Cammino nella metà della luce – 7 non-prose inedite su Nazione Indiana

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Hal Morey, Grand Central Terminal (1930)
Sette mie prosette su Nazione Indiana oggi. Suggerimenti e scelte di Renata Morresi che ringrazio. Per chi volesse leggerne.


Cammino nella metà della luce

di Gianluca D’Andrea

 

I. Risveglio

Dentro la storia dei bulbi noi andammo e volevamo alzarci e andare liberi tra gli stracci arborei e le tundre, tra le entità astratte e le belve, nel fulgore delle selve, negli anditi tra i bagolari e le curve dei sassi. Perché il mondo è un astro astratto dondolante e attraversare le sue linee cunicolari fu scelto nottetempo da un convoglio sintetico riunito su ceppi ramati. Eppure, tra gli strani mostri antichi, emersero parole tonitruanti

e cascate d’immagini e l’onnipotenza circolare delle forme. La notizia iniziò a circolare stentata per i sentieri di un mondo senza miti se non gioiosi e senza forza. Afriche e meridioni insormontabili in cronache oculari di sempre ulteriori coloni. Quindi partimmo sulle tracce minime lasciate dai luoghi, in ascesa sui crinali dei vecchi venti condizionati. Tremanti per la fame cominciammo, udimmo la voce lontana e gli odori acerbi del nostro incerto risveglio.

 

II. L’ente scimmia

I suoi arti scoordinati e fumosi, il pelo impolverato, fulvo e fragile. L’altro ente, quello da lui rinato, ha tutte le forme che gli ha dato, in tutti gli spazi in cui ha provato a nascondere il suo brutto muso, per sciogliere da sé, sé. Ora vaga senza legami in cerca di qualcosa che si ostina a scivolare come sabbia tra le pigre ondulazioni del cervello. No, non è mai stato bello e neppure intelligente da quando acchiappando il primo pasto non ha intuito la macchinazione dentro la manipolazione – almeno così dicono. Si sforma di continuo e si trasforma e scorda il dolore di non essere nient’altro che l’altro dentro sé, quella forma appena liscia di cui ha sfiorato il senso. Quasi acqua tra le mani sono io, sono oblio e il mio manto e il mio grugno.

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QUALCOSA ANCORA DA COGLIERE. POESIA, TERZO PAESAGGIO? UN DIALOGO CON GIANLUCA D’ANDREA

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Foto di © Sally Gall, Tailwind, 2015 (particolare)
     Poesia, terzo paesaggio?, rubrica a cura di Laura Pugno

[Questa rubrica, o meglio inchiesta, Poesia Terzo Paesaggio?, nasce dal desiderio di entrare in dialogo con altri poeti, scrittori e chissà, in futuro, anche artisti, chiamati a rispondere a un identico questionario.

La conversazione ha per cuore l’analogia tra la poesia in Italia oggi e il concetto di Terzo Paesaggio, che si deve al paesaggista francese Gilles Clément.

Analogia che ho tratteggiato nelle ultime pagine del mio saggio In territorio selvaggio (Nottetempo), riportate qui, e a cui rimando per approfondimenti.

L’analogia è appunto un’analogia, un’intuizione, non una tesi sistematica – come del resto anche l’idea stessa di Terzo Paesaggio sembra essere. Allo stesso tempo, ha qualcosa di vero. Di quel vero che è delle intuizioni, delle immagini. Spaventoso e allo stesso tempo confortante (uso non a caso questo aggettivo).

Terzo Paesaggio è una definizione che, precisa Clément, rimanda “a Terzo Stato, non a Terzo Mondo. Uno spazio che non esprime né potere, né sottomissione al potere.” Ma il Terzo Paesaggio è anche “uno spazio comune del futuro”.

Può questo oggi aiutarci a pensare la poesia? Potere non ne ha. Cerca sottomissione al potere? Qual è il suo spazio comune nel futuro? (Laura Pugno)].

Immaginiamo di essere nello stesso posto e che questa conversazione avvenga in un luogo. Metto qui, in questo spazio, un’analogia, allo stesso tempo precisa e imperfetta come tutte, che la situazione della poesia italiana e non solo italiana oggi abbia qualcosa in comune con quello che il paesaggista francese Gilles Clément denomina Terzo Paesaggio. Cosa te ne sembra? La senti vera? Cosa ti fa ulteriormente immaginare?

