Su L’EstroVerso: THE ROCK – La poesia che r-esiste: Davide Castiglione, Non di fortuna, Italic

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Cargiolli Claudio (Casa a Zenobia, 2017, olio su tela su tavola, cm.50×80)

Oggi su L’EstroVerso il secondo articolo della mia nuova rubrica THE ROCK – La poesia che r-esiste

L’entropia del linguaggio impatta sin dagli esordi in questa nuova raccolta di Davide Castiglione. Non di fortuna, ma quasi, se il frazionamento avvertibile nel primo lavoro – Per ogni frazione, Campanotto, Udine, 2010 – del poeta piemontese (nomade, e per ora di stanza a Vilnius) sembra adesso ricercare una fuoriuscita nei casi di un’esistenza arricchita d’incontri: «Devo a un lunapark congelato / qualche gettone d’antecrisi / quando era la vacanza non io a condurmi» (Devo a un lunapark congelato…, p. 5).
Entropia, dicevamo, che la parola prova ad arginare riconsiderando tempi (vedi la ricorrenza del termine, soprattutto nella prima sezione introduttiva), costruendo spazi “privati” (titolo della seconda sezione) e valutando i corpi – «è un corpo / per terra; tòrto; terminale. / Capiterà di pestarlo; passare / l’aspirapolvere la spugna e via» (Ape, p. 20) – transitanti come se i luoghi, una volta attraversati, perdessero ogni fondamento: «Tempo in là (aeroporto / lenti appannate non un saluto / da portarle e dirsi addio / non serve a nessuno» (Quanto e quanto poco, p. 23).

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Su L’EstroVerso: THE ROCK – La poesia che r-esiste: Maddalena Bergamin, “L’ultima volta in Italia”, Interlinea

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Samantha Torrisi (Senza titolo, 2013, Olio su tela cm 18×13)

Oggi su L’EstroVerso il primo articolo della mia nuova rubrica THE ROCK – La poesia che r-esiste

«E io non sono ancora nata» (I dolori piccoli (quelli delle caviglie e dei polsi), III, p. 47), è questa plausibilità di spinta a muovere la scrittura nella nuova raccolta di Maddalena Bergamin.
L’ultima volta in Italia, seconda uscita della collana Lyra giovani, a cura di Franco Buffoni per la casa editrice Interlinea (Novara, 2017), già dal titolo manifesta un passaggio, una transizione esistenziale – l’autrice, d’altronde, nel 2012 si è trasferita a Parigi – che si riflette in un disagio della parola, nel tentativo di ri-definire il proprio mondo. Fosse solo questo, la raccolta sarebbe un capitolo di un “personalissimo” romanzo di formazione, invece la transizione di cui sopra, apre a uno spostamento più ampio, generazionale, nell’intercapedine della relazione tra io e mondo.

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Nuovi inizi: Bianco | Laura Pugno | Zest Letteratura sostenibile

Oggi su Zest – Letteratura Sostenibile


pugnocoverebook-600x825NUOVI INIZI: Laura Pugno, Bianco
nottetempo 2016

nota di Gianluca D’Andrea

per questa via ogni volta
ogni volta l’inizio

Avevamo lasciato la poesia di Laura Pugno impegnata nell’indagine ri-creante e nei tentativi ristrutturanti di una lingua-dimora personalissima e lontana da qualunque scuola di tendenza (per approfondire sul precedente lavoro in versi dell’autrice romana, La mente paesaggio, Giulio Perrone Editore, Roma, 2010, vedi qui).

Ora, dopo l’accertamento della fragilità del nostro essere “nel” mondo, e la ricognizione sul nostro essere postumi (i sopravvissuti del “dopo diluvio” nella lingua di La mente paesaggio), i versi di Bianco tentano un nuovo inizio. Se nella prima sezione, l’inizio dell’inverno, si introducono i termini di un’origine minerale, il cui movimento è ancora potenziale, congelato sotto una coltre che ne vela la vitalità – «tutto sembra diventato neve sulla terra» (p. 9) o «tutto è sotto una coperta di lana» (p. 10) –, è anche vero che la lingua “residua” sembra assumersi il compito di dire un “altro” mondo: «vedrà al buio / la lingua rimasta è poca, / devi con questa, di nuovo ora» (p. 10).

La complessità di ogni inizio consiste nel “volontarismo” che dovrebbe fondare il cammino e Laura Pugno, come altri della sua generazione, ha vissuto l’esperienza della fine, la collisione del mondo col niente del senso e la conseguente cogitazione sull’incontro/scontro relazionale soggetto-oggetto; la fine di una dialettica identificabile, la fine di identità e ideologie. Questa stessa generazione deve provare, ha il compito, appunto, di rischiare un nuovo cammino, pur nelle difficoltà dovute a un’impasse linguistica ineluttabile per un soggetto scrivente che si riconosce solo attraverso la sua scomparsa.

