Poesie dall’inizio – 06) Enzensberger

Ora che il futuro si fa presente, finisce ogni attesa. Siamo sempre dentro l’irrisolto, nell’inappartenenza che ci conforma. Siamo dentro la possibilità della scomparsa come sempre. Il futuro è sempre il presente, ovvero “non è mai”, “non è”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 06) Enzensberger

Enzensberger

Musica del futuro

Lei che non possiamo attendere
ce l’insegnerà.

Risplende, è incerta, remota.

Lei che lasciamo venire a noi
non ci attende,
non viene anoi,
di noi non cura,
rimane nell’irrisolto.

Non ci appartiene,
di noi non chiede, di noi
non si sovviene,
con noi non parla,
non ci è dovuta.

Non era,
non è per noi,
non è mai stata,
non è mai,
non è.

(Hans Magnus Enzensberger, Musica del futuro, Torino, 1997 – Traduz. di Anna Maria Carpi)

*

Zukunftsmusik

Die wir nicht erwarten können,
wirds lehren.

Sie glänzt, ist ungewiß, fern.

Die wir auf uns zukommen lassen,
erwartet uns nicht,
kommt nicht auf uns zu,
nicht auf uns zurück,
steht dahin.

Gehört uns nicht,
fragt nicht nach uns,
will nichts von uns wissen,
sagt uns nichts,
kommt uns nicht zu.

War nicht,
ist nicht für uns da,
ist nie dagewesen,
ist nie da,
ist nie.

Poesie dall’inizio – 05) Insana

L’estratto da La parabola del cuore (all’interno di quell’opera bellissima che è La clausura) ci porta a riflettere sulla memoria e il dissenso. Anche svegliandoci da qualunque “piccolo inferno” , “riaffacciarsi” sarà un compito da equilibristi nel nostro essere “insieme” senza “complicità”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 05) Insana

Insana

da La parabola del cuore

non c’è pensiero né memoria
e dico basta di questa prova per valutare il lutto
sottraendo all’altro la profondità anche del piacere

dissalata e decurtata mi oppongo al piccolo inferno
e sarà bello riaffacciarsi al bordo di un insieme
senza nessuna complicità
per lunghissimi e immobili istanti

(Jolanda Insana, La clausura, Milano, 1987)

Poesie dall’inizio – 04) Wilcock

La poesia Risveglio è un monito, un promemoria per lo stupore dell’esserci. Senza sentimentalismi, ma nella sorpresa sempre nascente di ciò che è.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 04) Wilcock

wilcock

Risveglio

Già, possiamo stupirci di essere ancora vivi!
Ogni mattina il sonno che ci aveva sommersi
come un lago prosciugato si ritira
e ancora umidi ci lascia sulle sponde,
davanti al bosco o fabbrica o luna park
o cimitero di una nuova giornata.

(J. Rodolfo Wilcock, Poesie, Milano, 1980)

Poesie dall’inizio – 03) Bachmann

Con la poesia Giorni nel bianco, entriamo nei territori dell’eros (come risulta evidente dalle immagini “lattescenti” presenti nella seconda strofa). Si tratta di un amore “incandescente”, che quindi desidera bruciare utopisticamente fino al candore e all’innocenza. Il desiderio di contatto, però, è frustrato da una distanza, dall’assenza che sembra spegnere la speranza in una scissione irrimediabile tra Io e mondo, in una tremenda veste di morte (ahi, quanta attualità in quel “Schwanengesang”!).

Gianluca


Poesie dall’inizio – 03) Bachmann

Bachmann

Giorni nel bianco

Con le betulle mi alzo in questi giorni
e ciocche di frumento mi ravvio
dinanzi a uno specchio di ghiaccio.

Intriso al mio respiro,
il latte si aggruma in fiocchi.
Facilmente di buon’ora spumeggia.
E dove appanno il vetro, lì appare,
dipinto da un dito infantile,
ancora il tuo nome, innocenza!
Dopo gran tempo, ormai.

Non mi addolora in questi giorni
ch’io possa dimenticare
dovendo ricordare.

