Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

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Italo Testa

di Gianluca D’Andrea

Poeti italiani (4) – Spazio inediti: Italo Testa

non sembrano
mai farti caso
proseguono
e niente li distoglie
s’avviano
semplicemente
ognuno alla sua meta
ma simili
e sempre più numerosi
s’avvistano
lungo le strade
si incrociano
in ogni luogo
ovunque tu cammini
camminano

(da I camminatori), Valigie Rosse, Livorno, 2013)


«Girando e girando nella spirale che si allarga».

W. B. Yeats

Avevamo lasciato la poesia di Italo Testa impegnata sugli scatti attenuati di una nuova fase relazionale rappresentata da I camminatori (qui).
La strategia del contatto con l’alterità si chiudeva sulle cadenze oscillatorie (il ritmo ternario e la scivolosità sdrucciola) del movimento e dello spostamento in aree “antropizzate” ma segnate dalla scomparsa della stessa figura umana. L’essere prosegue un cammino senza scopo individuabile, nella coerenza disorientante della necessità. L’unico aggancio per la relazione è l’assenza di un approdo, la caduta anti-nostalgica e l’impossibilità di un ritorno alla dimora dell’essere. Gli enti evocati dal testo qui presentato – l’ultimo de I camminatori – vivono nella distrazione dall’alterità e sembrano impigliarsi nel circolo senza sbocchi dell’incomunicabilità o dell’astrazione. Eppure questi personaggi manifestano, o meglio inscenano, una finzione: lo spettacolo del reale né estatico né statico che turbina ed espande le sue possibilità comunicative. Il contatto si perde nella finzione del contatto (oltre a un movimento di luoghi concreti, si può pensare allo pseudo o neo movimento dello scambio d’informazioni attraverso i canali social della rete). La grande metafora del cammino, del tragitto percorribile si scioglie nella costatazione del movimento intuibile, e addirittura osservabile, attraverso le finestre deformanti dei nostri schermi. La mutazione antropica in atto è ravvisabile proprio nell’illusoria moltiplicazione dei punti d’osservazione, l’accesso ai quali è sostanzialmente inibito dalla sensazione di clausura derivante dalla reale dimensione d’accesso alle informazioni: la semi-immobilità davanti allo schermo stesso. La finzione di cui sopra rispecchia questo atteggiamento dell’osservatore, quasi alienato dal contesto eppure necessariamente investito da un flusso.


perché sono arrivati e ci chiamano
dalle cascine sparse nella neve
e nel dicembre luminoso affondano
dietro le quinte mobili del giorno;
ho provato a fermarli: non ascoltano,
camminano sugli argini, proseguono
stringendo le spalle contro il vento
si piegano in avanti, a passi lenti
raggiungono il cofano innevato,
l’auto lasciata in mezzo al campo;
ho provato a chiamarli: non guardano
in nessuna direzione, si inoltrano
sulla pianura estesa, nel chiarore
da cui sono arrivati infine tornano.

(Inedito)


La messa in scena continua anche nell’inedito presentato, il quale è evidentemente in stretta continuità con l’operazione in precedenza realizzata da I camminatori. «Dietro le quinte mobili del giorno» è un verso esplicativo nel senso esposto poco sopra della nuova dimensione del movimento, in cui il reale è plausibile se percepito nello svelamento scenografico del campo visivo. La parola dice i lacerti, i trucioli di reale osservabili da un soggetto immerso nell’azione, narratore in prima persona di un reportage e di una scena dai sensi molteplici, privo o disinteressato al giudizio di ciò che accade: «proseguono/ stringendo le spalle contro il vento/ si piegano in avanti, a passi lenti/ raggiungono il cofano innevato,/ l’auto lasciata in mezzo al campo».
Eppure, rispetto al componimento precedente, in quest’ultimo si notano mutazioni rilevanti. In primo luogo la forma compositiva richiama il sonetto e quindi lo slancio amoroso del ritorno in una direzione riconoscibile (probabilmente il «chiarore» del penultimo verso riattiva la possibilità di una dimensione d’approdo, la chiusura del ciclo dell’apparizione dell’Altro nella sua dissolvenza). Ritorno, dunque, privo di nostalgia a un luogo indefinito che l’osservatore evoca partendo dal dato concreto, la «pianura estesa». Questa stessa evocazione risveglia nel soggetto la possibilità di cogliere, ancora distrattamente, alla fine del componimento, le infime epifanie del reale. L’apparizione, per quanto avvenuta in una dimensione “spettrale”, provoca l’accensione del soggetto e la probabilità che un’appartenenza al «campo» in cui si verifica la scena esista proprio nell’attraversamento, proprio dove la nostra attenzione si scopre nella sua fragilità d’accoglienza.

(Gennaio 2015)


Italo Testa, poeta e saggista piacentino classe ’72. Autore delle raccolte di poesia Luce d’alianto, inserita nel Decimo quaderno di poesia italiana della Marcos y Marcos del 2010, La divisione della gioia, sempre del 2010 e pubblicata da Transeuropa, l’e-book Non ero io uscito nel 2009 per il progetto culturale Gammm, Canti ostili pubblicato nel 2007 per Lietocolle e I camminatori per Valigie Rosse nel 2013. Tra le altre cose Testa è vincitore di numerosi premi letterari, tra cui i prestigiosi Premi Montale e Dario Bellezza.

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