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Franco Buffoni, “Personae”, Manni, San Cesario di Lecce, 2017

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Franco Buffoni (Foto di Dino Ignani)

Franco Buffoni, Personae, Manni, San Cesario di Lecce, 2017

personaeNell’Enrico V si possono leggere due passi che tanto dicono sugli individui, o meglio, sulle “persone” nel loro rapporto col contesto storico:

«Che siamo come dei naufraghi su un banco di sabbia, che s’aspettano di essere risucchiati dalla prossima marea».

(William Shakespeare, Enrico V, IV, 1, trad. di Andrea Cozza)

«Che altro sei tu, se non il rango, il grado, la forma esteriore».

(William Shakespeare, ibid., IV, 1, trad. di Andrea Cozza)

Questa riflessione sull’essere nulla o forma esteriore – maschera, persona – è alla base dell’unicum teatrale “messo in scena” da Franco Buffoni nel 2017 e pubblicato da Manni.
Personae, cioè il nucleo di finzione che “definisce” l’individuo. Sono quattro i personaggi che si incontrano/scontrano nel dramma, anche se penso sia lecito sospettare che ad essere “rappresentate” siano le sfaccettature dell’animo del poeta lombardo, la “moltitudine” che ne costituisce paradigmaticamente la soggettività. Tornando alla suggestione shakespeariana, una forma fatta dalle varie forme di un’esteriorità pronta a essere risucchiata nel nulla (Buffoni inscena un congedo, una fine già avvenuta e risuscitata da un lapsus mediatico, e che poi, circolarmente, ri-finirà per diventare una morte alla seconda potenza).
Fin qui il Novecento agisce – quasi paratesto, la storia – senza dubbio, come tradizione assodata (altrimenti non può essere per un poeta nato in pieno XX secolo), tra l’altro:

Il tu

I critici ripetono,
da me depistati,
che il mio tu è un istituto.
Senza questa mia colpa avrebbero saputo
che in me i tanti sono uno anche se appaiono
moltiplicati dagli specchi. Il male
è che l’uccello preso nel paretaio
non sa se lui sia lui o uno dei troppi
suoi duplicati.

(Eugenio Montale, Il tu, in Satura, Milano, 1971)

Occorre capire, se ci sono, quali novità Personae apporti, non solo nella produzione del suo autore, ma anche nella tradizione cui può essere assimilato.
Innanzitutto il genere: il teatro. Dicevamo, primo tentativo in assoluto per Buffoni, e che si colloca dopo la pubblicazione della serie di narrazioni de Il racconto dello sguardo acceso (Marcos y Marcos, Milano, 2016), le quali davano testimonianza di un’identità «personale e collettiva – che può riconoscersi solo in funzione dell’altro» (Gianluca D’Andrea, Una riflessione su Franco Buffoni, Il racconto dello sguardo acceso, in «Gianluca D’Andrea», marzo 2016, qui). Altro che è in primo luogo il linguaggio: la capacità o meno che il nome riesca a indicare l’oggetto cui si riferisce e, infatti, l’Atto I è incentrato sulla presentazione delle “personae”, con un’ossessività interpretativa che investe proprio la nominazione. Veronika, la “vera icona”, con uno slittamento costante tra verità e rappresentazione (icona come immagine), oppure la scomposizione, quasi all’inizio, del nome dell’amato nei giochi amorosi tra Narzis ed Endy: «”Nar/zis/qui/t’/aime”» (I, 1, p. 8), ecc.. Parole ghigliottinate, tranciate, nomi che possono chiarirsi solo dentro la loro ambiguità o oscurità.
L’ambiguità delle parole è la finzione base dell’identità, la quale andrebbe a ri-costituirsi attraverso un’agnizione o, meglio, una nuova educazione: «Non credi, Veronika, che Kostia / Sia stato anche lui una vittima? / Come te, vittime entrambi / Di un’educazione all’ipocrisia» (I, 3, p. 19), dice Narzis parlando dell’inganno che è all’origine dell’unione – e quindi della separazione – tra Veronika e Kostia, cioè un’omosessualità nascosta perché «in Ucraina allora come oggi / Non lo poteva dire. Fingeva» (I, 3, p. 16). Finzione e disorientamento identitario che sembrerebbero derivare proprio dall’incontro/scontro col mondo, con una società educata, appunto, “all’ipocrisia”:

«Se non si trattasse che di mostrare ai giovani l’uomo dalla sua maschera, non ce ne sarebbe neppure bisogno, essi lo vedrebbero sempre anche troppo; ma, poiché la maschera non è l’uomo, e non bisogna che la sua vernice lo seduca, dipingendo loro gli uomini, dipingeteli tali quali sono, non perché essi li odino, ma perché li compiangano e non vogliano rassomigliarvi».

