“Postille” sulla Gazzetta del Sud

Le Postille di D’Andrea – articolo di Marcello Mento sulla Gazzetta del Sud del 07/02/2018

L’origine di Domenico Cipriano sul Mattino di Avellino

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Domenico Cipriano, L’origine, L’arcolaio, Forlì, 2017 su “Punto – Almanacco di poesia”. A cura di Salvatore Ritrovato

Recensione di Salvatore Ritrovato a L’origine di Domenico Cipriano (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2017 – Collana Φ a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello)

Domenico Cipriano, L’origine, L’arcolaio, Forlì, 2017
di Salvatore Ritrovato

copertina-ciprianoQuello che mi ha da sempre colpito della poesia di Domenico Cipriano è la sua versatilità, una dote non comune fra i poeti di oggi. Versatilità soprattutto formale, che non discende da una indecisione stilistica, bensì dal dubbio che la poesia non debba inseguire il verso, se mai il contrario. Rispetto a Novembre (Transeuropa, 2010) e a Il centro del mondo (Transeuropa, 2014), alcune delle più importanti raccolte di Cipriano, L’origine (L’arcolaio, Forlì, 2017) spicca per una più marcata estensione della sonorità timbrica del verso che non si appaga più di misure metrico-ritmiche fisse e regolari, ancorché chiuse, e predilige invece il taglio obliquo, sghembo, di una voce che si ferma e ricomincia proprio nel punto in cui l’immagine, quale si snoda nel verso, ad ogni ripartenza fino all’a-capo, libera ormai lo slancio lirico.
Ne deriva una “forma-testo”, per questa nuova raccolta, che non possiamo dire del tutto inedita nella poesia di Cipriano, dal momento che si apparenta, almeno nella costruzione del fraseggio, a quella della musica jazz, le cui forme compositive, di là dai differenti generi – sia qui lecito semplificare – si caratterizzano per una sviluppo della linea melodica fra sincopi ed extrasistoli, e per quella capacità propria di improvvisare di volta in volta (ed è qui il senso di libertà che esso procura) un’idea musicale.

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Su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea: Saggio di Davide Castiglione su In realtà, la poesia

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di Davide Castiglione

Su “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea: progettualità, diegesi, tangenze

È chiaro fin dall’esergo di Mandel’štam che due saranno gli elementi precipui attraversati in questo ultimo lavoro di Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (il titolo, ci ricorda lo stesso autore, è un omaggio a Wallace Stevens, che nel 1947 pubblicò Transport to Summer): il primo è il tempo, a sua volta dialetticamente composto di tempo storico-sociale e personale-archetipico, come messo in evidenza, direi programmaticamente, dal titolo della prima sezione (“Il tempo, i ricordi”); tema già rilevato da altri commentatori, per esempio da Gian Ruggiero Manzoni quando scrive che “la storia d’insieme pare, di continuo, collassare e rimandare a quella di se stessi, del singolo”[1]. Il secondo nodo, molto più nascosto, più attitudine che tematica, è tutto nella volizione di quel voglio da Mandel’štam, che sembra ispirare lo sforzo strutturante-architettonico del libro e forse anche condurre a qualche sua deriva didascalica su cui mi soffermerò dopo – deriva che mi porta in parte a dissentire con Antonio Lanza quando scrive che è “venuto meno il rischio che una progettualità narrativa di ampio respiro appesantisca la materia poetica”[2]. Il compenetrarsi di biografia personale e storia collettiva notato da Gian Ruggiero Manzoni non va ovviamente letto nella prospettiva di una qualche discutibile emblematicità della vicenda dell’io. È piuttosto l’affidamento sincero a una epistemologia empirica, per cui la conoscenza del mondo arriva dai sensi e dall’esperienza anche quando quest’ultima è mediata dalla semiosi dei mezzi di comunicazione, che nella prima sezione fanno irruzione con saltuaria violenza. E al tempo stesso è forse leggibile come contro-reazione all’annullamento trasversale della Storia negli anni ’80, un decennio i cui strascichi ideologici ed emotivi sembrano arrivare fino ad oggi, come si legge in un bell’articolo di Andrea Cortellessa[3]. A tal proposito, è interessante notare come un coetaneo di D’Andrea, Matteo Marchesini, intitoli Cronaca senza storia la sua prima e per ora unica raccolta poetica, e che Andrea De Alberti nel recente Dall’interno della specie guardi al presente dalla lente remota dei tempi evolutivi. Recupero dialettico della storia in D’Andrea, constatazione amaro-ironica della sua impossibilità in Marchesini, sua trascendenza laica tramite la scienza dell’evoluzione in De Alberti: strategie diverse, ma che rimettono la centralità della storia nei versi.

