendo in noi, e non essendo a’ nostri termini contenti, essondiamo» (Boccaccio), cioè ricadiamo nella nostra scomparsa. Ora, può sembrare piacevole aver “rivoltato la fodera del tempo”, ma dietro ormai non c’è un semplice arabesco ma la riproposizione del “colore” esondante il colore, un “grigio” riproposto nelle tonalità del desiderio, un’immagine che nel suo esubero, nella sua spettacolarizzazione, nella sua illusione “prensile” – digitale – ci rigetta addosso tutta l’impotenza di agire oltre il nostro riflesso, ci vomita addosso la nostra zona d’ombra, la nostra sagoma spettrale.

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Pieter Claesz, Vanitas (1630)

Gianluca D’Andrea
(Aprile 2016)


In copertina: Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie, particolare, 1480-1490.

IL CASO: CAPITALE

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Dal sito Carteggi Letterari

Il caso: La bellezza di stare da soli – CAPITALE

Il caso che attacchi periodici turbano la nostra turbo-sicurezza. Il caso che nella ripetitività dei fatti emerga un solo tema: terrore. Il caso che a morire sono gli altri ma potremmo essere noi, fratelli e sorelle d’Europa, d’Occidente, globali ma distanti che è meglio potervi controllare dagli occhi artificiali. Il caso che ha voluto che dovessimo vendere armi agli stati che rifocillano le nostre paure, il caso che è sempre meglio stare a casa, perché anche a prendere un treno nei pressi di casa, l’altro è pronto a prendere noi e i nostri cari, fratelli e sorelle, a martellate, e solo per prendersi l’occhio da cui guardare le sue paure fino alla scomparsa. Il caso della nostra dipartita civica, “civile”.


La7 – Crozza


 

CAPITALE

La sicurezza di stato, lo stato
di sicurezza in cui mi sento avvolto,
coperto, come un rotolo ondulato,
un fascio di banconote accomodate
nel loro fruscio. Questo suono è un’onda
impercettibile che ogni tanto esplode in boati
di morte, prima di ricadere nel silenzio frusciante
e micidiale. Avvolto in questa coperta
arricchita di informazioni, rivolto al flusso
perpetuo dell’immagine che non emerge ma scivola
latente tra le mie dita.
La mia, mia, solo mia percezione
digitale dei fatti s’increspa
di rado e tra le creste ondose
intravedo chiodi e schegge penetrare i corpi.
Anche a sentirle le urla non provocano
scosse perché il flusso continua e continua
e sommerge kamikaze, etnie, metro,
aeroporti, luoghi di cammini
che s’incrociano e si smistano in ogni
direzione. Sicurezza e permanenza costellano
la mia paura profonda dell’altro,
la distanza che si apre tra me e Bruxelles.

Gianluca D’Andrea


NOTA

Il riferimento di partenza sono gli attentati del 22/03/2016, avvenuti all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles; ma il vero tema della poesia è un altro: la spettacolarizzazione dell’informazione in funzione di un passaparola globale che insinua scandalo e terrore, ma soprattutto distanza dal mondo, relazionale. Distanza tra te e me.


Immagine: Stazione metropolitana di Bruxelles dall’obiettivo di una videocamera.

IL CASO: ONDE

einstein piccolo principe

Il caso: La bellezza di stare da soli – ONDE

Il caso che anche su più dimensioni, anche con i piedi fissati sull’armonico equilibrio gravitazionale, ci relazioniamo con la nostra beata solitudine, con la beota coincidenza di un caso. E la bellezza casuale che qualcosa provenga dalla fusione dei corpi celesti, il loro scontro/collusione/confusione. Il caso che questa “grande bellezza” ci vuole sempre più piccoli, piccoli fino a un’assoluta scomparsa.


www.repubblica.it


 