(Jean-Jacques Rousseau, Emilio, IV, 3, trad. di Aldo Visalberghi)

Certo, l’ipotesi russoiana di una “pulizia” identitaria derivante dalla “liberazione” degli istinti, si scontra in Buffoni con ben altre maschere, come quella del “negazionista” Inigo, quasi simbolo di una repressione assoluta, anche se con matrici riconoscibili catto-fasciste. Il rifiuto di ogni apertura laica, un “conservatorismo” profondo che prova a convivere con il massimo di apertura progressista, crea attrito tra il “saporoso” Narzis e, appunto, il “sacrificale” Inigo (personificazione di Inigo Yànez de Onazy, leggiamo in nota, cioè Ignazio di Loyola). Così tra vita e morte – il gesuita, lo ricordiamo en passant, doveva lasciarsi condurre dai suoi superiori perinde ac cadaver, come un cadavere – si gioca la simulazione imbastita da Buffoni, nella confusione dei due termini, oppure nella dimensione dialettica che mette in dialogo finzione e realtà, progresso e reazione:

INIGO: «Voi […] siete morti, visitate la vita come fosse
Una passeggiata salutista, la mimate».

NARZIS: «[…] Tu sei la morte e non te ne accorgi,
Nella condizione pre-moderna
In cui si trova il tuo cervello».

(III, 1, p. 51)

Come si intuisce anche da questo scambio rapido di battute, al centro del dramma (e infatti centrale è la scena prima dell’atto terzo) si svolge il Certamen, la battaglia verbale tra le due anime che scindono l’unicum individuale. La parola in questo caso riverbera nell’agone, dove a emergere è, però, “l’ultima parola”, resa meno arbitraria dalla fedeltà a un desiderio irrealizzato, ma correlato alla formazione dello stesso individuo. Come nell’episodio dello Jisei, cioè del componimento, secondo la tradizione giapponese, definitivo, del commiato di un autore da se stesso prima della fine e, nel caso del nostro testo, dell’individuo dalla sua unità, attraverso un senso soggettivo che travalica ogni obiettività: «Perché tu come eri, / Come sei stato in quegli anni, / vivi oggi in me / Più di quanto quel tu / Non viva in te stesso» (III, 2, p. 56).
La scomparsa dell’integrità del soggetto, cruccio occidentale e risultato di un cammino lungo che si dipana dalla perdita di centralità dell’essere al mondo, nel mondo, si riflette nel linguaggio, il quale nell’Atto IV (Attraversamento della morte in otto quadri), è denudato di ogni certezza. La riflessione sui “generi” – dal Filò di Zanzotto fino a Death di Shelley – investe la morte stessa, l’indecisione delle lingue europee, dell’occidente, nel definirla. Forse proprio in quest’assenza di definizione si apre la possibilità – e la novità di cui si diceva – affinché le parole continuino a indicare, a segnalare, a cercare un rapporto, un’unità per quanto temporanea tra la “persona” e il mondo: NARZIS «Il vero punto non è riuscire a non pensarci / E tanto meno inventarsi nuove forme / Di vita per il dopo, ma sin dall’inizio / Educarsi a concepire / La vita con la morte, / In inscindibile unità» (IV, 5, p. 86).
Unità effimera, tentata, fino alla scomparsa definitiva in cui «un’ombra in movimento» (la “persona” o la parola) «tace per sempre» (IV, 8, p. 96, citazione da Macbeth, V, 5). Nell’oscillazione costante tra aderenza e fuga, presenza e scomparsa – nell’Atto V con inserzioni che restano sospese nel “disordine” di un’attualità stringente ma intuita più che definibile – si chiude la rappresentazione, la cui ciclicità, ancora una volta in Buffoni, tiene aperta la cifra indissolubile del dubbio che ci fa uomini, contro ogni certezza acquisita, dogmatica, anche a costo di immergersi, anzi con l’unico dovere di mescolarsi al “caos” del mondo: «Il y a du kafka là-bas…» (V, 2, p. 109).

Gianluca D’Andrea
(Luglio 2017)

Sulità | Nino De Vita | Zest Letteratura sostenible

Oggi su Zest – Letteratura Sostenibile


sulitàSulità | Nino De Vita
Mesogea, 2017

Nota di Gianluca D’Andrea

Continuano i racconti in versi nel dialetto personalissimo e assoluto di Cutusìu. Nino De Vita sembra proseguire per accumulo di esperienze trasfigurate nel ricordo e, proprio attraverso la trasformazione, ne ri-delinea i connotati, riuscendo a vivificare epicamente un mondo apparentemente estinto, sublimando le ombre e svelando, sotto la loro apparenza, una realtà arcaica ma ancora produttiva, quasi archetipo di un’umanità assoluta.

Certo, la Sicilia di De Vita, circoscritta al territorio d’origine, nonostante le vibrazioni suscitate dalle vicende dei personaggi raccontati, si basa su una fissità etica che rischia l’immobilismo, ma la fa sua forza risiede in un “classicismo” super partes che non abbisogna di altri giudizi se non quello della testimonianza.

