Carteggio XII: I ponti e la grazia

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Treviglio
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Messina

 

di Gianluca D’Andrea

I ponti e la grazia

Questa riflessione parte da un aneddoto. Qualche anno fa, a Messina, in macchina, aspetto che scatti il semaforo, quello di fronte alla Prefettura, vicino alla statua del Nettuno. Arriva il momento, ma la macchina che ho davanti resta ferma, pur non volendo cedere alla consuetudine di suonare il clacson, per sbloccare la situazione lo faccio, perché, spazientito, non trovo un modo più delicato. Una volta partito, mando a quel paese l’automobilista che avevo davanti. Un motociclista, che aveva seguito la scena e aveva letto il mio labiale, mi accosta dicendomi con tono gentile: «perché lo hai insultato, tu non hai mai sbagliato?». Si allontana lasciandomi ammutolito e non posso fare a meno di immergermi in una riflessione che, in quel giorno di sole e di impegni, non avrei mai immaginato. In fondo ogni errore potrebbe essere giustificato, resta che da noi lo sbaglio, proprio perché giustificabile, può essere perseverato, costituendo una norma. L’errore come norma, la giustificazione di un comportamento che, da scorretto, si fa consueto, entra nelle abitudini, nelle fibre e può trasformarsi in alibi.
Questa esperienza si è riaffacciata nella mia memoria quando ho incominciato a leggere, affondandovi sempre di più, l’opera di Friedrich Dürrenmatt, perché ho potuto riflettere su quanto, a volte, aleatorio possa essere il concetto di giustizia. La sua stessa applicazione si muove con gli eventi, può raggiungere estremi che sconfinano nel grottesco, come nel mio caso, e rischia di dipendere, in fondo, banalmente dalla nostra scelta solitaria, individuale. La pietas per l’errore altrui giustificherebbe anche il nostro errore, fino a non percepirlo più come tale, bensì come un diritto allo sbaglio, condiviso dalla comunità, e che si trasforma in arroganza, tracotanza disumana implicita nel tentativo di tutela personale. Per dirla in altro modo, la precedenza (la cortesia del far passare avanti) può vestire i panni della prepotenza (la legge del molto forte, cioè del più forte).
Non c’è nulla di più banale del male, non sarò io a rimettere in discussione questa acquisizione, per molti versi indiscutibile, del pensiero novecentesco, anzi non ci penso minimamente, dato che è un’acquisizione anche per me indispensabile, per questo mi piacerebbe riflettere sulla banalità del bene, sulle capacità di relazione e rispetto reciproco di ogni essere umano.
Questa volta le esperienze che mi hanno fatto pensare in questa direzione sono recenti, ancora non coperte da quell’oblio per cui il ricordo deve compiere uno sforzo di fuoriuscita che produce qualche deformazione. In questi mesi ho potuto assistere alla costruzione di ponti, anzi ho contribuito col mio lavoro alla loro realizzazione. Ho potuto approfondire la conoscenza di persone che hanno illuminato con la loro apertura, necessità e volontà d’incontro, la mia esistenza. La letizia, la grazia, in altre parole l’elargizione, sono, in primo luogo, una disposizione, si creda o non si creda che possano venire direttamente da Dio, è evidente che si tratta di doni, ma i doni sono fatti per chi li sa accogliere. In questi mesi, dicevo, è nata, una piccola comunità, la quale, per gioco è stata chiamata Nuova Scuola Messinese, cioè 5 persone provenienti da uno stesso luogo, con una forte passione condivisa, hanno legato l’attimo del loro incontro a una prospettiva, a un percorso, cioè, in cui la poesia è uscita allo scoperto, valicando i confini dell’esperienza autonoma, sentendo l’urgenza del dialogo e dell’accoglienza dell’altro. Il gioco sta continuando e produce altri dialoghi, lo dico per chi pensasse che l’appartenenza a un territorio, nella fatica di concretizzare nella stessa appartenenza un’identità (faccenda necessaria, comunque), fosse sintomo di chiusura o di scelte escludenti. Al contrario, come ho potuto constatare da protagonista di quest’esperienza, si stanno costruendo ponti con altre realtà, alcune conosciute, altre meno note, il che conferma la disponibilità del microcosmo della poesia italiana ad aprirsi, a non restare ingabbiato nelle camere chiuse dei particolarismi e delle oligarchie accademiche.
Sulla scia di questo slancio alla collaborazione, stiamo riscoprendo la banalità del bene, appunto, la voglia del contatto e, attraverso la comunicazione, la necessità di essere in comune nella diversità.
La lingua media e transitiva che il nord del nostro paese riesce a parlare si accosta alle circonvoluzioni sintattiche e ricche di incisi, di aggiunte, del sud e, nonostante il livellamento effettuato da sessant’anni di linguaggio televisivo – anzi, paradossalmente anche per merito di questo livellamento – si parla una lingua comune, dis-posta, proprio perché fortemente ibridata. In prospettiva, una lingua “imbastardita” ha più possibilità di sopravvivere proprio grazie all’elasticità acquisita nella ginnastica delle forzature: gli anglismi, i tecnicismi vanno ad aggiungersi alle differenze locali di cui l’Italia è così ricca da essere in esubero. Alla lingua media, quella comprensibile del parlato, può affiancarsi una lingua scritta che, partendo da quella stessa medietas, si faccia accogliente nei confronti dei possibili influssi “localistici” come dei “tecnicismi”, insomma delle lingue “altre”. Solo nell’ibridazione si può realizzare l’accoglienza, anche in termini linguistici. Ciò che conta, dunque, è la disposizione, essere spazialmente dislocati e aperti all’alterità, questa la banalità del bene.