«Si orienta la selva ed è giardino»

A. Zanzotto

Che viviamo un mondo immaginifico, una costante ricreazione di immagini che fatichiamo a focalizzare e fissare. Che queste immagini provengono da crepe sgorganti sempre nuovi umori, relazioni, crasi potenziali.
Eppure quanto espresso è da verificare perché lo è l’idea stessa che abbiamo di “paesaggio” che esula, probabilmente, da una prospettiva specificamente topologica. Me lo fa pensare l’analogia da te proposta, perché la poesia è un fenomeno non circoscrivibile e, quindi, incollocabile dal punto di vista spaziale. Anzi, è possibile che quella della poesia sia la parola della dis-locazione, la manifestazione del transito di una presenza.

Partirei, allora, da un tentativo di ridefinizione che riattivi lo spunto da te proposto tramite il saggio di Clément. Credo che oggi sia poco necessaria una classificazione per tipologie paesaggistiche; ritengo, inoltre, che l’uomo e il pianeta con esso abbiano attraversato definitivamente il limite che li rende – e li arrende – alla loro stessa marginalità. Questo il saggio di Clément lo dice quando accenna al mondo come giardino planetario, nella sua finitezza o, seguendo Nancy, mondializzazione (un concetto ibrido tra mondanità e globalizzazione). L’essere immersi nell’immanenza fattuale del mondo, dell’unico mondo possibile, ne dispiega la “periferizzazione” ma non ne annulla le capacità germinative. Di più, è estinta de facto qualunque distinzione tra centro e periferia perché sono decaduti i fondamenti dialettici che la sostenevano. La parola della poesia, nella sua ostinata ricerca di verità, prendendo atto della destituzione dialettica appena citata, apre alla diversificazione rizomatica. In questa dimensione, poesia e mondo possono istituire connessioni molteplici e produttive in qualsiasi direzione. Il rischio di isotropia che può derivare dall’interscambiabilità delle direzioni è lo stesso che corre la parola in un mondo in continua trasformazione ma economicamente omogeneo (la globalizzazione di cui sopra, appunto. Ma proverò ad approfondire rispondendo alla tua terza domanda).

E la poesia: e la letteratura, l’arte più in generale? Che tipo di paesaggio occupano intorno a questo incolto, residuo, friche?

Mi piace pensare a questo “incolto” in prospettiva futura: come qualcosa ancora da cogliere. Una “pregnanza”, direbbe François Jullien, che è dimensione ambientale e che “promuove” il paesaggio.
Prioritariamente si tratta di cogliere in poesia un’insorgenza, dal margine che è la poesia stessa (e l’arte in generale) una nuova gemmazione. In questi termini essa è evocazione di un nuovo paesaggio, lo preannuncia. Attraverso la parola della poesia si accerta una scomparsa per consentire una presenza (in questo si avverte una forte similitudine con la fotografia). Poesia e paesaggio suscitato sono segnali di resistenza della vita nell’attraversamento della fine.
La poesia, mi ripeto, non occupa nessuno spazio, perché in quanto parola nel mondo, nella verità sempre nascente del mondo, è raccolta potenziale di ciò che avviene. Ogni arte risiede nell’incolto che il mondo è prima di germogliare rinnovandosi. Si corre sempre e soltanto il rischio di mancare l’appuntamento con l’insorgenza, con l’evento.

In cammino dentro il mondo è la parola che ne accoglie la necessità e che si fa capace di correre il pericolo insito nella stessa accoglienza: l’abbandono. Un’urgenza della parola – nel nostro mondo messo al bando da ogni trascendenza, sacro perché bandito nella sua mondanità (Agamben) – è la denuncia di una possibile scomparsa. In questo modo interpreto la tua domanda in maniera più estesa: una volta assodato l’abbandono fattuale del mondo a se stesso, occorre considerare la sua fattività. Nessuna epochè temporale, nessuna attesa che qualcosa avvenga, perché tutto costantemente avviene. L’arte, la parola della poesia nello specifico, dovrebbero ricostituire modalità d’intervento su un terreno intensamente sfruttato e allo stesso tempo residuale (il terzo paesaggio di Clément, per me il mondo nella sua globalità). Perché, lasciando da parte qualsiasi catastrofismo, ma anche certo lassismo attendista, il mondo oggi come ieri è dentro un abisso. Nessuna connotazione moralistica in questo termine certamente abusato, ma la mera constatazione etimologica del “senza-fondo” che il mondo da sempre è. Solo che la nostra attualità esige una riformulazione etica del limite, anche perché, se non si rispondesse a questa necessità, le potenzialità liberatorie del senza fondo (e del senza-confine) si ridurrebbero, come storicamente è stato, agli abusi di un soggetto (uomo) su un oggetto (mondo-paesaggio).