Questo classicismo etico riflette non tanto l’ostinazione di parlare della “propria provincia”, ma l’umiltà di limitarsi a raccogliere quello che l’alterità rende disponibile – d’altronde, come diceva Balzac: “beato chi ha una provincia da raccontare”.

Si tratta, allora, di aderire a un humus produttivo, con tutte le incongruenze o gli estremi di violenza e rassegnazione leggibili, ad esempio, nel bellissimo racconto in versi A sciarra (Il litigio), in cui una semplice vicenda familiare contiene nei rapidi giri dei versi, nelle inarcature così frequenti e dirette, nei termini quasi basilari – da sottolineare la presenza di parole alterate con effetto straniante, dai diminutivi “Uzzu”, “niputeddu”, “tanticchia” fino all’accrescitivo “tintuna” – un universo umano fatto di gelosie, ripicche, vendette tremende (è un uomo a raccontare in prima persona la vendetta truce del genero che, per non aver ricevuto la terra in eredità, non solo non fa conoscere ai nonni il nipote dopo la nascita, ma, come se non bastasse, li sbeffeggia, facendo percepire la presenza del bambino portandolo via prima che loro riescano a vederlo). Un panorama umano sfaccettato ma accomunato nella lotta per la sopravvivenza, come nell’episodio del benzinaio che assume un vecchio di novant’anni, il quale vorrebbe arrotondare l’esigua pensione, pagandolo con una “anticchia ri bbenzina” per il nipote, lamentandosi anche della cattiva efficienza dell’uomo.

Dicevo di una vivificazione epica del mondo attraverso il racconto e di una tracciabilità “teatrale” delle vicende (a tal proposito cfr. L’idioma universale – A ccanciu ri Maria) che attraversa tutta l’opera di De Vita, e che è riscontrabile anche in Sulità. Resta da verificare se in quest’ultimo lavoro la stessa “teatralità” sia ancora in funzione di testimonianza (attraverso il teatro della vita si giunge al reale?) oppure se questa costante “rappresentativa” si stia trasformando in qualcos’altro.

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Il campo dei cigni | Marina Cvetaeva | ZEST Letteratura sostenibile

Con questo articolo s’inaugura la mia collaborazione a Zest – Letteratura Sostenibile


Cvetaeva_Cigni_cover_con-data-600x825Bianco: tra l’idea e la storia – Il campo dei cigni di Marina Cvetaeva
nottetempo, Milano, 2017

nota di Gianluca D’Andrea

Il campo dei cigni di Marina Cvetateva vede finalmente luce in Italia, nella sua versione completa a cura di Caterina Graziadei, per i tipi di nottetempo.
Il tragitto tutt’altro che lineare del libro, come tutta l’opera della sua autrice, evidenzia una volta di più la funzione testimoniale del linguaggio poetico, a dispetto di ogni ostracismo politico.

Nello specifico, Il campo dei cigni, fatica portata a termine da Cvetaeva tra il 1917 e il 1920, cioè in un periodo tra i più rilevanti e tragici del XX secolo, in quel passaggio violento e desolante segnato dalla Rivoluzione, viene a rappresentare un’operazione in cui stratificazioni storiche (il contemporaneo dell’autrice e la storia dell’antica Russia, intravista attraverso la sua tradizione epica, dal Cantare della schiera di Igor’ al Lamento sulla disfatta della terra russa) si intrecciano alla “passione” per la prospettiva popolare, con il risultato di un legame di lunga gittata tra l’individuo e il tempo. Emerge un’aspirazione all’unità per cui la simbologia del bianco, così “assordante” in tutta la raccolta, diventa il correlativo di un desiderio “civile” percepito sul margine della sua stessa fine. In sostanza, Cvetaeva è riuscita ad abbracciare i dati di realtà trasformandoli, però, in un ideale di lungo respiro, in cui coagula il misticismo ereditato dalla tradizione della storia russa precedente alla Rivoluzione.

Con ogni probabilità anche l’educazione personale di Cvetaeva, da cui deriva una concezione “nobilitante” dell’esistenza, è sintomo dello sdegno manifesto per ogni categorizzazione sociale, e della scelta totalizzante per una libertà individuale ai limiti dell’eccentricità. Se quanto appena esposto è vero, allora i versi che si leggono a p. 81 della presente edizione, «Due soli nemici ho avuto al mondo, / due gemelli, fusi insieme per sempre: / la fame degli affamati – e la sazietà dei sazi!», diventano paradigma di una personalità esacerbata da contrasti e opposizioni, lacerata da una tensione all’elevazione che solo la parola e il canto parrebbero soddisfare.

