Carteggio IV: Tra i canoni – Allegoria e contemporaneo

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Georg Trakl, De profundis ultima strofa

di Gianluca D’Andrea

Carteggio IV: Tra i canoni – Allegoria e contemporaneo

Cari,
avvertiamo un po’ tutti un senso di fastidio per la poetica del “dato”, probabilmente perché sposta il soggetto al margine del testo, lo nasconde in mezzo alle “cose”, appiattendo le possibilità comunicative, riducendo il senso a un’acquisizione scontata, arrendendosi di fronte alla complessità e moltiplicando all’infinito la relativizzazione del punto di vista. Questa vicenda mi fa pensare, politicamente ma anche poeticamente, alla sottostima delle ambizioni di una democrazia indebolita da una frammentazione che ha prodotto individui timorosi, ripiegati sulla salvaguardia del proprio spazio vitale. Una chiusura preoccupante che crea monadi che guardano da una prospettiva sminuita, nonostante i supporti connettivi continuino a moltiplicarsi. Mi chiedo spesso, in questi giorni, in che modo una poetica dello slancio eversivo, per come si sta facendo luce dai nostri discorsi, possa limitare questa tendenza che, a mio avviso, continua sulla strada dell’annichilimento, nonostante i proclami di un’apparente vitalità che si risolve in brevi intermittenze dal sapore crepuscolare.

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Walter Benjamin

Leggendo: «Quell’aspetto illuminante e a volte sconvolgente è legato a un’altra caratteristica, la brevità. È come uno spirito che appare all’improvviso, o come un lampo che illumini a un tratto l’oscurità della notte. È un momento che investe tutto il nostro essere… A causa di questa feconda brevità, essi – gli antichi – lo paragonano al laconismo… Nelle circostanze importanti della vita, quando ogni momento è gravido di futuro e mantiene l’anima in grande tensione, nei momenti fatali, gli antichi erano sensibili ai segni divini, che chiamavano symbola» (F. Creuzer, citato da W. Benjamin ne Il dramma barocco tedesco, Torino, 1999, p. 138), in cui si spiega l’aspetto “momentaneo”, cioè essenziale, del simbolo. Eppure non riesco a comprendere la necessità dello stesso simbolo, il quale nient’altro mi appare se non una sovrapposizione classicista, per cui per essenziale si spaccia l’imitazione di un segno che si presume perfetto. Il Novecento, mettendo in questione il simbolo, da leggere come essenzialità – vedi l’ideale ermetico –, non ha svincolato la parola poetica dalla matrice classicista facendola ricadere nel buio del non-senso, da cui sembrano dipanarsi due percorsi: 1) l’oggettività relativizzante (di cui sopra) che si riduce a epigonismo novecentesco, sempre più sottotono, quindi inutile e arresa; 2) la soggettività agonistica che rischia di scomparire sotto etichette fuorvianti come “espressionismo” e “barocco”. Ritengo, però, che questa seconda diramazione possa convogliare le energie veramente propositive per un distanziamento dal novecento dovuto all’esigenza di un nuova lettura del reale, che non può accontentarsi di riciclarne i risultati logorati da un’aspirazione disillusa, resa estremamente consapevole della fine, ma non in grado di tentare un nuovo slancio aurorale. Questo sentire eversivo, purtroppo (e qui alcuni potrebbero storcere il naso), passa dall’abbattimento del timore per lo stesso slancio. Ma il senso si produce inevitabilmente con una forzatura, una deformazione dell’apparentemente pacificata, “democraticissima”, frammentazione imposta. Non dico si debba verificare un sovvertimento per il sovvertimento, spero, anzi, che il soggetto esponendosi nel testo, possa avere la possibilità di vivificare un linguaggio che non ha più voglia di sentirsi sull’orlo dell’abisso, ma, essendovi sprofondato, ne fuoriesca arricchito. Il movimento continuo dell’allegoria può sostituirsi alla secchezza mortuaria del simbolo (l’oggetto estrapolato dal contesto e in esso reimmerso dopo un aggiornamento terminologico che niente ha a che fare con la poesia, con l’atto creativo). Il barocco, da negativo, astruso, involuto, diventa la transitorietà stessa del segno, scardinamento del senso dato e indicazione che non limiti il possibile. L’allegoria di cui parlo, però, non si appoggia né sulla fede, evidentemente inadeguata ai tempi, né sull’antichità o sull’enigma perduto delle origini e, purtroppo, neanche sulla natura intesa come salvaguardia dell’in-contaminazione. Questa natura è ormai la continuazione di un lavoro umano che tende da sempre a dominare il proprio circostante modificando sempre il reale e anche il concetto di natura, ma con questo non si vuole affermare che il pianeta non vada curato, ne va della nostra sussistenza, dico che il movimento allegorico di rivitalizzazione del linguaggio e dell’esistente non passa dalla conservazione dei dati naturali, ma dalla loro modificazione. Non basta osservare quel che è, perché “quel che è” è già una variazione dell’esistenza e quindi occorre considerare lo sforzo, in senso del tutto laico il sacrificio, di porre attenzione alle mutazioni che illuminano il senso. Anzi il soggetto ha il compito, direi etico, di focalizzare la deformazione di senso, che non corrisponde a un’estetica del negativo o del mostruoso a tutti i costi, ma risponde alla canonizzazione di una bellezza derivativa e circoscritta al punto di vista che si riveste dell’oggetto per continuare a nascondersi, proponendo un’estetica della parola spoglia, neutralizzata nel simbolo “oggettuale”. L’allegoria di cui parlo, anzi, non è semplicemente “barocca” – anche se l’accostamento a questa definizione critica è giustificabile se consideriamo la difficoltà di lettura di un’epoca in deficit identitario, “trivellata” da informazioni sulle sue mutazioni antropologiche e sospinta dall’esibizione di un progresso tecnico-scientifico che definirei “ascetico”, perché induce all’accettazione di un mondo che si separa da se stesso “virtualizzandosi” – ma rispecchia un tempo che, pur dovendosi ancora confrontare con la morte, finge di eluderla, tenta di eliminarla in una dis-umanizzazione assoluta. I segnali dell’allegoria non possono che raggiungerci dagli enigmi futuri, dalle modifiche e dagli spostamenti in atto, ribaltando quello slancio per l’antichità e i misteri dell’origine, perché l’origine è nel presente assoluto in cui ci troviamo a vivere, avendo superato la barriera della posterità, ecco perché l’agonismo del soggetto ha un senso ed è correlato a una diversa elaborazione temporale. Infatti i tagli generazionali sfumano fino a dilatarsi in una memoria che non è più trasmissione ma presenza, per quanto fantasmatica, occorre mantenere la dignità soggettiva a livelli altissimi proprio ora che l’individuo ha facoltà di indossare qualunque maschera e persino di scomparire. Come nella lettura dei geroglifici il poeta ha il compito di trovare la chiave d’accesso a un linguaggio il cui enigma è il suo stesso esporsi, rinnovantesi di continuo, per cui conoscenza non può solo essere osservazione (testimonianza) ma anche vivacità immaginifica, cioè coraggio d’es-posizione. Ecco che l’impegno allegorico assume la sua valenza etica leggibile nel sacrificio del soggetto alla sua esposizione immaginifica, per cui la conservazione dell’esistere è connessa alle sue trasformazioni, per quanto:

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Georg Trakl

Nachts fand ich mich auf einer Heide,
Starrend von Unrat und Staub der Sterne.

(A notte mi ritrovai in un campo,
Intriso di sporcizia e polvere stellare)

(G. Trakl, De profundis, vv. 18-19, tr. di Ida Porena).

(Marzo 2014)

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