(Maggio 2014)

Il Novecento: Vincenzo Cardarelli – 8 poesie

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Vincenzo Cardarelli

8 Poesie

(da Poesie, Mondadori, Milano 1942)

SERA DI GAVINANA

Ecco la sera e spiove
sul toscano Appennino.
Con lo scender che fan le nubi a valle,
prese a lembi qua e là
come ragie fra gli alberi intricate,
si colorano i monti di viola.
Dolce vagare allora
per chi s’affanna il giorno
ed in se stesso, incredulo, si torce.
Viene dai borghi, qui sotto, in faccende,
un vociar lieto e folto in cui si sente
il giorno che declina
e il riposo imminente.
Vi si mischia il pulsare, il batter secco
ed alto del camion sullo stradone
bianco che varca i monti.
E tutto quanto a sera,
grilli, campane, fonti,
fa concerto e preghiera,
trema nell’aria sgombra.
Ma come più rifulge,
nell’ora che non ha un’altra luce,
il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.
Sui tuoi prati che salgono a gironi,
questo liquido verde, che rispunta
fra gl’inganni del sole ad ogni acquata,
al vento trascolora, e mi rapisce,
per l’inquieto cammino,
sí che teneramente fa star muta
l’anima vagabonda.

°

FUGA

Brevi sono le forme
che il caos inquieto produce.
La vita è fiamma vinta.
Ogni cosa è costretta
in uno spazio imperioso.
Ascese immani s’appuntano
al vertice di un’ora
per ricadere dolorosamente
in una perduta impotenza.
Se poi ci si rialzerà,
non è certo.
A volte il destino divaga.
Attese di anni non bastano
a dar tempo di giungere a un momento.
E noi stringiamo la grazia
come una mano che si ritira.

°

DISTACCO

Io ti sento tacere da lontano.
Odo nel mio silenzio il tuo silenzio.
Di giorno in giorno assisto
all’opera che il tempo,
complice mio solerte, va compiendo.
E già quello che ieri era presente
divine passato e quel che ci pareva
incredibile accade.
Io e te ci separiamo.
Tu che fosti per me più che una sposa!
Tu che volevi entrare
nella mia vita, impavida,
come in inferno un angelo
e ne fosti scacciata.
Ora che t’ho lasciata,
la vita mi rimane
quale un’indegna, un’inutile soma,
da non poterne avere più alcun bene.

°

PASSATO

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo,
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì, posso dore
che m’appartieni
e qualchecosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

°

SPIRAGLI

Che cosa mi colpisce oramai!
Un velo d’ombra di mare
sui monti lontani,
un lembo di nuvola tutelare.
Ma basta levare la testa.
Le cose non stanno che a ricordare.
Piano piano i minuti vissuti,
fedelmente li ritroveremo.
Coraggio, guardiamo.

°

PASSAGGIO NOTTURNO

Giace lassú la mia infanzia.
Lassú in quella collina
ch’io rivengo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m’investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M’è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch’io sorvolo
come un ignoto, come un traditore.

°

ALLA MORTE

Morire sí,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo.
Quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.

°

TEMPO CHE MUTA

Come varia il colore
delle stagioni,
cosí gli umori e i pensieri degli uomini.