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Poesie dall’inizio – 30) Alighieri

Da questo inverno in piena primavera, dallo sconquasso di un sistema che implode su stesso, il labirinto di parole escogitato dal più grande, nel punto più profondo della sua perdizione (agganciato a Daniel, altro gigante). Tra colori che si mescolano e mutano le forme, nel gioco di luci e ombre che trasformano la percezione, siamo immessi sempre in un mondo nuovo – vita che si rinnova nel suo abisso – irraggungibile, per sempre.

P.S. questa è l’ultima poesia dall’inizio.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 30) Alighieri

dante

Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra
son giunto, lasso, ed al bianchir de’ colli,
quando si perde lo color ne l’erba;
e ’l mio disio però non cangia il verde,
sì è barbato ne la dura petra
che parla e sente come fosse donna.
Similemente questa nova donna
si sta gelata come neve a l’ombra;
che non la move, se non come petra,
il dolce tempo che riscalda i colli,
e che li fa tornar di bianco in verde
perché li copre di fioretti e d’erba.
Quand’ella ha in testa una ghirlanda d’erba,
trae de la mente nostra ogn’altra donna;
perché si mischia il crespo giallo e ’l verde
sì bel, ch’Amor lì viene a stare a l’ombra,
che m’ha serrato intra piccioli colli
più forte assai che la calcina petra.
La sua bellezza ha più vertù che petra,
e ’l colpo suo non può sanar per erba;
ch’io son fuggito per piani e per colli,
per potere scampar da cotal donna;
e dal suo lume non mi può far ombra
poggio né muro mai né fronda verde.
Io l’ho veduta già vestita a verde,
sì fatta, ch’ella avrebbe messo in petra
l’amor ch’io porto pur a la sua ombra;
ond’io l’ho chesta in un bel prato d’erba,
innamorata, com’anco fu donna,
e chiuso intorno d’altissimi colli.
Ma ben ritorneranno i fiumi a’ colli
prima che questo legno molle e verde
s’infiammi, come suol far bella donna,
di me; che mi torrei dormire in petra
tutto il mio tempo e gir pascendo l’erba,
sol per veder do’ suoi panni fanno ombra.
Quandunque i colli fanno più nera ombra,
sotto un bel verde la giovane donna
la fa sparer, com’uom petra sott’erba.

(Dante Alighieri, Vita Nuova – Rime, Milano, 1965)

Poesie dall’inizio – 29) Grünbein

Nel vuoto che sembrano rischiare le trasformazioni effettuate dall’azione umana, risuona un’eco felbile, “anonima”, la quale, nel minimo denominatore che accomuna “tutto” e “io”, rischiara la presenza che ci unisce nel reale, in quel che accade perché non può non accadere (e infatti l’ironia esposta, anche attraverso la legge di Murphy, serve a sottolineare il ribaltamento dell’assenza in presenza: “Io c’ero…”).

Gianluca


Poesie dall’inizio – 29) Grünbein

grünbein

Sciocca domanda come si arrivò a questo.
Sbagliato il posto, sbagliato il momento
per un film muto intitolato Popolo.
Favorevole al vacuo era già l’aria,
il paese oltre la data di scadenza.
«Tutto, se può andar storto, storto andrà»
era un minimo denominatore, come
a conforto l’eco anonima «Io c’ero…»

(Durs Grünbein, A metà partita, Torino, 1999, a cura di Anna Maria Carpi)

