Georg Heym: una poesia da “Umbra vitae” (Einaudi, 1970) – Postille ai testi

heym
Georg Heym studente (1907 o 1908 – © Berlin-Brandenburg)

di Gianluca D’Andrea

Georg Heym: una poesia da Umbra vitae (1970)

Heym_UmbraVitae

Der Nebelstädte winzige Wintersonne…

Der Nebelstädte
Winzige Wintersonne
Leuchtet mir mitten ins gläserne Herz.
Das ist voll vertrockneter Blumen
Gleich einem gestorbenen Garten.

[Alles, was ehe war,
Ist hinter den Mauern des Schlafes
Schon zur Ruhe gebracht.
Viele Winde der sausenden Straßen
Haben inzwischen auf frierenden Köpfen
Ein Wind-Spiel gemacht.]

Wohl war in Dämmerung noch
Blutiger Wolken Kampf
Und der sterbenden Städte
Schultern zuckten im Krampf.
Wir aber gingen von dannen
〈Zerrissen uns mit einem Mal,〉
Dumpf scholl ein Zungen-Gestreite
In Finsternis – Unrat – siebenfarbiger Qual.

Doch niemand rühret das starre
Gestern noch mit der Hand
Da der rostige Mond
Kollerte unter den [Rand]
Zu wolkiger Wolken Geknarre.

*

Il piccolo sole invernale

Il piccolo sole invernale
Delle città nebbiose
Mi accende il vitreo cuore,
Pieno di fiori secchi
Come un giardino che muore.

Quel che una volta è stato
Dietro i muri del sonno
Ormai s’è ritirato.
I vènti nelle strade vorticose
Hanno intanto inventato
Un gioco sulle teste freddolose.

C’era ancora nel crepuscolo
Lotta di nubi sanguigne,
E le città morenti
Torcevano le spalle in uno spasimo.
Ma noi ce ne andammo,
Ci strappammo ad un tratto;
Cupa echeggiò una contesa di lingue
Nel buio – lordume – di un tormento dai sette colori.

Ma nessuno tocca ancora
Il rigido ieri con mano,
Quando la luna rugginosa
Rotolava oltre l’orizzonte
Al cigolio di cirri nuvolosi.

(Trad. Paolo Chiarini)


Postilla:

La parola si è ritirata, il senso di una parola che respirava altezze mai raggiunte, perché irraggiungibili. A morire è il “dispositivo” della relazione con l’alterità, espressa dalla simbologia “lunare” del finale. La grandiosità della Natura infranta sulle “città morenti” e le “strade vorticose”. Ma in questo mutamento, dal disfacimento della passata visuale («il rapido ieri»), s’innesta la visione “rimpicciolita” («Il piccolo sole invernale» in contrasto con la «luna rugginosa»), così le minuzie della sensazione – il rimpicciolimento del senso – sostituiscono la magniloquenza del mondo, o meglio, della sua mitografia.
Tutto è ridotto, e in qualche modo stigmatizzato, dall’allontanamento del soggetto (nonostante il rischio nell’utilizzo della prima persona plurale: «Ma noi ce ne andammo,/ ci strappammo ad un tratto») che cade «nel buio» di un senso ormai incomprensibile (la «contesa di lingue»). Eppure il «tormento dai sette colori» sembrerebbe annunciare che dal caos oscurato della significazione possa emergere una nuova potenzialità comunicativa. Il sigillo del simbolo si è spezzato e «il rigido ieri» dovrà essere esplorato con maggior sacrificio, con una resistenza che inizia ancora e ancora il lavoro sulla tavolozza di possibilità aperte dal “buio”, in una disposizione ormai perenne alle mutazioni di senso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...