Io amo. Sino all’incandescenza
amo e con saluti inglesi ringrazio.
Li ho appresi al volo.

All’albatro ripenso in questi giorni,
con cui mi sollevai
transitando
in un paese ancor vergine.

All’orizzonte intuisco,
splendido nel declino,
il mio continente di favola,
laggiù, che mi congedò
nel sudario.

Io vivo e da lontano ascolto il suo canto del cigno!

(Ingeborg Bachmann, Invocazione all’Orsa Maggiore, Milano, 2002 – Traduz. di Luigi Reitani)

*

Tage in Weiß

In diesen Tagen steh ich auf mit den Birken
und kämm mir das Weizenhaar aus der Stirn
vor einem Spiegel aus Eis.

Mit meinem Atem vermengt,
flockt die Milch.
So früh schäumt sie leicht.
Und wo ich die Scheibe behauch, erscheint,
von einem kindlichen Finger gemalt,
wieder dein Name: Unschuld!
Nach so langer Zeit.

In diesen Tagen schmerzt mich nicht,
daß ich vergessen kann
und mich erinnern muß.

Ich liebe. Bis zur Weißglut
lieb ich und danke mit englischen Grüßen.
Ich hab sie im Fluge erlernt.

In diesen Tagen denk ich des Albatros’,
mit dem ich mich auf-
und herüberschwang
in ein unbeschriebenes Land.

Am Horizont ahne ich,
glanzvoll im Untergang,
meinen fabelhaften Kontinent
dort drüben, der mich entließ
im Totenhemd.

Ich lebe und höre von fern seinen Schwanengesang!

Poesie dall’inizio – 02) Fortini

Se il testo precedente di Hölderlin mostrava i segni della fine (“il sole dello spirito, il mondo più bello, è tramontato”) in una lotta che si faceva universale, lotta tra elementi (“E nella notte glaciale gli uragani si scontrano”), in questo di Fortini, il mondo è già “stretto”, rimpicciolito, ma non per questo la parola, che si fa speranza (lo “spirito”?) nonostante il mutamento in atto, smette di “viaggiare”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 02) Fortini

Fortini paesaggio

Come si è stretto il mondo…

Come si è stretto il mondo. I paesi lontani
sono in fondo al giardino
dove la sera sulla neve
la sera chiusa fra rami con neve
allude ad altro secolo
e alla lunga natura che fu.
E macchie gialle e arancio
oltre i rami, delle macchine
da costruzioni, delle gru
che oggi sabato non vanno.
Oltre il nero dell’orto l’Asia
e i suoi deserti. Più in là colorata di luci
al vento si piega South Kensington.
Di luna in luna si copre la spiaggia del Baltico.
Nella casa vicina qualcuno
accende le lampade. La cabina
in silenzio viaggia.

(Franco Fortini, Paesaggio con serpente, Einaudi, 1984)

Poesie dall’inizio – 01) Hölderlin

“Stare sulla soglia dell’altro”, questa bellissima frase, pronunciata da Gianluca Garrapa nel corso di un’intervista,  si adatta perfettamente a questi tempi drammatici, di transito. Suggerisce che “raccontarci” è un mantenerci all’erta, con le antenne puntate sull’alterità, sul diverso, che poi è l’unico modo perché l’arte, e la parola della poesia con essa, possa trovare ancora spazio o, con le parole assai più congrue di Fortini, “luogo a procedere”, per cui, cioè, possa emergere la speranza di una ancora plausibile trasmissione e di una “diversa possibile codificazione del reale e del linguaggio”. Questi giorni di clausura necessaria ci permettano di comprendere l’urgenza e captare la trasformazione per rilanciarla, perché “il mio futuro non è che il presente di un altro” (ancora Fortini), per rendere finalmente il tempo “redimibile”.