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Transito all’ombra su Atelier (cartaceo) nell’interpretazione di Antonio Devicienti

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Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea

Transito all’ombra su Atelier (cartaceo) nell’interpretazione di Antonio Devicienti

Gianluca D’Andrea: non è di me che voglio parlare

Antonio Devicienti

Il libro di Gianluca D’Andrea Transito all’ombra (Marcos y Marcos, Milano, 2016) possiede una compattezza stilistica e tematica che rispecchia la scelta nel contempo etica ed estetica effettuata dall’autore; non ci si aspetti dunque un’opera indulgente con le attese di lettori un po’ sprovveduti, ma neanche attestata su livelli di rarefazione snobistica della parola poetica – c’è un Maestro che accompagna i passi dell’autore, che lo ispira e sostiene in un dialogo con- tinuo, discreto ed efficace, grazie al quale una tradizione nobilissima si lega a una modernità consapevole e problematica: l’Alighieri. E Transito all’ombra è altresì referto d’un attraversa- mento, d’un itinerario, d’un ininterrotto andare, proprio sulla falsariga dell’andare dantesco e attraverso territori che sono di volta in volta memoriali, psicologici, culturali, storici, politici. Se è vero che ancora adesso la produzione poetica italiana può essere anche interpretata a seconda ch’essa si approssimi più o meno a una linea petrarchesca o a una linea dantesca, Gianluca D’Andrea compie con il suo libro più recente un coraggioso tentativo di riappro- priarsi della dirittura e del rigore etici danteschi per attraversare il mondo e l’Italia contempo- ranei anche tramite uno stile severo, privo d’infingimenti lirici, “petroso” come mezzo d’indagine impietosa, che mai indulge a languori, intimismi, vezzi letterari. Infatti l’autore si misura con la difficilissima e insidiosa questione del soggettivismo e dell’io in poesia, mette in gioco tutto di se stesso (ricordi, esperienze, luoghi cui è legato, persone care), ma sa sot- trarsi alle cadute (o ai capitomboli) proprio in virtù d’uno stile sorvegliatissimo, capace di diventare acuminato scandaglio, intelligente lente d’osservazione, giusta distanza tra io scri- vente e realtà osservata.

Poeta e critico coltissimo e consapevole, Gianluca D’Andrea possiede strumenti intellet- tuali e psicologici di perfetta caratura per effettuare l’itinerario di Transito all’ombra; egli non intende, quindi, stabilire un’eventuale filiazione o derivazione o subordinazione del lavoro “da” e “a” modelli preesistenti, ma costituire propriamente un alveo contemporaneo fecon- do e stimolante: leggendo alcune pagine del libro ci si sente accompagnati non solo da Dante, ma anche da Fabio Pusterla (Aprile 2006. Cartoline d’Italia), da Vittorio Sereni (L’Italia una sterminata domenica), da Franco Buffoni (penso, in particolare, a certe soluzioni e a certi temi contenuti in Roma), senza dimenticare le concomitanze dantesche con Luzi o con Zanzotto.

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Attraverso i paesaggi di uno sguardo laterale: “In questa parte del mondo”

