
Dylan Thomas, Vogue studio, London, England (1946)
Photograph: Lee Miller. © Lee Miller Archives, England 2013. All rights reserved.
di Gianluca D’Andrea
Dylan Thomas: una poesia da Poesie (2002)
And death shall have no dominion
And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone.
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.
And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan’t crack;
And death shall have no dominion.
And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.
*
E la morte non avrà più dominio
E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché impazziscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà piú dominio.
E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono.
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà piú dominio.
E la morte non avrà piú dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai piú sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti;
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà,
E la morte non avrà più dominio.
(Traduzione di Ariodante Marianni)
Postilla:
Rinascita da una morte “stecchita” o, meglio, «they be mad and dead as nails, / Heads of the characters hammer through daisies». Cioè, “Loro”, i morti, più che in una rinascita effettiva emergeranno dalla simbiosi di un ricordo che il mondo stesso reclamerà ora e sempre. Un “martellamento” che è colpa per i massacri compiuti dalla Storia e necessità per la storia che si affaccia in ogni individuo. Il canto della morte senza dominio, nonostante la seconda stanza – strofa delle torture -, nonostante la dissoluzione della prima strofa, «They shall have stars at elbow and foot; / Though they go mad they shall be sane, / Though they sink through the sea they shall rise again», farà riemergere le tracce di una relazione che l’uomo mantiene con la sua assenza. L’origine non rintracciabile di un male persistente rinasce costantemente nel Soggetto, finché la colpa martellante suscitata dagli “scomparsi” non si tradurrà in nuova potenzialità, perché il ricordo anche in un solo individuo ne illuminerà l’irruzione «fino a che il sole precipiterà».