*
Schwachsinn, zu fragen, wie es dazu kam
Es war der falsche Ort, die falsche Zeit
Für einen Stummfilm mit dem Titel Volk.
Die Luft war günstig für Vergeblichkeit,
Das Land weit übers Datum des Verfalls.
»Alles was schiefgehn kann, wird schiefgehn«
War noch der kleinste Nenner wie zum Trost
Das Echo, anonym, »Ich war dabei…«

Poesie dall’inizio – 28) Zanzotto

Un mondo isolato, recluso di “fragili Italie”. Anche se il contesto appare mutato (dal secondo conflitto a oggi), la chiusura forzata appartiene allo stesso sostrato. Tra precarietà e “giochi vuoti” si annida il grande pericolo dell’oblio. Ogni identità si sfalda (“scinde gli ultimi / legami della mia sostanza) se nella mutazione non si riconoscono valori condivisi, un racconto, una storia.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 28) Zanzotto

zanzotto

Atollo

Un sole che con oziosi giri
sedusse e divorò l’ombra del mondo
e crebbe sui giorni e sui mesi
già stringe il muro ed il cortile
scruta le differenze d’ago
della sabbia dei piccoli castelli
e brilla da mille bandiere
da scudi e da porte
dagli angoli dei morti.
Tra quei precari monumenti,
io là vi collocai, fragili Italie
i cui minuti segmenti
avido sale stinse,
la brace là s’indovina
dell’insetto e del libro,
là tra i giochi vuoti e pericoli
al silenzio si appoggiano le clausole
della mia memoria infelice
e monti decrepiti affidano
alla sabbia insensibili sfaceli,
la sabbia senza parsimonia
colma i volti e i sorrisi
spegne l’oro dei suoni.

Già il sole penetra per le
cieche gallerie delle finestre
sugge e scinde gli ultimi
legami della mia sostanza.

(Andrea Zanzotto, Le poesie e prose scelte, Milano, 1999)

Poesie dall’inizio – 27) Anedda

Tra avvicinamento e distanza si nota un’ambivalenza, dovuta all’apprensione per un “futuro” che, comunque si staglia dal passato, quasi in una scenografia di spettri: “il futuro schiude vapore / come dalla storia l’opaco marmo di un tempio”. Tutto si rischiara e contemporaneamente si oscura, ogni evento è un brandello che nel tempo della sua emersione si rovescia nel proprio opposto. Fino alla constatazione decisiva del finale, nell’irrimediabilità della “notte intera che tesse un grande spazio” e non si fa troppe illusioni  sul “silenzio del silenzio” (ancora un raddoppiamento, stavolta potenziale) “che sbarrerà domani la finestra”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 27) Anedda

anedda

Avvicinati. Il raggio della sera si compie
contro il nero del tavolo, la lampada batte buio e luce
prima di spezzarsi nel tuono.
Non avvicinarti, il futuro schiude vapore
come dalla storia l’opaco marmo di un tempio.
Tutto è bianco:
il rovescio dei nostri visi nelle foto
la terra rischiarata dalla duplice vela dei lenzuoli.
Prendi una strada obliqua che basti un bagliore a definire
una quiete – sottile unione del lutto –
visione sotterranea di un fiume sotto l’intreccio delle dita.

Nel vento di queste sere non esiste che vento.
Mi hai chiesto di trattare il desiderio
come se fossi forte quanto il tempo che scuote.
Così entra l’inverno quaranta volte vissuto come tenebra
notte intera che tesse un grande spazio
silenzio del silenzio che sbarrerà domani la finestra.

(Antonella Anedda, Notti di pace occidentale, Roma, 1999)

Poesie dall’inizio – 26) Lowell

È quindi la disposizione allo stupore per ciò che avviene ad aprire costantemente una nuova visione. Nella sua violenza e nella sua accoglienza, il mondo dovrebbe essere “eruzione” della “prima volta”, anche se il nostro adesso, come sempre, non ci fa “essere completamente al sicuro”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 26) Lowell

lowell

Il giorno

Stupefacente
il giorno è ancora qui
come lampo su un campo aperto,
terraferma e fugace
grondante variazione,
fresco come quando l’uomo per la prima volta eruppe
come il croco ovunque sulla terra.

Da un treno, vedemmo vacche
disposte su una collina
a differenti altezze,
un sesso, una mandria,
repliche in gerarchia –
il sole le aveva trasformate
nello splendore del meriggio.