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Copertina del libro In questa parte del mondo (Fonte: selimabdullah.com)

di Gabriele Belletti

In questa parte del mondo (Edizioni San Lorenzo, 2016) apre alla riserva dei tanti paesaggi e terre (come esplicita il sottotitolo) frequentati dal poeta ticinese. Esporli, ri-esporli – ricordiamo che la silloge è composta in gran parte da liriche tratte da precedenti raccolte pusterliane (da Concessione all’inverno, 1985, ad Argéman, 2014) – significa lasciare aperto il rapporto con altre forme espressive, perché capaci di mantenere vivo un dialogo e una fiducia intersoggettiva, prima ancora che intermediale. Le poesie si accompagnano così alle immagini dell’artista iracheno Selim Abdullah, poesie considerabili quasi come ékphrasis richiedenti al lettore un’integrazione, una riflessione e forse anche una presa di posizione nella sua ‘parte’ di mondo. Visioni e parole, pertanto, si mettono al servizio di altri occhi, per mostrare – e interrogare – ciò che al di là di posizioni centrali / superficiali vive, non senza difficoltà, “di lato”. «Ruotando l’asse» (Due sfondi) si espongono luoghi Subito dietro casa o appartenenti ad altri spazi, anche più onirici e immaginativi (Valle dei morti). Grazie a uno sguardo di tal fatta si mettono in rilievo riflessioni che dai paesaggi si estendono alla condizione umana tutta (non solo italiana ed europea) e alle sue – poche e incerte – coordinate. Così, in una pianura «senza scopo / apparente» si scorge un telos nei soli passi che l’attraversano (Una pianura), in un «qui» si incontra il «nulla» (Paesaggio), nell’oscurità si staglia una sfumatura vivace, capace di serbare speranza. Lo sguardo «laterale» – sia esso poetico o pittorico – («Sempre laterale lo sguardo, sempre in attesa / del movimento imprevisto», Bandiere di carta, VII) disvela profondità e umanità, fa battere sentieri d’attenzione che possono – e devono – anche varcare i confini delle pagine (Ultimi cenni del custode delle acque, XVII).

 

Su L’EstroVerso: THE ROCK – La poesia che r-esiste: Gabriel Del Sarto, Il grande innocente, Aragno

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Ivan Kljun, Sfere nello spazio, 1923

Oggi su L’EstroVerso il terzo articolo della mia nuova rubrica THE ROCK – La poesia che r-esiste

«Di fatto, ci percepiamo sempre e solamente
come pastosi fantasmi, sculture nella nebbia,
scheletri addobbati alla moda con della carne».

Durs Grünbein

Il primo assillo è temporale, cruccio esistenziale e viatico indispensabile della poesia; il sostegno e la croce di questo importante libro di poesia che è Il grande innocente (Aragno, «i domani», Torino, 2017) di Gabriel Del Sarto.
Per chi ha familiarità con l’opera dell’autore toscano, potrà scorgere un’evoluzione stilistica rispetto a I viali e a Sul vuoto (le due raccolte precedenti) – e infatti Il grande innocente va a chiudere una “trilogia del tempo” come ci dice lo stesso Del Sarto in nota –, una trasformazione dell’impianto concettuale che traduce la voglia di stabilire un contatto più duraturo col mondo. La necessità “ripristinante” presente sin dagli esordi («noi colle amarene Fabbri sul gelato allo yogurt / mentre ripristiniamo scene bibliche», A 3 km., Gabriel, in I viali, Ed. Atelier, 2003, p. 10) cerca approdi e trova nel ricordo una momentanea sistemazione. Ricordo che, nel caso di quest’ultima raccolta, non si limita a condividere quelle esperienze personali che tanto hanno contraddistinto la poesia di Del Sarto (la dimensione “patetica” del linguaggio sembra adesso incrociarsi con un distacco che allontana il soggetto, quasi ridotto a presenza fantasmatica), ma affonda nell’impersonale delle ere, delle stratificazioni e delle pieghe ctonie, minerali: «Esiste quasi / da sempre anche l’Anticlinale, / è una piega / delle rocce, una struttura / dove gli strati sono convessi…» (Il tempo e la vita, p. 7).

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Su L’EstroVerso: THE ROCK – La poesia che r-esiste: Davide Castiglione, Non di fortuna, Italic

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Cargiolli Claudio (Casa a Zenobia, 2017, olio su tela su tavola, cm.50×80)

Oggi su L’EstroVerso il secondo articolo della mia nuova rubrica THE ROCK – La poesia che r-esiste

