LETTURE di Gianluca D’Andrea (19): ESSERE NIENTE – Pierre Jean Jouve: una poesia da “Poesie” (Lerici, 1963) – Postille ai testi

jouve
Pierre Jean Jouve

di Gianluca D’Andrea

Pierre Jean Jouve: una poesia da Inno (1947)

jouve poesie

Fin du monde

Le poète a toujours
Au cœur d’immenses murs
Couverts de signes
Quand les villes partout
Voient crouler leur amour
Sous toi dispensateur

De déserts. Il verra
S’effacer tous les signes
Tu ne veux à ces murs
Que la légère odeur
Du vide et la douleur
Qui sépare à jamais
Etre néant et signe.

*

Fine del mondo

Il poeta ha sempre in cuore
Immensi muri
Ricoperti di segni
Mentre i paesaggi urbani
Sotto i tuoi colpi assistono
Al crollo dell’amore
O dispensatore

Di deserti! Ogni segno
Sparirà al suo sguardo,
Tu non vuoi sui muri
Che l’odore lieve
Del vuoto
E del dolore
Che separa
Per sempre
Il segno e il nulla.

(Trad. Nelo Risi)


Postilla:

Nella separazione si muove la comparsa chiamata “uomo”. Come in questa bellissima poesia di Pierre Jean Jouve, in cui si parla della fine e della scissione inarginabile tra segno e mondo. L’explicit è chiaro, ad essere separati sono «il segno e il nulla». Se poi si legge l’originale, l’ultimo verso dice «etre néant et signe», cioè “essere niente” che, per quanto possa apparire moralistico, è comunque più pregnante del “semplice” nulla. Sì, “essere niente” è il tutto, cioè la presenza dell’essere col suo “niente” a perseguitarlo in ogni azione, nella sua necessità di produrre “segni”. E, infatti, il testo si apre con «immenses murs» dentro il cuore del poeta che, per quanto si ostini a “ricoprirli di segni”, si “desertificano” in una cancellazione superiore che non ha alcun bisogno di tracce. Questa cancellazione superiore è il tempo, quello quotidiano della nostra scomparsa – anche se in Jouve è avvenuto un riavvicinamento al cattolicesimo, dovrà essere letto in funzione di una necessità sovrastante l’uomo, la scrittura, la traccia, senza altre implicazioni “immateriali”.
Il tempo, dicevamo, non è altro che la finzione di una volontà soggettiva che capta il suo “essere niente” e che aspira all’«odore lieve / Del vuoto e del dolore», pur sentendo il trasporto e la necessità di segnalare anche solo il “vuoto” di un’assenza che fonda la nostra presenza.

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