Spazio Inediti (11): Maria Borio – di Gianluca D’Andrea

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Maria Borio (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (11): Maria Borio

So che αρμονία significa collegamento, contatto,
connessione, unione. «Finchè restano uniti i
tronchi della zattera, / starò qui, resisterò…»

(Odissea, V, 361-362)

Un interno – la pressione dell’acqua
sui tubi, la luce della lampada
sfumata, il respiro,
il masticare oggetti… è nutrirsi
di poco, pensare griglie di metallo
a cui appendere le sostanze della natura,
ricreare.
Poi, esterno – passi come un niente,
si ferma l’auto, il vento, la mosca
sfinita tra i quadranti delle case,
il filo d’erba seccato dal gelo,
ancora passano – come un io moltiplicato.
Fino a quando, mi dirai mi dirai,
sapremo che protetti o esposti
è la stessa cosa?
Mi dirai le creature inconsapevoli
non esistono, e scava scava
ognuno si trova.
In fondo è
la base dell’erba,
il contatto tra la strada e la terra,
il fragore a ultrasuoni tra le ali e l’aria,
le pieghe tra parete e parete,
l’alone del respiro sul bicchiere
e l’ombra che degrada.
Tutto è
vero nelle scale multiple
come le frasi che portano avanti
avanti a capire, il gesto
in cui frughi per vedere il fondo.
Interno pieno di niente,
la luce grigioazzurra che arriva
è mattino e sera
e le cose spogliate dall’ombra
un secondo ti vedono come tu le vedi.

inverno 2013

NOTA: Questa poesia fa parte di una silloge inedita.


Ricreare, cioè formare e agire, questo lo stimolo concettuale della composizione, una riflessione sul tempo (χρόνος, intimamente legato all’atto di produzione, κραίνω) e la resistenza delle parole, la loro localizzazione nel desiderio di contatto di un soggetto che sente nell’alterità la possibilità, o l’appiglio, per scaturire dall’unilateralità della propria visione. Alcuni segnali testuali confermano questa sensazione, in primo luogo le iterazioni che agiscono da spinta, mantra verbale o preghiera: «Fino a quando, mi dirai mi dirai,/ sapremo che protetti o esposti/ è la stessa cosa» (vv. 13-15); «Mi dirai le creature inconsapevoli/ non esistono, e scava scava/ ognuno si trova» (vv. 16-18); «come le frasi che portano avanti/ avanti a capire…» (vv. 28-29). Quindi i giochi oscillatori del movimento testuale: si passa da un interno, in cui il soggetto affina i suoi sensi, avverte, quasi forzandosi alla presenza, la possibilità di un personale intervento immaginifico (i primi sette versi che si chiudono sul verbo d’azione isolato, «ricreare», il cui valore indistinto, tra iussivo e desiderativo, sembra consolidare la necessità di una volontà in cerca d’agnizione), a un esterno che è successione rapida, avvertibile nella fuga asindetica che cade nell’identità molteplice, la quale, nel caso specifico, sembra agire come rifugio al disorientamento implicito nella stessa fuga («… passi come un niente», «…come un io moltiplicato», vv. 8 e 12). I movimenti successivi, lo abbiamo visto, sono scanditi dalla ripetizione e dalla preghiera che l’io si auto-rivolge per attenuare la scissione (quella tra interno e esterno che si ripete in cerca di contatto con l’alterità). Il tentativo di ricomposizione della seconda parte del testo ne evidenzia la dimensione liminale, in una percezione franta e come in attesa: «In fondo è/ la base dell’erba,/ il contatto tra la strada e la terra,/ il fragore a ultrasuoni tra le ali e l’aria,/ le pieghe tra parete e parete» (vv. 19-23). Il tragitto circolare del componimento, oltre a confermare l’ossessione iterativa, permette, in conclusione, di osservare un lieve mutamento nella visuale del soggetto, per cui l’alterazione prospettica (allucinatoria? «è mattino e sera», v. 33), si coagula in una finzione estrema che forza il rapporto tra sé e mondo, inventando un’aderenza ai limiti del possibile: «… le cose spogliate dall’ombra/ un secondo ti vedono come tu le vedi» (vv. 34-35). Il percorso si arresta a questo bivio in cui visionarietà e aderenza al reale non possono trovare accordo se non attraverso una forzatura che, come abbiamo visto, caratterizza gli ultimi versi, e a causa della quale anche il lettore resta in attesa. In attesa che la sospensione asintotica si sciolga e la parola s’incanali nell’alveo che le è più congeniale.

(Aprile 2014)


Maria Borio (1985) è nata e vive a Perugia. È dottoranda in Letteratura Italiana. Ha scritto saggi su Sereni e Montale. Collabora a varie riviste tra cui Allegoria, Moderna, Poesia, Studi novecenteschi, Strumenti critici, Il Reportage. E’ redattrice del sito Le parole e le cose e di Nuovi Argomenti online. Sue poesie sono uscite sull’Almanacco dello specchio Mondadori 2009, su Poesia, Atelier, L’Ulisse.

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