ONDE

Le deformazioni della metrica
dello spaziotempo (cit.)… Misuriamo
i nomi Albert e acceleriamo
fino a cadere nell’imprevisto.
Imprevisto perché inguardabile,
il pudore siderale
si esprime in suoni. L’agglomerato
spaziotempo è un’allucinazione
sonica, cose e rumori andrebbero
percepiti insieme in un globo
sinestetico, in apprensione.
Sfere diverse, ambivalenze,
liscia membrana a-dialettica
e spunto relazionale, necessità.
Dopo la notizia – ahi Pisa, vituperio… –
la nostra percezione
si accomuna allo straordinario
e ne sentiamo il sapore dentro,
al centro, tra gola e corde vocali
produciamo l’eco di quel suono.
Risuonano EGO, LIGO, VIRGO fino
al sibilo infinitesimale, NASA, ESA, LISA.
Bella la storia degli acronimi,
le nuove parole dal vertice iniziale
alla caduta nella neoformazione.
La deformazione della misura
è adesso, nell’attesa che dall’allucinazione
sonora, dal dondolio cosmico,
emerga un’immagine, si mostri
la forma aberrante che ci riunisce
alla nostra spettabile, spettacolare,
spettatoriale assenza.

Gianluca D’Andrea


NOTA

Il testo riflette sulla conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali. Albert è, chiaramente, Albert Einstein.
Sinestesia: il procedimento retorico per cui è possibile associare due parole riferite a sfere sensoriali diverse; nel linguaggio medico indica una confusione di tipo allucinatorio tra diverse stimolazioni sensorie (per lo più udito/vista).
EGO è il laboratorio European Gravitational Observatory ; LIGO, Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (osservatorio interferometro laser delle onde gravitazionali); VIRGO, è un rivelatore interferometrico di onde gravitazionali del tipo interferometro di Michelson, con bracci lunghi 3 km, situato nel comune di Cascina (PI), in località Santo Stefano a Macerata; NASA, acronimo di National Aeronautics and Space Administration (in italiano Ente Nazionale per le attività Spaziali e Aeronautiche), è, notoriamente, l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale degli Stati Uniti d’America e della ricerca aerospaziale; ESA, l’Agenzia Spaziale Europea (acronimo inglese di European Space Agency); LISA, (LISA Pathfinder, precedentemente denominata SMART-2) è una missione dell’Agenzia Spaziale Europea il cui lancio, previsto inizialmente nel 2011, è avvenuto il 3 dicembre 2015, cercherà di individuare prove sperimentali dell’esistenza di onde gravitazionali e di utilizzare tali onde per lo studio di fenomeni quali buchi neri e sistemi binari (Fonti: Wikipedia).
“Ahi Pisa, vituperio delle genti” (Dante, Inferno, XXXIII, v. 79).


Foto: Onde gravitazionali, l’universo canta e Einstein aveva ragione (Fonte: left.it).

Spazio Inediti (14): Stefano Pini

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Stefano Pini

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (14): Stefano Pini

Cucivamo un debito irrisolto
il trasudare delle risorgive
nei canali del secolo.
La terrina di pianura ci teneva gli occhi
come per caso: “Nessuna prosa”
dicevamo al compiersi delle tele,
primo sguardo di uomo,
il profilo delle cose in una serratura.
Niente era nostro del tutto
ma per caso.


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Fiume di risorgiva Stella presso Udine