Tutto nel mondo è mutevole tempo.
Ed ecco, è già il pallido,
sepolcrale autunno,
quando pur ieri imperava
la rigogliosa quasi terna estate.

LINEA MERIDIONALE: “Uno stupore quieto” di Mario Fresa, Stampa, Azzate (VA) 2012

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Mario Fresa

LINEA MERIDIONALE: Uno stupore quieto di Mario Fresa, Stampa, Azzate (VA) 2012.

uno-stupore-quietoLa poesia vive la dimensione della soglia, avviene quando l’alterità – il mondo, un oggetto, una persona, una voce, ecc. – si fa strada dentro l’individuo, quando questa alterità e il soggetto s’incontrano nello scambio reciproco che la scrittura in versi fissa nel momento in cui accade.
Nella “nientificazione” dell’identità, che è l’attimo liminale della relazione, vive la poesia di Mario Fresa (nato a Salerno nel 1973, ha pubblicato: Liaison, 2002; L’uomo che sogna, 2004; Alluminio, 2008) della quale Uno stupore quieto è l’ultimo tassello.
Gli episodi della riformulazione di questa esperienza della soglia, fondante quanto sfuggente, sono le quattro sezioni del libro: i movimenti, quasi l’impostazione musicale, della prima, Storia di G., aprono a un panorama onirico, per cui il riconoscimento del soggetto è delegato alla sua fame di nominazione. Il racconto, anzi, è scandito da una volontà etica, difficilmente raggiungibile, i cui indizi sono rintracciabili in figure connotate da aggettivi che spesso si ripetono nella trama dell’intera operazione. Si passa, così, dall’«astuzia viperina» (Metamorfosi I, p. 15, v. 6), dalle «striscianti/espressioni» (Ibid., p. 15, vv. 15-16), «il mefitico barbiere» (Metamorfosi IV, p. 20, v. 22) della prima sezione, allo «stupore quieto» (Questo corpo disossato, quasi irreale, p. 31, v. 7) della seconda, Titania. Le minacce oscillatorie degli accostamenti tradiscono la tensione morale che guida la narrazione in versi di Fresa. Il tentativo d’apertura espressa dal respiro ampio del verso dilatato, prosastico appunto, è corredato, come abbiamo già notato, dalla ricchezza degli attributi che si muovono alternando, a una visione negativa dell’esistente, l’altezza di un desiderio di miglioramento, una matrice ideale:

Così mi scuoti e mi risvegli, vedi, proprio adesso che piangevo e
resistevo al minaccioso assillo – fatto così, ricordo: zanne ricurve,
e poi due ali portentose; e minuscole, pericolose frecce –
che già si rovesciava, piano, sopra il dorso tormentato dalla luce.

(p. 29)

Titania – la regina delle fate, nel plausibile richiamo al Sogno di una notte di mezza estate, cioè alla dimensione onirica cui facevamo riferimento, o meglio, al sonno e alla veglia da cui si dipartono le atmosfere inquiete del libro, nell’alternanza tra buio del profondo e luce affiorante – potrebbe essere la poesia, anzi, l’idealizzazione della poesia come gesto inafferrabile, oppure consunto:

Questo corpo disossato, quasi irreale,
che un tempo chiamavamo meraviglia
e perfezione, adesso divenuto
come un osceno guscio
abbandonato, in un istante, con una fredda
crudeltà, con uno strano
stupore quieto.

(p. 31)

Proprio la poesia si fa tramite tra vita reale e ideale; in quel «corpo disossato, quasi irreale, / che un tempo chiamavamo meraviglia / e perfezione…» (vv. 1-3) è potenzialmente verificabile la metamorfosi dell’esistente; la resistenza di un gesto che non vuole cedere al nulla, risvegliando nello “stupore” la “quiete”, il giaciglio di una stabilità, un’appartenenza nonostante il disorientamento. Sì, è la ricerca di una “domesticazione” attraverso il linguaggio, il ritorno a una casa dell’essere (la nostalgia) perché «Anche scendere dal letto è un un’incredibile sfida agli eventi» (Balletto, 5., p. 72). Ricordiamo che la poetica della “dispersione”, la trasmutazione del genere poesia in racconto di una biografia da ricostruire, è alle origini della ricerca di Maurizio Cucchi, un riferimento evidente per Fresa che, infatti, si muove sulla scia dell’oscillazione tra realismo e visionarietà come il suo maestro. Forse anche per questo, la carica idealizzante di Fresa a volte è smorzata dalla disillusione ironica, anche questa cara a Cucchi: «… Giuseppe/ sciabatta, sbadigliando, tra la cuccuma e il lavandino» (Giuseppe, in M. Cucchi, Poesie 1965-2000, Mondadori, Milano, 2001, p. 87, già in Le meraviglie dell’acqua, Mondadori, Milano, 1980); mentre in Fresa possiamo leggere: «In una casa dagli ampi spazi bianchi, bada, ci riconosceremo/ subito, d’istinto (facendo niente, però)» (Ma dove sono sparite?, p. 37, vv. 2-3).
Nonostante i debiti appena emersi, il desiderio, l’anelito, che caratterizzano pienamente la poesia di Fresa, riappaiono e determinano le potenzialità di uno stile che si fa sempre più autonomo – si riporta per intero il componimento da cui era estratta la precedente citazione, perché occorre rilevare la pertinenza dell’accumulo di infiniti ottativi, nella parte centrale, che hanno la funzione di lasciare immaginare, a chi legge, l’azione come un compito ancora fattibile:

Ma dove sono sparite?
In una casa dagli ampi spazi bianchi, bada, ci riconosceremo
subito. D’istinto (facendo niente, però).
Sì, dolce impresa, sì. Forse sapremo.
Per quell’inverno ingombro di curiosi
avvistamenti – poco dormire, lavare continuamente;
pulire il già pulito – pensando solo a sé;
oppure infantilmente,
carezzare il delicato, finissimo tessuto…

Dopo tutto ho visto te, perfino in questa
gonfia, buia discesa.

(p. 37)

L’oscillazione costante tra mondo reale e dimensione onirica, inoltre, a volte si trasforma in agone e deforma ulteriormente la visione, fino all’emersione grottesca di figure mostruose. L’aspetto del grottesco è un altro segnale importante che, se spinto oltre l’attenuazione ironica, potrebbe aprire a un quadro immaginifico più ampio e autonomo:

Invece giù, più in basso… niente paura, nessun affanno. Più facile ordinare
con la mente le molte forme oscene immaginate, e in aggiunta la visione
degli orribili parenti (smorfiosi, pavidi, molesti: li ho tutti qui, di fronte:
nessuno che si decida, saggiamente, a sparire, a fuggire…).
Nella testa, invece, un ricorrente rovistare
di suoni sbilanciati, di tic ingovernabili:
orologi pulsanti, ben caricati, fino a scoppiare;
vetri rotti; sirene gracidanti: e altre piccole esplosioni,
spasimi acuti, membra contratte, incredule.
Le bianche tane dei segreti incontrollati, compresi poco, anzi niente.

(p. 40)

La terza sezione, Una violenta fedeltà, ci presenta un poemetto in prosa (Convalescenza) in sette atti, in cui i quadri si susseguono esacerbando la visionarietà delle prime sezioni:

6.

Veniamo al cuore dell’esplosione. I pensieri si tingono di un colore imprevisto e allora, di sorpresa, ci viene voglia di leggere tutte le poesie della famosa signora Harms, e poi noi due, mulinando le braccia nel vortice dell’aria come boxeurs ansiosi, colpiamo a lungo, con feroce insistenza, quei tuoi nemici androidi che si sono parati qui, davanti ai nostri occhi: dopo la lotta, abbiamo poi raccolto, per vanità, l’augusto tripudio delle due donne compiacenti, affacciate – poco timidamente – dal terzo palco del teatro; e senza perdere altro tempo, siamo tornati subito nei nostri boschi per ricucire, con precisione, le vesti dalle pieghe cascanti e per curare la febbre delle ruvide parole che i zelanti suggeritori hanno voluto dipingere, per una specie di violenta fedeltà, sopra i muri del tuo amato camerino.

(p. 49)

I Romanzi, che danno il titolo all’ultima sezione, palesano, considerando l’origine del genere (cioè, nel Medioevo, scritti in prosa e in versi di avventure eroiche in margine alla storia o puramente d’invenzione), la volontà di Fresa di riagganciarsi al racconto di gesta (o di gesti), per cui il soggetto, nello slancio poematico, ridiventando “cantore”, si fa mezzo di trasmissione, testimone di eventi. Eventi esposti sotto un’ottica deformata che si attiva nella ricerca febbrile di un senso, che si dibatte per arginare la scomparsa, in una lotta che tende all’estroversione del gesto poetico, alla sua forza ri-creante:

Ritratto di Ammiraglio

4.