Per questo motivo abbiamo bisogno della parola e, una volta di più, della parola di poesia. Sulla scia di altre iniziative di lettura, allora, utilizzerò lo spazio del mio sito per pubblicare ogni giorno un componimento e diffonderlo attraverso i social. Buona lettura.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 01) Hölderlin

Hölderlin

Diotima

Vieni, tu che un tempo riconciliasti gli elementi,
Delizia della Musa celeste, e placa per me il caos del tempo,
Risolvi la lotta che infuria con celesti suoni di pace
Finché nel petto mortale si ricongiunga ciò che è diviso,
Finché l’antica natura dell’uomo, grande, tranquilla,
Serena e possente si levi dal tempo in fermento.
Torna nei miseri cuori del popolo, bellezza vivente!
Torna alla mensa ospitale, torna nel tempio!
Perché Diotima vive come le tenere gemme in inverno,
Ricca di spirito proprio, e tuttavia cerca il sole.
Ma il sole dello spirito, il mondo più bello, è tramontato
E nella notte glaciale gli uragani si scontrano.

(Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche, Milano, 2001 – Traduz. di Luigi Reitani)

DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI DI GIANLUCA D’ANDREA su Poesia del nostro tempo

Su Poesia del nostro tempo, alcuni miei inediti accompagnati da una nota di Daniela Pericone.

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Gianluca D’Andrea (Foto di Dino Ignani)

Dentro le ombre per farne semi di Gianluca D’Andrea – Nota critica di Daniela Pericone

Uno scarto in avanti della coscienza è la direzione impressa dalla poesia di Gianluca D’Andrea nel suo Transito all’ombra (Marcos y Marcos 2016), un libro che unisce visione individuale e racconto collettivo, ricordi personali e memoria epocale. La vicenda dell’io è colta nel suo essere al centro e nel contempo separata dal mondo, poiché l’uomo si definisce in base alla relazione con il suo spazio e il suo tempo. Ecco che, in un’ampia erranza di riferimenti (da Dante a Campana, da Mandel’štam a Krüger), la scrittura di D’Andrea si orienta sulla poetica di Wallace Stevens tra piena adesione e mimesi. Anche il titolo Transito all’ombrasembra giungere per condensazione dai versi del poeta statunitense, “Non è nelle premesse che la realtà / Sia solida. Forse è un’ombra che attraversa / La polvere, una forza che attraversa un’ombra.” (Una sera qualunque a New Haven).

Da qui il motivo dell’ombra e del movimento trasborda nelle prove successive di D’Andrea, esplorazioni e approfondimenti di un cammino ben definito, se il titolo che accompagna gli inediti, Dentro le ombre per farne semi, non fa che ribadire il campo d’azione e dilatare le prospettive. L’esigenza conoscitiva è ambiziosa, il pensiero tenta di abbracciare non più e non solo la storia del singolo e della comunità, ma l’intera genesi universale, laddove l’uomo non è che un tardivo e irrisorio accidente delle conflagrazioni siderali. Il balzo non è da poco, occorre immaginare “la favola senza focus, senza uomo, / nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte” (Il lievito della trasparenza), spingere il linguaggio nei territori della fisica e della biologia, tra spore e membrane, tra fruscii e vibrazioni, arrivare dove siano concepibili solo “lastre / galleggianti nella materia / liquida dei primi pensieri” (Artico dei primi passi). Gli scenari hanno un’evidenza apocalittica, raffigurano una condizione primigenia, ma anche una rasura da catastrofe postindustriale.

(…)

da DENTRO LE OMBRE PER FARNE SEMI

VII. Artico dei primi passi

Erano costellazioni di ghiaccio
i primi animali a essere immaginati,
non pianeti o organismi ma lastre
galleggianti nella materia
liquida dei primi pensieri.
La guaina esplose nella sensazione
confortevole di quell’abbandono.
Le lastre della preghiera riflettono
l’occhio che rifiutiamo di svegliare.
Ecco che scappano al lavoro
che li dimentica e succhia.
I primi orsi lungo tutti i passi
che sappiamo e decantiamo.

*

Ferita

Come non esistesse eziologia,
forse non esiste davvero nulla
oltre una fragilità congenita
che vorrebbe dire eredità, trasmissione,
geni antichi, incroci cellulari,
un’intrusione che arriva da un altro
tempo, un tempo-ombra
come le scorrerie e le razzie di sconosciuti
che scopriamo, sempre dopo, essere prossimi.