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BREVI APPUNTI SULLA FINE VI – “Nessun confronto, nessuna fine”: “Senza paragone” di Gherardo Bortolotti, Transeuropa, Massa, 2013

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Gherardo Bortolotti

BREVI APPUNTI SULLA FINE VI – “Nessun confronto, nessuna fine”: Senza paragone di Gherardo Bortolotti, Transeuropa, Massa, 2013

gherardo_bortolotti_senza_paragone_copertinaIl rimpicciolimento del punto di vista in un flusso conglobante, che abbraccia il massimo possibile di un reale comunque in fuga, è la “tecnica” messa in atto da Bortolotti in questo suo libro di passaggio.
Senza paragone (ricordando che Tecniche di basso livello è del 2009 e che è uscito da poco, nel 2016, Quando arrivarono gli alieni) si presenta come un dispositivo, dunque, un conglomerato di tracce verbali messe in riga per un possibile senso. Per entrare tra le maglie di questo dispositivo occorre abbassare l’orizzonte di presenza del soggetto e provare a captare, comunque, lo sforzo di “comprensione” senza simulazioni dell’io scrivente, e la conseguente definitiva (almeno nelle intenzioni dell’autore) de-liricizzazione del contesto. Se «il mondo è quello che è indipendentemente dagli interessi di qualsiasi descrittore» (H. Putnam, Mente, corpo, mondo, Il Mulino, Bologna, 2003, p. 15), ma comprendendone gli stessi interessi, allora la prosa-mondo di Bortolotti vive nell’intreccio ad oltranza, in una tessitura verbale per cui il soggetto è come in bilico tra presenza e assenza e la sua possibilità di relazione è situata nell’intercapedine, ovvero nella funzione quasi “ri-creativa” di una similitudine molto facilmente ribaltabile in distinzione.
Forse il limite e la forza, quindi tutta l’ambivalenza del linguaggio di Bortolotti (non solo di Senza paragone) risiede nell’oscillazione scandita da tappe elencative, e quasi tassonomiche per come sono divisi numericamente i testi, che ricostituiscono la dinamica tutta illuministica di una conformazione d’archivio, enciclopedica.
Lo stratagemma compositivo del libro – e rifletterei sul titolo separando i due termini: “senza” / “paragone”, nella riproduzione dell’ambivalenza tra assenza e presenza relazionale attuabile solo nel confronto -, quella similitudine pronta a essere ribaltata nel suo opposto, plasma un’atmosfera inedita, per cui il lettore si trova immerso nel mondo “descritto” (mondo occidentale, suburbano-urbano, per lo più piccoloborghese, perciò settoriale e paradigmatico, per quanto anche totalmente “soggettivo”) come dentro una bolla, anche se l’ipotesi distanziante è come attraversata da una pietas partecipativa, a sua volta quasi congelata da una classificazione in esubero, dal surplus d’informazione.
Lo stilema della similitudine (compreso il suo opposto) è la base per lo sviluppo di un andamento solenne del discorso, ma di una maestosità diminuita, con richiami poematici classici – quasi un’epica di “basso livello” -, mentre l’impostazione sistematica pare richiamare un’esigenza di percezione “cartesiana”, all’interno dei cui assi pare muoversi uno scibile caratterizzato da ulteriori ambivalenze. Se, da un lato, la pulizia del dettato, la sua cadenza meccanica manifesta una potenzialità descrittiva, in termini di accumulazione, che rende possibile l’archiviazione in una gabbia formale, dall’altro, l’impossibilità di esprimere la “totalità” rompe le sicurezze del modello e si formano incrinature nel flusso, fino a cadere letteralmente nell’inespresso perché inesprimibile. Ma occorre riportare un esempio:

senza paragone 22

01. come le ore di lavoro, l’interstizio lunghissimo, laminare, in cui ti inoltri tra masse di giorni perduti, di giorni a venire, di quel che resta di scenari probabili che ti vedevano felice, scartati a seguito di un particolare secondario, di una ricaduta marginale di eventi a più larga scala, della crisi finanziaria, della governance del territorio, in cui sei implicato insieme a migliaia di altre persone secondo sistemi complessi di casualità, approssimazione, eterogenesi dei fini, e che ti hanno raggiunto, e spinto nell’angolo in cui sei, ossessionato da ciò che capita, dalla macchina del presente, dalla sua estensione chilometrica, tridimensionale, apocalittica

02. come il fatalismo all’uscita dell’ufficio, le vaste prospettive di quei primi minuti

03. come il sole, le ombre precise che disegna sulle facciate degli stabili, delle villette, la limpidezza peculiare degli orizzonti suburbani che attendono l’arrivo di astronavi aliene, lunghe e vaste come cumulonembi, le cui forme segneranno il termine di ogni ordine, di ogni parsimonia nei desideri, nella consumazione dei propri giorni, in cui si avvicendano casi successivi, casi ragionevoli, che ti conducono in angoli della casa dove scopri alcune briciole, una macchia, le tracce di una tua vita passata, fantomatica in cui

(pp. 49-50).