Ora giochiamo e facciamo, guarda, che io sono un Ammiraglio
dalla bella marsina
dal bel mantello e dai bei ricci lunghissimi
che poi ci rivediamo dopo le insidie della guerra che poi tu dalla finestra
mi saluti e poi alla fine mi accogli silenziosa e poi mi
sali sulle ginocchia e muovendoci ad arte sulla poltrona, qui…

Ma chi mi salverà, pensavo, quasi piangendo;
chi mai mi salverà da queste mani
che hanno smesso di capire, da queste mani che si fanno più fragili
e più esperte, più dolci e più cattive?

(p. 70)

La potenza affabulatrice rinviene, l’immaginazione sembra aprirsi su un campo di accostamenti inediti, in cui i personaggi sono figure allegorizzanti del dissidio tra il tentativo raziocinante di fissare il senso dell’esistere e l’impulsività che scardina ogni certezza momentanea; la trasformazione che non si arresta (ricordiamo che il primo movimento della raccolta s’intitola Metamorfosi):

Ritratto di Ammiraglio

3.

Il suo odore di crema pianissimo finisce sulla mia bocca stia tranquilla io non sono tranquillo; si può cercare con l’amore deve cercare di ricordare che i sentimenti domani ho la consegna degli indumenti alla lavanderia e poi scade perfino la bolletta che i sentimenti possono, purtroppo, mutare; cioè possono, diciamo, trasformarsi.

Ma tu mia cara
devi avere pazienza non possiamo rimanere
sempre gli stessi e poi chi dice come siamo veramente?
Cosa dicono perdìo le nostre mani che si fanno
più fragili e più esperte, più dolci e più cattive?

(p. 69)

Uno stupore quieto, infine, riesce a comunicarci che il mondo è ricreazione perpetua e che la parola poetica contribuisce a ridefinire gli statuti del cambiamento. Così, la stessa finzione, essendo coessenziale al reale, può divenire trasposizione del ricordo, attivando un’allerta che segnala ogni possibile, e sempre imminente, disorientamento:

«La primavera, l’estate ed il fecondo autunno, e l’iracondo inverno, si sono scambiate le livree; e il mondo sbalordito non più dai lor prodotti distingue le stagioni. E questa progenie di malanni nasce dal nostro conflitto, dal nostro dissenso».

(W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Atto II, Scena I).

Gianluca D’Andrea
(Maggio 2014)

Per il week-end: La lingua italiana

Dialetto

Bisogna farli parlare.
Non la risposta alle interrogazioni, ma quello che sentono e dicono tra loro è prezioso sapere.
Mi volto alle parole più concitate di qualche gruppo, e provo a chiedere: cosa?; ma sorridono e si ritirano rispettosi.
Bisogna imparare il dialetto, unica lingua dei loro pensieri.
Far presto a imparare questo dialetto, anzi lingua veneta, così armoniosa e sensitiva.
Io che vorrei sapere tutti i dialetti d’Italia, anziché il dialetto toscano dei letterati.
Ogni dialetto rappresenta una terra e un sangue che deve trovar luogo così nella patria come nella lingua italiana.
E che potenza e che varietà di creazione i dialetti di questo popolo ramingo, che ha un piede sui ghiacci dell’Alpi e uno sulle lave dei vulcani!
Unità della lingua vuol dir questa contribuzione.

(Piero Jahier, Con me e con gli alpini, 1918).

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Frontespizio dell’edizione Ferrario (1827)

«To’,» disse Renzo: «è un poeta costui. Ne avete anche qui dei poeti: già ne nasce da per tutto. Ne ho una vena anch’io; e qualche volta ne dico delle belle… ma quando le cose vanno bene.»
Per comprendere questa inezia del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancor più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano, che nei discorsi e nei fatti abbia più dell’arguto, e del nuovo e del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far loro dire le cose più lontane e disparate dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, che ha a fare poeta con cervello balzano?

(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, 1827 – cap. XIV).

«To’,» disse Renzo: «è un poeta costui. Ce n’è anche qui de’ poeti: già ne nasce per tutto. N’ho una vena anch’io, e qualche volta ne dico delle curiose… ma quando le cose vanno bene.»
Per capire questa baggianata del povero Renzo, bisogna sapere che, presso il volgo di Milano, e del contado ancora più, poeta non significa già, come per tutti i galantuomini, un sacro ingegno, un abitator di Pindo, un allievo delle Muse; vuol dire un cervello bizzarro e un po’ balzano, che, ne’ discorsi e ne’ fatti, abbia più dell’arguto e del singolare che del ragionevole. Tanto quel guastamestieri del volgo è ardito a manomettere le parole, e a far dir loro le cose più lontane dal loro legittimo significato! Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?

(Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, 1840, – cap. XIV).

“I camminatori” di Italo Testa, letti da Gianluca D’Andrea, su °punto critico

ITALO TESTA
Italo Testa

I camminatoriNuovi inizi: su “I camminatori” di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013) – di Gianluca D’Andrea

 

Ancora non era morto.

Ma già aveva accesa in mente

la cecità del veggente

G. Caproni

 

I 19 testi di quest’unico poemetto che è I camminatori valgono innanzitutto come risposta audace in termini di possibilità tecniche della parola poetica in tempi di ibridazione prosaica e mescolanza dei generi. Le scelte di Italo Testa, infatti, sembrano convertire le «impurità» dell’anti-stile di marca tardo-novecentesca (questo è uno dei motivi che permettono, in epigrafe, l’inserimento di alcuni versi del Caproni postumo) in una nuova ricerca di funzione per quelle accortezze retoriche (e quindi stilistiche), riconducibili soprattutto all’aspetto ritmico e sonoro. Per questo, pur sapendo di correre un bel rischio, mi accingo a definire l’ultimo lavoro di Testa come un’operazione neo-melica, perché riesce a riconsiderare l’elemento primigenio del linguaggio, il canto, alla base dell’espressione poetica. Certo, la musica de I camminatori è litanica, sia in senso stretto, religioso (e l’ultimo componimento della raccolta, agendo da monito per il lettore, sembra confermarlo, ma lo vedremo in seguito), agendo da invocazione all’attenzione per le presenze fantasmatiche, senza nome e tratti, di questi attori urbani – eppure così concreti, infatti «abbattono/ le protezioni/ scavalcano/ i cancelli le reti/ e entrano/ dentro i cantieri» (p. 28, vv. 8-13) –, sia in senso figurato: la serie di componimenti tratta ininterrottamente di questi camminatori, cantandone ipnoticamente le gesta (il movimento ipnotico, realizzato attraverso l’utilizzo delle sdrucciole e del ritmo ternario, è stato ottimamente compreso da Paolo Maccari nella nota finale), i gesti, di questi piccoli eroi in nuce, e per questo ancora indefiniti, che si stagliano dal niente, dalla più grigia e comune dis-identificazione.

La ricerca di Testa, è noto, rastrella, affondando i suoi strumenti, il campo qualitativamente immenso della tradizione novecentesca, nel caso specifico de I camminatori il riferimento di maggior impatto sembra essere proprio il Caproni richiamato all’inizio di quest’analisi. È tentata, in prima istanza, una ricoagulazione dell’io, del soggetto che, pur ridotto a semplice osservatore del mondo, esprime un barlume di fiducia proprio nell’immersione, per quanto apparentemente alienata, nel contesto. Vale, a dimostrazione di quanto detto, riportare per intero l’ultima stazione della processione visiva e liturgica elaborata da Testa:

non sembrano

mai farti caso

proseguono

e niente li distoglie

s’avviano

semplicemente

ognuno alla sua meta

ma simili

e sempre più numerosi

s’avvistano

lungo le strade

si incrociano

in ogni luogo

ovunque tu cammini

camminano

(p. 35).

 

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Poeti italiani (1) – Spazio inediti: Tiziana Cera Rosco

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Tiziana Cera Rosco

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (1) – Spazio inediti: Tiziana Cera Rosco

Se tu mi incantassi i capelli
e come serpi si issassero a funi
e da essi salissero o scendessero scimmie
le forre che riservo a te dopo il candore
– lo credi bianco
ma è una margherita architettata a labirinto
è un corvo che becca le tue vocali –
Se tu non avessi gli abbracci logici degli amanti nominali
e nella bocca ti incendiasse il fiato
e me lo vampassi sottolingua
quando mi muovo come un’ardesia
mi inoltrassi al cielo,
oltre ai figli
i molluschi neri di questo ventre salato
vedresti la mia predilezione per le scale.
Se tu dimenticassi le cose che sai di me
e mi lasciassi fare prati
con quei peli mischiati dallo sperma
e mangiassi alla vulva zuppe di miracoli
e il lenzuolo non salpasse come un polmone aperto
con me annegata sotto
e invece di tuffarti tu stessi
sul dorso del mare
leggero come al sagrato di una chiesa
ed io fossi per te pane
sapresti che sono punita dal sole
che Proserpina cambia dolore sulla crosta
che premo e prego su tronchi di pioggia
quando scendono anime a colonne d’acqua
e la mia bocca ha sete
della linfa segreta dei viventi.