L’entropia del linguaggio impatta sin dagli esordi in questa nuova raccolta di Davide Castiglione. Non di fortuna, ma quasi, se il frazionamento avvertibile nel primo lavoro – Per ogni frazione, Campanotto, Udine, 2010 – del poeta piemontese (nomade, e per ora di stanza a Vilnius) sembra adesso ricercare una fuoriuscita nei casi di un’esistenza arricchita d’incontri: «Devo a un lunapark congelato / qualche gettone d’antecrisi / quando era la vacanza non io a condurmi» (Devo a un lunapark congelato…, p. 5).
Entropia, dicevamo, che la parola prova ad arginare riconsiderando tempi (vedi la ricorrenza del termine, soprattutto nella prima sezione introduttiva), costruendo spazi “privati” (titolo della seconda sezione) e valutando i corpi – «è un corpo / per terra; tòrto; terminale. / Capiterà di pestarlo; passare / l’aspirapolvere la spugna e via» (Ape, p. 20) – transitanti come se i luoghi, una volta attraversati, perdessero ogni fondamento: «Tempo in là (aeroporto / lenti appannate non un saluto / da portarle e dirsi addio / non serve a nessuno» (Quanto e quanto poco, p. 23).

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Su L’EstroVerso: THE ROCK – La poesia che r-esiste: Maddalena Bergamin, “L’ultima volta in Italia”, Interlinea

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Samantha Torrisi (Senza titolo, 2013, Olio su tela cm 18×13)

Oggi su L’EstroVerso il primo articolo della mia nuova rubrica THE ROCK – La poesia che r-esiste

«E io non sono ancora nata» (I dolori piccoli (quelli delle caviglie e dei polsi), III, p. 47), è questa plausibilità di spinta a muovere la scrittura nella nuova raccolta di Maddalena Bergamin.
L’ultima volta in Italia, seconda uscita della collana Lyra giovani, a cura di Franco Buffoni per la casa editrice Interlinea (Novara, 2017), già dal titolo manifesta un passaggio, una transizione esistenziale – l’autrice, d’altronde, nel 2012 si è trasferita a Parigi – che si riflette in un disagio della parola, nel tentativo di ri-definire il proprio mondo. Fosse solo questo, la raccolta sarebbe un capitolo di un “personalissimo” romanzo di formazione, invece la transizione di cui sopra, apre a uno spostamento più ampio, generazionale, nell’intercapedine della relazione tra io e mondo.

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Nuovi inizi: Bianco | Laura Pugno | Zest Letteratura sostenibile

Oggi su Zest – Letteratura Sostenibile


pugnocoverebook-600x825NUOVI INIZI: Laura Pugno, Bianco
nottetempo 2016

nota di Gianluca D’Andrea

per questa via ogni volta
ogni volta l’inizio

Avevamo lasciato la poesia di Laura Pugno impegnata nell’indagine ri-creante e nei tentativi ristrutturanti di una lingua-dimora personalissima e lontana da qualunque scuola di tendenza (per approfondire sul precedente lavoro in versi dell’autrice romana, La mente paesaggio, Giulio Perrone Editore, Roma, 2010, vedi qui).

Ora, dopo l’accertamento della fragilità del nostro essere “nel” mondo, e la ricognizione sul nostro essere postumi (i sopravvissuti del “dopo diluvio” nella lingua di La mente paesaggio), i versi di Bianco tentano un nuovo inizio. Se nella prima sezione, l’inizio dell’inverno, si introducono i termini di un’origine minerale, il cui movimento è ancora potenziale, congelato sotto una coltre che ne vela la vitalità – «tutto sembra diventato neve sulla terra» (p. 9) o «tutto è sotto una coperta di lana» (p. 10) –, è anche vero che la lingua “residua” sembra assumersi il compito di dire un “altro” mondo: «vedrà al buio / la lingua rimasta è poca, / devi con questa, di nuovo ora» (p. 10).

La complessità di ogni inizio consiste nel “volontarismo” che dovrebbe fondare il cammino e Laura Pugno, come altri della sua generazione, ha vissuto l’esperienza della fine, la collisione del mondo col niente del senso e la conseguente cogitazione sull’incontro/scontro relazionale soggetto-oggetto; la fine di una dialettica identificabile, la fine di identità e ideologie. Questa stessa generazione deve provare, ha il compito, appunto, di rischiare un nuovo cammino, pur nelle difficoltà dovute a un’impasse linguistica ineluttabile per un soggetto scrivente che si riconosce solo attraverso la sua scomparsa.

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