Ad apparire è un quadro preciso pur nella propulsione dileguante nel flusso, in cui si perde (o si maschera?) il soggetto. Dall’archivio visivo e poi mnesico – per lo più la visuale è minima, concentrata sul particolare minuzioso che si espande al contesto e ritorna su se stesso, anche se l’ordigno ciclico, barocco o “illusivo”, è interrotto dal taglio secco della chiusa: «casi successivi, casi ragionevoli, che ti conducono in angoli della casa dove scopri alcune briciole, una macchia, le tracce di una tua vita passata, fantomatica in cui». Eppure, l’osservazione da “scientifica”, in direzione “cartesiana”, perde la sua risolutezza e si fa più attenta alle sfumature, alle ombre proiettate da un soggetto che sembra perdere la sua capacità di contenitore obiettivo.
All’inizio parlavo di intercapedini di contatto. Ecco, verso la fine di Senza paragone questi minimi intervalli, per cui il mondo poteva farsi luce nel dispositivo, si allargano in crepe e «si aprono dall’occhio», rendendo intuibile (e infatti Quando arrivarono gli alieni sembra confermarlo, con prestanza allegorica e affabulatoria) la presenza sempre più assidua di un’esteriorità finora tenuta a distanza.
Forse il linguaggio di Bortolotti non aveva ancora trovato la sua capacità di incontrare il mondo con la sua forza dirompente, ma Senza paragone sta proprio a manifestare la possibilità di una fuoriuscita da coordinate rassicuranti:

senza paragone 27

01. come l’estensione del cielo nelle ore del giorno, i diversi toni di azzurro in cui la profondità si estingue, la distanza luminosa dell’orizzonte, dei quartieri periferici, delle aree industriali suburbane, oltre cui la pianura si inoltra in regioni di lontananze, bassa densità di popolazione, politiche razziste

02. affine agli anni della giovinezza, alla loro poca ricchezza lasciata alle spalle, in termini di esperienza, gioia, senso delle cose di cui

03. simile a un altro, di questi

04. diverso dalle foglie che marciscono nel parco, dall’erbaccia che spunta accanto alle ringhiere, ai cancelli, dalle giornate che ti sprofondano nell’autunno e nella normalità dell’estinzione, nella successione disillusa delle serie televisive

05. come le cose che hai finito di fare, le giornate trascorse di cui in parte possiedi i frangenti, le scene quasi sospette di salotti in penombra, di corridoi, di cucine in cui la frazione di un senso ti è apparso, mentre ti iniziavi alla sera, mentre pulivi le briciole della cena finita, i minimi resti di insalate, sugo, fette di pane, che cancellavi con lo straccio sotto la lampada accesa ed un pensiero di come sarebbe, se tutto di colpo finisse, se la sottile tensione superficiale di ciò che è in corso, di ciò che è vero, cedesse alle pressioni delle possibilità scartate, degli errori, degli impliciti paragoni con cui siamo arrivati al presente, alla soglia delle altre cose a venire, al cospetto dei nostri mobili, dei nostri cari, anch’essi inoltrati, come radici, fino a questo livello del mondo corrente, della farraginosa materia dell’ignoto reale, diretti ancora più a fondo, consumando il passato, le opinioni, l’eterogenesi dei fini, il significato sbagliato di ciò che è avvenuto e trovando, di colpo, abbassando lo sguardo, le tracce del tempo passato, degli anni lasciati alle spalle, nelle pieghe di un dito, nelle crepe del muro, nelle rughe raggiate come antichi sistemi di canali che, allo specchio, si aprono dall’occhio, verso la tempia, verso lo scorcio della nuca e tutto quello spazio, che non puoi vedere, perché lo copri

(pp. 59-60)

Gianluca D’Andrea
(Giugno 2017)

“Il tempo del consistere” di Gianfranco Fabbri, L’arcolaio, Forlimpopoli 2016

Fabbri
Gianfranco Fabbri

Il tempo del consistere di Gianfranco Fabbri, L’arcolaio, Forlimpopoli 2016

consistereIl libro di poesia più bello letto in questi primi mesi del 2017 è un libro di prose. Lo ha scritto Gianfranco Fabbri ed è stato pubblicato dalla da lui fondata casa editrice L’arcolaio che, dal 2008 a oggi, è diventata una delle realtà più vive e propositive proprio nell’ambito della pubblicazione e diffusione della poesia in Italia.
A contraddistinguere Il tempo del consistere, evidenza che con ogni probabilità me lo ha fatto più amare, è la presenza del pudore, e quindi di un’etica del rispetto, che si espande dal ricordo e che si fa presenza assoluta, atemporale. Una costumatezza, dunque, che coraggiosamente si oppone alla volgarità del mondo, accompagnandosi allo stupore per lo stesso e a un’attenzione tutelare verso lo strumento linguistico che deve prendersene cura:

«Fuori, intanto, bianco s’apposta il manto sulle case del paesaggio. (Mondo)
Ho cancellato paesaggio e ho preferito inserire al suo posto il termine “mondo. Perché?
Soltanto perché più liquido-tondo-breve-universale?
Non solo per questo.
Il di più non lo saprei spiegare»

(Anche una forte nevicata avrà la sua bella sintassi, p. 87).