Questo cuore – vedi? – è un amuleto
inciso, un talismano
che ne trarrai senza religione?
se ti stringi alle mie cosce
e frughi a braccio intero
e rimescoli tetto a sottosuolo.
Mi stai dentro io impalata come pesce aperto.
Ma dentro – dentro – non c’è alcova.
È danaide.

Dai miei occhi saliva inguine a pozzi.

(da Il sangue trattenere, Edizioni Atelier, Borgomanero, 2003, pp. 31, 32)


Il primo testo che presentiamo, pubblicato nel 2003, inscena un’assenza proprio dentro il discorso amoroso. La pagina è palinsesto che si accumula per raschiamento, riduce il rapporto a monologo, per giungere al fondo scabro della mancanza, unico movimento che riapra al desiderio. Desiderio che, però, nelle prime battute, scompare a causa del movimento ipotetico della sintassi, per cui l’irrealtà del contatto è ruvidamente imposta a un “tu” incapace di capire, trivellato da un dettato che l’autrice carica di aggettivazioni insolite, fughe metaforiche che non accettano «gli abbracci logici degli amanti nominali» (v. 8), per un rapporto che si vuole esigente, quasi incontentabile, estremo: «Se tu dimenticassi le cose che sai di me/ e mi lasciassi fare prati/ con quei peli mischiati dallo sperma/ e mangiassi alla vulva zuppe di miracoli» (vv. 16-19). Questa tensione espressionistica è in funzione di uno svelamento che si vuole necessariamente cruento, perché solo nel sacrificio è possibile l’iniziazione del vero rapporto che testimonia l’alterità. Mistica del martirio, appunto, che ancora non aspira a circoscriversi, non può ancora sentire l’invadenza dell’io, perché è totalmente impiegata nello scardinamento dell’Altro avvertito come pericolo, falsificazione del Vero. Questa carica è in bilico, tra la voglia di rottura linguistica, che potrebbe portare alla Visione, e un ordine raccolto, arginamento umile delle spinte. Per questo, forse, il componimento si chiude sull’assenza, sull’impossibilità d’intimità erotica, fino alla chiusura, dell’ultimo verso isolato, che sintetizza in maniera eccedente le continue traslazioni cui il linguaggio, in fuga, è costretto per non adagiarsi sulla significazione comune, banalizzante: «Mi stai dentro io impalata come pesce aperto./ Ma dentro – dentro – non c’è alcova./ È danaide.// Dai miei occhi saliva inguine a pozzi» (vv. 38-41).


E mentre cercavamo di capirci
Ecco che incontri il mio Ultimo Giorno in me
Io sono l’osso di uno scheletro di un solo osso
Uno squilibrio di presente
Che rompe le parole inutili come una statuina
Da cui stillano piccoli ori.
L’abbandono del discorso
La debole anemia del ma io ma tu ma io
La frattura della sete nel regno di tutte le mancanze
Mi dico sono solo una reazione oculare verso la luce
Assorbimi luce
Andiamocene da qui
Succhia tutta l’acqua dalla testa
E abbassa questa cenere
Il mio amore che ha già bruciato
Tutto quello che viene dal domani.

(Inedito)


L’inedito, che immaginiamo composto di recente, ci offre la possibilità di seguire lo sviluppo della poetica dell’autrice. Si avverte una fragilità più esposta all’alterità, al dialogo con la stessa. La congiunzione d’apertura è diversa, passiamo dal “se” ipotetico, in funzione di distanziamento desiderante, alla semplice “e” copulativa positiva che consente al monologo di trasformarsi in dialogo, per quanto non pacificato. Infatti, nei versi successivi, sembra ripartire il dissenso del soggetto rispetto alla «debole anemia del ma io ma tu ma io» (v. 8), al ripetersi del contrasto che non consente una definizione univoca. L’ambiguità del linguaggio in un’epoca deficitaria di senso, fa dell’io «[…] l’osso di uno scheletro di un solo osso/ Uno squilibrio di presente/ Che rompe le parole inutili […]» (vv. 3-5), nel desiderio di unità e Verità che contraddistingueva anche il testo precedente. Il segno di una continuità che si è lasciata alle spalle i parossismi più deformanti delle origini, accogliendo nella lingua le proprie ossessioni, anzi incanalandole verso la scelta plausibile dell’assimilazione, la Visione cui accennavamo nella prima nota: «Assorbimi luce/ Andiamocene da qui/ Succhia tutta l’acqua dalla testa/ E abbassa questa cenere» (vv. 11-14). Contrariamente a quanto avviene altrove, la poesia di Tiziana Cera Rosco non si arrende alla frammentazione dell’esistente, anzi, continua a lasciarsi tentare dalla fascinazione del senso, semmai i toni sono cambiati, la visione si è fatta più scabra, riesce a coagularsi senza farsi bruciante. I residui dell’incendio toccano il reale con la grazia di parole che non si arrendono al dato, alla nominazione banalizzante, ma che, dopo essersi esposte alla distruzione, possono ancora aspirare a cantare l’unicità dell’essere che sempre avviene, in assoluto, senza cedimenti di fronte alle scansioni periodizzanti imposte dall’uomo: «Il mio amore che ha già bruciato/ Tutto quello che viene dal domani» (vv. 15-16).