Lavoro d’intreccio che si fa desiderio, questo messaggio traspira l’inedito di Stefano Pini. L’atmosfera rarefatta annuncia, è in attesa di un avvento che risponda al negativo, forse una distrazione, forse la distrazione che conduce fuori dall’ossessione.
Il componimento attraversa, nonostante la negazione, un tragitto che non si percepisce lineare – “Nessuna prosa” – pur partendo da un sostrato riconoscibile, identificabile in un territorio di “risorgive” e “terrine”, l’umile nord residuo novecentesco di tradizione popolare e memoria per il poeta che con quel secolo sembra volersi confrontare, iniziando a captare le proprie radici. Di tessitura si parla – “Cucivamo un debito irrisolto” – e sembra già una risposta al Novecento (vedi questo attacco dell’ultimo Fortini: «Allora comincerò con un altro disegno», Il custode in Composita solvantur, 1994 o, ancora, il titolo di un libro recente di Lorenzo Mari, coetaneo di Pini, Nel debito di affiliazione, 2013), ricucitura con la tradizione come dovere da compiere, da pagare al passato per riattivare il futuro e tentare l’accesso a quel “primo sguardo di uomo” che è l’aspirazione a una nuova sorpresa, “l’altro disegno” di Fortini. Eppure si avverte l’impossibilità di un ritorno effettivo, la visuale non focalizza se non attraverso filtri, non può essere frontale, al massimo ri-accenna a una sensualità passibile di dispersione voyeuristica che il primo scorcio del nuovo secolo propone nella “socializzazione” virtuale delle esperienze (“primo sguardo di uomo,/ il profilo delle cose in una serratura”). A insinuarsi è la casualità che è impossibilità di ristabilire la simmetria con le cose, sia il passato o il futuro non resta che accertare, ancora una volta, la nostra non totale appartenenza al mondo. In un linguaggio piano ma trivellato di crepe (le “risorgive”) Pini finisce per ricordarci, come un monito, che “Niente era nostro del tutto, ma per caso”.

(Aprile 2015)


Stefano Pini è nato a Treviglio, in provincia di Bergamo, il 13 febbraio del 1983, e lì risiede. Laureato in Lettere e Filosofia, ha pubblicato Anatomia della fame (La Vita Felice, 2012 – Premio Camaiore Opera Prima). Sue poesie sono apparse nell’antologia di Subway Letteratura (2010) e su diversi siti internet. Fa parte della direzione artistica di TreviglioPoesia – Festival di poesia e video/poesia.

Davide Castiglione – 6 poesie inedite

audiocassettaA caratterizzare questi inediti di Castiglione è un rinnovato senso della memoria. La parola è trattata con una sensibilità ritmica che il primo libro del poeta piemontese, Per ogni frazione (Campanotto, 2010), aveva già evidenziato, ma che adesso si fa direzione stilistica. L’andamento è ondulatorio, quasi cantilenante, eppure il tono è risoluto e ci accompagna con decisione a una ri-scoperta: l’io della poesia, con i grandi riferimenti lirici novecenteschi alle spalle (sui modelli di Castiglione ho già parlato in altra occasione, vedi qui), si apre a se stesso attraverso il ricordo e l’alterità (il sé giovane nient’altro è se non una ricostruzione dell’alterazione e la conservazione di un tragitto ancora possibile, come la bellissima poesia Festa di classe ci mostra: «ricordo le musicassette trasparenti come acqua di sorgente./ Sono serio, che ridete. Mentre/ l’entropia sgretola a partire da quella vernice».

Gianluca D’Andrea


Davide Castiglione – 6 poesie inedite

In te è vera la stretta che ripara i cuccioli
perché in quel mentre quasi la stessa
la sente che tortura dentro abitati
agli antipodi; e vero l’albero, nel bene, alla pari
con la fila di formiche su per il tronco. Dove stavi
il corso è di vasche, ma per te niente sfiatatoi,
niente: netta e risoluta e insensata
l’amica ti aveva presa e incurvata nel ventre. Di
peso, se torna ancora,
di necessità ancora
cadi indietro
nell’inerzia di un momento senza altalena,
in un tremore da retroscena forse pensi
eppure chi vuole bene e basta
ha una freschezza, poche aspettative.