Sì, emerge infatti, nei testi di questo libro, un senso di apprensione relazionale non facilmente riscontrabile in altre operazioni coeve. Ed è proprio la poesia a essere trattata con rispetto da chi rinuncia all’evidenza del verso trasmettendone il ritmo in una prosa pregnante ed eterea allo stesso tempo, quasi in un respiro che immetta il suo fiato nei momenti di raccoglimento e riflessione, per poi diffonderlo, senza infingimenti o esorbitanze, nel giro della relazione o del contatto col mondo.
Tanti sono i passi in cui un’attrazione desiderante nei confronti del contesto si rende manifesta, sin dagli esordi passionali di una ritualità nostalgica nella sezione Echi del passato, in cui il presente si riattiva per mezzo dei ricordi, in attimi di disorientamento:

«Non mi va stamane di alzarmi.
All’improvviso mi sono ricordato di me»

(p. 13)

oppure,

«Il gioco è stato ricreato.
Un’idea venuta così per caso.
L’idea dell’infanzia, nello specifico»

(p. 15).

Certo, se la nostalgia non fosse sostenuta da un’essenziale ironia, la quale riesce a mettere tra parentesi il soggetto confermandone il ruolo di testimone decentrato, allora l’intera operazione rischierebbe d’impantanarsi nel rigagnolo di una verbalizzazione intimista e per ciò stesso stucchevole. Questo non avviene grazie alla maturazione di un’autoconsapevolezza (anche temporale, i testi de Il tempo del consistere, infatti, “sono stati scritti negli ultimi quattro anni del Novecento”, quindi pubblicati a notevole distanza dalla loro composizione), in cui al pudore e all’ironia sembra saldarsi la tenerezza onnicomprensiva della grazia:

«Nel giardino di casa, Hitler un giorno andò incontro al suo cane lupo per accarezzarlo. La bestia all’inizio si ritrasse con occhi timorosi; poi, come convinta da una forza superiore, accettò le effusioni con cautela»

(Lager, pp. 34-35).

Affiora un senso di fiducia solo grazie alla scomparsa della pretesa dell’io a un’autodeterminazione:

«Perdi i capelli, mio caro.
Sei quasi più bello.
Non vorrei che fosse altrimenti: non saresti tu»

(p. 40).

È in atto la cognizione del deperimento dell’essere che può persistere solo nella “consistenza”, cioè nello stare saldo (finché è possibile) insieme al mondo, riconoscendone la necessità.
Allo stesso modo il linguaggio si arrende alle referenze e affida alla sola presenza la possibilità di un senso:

«Poi, quando la notte gela, sembra che tutto contragga in sé. Sui tetti, i rivoli d’acqua si solidificano in una morte soltanto apparente»

(Quando soffia la calma strana dell’inverno, p. 58).

Nessuna risposta, ma la resa a quella “forza superiore” che in Fabbri è ricollegabile a una fede religiosa ben definita, e che nel lettore potrebbe suscitare la percezione dell’umiltà necessaria per un vero accesso al mondo. Come negli splendidi quadri della sezione La suggestione della cultura, in cui nel testo dedicato ad Anna Frank si può leggere:

«come sempre è il cuore a rivalutare il senso dell’esistenza; con i cantucci nella soffitta, dove i due ragazzi mondano le patate e possono ammirare il cielo pieno di nuvole al tramonto.
Per un miracolo ancora, il mondo si ripete»

(Anna Frank, p. 70).

Abbiamo osservato come al tentativo, a questo punto realizzato, di accesso al mondo, si affianca la riflessione sullo strumento linguistico, con cui si rende possibile l’estatica comprensione dell’alterità, la “consistenza”, appunto, nel tempo della relazione:

«All’alba della scrittura è possibile cogliere l’esatto momento dell’estasi»

(Tra Rimini e Forlì, in treno: ore 21,15, p. 77).

Estasi che parte dal consistere: un movimento che cerca di consegnare il senso di una fuoriuscita dal sé per confermare la “presenza” nel contesto:

«Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere»

(p. 83).

Proprio quando più pressante si fa l’urgenza di una riflessione sulla scrittura (la sezione Il rovello della scrittura quasi conclude il libro, se si eccettua l’explicit Frammenti e aforismi, che, però, pare aprire a considerazioni ancora in divenire, come l’afflato civile dell’ultimo testo dedicato alla strage di Bologna, e che riportiamo per intero al termine di questa riflessione, sembra stare a dimostrare), allora si staglia la profonda motivazione poetica che guida Fabbri: la mimesi tentata in tempi di metamorfosi anche troppo esposte, conduce a una trasposizione (perché sempre di finzione si tratta) il più possibile naturalistica:

«Per riprendere il buon Leopardi, potremmo affermare una sua idea: dire cioè che lo stile dà perfezione all’opera e l’opera è tanto più perfetta quanto più risulta imitazione della Natura»

(p. 86).