(Marzo 2014)


Tiziana Cera Rosco è nata a Milano nel 1973 ma cresciuta nel Parco Nazionale d’Abruzzo.
Autrice dei libri: Dio Il Macedone (ed. Lietocolle 2009); Il Compito (ed. La Vita Felice, curato da Milo De Angelis 2008); Lluvia (ed. Lietocolle 2004); Il Sangue Trattenere (ed. Atelier 2003); Calco Dei Tuoi Arti (ed. Lietocolle curato da Giuseppe Conte e Giampiero Neri, 2003).
Del videopoema: Non salvarti (Reggio FilmFestival, Reggio Emilia) con musiche di Teho Teardo.
Delle scritture per voce sola: Così poco destino nei vostri sguardi (Teatro di Monfalcone, Monfalcone 2010); Da chi vuoi ritornare? (Festival di Edimburgo, Edimburgo 2009); Segnata E Gli Idioti (Teatro Out Off in Contrasti Poetici, Milano 2009); Demonio o del perdono ( Teatro Olimpico, Vicenza 2007).
E’ in pubblicazione per Raffaelli editore la “traduzione” al Libro Dei Numeri della Bibbia (a cui seguirà un’installazione).
Autrice delle raccolte fotografiche: Cercatemi e Fuoriuscite (Tempio di Adriano, Roma 2011); The Deep (Nigredo, Roma 2010); Il Doppio (Luci Della Città, Caserta 2010) Lambs o dell’Icona Familiare (Sull’Icona, Zagabria 2009); The bed.
Sue fotografie sono apparse su diverse riviste del settore ed è l’autrice della foto di copertina del disco di Paolo Saporiti.
Ha illustrato il libro Asèt di Flavio Santi per la Barca di Babele ed.
E’ autrice della canzone Il Garofano Nero uscita nell’ultimo disco di Mauro Ermanno Giovanardi e di svariati brani del progetto Songs For Ulan.
Attualmente sta lavorando al suo primo romanzo: BiancoRh.e a due soggetti per film.
E sotto il titolo di Terapia Della Lettura tiene corsi di Umanesimo Spinto dal 2006.

Daniela Pericone: Testi da “Il caso e la ragione”, Book Editore, 2010

Carteggi Letterari - critica e dintorni

daniela_pericone Daniela Pericone

il caso e la ragioneProponiamo alcuni testi tratti dall’ultima raccolta di Daniela Pericone (1961), poetessa calabrese che vive e lavora Reggio Calabria. Laureata in Scienze Politiche, svolge, nell’ambito dell’Associazione Culturale Anassilaos, un’intensa opera di promozione artistica e letteraria. Con liriche e recensioni è presente in varie riviste culturali e antologie poetiche. Ha pubblicato i volumi di poesia Passo di giaguaro (2000, Premio “Domenico Napoleone Vitale), Aria di ventura (2005) e Il caso e la ragione (2010).

Buona lettura.

A MORSI

Mentre mordevo la vita
un dente si spezzava,
mi chinavo a raccogliere
il pezzo mancante
e con dita maldestre
rinsaldavo quello
che era stato un incisivo,
ma che ora somiglia
a un insulso canino
la cui natura animale
mostra solo il ringhio

e la vita se la ride
del mio morso a mezz’aria.


GRAFFI

Siamo graffi di ossidiana
meteoriti che collidono
solo attimi si sfiorano
scagliati contro cosa chissà dove.


STRATEGIA

Strategia…

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