*

Stava come un’attenta protesta, silenziosa e che fotografava
dei ritrovati su bancarelle nell’entroterra recente,
più avanti il porto, qui oggettistica offuscata;
o su dalle scale di un molo o dal cavalcavia come la ragazza delusa
in After Life, il film orientale
di chi censisce e soppesa devoto
il poco da tenere, la medietà in eccesso da scordare
di persone venute a mancare senza dramma – allo stesso modo
stava lì lei e dall’obbiettivo
se era di altri si tagliava via
con l’accortezza di quando il suo aveva incluso il resto,
cattedrali gotiche e sagome sotto gli ombrelli;
via, si tagliava via perché l’immateriale
più è vicino e più perdura negli altri, credeva.

*

Festa di classe

sospesa la musica
nel gioco delle sedie a cerchio il play
rilasciato come lo slancio del bambino di sempre,
di dove, del giardino con la molla verniciata di un giallo scuola
a ogni tornata elettorale. C’era questo sempre in fase di forse
nel gioco delle sedie a cerchio
le sedie erano troppo uguali
la vertigine prendeva dal basso ma restavo fermo come un radar
spazzavo via il tempo, altro che foglie,
del giardino del compagno
di una classe più su
ricordo le musicassette trasparenti come acqua di sorgente.
Sono serio, che ridete. Mentre
l’entropia sgretola a partire da quella vernice.

*

Visita turistica

Un santuario dimenticabile queste sale da gioco
dove cadono in disgrazia con ben poco rumore.
È questione di educazione se delle macchinette
visito i pulsanti luminosi un po’ volgari
su cui le impronte si affollano strato su strato
come la Troia di Schliemann, altrettanto sconfitte.
Non saluto nessuno entrando non so quale italiano usare.
È per educazione se chiedo del bagno e non del loro passato.

*

Un ferragosto

La lezione con Sagniek finisce alle quattro
esco e l’analisi di testo si dissolve
grazie al sole sul sobborgo e che altro,
luce sui residenti. Luce di cui ho dovuto dirti
per come perfezionava le pozzanghere
nelle buche trascurate e la madre in attesa
del tram davanti al Deli, ciuffo arancio e sigaretta
gettata contro il malva dominante dei mattoni
benevolo dopo la luce, cinque secondi fa.
Il mio è un ritorno brioso, da formicolio.
Il ventenne con sei birre sottobraccio è ricettivo
pure lui ai corpuscoli grondanti sulle paraboliche.

*

Transito

Ho lasciato: conferenza, un vuoto, un quarto
alle otto. C’è un che di nostrano in questo baretto
aperto all’attesa, e i binari:
due, soli, sovraesposti
a me che non so
che fare. Stazioncina, contea del Kent.
Stordimento esotico e paura calda,
non tardate. Parte della notte ho sognato una struttura.
Azzurra, probabilmente complessa,
ancorata
ma galleggiante, come se meditasse.
Il resto è stato tempo dormito secco dimentico
e diramato sul materasso
che ha segni d’usura, e va cambiato.
La mattina le barchette, mentre remote e senza garbo
le canoe, oceaniche. La conoscenza delle persone,
la conoscenza del tutto, cosa è più distante.
È stato comunque gentile l’uomo delle pulizie
a non chiedermi subito di andare.


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Davide Castiglione

Davide Castiglione (Alessandria, 1985). Nel 2010 si è laureato all’Università di Pavia (tesi: Sereni traduttore di Williams). Attualmente vive a Nottingham (UK), dove conduce un dottorato di ricerca in poesia contemporanea e stilistica. Suoi saggi accademici sono usciti su «Strumenti critici» e sul «Journal of Literary Semantics». Cura il sito personale http://www.castiglionedav.altervista.org, ha co-fondato il progetto collettivo di critica poetica www.inrealtalapoesia.com e recensisce regolarmente per vari siti. Per la poesia, ha vinto ai concorsi «I poeti laureandi» e «Subway» (2008) e pubblicato Per ogni frazione (Campanotto, 2010), segnalata al Premio Lorenzo Montano (2011).