Allora, dopo aver considerato la tensione al reale della presenza, partendo dallo stupore che il soggetto perpetua nei confronti dell’esistente, il suo “consistere” o resistere comune, non ci resta che riportare l’estrema testimonianza, che Fabbri infatti incastona in conclusione, di un trasporto alla vita collettiva e relazionale che è anche consapevolezza della sua possibile cancellazione per mezzo della violenza e del terrore. Su questa voragine che si spalanca come un monito si chiude anche la nostra analisi:

Accumulazione paratattica per una tragedia

(Due agosto, 1980 – Bologna)

Un’esplosione. Un tonfo immane.
Il bar sul primo binario, il piano di sopra.
La sala d’attesa, l’atrio centrale. Un’iradiddio, la voragine sul
pavimento; i vagoni dell’espresso sotto la pensilina numero
uno; il primo occhieggiare di certe braccia staccate, l’avvento
epifanico delle membra – i corpi fatti a brani – sotto le
carrozze, come nella hall e nel piazzale antistante.
Corpi sotto i taxi.
Cadaveri tornati bambini, bianchi di polvere.
Il bus 37 reso furgone funebre.
Lenzuola come tende ai finestrini.
L’occulto diniego della morte.
Il bus 37 corre all’impazzata lungo la via Indipendenza col
suo reperto di persone arrese – una macelleria in
movimento, al tempo del clacson intermittente.
Grida, bestemmie della folla.
Una fuga di gas?
Non una fuga – la bomba; lo squarcio delle sinapsi; le
trombe di Eustachio frantumate.

Sotto l’hotel Milano, la prima postazione RAI; l’attesa della
diretta.

Per tutto il giorno, un accorrere di pompieri, di reporter di una
Tv locale, degli inservienti d’ospedale; i semplici barellieri,
nella loro dinamica umiltà, da sotto le automobili tirano fuori
i corpi disarticolati e le loro anime bruciate dallo
spostamento d’aria.

E anche a sera, anche a notte fonda, alla mercé di un caldo
africano [torvo marrone demoniaco] i gruppi elettrogeni, con
le loro luci innaturali, eccoli pronti a fare il terzo grado agli
ultimi resti umani.

Più in là, isolata e muta, attonita a se stessa, spicca una
scarpa bene calzata al piede orfano della gamba.

Gianluca D’Andrea
(Maggio 2017)

Transito all’ombra | Gianluca D’Andrea Marcos y Marcos, 2016 Recensione di Gabriele Belletti – su Zest letteratura sostenibile

Transito all’ombra | Gianluca D’Andrea
Marcos y Marcos, 2016

Recensione di Gabriele Belletti

«Recando passati e passando»:una resa in visione del mondo

L’esergo (p. 9) che apre la raccolta di Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016), dichiara, quasi fosse brano di poetica esplicita, un’intenzione. L’autore lascia infatti a Mandel’štam il compito di esprimere il suo (primo) pensiero e, con esso, la sua volontà: la rinuncia a considerare un destino e una storia come meramente personali e optare per un procedere distante da chi «l’ombra sua non cura», capace invece di attraversare l’ombra stessa, evitando il «niente» in cui le parole potrebbero finire («le parole finiscono nel niente / oppure si agganciano in noi», Cambriano, p. 62).

Il transito prende effettivamente le mosse nella prima sezione, La storia, i ricordi, dove il soggetto, con la sua voce, si disloca in un passato stratificato, per riportare nel presente, in anni «‘serraturizzati’ a blocchi» (XII, p. 34), un canto da tempo interrato. Chi lo canta, infatti, si reca in una posizione di retroguardia rispetto all’oggi in cui vive e attraverso cui, lente, interpreta ciò che è stato (dinamica questa che ricorda per certi aspetti il D’Ormesson de Le rapport Gabriel). Da una tale postazione, l’autore ri-porta ricordi assemblati in paesaggi individuali e collettivi, ricostruisce e si ricostruisce scavando in un humus comune. L’assemblaggio permette di ricomporre anche un noi-agglomerato («ci riconoscevamo negli scoppi», I, p. 14), una sorta di comunità coetanea e giocosa, colta in formazione col soggetto in un contesto mutevole («Il gioco già mutava in clangore», IV, p. 18), in cui sono spesso altri, dall’alto, a decidere («Aprivano e chiudevano le frontiere», X, p. 30).

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Recensione a “Transito all’ombra” su “Poesia” 326 (maggio 2017) a cura di Lorenzo Materazzini

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Poesia maggio 2017 - recensione su Transito all'ombra