Così arriva il dolore, un giorno
mentre lavori, imprevisto,
imprevedibile e non è un’origine
ma un percorso che ci attraversa, da cui emerge
un’onda che s’increspa e può arenarsi
fino a bloccare il tempo.

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GIANLUCA D’ANDREA, PRESENT – 6 inediti per Officinapoesia NUOVI ARGOMENTI

GIANLUCA D’ANDREA, PRESENT

Pubblichiamo sei poesie di Gianluca D’Andrea, da un libro inedito.

Philippe Chancel, Datazone #12, Frontière Bulgaro-Turque et Gréco-Macédonienne, Idomeni, 2016.

 

Present

Nella terra si perde la moneta
nel laghetto, nei pressi del laghetto
giunsi per riposare
la mia fuga maratoneta.
Non oso ripetere come si svolse,
la curva s’attorse dell’infosfera
ed era sincera, la vicenda dell’uomo
col sorriso emoticon dell’ottantotto.
Contiamo ogni vent’anni e siamo nella stasi
che qualcosa avvenga nel laghetto
oltre il riflesso e la noia e il rischio
che la bomba sia fagocitata
dall’altezza e nel tragitto information
highways
per blastare e dissare
in eterno l’altro, ogni altro
utile per essere distrutto
mentre riposavi la moneta
nei pressi del laghetto.

 

Orbitale

All’intensificazione dei processi
la terra avrebbe saltato nel vuoto.
Avevano esacerbato i passi,
ma camminavano e il cammino
non era accompagnato da ulteriori
fluttuazioni. Sull’erba
residua c’erano ceppi e un principio
radicale, una radura estesa
e pochi alimenti. L’atmosfera
era segnata dalla pochezza
e dalla necessaria sobrietà dei costumi.
Tutte le abitudini mutano
anche senza sentieri da scegliere.

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Poeta in cammino. Gianluca D’Andrea, o dell’orizzonte futuro della stasi – Riflessione di Lorenzo Mari su alcuni miei inediti – Argo

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Poeta in cammino. In via del tutto provvisoria, si potrebbe definire così il percorso di Gianluca D’Andrea, e non soltanto, banalmente, a partire dall’hashtag che l’autore stesso utilizza nella comunicazione social. È la sua scrittura a camminare, senza cadere nelle stucchevoli retoriche che sono spesso appiccicate al mantra del ‘camminare’ e tentando invece di delineare un percorso che da individuale si faccia condiviso. Tenendo bene a mente, anche, ed esercitando il respiro – momento fondante, al di là di ogni mistica, della scrittura poetica – insieme alle facoltà motorie. Una fase particolare del suo percorso si può adesso facilmente tracciare in un percorso che va dal Transito all’ombra, pubblicato per Marcos y Marcos nel 2016, alla stasi che emerge con grande frequenza nelle sue sequenze inedite (non solo qui, ma anche qui e qui). Anche in Present – testo d’apertura di questa sequenza, dove il presente riverbera nella presenza, ma anche nella necessità di mostrare, tramite l’apocope, una mutilazione, o sopraggiunta mancanza, di entrambi i termini – si può leggere: “Contiamo ogni vent’anni e siamo nella stasi”, un verso che rivela un’ulteriore direzione presa dalla scrittura di D’Andrea. Come hanno rilevato sia Stefano Modeo sia Antonio Devicienti nelle loro precedenti letture, infatti, la poesia di Gianluca D’Andrea si sta sempre di più confrontando con il suo poter fare e disfare la storia, senza per questo indulgere in semplificazioni cronachistiche o nella gergalità ideologico-politica della denuncia più spicciola. A questo proposito, si è parlato di un confronto con il mito, ad esempio in questo carteggio che ha coinvolto D’Andrea, Tommaso Di Dio e anche chi scrive; in questa sequenza, tuttavia, è presente anche un testo, Dentro l’abisso, che si chiude con la parola “reversibile”, quasi a rammentare, a contrappunto, la Reversibilità fortiniana, e la sua nota domanda: “Ma per noi, / per noi che poco da vivere ci resta, / che cosa sono l’Asia immensa, il tuono / dei popoli e i meravigliosi nomi / degli eventi, se non figure, simboli /dei desideri immutabili, dolorosi?”.

