Diario – Autunno: 21) Incoscienza del declino

Kenne Gregoire, Tinder (2017)
Concerto doppio in C Minor, HWV deest: I. Adagio · Dorothee Oberlinger · Georg Friedrich Händel · Makiko Kurabayashi

Diario – Autunno: 21) Incoscienza del declino

Si stava svuotando tutto. L’anima cadeva dagli oggetti e si dileguava strisciando e portando via la stanza. Doveva uscire, cambiare atmosfera, cercare un punto di fuga. Oppure

incenerare la zona imbestiata,
ritornante in bestia accumulata
accatastante cadaveri, avvelenante
di cianuri e sentenze, colate
di fuoco, u focu u focu
si mancia sta terra, viva,
impazzita di sete, supina
comu i so’ figghi scappati
o rimasti acerbi nella zona,
allappati nella bocca,
nella sua fitinzìa
a zzucari scantu e razzia
pigrizia e bummacarìa1.

No, si tornava alla procedura dei giorni, al loro susseguirsi appiattito. Accensioni negli attimi statici fissando crepe metafisiche. Era la fine candida e rasserenante. L’ordine nei quartieri, il silenzio rotto solo dal passaggio cadenzato delle spazzatrici stradali. Il silènsio sincér e piano, ritmo di pace e fine e lavoro e sacrificio senza scandalo. Ritmo attutito, senza «astratti furori» (E. Vittorini, Conversazione in Sicilia), senza bruciature e scatti e stimmi. Nell’approdo di filari autunnali, nel giallo opaco e nei tramonti lunghi che sventagliano tutte le sfumature del viola e dell’arancio, muoveva i suoi passi. Il cammino rallentato che aspettava gli squarci di borea nell’acquitrino operoso che aveva abbracciato le abitudini del consumo, le sue trasformazioni silenziose, le comunità laboriose, i prodotti pestilenziali. Nel silenzio si aggiravano gli spettri. Silènsio sincér fecondo di spettri.
«Presto saremo dimenticati» (T. Bernhard, Sotto il ferro della luna) e continueremo a non sapere nulla del declino. Continuavamo a fingere che fosse lontano, che non incombesse sulle nostre vite la potenza di non essere. L’umidore terragno dell’autunno, quella pasta di fango e marcescenza nella contorsione spasmodica di larve e parassiti, profumava di contrizione. La colpa che avremmo espiato germogliava dalla nostra capacità di sentire il mondo, le stagioni, ecc., di non sopportare la grandezza di essere un sistema, di esserne difetto e motore, semplicemente e sempre la sua rovina incipiente.


Nota:

1 Questi versi sono debitori ai Frammenti di un oratorio per il centenario del terremoto di Messina di Jolanda Insana.

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