Erano scarabocchi d’un bambino in un libro
letto prima che sapessi leggere.

Sfrecciano come il finestrino d’un treno:
sprazzi di luce
del Grande Giorno,
il dies illa,
quando vivevamo nel momento
insieme per sempre
innamorati della nostra natura –

come se alla fine,
nel matrimonio col nulla,
potessimo mai sfuggire
dall’essere completamente al sicuro.

(Robert Lowell, Giorno per giorno, Milano, 2001, a cura di Francesco Rognoni)

*

The day

It’s amazing
the day is still here
like lightning on an open field,
terra firma and transient
swimming in variation,
fresh as when man first broke
like the crocus all over the earth.

From a train, we saw cows
strung out on a hill
at differing heights,
one sex, one herd,
replicas in hierarchy―
the sun had turned
them noonday bright.

They were child’s daubs in a book
I read before I could read.

They fly by like a train window:
flash-in-the-pan moments
of the Great Day,
the dies illa,
when we lived momently
together forever
in love with our nature―

as if in the end,
in the marriage with nothingness,
we could ever escape
being absolutely safe.

Poesie dall’inizio – 25) Zuccaro

Con tutta l’umiltà, abbracciamo il mondo, il vero ricovero è il suo petto, la nostra agnizione.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 25) Zuccaro

zuccaro

Al mondo

Io sono una tua creatura.
La mia natura
l’ho intuita in te al primo sguardo
e da quando ti ho riconosciuto
ho iniziato a vivere.
Non pretendo di sapere i tuoi segreti,
il viaggio che conduci per una strada
larga e frequentata
che non sempre porta al mio sentiero,
ma vorrei ricoverarmi nel tuo petto
e ascoltare quel battito sicuro
che non ho mai sentito
che dice

“sei viva
———–stai calma
————————mi appartieni”.

(Teresa Zuccaro, Al mondo, Venezia, 2006)

Poesie dall’inizio – 24) Heaney

Come in un racconto fuori tempo massimo, qualcosa si spezza, tutto appare in balia. Abbracciamo la terra “in extremis” anche se ciò che avviene è già “visione”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 24) Heaney

heaney

L’isola che scompare

Quando abbiamo presunto di fondarci per sempre
Fra le sue colline azzurre e quelle spiagge senza sabbia
Dove la nostra notte disperata passò in veglia e preghiera,

Quando avevamo radunato sfasciumi di mare, fatto un fuoco
E appeso il nostro calderone come un firmamento,
L’isola si è spezzata sotto di noi come un’ondata.

La terra che ci sosteneva sembrò restare ferma
Solo quando l’abbiamo abbracciata in extremis.
Tutto quello che allora avvenne credo fosse visione.

(Seamus Heaney, La lanterna di biancospino, Parma, 1999, a cura di Francesca Romana Paci)

*

The Disappearing Island

Once we presumed to found ourselves for good
Between the blue hills and those sandless shores
Where we spent our desperate night in prayer and vigil,

Once we had gathered driftwood, made a hearth
And hung our cauldron like a firmament,
The island broke beneath us like a wave.

The land sustaining us seemed to hold firm
Only when we embraced it in extremis.
All I believe that happened there was a vision.

Poesie dall’inizio – 23) Pagliarani

È tutto in quel “grido” che l’autore ruba al “tranviere” il senso del componimento. Lo facciamo noi nostro? e nostra la vergogna e l’ira di “esser uomo” che “può morire per follia dell’uomo”? L’appartenenza collettiva è nella consapevolezza di poter fare del male.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 23) Pagliarani

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Peste come il vento

———————————-Da Roma sorge
chi ne ha il diritto, il grido d’un tranviere:
«Chi darà sepoltura in pochi giorni
ai corpi delle bestie e degli uomini
con il cancro nel sangue? Allora peste
veloce come il vento farà volo
e non c’è Dio che tenga»
. Io mi vergogno
non d’amarti, mia vita, primavera,
ricambio del mio corpo: d’esser uomo
che può morire per follia dell’uomo
ho grande ira nei polsi e mi vergogno.

(Elio Pagliarani, Tutte le poesie, Milano, 2019)