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*foto dell’autore della serie #incammino

Atelier 96 (dicembre 2019) – nota di Stefano Modeo ad alcuni miei inediti

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Atelier 96 – nota di Stefano Modeo ad alcuni miei inediti

Gianluca D’Andrea – Dentro le ombre per farne semi

 «Ma dove si nascondono le voci?» domanda così un verso di Gianluca D’Andrea all’inizio di questa breve raccolta. Una domanda importante da cui è necessario partire per comprendere il panorama di silenzi e d’inerzia che il poeta descrive e affronta. Proseguono infatti un percorso, questi testi che frequentano l’ombra, o meglio le ombre,del nostro tempo. Ricordiamo la raccolta Transito all’ombra (Marcos y Marcos 2016), in cui D’Andrea alternava il confronto tra l’io e il mondo, tra destino individuale e storia collettiva, adoperando una scrittura nervosa nei confronti delle cose. Vi è ora un passo in avanti nella scrittura, che mantiene lo stesso tono, ma promette non più il Transitoe dunque il movimento, bensì la stasi, l’immobilità di fronte alle cose che accadono nella storia collettiva e individuale, si rimane dentro,costretti nell’ombra a doverne constatare ciò che è: assenza di luce, speranza, futuro.

D’Andrea annota, prende atto, osserva i protagonisti sommersi: «Si chiama Idomeni/il limbo, la stasi infinita di chi attende/l’infinito trasbordo dell’uomo in merce umana.» e li riporta all’unica luce concessa che è quella della testimonianza, del racconto attraverso la poesia, in un tempo che è sempre attesa di qualcosa o di qualcuno. Questo infatti probabilmente è l’unico seme capace di germogliare senza i benefici della fotosintesi.

Elemento di salvazione ed estremo paradosso invece è la morte, intesa come via di fuga dal limbo in cui l’umanità sembra costringersi negandosi un’alternativa: « Grazie gioco maligno che ritorni/e dissolvi l’attesa esasperante che avrebbe/atteso queste anime che trovano/requie al loro cammino selvaggio,/imposto.»

Eppure anche la morte è inutile, non muta nulla nella storia collettiva, non smuove l’inerzia del mondo per spingerlo verso una luce. D’Andrea sa bene e coglie perfettamente nella continuazione del suo lavoro quel Transito a cui accennavamo prima, che è anche quello di due secoli, dal Novecento agli anni Duemila ed esprime tutta la perdita di riferimenti ideologici e culturali, il disorientamento e la paura con cui tutti noi stiamo facendo i conti: « la morte è bella/perché non spazza via nulla/e ci proietta in un’immagine/illusoria, eppure eterna.» e ancora: « per continuare a sopravvivere/sottile tra le crepe di una casa/dissolta».

Proprio in quest’ottica, dalla casa dissoltache continuiamo a sognare di abitare,prova a tornare indietro, nelle ombredel passato, riscrive la storia e cerca di comprendere i passi falsi, i punti esatti in cui abbiamo cominciato a perderci nel buio, così nelle poesie L’ombra del ’43: « Però Rommel vinceva a Kasserine dopo Stalingrado,/rosa bianca lo sai, anche se mozzata.» o ne L’ombra del 2015: « Con la scoperta dell’acqua su Marte/si chiudevano gli Obiettivi del Millennio./Siamo salvi,/almeno fino a novembre.».

Questi testi sembrano suggerirci come di fronte alla storia ci mostriamo in tutta la nostra impreparazione, incertezza e limitatezza umana, incespicando sino alle vicende individuali, nelle cose di ogni giorno. E il futuro stesso laddove non conosce visione di una condizione migliore per tutti, diviene arrivo di nuovo dolore a cui non siamo mai pronti a far fronte, da soli così come ci siamo dimenticati: « Così arriva il dolore, un giorno/mentre lavori, imprevisto, imprevedibile e non è un’origine/ma un percorso che ci attraversa, da cui emerge/un’onda che s’increspa e può arenarsi /fino a bloccare il tempo».

Stefano Modeo